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Fiumicino: oltre all’aeroporto c’è di più

Se vi dico Fiumicino, voi tutti pensate solo ed esclusivamente all’Aeroporto Leonardo Da Vinci, l’aeroporto più importante d’Italia, attraverso il quale ogni giorno fanno scalo, atterrano e decollano migliaia di persone.

Lo pensavo anch’io, fino a qualche tempo fa. Poi per lavoro ho cominciato a frequentarla, e ho scoperto che oltre all’aeroporto c’è di più. Fiumicino è infatti una città dalla storia antica e anche gloriosa, con una vocazione territoriale da sempre legata ai viaggi, alle partenze e agli arrivi.

Ripercorriamone la storia, e i luoghi, insieme.

fiumicino

1) Portus, il porto di Roma

In età romana la linea di costa era molto più arretrata di ora, e tutta l’area su cui oggi sorge la moderna Fiumicino era alto mare. La foce del Tevere era molto più arretrata, ed era navigabile. Laddove ora sorge il moderno abitato sparso di Fiumicino, e dove si trova il vialone che porta all’aeroporto, invece, sorgeva il grande bacino del porto imperiale che l’imperatore Claudio, nel I secolo d.C. aveva voluto per dotare Roma di un porto degno della capitale dell’Impero.

area archeologica dei porti di claudio e di traiano

Un settore dellarea archeologica dei porti di Claudio e di Traiano: i magazzini severiani, che affacciano sul bacino esagonale ancora oggi pieno dacqua

Dove sorgeva il porto di Claudio – Museo delle Navi

Non è facile, percorrendo oggi quelle strade (viale dell’Aeroporto, Via Guidoni, via della Foce Micina e via Coccia di Morto), immaginare di trovarsi all’interno di un porto, dunque in mezzo all’acqua, tra navi cariche di anfore e di merci accolte nell’abbraccio di due lunghi moli e con il conforto dell’imponente Isola Faro ottenuta, dicono le fonti, affondando la nave di Caligola e erigendovi sopra un grande faro monumentale (raffigurato in alcuni mosaici di Ostia e di Isola Sacra).

necropoli di Porto

Il faro di Porto raffigurato su un grande mosaico della Necropoli di Isola Sacra

Lungo via Guidoni, sul rettilineo che porta alla rotonda dell’Aeroporto, sulla sinistra si colloca l’edificio del Museo delle Navi: chiuso da qualche anno per restauri, al suo interno ospita gli scavi delle navi rinvenute grazie a scavi archeologici condotti in profondità proprio all’interno di questo bacino portuale. Alle spalle del Museo, infatti, si individua la struttura imponente e rettilinea del molo settentrionale del Porto, mentre in direzione dell’aeroporto un edificio di età romana è stato identificato come l’antica Capitaneria: un ambiente chiuso aveva il soffitto dipinto con remi di barche e la rappresentazione del faro. Molto suggestivo, ma chiuso al pubblico (per ora). Dall’altra parte della strada, invece, si colloca l’area di Montegiulio: sopraelevata, erano i primi edifici che chi entrava nel Porto di Claudio incontrava: un edificio termale (le terme non mancavano mai presso i Romani) e una grande cisterna. Ma il grosso dei resti archeologici relativi all’antico porto sta altrove.

Area archeologica dei Porti di Claudio e di Traiano

Lungo la via Portuense si trova l’ingresso dell’area archeologica dei porti di Claudio e di Traiano: costoro sono gli imperatori romani che in due riprese realizzarono il grandissimo porto di Roma. L’accesso è gratuito, ed è visitabile in primavera ed autunno dal giovedì alla domenica con possibilità di visite guidate e laboratori didattici a cura di Navigare il Territorio. Si esplorano gli antichi magazzini e i moli, cercando di calarsi in un luogo in cui oggi è tutto verde, grandi prati e boschi, mentre un tempo c’era il mare. Ci vuole una buona dose di immaginazione, ma le solide colonne dell’area delle “Colonnacce” e del “Portico di Claudio” rendono ancora l’idea dell’imponenza, della monumentalità, dell’impatto che su un marinaio straniero, suddito dell’Impero, doveva fare la porta di Roma sul mare.

area archeologica dei porti di Claudio e di Traiano

Le Colonnacce, l’imponente strada colonnata che introduceva al Porto di Claudio, affaccio di Roma sul mare

Tutt’intorno furono costruiti magazzini per lo stoccaggio delle merci: grano, vino, olio, garum (l’equivalente della nostra colatura di alici, ma decisamente più grezza), ma anche olive, frutta secca, e marmi, perché no. I magazzini si disponevano tutto intorno al portico e alla retrostante darsena. Poi, in un momento successivo, l’imperatore Traiano decise di ampliare il porto: costruì un grande bacino esagonale, intorno al quale si andarono a disporre ulteriori magazzini e attracchi per le navi.

Nell’area archeologica si incontra anche, in una bella radura, un casale rosso: è il Casale Torlonia, realizzato negli anni ’30 durante la grande stagione della Bonifica. Quella di Fiumicino, infatti, è una piana che per secoli è stata paludosa e malarica. Nei primi decenni del Novecento fu avviata dal Regno d’Italia un’intensa stagione di bonifica delle terre paludose italiane. Nel Lazio vennero a lavorare comunità intere di “Ravennati”, uomini che dopo aver bonificato il loro delta del Po avevano acquisito una competenza tale da poter lavorare anche nelle altre parti d’Italia che ne avessero bisogno. Qui come ad Ostia antica, la loro presenza fu fondamentale per rendere fertile e vivibile questa fetta di territorio.

Oasi naturalistica di Porto

area archeologica dei porti di Claudio e di Traiano

Laffaccio sul bacino esagonale di Traiano, oggi oasi naturalistica, un tempo il più importante scalo marittimo del Mediterraneo

Il bacino esagonale realizzato dall’imperatore Traiano non fa parte dell’area archeologica: esso lo si può vedere da un punto panoramico al di sopra dei magazzini che affacciavano un tempo su di esso. Il bacino oggi fa parte, invece, dell’Oasi di Porto, che è il luogo preferito da uccelli palustri e migratori che qui giungono per nidificare. È possibile accedere a pagamento all’Oasi di Porto e fare una visita naturalistica alla scoperta delle specie animali, ma anche di quelle vegetali con una visita guidata (anche in calesse, volendo). I bambini ne saranno entusiasti. E anche gli adulti…

Dal punto di vista archeologico e architettonico, è un immenso bacino, ampio 34 m, completamente costruito e pavimentato al di sotto. Fu realizzato in questa forma perché era quella che meglio consentiva l’attracco di più navi contemporaneamente. Tutt’intorno sulle banchine sorgevano gli hangar per il ricovero delle navi e i magazzini di stoccaggio delle merci. Oggi rimane ben poco delle imponenti strutture che un tempo sorgevano in questo luogo. Un paesaggio che era completamente antropico e che invece, in poco meno di due millenni è tornato in mano alla natura.

2) Isola Sacra

necropoli di porto

La necropoli di Porto a Isola Sacra Fiumicino)

Tra Ostia antica e Porto si stende una fascia di territorio nota come Isola Sacra. Si stende tra la riva Nord del Tevere e la Fossa Traiana. Nell’antichità questa fascia di terra era attraversata dalla via Flavia Severiana che collegava il Porto con la città di Ostia dove abitavano molti di coloro che lavoravano nel porto di Roma. Portus infatti ebbe dignità di città solo molto tardi, con l’imperatore Costantino. Prima invece era sotto la giurisdizione di Ostia.

A Isola Sacra è sentito il culto di Sant’Ippolito. La chiesa, una basilica paleocristiana dalla vita piuttosto turbolenta, accolse le reliquie del martire Ippolito; oggi sopravvive il bel campanile, che fu fortificato nel XVI secolo, mentre la chiesa è venuta in luce grazie a scavi archeologici.

La necropoli di Porto

A Isola Sacra era installata, e si trova tutt’ora, la necropoli di Porto, ovvero la necropoli che accoglieva le tombe di coloro che vivevano e lavoravano a Portus. Come ogni necropoli monumentale che si rispetti, si trovava fuori dal centro abitato, lungo quella via Severiana di cui sopra. Le sue tombe sono monumentali, sembrano tante piccole case affacciate sulla strada. Molte di esse sono decorate anche all’interno, con mosaici, stucchi e pitture. Sulla facciata spesso era il nome del defunto o della sua famiglia, con l’iscrizione sepolcrale che ricordava chi aveva dedicato il monumento. La passeggiata è di una pace assoluta, la bellezza e la quiete di questo luogo resta immutata dopo millenni.

necropoli di porto

Tombe monumentali della necropoli di Porto

La foce del Tevere

Isola Sacra è una vasta piana che fu bonificata negli anni Trenta. Qua e là si vedono ancora dei grandi casali, costruiti negli anni ’20-’30; qua e là vi sono ancora ampie fette di campi coltivati o dove pascolano greggi di pecore: è tutto molto bucolico, in effetti, ma ahimè il forte abusivismo edilizio che dagli anni ’70 si protrae ancora oggi ha compromesso questo bel territorio rovinandolo, per cui passando per strada sembra più una brutta periferia che un’area a destinazione agricola.

Ha comunque il suo fascino la foce del Tevere, navigabile, presso le cui rive sono attraccati pescherecci e motoscafi. L’effetto è molto pittoresco, il fiume è vivo, vissuto. Lungo le rive tra club privati, ristoranti di lusso e cantieri navali c’è fin troppo traffico, ma la vista del fiume che si getta in mare è notevole.

3) Il centro di Fiumicino

fiumicino centro

Il Borgo Valadier affaccia sul Canale di Fiumicino, la Fossa Traiana che costituisce la seconda foce del Tevere

Oltrepassato il Ponte 2 Giugno, un ponte levatoio di recente costruzione, si arriva nel centro storico di Fiumicino. Il centro storico in effetti non è molto esteso: consiste in una stecca di edifici, la Stecca Valadier, che affaccia sulla Fossa Traiana. Una breve serie di edifici, tra i quali la chiesa, costituisce il cuore del centro urbano di Fiumicino. Il centro, in realtà è più ampio, si distende lungo i due argini della Fossa Traiana; dalla parte opposta, infatti, si sviluppa la Darsena con il porto marittimo.

La Stecca Valadier, o Borgo Valadier, è appunto il piccolo quartiere affacciato sul canale di Fiumicino, che fu progettato da Giuseppe Valadier nel 1823, per abbellire l’arrivo a Roma via mare. Giuseppe Valadier fu un importante architetto e urbanista del XIX secolo: suo è ad esempio il progetto di Piazza del Popolo a Roma, per dirne uno.

All’epoca Fiumicino era sotto lo Stato Pontificio, e l’arrivo a Roma via mare avveniva tramite il canale di Fiumicino e su lungo il Tevere. Anche oggi il fiume è navigabile e vi sono battelli che risalgono fino alla Capitale. Sul canale antistante la Stecca Valadier sono ormeggiati pescherecci e barconi che rendono questo tratto finale di fiume molto pittoresco e caratteristico. Il lungo canale, poi, è una piacevole passeggiata. Sul lato della Stecca gelaterie, ristorantini e localini che preparano il classico “cuoppo” di pesce fritto d’asporto c’è di che godere anche un buon pranzo.

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Roma barocca: 3 chiese per scoprirla

Roma è una città che non finirà mai di stupirmi.

Una città stratificata dove, da 2000 e più anni fa fino a noi è stata vissuta, costruita, ricostruita; è stata sempre capitale, che fosse dell’impero romano, o del Papato, o d’Italia, Roma è sempre stata il centro del mondo. Questa sua centralità si avverte in ogni tempo, nella monumentalità dei suoi resti romani, nella grandiosità delle sue chiese, delle sue piazze, delle sue fontane, dei suoi giardini e dei suoi palazzi pubblici e privati. In mezzo scorre il Tevere, placido ma non troppo, testimone silenzioso di tutti i cambiamenti che la città ha vissuto e vive fin dal 753 a.C., anno convenzionale della sua fondazione.

Oggi voglio parlare di 3 chiese barocche di Roma. Sì, perché il Barocco è stato a Roma un momento di grande sviluppo artistico in tutte le arti, dall’architettura alla scultura alla pittura e alle arti decorative. Le chiese sono le migliori rappresentanti di quest’epoca, che si colloca tra il Seicento e il Settecento.

Come in un itinerario, visiteremo Sant’Andrea della Valle su via Vittorio Emanuele, San Luigi dei Francesi, alle spalle di Piazza Navona, e Sant’Ignazio di Loyola, alle spalle di via del Corso.

Sant’Andrea della Valle

Questa chiesa è nota per essere l’ambientazione del primo atto dell’opera lirica Tosca di Giacomo Puccini, nel quale il pittore Mario Cavaradossi, uno dei protagonisti, sta affrescando una cappella.

In realtà la chiesa accoglie gli affreschi di due grandi nomi della pittura italiana: Domenichino e Mattia Preti. Quest’ultimo, calabrese di nascita, operò per lungo tempo a Roma prima di approdare a Napoli dove divenne uno dei maggiori esponenti della pittura napoletana. Per la chiesa di Sant’Andrea della Valle affresca l’abside con le tre scene del martirio di Sant’Andrea: il santo, raffigurato anziano, ma con il corpo forte e vigoroso, viene legato ad una croce i cui bracci a X sono quelli con cui si identifica la famosa “croce di Sant’Andrea”, quella che un tempo si trovava ai passaggi a livello dei treni.

Sant'Andrea della Valle

L’abside di Sant’Andrea della Valle con i dipinti di Mattia Preti che raffigurano il martirio del santo

La volta dell’abside, con le storie della vita del Santo è invece affidata ad un altro grande pittore, il Domenichino, mentre la decorazione della cupola è affidata a Giovanni Lanfranco. Di Domenichino, al secolo Domenico Zampieri, si dice fosse molto timido e introverso, da cui il diminutivo nel nome. La sua timidezza non gli impedì di mostrare la sua arte, così lavorò per alcune importanti commissioni in varie chiese e palazzi pubblici di Roma; inoltre, com’era abitudine per molti pittori del suo tempo, si spostò in altre città d’Italia, come Bologna e Volterra, e ovunque realizzò dipinti su commissione dei nobili e degli alti prelati del luogo.

sant'andrea della valle

La cupola di Sant’Andrea della Valle

La chiesa appare al suo interno dorata e vivace. Stucchi dorati alle pareti, animate da tante cappelle laterali, dorature anche al soffitto, dipinto anch’esso: per goderne in comodità sono stati sistemati due specchi nel mezzo della navata, in modo da ammirare i dettagli senza farsi venire il torcicollo.

Per meglio conoscere la chiesa si può ascoltare l’audioguida che per una decina di minuti accompagna il visitatore nel percorso di visita. L’audioguida, messa a disposizione da un gruppo di giovani volenterosi, è gratuita, anche se è consigliato, giustamente, lasciare un’offerta.

San Luigi dei Francesi

Questa chiesa è nota per una cappella, ed è infatti di quella che vi parlo: la Cappella di San Matteo i cui tre dipinti portano la firma di un pittore d’eccezione della Roma dell’età della Controriforma: Michelangelo Merisi detto il Caravaggio.

san matteo caravaggio

La Cappella di San Matteo dipinta dal Caravaggio nella chiesa di San Luigi dei Francesi

Questo pittore gode di una grandissima fortuna ancora oggi: vita trascorsa tra genio e, soprattutto, sregolatezza, punta la sua arte su alcuni aspetti che sono la sua firma: il forte chiaroscuro e lo studio della luce, che anima i suoi soggetti con un forte intento drammatico; come se fosse l’occhio di bue che si utilizza a teatro, il soggetto principale è sempre colpito da una luce che mette in ombra tutto il resto. Intorno si dispone la scena e i vari personaggi, variamente colpiti dalla luce a seconda della loro funzione e importanza nel dipinto.

Nella Cappella di San Matteo si trovano 3 dipinti dedicati alla vita del Santo: la vocazione, la scrittura del Vangelo e il martirio.

La vocazione di San Matteo è forse uno dei dipinti più noti di Caravaggio. In esso è rappresentato il futuro santo al tavolo con altri avventori mentre conta i soldi (Matteo nel Vangelo è un pubblicano, ovvero un esattore delle tasse). Dalla parte opposta Gesù lo indica con un dito. Da dietro di lui, seguendo il suo dito, un fascio di luce si distende ad evidenziare il volto di Matteo, il quale sembra dire “Ma chi, io?“. La luce viene da un punto preciso, in alto a destra. Vedremo poi perché.

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La Vocazione di San Matteo, Cappella di San Matteo in San Luigi dei Francesi

Il secondo dipinto, centrale nella Cappella, è San Matteo che scrive il Vangelo seguendo l’ispirazione dell’Angelo. In una prima versione l’angelo proprio conduceva la mano dell’Evangelista. In questa invece l’Angelo gli suggerisce cosa scrivere. Lui, col volto lievemente piegato all’insù ha lo sguardo attento di chi deve memorizzare qualcosa di importante per poterlo riferire. La luce, nel dipinto, promana dall’angelo, posto in alto nella rappresentazione.

Il terzo dipinto, infine, sulla parete destra della Cappella, rappresenta il martirio di San Matteo. Il santo è a terra, nella sua veste bianca, colpito da un fascio di luce che irradia da sinistra, investe il personaggio seminudo, il carnefice. Questo personaggio ha il volto feroce di chi sta compiendo un efferato omicidio e la scena stessa, così cruda, sembra la rappresentazione di un volgare assassinio. La scena sembra inclinata verso lo spettatore, che si sente ancora più coinvolto.

san matteo caravaggio

La Cappella di San Matteo dipinta da Caravaggio in San Luigi dei Francesi

La luce naturale, nella cappella, entra da una finestra posta in alto al centro, sopra la scena dell’Angelo che detta il vangelo a San Matteo, e si irradia sui due lati della cappella scendendo obliquamente, dall’alto verso il basso. Così si spiega la direzione dei fasci di luce che illuminano i dipinti: Caravaggio ha realizzato le tre opere appositamente per questa cappella, tenendo conto proprio della luce naturale. Oggi per meglio cogliere i dettagli, è richiesto un obolo: 50 cent, 1 o 2 € per poter illuminare artificialmente la cappella e meglio godere dei dettagli dei dipinti di Caravaggio.

Sant’Ignazio di Loyola

La terza chiesa di questo percorso nel Barocco è dedicata a Sant’Ignazio di Loyola, il santo fondatore della Compagnia di Gesù. Quest’ordine religioso si identifica con i missionari che dal Seicento in avanti andavano nelle Americhe al seguito delle truppe spagnole e imponevano in maniera più o meno forzosa la religione cristiana alle popolazioni quechua del Perù e amerindie dell’Amazzonia. Ma furono missionari in tutto il mondo, anche in Asia e in Africa.

Sant'Ignazio di Loyola

Una parte del soffitto affrescato di Sant’Ignazio di Loyola

La chiesa di Sant’Ignazio fu voluta dal cardinale Ludovico Ludovisi che era nipote del papa che aveva canonizzato Ignazio di Loyola: un modo per confermare la devozione in un grande uomo di chiesa e la forte vicinanza alla politica papale.

Sant'Ignazio di Loyola

Parte del soffitto affrescato con la falsa cupola e in fondo l’abside. Sant’Ignazio è una potenza del barocco romano

La Compagnia di Gesù in pochissimo tempo era diventata molto influente presso tutte le corti d’Europa ed aveva acquisito un certo potere, tanto da riuscire a imporsi nella scelta di architetti e artisti nella realizzazione della chiesa: inizialmente affidata al Domenichino, la realizzazione del progetto fu invece data al gesuita Orazio Grassi – architetto e scienziato acerrimo avversario di Galileo – il quale, in un clamoroso plagio, utilizzò due disegni del Domenichino che ad un primo esame dei Gesuiti erano stati scartati e presentò così il suo progetto. Domenichino era timido, ma non stupido, e si ritirò dal lavoro sbattendo la porta.

La chiesa è famosa per il suo soffitto dipinto, la cosiddetta “Quadratura” di Andrea Pozzo: rappresenta in maniera prospettica un altro tempio, sovrapposto alla chiesa di Sant’Ignazio, come se fosse un tempio celeste sovrapposto a quello terrestre, animato da tante figure variopinte e dalla scena della Gloria di Sant’Ignazio. Le architetture di questo tempio celeste richiamano le grandiose architetture romane del passato, idealizzate: architetture potenti, gloriose, bianche e splendenti, dalle quali si affacciano figure di santi e di sante, angeli e profeti; il cielo, azzurro, è solcato da qualche nuvoletta, come spesso accade nei cieli barocchi.

Ancora Andrea Pozzo rappresenta, più avanti, l’interno della falsa cupola, dipingendo in maniera prospettica una cupola che in realtà non esiste, non essendo mai stata realizzata. Questo soprattutto è un bel gioco di illusionismo che frega letteralmente gli occhi di chi osserva.

Trionfo del barocco romano, anche questa chiesa, come le altre due di cui ho parlato qui, è una delle tappe imperdibili per scoprire la Roma del Seicento.

Canaletto 1697-1768: la mostra sul pittore veneziano al Museo di Roma Palazzo Braschi

Il Museo di Roma Palazzo Braschi ospita fino al 19 agosto 2018 la mostra Canaletto 1697-1768.

L’ho visitata appena ne ho avuto l’occasione, perché ammiro tantissimo Canaletto per la sua capacità di dipingere, come in una fotografia, i minimi dettagli di persone, edifici, luoghi e luce. Poi, amo per mia deformazione professionale, le vedute di antichità, quei “Capricci” che piacevano tanto ai pittori a cavallo del Settecento. E anche in questo campo Canaletto si è saputo distinguere.

mostra canaletto palazzo braschi

La mostra, infatti, si apre con un giovane Canaletto, al secolo Antonio Canal, che trovandosi a Roma per realizzare le scenografie di due spettacoli teatrali, ne approfitta, tra il 1719 e il 1720, per farsi suggestionare dalle antichità romane, per assimilarle e per riproporle in alcune opere che ritraggono architetture di fantasia, ma nelle quali è incredibile l’attenzione al dettaglio realistico: come nel “Capriccio architettonico” del 1723, nel quale inserisce una colonna in marmo, antica, restaurata con due grappe metalliche che fanno sì che resti in piedi. Sono proprio i dettagli a fare la differenza nelle opere di Canaletto.

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Canaletto, Capriccio architettonico, 1723 Credits: museodiroma.it

Del periodo romano, però, è notevole un altro grande dipinto, che realizza insieme a Bernardo Canal: Santa Maria d’Aracoeli e il Campidoglio, del 1720, dove la nostra attenzione è attratta da quel filo di panni stesi in uno dei punti più monumentali, da sempre, di Roma.

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Bernardo Canal e Canaletto, Santa Maria in Aracoeli e il Campidoglio, 1720. Credits: museodiroma.it

Ma naturalmente Canaletto è famoso nel mondo per le sue vedute di Venezia. Il pittore dipinge Venezia in tutte le sue forme, celebrandone la monumentalità, la bellezza, l’intensa vitalità, e i grandi eventi, come Il ritorno del Bucintoro nel giorno dell’Ascensione. Il Bucintoro è la grande barca del Doge, ricchissima di ori e di decorazioni, uno dei simboli della Repubblica di Venezia. Sarà barbaramente e miseramente depredato degli ori e distrutto durante l’occupazione napoleonica, che qui fece gravissimi danni al patrimonio artistico (lo racconta molto bene Alessandro Marzio Magno nel suo Missione Grande Bellezza).

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Canaletto, Il ritorno del Bucintoro nel giorno dell’Ascensione, 1729. Credits: commons.wikimedia.org

Canal Grande, con i suoi affacci e i suoi ponti, in particolare Rialto, sono i suoi soggetti preferiti. Piazza San Marco, Santa Maria della Salute, i luoghi più noti di Venezia sono stati catturati dal pennello attentissimo di questo grande vedutista. “Va sempre sul loco e forma tutto sul vero” dicono di lui i suoi contemporanei.

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Canaletto, La Torre dell’Orologio in piazza San Marco, 1730. Credits: museodiroma.it

Negli anni diventa un punto di riferimento per i collezionisti stranieri, sia ambasciatori che aristocratici che compivano il Grand Tour. Anzi, acquistare un dipinto del Canaletto nel corso del proprio viaggio in Italia, diventa un vanto per ogni viaggiatore aristocratico. Per questa clientela altolocata egli dipinge alcune opere davvero significative. Tra queste si distingue Il molo verso Ovest, con la colonna di San Teodoro a destra, del 1738, nella quale Canaletto indulge su dettagli cui pochi darebbero importanza, come le gabbie degli animali del mercato che evidentemente si stava tenendo lì. Anche La Torre dell’Orologio in piazza San Marco è un notevole esempio di estrema attenzione ai dettagli minuziosi. Inoltre, in quest’ultimo si coglie tantissimo la profondità dell’immagine.

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Canaletto, Il molo verso ovest con la torre di San Teodoro, 1738. Credits: Museodiroma.it

La cosa che più mi colpisce e mi intenerisce è la presenza, in ogni dipinto, di almeno un cagnolino. Evidentemente a Canaletto piacevano gli animali da compagnia! Li ho notati in quasi tutte le opere e quest’aspetto mi ha stupito. In altre, nel dipingere le tante persone che si affastellano nelle sue scene, inserisce qualche volta un pittore, come se fosse egli stesso a introdursi nella scena. Non per niente in mostra è stata scelta proprio una figurina di pittore per accompagnare il visitatore nel percorso di visita.

Dopo Venezia, Canaletto giunge a Londra, nientemeno. Qui dipinge alcune vedute, tra cui una lunga veduta del Tamigi, che fu poi divisa in due, ed oggi è stata riunita in occasione della mostra: i due proprietari, però, vivono da un capo e dall’altro del mondo.

Negli ultimi anni di attività Canaletto torna a Venezia, e di nuovo ne dipinge con dovizia di particolari la monumentalità e i dettagli di vita quotidiana. Proprio osservando Piazza San Marco, Procuratie nuove, un uomo con in mano una tazzina da caffè ci suggerisce il Caffé Florian, ancora oggi storico caffé veneziano, aperto dal 1720!

Canaletto muore il 20 aprile 1768 e la morte si conclude con l’inventario redatto a mano dei beni a lui appartenuti in vita.

La mostra Canaletto 1697-1768 vi piacerà se amate il Canaletto, i pittori vedutisti e Venezia. A me personalmente piace molto la corrente pittorica settecentesca del Vedutismo, caratterizzata da un’attentissima cura dei dettagli delle vedute di paesaggio, siano essi paesaggi naturali, urbani o antichi. Dal punto di vista di chi semplicemente osserva questi dipinti, essi stupiscono per l’incredibile ricchezza di particolari e per la bellezza di luci e colori che in alcuni casi, come ad esempio Canaletto, si avvicinano alle fotografie. Dal punto di vista dello storico o di chi ama il passato, essi sono invece fonti notevoli di informazioni su come erano i luoghi, come vestivano le persone, come si svolgevano le feste. Tantissime informazioni racchiuse in un’unica tela.

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Canaletto, Il Ponte di Rialto da Nord, 1725. Credits: Museodiroma.it

La mostra Canaletto 1697-1768 ha solo un difetto: non si possono scattare fotografie alle opere! Gli unici fortunati che hanno potuto farlo sono coloro che hanno partecipato all’anteprima per blogger e giornalisti e che hanno utilizzato l’hashtag #CanalettoRoma per taggare le foto. Questo hashtag, tra l’altro, si trova sul dépliant della mostra, come a invitare i visitatori a utilizzarlo a loro volta. Ma come si può fare se è vietato fotografare? Misteri e contraddizioni tra social e mondo reale. A prescindere dalle foto (che poi si recuperano in rete, al sito web stesso del Museo di Roma di Palazzo Braschi come ho fatto io) la mostra merita, anche per la location: è allestita in un palazzo bellissimo che affaccia su Piazza Navona!

Il mare d’inverno: Ostia Lido e il suo Borghetto dei Pescatori

Se avete seguito le mie ultime vicende di vita (raccontate ad esempio sulla mia pagina facebook) saprete che mi sono trasferita da due mesi per lavoro a Ostia antica. In questo primo periodo ho fatto la sola cosa che c’era da fare, ovvero esplorare il borgo, l’area archeologica e i dintorni di Ostia antica. Ma è giunto il momento di allargare lo sguardo e spingermi oltre. E così, una bella domenica pomeriggio invernale mi sono spinta fino al mare, a Ostia Lido.

Ostia Lido è il vero cuore del X Municipio di Roma, una città nella città, una conurbazione vastissima che si stende immediatamente a Sud di Fiumicino e della foce del Tevere. Una città con una fortissima vocazione balneare. In effetti se dico Ostia tutti pensano al mare di Roma. E come non ricordare alcuni film e serie tv celebri in cui i Romani scendono in spiaggia? Persino I Cesaroni ambientano alcune scene madre di qualche puntata proprio qui, al Lido di Ostia.

Come ho già scritto in passato, io, che sono nata al mare, del mare apprezzo la tranquillità, la calma solenne che però ribolle al di sotto, invisibile. Adoro la calma di certe giornate in cui in spiaggia non c’è nessuno, solo i gabbiani che volano, solo la brezza che soffia e la luce calda del sole che cala.

Un piccolo peschereccio in darsena, di fronte al Borghetto dei Pescatori di Ostia

È il mare d’inverno.

Il Pontile

Il tramonto su Ostia Lido dal Pontile

Il mare d’inverno a Ostia lo cogliamo senza dubbio nel Pontile, il bel molo che è l’arrivo al mare dalla città. Immaginatevi di uscire da Roma, Piramide, Porta San Paolo, e mettervi in macchina lungo quella direttrice che è la via Ostiense. Marciate e marciate, a diritto, senza curve, senza impedimenti, fino a Ostia Lido. Giunti in fondo, ad un grande incrocio, proseguite ancora avanti: la rotonda del Piazzale della Posta vi dice che siete davvero in centro città. Se vi spingete ancora oltre, sbucate sul mare. Ecco, il grande molo di Ostia Lido è il punto di arrivo finale. E al tramonto, d’inverno, è bellissimo.

Non credevo di trovare tante persone, non solo ragazzi, ma coppiette di anziani e, sì, vecchiettini con le badanti, seduti presso il Pontile, chi sulla balaustra, chi sulle panchinette, a godersi l’ultimo sole e la brezza mite del mare. Il sole regala dei tramonti coloratissimi. I bagni, abbandonati nella stagione invernale, sono dei relitti che godono dei riflessi dell’ultimo sole. Così l’agave, che oggi riceverà l’ultimo raggio, domattina riceverà il primo.

Lungomare Lutazio Catulo

Approfittando di un caldo pomeriggio di febbraio, abbiamo deciso di scendere al mare. Siamo andati però, verso Castel Fusano, laddove sbuca la Via dei Pescatori. Qui, sul lungomare, è un susseguirsi di stabilimenti balneari dismessi in inverno, di cui però sopravvivono le belle strutture delle cabine, e di ristoranti (aperti, quelli) presso i quali gustare un bel pranzo al mare. Noi il pranzo non l’abbiamo fatto al ristorante, ma a casa (la mia tagliata di tonno – rigorosamente fresco, preso in pescheria a Ostia – è stata molto apprezzata), però siamo scesi in spiaggia e abbiamo passeggiato tra le cabine e poi, ad un certo punto, lungo il bagnasciuga.

Cabine sulla spiaggia a Ostia Lido. In attesa che torni l’estate

E qui ho scoperto qualcosa che non immaginavo: la sabbia nera e sbrilluccicante ha cominciato a restituire una conchiglia, poi due, poi tre, poi dieci, cento e chissà quante conchiglie! Son tornata bambina: perché per me le conchiglie si trovano solo nelle spiagge lontane (com’erano, da piccola, quelle della Sardegna) e perché è bellissimo mettersi lì a guardarle, a dire “Uh quant’è grossa questa! Uh, ma questa è un’ostrica! Uh, ma è coloratissima!“). Se pensate che ho anche scritto un racconto su dei bimbi a caccia di conchiglie (è stato pubblicato in un’antologia, Adriatico, realizzata a scopo benefico per aiutare la ricerca allo IOM – Istituto Oncologico Marchigiano) potete capire il mio entusiasmo fanciullesco.

Un tappeto di conchiglie in spiaggia a Ostia Lido!

Il Borghetto dei Pescatori

Dalla via di Castel Fusano per scendere verso il mare si percorre la Via dei Pescatori che corre adiacente un canale fluviale abitato da numerosi uccelli palustri. Verso la foce di questo canale, in loc. Secche di Tor Paterno, il paesaggio si fa decisamente più antropico: la darsena e il borghetto dei pescatori. La darsena, lo dice il nome, è il piccolo porticciolo/ricovero di pescherecci e barchette che qui stanno ormeggiati e ricevono le necessarie cure e manutenzioni. Il Borghetto dei Pescatori, invece, è un piccolo nucleo di quattro case (davvero quattro! Forse cinque, dai) costruite intorno ad una piazzetta nella quale campeggia la statua del santo protettore dei pescatori, San Nicola. I pescatori che diedero nome al borghetto si installarono qui alla fine dell’Ottocento e provenivano per la maggior parte da Napoli e dalla Puglia. Inizialmente vivevano in baracche di legno, poi nel 1931 rischiarono di essere sloggiati, quando fu deciso di urbanizzare l’area. Fu l’interessamento di Margherita Sarfatti, di famiglia ebraica, all’epoca amante di Mussolini (la sua biografia ha dell’incredibile: leggetela qui) a far sì che dalle capanne di legno nascesse un piccolo borghetto.

Il Borghetto dei Pescatori di Ostia

Il Borghetto dei Pescatori è un piccolo angolo di “paese” all’estremità della città di Ostia. E se è vero che ve ne parlo a proposito dell’inverno, vi invito però a scoprire come può essere a settembre, alla Sagra della Tellina, un evento gastronomico golosissimo, da non perdere.

Anguillara Sabazia e il Lago di Bracciano

Una mia carissima amica vive ad Anguillara Sabazia, sul Lago di Bracciano. Mi ha sempre parlato del suo paese, del suo lago, spesso mi ha invitato ad andare a trovarla. Non ho perso l’occasione: come mi sono trasferita ad Ostia antica, ho subito approfittato per fare una gita fuoriporta. E così eccomi qui, ad un’ora di macchina da Ostia, a godermi il sole tiepido di un pomeriggio sul lago.

Il Lago di Bracciano nell’ultimo anno ha molto patito. Le sue acque si sono ritirate, vuoi per la siccità perenne degli ultimi tempi, vuoi per uno sfruttamento cieco ed egoista dell’acqua del lago da parte di Acea, fornitore di acqua e di energia elettrica per Roma Capitale. Non lo invento io: nell’ultimo anno si è costituito un comitato per la salvaguardia del Lago di Bracciano che, dati alla mano, ha portato a risalto nazionale un problema che non è solo locale, ma è ambientale. Il Lago di Bracciano, infatti, è un lago vulcanico, dunque non ha fiumi immissari che lo possano gonfiare. E così, tra siccità e spregiudicato sfruttamento, la linea di costa è aumentata e la superficie del lago si è ridotta: sulla spiaggia di Anguillara ciò è evidente. Evidente, per lo meno, a chi il lago lo vive e lo conosce.

Laggiù in fondo si vede Trevignano, laltro borgo che affaccia sul Lago di Bracciano

Per chi non lo conosce, invece, il Lago di Bracciano appare come uno splendido specchio d’acqua abitato da uccelli lacustri di varie specie, dai cigni eleganti alle anatre: ogni tanto li vedi alzarsi tutti in volo, altrimenti li trovi sulla spiaggia, a farsi dare da mangiare il pane dai bimbi affascinati.

Sul Lago di Bracciano, oltre ad Anguillara, affacciano il borgo di Bracciano, noto per il suo castello, e l’elegante Trevignano.

Anguillara Sabazia è un borgo medievale in salita: tutto arroccato, tra vicoli stretti e palazzi in pietra, risale il costone roccioso dalla porta monumentale, in basso, che si apre su una piazzetta sulla quale affaccia il municipio, dietro il quale si sale fino alla rocca, e dall’altra si gode il primo bel panorama sul lago.

Poi si sale, ed è bello perdersi tra le viuzze, tra case di pietra e belvedere che si aprono qua e là mentre qualche gatto attraversa la strada. In cima al borgo sorge la chiesa Collegiata di Maria Assunta, dalla cui piazzetta si gode un panorama mozzafiato sul lago che spazia fino a Trevignano.

Il borgo è sicuramente caratteristico. Potrebbe essere tenuto meglio: vi sono dei vicoli che sono proprietà dei piccioni, per dire, e la sporcizia che depositano a terra e sui muri non è un bel biglietto da visita. Mi auguro che le cose cambieranno, perché quest’incuria è un vero peccato.

Un incontro emozionante, tra la piccola principessina e un elegante cigno…

In uno dei tanti vicoli la mia amica ospite, che è archeologa quanto me, mi fa notare un muro che ha il paramento tipico di un edificio dell’età romana imperiale: qui, infatti, sorgeva la villa di una ricca proprietaria che aveva i diritti di pesca, e quindi di vendita del pesce, su tutto il lago. Ma la storia del lago risale ancora più indietro nel tempo: lo scavo nel sito della Marmotta (eh sì, si chiama così) ha restituito i resti di piroghe in legno di età protostorica! Il lago è frequentato davvero da millenni.

Se dall’alto del borgo di Anguillara si apprezza il panorama del lago, dalla riva si apprezza la vista del borgo, specie se a metà pomeriggio il sole invernale a tinte calde colora intensamente tutti gli edifici e tutta la montagnola si riflette nelle placide acque antistanti. Una bella e lunga passeggiata lungolago si allontana dal paese costeggiando la spiaggia. Una passeggiata particolarmente piacevole per chiunque: per le famiglie coi bambini, per le amiche in vena di confidenze (che possono pure decidere di prendersi una cioccolata calda: ebbene sì, io e la mia amica abbiamo fatto così), per gli anziani a passeggio col cane.

Se poi di ritorno dalla passeggiata, ti sorprende il rosso di sera sul lago, allora sai di essere nel posto giusto al momento giusto. E quando trasalirai al fruscio sull’acqua di un cigno che vola, saprai che non desideravi altro da questo pomeriggio sul Lago di Bracciano.

Il lago di Bracciano al tramonto

Anguillara è come un fiore che deve sbocciare, ne sono sicura: a me, che ho visto tanti borghi d’Italia, ha fatto l’impressione di un paese che non conosce ancora appieno le proprie potenzialità e quindi non le sfrutta. Ma sono sicura che con un’attenta politica di attenzione al territorio (e, si badi bene, non in funzione del turista, ma in funzione di se stessi) potrà ottenere molta più visibilità e potrà essere all’altezza di una maggiore popolarità.

Questa è stata la mia prima volta al Lago di Bracciano, ma non sarà certo l’ultima. Stay tuned!

#discoverOstia: alla scoperta di Ostia antica

Come alcuni di voi sanno (perché mi seguono sui social, su twitter, su facebook e su instagram) mi sono recentemente trasferita a Ostia antica per lavoro. Ebbene sì, ho lasciato la mia amata Firenze per venire a lavorare nel Parco Archeologico di Ostia antica, dove finalmente sono chiamata a fare l’archeologa.

Questa premessa era doverosa per dirvi che naturalmente, siccome non so stare con le mani in mano né con i piedi fermi, appena arrivata mi sono messa ad esplorare il territorio. A Ostia antica, infatti, non c’è solo la città romana, ma c’è molto di più. Questo post nasce dunque con l’intento di raccontare anche a voi le scoperte che ho fatto in queste poche settimane che sono qui.

In questo post vi parlo dunque di Ostia antica: la città romana,  il borgo, il castello, gli itinerari naturalistici ecoturistici.

La città romana di Ostia antica

Il mosaico d’ingresso alla Domus dei Pesci

Se Ostia antica si chiama così è perché ricorda nel nome l’antichità del suo insediamento: una città romana conservata benissimo, scavata in lungo e in largo ai primi del Novecento, con rinnovato vigore in epoca fascista, e che ha restituito tutto ciò che una città antica poteva avere: il foro, il teatro, i templi, le terme, le strade basolate, ma anche e soprattutto le case private. E sono queste il vero punto di forza di Ostia. Sì, perché a Ostia si sono conservati tantissimi muri dipinti. Non semplicemente intonacati, ma proprio dipinti, con scene, con figure, con architetture, a seconda della moda del periodo e del desiderio del committente.

Se parliamo di decorazioni, però, non si può non parlare dei mosaici di Ostia. Mosaici a soggetto marino, come quelli delle terme del Nettuno, lungo il Decumano, il primo grande edificio monumentale che si incontra dopo essere entrati nell’area archeologica; mosaici che si trovano in altri edifici della città, nelle case private come negli edifici pubblici, nelle Terme dell’Invidioso, nella domus dei Pesci… Ogni angolo è una sorpresa, nonché uno scorcio paesaggistico notevole: pini e cipressi accompagnano infatti il percorso e costituiscono una quinta teatrale notevole e naturalistica.

Il borgo di Ostia antica

Appena fuori dagli scavi si erge, imponente e rassicurante, il castello di Giulio II. Le sue mura di cinta racchiudono al loro interno poche casette e la chiesa di S.Aurea, in un insieme davvero affascinante, senza tempo. In questo minuscolo borgo, molto pittoresco, regna un senso di pace che lascia al di fuori il traffico della città moderna. Qui si trovano due bei ristorantini e un b&b, se volete vivere a 360° l’esperienza ostiense. E poi c’è la chiesa, la piccola chiesa di S.Aurea, antichissima, sorta in età paleocristiana sul luogo di sepoltura della giovane martire Aurea. La chiesa, nelle sue forme attuali, risale invece al XVI secolo, e fu completata contestualmente al rifacimento del Castello sotto il pontificato di Giulio II. La chiesa era, ed è, cattedrale sede di Diocesi. La diocesi di Ostia, anzi, è sempre stata storicamente la seconda diocesi più importante dopo quella di Roma. Un piccolo edificio dalla storia e dal valore notevoli.

Il castello di Giulio II

Il castello di Giulio II a Ostia antica

Accanto alla chiesa si trova il Castello, di cui ho parlato più approfonditamente in questo post. Anch’esso risale ad epoca piuttosto antica, al IX secolo, e fu costruito per volere di papa Gregorio IV; ricevette poi il suo aspetto definitivo nel Cinquecento, per volere di Giulio II. Entrando nel borgo la mole della torre rotonda impressiona, così come da fuori, percorrendo Viale dei Romagnoli, la sua imponenza si fa notare. Dall’alto della torre, la vista spazia su Ostia antica e si spinge più oltre, fino alle montagne retrostanti. Quando sono salita io c’era tanta foschia, ma mi sono chiesta se nelle giornate particolarmente terse non si riesca a vedere anche il Cupolone! 😀

Esistono delle vedute d’epoca in cui accanto al castello pascolavano pecore. Non è difficile crederlo, perché tuttora le pecore ci sono, un po’ più in giù, in una fattoria lungo via Capo due rami, che da qui si diparte e si inoltra nei campi dei dintorni di Ostia lungo cui corrono gli itinerari ecoturistici.

Gli itinerari naturalistici ecoturistici

Indicazioni per gli itinerari ecoturistici in via Capo Due Rami, Ostia antica

Ostia antica, fuori dal borgo, non è poi così grande: è un agglomerato di case che sorge lungo il Viale dei Romagnoli, la lunga arteria dedicata ai bonificatori, provenienti dalla Romagna, di questo tratto di costa laziale che da Roma arriva fino a Ostia Lido. Un monumento all’ingresso del borgo di Ostia antica li ricorda.

La campagna è subito dietro l’ultima casa del paese, e la si percorre lungo le regolari strade bianche che dividono gli appezzamenti; qua e là, ogni tanto, sorge una fattoria. Si possono fare alcuni percorsi a cavallo o in bicicletta, ma io preferisco andare a piedi. Ho camminato da via Capo Due Rami fino al “Lungotevere”, che è un ulteriore sentiero che porta fino all’argine del grande fiume. Da qui si può scendere fin quasi sulla riva, oppure si può continuare a camminare fino a raggiungere un piccolo edificio abbandonato su cui è scritto “Sollevamento”: evidentemente un vecchio approdo per lo scarico di merci. Da qui ho piegato in giù, in via Monte del Sale e sono ridiscesa fino a rientrare in paese da Via delle Saline. Qui, proprio al limitare del centro abitato, si trova l’oasi archeologico naturalistica delle Saline, all’interno della quale si trovano vecchi moli di età romana e un percorso didattico naturalistico.

Il Tevere e la riva opposta dagli itinerari ecoturistici di Ostia Antica

I nomi delle strade qui parlano di ciò che fu e di ciò che è il territorio: via delle Saline e via Monte del Sale rimandano all’antico impianto di saline che vi era qui nella zona, e di cui oggi non v’è più traccia; via del Collettore Primario e via del Collettore Secondario si riferiscono alla grande opera di bonifica che è stata condotta in queste terre nella prima metà del Novecento, e della conseguente realizzazione di canali per convogliare le acque che rendevano paludosa e malarica la zona.

Osservare il territorio, anche solo passeggiando, è il modo migliore per conoscerne la storia. Il territorio ci parla e si racconta: a noi sta saperlo, e volerlo, ascoltare.

PS: con #discoverOstia su Twitter e su instagram troverete tutti i miei contenuti istantanei e le mie immagini; realizzate con lo spirito di chi si avvicina, scopre piano piano un territorio nuovo e vuole farlo conoscere a tutti.

Il Castello di Giulio II a Ostia antica

A Ostia antica non c’è soltanto Ostia antica. O meglio, non c’è soltanto la città romana di Ostia antica. Appena al di fuori degli scavi c’è un piccolissimo borgo, davvero pittoresco, dominato dall’imponente e rassicurante Castello di Giulio II.

Un castello papale

In realtà il Castello risale molto più indietro nel tempo rispetto a papa Giulio II (lo stesso papa che in Vaticano fece affrescare la Cappella Sistina a Michelangelo e le “Stanze Vaticane” a Raffaello), così come il borgo, che risale all’età altomedievale: qui infatti si stanziarono gli abitanti dell’antica città di Ostia, ormai abbandonata e indifesa, per volere del papa Gregorio IV nel IX secolo: il borgo fortificato si chiamò Gregoriopoli e sorse intorno alla chiesa paleocristiana di S.Aurea.

Il piccolo borgo di Ostia antica con la chiesa di S.Aurea visti dal Castello di Giulio II

Nel corso dei secoli il castello si accrebbe per iniziativa di vari papi, che da qui dovevano passare per imbarcarsi quando lasciavano Roma: la foce del Tevere non è poi molto distante. L’area su cui sorse il castello era strategica, in quanto costituiva una prima difesa dal mare contro eventuali nemici che avessero voluto attaccare Roma per questa via. Per questo i papi lo tenevano in gran conto.

Il Castello di Giulio II nella cartografia cinquecentesca, quando ancora si affacciava sul Tevere, prima che il fiume cambiasse il corso

In realtà il Castello ha affrontato varie vicissitudini e fasi costruttive. Inizialmente, infatti, si presentava diversamente da come è oggi: innanzitutto affacciava direttamente sul Tevere, le cui acque scorrevano nel fossato che proteggeva il castello dall’esterno. Poi un’alluvione verso la metà del Cinquecento fece cambiare letto al fiume che si allontanò e prese il corso attuale. Giulio II diede dunque al castello l’aspetto attuale, modificando l’aspetto ancora “medievale” che gli aveva conferito un altro papa, Martino V.

Tra la fine del Settecento e i primi decenni dell’Ottocento, in piena verve da scavi archeologici, il Castello fu sfruttato per ospitare i galeotti costretti ai lavori forzati a scavare nella città romana di Ostia antica che all’epoca stava venendo alla luce. All’epoca gli scavi erano degli sterri, importava soltanto tirar fuori dalla terra muri, statue e oggetti antichi di pregio, per cui non serviva personale qualificato, anzi: il lavoro duro era fatto fare ai carcerati, in condizioni durissime.

Carcerati ai lavori forzati sugli scavi archeologici (da A.J.B. Thomas, Un an à Rome et dans ses environs, 1823)

In tempi molto più recenti, quando lo Stato della Chiesa si ridusse alla sola città del Vaticano, in seguito alla presa di Porta Pia che sancì l’ingresso a Roma delle truppe italiane e la scelta di Roma Capitale, il Castello fu venduto a privati i quali, indegnamente, lo trasformarono in stalla. Inutile dire in quali condizioni di degrado versasse quando finalmente ne fu riconosciuto il valore storico e furono avviati lavori di restauro, ormai nella I metà del Novecento. Allora il castello fu restituito all’antico splendore, e le sue mura possenti, e la sua torre rotonda imponente, tornarono a caratterizzare gagliarde il paesaggio.

Visitare il Castello di Giulio II

Il mastio del castello

Oggi il Castello di Giulio II è un Luogo della Cultura statale ed è aperto solo il sabato e la domenica. La prima domenica del mese l’ingresso è gratuito (ma nelle altre giornate si paga 3 €, eh?). Si accede dal borgo di Ostia antica, si passa il ponte levatoio e si trova la biglietteria. Da qui si accede alla corte centrale. Potete visitare liberamente oppure con visita guidata a orario prestabilito. Naturalmente con la guida potete vedere stanze in cui da soli non potreste entrare e potete scoprire molti più dettagli sulla storia del luogo che da soli non potete cogliere. Al primo piano in alcune sale sono allestite vetrine con foto d’epoca e vasellame del XV-XVI secolo: il castello era un luogo vissuto, abitato e frequentato. Qui è narrata la storia dell’edificio. Se continuate a salire le scale soffermatevi a guardare i soffitti dipinti dello scalone: sono a grottesche, lo stile che si affermò nel Cinquecento a Roma dopo la scoperta degli affreschi della Domus Aurea di Nerone: siccome quelle sale erano sottoterra da secoli furono definite grotte, da cui il nome di “stile a grottesche”.

Infine, sul camminamento esterno, che gira intorno per tutto il perimetro del Castello, potete godervi il panorama. Ma per vederlo meglio dovete salire in cima alla grande torre del mastio: da qui la vista spazia per km e km. Tira un po’ di vento, quassù, ma ne vale la pena.