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Dieci piccoli borghi in Toscana tutti da scoprire

La Toscana è ricchissima di borghi piccoli, anche piccolissimi, ognuno con una sua anima, ognuno con un buon motivo per farsi scoprire.

In questo post ne ho individuato dieci.

borghi toscana

Figline (Prato)

Prato – Questa piccolissima frazione di Prato è importante per tre motivi legati alla II Guerra Mondiale:

museo deportazione prato

Una di quelle immagini che restano impresse: un prigioniero dei campi di concentramento, ridotto pelle e ossa e costretto a stare nudo davanti alla macchina fotografica nazista

1) è il paese natale di Curzio Malaparte, pseudonimo di Kurt Erich Suckert, giornalista che, dopo aver fatto da reporter per il fronte fascista fino al 1942, poi passò all’Esercito Cobelligerante Italiano accanto agli Alleati, e che come romanziere ha raccontato la Guerra in Kaputt e la Toscana in Maledetti Toscani;

2) ha subito impotente la tragedia dell’esecuzione capitale dei 29 Martiri: il 6 settembre 1944, giorno in cui Prato fu liberata dai Nazifascisti, i Tedeschi pensarono di lasciare un bel ricordo di sé giustiziando con l’impiccagione 29 giovani partigiani stanati la notte precedente. Un eccidio che Figline, Prato, la Toscana e l’Italia tutta non dimentica. Un monumento molto essenziale nella piazzetta che fu luogo dell’esecuzione ricorda l’evento.

3) il paesino ospita il Museo della Deportazione. Un luogo buio, fatto di immagini, di video, di testimonianze. Un luogo il cui ingresso è gratuito e mi chiedo il perché, un luogo in cui ognuno ascolta con le sue cuffie, isolato dal resto, da solo di fronte al dolore di chi è stato testimone, le terribili condizioni dei campi di sterminio nazisti, da cui in pochi si salvarono e ne portarono un ricordo devastante condividendolo con noi, che non potremo mai capirne fino in fondo l’orrore e l’atrocità.

San Baronto

La vista panoramica da San Baronto, terrazza del Montalbano

Montalbano – In quella bella terra collinare e boscosa che è il Montalbano, che separa l’Empolese dal Pistoiese, sorge il piccolo paese di San Baronto. Luogo prediletto da ciclisti e motociclisti, offre una splendida vista panoramica su tutto il Valdarno inferiore, ed ha una discreta offerta gastronomica per quanti, passando di qui, intendono fermarsi per una sosta. Il Montalbano, tra l’altro, è regione felicemente nota sia per il vino che per l’olio, per cui non mancano i buoni prodotti locali: entrate ad esempio nello spaccio/bar/forno che si trova lungo la via: fatevi preparare una schiacciata prosciutto e pecorino accompagnata da un bicchiere di vino rosso del Montalbano e provate a dirmi che non ho ragione. Il vero fulcro del paese però è il monastero di San Baronto, medievale, intorno al quale poi si è sviluppato il piccolo insediamento moderno.

Cerreto Guidi

cerreto guidi

Cerreto Guidi

Montalbano – Noto per la villa medicea che lo domina, Cerreto Guidi è un borgo medievale che a settembre si anima per il palio del Cerro: una festa in stile medievale, con sfide che sono veri e propri tornei cavallereschi che attirano tanti curiosi e tanto pubblico. Il borgo è in salita, e al suo culmine sorge la villa medicea. Questa fu progettata per essere il casino di caccia dei Medici e in effetti ancora oggi affaccia su un’ampia valle soleggiata. Ma la vera bellezza della villa è l’interno, su due piani, tra sale di rappresentanza e appartamenti privati, tra camere da letto e sale a tema, gli apparati decorativi sono notevoli. Molto suggestivo il balcone con affrescata tutta un’architettura in rovina. La villa ha anche un piccolo ma elegante giardino, un luogo di pace e di ristoro, qualora non bastasse la quieta bellezza delle sue opere d’arte!

Per approfondire: Itinerari d’arte in Toscana: la villa medicea di Cerreto Guidi

Marliana

marliana (PT)

Il piccolo borgo di Marliana

Pistoiese – Ci trasferiamo nella montagna pistoiese, in un borgo davvero piccino, per raggiungere il quale, però, si attraversa un bel paesaggio collinare, fatto di boscaglia e di terrazzamenti, ma anche di orti e di tornanti. Il borghetto di Marliana è davvero minuscolo. Una piazza su cui gravita un hotel abbandonato e il circolo Arci, un bar all’ingresso del paese, un forno e un piccolo spaccio sul camminamento belvedere sono le uniche attività economiche. In cima al paese la chiesa domina la visuale, e lo sguardo spazia sull’ampia valle, nella quale sorgono alcuni piccoli centri abitati che ricadono sotto il comune di Marliana. Di Marliana colpisce la pace e la gentilezza dei suoi abitanti: del ragazzo che si ferma a spiegarci a quale borghetto corrisponde quel campanile lassù in cima, della ragazza dello spaccio che ci fa assaggiare i biscotti tipici (molto simili ai cantuccini di Prato, peraltro). Nei borghi veramente piccoli la gente ti accoglie volentieri. Forse siamo noi alle volte a farci troppi problemi.

Barga

duomo barga

Il Duomo di San Cristoforo, Barga

Garfagnana – Questo splendido borgo in salita ha qualcosa che lo rende unico. Questo qualcosa è senza dubbio il suo spettacolare duomo di San Cristoforo. Romanico, in cima al colle, assolutamente monumentale e scenografico, colpisce per la sua facciata, quadrata, totalmente diversa da come ci aspetteremmo la facciata di una chiesa. Già solo il duomo di Barga merita il viaggio di risalita lungo la strada che porta alla scoperta della Garfagnana. Il panorama che si gode da quassù in effetti è speciale, sui tetti del paese e sulle montagne circostanti. Ma il borgo stesso è una chicca piacevolmente medievale, un luogo bello, davvero, nel quale perdersi tra le viuzze e le piazzettine. Barga fa parte dei Borghi più belli d’Italia, e ne ha ben donde.

A poca distanza, invece, nella vicina Castelvecchio, si trova la casa-museo del poeta Giovanni Pascoli. Viene abbastanza facile allora pensare dove attingesse ispirazione il poeta: dalla pace all’intorno, dall’ambiente campagnolo-pastorale. In un luogo così è facile avere l’ispirazione. Se poi si è Giovanni Pascoli, oltre all’ispirazione si ha il talento e la gloria imperitura di essere studiati sui libri di storia.

Calci

calci

La Certosa di Calci

Pisano – Intorno alla Certosa Monumentale di Calci sorge un piccolo borgo che, per la sua posizione in una valle stretta circondata da boschi, è molto frequentata da ciclisti che praticano la MTB Enduro. Qui ancora si incontrano quei ristoranti, come “Il barrino”, che fa cucina casalinga come la potrebbe fare la mi’ nonna se la fosse toscana e che ci delizia con un antipasto ricco che più ricco non si può. Spendendo ovviamente poco.

Per approfondire: La Certosa monumentale di Calci

Lorenzana

panorama Toscana

La vista sulla vallata sotto Lorenzana

Pisano – Non avrei mai saputo dell’esistenza del borgo di Lorenzana, nel pisano, se non fosse che una mia amica si chiama proprio Lorenzana! Così visitare questo borgo è stata una scoperta gradita. La sua storia risale indietro nel tempo, fino al X secolo, e il suo nome risale al latino Laurentius. Una passeggiata in questo piccolo borgo, e anche qui una sosta di gusto, alla Trattoria dei Vecchi Sapori, per esempio, valgono la pena di aver lasciato la FI-PI-LI, la grande superstrada che collega Firenze, Pisa e Livorno, per venire fin qui.

Montemerano

Montemerano

La piazza del Castello a Montemerano

Maremma interna – Un borgo bellissimo, anche sotto la pioggia. Un incanto di pietra e archi, popolato da bellissimi gatti che sembrano essere i veri abitanti del borgo. Sarà per questo, forse, che nella chiesa di San Giorgio si trova il dipinto noto come Madonna della Gattaiola, un quadro, poi adattato come porta, nel quale un foro circolare in basso consentiva proprio il passaggio dei gatti.

Questo borgo medievale si trova nella Maremma interna, tra Manciano e le terme di Saturnia, lungo una strada in salita coltivata a olivi o lasciata a bosco.  Fa parte dei Borghi più belli d’Italia e, credetemi, lo è davvero.

Manciano

Manciano

Il borgo di Manciano

Maremma interna – Sempre nella Maremma interna, questo borgo è un po’ il capoluogo della strada che da Albinia si inoltra verso Saturnia e le famose terme solforose che zampillano dalla roccia naturale e creano un paesaggio surreale. Il centro storico di Manciano si caratterizza per la sua torre dell’orologio, i vicoli che aprono scorci speciali sul panorama collinare circostante, il cassero. Il Museo di Preistoria e Protostoria della Maremma è invece il luogo in cui risalire alle origini più antiche del territorio.

Stia

Uno dei fotogrammi iniziali de Il Ciclone, girato a Stia

Casentino – Questo borgo è stato reso celebre da quel gran film che è Il Ciclone di Leonardo Pieraccioni: qui infatti sono ambientate le scene di paese. Il centro storico di Stia si sviluppa lungo una lunga e larga via chiusa da una parte e dall’altra da portici: il che è strano per la Toscana, ma non così strano, forse, se consideriamo che siamo in zona montana, dove le precipitazioni sono frequenti e le architetture si avvicinano già ai borghi oltre Appennino. Siamo infatti sull’Appennino Toscoromagnolo, varcato il quale si entra in Emilia Romagna, e siamo appena al di sotto del Monte Falterona, sorgente dell’Arno.

Poco distante da Stia sorge il medievale Castello di Romena, un luogo carico di storia e di storie, tra cui quella del Mastro Adamo che falsificava i fiorini di Firenze per conto dei Conti Guidi, e che fu giustiziato: questa storia è narrata da Dante nella Divina Commedia, Inferno ovviamente, Canto XXX, corrispondente all’VIII girone, quello dei falsari. Visitando il castello e godendo il panorama si capisce perché il territorio del Casentino fosse conteso e al tempo stesso strategico. Il Castello dei Conti Guidi, che nel Medioevo fecero il bello e il cattivo tempo in questa parte di Toscana, è uno dei castelli meglio conservati della regione.

castello di Romena

La vista panoramica dal Castello di Romena, vicino a Stia (AR)

Che v’è garbaho ‘odesto giro pe’ i borghi piccini della Toscana? Icché vorreste vedere ancora? Vussiete d’accordo con ‘odest’elenco o vu vu’mettereste dell’artri borghi? Icché vu dite? Un ‘v’ho detto indo’ mangia’ la ribollita? O venvia nini! O icche vuddite? Che vi devo di’ tutto io? Andatevele a cerca’ voi ‘odeste prelibatezze! Io vi parlo de’ posti belli, pe’ sape’ icché si magna, ciacciate sui fùdblogghe’!

Questa parentesi in toscanaccio becero per dirvi che anche con questo post partecipo all’iniziativa “Raccontami la Toscana” del blog Destinazione Toscana. E per dirvi anche che la Toscana mi manca tantissimo, mi manca tantissimo la sua parlata e sono contenta quando qualcuno mi chiede se sono di Firenze 🙂 

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Fiumicino: oltre all’aeroporto c’è di più

Se vi dico Fiumicino, voi tutti pensate solo ed esclusivamente all’Aeroporto Leonardo Da Vinci, l’aeroporto più importante d’Italia, attraverso il quale ogni giorno fanno scalo, atterrano e decollano migliaia di persone.

Lo pensavo anch’io, fino a qualche tempo fa. Poi per lavoro ho cominciato a frequentarla, e ho scoperto che oltre all’aeroporto c’è di più. Fiumicino è infatti una città dalla storia antica e anche gloriosa, con una vocazione territoriale da sempre legata ai viaggi, alle partenze e agli arrivi.

Ripercorriamone la storia, e i luoghi, insieme.

fiumicino

1) Portus, il porto di Roma

In età romana la linea di costa era molto più arretrata di ora, e tutta l’area su cui oggi sorge la moderna Fiumicino era alto mare. La foce del Tevere era molto più arretrata, ed era navigabile. Laddove ora sorge il moderno abitato sparso di Fiumicino, e dove si trova il vialone che porta all’aeroporto, invece, sorgeva il grande bacino del porto imperiale che l’imperatore Claudio, nel I secolo d.C. aveva voluto per dotare Roma di un porto degno della capitale dell’Impero.

area archeologica dei porti di claudio e di traiano

Un settore dellarea archeologica dei porti di Claudio e di Traiano: i magazzini severiani, che affacciano sul bacino esagonale ancora oggi pieno dacqua

Dove sorgeva il porto di Claudio – Museo delle Navi

Non è facile, percorrendo oggi quelle strade (viale dell’Aeroporto, Via Guidoni, via della Foce Micina e via Coccia di Morto), immaginare di trovarsi all’interno di un porto, dunque in mezzo all’acqua, tra navi cariche di anfore e di merci accolte nell’abbraccio di due lunghi moli e con il conforto dell’imponente Isola Faro ottenuta, dicono le fonti, affondando la nave di Caligola e erigendovi sopra un grande faro monumentale (raffigurato in alcuni mosaici di Ostia e di Isola Sacra).

necropoli di Porto

Il faro di Porto raffigurato su un grande mosaico della Necropoli di Isola Sacra

Lungo via Guidoni, sul rettilineo che porta alla rotonda dell’Aeroporto, sulla sinistra si colloca l’edificio del Museo delle Navi: chiuso da qualche anno per restauri, al suo interno ospita gli scavi delle navi rinvenute grazie a scavi archeologici condotti in profondità proprio all’interno di questo bacino portuale. Alle spalle del Museo, infatti, si individua la struttura imponente e rettilinea del molo settentrionale del Porto, mentre in direzione dell’aeroporto un edificio di età romana è stato identificato come l’antica Capitaneria: un ambiente chiuso aveva il soffitto dipinto con remi di barche e la rappresentazione del faro. Molto suggestivo, ma chiuso al pubblico (per ora). Dall’altra parte della strada, invece, si colloca l’area di Montegiulio: sopraelevata, erano i primi edifici che chi entrava nel Porto di Claudio incontrava: un edificio termale (le terme non mancavano mai presso i Romani) e una grande cisterna. Ma il grosso dei resti archeologici relativi all’antico porto sta altrove.

Area archeologica dei Porti di Claudio e di Traiano

Lungo la via Portuense si trova l’ingresso dell’area archeologica dei porti di Claudio e di Traiano: costoro sono gli imperatori romani che in due riprese realizzarono il grandissimo porto di Roma. L’accesso è gratuito, ed è visitabile in primavera ed autunno dal giovedì alla domenica con possibilità di visite guidate e laboratori didattici a cura di Navigare il Territorio. Si esplorano gli antichi magazzini e i moli, cercando di calarsi in un luogo in cui oggi è tutto verde, grandi prati e boschi, mentre un tempo c’era il mare. Ci vuole una buona dose di immaginazione, ma le solide colonne dell’area delle “Colonnacce” e del “Portico di Claudio” rendono ancora l’idea dell’imponenza, della monumentalità, dell’impatto che su un marinaio straniero, suddito dell’Impero, doveva fare la porta di Roma sul mare.

area archeologica dei porti di Claudio e di Traiano

Le Colonnacce, l’imponente strada colonnata che introduceva al Porto di Claudio, affaccio di Roma sul mare

Tutt’intorno furono costruiti magazzini per lo stoccaggio delle merci: grano, vino, olio, garum (l’equivalente della nostra colatura di alici, ma decisamente più grezza), ma anche olive, frutta secca, e marmi, perché no. I magazzini si disponevano tutto intorno al portico e alla retrostante darsena. Poi, in un momento successivo, l’imperatore Traiano decise di ampliare il porto: costruì un grande bacino esagonale, intorno al quale si andarono a disporre ulteriori magazzini e attracchi per le navi.

Nell’area archeologica si incontra anche, in una bella radura, un casale rosso: è il Casale Torlonia, realizzato negli anni ’30 durante la grande stagione della Bonifica. Quella di Fiumicino, infatti, è una piana che per secoli è stata paludosa e malarica. Nei primi decenni del Novecento fu avviata dal Regno d’Italia un’intensa stagione di bonifica delle terre paludose italiane. Nel Lazio vennero a lavorare comunità intere di “Ravennati”, uomini che dopo aver bonificato il loro delta del Po avevano acquisito una competenza tale da poter lavorare anche nelle altre parti d’Italia che ne avessero bisogno. Qui come ad Ostia antica, la loro presenza fu fondamentale per rendere fertile e vivibile questa fetta di territorio.

Oasi naturalistica di Porto

area archeologica dei porti di Claudio e di Traiano

Laffaccio sul bacino esagonale di Traiano, oggi oasi naturalistica, un tempo il più importante scalo marittimo del Mediterraneo

Il bacino esagonale realizzato dall’imperatore Traiano non fa parte dell’area archeologica: esso lo si può vedere da un punto panoramico al di sopra dei magazzini che affacciavano un tempo su di esso. Il bacino oggi fa parte, invece, dell’Oasi di Porto, che è il luogo preferito da uccelli palustri e migratori che qui giungono per nidificare. È possibile accedere a pagamento all’Oasi di Porto e fare una visita naturalistica alla scoperta delle specie animali, ma anche di quelle vegetali con una visita guidata (anche in calesse, volendo). I bambini ne saranno entusiasti. E anche gli adulti…

Dal punto di vista archeologico e architettonico, è un immenso bacino, ampio 34 m, completamente costruito e pavimentato al di sotto. Fu realizzato in questa forma perché era quella che meglio consentiva l’attracco di più navi contemporaneamente. Tutt’intorno sulle banchine sorgevano gli hangar per il ricovero delle navi e i magazzini di stoccaggio delle merci. Oggi rimane ben poco delle imponenti strutture che un tempo sorgevano in questo luogo. Un paesaggio che era completamente antropico e che invece, in poco meno di due millenni è tornato in mano alla natura.

2) Isola Sacra

necropoli di porto

La necropoli di Porto a Isola Sacra Fiumicino)

Tra Ostia antica e Porto si stende una fascia di territorio nota come Isola Sacra. Si stende tra la riva Nord del Tevere e la Fossa Traiana. Nell’antichità questa fascia di terra era attraversata dalla via Flavia Severiana che collegava il Porto con la città di Ostia dove abitavano molti di coloro che lavoravano nel porto di Roma. Portus infatti ebbe dignità di città solo molto tardi, con l’imperatore Costantino. Prima invece era sotto la giurisdizione di Ostia.

A Isola Sacra è sentito il culto di Sant’Ippolito. La chiesa, una basilica paleocristiana dalla vita piuttosto turbolenta, accolse le reliquie del martire Ippolito; oggi sopravvive il bel campanile, che fu fortificato nel XVI secolo, mentre la chiesa è venuta in luce grazie a scavi archeologici.

La necropoli di Porto

A Isola Sacra era installata, e si trova tutt’ora, la necropoli di Porto, ovvero la necropoli che accoglieva le tombe di coloro che vivevano e lavoravano a Portus. Come ogni necropoli monumentale che si rispetti, si trovava fuori dal centro abitato, lungo quella via Severiana di cui sopra. Le sue tombe sono monumentali, sembrano tante piccole case affacciate sulla strada. Molte di esse sono decorate anche all’interno, con mosaici, stucchi e pitture. Sulla facciata spesso era il nome del defunto o della sua famiglia, con l’iscrizione sepolcrale che ricordava chi aveva dedicato il monumento. La passeggiata è di una pace assoluta, la bellezza e la quiete di questo luogo resta immutata dopo millenni.

necropoli di porto

Tombe monumentali della necropoli di Porto

La foce del Tevere

Isola Sacra è una vasta piana che fu bonificata negli anni Trenta. Qua e là si vedono ancora dei grandi casali, costruiti negli anni ’20-’30; qua e là vi sono ancora ampie fette di campi coltivati o dove pascolano greggi di pecore: è tutto molto bucolico, in effetti, ma ahimè il forte abusivismo edilizio che dagli anni ’70 si protrae ancora oggi ha compromesso questo bel territorio rovinandolo, per cui passando per strada sembra più una brutta periferia che un’area a destinazione agricola.

Ha comunque il suo fascino la foce del Tevere, navigabile, presso le cui rive sono attraccati pescherecci e motoscafi. L’effetto è molto pittoresco, il fiume è vivo, vissuto. Lungo le rive tra club privati, ristoranti di lusso e cantieri navali c’è fin troppo traffico, ma la vista del fiume che si getta in mare è notevole.

3) Il centro di Fiumicino

fiumicino centro

Il Borgo Valadier affaccia sul Canale di Fiumicino, la Fossa Traiana che costituisce la seconda foce del Tevere

Oltrepassato il Ponte 2 Giugno, un ponte levatoio di recente costruzione, si arriva nel centro storico di Fiumicino. Il centro storico in effetti non è molto esteso: consiste in una stecca di edifici, la Stecca Valadier, che affaccia sulla Fossa Traiana. Una breve serie di edifici, tra i quali la chiesa, costituisce il cuore del centro urbano di Fiumicino. Il centro, in realtà è più ampio, si distende lungo i due argini della Fossa Traiana; dalla parte opposta, infatti, si sviluppa la Darsena con il porto marittimo.

La Stecca Valadier, o Borgo Valadier, è appunto il piccolo quartiere affacciato sul canale di Fiumicino, che fu progettato da Giuseppe Valadier nel 1823, per abbellire l’arrivo a Roma via mare. Giuseppe Valadier fu un importante architetto e urbanista del XIX secolo: suo è ad esempio il progetto di Piazza del Popolo a Roma, per dirne uno.

All’epoca Fiumicino era sotto lo Stato Pontificio, e l’arrivo a Roma via mare avveniva tramite il canale di Fiumicino e su lungo il Tevere. Anche oggi il fiume è navigabile e vi sono battelli che risalgono fino alla Capitale. Sul canale antistante la Stecca Valadier sono ormeggiati pescherecci e barconi che rendono questo tratto finale di fiume molto pittoresco e caratteristico. Il lungo canale, poi, è una piacevole passeggiata. Sul lato della Stecca gelaterie, ristorantini e localini che preparano il classico “cuoppo” di pesce fritto d’asporto c’è di che godere anche un buon pranzo.

La Certosa monumentale di Calci

Dalla Certosa di Calci la torre di Pisa e la cupola del Battistero si intravvedono, laggiù in fondo. Pisa non dista molti km, in effetti, eppure qui siamo in piena campagna, addossati alle antiche linee di difesa pisane (quelle che Firenze voleva conquistare a tutti i costi e che naturalmente prese), vicino a fonti di acque termali miracolose (Uliveto Terme: sì, esatto, proprio quella dell’acqua Uliveto), in mezzo al verde. Siamo a Calci, un piccolo borgo che è sorto accanto alla grande Certosa monumentale. È proprio qui che siamo stati di recente, in una delle nostre esplorazioni della Toscana, una delle tante gite fuoriporta che si possono fare in una bella giornata di sole.

certosa monumentale calci

Visitare la Certosa Monumentale di Calci

certosa calci

La Certosa monumentale di Calci (PI)

La Certosa Monumentale di Calci risale al XIV secolo. L’ordine dei Certosini, fondato da San Bruno, affonda le sue radici nel medioevo. Un ordine i cui monaci, chiamati “Padri” erano dediti principalmente alla preghiera. Altre persone, i “Fratelli”, erano coloro che provvedevano ai bisogni materiali dei Padri, ovvero a procurare loro il cibo, innanzitutto, coltivando i campi intorno alla Certosa. I Padri vivevano invece ciascuno nella propria cella, un piccolo appartamento all’interno della Certosa, e coltivavano un loro giardino.

La visita guidata, obbligatoria per visitare il complesso della Certosa di Calci, dura un’ora e mezza. Il percorso è obbligato, prevede la visita del primo piano, al quale si trovano la chiesa, le cappelle private, il refettorio, l’uscita sul chiostro/cimitero, le celle dei Padri ed altre sale di rappresentanza. Andiamo con ordine.

Superato il cancello, sulla destra del quale si trova la biglietteria, ci si immette in un ampio spazio aperto: un prato su cui affaccia la Certosa. Entriamo.

certosa di Calci

Lo sapevate? I gatti certosini si chiamano così proprio perché… vivevano nelle Certose!

Ci accoglie, dipinto sulla parete che imita false architetture prospettiche, un gatto grigio. Si tratta di un gatto certosino, nientemeno: eh sì, perché, ci racconta la guida, i gatti certosini, originari del medioriente, furono portati in Europa dai cavalieri crociati, e donati alla Certosa di Grenoble, casa madre dei Padri Certosini. Ecco perché il gatto con quel bel pelo grigio argento si chiama Certosino. Sulla facciata della Certosa di Calci si aprono, in basso, quattro piccole fessure: sono gattaiole, attraverso le quali i gatti del convento entravano e uscivano a loro piacimento.

Saliti al piano nobile, veniamo introdotti nella chiesa: la parte del coro, con i sedili in legno per i Padri che cantavano le lodi, è è attualmente in restauro. Ma i soffitti dipinti sono ben visibili: una decorazione ricca, barocca, con la visione prospettica e illusionista di una cupola dalla quale si affacciano santi. Nelle stanze attigue vi sono altre cappelle, private questa volta, per la preghiera solitaria. Una in particolare, dedicata alla Madonna, è molto elegante e luminosa. Anch’essa ha il soffitto dipinto, e un altare elegante. Rispetto alla chiesa barocca, questa cappella si distingue perché pur con decorazioni diffuse, è più sobria ed elegante: il pittore che la affresca è considerato un anello di congiunzione tra il barocco e il neoclassicismo.

Dopo aver pregato bisogna pur mangiare! E infatti la stanza successiva è il Refettorio, l’ambiente nel quale i Padri consumavano i pasti, in rigoroso silenzio mentre uno di loro leggeva brani della Bibbia. Sulla parete di fondo, la principale, è rappresentata l’Ultima Cena; sulle altre pareti si alternano pranzi biblici (come le nozze di Caana) a pranzi “storici”, come quello al quale presenziò Cosimo III de’ Medici, ospite gradito: Cosimo III fu un grande benefattore per la Certosa, per cui l’omaggio in Refettorio è dovuto.

certosa di calci

Il refettorio della Certosa di Calci

Usciamo nel chiostro. La sorpresa è che laddove penseremmo di trovare un bel prato, troviamo un cimitero. La sorpresa è ancora più grande se pensiamo che su questo chiostro affacciano le celle, meglio gli appartamenti, dei Padri. Ognuno di questi appartamenti prevede un piccolo giardino interno, che ogni Padre curava con amore e dedizione. L’appartamento non è una cella, ma è piuttosto articolato e confortevole: in effetti i Padri venivano tutti da nobile famiglia e un minimo di agio, seppur nella semplicità, dovevano averlo.

certosa Calci

il chiostro della Certosa

Il percorso di visita prosegue attraverso altri corridoi, altre sale e altri affacci su giardini e lo splendido panorama che spazia fino alla piccola torre di Caprona: in questa zona vi era tutto un sistema di fortificazioni strategico, perché gravitante sulla valle dell’Arno e su Pisa. I Pisani la tenevano in grande considerazione, e a Firenze faceva molta gola.

Il Museo di Storia Naturale di Calci

museo storia naturale di calci

Signore e signori la pirite!

Conclusa la visita della Certosa, si può visitare, con un biglietto a parte, il Museo di Storia Naturale di Calci allestito in una parte della Certosa.

Interessantissima la sezione di mineralogia: dedicata alla Toscana, raccoglie ed espone tutti i minerali che alcune cave o miniere della Toscana, dall’Elba all’Amiata al Casentino, restituiscono. Dalla pirite alla malachite, dal quarzo alla calcopirite alla galena, fino ad arrivare al meteorite! Ebbene sì, un frammento di meteorite rinvenuto in Toscana: una meraviglia extraterrestre!

Tra i vari percorsi, quello sui mammiferi è, per me, il più bello: ho una predilezione per i mammiferi, tra tutto il mondo animale: fin da quando ero piccola, e facevo le raccolte di figurine, avevo una certa predilezione per gli ungulati (antilopi, gazzelle, cervi e orici) e per i carnivori (felini vari, il ghepardo primo tra tutti, e poi pantera nera, leone, leopardo, puma, oselot, lince e giaguaro). Trovarmeli davanti tutti insieme mi ha fatto effettivamente tornare bambina. Ci sono poi i marsupiali e gli animali dell’Oceania, una sezione dedicata alle scimmie e soprattutto la bellissima e completa collezione di scheletri di cetacei: dai delfini alla balenottera azzurra passando per l’orca, il Leviatano di Melvilliana memoria (per chi ha letto Moby Dick), il capodoglio e alcune specie di cetacei meno noti e più rari. Si tratta della grande collezione messa in piedi nel XIX secolo da Sebastiano Richiardi: in un video è proprio Richiardi che ci racconta alcuni aneddoti su quest’esposizione, davvero unica e completa nel suo genere.

museo storia naturale calci

lo scheletro di balenottera azzurra nella sezione dedicata ai cetacei

Con questo articolo partecipo all’iniziativa “Raccontami la Toscana” del blog Destinazione Toscana

Roma barocca: 3 chiese per scoprirla

Roma è una città che non finirà mai di stupirmi.

Una città stratificata dove, da 2000 e più anni fa fino a noi è stata vissuta, costruita, ricostruita; è stata sempre capitale, che fosse dell’impero romano, o del Papato, o d’Italia, Roma è sempre stata il centro del mondo. Questa sua centralità si avverte in ogni tempo, nella monumentalità dei suoi resti romani, nella grandiosità delle sue chiese, delle sue piazze, delle sue fontane, dei suoi giardini e dei suoi palazzi pubblici e privati. In mezzo scorre il Tevere, placido ma non troppo, testimone silenzioso di tutti i cambiamenti che la città ha vissuto e vive fin dal 753 a.C., anno convenzionale della sua fondazione.

Oggi voglio parlare di 3 chiese barocche di Roma. Sì, perché il Barocco è stato a Roma un momento di grande sviluppo artistico in tutte le arti, dall’architettura alla scultura alla pittura e alle arti decorative. Le chiese sono le migliori rappresentanti di quest’epoca, che si colloca tra il Seicento e il Settecento.

Come in un itinerario, visiteremo Sant’Andrea della Valle su via Vittorio Emanuele, San Luigi dei Francesi, alle spalle di Piazza Navona, e Sant’Ignazio di Loyola, alle spalle di via del Corso.

Sant’Andrea della Valle

Questa chiesa è nota per essere l’ambientazione del primo atto dell’opera lirica Tosca di Giacomo Puccini, nel quale il pittore Mario Cavaradossi, uno dei protagonisti, sta affrescando una cappella.

In realtà la chiesa accoglie gli affreschi di due grandi nomi della pittura italiana: Domenichino e Mattia Preti. Quest’ultimo, calabrese di nascita, operò per lungo tempo a Roma prima di approdare a Napoli dove divenne uno dei maggiori esponenti della pittura napoletana. Per la chiesa di Sant’Andrea della Valle affresca l’abside con le tre scene del martirio di Sant’Andrea: il santo, raffigurato anziano, ma con il corpo forte e vigoroso, viene legato ad una croce i cui bracci a X sono quelli con cui si identifica la famosa “croce di Sant’Andrea”, quella che un tempo si trovava ai passaggi a livello dei treni.

Sant'Andrea della Valle

L’abside di Sant’Andrea della Valle con i dipinti di Mattia Preti che raffigurano il martirio del santo

La volta dell’abside, con le storie della vita del Santo è invece affidata ad un altro grande pittore, il Domenichino, mentre la decorazione della cupola è affidata a Giovanni Lanfranco. Di Domenichino, al secolo Domenico Zampieri, si dice fosse molto timido e introverso, da cui il diminutivo nel nome. La sua timidezza non gli impedì di mostrare la sua arte, così lavorò per alcune importanti commissioni in varie chiese e palazzi pubblici di Roma; inoltre, com’era abitudine per molti pittori del suo tempo, si spostò in altre città d’Italia, come Bologna e Volterra, e ovunque realizzò dipinti su commissione dei nobili e degli alti prelati del luogo.

sant'andrea della valle

La cupola di Sant’Andrea della Valle

La chiesa appare al suo interno dorata e vivace. Stucchi dorati alle pareti, animate da tante cappelle laterali, dorature anche al soffitto, dipinto anch’esso: per goderne in comodità sono stati sistemati due specchi nel mezzo della navata, in modo da ammirare i dettagli senza farsi venire il torcicollo.

Per meglio conoscere la chiesa si può ascoltare l’audioguida che per una decina di minuti accompagna il visitatore nel percorso di visita. L’audioguida, messa a disposizione da un gruppo di giovani volenterosi, è gratuita, anche se è consigliato, giustamente, lasciare un’offerta.

San Luigi dei Francesi

Questa chiesa è nota per una cappella, ed è infatti di quella che vi parlo: la Cappella di San Matteo i cui tre dipinti portano la firma di un pittore d’eccezione della Roma dell’età della Controriforma: Michelangelo Merisi detto il Caravaggio.

san matteo caravaggio

La Cappella di San Matteo dipinta dal Caravaggio nella chiesa di San Luigi dei Francesi

Questo pittore gode di una grandissima fortuna ancora oggi: vita trascorsa tra genio e, soprattutto, sregolatezza, punta la sua arte su alcuni aspetti che sono la sua firma: il forte chiaroscuro e lo studio della luce, che anima i suoi soggetti con un forte intento drammatico; come se fosse l’occhio di bue che si utilizza a teatro, il soggetto principale è sempre colpito da una luce che mette in ombra tutto il resto. Intorno si dispone la scena e i vari personaggi, variamente colpiti dalla luce a seconda della loro funzione e importanza nel dipinto.

Nella Cappella di San Matteo si trovano 3 dipinti dedicati alla vita del Santo: la vocazione, la scrittura del Vangelo e il martirio.

La vocazione di San Matteo è forse uno dei dipinti più noti di Caravaggio. In esso è rappresentato il futuro santo al tavolo con altri avventori mentre conta i soldi (Matteo nel Vangelo è un pubblicano, ovvero un esattore delle tasse). Dalla parte opposta Gesù lo indica con un dito. Da dietro di lui, seguendo il suo dito, un fascio di luce si distende ad evidenziare il volto di Matteo, il quale sembra dire “Ma chi, io?“. La luce viene da un punto preciso, in alto a destra. Vedremo poi perché.

vocazione di san matteo

La Vocazione di San Matteo, Cappella di San Matteo in San Luigi dei Francesi

Il secondo dipinto, centrale nella Cappella, è San Matteo che scrive il Vangelo seguendo l’ispirazione dell’Angelo. In una prima versione l’angelo proprio conduceva la mano dell’Evangelista. In questa invece l’Angelo gli suggerisce cosa scrivere. Lui, col volto lievemente piegato all’insù ha lo sguardo attento di chi deve memorizzare qualcosa di importante per poterlo riferire. La luce, nel dipinto, promana dall’angelo, posto in alto nella rappresentazione.

Il terzo dipinto, infine, sulla parete destra della Cappella, rappresenta il martirio di San Matteo. Il santo è a terra, nella sua veste bianca, colpito da un fascio di luce che irradia da sinistra, investe il personaggio seminudo, il carnefice. Questo personaggio ha il volto feroce di chi sta compiendo un efferato omicidio e la scena stessa, così cruda, sembra la rappresentazione di un volgare assassinio. La scena sembra inclinata verso lo spettatore, che si sente ancora più coinvolto.

san matteo caravaggio

La Cappella di San Matteo dipinta da Caravaggio in San Luigi dei Francesi

La luce naturale, nella cappella, entra da una finestra posta in alto al centro, sopra la scena dell’Angelo che detta il vangelo a San Matteo, e si irradia sui due lati della cappella scendendo obliquamente, dall’alto verso il basso. Così si spiega la direzione dei fasci di luce che illuminano i dipinti: Caravaggio ha realizzato le tre opere appositamente per questa cappella, tenendo conto proprio della luce naturale. Oggi per meglio cogliere i dettagli, è richiesto un obolo: 50 cent, 1 o 2 € per poter illuminare artificialmente la cappella e meglio godere dei dettagli dei dipinti di Caravaggio.

Sant’Ignazio di Loyola

La terza chiesa di questo percorso nel Barocco è dedicata a Sant’Ignazio di Loyola, il santo fondatore della Compagnia di Gesù. Quest’ordine religioso si identifica con i missionari che dal Seicento in avanti andavano nelle Americhe al seguito delle truppe spagnole e imponevano in maniera più o meno forzosa la religione cristiana alle popolazioni quechua del Perù e amerindie dell’Amazzonia. Ma furono missionari in tutto il mondo, anche in Asia e in Africa.

Sant'Ignazio di Loyola

Una parte del soffitto affrescato di Sant’Ignazio di Loyola

La chiesa di Sant’Ignazio fu voluta dal cardinale Ludovico Ludovisi che era nipote del papa che aveva canonizzato Ignazio di Loyola: un modo per confermare la devozione in un grande uomo di chiesa e la forte vicinanza alla politica papale.

Sant'Ignazio di Loyola

Parte del soffitto affrescato con la falsa cupola e in fondo l’abside. Sant’Ignazio è una potenza del barocco romano

La Compagnia di Gesù in pochissimo tempo era diventata molto influente presso tutte le corti d’Europa ed aveva acquisito un certo potere, tanto da riuscire a imporsi nella scelta di architetti e artisti nella realizzazione della chiesa: inizialmente affidata al Domenichino, la realizzazione del progetto fu invece data al gesuita Orazio Grassi – architetto e scienziato acerrimo avversario di Galileo – il quale, in un clamoroso plagio, utilizzò due disegni del Domenichino che ad un primo esame dei Gesuiti erano stati scartati e presentò così il suo progetto. Domenichino era timido, ma non stupido, e si ritirò dal lavoro sbattendo la porta.

La chiesa è famosa per il suo soffitto dipinto, la cosiddetta “Quadratura” di Andrea Pozzo: rappresenta in maniera prospettica un altro tempio, sovrapposto alla chiesa di Sant’Ignazio, come se fosse un tempio celeste sovrapposto a quello terrestre, animato da tante figure variopinte e dalla scena della Gloria di Sant’Ignazio. Le architetture di questo tempio celeste richiamano le grandiose architetture romane del passato, idealizzate: architetture potenti, gloriose, bianche e splendenti, dalle quali si affacciano figure di santi e di sante, angeli e profeti; il cielo, azzurro, è solcato da qualche nuvoletta, come spesso accade nei cieli barocchi.

Ancora Andrea Pozzo rappresenta, più avanti, l’interno della falsa cupola, dipingendo in maniera prospettica una cupola che in realtà non esiste, non essendo mai stata realizzata. Questo soprattutto è un bel gioco di illusionismo che frega letteralmente gli occhi di chi osserva.

Trionfo del barocco romano, anche questa chiesa, come le altre due di cui ho parlato qui, è una delle tappe imperdibili per scoprire la Roma del Seicento.

Canaletto 1697-1768: la mostra sul pittore veneziano al Museo di Roma Palazzo Braschi

Il Museo di Roma Palazzo Braschi ospita fino al 19 agosto 2018 la mostra Canaletto 1697-1768.

L’ho visitata appena ne ho avuto l’occasione, perché ammiro tantissimo Canaletto per la sua capacità di dipingere, come in una fotografia, i minimi dettagli di persone, edifici, luoghi e luce. Poi, amo per mia deformazione professionale, le vedute di antichità, quei “Capricci” che piacevano tanto ai pittori a cavallo del Settecento. E anche in questo campo Canaletto si è saputo distinguere.

mostra canaletto palazzo braschi

La mostra, infatti, si apre con un giovane Canaletto, al secolo Antonio Canal, che trovandosi a Roma per realizzare le scenografie di due spettacoli teatrali, ne approfitta, tra il 1719 e il 1720, per farsi suggestionare dalle antichità romane, per assimilarle e per riproporle in alcune opere che ritraggono architetture di fantasia, ma nelle quali è incredibile l’attenzione al dettaglio realistico: come nel “Capriccio architettonico” del 1723, nel quale inserisce una colonna in marmo, antica, restaurata con due grappe metalliche che fanno sì che resti in piedi. Sono proprio i dettagli a fare la differenza nelle opere di Canaletto.

capriccio architettonico canaletto

Canaletto, Capriccio architettonico, 1723 Credits: museodiroma.it

Del periodo romano, però, è notevole un altro grande dipinto, che realizza insieme a Bernardo Canal: Santa Maria d’Aracoeli e il Campidoglio, del 1720, dove la nostra attenzione è attratta da quel filo di panni stesi in uno dei punti più monumentali, da sempre, di Roma.

canaletto santa maria aracoeli

Bernardo Canal e Canaletto, Santa Maria in Aracoeli e il Campidoglio, 1720. Credits: museodiroma.it

Ma naturalmente Canaletto è famoso nel mondo per le sue vedute di Venezia. Il pittore dipinge Venezia in tutte le sue forme, celebrandone la monumentalità, la bellezza, l’intensa vitalità, e i grandi eventi, come Il ritorno del Bucintoro nel giorno dell’Ascensione. Il Bucintoro è la grande barca del Doge, ricchissima di ori e di decorazioni, uno dei simboli della Repubblica di Venezia. Sarà barbaramente e miseramente depredato degli ori e distrutto durante l’occupazione napoleonica, che qui fece gravissimi danni al patrimonio artistico (lo racconta molto bene Alessandro Marzio Magno nel suo Missione Grande Bellezza).

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Canaletto, Il ritorno del Bucintoro nel giorno dell’Ascensione, 1729. Credits: commons.wikimedia.org

Canal Grande, con i suoi affacci e i suoi ponti, in particolare Rialto, sono i suoi soggetti preferiti. Piazza San Marco, Santa Maria della Salute, i luoghi più noti di Venezia sono stati catturati dal pennello attentissimo di questo grande vedutista. “Va sempre sul loco e forma tutto sul vero” dicono di lui i suoi contemporanei.

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Canaletto, La Torre dell’Orologio in piazza San Marco, 1730. Credits: museodiroma.it

Negli anni diventa un punto di riferimento per i collezionisti stranieri, sia ambasciatori che aristocratici che compivano il Grand Tour. Anzi, acquistare un dipinto del Canaletto nel corso del proprio viaggio in Italia, diventa un vanto per ogni viaggiatore aristocratico. Per questa clientela altolocata egli dipinge alcune opere davvero significative. Tra queste si distingue Il molo verso Ovest, con la colonna di San Teodoro a destra, del 1738, nella quale Canaletto indulge su dettagli cui pochi darebbero importanza, come le gabbie degli animali del mercato che evidentemente si stava tenendo lì. Anche La Torre dell’Orologio in piazza San Marco è un notevole esempio di estrema attenzione ai dettagli minuziosi. Inoltre, in quest’ultimo si coglie tantissimo la profondità dell’immagine.

canaletto venezia

Canaletto, Il molo verso ovest con la torre di San Teodoro, 1738. Credits: Museodiroma.it

La cosa che più mi colpisce e mi intenerisce è la presenza, in ogni dipinto, di almeno un cagnolino. Evidentemente a Canaletto piacevano gli animali da compagnia! Li ho notati in quasi tutte le opere e quest’aspetto mi ha stupito. In altre, nel dipingere le tante persone che si affastellano nelle sue scene, inserisce qualche volta un pittore, come se fosse egli stesso a introdursi nella scena. Non per niente in mostra è stata scelta proprio una figurina di pittore per accompagnare il visitatore nel percorso di visita.

Dopo Venezia, Canaletto giunge a Londra, nientemeno. Qui dipinge alcune vedute, tra cui una lunga veduta del Tamigi, che fu poi divisa in due, ed oggi è stata riunita in occasione della mostra: i due proprietari, però, vivono da un capo e dall’altro del mondo.

Negli ultimi anni di attività Canaletto torna a Venezia, e di nuovo ne dipinge con dovizia di particolari la monumentalità e i dettagli di vita quotidiana. Proprio osservando Piazza San Marco, Procuratie nuove, un uomo con in mano una tazzina da caffè ci suggerisce il Caffé Florian, ancora oggi storico caffé veneziano, aperto dal 1720!

Canaletto muore il 20 aprile 1768 e la morte si conclude con l’inventario redatto a mano dei beni a lui appartenuti in vita.

La mostra Canaletto 1697-1768 vi piacerà se amate il Canaletto, i pittori vedutisti e Venezia. A me personalmente piace molto la corrente pittorica settecentesca del Vedutismo, caratterizzata da un’attentissima cura dei dettagli delle vedute di paesaggio, siano essi paesaggi naturali, urbani o antichi. Dal punto di vista di chi semplicemente osserva questi dipinti, essi stupiscono per l’incredibile ricchezza di particolari e per la bellezza di luci e colori che in alcuni casi, come ad esempio Canaletto, si avvicinano alle fotografie. Dal punto di vista dello storico o di chi ama il passato, essi sono invece fonti notevoli di informazioni su come erano i luoghi, come vestivano le persone, come si svolgevano le feste. Tantissime informazioni racchiuse in un’unica tela.

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Canaletto, Il Ponte di Rialto da Nord, 1725. Credits: Museodiroma.it

La mostra Canaletto 1697-1768 ha solo un difetto: non si possono scattare fotografie alle opere! Gli unici fortunati che hanno potuto farlo sono coloro che hanno partecipato all’anteprima per blogger e giornalisti e che hanno utilizzato l’hashtag #CanalettoRoma per taggare le foto. Questo hashtag, tra l’altro, si trova sul dépliant della mostra, come a invitare i visitatori a utilizzarlo a loro volta. Ma come si può fare se è vietato fotografare? Misteri e contraddizioni tra social e mondo reale. A prescindere dalle foto (che poi si recuperano in rete, al sito web stesso del Museo di Roma di Palazzo Braschi come ho fatto io) la mostra merita, anche per la location: è allestita in un palazzo bellissimo che affaccia su Piazza Navona!

La Laguna di Orbetello

Un paradiso naturalistico, un’Oasi WWF, ma soprattutto un luogo storicamente necessario per la vita della popolazione locale. Parlo della Laguna di Orbetello, un luogo magico per noi che, andando verso l’Argentario, ammiriamo con aria sognante il mulino sospeso sull’acqua; una fonte di sostentamento per le numerose specie di uccelli palustri, marini e migratori che qui si fermano alla ricerca di cibo, e per i pescatori della Laguna, che qui traggono il loro sostentamento e la loro fonte di reddito.

Arrivando a Orbetello, si può lasciare l’auto nell’ampio parcheggio posto lungo la riva, che ricalca lo spazio un tempo occupato dalla ferrovia. Oggi la Stazioncina è diventata un bistrot molto accogliente, nel quale sono esposte foto d’epoca che ricordano i tempi d’oro della ferrovia: essa fu dismessa dopo la seconda guerra mondiale, in conseguenza dei bombardamenti che l’avevano messa fuori uso.

Birdwatching in laguna

La passeggiata lungo la riva è una continua scoperta di nuove specie di uccelli: dapprima le folaghe, nere, solitamente uccelli di lago che non disdegnano le placide acque della laguna. A Orbetello costituiscono una popolazione numerosa e placida. Ogni tanto però il loro starnazzare rompe il silenzio delle giornate d’inverno.

Laguna di Orbetello

Laguna di Orbetello

I gabbiani ormai sono ovunque, anche nelle grandi città dell’interno (Roma e Firenze, per esempio, ma io ne vidi un esemplare persino a Monaco di Baviera!), per cui non fanno notizia. Tuttavia, se li osservate, noterete come esistono tante varietà di gabbiani: più grandi, più piccoli, più grigi, più bianchi. Alla stessa famiglia, poi, appartengono le sterne, piccole e con la testa nera: si tuffano in acqua come tuffatori olimpionici quando adocchiano un pesciolino da mangiare. E per quel pesciolino, state tranquilli, non c’è scampo.

Quando pensi che tutto sia calmo e tranquillo, arrivano quei prepotenti dei cormorani a rompere le scatole. Ne basta uno, prepotente, che atterra su una boa per far volare via i non piccoli gabbiani. Usurpatore, verrebbe da dire e, a sentire i racconti dei pescatori, un vero disturbatore dell’ecosistema e della pesca.

Lo svasso non si fa disturbare troppo dal cormorano: uccello lacustre, elegante con la sua cresta rossiccia, ama immergersi a lungo per procurarsi cibo fresco di ottima qualità.

A riva intanto frotte di gambecchi e di chiurli, uccelli limicoli, ovvero che vivono nelle zone fangose e hanno becco lungo e sottile perché si nutrono di vermi, stanno fermi sulle piccole rocce della riva, pronti a muoversi all’unisono se qualche evento li disturba. Ben distante da essi la garzetta, bianca, candida, elegantissima come una sposa, se ne sta in attesa del tempo propizio per pescare. Vederla volare è un incanto bianco.

birdwhatching laguna di Orbetello

Una garzetta nella laguna di Orbetello

E poi ci sono loro, i fenicotteri rosa: li vedi volare laggiù, in lontananza, e li riconosci perché la loro silhouette, collo lungo, ali lunghe, zampe lunghe, è inconfondibile. Si allontanano, lì per lì, e ti dispiace. Ma poi ti danno una seconda occasione: perché un gruppo di una sessantina di esemplari si ferma nel bel mezzo della laguna, e a te sembra di trovarti in Camargue.

Il mulino di Orbetello

Nel mezzo della Laguna di Orbetello, all’altezza della strada di collegamento con l’Argentario, inconfondibile si erge un mulino a vento. È l’immagine più suggestiva della laguna, in qualunque condizione meteorologica e di luminosità. Costruito sull’acqua, è l’ultimo sopravvissuto di nove mulini realizzati da Siena nel corso del Quattrocento: all’epoca Orbetello era sotto il controllo dei Senesi. Nel secolo successivo subentrarono gli Spagnoli nel controllo dell’Argentario e i nove mulini, che inizialmente funzionavano ad acqua per la macinazione del grano, furono trasformati in mulini a vento. L’unico dei nove che sopravvive si trova nei pressi della diga fatta costruire dal granduca di Toscana Leopoldo II nel 1843, che altro non è che la  strada che collega Orbetello con l’Argentario.

il mulino orbetello

Il mulino nella Laguna di Orbetello

Vedi la laguna e poi muori (se ti chiami Caravaggio)

Ritratto di Michelangelo Merisi, detto Caravaggio. Credits: istantarte.it

La strada tra Orbetello e l’Argentario è un’arteria artificiale che divide in due la laguna. Essa infatti è racchiusa tra due lingue di spiaggia, una a sud e una a nord, che sono a loro volta oasi naturalistiche. A Sud è il tombolo della Feniglia. Tombolo indica un cordone di terra, e in effetti la Feniglia è una striscia di spiaggia, meglio una duna, che collega l’Argentario con la terraferma. Storicamente è nota perché pare che il Caravaggio, che in fuga da Napoli per problemi con la giustizia (grandissimo pittore, ma pare che non fosse uno stinco di santo) riparò qui in Maremma. Rifugiatosi sul tombolo della Feniglia si ammalò di febbri malariche (la zona, paludosa, era senza dubbio malsana) e a Porto Ercole trovò la morte.

Dalla parte opposta della laguna si trova il tombolo della Giannella. Un’altra striscia di terra, anzi di spiaggia, puntellata di abitazioni e hotel quasi in riva al mare. Il mare aperto si riversa sulla spiaggia trascinando con sé conchiglie, rami e tronchi d’albero, qualunque cosa le burrasche possano decidere di abbandonare al largo. Qui il fragore delle onde rompe ogni silenzio, è anzi la sinfonia che accompagna le nostre impronte lasciate sulla sabbia.

il Tombolo della Giannella

Il forte delle Saline

A pochi km a nord di Orbetello sorge il forte delle Saline, nel territorio di Albinia. Alla foce del fiume Albegna si trovavano le saline. Il forte, che risale alla metà del Quattrocento, aveva la funzione di controllare la produzione di sale e di stivarlo in attesa della commercializzazione. Il sale era un bene prezioso e costoso, dunque non deve stupire la struttura fortificata, con tanto di torre e di ponte levatoio. Questo è senza dubbio uno degli aspetti meno noti, ma suggestivi, della storia della Laguna.

forte saline albinia

Il Forte delle Saline di Albinia

E voi conoscete la Laguna di Orbetello? Cosa vi ha conquistato e cosa consigliereste?

Maremma che pioggia! Itinerario di due giorni in maremma, tra borghi e laguna

“Maremma che pioggia!”

Sembra un’imprecazione e in effetti lo è! Rientro da due giorni di vacanza in Maremma, durante i quali siamo stati in tre: io, il mio compagno e il fedele ombrello. La pioggia non ci ha risparmiato, il freddo nemmeno. Ma non ci ha impedito di andare a giro a esplorare questa piccola fetta di territorio nella provincia di Grosseto.

itinerario due giorni maremma

Primo giorno: Manciano, Saturnia, Montemerano

Premessa: da quando mi sono trasferita a Ostia antica, io e il mio compagno, che invece sta a Prato, approfittiamo di tutti i finesettimana per ritrovarci. Questa volta abbiamo deciso di incontrarci a metà strada. Ci siamo dati appuntamento ad Albinia, in Maremma, lungo la costa, poco più a Nord di Orbetello. Da qui, subito all’uscita dell’Aurelia, ci siamo messi in movimento e abbiamo deciso di andare nell’interno: abbiamo puntato verso Manciano, dove avevamo fissato la camera per la notte.

Prima tappa lungo il percorso è stata il Castello di Marsiliana d’Albegna. Nella nostra ignoranza non sapevamo che fosse privato. Un’indicazione per “museo” ci ha invece invitato ad arrivare al castello a piedi (un cartello di vietato l’accesso in auto ai non addetti ai lavori ci aveva consigliato). Arrivati in cima (splendida vista sulle colline circostanti, spesso coltivate a olivi), abbiamo cercato l’ingresso del museo. E niente, siamo stati redarguiti perché il luogo è privato e per il museo bisogna chiedere giù in piazza per visite guidate. N.B.: non si sa museo di cosa, se della cultura contadina o di altro. Certo in piazza vi posso assicurare che non c’era niente di così ben segnalato. E così… ciaone Castello di Marsiliana.

Manciano

museo manciano

L’ingresso del museo di preistoria e protostoria di Manciano (GR)

Proseguiamo, e intanto inizia a piovere copiosamente, verso Manciano. La cittadina è piuttosto grande, ma noi, interessati al centro storico, ci arrampichiamo su per la salita, passiamo sotto la Porta che si apre nelle mura medievali ed entriamo nel borgo medievale vero e proprio: la torre dell’orologio, i piccoli vicoli che si aprono con scorci sul panorama, il cassero e accanto ad esso il Museo di Preistoria e Protostoria della Maremma (ahimè chiuso in quel momento). La nostra visita di Manciano, rigata dalla pioggia si conclude in un piccolo locale, La torre in cantina, dove facciamo un aperitivo corposo più nel tentativo di riscaldarci che non per reale appetito. Ma beviamo due bicchieri di vino toscano, e già questo ci rinfranca nel cuore e nello spirito. E infatti siamo pronti a ripartire.

Manciano

Il borgo di Manciano

Le terme di Saturnia

Non ci siamo portati il costume: però già che siamo di strada vuoi non fare un salto alle Terme di Saturnia, un affioramento naturale di acqua calda e curativa che si trova poco oltre Manciano? Le cosiddette Cascate del Mulino sono una grandissima attrazione. Io ne avevo sempre sentito parlare e avevo visto qualche foto, ma trovarmici davanti è stato pazzesco.

Sarà stato il brutto tempo (pioveva anche lì), sarà stato il freddo, per cui si sollevava più vapore dalle acque calde, sarà stata l’acqua celeste, l’ambiente bianco, qualche erba palustre, il mulino in pietra lì dietro e quei quattro eroici personaggi che si facevano il bagno nelle acque sulfuree (e vagamente puzzolenti) nonostante il gelo fuori dall’acqua, ma ho avuto l’impressione di un luogo troppo assurdo per essere vero. Ho continuato a ripeterlo per minuti interi: “Questo è un posto assurdo. Questo è un posto assurdo!” E mi sono pentita per un attimo di non avere con me il costume.

terme di saturnia

Le Cascate del Mulino – Terme di Saturnia: un luogo assurdo

Le Cascate del Mulino sono il luogo più spettacolare paesaggisticamente parlando, e anche il luogo in cui si può fare il bagno termale gratis: l’accesso, infatti, è gratuito, e a pagamento ci sono, però nella bella stagione, le strutture accessorie, come eventuale bar, noleggio di accappatoi, docce e simili. Ma chi viene attrezzato può benissimo fare a meno di tutto ciò.

Lasciato questo posto assurdo, decidiamo di andare a vedere, almeno da fuori, dove invece la gente paga per godere al massimo livello delle acque termali: il Terme di Saturnia Spa & Golf Resort, che si trova poco distante e che è il luogo luxury, dove davvero farsi coccolare nel relax più totale.

terme di saturnia

Le cascate del Mulino viste dalla strada panoramica

Ci affacciamo infine sul borgo di Saturnia, medievale, ma il cui passato rimonta indietro nel tempo, ad epoca etrusca e romana: le terme sono note fin dall’antichità, quindi non deve stupire la presenza umana da queste parti da tempi tanto antichi.

Innamorarsi di Montemerano

montemerano

Un micio a Montemerano

Ci sono luoghi che nonostante la pioggia riescono a trasmettere un grandissimo fascino. Così è successo a noi visitando Montemerano, lungo la strada tra Saturnia e Manciano. Anch’esso borgo medievale, rispetto a Manciano ci sembra che abbia mantenuto intatta la sua integrità e il suo cuore. Percorriamo le sue stradine e arriviamo fino alla Piazza del Castello (ma del Castello non v’è traccia): sotto la pioggia solo tre splendidi gattoni osano stare all’aperto. Pelosoni e annoiati da tutto questo grigiore, sembrano disturbati dalla nostra presenza. Noi invece siamo assolutamente estasiati dal borgo, dalle murature in pietra a vista, dalla cura delle stradine e delle piazzette: si nota l’interesse a preservare un angolo di medioevo nel migliore dei modi, e non a caso, infatti, Montemerano fa parte dei Borghi più belli d’Italia.

Montemerano

La piazza del Castello a Montemerano

Mangiare e dormire a Manciano

Nella nostra pur breve esperienza a Manciano e dintorni abbiamo individuato un luogo dove pernottare e un ristorante dove mangiare: abbiamo trascorso la notte a Il Meoccio, un affittacamere che si trova già in campagna lievemente fuori da Manciano: non fatevi spaventare dal tratto di strada bianca: siamo in mezzo ai campi del resto, cosa ci possiamo aspettare di diverso? In camera abbiamo provato un po’ freddo, è vero, ma per colpa dell’ondata di gelo inaspettata che c’è stata. La sera, al nostro arrivo, non abbiamo potuto apprezzare, ma la mattina abbiamo notato la vista panoramica sulle colline e sulla valle, fino ad arrivare al mare. Il Meoccio si trova in un luogo davvero di relax, lontano dal mondo, ideale per chi si vuole fermare nella calma più assoluta.

Manciano

Una parete di fiori a Manciano:

A cena siamo stati a Manciano Da Paolino, ristorante che, se si soggiorna a Il Meoccio, fa pure il 10% di sconto sul conto. Cucina tradizionale, piatti abbondanti e curati, un buon vino della casa. E soprattutto un ambiente bello caldo, che venendo dal freddo di fuori ci ha fatto molto piacere!

Secondo giorno: Orbetello, la Laguna, la spiaggia della Giannella

La mattina, quando lasciamo la camera, ben speriamo: un raggio di sole si fa strada tra le nubi, che sia un buon segno? Scendiamo a valle, torniamo sul mare, sull’Aurelia, arriviamo a Orbetello.

Ero stata a Orbetello anni fa, e ricordavo due cose: il Mulino nella laguna e la cena di pesce al ristorante I pescatori. Ebbene, abbiamo fatto entrambe le cose: una passeggiata lungo la laguna fino al Mulino e il pranzo a I Pescatori (che di febbraio è aperto solo il sabato e la domenica, non durante la settimana).

il mulino orbetello

Il mulino nella Laguna di Orbetello

La laguna di Orbetello

birdwhatching laguna di Orbetello

Una garzetta nella laguna di Orbetello

La Laguna di Orbetello è un prezioso paradiso naturalistico. Anche solo camminando lungo la riva possiamo osservare alcune specie di uccelli palustri e marini che convivono, pescano, nuotano, volano e gridano, ognuno secondo il proprio verso. C’è la sterna che fa dei tuffi olimpionici ogni volta per pescare un pesciolino, c’è la folaga nera che nuota placida vicino alla riva, c’è il gabbiano che ogni tanto si sgranchisce le ali e c’è il cormorano che quando arriva lui, arrogante, fa volare via tutti gli altri. C’è lo svasso, con la sua cresta, che nuota tranquillo e ogni tanto si immerge per tempi lunghissimi, per pescare, senza fretta. C’è la garzetta, elegantissima col suo collo e le zampe lunghe, e ci sono dei piccoli uccellini col becco lungo e stretto, che si muovono in gruppo e in gruppo si fermano sugli scogli della riva, dove presumibilmente trascorrono gran parte del loro tempo. E poi sollevi lo sguardo e scopri che in lontananza uno stormo di fenicotteri rosa sta sorvolando la laguna: li riconosci non per il colore, ma per il collo lungo, le zampe lunghe, le ali lunghe. E improvvisamente ti commuovi e ti sembra di essere tornata in Camargue.

Il mulino è una visione maledettamente romantica. Lì, immerso nelle placide acque, disturbato solo da qualche uccello che gli vola intorno, indica un tempo fermo, un tempo che non passa e che non trascorre. Sta lì, sospeso, mentre intorno a lui, sull’acqua scorre la vita degli uccelli e, a riva, scorrono le auto di chi va da Orbetello all’Argentario e viceversa.

laguna orbetello

Nelle placide acque della laguna vivono tante varietà di uccelli. Un patrimonio di biodiversità da preservare

Orbetello è un bella cittadina, con stradine ampie e pulite su cui affacciano negozi anche diversi dal solito. Noi ripercorriamo tutto il centro fino ad arrivare alle mura, a uscirne e ad andare a pranzo a I Pescatori. Credo che sia uno dei ristoranti più noti della Toscana: viene cucinato ciò che i pescatori della Laguna pescano giorno per giorno, dalle anguille alla palamita alla spigola e alle orate, e il tutto viene straordinariamente preparato in cucina. I prezzi sono davvero onesti, altro che ristoranti di pesce di lusso, segno che la qualità non ha bisogno di troppi fronzoli. E poi, la cosa più bella, le persone hanno voglia di raccontare, di raccontarsi, di spiegare al mondo che i cormorani, specie protetta, sono un problema per la sostenibilità e per la biodiversità della laguna: cose che non si possono sapere se non si vive in prima persona la pesca tutti i giorni tutto l’anno.

Il mare d’inverno: la spiaggia della Giannella

L’Argentario è collegato alla terraferma da tre lingue di terra. Quella centrale è la strada che collega Orbetello con la penisola, quella a sud è una lingua di spiaggia, la riserva naturalistica della Feniglia, quella a Nord è un’altra lingua di spiaggia, la Giannella. Per tornare verso Albinia, sotto una pioggia torrenziale, percorriamo la strada che attraversa la Giannella. Il richiamo della spiaggia e del mare aperto è forte, per cui affrontiamo gli scrosci di pioggia e passeggiamo sulla sabbia, incuranti del vento e dell’acqua.

spiaggia della Giannella

La Giannella. Un’intrepida coppietta affronta le intemperie pur di farsi la passeggiatina sulla spiaggia

Barchette abbandonate, legni arrivati qui da chissà dove, conchiglie, un casco da moto infilzato su un palo: più che mare d’inverno sembra una spiaggia abbandonata da un momento all’altro per una tempesta. Subito alle spalle della sottile lingua di sabbia già si trovano le case per vacanze estive e gli hotel. Ma se guardiamo verso il mare, pare di trovarsi in un paradiso perduto. Una sensazione simile (sarà la pioggia?) me l’aveva data, da tutt’altra parte del mondo, Cape Tribulation, nel Queensland in Australia, che visitai sotto la pioggia tropicale. Della Giannella mi colpisce la bellezza di un luogo isolato, libero, totalmente restituito alla natura, almeno in queste giornate d’inverno. Una coppietta che passeggia sulla riva con l’ombrello, tenendosi stretti stretti, e le impronte di un cane, però, mi fanno pensare che non siamo solo noi ad avventurarci da queste parti con queste condizioni: il mare d’inverno è un richiamo che difficilmente si può decidere di non ascoltare.

Spiaggia La Giannella

Un tronco arrivato da chissà dove ha trovato riposo alla Giannella

Su questa spiaggia si chiude il nostro itinerario nella Maremma sotto la pioggia. Siamo fradici, ma tutto sommato contenti di questa nuova occasione che abbiamo avuto per conoscere un piccolo frammento di territorio italiano. Sicuramente torneremo nella bella stagione a Saturnia, e chissà, magari torneremo al mare in Laugna, alla Giannella o alla Feniglia. Oppure, cambieremo totalmente zona, e vedremo luoghi nuovi e diversi. Valuteremo caso per caso. Speriamo solo che troveremo il sole!