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5 cose insolite che puoi fare a Roma

Roma Caput Mundi, Roma Capitale, Roma nun fa’ la stupida stasera, Roma CapocciaRoma è Roma, una città talmente completa, talmente monumentale, talmente tutta da vivere e da percorrere che necessariamente uno si riduce a vedere, quando viene, le cose strettamente necessarie e più importanti. Roma però sa anche stupire e regalare esperienze insolite, di quelle che quando torni a casa puoi raccontare destando l’ammirazione di chi ti ascolta e conosce Roma per sentito dire.

5 cose insolite che puoi fare a roma

Non solo: poniamo infatti il caso che tu sia già venuto a Roma più di una volta. Possibile che tu debba fare sempre il solito giro? Colosseo, Fori, Piazza di Spagna, Fontana di Trevi, Pantheon? Certo che no: il bello di visitare più volte una stessa città è che si può esplorare anche altro, anche qualcosa di insolito.

Ora ti rivelo 5 cose insolite che puoi fare a Roma

5 cose insolite, fuori dai consueti schemi e itinerari turistici.

5 cose che quando le racconterai susciteranno l’ammirazione nei tuoi ascoltatori o lettori, 5 cose che sicuramente ti fanno percepire Roma con occhi diversi. In nessuna di queste cose vedrai il Colosseo. Ma ti assicuro che alla fine non ne avrai sentito la mancanza.

Ecco le 5 cose insolite che puoi fare a Roma:

  • spiare dal buco della serratura senza essere maleducato
  • aspettare i vecchi tram e le vecchie locomotive alla Stazione Porta San Paolo
  • sentirti osservato dai Garibaldini sul Gianicolo
  • passeggiare tra statue antiche in una centrale elettrica
  • mangiare un panino col pastrami

Ti ho incuriosito? E allora vieni con me a zonzo per Roma!

Spiare dal buco della serratura senza essere maleducato

Cosa ti hanno detto da piccolo? Non si guarda dal buco della serratura! Soprattutto se la serratura apre la porta della casa d’altri. Vero, verissimo, parole sante. Ma se il buco della serratura guarda su un giardino, e quel giardino ha una splendida vista sulla Cupola di San Pietro? Che fai, non la dai un’occhiatina?

buco della serratura Aventino

Dal Buco della Serratura vedo… il Cupolone!

Sul colle Aventino, uno dei quartieri residenziali più signorili di Roma, sorgono alcuni palazzi storici, chiese antiche e splendidi giardini. Un giardino è pubblico, il Giardino degli Aranci, e offre una splendida vista panoramica che spazia dal Tevere alla Cupola di San Pietro fino al Vittoriano e al Palatino. L’altro è un giardino privato, il giardino del Priorato dei Cavalieri di Malta. Questo giardino è chiuso da un imponente portone che cela ciò che si trova al di là. Solo il buco della serratura permette di dare un’occhiata oltre. E di vedere così lo spettacolo del cupolone incorniciato tra gli alberi: la fuga prospettica è perfetta, l’immagine che si presenta davanti ai nostri occhi è un’assoluta poesia. Il cupolone di San Pietro è laggiù, lontano, eppure non ci sarà mai sembrato così vicino.

Il Buco della Serratura attira parecchi curiosi. Un minimo di sana coda è da mettere in conto, ma l’esperienza è totalmente gratuita. Inoltre, non è la sola cosa da vedere sull’Aventino: Le chiese di Sant’Alessio e di Santa Sabina, per esempio, e il Giardino degli Aranci offrono l’occasione di una splendida passeggiata. Vienici di domenica, quando le coppie si sposano e nel giardino qualche artista si mette a suonare in mezzo alla gente: amerai tantissimo questa città e la sua atmosfera di festa!

Aspettare i vecchi tram e le vecchie locomotive alla Stazione Porta San Paolo

Premessa: la stazione di Porta San Paolo in realtà ha tre nomi, a seconda del mezzo di locomozione che si intende prendere: si chiama Porta San Paolo la stazione da cui parte il treno per Ostia Lido; si chiama Piramide la stazione della Metro B; si chiama infine Ostiense la stazione dei treni regionali e intercity, quelli che escono da Roma per collegarla al resto d’Italia. La stazione Ostiense è collegata alle altre due da un lungo corridoio coperto, ma ha un ingresso indipendente in un edificio di epoca fascista; Piramide e Porta San Paolo, invece, condividono lo stesso lato d’ingresso che affaccia sulla Piramide Cestia e sulla Porta San Paolo, cioè la porta nelle Mura Aureliane (fatte costruire dall’imperatore Aureliano) attraverso la quale fin dall’età romana passava la via Ostiense in direzione di Ostia. Tutto torna, no?

polo museale atac

Vecchi tram e vecchie locomotive a lato della Stazione di Piramide

Ma torniamo a noi. Sul lato di fondo della stazione Porta San Paolo si apre il Polo Museale Atac: uno spazio verde nel quale sono parcheggiati alcuni tram degli anni ’20-’30 e alcune vecchie locomotive. Non si può entrare all’interno dei vagoni, ma anche solo dall’esterno questi mezzi di trasporto, che all’epoca erano il vanto della mobilità romana, esercitano un grande fascino. Lo sfondo della Piramide Cestia, poi, rende il tutto davvero senza tempo. All’epoca questi mezzi erano considerati un faro della modernità, e vederli parcheggiati qui, ora, in pensione, fa una certa tenerezza. Gli amanti del genere apprezzeranno.

L’ingresso è gratuito e si può passeggiare liberamente tra le locomotive. Ma non solo: sotto una tettoia è custodita una cassaforte che fu rapinata come nel film I Soliti Ignoti!

Sentirti osservato dai Garibaldini sul Gianicolo

passeggiata gianicolo

Erme garibaldine lungo la Passeggiata del Gianicolo

Nel 1849 a Roma si era instaurata la Repubblica Romana, che aveva esautorato il papa dal governo su Roma. Siamo in pieno Risorgimento: Mazzini e Garibaldi sono i due fautori dell’indipendenza dal Papa; indipendenza che dura poco, perché dopo pochi mesi lo Stato della Chiesa torna sovrano su Roma. Ma il primo seme rivoluzionario è stato lanciato, e infatti nel 1870, con la breccia di Porta Pia, lo Stato della Chiesa cessa di esistere e Roma diventa parte integrante – e a seguire capitale – d’Italia.

E Garibaldi? E i Garibaldini? A coloro che in più di un’occasione si distinsero per coraggio, caparbietà e patriottismo fu destinato un intero colle: il Gianicolo infatti racconta passo dopo passo l’epopea garibaldina, sia dell’eroe dei due mondi che di tutti i suoi seguaci, in Italia e ovunque lui combatté sposando la causa della libertà ora dell’uno ora dell’altro popolo. Non a caso era chiamato l’Eroe dei due mondi.

La Passeggiata del Gianicolo parte dalla fontana dell’Acqua Paola – luogo che molti conosceranno perché vi si svolge la scena iniziale del film La grande Bellezza – e risale via Garibaldi fino alla piazza, sul Gianicolo, in cui campeggia la statua all’Eroe dei due mondi.

faro gianicolo

Il Faro degli Italiani d’Argentina al Gianicolo

A metà di questo primo tratto di passeggiata inizia una sfilata di erme, ovvero di busti di personaggi che a vario titolo sono stati garibaldini o personaggi importanti del Risorgimento e dei primi decenni di Unità d’Italia. La Passeggiata diventa così l’occasione per conoscere i volti, e attraverso di essi i personaggi, che fecero l’Italia.

C’è il giovane Mameli, c’è Pietro Roselli, c’è Luciano Manara, ci sono i volti di personaggi più o meno illustri, più o meno noti, che si sono distinti per il loro fervore patriottico.

Questi volti silenti eppure tanto espressivi si intensificano nei pressi del Muro del Belvedere, all’interno del Parco Gianicolense. Da qui la vista spazia su una bella fetta di Roma. Il parapetto, che porta una lunga iscrizione, è stato inaugurato nel 2011, in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Ma noi che ci sporgiamo per guardare il panorama ci sentiamo osservati da tanti sguardi di pietra, è il caso di dire. Va detto che le erme non sono state installate tutte nello stesso periodo, ma variamente aggiunte nel corso del tempo.

anita garibaldi gianicolo

La statua di Anita Garibaldi al Gianicolo

Poco più avanti, la statua equestre di Anita Garibaldi, spirito libero e moglie dell’Eroe dei due mondi, è l’ulteriore omaggio all’epopea garibaldina, fatta di uomini e donne, di fervore patriottico e di spirito romantico di libertà politica e di intelletto. Ad Anita, che morì di malaria durante il Risorgimento nelle valli di Comacchio, è dedicato il Faro degli Italiani d’Argentina, installato nel 1911. Correva il 50° anniversario dell’Unità d’Italia, e gli Italiani all’estero dedicarono all’Italia questo monumento, che oggi è conosciuto più semplicemente come Faro del Gianicolo.

A conclusione della Passeggiata, non si può non visitare il Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina presso Porta San Pancrazio. Qui si può conoscere la storia più recente di Roma, prima che diventasse Italia, a partire dalla Roma di Pio IX. Qui, per esempio si scopre che nel 1849 la Repubblica Romana promulgò una sua Costituzione, che per molti versi è simile a quella italiana in vigore oggi: evidentemente, certi princìpi, quelli che per l’appunto definiamo costituzionali, sono davvero imprescindibili e fondamento del vivere civile e democratico.

Ammirare statue antiche in una centrale elettrica

Dalle erme passiamo alle statue intere, dal Risorgimento passiamo all’arte romana. Andiamo alla Centrale Montemartini, un museo di arte romana installato all’interno di una ex-centrale elettrica nel quartiere Ostiense, a pochi passi dal Gazometro e in quello che agli inizi del Novecento era il quartiere industriale della città. La centrale Montemartini funzionò infatti negli anni ’20 del Novecento ed era un impianto all’avanguardia: grossi macchinari in ghisa, simbolo dell’industrializzazione e della modernità, davano luce alla città. Col tempo l’impianto cadde in disuso ed è solo da pochi anni che lo stabilimento è stato riconvertito in spazio museale.

centrale montemartini

Centrale Montemartini, Sala Macchine

L’impatto è notevole. Il candore del marmo si scontra col nero potente dei macchinari; l’espressione idealizzata, senza tempo delle statue si scontra col ruvido dinamismo che i macchinari, con i loro bulloni e i loro bottoni impongono. Il museo è piuttosto grande, ma la sala più spettacolare è quella dei grandi macchinari dove statue, busti e teste di divinità, imperatori e personaggi dell’antica Roma dialogano con le turbine.

La Centrale Montemartini è un museo che osa: di fatto è una galleria di arte antica, né più né meno, ma l’ambientazione così inusuale ne fa un luogo unico e affascinante. Uno dei musei di Roma da non perdere.

Mangiare un panino col pastrami al Ghetto Ebraico

Non ti risulta che il pastrami appartenga alla cucina romana, vero?

pastrami sandwich katzs delicatessen

Il pastrami sandwich di Katz’s Delicatessen a New York: il pastrami è un taglio di carne tipicamente kosher e si trova anche a Roma

Eppure, se a Roma ti trovi a passeggiare per il Ghetto Ebraico potresti imbatterti nella cucina Kosher più estrema.

Il pastrami è un taglio magro di carne di manzo che viene servito sottile sottile come se fosse prosciutto. La ricetta è originaria della Romania, ed è diventata a tutti gli effetti un piatto della cucina Kosher. A New York se non mangi un pastrami sandwich da Katz’s Delicatessen non sei nessuno. Già, ma in Italia?

Il pastrami non è certo tipico italiano. A Roma la cucina ebraica viene chiamata anzi romano giudaica: è quella che ha prodotto, per intenderci, il mitologico carciofo alla giudìa, un carciofo talmente fritto da risultare croccante e strasaporito. Ma altro tipico piatto della cucina romano giudaica è il fiore di zucca fritto e ripieno di mozzarella e acciuga; ma anche la trippa e il cosiddetto “quinto quarto” ovvero le frattaglie, fanno parte della tradizione culinaria romano giudaica.

Se ti trovi a passeggiare per il Ghetto di Roma, che sorge alle spalle del Portico di Ottavia tra il Tevere e Largo Argentina, incontri numerosi ristoranti tradizionali: la Sora Margherita è tra i più noti, un vero buco dove si mangia cucina tradizionale a prezzi giusti per essere il centro di Roma; altri due locali storici sono Gigetto e Nonna Betta. Qui stai certo che mangerai autentici piatti della cucina giudaico romana tradizionale.

sora margherita al ghetto

L’interno decisamente rustico della Sora Margherita al Ghetto, osteria tipica della cucina romano-giudaica

Già, ma non eravamo partiti dal pastrami?
Sì, giusto, il pastrami. Trovi il panino col pastrami sempre nel ghetto ebraico da Fonzie, il fast food in via S.Maria del Pianto, la traversa che da via Arenula porta nel cuore del Ghetto.

Già che ti trovi al Ghetto, approfitta per farti una delle passeggiate archeologiche più brevi ma intense di Roma: dal Portico di Ottavia al retrostante Teatro di Marcello: attraverserai millenni di storia e di archeologia concentrati in pochi metri quadrati, di grande impatto visivo. Il passaggio è gratuito, ovviamente.

Teatro di Marcello

Il Teatro di Marcello. Alle sue spalle si colloca il ghetto ebraico

Queste sono le 5 esperienze insolite che ti propongo di fare a Roma. E tu ne hai fatte delle altre che assolutamente ti senti di consigliare? Raccontamele qui nei commenti, oppure sulla pagina facebook di Maraina in viaggio!

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Nella casa di campagna del Presidente della Repubblica: la Tenuta Presidenziale di Castelporziano

A pochi km dal centro di Roma, a Sud di Ostia nell’immediato retroterra del Litorale Romano sorge la Tenuta Presidenziale di Castelporziano. Un luogo che a dispetto del suo proprietario, il Presidente della Repubblica, in pochi conoscono. Fino a poco tempo fa, tra l’altro, non era neanche visitabile. Il Presidente Mattarella però ne ha predisposto l’apertura al pubblico, perché un Patrimonio così ricco, naturalistico e storico, va condiviso.

castelporziano

Cos’è la Tenuta Presidenziale di CastelPorziano

La Tenuta Presidenziale di Castelporziano si trova nel cuore della campagna romana ed è anzi il luogo in cui la campagna romana è meglio preservata e difesa dalla troppa urbanizzazione che minaccia le altre aree naturali del litorale romano (come ad esempio la vicina pineta di Castelfusano). Occupa una superficie di più di 6000 ettari nei quali trovano spazio l’ambiente naturale del bosco, la pineta, le zone umide, ma anche i pascoli di vacche maremmane e gli allevamenti di cavalli. Tantissime le specie di animali selvatici, dal daino alla martora al cinghiale alla puzzola, e di uccelli, dall’allocco al barbagianni allo sparviero.

Nella tenuta è letteralmente nascosto un sito archeologico: l’antico Vicus Augustanus, un piccolo centro abitato di età romana posto lungo la via litoranea che scendeva verso Sud da Ostia. Le sue rovine oggi sorgono in mezzo al bosco, avviluppate dalle radici e in mezzo agli alberi: un paesaggio fiabesco che per certi aspetti ricorda l’area archeologica di Portus, a Fiumicino.

Il cuore della Tenuta è costituito dal Castello: un edificio relativamente recente, chiuso in se stesso, caratterizzato dalla sua torretta merlata e da un bellissimo giardino all’italiana. Proprio in una porzione del giardino è stato collocato in anni recenti un mosaico di età romana rinvenuto in un edificio del Vicus Augustanus nel 1874 e portato via. Oggi, in questa splendida collocazione nella tenuta presidenziale è valorizzato nel migliore dei modi e contribuisce ad abbellire ancora di più questo spazio verde e piacevole.

mosaico castelporziano

Mosaico proveniente da Vicus Augustanus e rimontato nel giardino della Tenuta di Castelporziano

Si tratta di una lunga striscia che originariamente correva lungo i 4 lati di un grande atrio in un edificio pubblico romano. Il mosaico è a tessere bianche e nere, ovvero a figure nere su sfondo bianco. Su ogni lato sono rappresentate figure e scende diverse: creature marine reali e di fantasia, scene di caccia, scene di ammaestramento di bestie feroci: se amate i grandi mosaici di Ostia antica, sicuramente apprezzerete anche questo.

Tra il giardino e la corte del Castello un piccolo passaggio immette in una splendida veranda tutta affrescata come se fosse un giardino e arredata con una tavola sulla quale è apparecchiato il servizio da tavola del Presidente, in ceramiche della Manifattura Ginori.

Sulla corte interna del Castello affaccia anche il piccolo museo archeologico, il quale racconta attraverso i reperti archeologici la storia del territorio dalla Protostoria all’età romana. La tomba principesca di Castel di Decima e gli affreschi della villa imperiale di Tor Paterno sono gli oggetti più prestigiosi dell’esposizione.

Un po’ di storia…

Già che citavo il museo, sarà bene raccontare un po’ di storia di questo territorio, necessaria per capirne l’importanza e l’unicità oggi.

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Tenuta di Castelporziano: il giardino del Castello e i mosaici del Vicus Augustanus

Siamo a sud di Ostia, in un’area che da sempre ospita selve, paludi e dune. In queste terre il poeta romano Virgilio colloca alcune delle vicende di Enea, l’eroe troiano scampato alla guerra di Troia che dopo mille peregrinazioni per terra e per mare, dopo essere giunto sulla costa laziale, diede origine alla stirpe dalla quale sarebbe poi sorta Roma. Questo poema, composto per celebrare la gloria di Roma durante il principato del primo imperatore Augusto, è una fonte preziosa per comprendere come si presentasse anticamente il litorale romano. Poco più a sud di qui sorgeva la città romana di Lavinium che deriva il suo nome dalla sposa latina di Enea, Lavinia. Tutto torna, tra mito e realtà storica. Non è quindi un caso che sia stato fondato a metà strada tra Ostia e Lavinium un piccolo centro dal nome Vicus Augustanum, voluto proprio dall’imperatore Augusto in persona.

Tra il Vicus Augustanus e Lavinium si collocava una villa, ovvero una grande residenza di campagna, imperiale: il sito archeologico di Tor Paterno. Da qui provengono eccezionali frammenti di affresco, oggi allestiti nel piccolo museo archeologico di Castelporziano.

Con la caduta dell’Impero romano d’Occidente, questo territorio diviene di proprietà ecclesiastica. Rimase di proprietà del Papa fino alla metà del Cinquecento, quando divenne proprietà della famiglia fiorentina Del Nero, banchieri del Papa. Rimase di proprietà fiorentina, senza subire sostanziali modificazioni, fino al 1823, dopodiché nel 1872 fu acquistata dal Regno d’Italia per i Savoia che ne fecero la propria riserva di caccia.

I percorsi di visita: storico-archeologici e naturalistici

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La torre del Castello di Castelporziano

I percorsi storico-archeologici portano proprio a scoprire il passato più antico di questa grande area: già nel Castello troviamo sia il museo archeologico che il bel mosaico sistemato nel giardino. Nella tenuta si trovano anche i resti del Vicus Augustanus, immersi nella boscaglia, e la villa imperiale di Tor Paterno alla quale era collegato un acquedotto i cui resti sono stati individuati. La villa fu individuata già nel ‘700, mentre solo al 1865 risale la scoperta del Vicus Augustanus. Da allora sono state condotte molte ricerche archeologiche. Inizialmente – nel XIX secolo – ciò che veniva in luce, principalmente statue, iscrizioni e oggetti di pregio, era considerato degno di considerazione. Nei decenni recenti, invece, le ricerche sono diventate vere e proprie indagini scientifiche, ma molto rimane ancora da scoprire e da capire.

Del Museo archeologico ho già detto: a questo piccolo spazio è lasciata la responsabilità di raccontare la storia più antica del luogo. Ma nel Castello sono narrate altre storie, più recenti. Il Padiglione delle Carrozze espone i carri usati dai membri della corte dei Savoia per le cacce reali; inoltre vi sono calessi e la carrozza usata dalla Regina per le passeggiate in campagna.

Il Castello stesso è un monumento dalla storia articolata. Viene costruito a partire dal XVII secolo ed è poi oggetto di successive modificazioni. La torre centrale con le merlature a coda di rondine costituisce il nucleo originario, dal quale poi derivano tutte le successive modificazioni e ampliamenti.

Per quanto riguarda l’aspetto naturalistico, che interesserà soprattutto i fotografi, gli escursionisti e gli amanti delle passeggiate all’aria aperta, esistono all’interno della Tenuta alcuni percorsi specifici dedicati proprio alla flora e alla fauna locali. Sono predisposti 4 percorsi naturalistici in particolare: Malafede, Malpasso, Tor Paterno e Capocotta.

Per saperne di più sui percorsi di visita della Tenuta di Castelporziano: http://palazzo.quirinale.it/residenze/visitacastelporziano/percorsiCP.html

Raggiungere Castelporziano

Regola numero 1: non vi fidate di Google Maps!

Se voi mettete su google maps Tenuta Presidenziale di Castelporziano, soprattutto se arrivate da Ostia, il navigatore pretenderà di farvi fare un pezzo di via Litoranea a sud di Ostia e poi di farvi entrare nella boscaglia senza che vi sia, però, alcuna strada praticabile!

arrivare a Castelporziano

non date retta a Googlemaps! Per raggiungere Castelporziano seguite le indicazioni fornite qui o sul sito web di Castelporziano

In realtà per accedere alla tenuta di Castelporziano vi sono due ingressi, uno da località Infernetto e uno da località Malafede: tranquilli, non spaventatevi per i toponimi, qui da queste parti è del tutto naturale dare nomi poco invitanti ai luoghi. Per arrivare, quindi, consiglio di indicare sul navigatore o via di Malafede e percorrerla tutta fino in fondo, oppure via di Castelporziano e percorrerla tutta fino in fondo.

Nel dubbio, utilizzate le informazioni presenti sul sito di Castelporziano: http://palazzo.quirinale.it/residenze/visitacastelporziano/arrivareCP.html

Link utili: prenotare per la visita a Castelporziano

Autunno a Roma: due mostre da non perdere

L’autunno porta con sé sempre alcune novità: l’inizio della scuola, l’avvio di nuovi progetti (per me è sempre così, almeno), la programmazione culturale che riparte dopo il rallentamento estivo. Così succede a Roma dove, dopo l’agosto romano in cui gli abitanti si dileguano, da settembre riprendono pian piano le attività culturali.

Nel giro di due giorni hanno inaugurato a Roma, nell’ultima settimana di settembre, due mostre estremamente diverse l’una dall’altra, entrambe assolutamente da non perdere, ognuna per un motivo preciso.

autunno a roma due mostre da vedere

Palazzo Barberini, La stanza di Mantegna

Non fatevi fuorviare dal titolo: la “stanza” non è davvero una stanza, ma un luogo astratto, un luogo dell’anima, un luogo, parafrasando Dante, che è ricettacolo di arte, e dunque arte all’ennesima potenza. La mostra, in realtà piuttosto piccola, ospita poche ma significative opere, prestito del Musée Jacquemart-André di Parigi, e di queste solo due sono state dipinte da Mantegna.

Andrea Mantegna, Ecce Homo

Ecce Homo Andrea Mantegna

Andrea Mantegna, Ecce Homo

L’Ecce Homo di Mantegna è un’opera pazzesca, ha una potenza espressiva che intender non la può chi non la prova. Davanti ai nostri occhi abbiamo Cristo, con la corona di spine, una corda intorno al collo, le mani legate, che guarda verso di noi con aria esausta, sofferente. Alle sue spalle, che lo cingono, ma lo spingono alla gogna, due figuri brutti, loschi, grotteschi. Uno di essi in particolare, mi ricorda certi volti volutamente imbruttiti di Peter Bruegel il Vecchio: il naso adunco, i denti storti, gli occhi incavati, tutto sta a connotare un personaggio negativo. La banda scritta al di sopra di esso, come un fumetto, recita ossessivamente “Crocifige Eum“, Crocifiggilo.

E tutto diventa chiaro.

Cristo si trova sofferente, legato, davanti a Ponzio Pilato. I personaggi alle spalle, che lo spingono in avanti, urlano “Crocifiggilo, crocifiggilo” così come narra il Vangelo. La scena è  fin troppo nota. Manca solo un personaggio a completare il quadro, ovvero Ponzio Pilato.

E improvvisamente ci accorgiamo che siamo noi astanti, che osserviamo il dipinto e veniamo trafitti dagli occhi semichiusi del Cristo, ad essere il Ponzio Pilato della situazione. Come reagiamo davanti all’incalzante ritmo dell’urlo “Crocifiggilo!“? Daremo retta alle voci di condanna o, proprio come fece Ponzio Pilato, ce ne laveremo le mani?

C’è abbastanza in questo dipinto per scrivere un trattato di arte, di teologia e di psicologia allo stesso tempo. Dipinto intorno al 1500 (Mantegna morirà nel 1506) quest’opera è estremamente moderna nel coinvolgimento emotivo che riesce a trasmettere a chi guarda. Perché qui non si tratta di dire “è un quadro bello; è un quadro brutto”: qui si tratta di verificare quanto siamo coinvolti noi spettatori, quanto diventiamo parte dell’opera. Personalmente lo trovo meraviglioso.

Terme di Diocleziano, Je suis l’autre. Giacometti, Picasso e gli altri. Il Primitivismo nella cultura del Novecento

Nella splendida cornice delle Terme di Diocleziano, che è insieme monumento antico, museo di se stesso e museo di arte romana e di archeologia protostorica, trova la sua degna esposizione la mostra Je suis l’autre.

terme di diocleziano

Le Terme di Diocleziano ospitano nell’autunno 2018 la mostra Je suis l’autre

Una mostra suggestiva prima ancora che educativa, una mostra che viaggia su due livelli: l’arte cosiddetta primitiva, o tribale, che trova più spazio negli studi di etnografia e antropologia che non in quelli di storia dell’arte; e la corrente artistica del Primitivismo che, nel Novecento ha visto straordinari esiti in scultura, nonché straordinari rappresentanti: Giacometti e Picasso sono gli autori di grido, richiamati fin nel titolo della mostra. Ma poi c’è George Bracques, Arnaldo Pomodoro, Mirko Basaldella, Joan Mirò, Marino Marini.

je suis l'autre Marino Marini

La Danzatrice di Marino Marini in mostra alle Terme di Diocleziano

Il percorso espositivo è articolato in sezioni che seguono i temi dell’arte etnografica, per così dire: la vita, il sogno, la magia, la morte. Sul filo della narrazione tracciato dalle opere tribali, che provengono variamente dall’Oceania, dall’Indonesia, dalle isole del Pacifico, dal Sud America, si innestano veri e propri confronti con le opere degli autori del Novecento i quali, nel loro approcciarsi all’arte “primitiva” riflettono su se stessi, sul senso della propria ispirazione, sull’arte in generale. Illuminanti, a tal proposito, sono le citazioni poste in apertura della mostra: l’artista riflette sempre su ciò che elabora, e liquidare semplicemente con un “è arte…” ciò che non capiamo significa non tenere conto del fatto che ogni artista conduce una propria riflessione, un proprio pensiero, un proprio scopo. Così, il “Visage” di Picasso non è altro che un volto disegnato, ma piegato per dargli tridimensionalità: appare totalmente astratto ai nostri occhi, eppure nasconde una ricerca personale dell’artista che vuole andare oltre la concezione normale del ritratto.

Altre opere, come la Danzatrice di Marino Marini in apertura di mostra, sono già più vicine al nostro modello occidentale. La ballerina, tra l’altro, a me ricorda nella posa, la Ballerina scolpita da Degas con tanto di tutù. Questa di Marino Marini, però, non ha il tutù né le scarpette, ma ha volto e forme allungate e sproporzionate che si avvicinano a certe opere di arte tribale che effettivamente le sono poste intorno. Tutto torna, tout se tient.

Maschere di legno che raffigurano figure ibride, diaboliche e mostruose. Vi sembrano esotiche? Niente affatto, sono svizzere.

La mostra è realizzata in collaborazione con Electa, che ha curato lo splendido catalogo.

Due mostre da non perdere. Due musei da non perdere

Le due mostre di cui ho brevemente parlato qui, La stanza di Mantegna e Je suis l’autre, sono ospitate in due musei che a loro volta sono due eccezionali istituzioni e monumenti.

Palazzo Barberini

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Nascita del Battista, Maestro dell’Incoronazione di Urbino, prima metà del XV secolo, Palazzo Barberini, Roma

Palazzo Barberini è la sede della Galleria Nazionale che conta opere che vanno dal Medioevo puro, quello delle Madonne dipinte su fondo oro, all’epoca della Controriforma di cui è protagonista Caravaggio col suo Narciso, passando per la Fornarina di Raffaello. Opere e autori che hanno fatto la storia dell’arte; uno splendido palazzo di cui potrete notare la magnificenza negli splendidi soffitti affrescati del pianoterra e nelle sale magnifiche del primo piano, tra cui il grande salone affrescato da Pietro da Cortona. Un palazzo che è innanzitutto palazzo storico con una sua precisa identità: edificio barocco, di proprietà della famiglia papale dei Barberini, alla sua realizzazione hanno lavorato, insieme a Carlo Maderno, sia Bernini che Borromini, i due architetti eterni rivali nella Roma del Seicento. Tra di essi non poteva correre buon sangue, ognuno impegnato com’era ad affermare se stesso rispetto all’altro per averne fama, gloria, onori, ma soprattutto lavori.

Museo Nazionale Romano – Terme di Diocleziano

Monumento assoluto, della romanità, dell’architettura antica, dello scorrere dei secoli e testimone di come un intero quartiere possa adeguare se stesso alle strutture preesistenti di un complesso davvero enorme. Le Terme di Diocleziano furono l’edificio pubblico più grande dell’impero romano e occupavano uno spazio immenso, tale da condizionare la struttura dell’attuale Piazza della Repubblica, così perfettamente circolare, e gli edifici circostanti; tale da condizionare la pianta (e pure la facciata) della chiesa di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, che è ricavata in alcuni ambienti delle antiche terme; tale da coinvolgere addirittura Michelangelo nella realizzazione di un grande chiostro retrostante la chiesa (per me uno dei luoghi più belli di tutta Roma, tra l’altro).

terme di diocleziano chiostro michelangiolesco

Il Chiostro michelangiolesco ricavato all’interno delle Terme di Diocleziano

Il museo è dedicato principalmente alla scultura romana, accoglie una ricca sezione epigrafica, cioè dedicata alle iscrizioni latine, e inoltre ospita, al piano superiore, un’intera sezione dedicata alla protostoria del Lazio, ovvero ai ritrovamenti relativi all’età del bronzo e del ferro e ai corredi delle tombe, alcuni dei quali davvero ricchi.

Nemi, il borgo delle fragole, il lago della dea

Un lago che nasconde un vulcano. Già questo basterebbe a fare di Nemi un luogo magico.

Ma non c’è solo questo. C’è una storia più che millenaria, ancestrale, fatta di miti e di riti, formatisi e praticati sulla bocca del vulcano estinto; c’è una dea il cui culto ancora ci sfugge nel dettaglio, ma che sicuramente nei boschi qui intorno aleggiava col suo spirito. C’è poi l’esagerazione di un uomo, che si sentiva pari agli dei (gliel’avevano fatto credere, del resto, come avrebbe potuto dire che si sbagliavano?) e che sul lago aveva costruito due navi enormi, fatte semplicemente per stare in rada qui, come due città galleggianti. C’è poi il tempo che tutto nasconde, la memoria collettiva cui nulla sfugge, e un’altra esagerazione di un altro uomo, che voleva a tutti i costi riportare in vita quelle navi, prosciugando, dunque snaturando il lago. E chissà se la dea si è adirata, al punto da far andare in fiamme dopo solo 12 anni di aria aperta, e dopo quasi 2000 sott’acqua, quegli scafi, simbolo di un impero ormai perso per sempre.

nemi lago di nemi

Questa, in estrema sintesi, la storia del Lago di Nemi.

Siamo nella zona dei Castelli Romani. Qui vicino c’è il Lago d’Albano, un altro laghetto vulcanico su cui si affaccia Castel Gandolfo, la residenza papale estiva. Tra i due laghi invece si colloca Ariccia, nota ai più per la porchetta, a chi ama l’archeologia per il suo antichissimo passato, romano e preromano.

La strada che conduce a Nemi è la via dei Laghi, in parte panoramica in parte addentro un bosco che, si scopre, è piuttosto antico. Si arriva a Nemi dopo aver percorso a tradimento una discesa in galleria a spirale del tutto inaspettata.

Il borgo di Nemi

Nemi

Passeggiando per il borgo di Nemi

Superata questa galleria , eccoci a Nemi. Ci accoglie il manifesto “il borgo delle fragole“, e non tarderemo a scoprire perché: la fragolina di bosco è tipica di queste parti e a Nemi è protagonista di alcuni dolci e liquori: la tartelletta, il tiramisù, il fragolino. Una delizia senza pari.

Il borgo sorge in cima al cratere del vulcano, e guarda il lago dall’alto verso il basso. Un borgo medievale, con una via centrale sulla quale affacciano i vari ristorantini, negozietti e botteghe che per un verso o per l’altro ci ricordano sempre le fragole. Un borgo colorato, come colorati sono i balconi, fioriti di gerani rossi e rosa. Infatti Nemi, oltre che “borgo delle fragole” è il borgo dei fiori.

Non c’è ristorante che non offra una veranda con vista sul lago. Il panorama è oggettivamente mozzafiato: la vista spazia fin sull’altro versante del cratere, dove sorge Genzano, un altro dei Castelli Romani. In basso invece, in uno spazio pianeggiante, un doppio capannone rosa attira l’attenzione: è il museo delle navi romane di Nemi.

Le navi di Caligola

L’imperatore Caligola, che le fonti storiche ci riportano come pazzo dissennato, effettivamente qualche mania di grandezza l’aveva: per esempio, fece costruire appositamente perché stessero sul lago di Nemi, senza navigare, due grandi navi. Non si sa per quale motivo le avesse volute: due palazzi galleggianti, come se fossero una residenza estiva? Le fonti ci raccontano che sul ponte erano costruiti edifici, forse un tempio, le terme… insomma, erano due navi da crociera ante litteram, con la differenza che queste non avrebbero mai levato l’ancora!

Alla morte di Caligola, tutto ciò che questo giovane e spregiudicato imperatore aveva fatto fu cancellato dai suoi detrattori e fu condannato alla damnatio memoriae, ovvero alla cancellazione perché non ne rimanesse il ricordo: la peggiore delle punizioni per un personaggio che invece aveva voluto imporsi come pari agli dei! Il suo nome fu abraso dalle iscrizioni sui monumenti pubblici, le sue statue furono decapitate, le navi del lago di Nemi furono fatte affondare. E si adagiarono per sempre sul fondale.

museo navi nemi

L’interno del museo delle navi di Nemi oggi

Per sempre fino a un certo punto. La memoria delle navi affondate era rimasta e tornò a farsi prepotente nel Quattrocento, in pieno Umanesimo, momento di riscoperta della cultura classica: persino un personaggio del calibro di Leon Battista Alberti si impegnò a ripescare le navi. Ma più di qualche pezzo di legno dello scafo non riuscì a recuperare. Nei secoli a seguire vi furono altri tentativi ma fu in pieno regime fascista che la volontà di riportare in luce le navi si fece forte: l’ideologia fascista del rinnovato impero romano aveva bisogno anche del ripescaggio delle navi di Caligola per poter alimentare la propaganda.

Si fecero vari tentativi, alla fine si decise di prosciugare il lago per mettere in secca le navi e finalmente estrarle: fu un’operazione ingegneristica davvero senza precedenti, propaganda nella propaganda. Le navi furono quindi prelevate interamente, complete dei loro arredi bronzei. Per entrambe fu realizzato un museo specifico, sulla riva del lago, che somigliasse ad un grande cantiere navale moderno: il Museo delle navi romane. L’architetto Morpurgo, lo stesso che aveva realizzato il museo dell’Ara Pacis, fu incaricato dell’opera. E davvero realizzò un’architettura d’impatto.

Il museo delle navi romane

Le navi furono dunque esposte nel museo nel 1932. Insieme ad esse fu esposto il materiale rinvenuto a bordo: non rimaneva molto delle grandiose architetture favoleggiate dalle fonti antiche, però comunque vi era abbastanza per comprendere che si trattava di un’opera eccezionale, sia di ingegneria che di ostentazione di potenza e lusso.

Con lo scoppio della Seconda Guerra mondiale gli arredi in bronzo, più preziosi, vengono riparati altrove. Gli scafi, intrasportabili, restano al museo, protetti da quattro custodi. il 28 maggio del 1944 i Tedeschi intimano ai custodi di lasciare il museo; lo occupano loro. Il 31 maggio vi sono bombardamenti da parte degli Alleati su Nemi, ma il museo è salvo. Solo nella notte, a combattimenti finiti, avvampa l’incendio. L’indagine successiva chiarirà che le fiamme sono state appiccate dolosamente dai Tedeschi (ho raccontato tutto in questo post).

museo delle navi nemi

Lucerne votive (offerte sacre) nel santuario di Diana Nemorense. Museo delle Navi romane di Nemi

Fumo, le navi di Nemi sono andate in fumo. Dopo quasi 2000 anni placidamente sul fondo del lago, dopo 12 anni di gloria, sono andate in fumo. Oggi il Museo delle Navi romane oltre a raccontare la storia del ripescaggio e quella, meno gloriosa, dell’incendio, mostra alcuni dei materiali del fasciame delle navi (gli arredi bronzei sono invece esposti al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme a Roma). Inoltre, il museo espone i risultati delle ricerche archeologiche condotte nel territorio. Un territorio ricco da sempre di luoghi di culto e che ha restituito notevoli depositi votivi, a partire dal Santuario di Diana Nemorense, a poche centinaia di metri dal museo.

Diana Nemorense

diana nemorense

Il simulacro arcaizzante della dea Diana (copia dell’originale al Museo NY Carlsberg di Copenhagen

Diana è il nome romano della dea greca Artemide, dea vergine dei boschi e della caccia, dea in aperta contraddizione con il mondo maschile e con la società civile: non si sposa, fa divorare dai cani quel povero Atteone colpevole di averla vista nuda suo malgrado, punisce le ninfe che le si accompagnano e che ogni tanto cedono a qualche scappatella con il dio o con il mortale di turno. Divinità complessa già in Grecia, nell’Italia preromana è ancora più difficile coglierne le peculiarità. A Nemi pare che il culto fosse triplice: una triade divina, formata da Artemide, Selene (dea della Luna e dei cicli di vita) ed Ecate, dea protettrice delle nascite. Una divinità in tutto e per tutto femminile, cui le donne si rivolgevano in particolari feste nel corso dell’anno.

Intorno alle rive del lago, che veniva chiamato Speculum Dianae (specchio di Diana) si stendeva un bosco sacro alla dea. Qui, in epoca preromana si consumava il rito e insieme il mito del Rex Nemorensis: il sacerdote di Diana era uno schiavo fuggitivo che per prendere quel ruolo aveva dovuto uccidere il sacerdote precedente e doveva passare la vita a difendersi dai successivi pretendenti. Un culto complicato, vi dicevo, che però è diventato una pietra miliare negli studi di antropologia, grazie a un capolavoro letterario: Il Ramo d’Oro di James Frazer.

Di Diana Nemorense sopravvive – male – il santuario, costituito dal recinto sacro nel quale si innalzava il tempio della dea. Negli anni passati sono stati condotti scavi importanti perché hanno portato alla luce parti della statua di culto, elementi ifondamentali per definire l’architettura e le fasi di vita del tempio e dei suoi annessi. Purtroppo però, e duole dirlo, il tempio sopravvive, in abbandono, e per poterlo vedere bisogna sperare che il proprietario dell’azienda agricola, nella quale bisogna entrare per vederne i resti, sia di buon umore. Decisamente una fine ignominiosa per la grande dea e per ciò che ha significato per secoli per generazioni di fanciulle italiche e poi romane.

 

Fiumicino: oltre all’aeroporto c’è di più

Se vi dico Fiumicino, voi tutti pensate solo ed esclusivamente all’Aeroporto Leonardo Da Vinci, l’aeroporto più importante d’Italia, attraverso il quale ogni giorno fanno scalo, atterrano e decollano migliaia di persone.

Lo pensavo anch’io, fino a qualche tempo fa. Poi per lavoro ho cominciato a frequentarla, e ho scoperto che oltre all’aeroporto c’è di più. Fiumicino è infatti una città dalla storia antica e anche gloriosa, con una vocazione territoriale da sempre legata ai viaggi, alle partenze e agli arrivi.

Ripercorriamone la storia, e i luoghi, insieme.

fiumicino

1) Portus, il porto di Roma

In età romana la linea di costa era molto più arretrata di ora, e tutta l’area su cui oggi sorge la moderna Fiumicino era alto mare. La foce del Tevere era molto più arretrata, ed era navigabile. Laddove ora sorge il moderno abitato sparso di Fiumicino, e dove si trova il vialone che porta all’aeroporto, invece, sorgeva il grande bacino del porto imperiale che l’imperatore Claudio, nel I secolo d.C. aveva voluto per dotare Roma di un porto degno della capitale dell’Impero.

area archeologica dei porti di claudio e di traiano

Un settore dellarea archeologica dei porti di Claudio e di Traiano: i magazzini severiani, che affacciano sul bacino esagonale ancora oggi pieno dacqua

Dove sorgeva il porto di Claudio – Museo delle Navi

Non è facile, percorrendo oggi quelle strade (viale dell’Aeroporto, Via Guidoni, via della Foce Micina e via Coccia di Morto), immaginare di trovarsi all’interno di un porto, dunque in mezzo all’acqua, tra navi cariche di anfore e di merci accolte nell’abbraccio di due lunghi moli e con il conforto dell’imponente Isola Faro ottenuta, dicono le fonti, affondando la nave di Caligola e erigendovi sopra un grande faro monumentale (raffigurato in alcuni mosaici di Ostia e di Isola Sacra).

necropoli di Porto

Il faro di Porto raffigurato su un grande mosaico della Necropoli di Isola Sacra

Lungo via Guidoni, sul rettilineo che porta alla rotonda dell’Aeroporto, sulla sinistra si colloca l’edificio del Museo delle Navi: chiuso da qualche anno per restauri, al suo interno ospita gli scavi delle navi rinvenute grazie a scavi archeologici condotti in profondità proprio all’interno di questo bacino portuale. Alle spalle del Museo, infatti, si individua la struttura imponente e rettilinea del molo settentrionale del Porto, mentre in direzione dell’aeroporto un edificio di età romana è stato identificato come l’antica Capitaneria: un ambiente chiuso aveva il soffitto dipinto con remi di barche e la rappresentazione del faro. Molto suggestivo, ma chiuso al pubblico (per ora). Dall’altra parte della strada, invece, si colloca l’area di Montegiulio: sopraelevata, erano i primi edifici che chi entrava nel Porto di Claudio incontrava: un edificio termale (le terme non mancavano mai presso i Romani) e una grande cisterna. Ma il grosso dei resti archeologici relativi all’antico porto sta altrove.

Area archeologica dei Porti di Claudio e di Traiano

Lungo la via Portuense si trova l’ingresso dell’area archeologica dei porti di Claudio e di Traiano: costoro sono gli imperatori romani che in due riprese realizzarono il grandissimo porto di Roma. L’accesso è gratuito, ed è visitabile in primavera ed autunno dal giovedì alla domenica con possibilità di visite guidate e laboratori didattici a cura di Navigare il Territorio. Si esplorano gli antichi magazzini e i moli, cercando di calarsi in un luogo in cui oggi è tutto verde, grandi prati e boschi, mentre un tempo c’era il mare. Ci vuole una buona dose di immaginazione, ma le solide colonne dell’area delle “Colonnacce” e del “Portico di Claudio” rendono ancora l’idea dell’imponenza, della monumentalità, dell’impatto che su un marinaio straniero, suddito dell’Impero, doveva fare la porta di Roma sul mare.

area archeologica dei porti di Claudio e di Traiano

Le Colonnacce, l’imponente strada colonnata che introduceva al Porto di Claudio, affaccio di Roma sul mare

Tutt’intorno furono costruiti magazzini per lo stoccaggio delle merci: grano, vino, olio, garum (l’equivalente della nostra colatura di alici, ma decisamente più grezza), ma anche olive, frutta secca, e marmi, perché no. I magazzini si disponevano tutto intorno al portico e alla retrostante darsena. Poi, in un momento successivo, l’imperatore Traiano decise di ampliare il porto: costruì un grande bacino esagonale, intorno al quale si andarono a disporre ulteriori magazzini e attracchi per le navi.

Nell’area archeologica si incontra anche, in una bella radura, un casale rosso: è il Casale Torlonia, realizzato negli anni ’30 durante la grande stagione della Bonifica. Quella di Fiumicino, infatti, è una piana che per secoli è stata paludosa e malarica. Nei primi decenni del Novecento fu avviata dal Regno d’Italia un’intensa stagione di bonifica delle terre paludose italiane. Nel Lazio vennero a lavorare comunità intere di “Ravennati”, uomini che dopo aver bonificato il loro delta del Po avevano acquisito una competenza tale da poter lavorare anche nelle altre parti d’Italia che ne avessero bisogno. Qui come ad Ostia antica, la loro presenza fu fondamentale per rendere fertile e vivibile questa fetta di territorio.

Oasi naturalistica di Porto

area archeologica dei porti di Claudio e di Traiano

Laffaccio sul bacino esagonale di Traiano, oggi oasi naturalistica, un tempo il più importante scalo marittimo del Mediterraneo

Il bacino esagonale realizzato dall’imperatore Traiano non fa parte dell’area archeologica: esso lo si può vedere da un punto panoramico al di sopra dei magazzini che affacciavano un tempo su di esso. Il bacino oggi fa parte, invece, dell’Oasi di Porto, che è il luogo preferito da uccelli palustri e migratori che qui giungono per nidificare. È possibile accedere a pagamento all’Oasi di Porto e fare una visita naturalistica alla scoperta delle specie animali, ma anche di quelle vegetali con una visita guidata (anche in calesse, volendo). I bambini ne saranno entusiasti. E anche gli adulti…

Dal punto di vista archeologico e architettonico, è un immenso bacino, ampio 34 m, completamente costruito e pavimentato al di sotto. Fu realizzato in questa forma perché era quella che meglio consentiva l’attracco di più navi contemporaneamente. Tutt’intorno sulle banchine sorgevano gli hangar per il ricovero delle navi e i magazzini di stoccaggio delle merci. Oggi rimane ben poco delle imponenti strutture che un tempo sorgevano in questo luogo. Un paesaggio che era completamente antropico e che invece, in poco meno di due millenni è tornato in mano alla natura.

2) Isola Sacra

necropoli di porto

La necropoli di Porto a Isola Sacra Fiumicino)

Tra Ostia antica e Porto si stende una fascia di territorio nota come Isola Sacra. Si stende tra la riva Nord del Tevere e la Fossa Traiana. Nell’antichità questa fascia di terra era attraversata dalla via Flavia Severiana che collegava il Porto con la città di Ostia dove abitavano molti di coloro che lavoravano nel porto di Roma. Portus infatti ebbe dignità di città solo molto tardi, con l’imperatore Costantino. Prima invece era sotto la giurisdizione di Ostia.

A Isola Sacra è sentito il culto di Sant’Ippolito. La chiesa, una basilica paleocristiana dalla vita piuttosto turbolenta, accolse le reliquie del martire Ippolito; oggi sopravvive il bel campanile, che fu fortificato nel XVI secolo, mentre la chiesa è venuta in luce grazie a scavi archeologici.

La necropoli di Porto

A Isola Sacra era installata, e si trova tutt’ora, la necropoli di Porto, ovvero la necropoli che accoglieva le tombe di coloro che vivevano e lavoravano a Portus. Come ogni necropoli monumentale che si rispetti, si trovava fuori dal centro abitato, lungo quella via Severiana di cui sopra. Le sue tombe sono monumentali, sembrano tante piccole case affacciate sulla strada. Molte di esse sono decorate anche all’interno, con mosaici, stucchi e pitture. Sulla facciata spesso era il nome del defunto o della sua famiglia, con l’iscrizione sepolcrale che ricordava chi aveva dedicato il monumento. La passeggiata è di una pace assoluta, la bellezza e la quiete di questo luogo resta immutata dopo millenni.

necropoli di porto

Tombe monumentali della necropoli di Porto

Sant’Ippolito

La basilica di Sant’Ippolito è lo scavo archeologico di ciò che resta della splendida basilica paleocristiana dedicata al martire Ippolito che da queste parti fu martirizzato: gettato in un pozzo nei pressi del Tevere. Gli scavi, condotti negli anni ’70 e ripresi poi negli anni ’90, hanno restituito l’intera planimetria della basilica, che era a tre navate, aveva l’abside, fu costruita intorno al IV secolo d.C. in un quartiere che era densamente costruito fin da età adrianea. Del resto Porto (e la necropoli) non sono lontani. Anzi, la necropoli è molto vicina, mentre la Fossa Traiana è a poche decine di metri da qui.

sant'ippolito Isola Sacra

L’abside della basilica paleocristiana di Sant’Ippolito a Isola Sacra, Fiumicino

Gli scavi rivelarono, nello spazio sotto l’altare, una serie di strati e di livelli che indiziavano qualcosa di eccezionale: alla fine venne in luce: una sepoltura, in un sarcofago reimpiegato di età romana, nel quale oltre alle ossa di cinque defunti fu rinvenuta una piccola iscrizione, non particolarmente curata, ma molto efficace: recita infatti Hic requiescit Beatus Yppolitus Martyr: qui riposa in pace il Beato Ippolito Martire. Uno di quei ritrovamenti da far strabuzzare gli occhi e il cuore. E in effetti, qui a Sant’Ippolito il 5 ottobre, festa del santo, si svolge la processione e la messa. Il bel campanile romanico campeggia e protegge tutto l’intorno. Un luogo di pace.

La foce del Tevere

Isola Sacra è una vasta piana che fu bonificata negli anni Trenta. Qua e là si vedono ancora dei grandi casali, costruiti negli anni ’20-’30; qua e là vi sono ancora ampie fette di campi coltivati o dove pascolano greggi di pecore: è tutto molto bucolico, in effetti, ma ahimè il forte abusivismo edilizio che dagli anni ’70 si protrae ancora oggi ha compromesso questo bel territorio rovinandolo, per cui passando per strada sembra più una brutta periferia che un’area a destinazione agricola.

Ha comunque il suo fascino la foce del Tevere, navigabile, presso le cui rive sono attraccati pescherecci e motoscafi. L’effetto è molto pittoresco, il fiume è vivo, vissuto. Lungo le rive tra club privati, ristoranti di lusso e cantieri navali c’è fin troppo traffico, ma la vista del fiume che si getta in mare è notevole.

3) Il centro di Fiumicino

fiumicino centro

Il Borgo Valadier affaccia sul Canale di Fiumicino, la Fossa Traiana che costituisce la seconda foce del Tevere

Oltrepassato il Ponte 2 Giugno, un ponte levatoio di recente costruzione, si arriva nel centro storico di Fiumicino. Il centro storico in effetti non è molto esteso: consiste in una stecca di edifici, la Stecca Valadier, che affaccia sulla Fossa Traiana. Una breve serie di edifici, tra i quali la chiesa, costituisce il cuore del centro urbano di Fiumicino. Il centro, in realtà è più ampio, si distende lungo i due argini della Fossa Traiana; dalla parte opposta, infatti, si sviluppa la Darsena con il porto marittimo.

La Stecca Valadier, o Borgo Valadier, è appunto il piccolo quartiere affacciato sul canale di Fiumicino, che fu progettato da Giuseppe Valadier nel 1823, per abbellire l’arrivo a Roma via mare. Giuseppe Valadier fu un importante architetto e urbanista del XIX secolo: suo è ad esempio il progetto di Piazza del Popolo a Roma, per dirne uno.

All’epoca Fiumicino era sotto lo Stato Pontificio, e l’arrivo a Roma via mare avveniva tramite il canale di Fiumicino e su lungo il Tevere. Anche oggi il fiume è navigabile e vi sono battelli che risalgono fino alla Capitale. Sul canale antistante la Stecca Valadier sono ormeggiati pescherecci e barconi che rendono questo tratto finale di fiume molto pittoresco e caratteristico. Il lungo canale, poi, è una piacevole passeggiata. Sul lato della Stecca gelaterie, ristorantini e localini che preparano il classico “cuoppo” di pesce fritto d’asporto c’è di che godere anche un buon pranzo.

Roma barocca: 3 chiese per scoprirla

Roma è una città che non finirà mai di stupirmi.

Una città stratificata dove, da 2000 e più anni fa fino a noi è stata vissuta, costruita, ricostruita; è stata sempre capitale, che fosse dell’impero romano, o del Papato, o d’Italia, Roma è sempre stata il centro del mondo. Questa sua centralità si avverte in ogni tempo, nella monumentalità dei suoi resti romani, nella grandiosità delle sue chiese, delle sue piazze, delle sue fontane, dei suoi giardini e dei suoi palazzi pubblici e privati. In mezzo scorre il Tevere, placido ma non troppo, testimone silenzioso di tutti i cambiamenti che la città ha vissuto e vive fin dal 753 a.C., anno convenzionale della sua fondazione.

Oggi voglio parlare di 3 chiese barocche di Roma. Sì, perché il Barocco è stato a Roma un momento di grande sviluppo artistico in tutte le arti, dall’architettura alla scultura alla pittura e alle arti decorative. Le chiese sono le migliori rappresentanti di quest’epoca, che si colloca tra il Seicento e il Settecento.

Come in un itinerario, visiteremo Sant’Andrea della Valle su via Vittorio Emanuele, San Luigi dei Francesi, alle spalle di Piazza Navona, e Sant’Ignazio di Loyola, alle spalle di via del Corso.

Sant’Andrea della Valle

Questa chiesa è nota per essere l’ambientazione del primo atto dell’opera lirica Tosca di Giacomo Puccini, nel quale il pittore Mario Cavaradossi, uno dei protagonisti, sta affrescando una cappella.

In realtà la chiesa accoglie gli affreschi di due grandi nomi della pittura italiana: Domenichino e Mattia Preti. Quest’ultimo, calabrese di nascita, operò per lungo tempo a Roma prima di approdare a Napoli dove divenne uno dei maggiori esponenti della pittura napoletana. Per la chiesa di Sant’Andrea della Valle affresca l’abside con le tre scene del martirio di Sant’Andrea: il santo, raffigurato anziano, ma con il corpo forte e vigoroso, viene legato ad una croce i cui bracci a X sono quelli con cui si identifica la famosa “croce di Sant’Andrea”, quella che un tempo si trovava ai passaggi a livello dei treni.

Sant'Andrea della Valle

L’abside di Sant’Andrea della Valle con i dipinti di Mattia Preti che raffigurano il martirio del santo

La volta dell’abside, con le storie della vita del Santo è invece affidata ad un altro grande pittore, il Domenichino, mentre la decorazione della cupola è affidata a Giovanni Lanfranco. Di Domenichino, al secolo Domenico Zampieri, si dice fosse molto timido e introverso, da cui il diminutivo nel nome. La sua timidezza non gli impedì di mostrare la sua arte, così lavorò per alcune importanti commissioni in varie chiese e palazzi pubblici di Roma; inoltre, com’era abitudine per molti pittori del suo tempo, si spostò in altre città d’Italia, come Bologna e Volterra, e ovunque realizzò dipinti su commissione dei nobili e degli alti prelati del luogo.

sant'andrea della valle

La cupola di Sant’Andrea della Valle

La chiesa appare al suo interno dorata e vivace. Stucchi dorati alle pareti, animate da tante cappelle laterali, dorature anche al soffitto, dipinto anch’esso: per goderne in comodità sono stati sistemati due specchi nel mezzo della navata, in modo da ammirare i dettagli senza farsi venire il torcicollo.

Per meglio conoscere la chiesa si può ascoltare l’audioguida che per una decina di minuti accompagna il visitatore nel percorso di visita. L’audioguida, messa a disposizione da un gruppo di giovani volenterosi, è gratuita, anche se è consigliato, giustamente, lasciare un’offerta.

San Luigi dei Francesi

Questa chiesa è nota per una cappella, ed è infatti di quella che vi parlo: la Cappella di San Matteo i cui tre dipinti portano la firma di un pittore d’eccezione della Roma dell’età della Controriforma: Michelangelo Merisi detto il Caravaggio.

san matteo caravaggio

La Cappella di San Matteo dipinta dal Caravaggio nella chiesa di San Luigi dei Francesi

Questo pittore gode di una grandissima fortuna ancora oggi: vita trascorsa tra genio e, soprattutto, sregolatezza, punta la sua arte su alcuni aspetti che sono la sua firma: il forte chiaroscuro e lo studio della luce, che anima i suoi soggetti con un forte intento drammatico; come se fosse l’occhio di bue che si utilizza a teatro, il soggetto principale è sempre colpito da una luce che mette in ombra tutto il resto. Intorno si dispone la scena e i vari personaggi, variamente colpiti dalla luce a seconda della loro funzione e importanza nel dipinto.

Nella Cappella di San Matteo si trovano 3 dipinti dedicati alla vita del Santo: la vocazione, la scrittura del Vangelo e il martirio.

La vocazione di San Matteo è forse uno dei dipinti più noti di Caravaggio. In esso è rappresentato il futuro santo al tavolo con altri avventori mentre conta i soldi (Matteo nel Vangelo è un pubblicano, ovvero un esattore delle tasse). Dalla parte opposta Gesù lo indica con un dito. Da dietro di lui, seguendo il suo dito, un fascio di luce si distende ad evidenziare il volto di Matteo, il quale sembra dire “Ma chi, io?“. La luce viene da un punto preciso, in alto a destra. Vedremo poi perché.

vocazione di san matteo

La Vocazione di San Matteo, Cappella di San Matteo in San Luigi dei Francesi

Il secondo dipinto, centrale nella Cappella, è San Matteo che scrive il Vangelo seguendo l’ispirazione dell’Angelo. In una prima versione l’angelo proprio conduceva la mano dell’Evangelista. In questa invece l’Angelo gli suggerisce cosa scrivere. Lui, col volto lievemente piegato all’insù ha lo sguardo attento di chi deve memorizzare qualcosa di importante per poterlo riferire. La luce, nel dipinto, promana dall’angelo, posto in alto nella rappresentazione.

Il terzo dipinto, infine, sulla parete destra della Cappella, rappresenta il martirio di San Matteo. Il santo è a terra, nella sua veste bianca, colpito da un fascio di luce che irradia da sinistra, investe il personaggio seminudo, il carnefice. Questo personaggio ha il volto feroce di chi sta compiendo un efferato omicidio e la scena stessa, così cruda, sembra la rappresentazione di un volgare assassinio. La scena sembra inclinata verso lo spettatore, che si sente ancora più coinvolto.

san matteo caravaggio

La Cappella di San Matteo dipinta da Caravaggio in San Luigi dei Francesi

La luce naturale, nella cappella, entra da una finestra posta in alto al centro, sopra la scena dell’Angelo che detta il vangelo a San Matteo, e si irradia sui due lati della cappella scendendo obliquamente, dall’alto verso il basso. Così si spiega la direzione dei fasci di luce che illuminano i dipinti: Caravaggio ha realizzato le tre opere appositamente per questa cappella, tenendo conto proprio della luce naturale. Oggi per meglio cogliere i dettagli, è richiesto un obolo: 50 cent, 1 o 2 € per poter illuminare artificialmente la cappella e meglio godere dei dettagli dei dipinti di Caravaggio.

Sant’Ignazio di Loyola

La terza chiesa di questo percorso nel Barocco è dedicata a Sant’Ignazio di Loyola, il santo fondatore della Compagnia di Gesù. Quest’ordine religioso si identifica con i missionari che dal Seicento in avanti andavano nelle Americhe al seguito delle truppe spagnole e imponevano in maniera più o meno forzosa la religione cristiana alle popolazioni quechua del Perù e amerindie dell’Amazzonia. Ma furono missionari in tutto il mondo, anche in Asia e in Africa.

Sant'Ignazio di Loyola

Una parte del soffitto affrescato di Sant’Ignazio di Loyola

La chiesa di Sant’Ignazio fu voluta dal cardinale Ludovico Ludovisi che era nipote del papa che aveva canonizzato Ignazio di Loyola: un modo per confermare la devozione in un grande uomo di chiesa e la forte vicinanza alla politica papale.

Sant'Ignazio di Loyola

Parte del soffitto affrescato con la falsa cupola e in fondo l’abside. Sant’Ignazio è una potenza del barocco romano

La Compagnia di Gesù in pochissimo tempo era diventata molto influente presso tutte le corti d’Europa ed aveva acquisito un certo potere, tanto da riuscire a imporsi nella scelta di architetti e artisti nella realizzazione della chiesa: inizialmente affidata al Domenichino, la realizzazione del progetto fu invece data al gesuita Orazio Grassi – architetto e scienziato acerrimo avversario di Galileo – il quale, in un clamoroso plagio, utilizzò due disegni del Domenichino che ad un primo esame dei Gesuiti erano stati scartati e presentò così il suo progetto. Domenichino era timido, ma non stupido, e si ritirò dal lavoro sbattendo la porta.

La chiesa è famosa per il suo soffitto dipinto, la cosiddetta “Quadratura” di Andrea Pozzo: rappresenta in maniera prospettica un altro tempio, sovrapposto alla chiesa di Sant’Ignazio, come se fosse un tempio celeste sovrapposto a quello terrestre, animato da tante figure variopinte e dalla scena della Gloria di Sant’Ignazio. Le architetture di questo tempio celeste richiamano le grandiose architetture romane del passato, idealizzate: architetture potenti, gloriose, bianche e splendenti, dalle quali si affacciano figure di santi e di sante, angeli e profeti; il cielo, azzurro, è solcato da qualche nuvoletta, come spesso accade nei cieli barocchi.

Ancora Andrea Pozzo rappresenta, più avanti, l’interno della falsa cupola, dipingendo in maniera prospettica una cupola che in realtà non esiste, non essendo mai stata realizzata. Questo soprattutto è un bel gioco di illusionismo che frega letteralmente gli occhi di chi osserva.

Trionfo del barocco romano, anche questa chiesa, come le altre due di cui ho parlato qui, è una delle tappe imperdibili per scoprire la Roma del Seicento.

Canaletto 1697-1768: la mostra sul pittore veneziano al Museo di Roma Palazzo Braschi

Il Museo di Roma Palazzo Braschi ospita fino al 19 agosto 2018 la mostra Canaletto 1697-1768.

L’ho visitata appena ne ho avuto l’occasione, perché ammiro tantissimo Canaletto per la sua capacità di dipingere, come in una fotografia, i minimi dettagli di persone, edifici, luoghi e luce. Poi, amo per mia deformazione professionale, le vedute di antichità, quei “Capricci” che piacevano tanto ai pittori a cavallo del Settecento. E anche in questo campo Canaletto si è saputo distinguere.

mostra canaletto palazzo braschi

La mostra, infatti, si apre con un giovane Canaletto, al secolo Antonio Canal, che trovandosi a Roma per realizzare le scenografie di due spettacoli teatrali, ne approfitta, tra il 1719 e il 1720, per farsi suggestionare dalle antichità romane, per assimilarle e per riproporle in alcune opere che ritraggono architetture di fantasia, ma nelle quali è incredibile l’attenzione al dettaglio realistico: come nel “Capriccio architettonico” del 1723, nel quale inserisce una colonna in marmo, antica, restaurata con due grappe metalliche che fanno sì che resti in piedi. Sono proprio i dettagli a fare la differenza nelle opere di Canaletto.

capriccio architettonico canaletto

Canaletto, Capriccio architettonico, 1723 Credits: museodiroma.it

Del periodo romano, però, è notevole un altro grande dipinto, che realizza insieme a Bernardo Canal: Santa Maria d’Aracoeli e il Campidoglio, del 1720, dove la nostra attenzione è attratta da quel filo di panni stesi in uno dei punti più monumentali, da sempre, di Roma.

canaletto santa maria aracoeli

Bernardo Canal e Canaletto, Santa Maria in Aracoeli e il Campidoglio, 1720. Credits: museodiroma.it

Ma naturalmente Canaletto è famoso nel mondo per le sue vedute di Venezia. Il pittore dipinge Venezia in tutte le sue forme, celebrandone la monumentalità, la bellezza, l’intensa vitalità, e i grandi eventi, come Il ritorno del Bucintoro nel giorno dell’Ascensione. Il Bucintoro è la grande barca del Doge, ricchissima di ori e di decorazioni, uno dei simboli della Repubblica di Venezia. Sarà barbaramente e miseramente depredato degli ori e distrutto durante l’occupazione napoleonica, che qui fece gravissimi danni al patrimonio artistico (lo racconta molto bene Alessandro Marzio Magno nel suo Missione Grande Bellezza).

canaletto bucintoro

Canaletto, Il ritorno del Bucintoro nel giorno dell’Ascensione, 1729. Credits: commons.wikimedia.org

Canal Grande, con i suoi affacci e i suoi ponti, in particolare Rialto, sono i suoi soggetti preferiti. Piazza San Marco, Santa Maria della Salute, i luoghi più noti di Venezia sono stati catturati dal pennello attentissimo di questo grande vedutista. “Va sempre sul loco e forma tutto sul vero” dicono di lui i suoi contemporanei.

canaletto venezia

Canaletto, La Torre dell’Orologio in piazza San Marco, 1730. Credits: museodiroma.it

Negli anni diventa un punto di riferimento per i collezionisti stranieri, sia ambasciatori che aristocratici che compivano il Grand Tour. Anzi, acquistare un dipinto del Canaletto nel corso del proprio viaggio in Italia, diventa un vanto per ogni viaggiatore aristocratico. Per questa clientela altolocata egli dipinge alcune opere davvero significative. Tra queste si distingue Il molo verso Ovest, con la colonna di San Teodoro a destra, del 1738, nella quale Canaletto indulge su dettagli cui pochi darebbero importanza, come le gabbie degli animali del mercato che evidentemente si stava tenendo lì. Anche La Torre dell’Orologio in piazza San Marco è un notevole esempio di estrema attenzione ai dettagli minuziosi. Inoltre, in quest’ultimo si coglie tantissimo la profondità dell’immagine.

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Canaletto, Il molo verso ovest con la torre di San Teodoro, 1738. Credits: Museodiroma.it

La cosa che più mi colpisce e mi intenerisce è la presenza, in ogni dipinto, di almeno un cagnolino. Evidentemente a Canaletto piacevano gli animali da compagnia! Li ho notati in quasi tutte le opere e quest’aspetto mi ha stupito. In altre, nel dipingere le tante persone che si affastellano nelle sue scene, inserisce qualche volta un pittore, come se fosse egli stesso a introdursi nella scena. Non per niente in mostra è stata scelta proprio una figurina di pittore per accompagnare il visitatore nel percorso di visita.

Dopo Venezia, Canaletto giunge a Londra, nientemeno. Qui dipinge alcune vedute, tra cui una lunga veduta del Tamigi, che fu poi divisa in due, ed oggi è stata riunita in occasione della mostra: i due proprietari, però, vivono da un capo e dall’altro del mondo.

Negli ultimi anni di attività Canaletto torna a Venezia, e di nuovo ne dipinge con dovizia di particolari la monumentalità e i dettagli di vita quotidiana. Proprio osservando Piazza San Marco, Procuratie nuove, un uomo con in mano una tazzina da caffè ci suggerisce il Caffé Florian, ancora oggi storico caffé veneziano, aperto dal 1720!

Canaletto muore il 20 aprile 1768 e la morte si conclude con l’inventario redatto a mano dei beni a lui appartenuti in vita.

La mostra Canaletto 1697-1768 vi piacerà se amate il Canaletto, i pittori vedutisti e Venezia. A me personalmente piace molto la corrente pittorica settecentesca del Vedutismo, caratterizzata da un’attentissima cura dei dettagli delle vedute di paesaggio, siano essi paesaggi naturali, urbani o antichi. Dal punto di vista di chi semplicemente osserva questi dipinti, essi stupiscono per l’incredibile ricchezza di particolari e per la bellezza di luci e colori che in alcuni casi, come ad esempio Canaletto, si avvicinano alle fotografie. Dal punto di vista dello storico o di chi ama il passato, essi sono invece fonti notevoli di informazioni su come erano i luoghi, come vestivano le persone, come si svolgevano le feste. Tantissime informazioni racchiuse in un’unica tela.

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Canaletto, Il Ponte di Rialto da Nord, 1725. Credits: Museodiroma.it

La mostra Canaletto 1697-1768 ha solo un difetto: non si possono scattare fotografie alle opere! Gli unici fortunati che hanno potuto farlo sono coloro che hanno partecipato all’anteprima per blogger e giornalisti e che hanno utilizzato l’hashtag #CanalettoRoma per taggare le foto. Questo hashtag, tra l’altro, si trova sul dépliant della mostra, come a invitare i visitatori a utilizzarlo a loro volta. Ma come si può fare se è vietato fotografare? Misteri e contraddizioni tra social e mondo reale. A prescindere dalle foto (che poi si recuperano in rete, al sito web stesso del Museo di Roma di Palazzo Braschi come ho fatto io) la mostra merita, anche per la location: è allestita in un palazzo bellissimo che affaccia su Piazza Navona!