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Autunno a Roma: due mostre da non perdere

L’autunno porta con sé sempre alcune novità: l’inizio della scuola, l’avvio di nuovi progetti (per me è sempre così, almeno), la programmazione culturale che riparte dopo il rallentamento estivo. Così succede a Roma dove, dopo l’agosto romano in cui gli abitanti si dileguano, da settembre riprendono pian piano le attività culturali.

Nel giro di due giorni hanno inaugurato a Roma, nell’ultima settimana di settembre, due mostre estremamente diverse l’una dall’altra, entrambe assolutamente da non perdere, ognuna per un motivo preciso.

autunno a roma due mostre da vedere

Palazzo Barberini, La stanza di Mantegna

Non fatevi fuorviare dal titolo: la “stanza” non è davvero una stanza, ma un luogo astratto, un luogo dell’anima, un luogo, parafrasando Dante, che è ricettacolo di arte, e dunque arte all’ennesima potenza. La mostra, in realtà piuttosto piccola, ospita poche ma significative opere, prestito del Musée Jacquemart-André di Parigi, e di queste solo due sono state dipinte da Mantegna.

Andrea Mantegna, Ecce Homo

Ecce Homo Andrea Mantegna

Andrea Mantegna, Ecce Homo

L’Ecce Homo di Mantegna è un’opera pazzesca, ha una potenza espressiva che intender non la può chi non la prova. Davanti ai nostri occhi abbiamo Cristo, con la corona di spine, una corda intorno al collo, le mani legate, che guarda verso di noi con aria esausta, sofferente. Alle sue spalle, che lo cingono, ma lo spingono alla gogna, due figuri brutti, loschi, grotteschi. Uno di essi in particolare, mi ricorda certi volti volutamente imbruttiti di Peter Bruegel il Vecchio: il naso adunco, i denti storti, gli occhi incavati, tutto sta a connotare un personaggio negativo. La banda scritta al di sopra di esso, come un fumetto, recita ossessivamente “Crocifige Eum“, Crocifiggilo.

E tutto diventa chiaro.

Cristo si trova sofferente, legato, davanti a Ponzio Pilato. I personaggi alle spalle, che lo spingono in avanti, urlano “Crocifiggilo, crocifiggilo” così come narra il Vangelo. La scena è  fin troppo nota. Manca solo un personaggio a completare il quadro, ovvero Ponzio Pilato.

E improvvisamente ci accorgiamo che siamo noi astanti, che osserviamo il dipinto e veniamo trafitti dagli occhi semichiusi del Cristo, ad essere il Ponzio Pilato della situazione. Come reagiamo davanti all’incalzante ritmo dell’urlo “Crocifiggilo!“? Daremo retta alle voci di condanna o, proprio come fece Ponzio Pilato, ce ne laveremo le mani?

C’è abbastanza in questo dipinto per scrivere un trattato di arte, di teologia e di psicologia allo stesso tempo. Dipinto intorno al 1500 (Mantegna morirà nel 1506) quest’opera è estremamente moderna nel coinvolgimento emotivo che riesce a trasmettere a chi guarda. Perché qui non si tratta di dire “è un quadro bello; è un quadro brutto”: qui si tratta di verificare quanto siamo coinvolti noi spettatori, quanto diventiamo parte dell’opera. Personalmente lo trovo meraviglioso.

Terme di Diocleziano, Je suis l’autre. Giacometti, Picasso e gli altri. Il Primitivismo nella cultura del Novecento

Nella splendida cornice delle Terme di Diocleziano, che è insieme monumento antico, museo di se stesso e museo di arte romana e di archeologia protostorica, trova la sua degna esposizione la mostra Je suis l’autre.

terme di diocleziano

Le Terme di Diocleziano ospitano nell’autunno 2018 la mostra Je suis l’autre

Una mostra suggestiva prima ancora che educativa, una mostra che viaggia su due livelli: l’arte cosiddetta primitiva, o tribale, che trova più spazio negli studi di etnografia e antropologia che non in quelli di storia dell’arte; e la corrente artistica del Primitivismo che, nel Novecento ha visto straordinari esiti in scultura, nonché straordinari rappresentanti: Giacometti e Picasso sono gli autori di grido, richiamati fin nel titolo della mostra. Ma poi c’è George Bracques, Arnaldo Pomodoro, Mirko Basaldella, Joan Mirò, Marino Marini.

je suis l'autre Marino Marini

La Danzatrice di Marino Marini in mostra alle Terme di Diocleziano

Il percorso espositivo è articolato in sezioni che seguono i temi dell’arte etnografica, per così dire: la vita, il sogno, la magia, la morte. Sul filo della narrazione tracciato dalle opere tribali, che provengono variamente dall’Oceania, dall’Indonesia, dalle isole del Pacifico, dal Sud America, si innestano veri e propri confronti con le opere degli autori del Novecento i quali, nel loro approcciarsi all’arte “primitiva” riflettono su se stessi, sul senso della propria ispirazione, sull’arte in generale. Illuminanti, a tal proposito, sono le citazioni poste in apertura della mostra: l’artista riflette sempre su ciò che elabora, e liquidare semplicemente con un “è arte…” ciò che non capiamo significa non tenere conto del fatto che ogni artista conduce una propria riflessione, un proprio pensiero, un proprio scopo. Così, il “Visage” di Picasso non è altro che un volto disegnato, ma piegato per dargli tridimensionalità: appare totalmente astratto ai nostri occhi, eppure nasconde una ricerca personale dell’artista che vuole andare oltre la concezione normale del ritratto.

Altre opere, come la Danzatrice di Marino Marini in apertura di mostra, sono già più vicine al nostro modello occidentale. La ballerina, tra l’altro, a me ricorda nella posa, la Ballerina scolpita da Degas con tanto di tutù. Questa di Marino Marini, però, non ha il tutù né le scarpette, ma ha volto e forme allungate e sproporzionate che si avvicinano a certe opere di arte tribale che effettivamente le sono poste intorno. Tutto torna, tout se tient.

Maschere di legno che raffigurano figure ibride, diaboliche e mostruose. Vi sembrano esotiche? Niente affatto, sono svizzere.

La mostra è realizzata in collaborazione con Electa, che ha curato lo splendido catalogo.

Due mostre da non perdere. Due musei da non perdere

Le due mostre di cui ho brevemente parlato qui, La stanza di Mantegna e Je suis l’autre, sono ospitate in due musei che a loro volta sono due eccezionali istituzioni e monumenti.

Palazzo Barberini

nascita del battistia

Nascita del Battista, Maestro dell’Incoronazione di Urbino, prima metà del XV secolo, Palazzo Barberini, Roma

Palazzo Barberini è la sede della Galleria Nazionale che conta opere che vanno dal Medioevo puro, quello delle Madonne dipinte su fondo oro, all’epoca della Controriforma di cui è protagonista Caravaggio col suo Narciso, passando per la Fornarina di Raffaello. Opere e autori che hanno fatto la storia dell’arte; uno splendido palazzo di cui potrete notare la magnificenza negli splendidi soffitti affrescati del pianoterra e nelle sale magnifiche del primo piano, tra cui il grande salone affrescato da Pietro da Cortona. Un palazzo che è innanzitutto palazzo storico con una sua precisa identità: edificio barocco, di proprietà della famiglia papale dei Barberini, alla sua realizzazione hanno lavorato, insieme a Carlo Maderno, sia Bernini che Borromini, i due architetti eterni rivali nella Roma del Seicento. Tra di essi non poteva correre buon sangue, ognuno impegnato com’era ad affermare se stesso rispetto all’altro per averne fama, gloria, onori, ma soprattutto lavori.

Museo Nazionale Romano – Terme di Diocleziano

Monumento assoluto, della romanità, dell’architettura antica, dello scorrere dei secoli e testimone di come un intero quartiere possa adeguare se stesso alle strutture preesistenti di un complesso davvero enorme. Le Terme di Diocleziano furono l’edificio pubblico più grande dell’impero romano e occupavano uno spazio immenso, tale da condizionare la struttura dell’attuale Piazza della Repubblica, così perfettamente circolare, e gli edifici circostanti; tale da condizionare la pianta (e pure la facciata) della chiesa di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, che è ricavata in alcuni ambienti delle antiche terme; tale da coinvolgere addirittura Michelangelo nella realizzazione di un grande chiostro retrostante la chiesa (per me uno dei luoghi più belli di tutta Roma, tra l’altro).

terme di diocleziano chiostro michelangiolesco

Il Chiostro michelangiolesco ricavato all’interno delle Terme di Diocleziano

Il museo è dedicato principalmente alla scultura romana, accoglie una ricca sezione epigrafica, cioè dedicata alle iscrizioni latine, e inoltre ospita, al piano superiore, un’intera sezione dedicata alla protostoria del Lazio, ovvero ai ritrovamenti relativi all’età del bronzo e del ferro e ai corredi delle tombe, alcuni dei quali davvero ricchi.

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Bistecca alla Fiorentina: 3 posti dove mangiarla fuori Firenze

Attenzione: post non adatto ai vegetariani!

Se vai in Toscana non puoi non mangiare la bistecca. Piatto tipico in tutto il territorio che gravita su Firenze, dal Mugello al Chianti al Valdarno, è un vero peccato non assaggiarla.

In questo post ti parlo di tre ristoranti/trattorie in cui gustare la Fiorentina a pochi km da Firenze.

Prima, però, devo dirti che cos’è la Bistecca alla Fiorentina e come va mangiata. E te lo spiego in quest’infografica:

bistecca alla fiorentina

La bistecca alla Fiorentina: cos’è essenziale sapere

Bistecca alla Fiorentina e patate al forno: cosa volere di più? Ah sì, un fiasco di Chianti!

La Fiorentina è tipica, come dice il nome, di Firenze e poco oltre. Va cotta 4 minuti per lato, più il lato dell’osso, il che consente una crostatura superficiale, ma la carne pressoché cruda (al sangue) all’interno. Però, e la bravura di chi cuoce si vede anche da questo, dev’essere servita calda, perché appena si raffredda immediatamente inizia a stuccare, cioè a dare fastidio alle papille gustative, e da un piacere della gola diventa un tormento.

Per essere tale, la Fiorentina dev’essere alta 4 dita, almeno. Più bassa è una truffa, lasciatevelo dire. Soprattutto se ve la propinano a 40 € al kg. A proposito. Il prezzo si aggira ormai tra i 40 e i 50 € al kg. Perché la Fiorentina (vera) non la si prende a porzione, ma a kg. Il taglio pregiato è quello del filetto e del controfiletto, per cui l’osso spolpato è a forma di T.

La Fiorentina solitamente viene servita con un filo d’olio, sale e pepe. O meglio. Il sale in superficie ci sta bene, l’olio crudo è uno sfizio, il pepe è un di più. Ma la cosa migliore è gustare la carne in purezza: il perfetto sapore lo raggiunge con la perfetta frollatura. E saper frollare la carne è un’arte.

Infine, con la Fiorentina si beve il vino rosso. Un bel Chianti che urla la gioia di questo territorio, fatto di colline e vigneti, fatto di tini profumati e di splendide cascine e ville padronali. Se la Fiorentina è morbida, a tratti grassa, il vino rosso ha quell’acidità che asciuga il grasso e butta giù con un bel sorso tutte le difficoltà. Se è un fiasco da litro, invece che una bordolese (la classica bottiglia da 75 cl) è ancora meglio. By the way, vietato il cappuccino. Lo so, per noi italiani è superfluo, ma all’estero non è scontato. So di un ristoratore felice perché il suo avventore americano finalmente aveva voluto la Fiorentina al sangue (di solito i turisti la vogliono ben cotta: poi non so come riescano a tagliarla e a ingoiarla), che poi però si era visto chiedere il cappuccino. E so di una trattoria in centro a Firenze (Tito, per la precisione) che dice fin sulla porta d’ingresso che la bistecca col cappuccino costa 1 milione di €. E non perché l’abbinamento sia roba pregiata, ve l’assicuro.

In ogni caso, il decalogo della bistecca alla Fiorentina senz’altro più efficace, anche perché declamato in vernacolo, è quello di Mollica’s Blog, che vi invito a leggere.

3 ristoranti fuori Firenze in cui mangiare (bene) la bistecca alla Fiorentina

Fatte queste premesse necessarie, vi porto a mangiare la fiorentina, quella bona, fuori Firenze. Perché in città, diciamolo, la sanno far tutti (‘ndo tuvvai, tu caschi da ritto, per dirla in vernacolo fiorentino). Ma se siete in giro a fare una scampagnata, e lì vi prende la voglia di bistecca, dovete sapere dove poter andare a parare! Importante: questo non è un post sponsorizzato, ma è il mio spassionatissimo consiglio. Siete liberissimi di seguirlo o meno, ma io e il mio compagno siamo due buone forchette, fossi in voi mi fiderei.

Ristorante La Ferriera, Pistoia

bistecca alla fiorentina

La bistecca de La Ferriera

Ricavato in una vecchia ferriera, di cui sono rimasti a vista i muri poderosi della struttura in grandi blocchi di pietra, il Ristorante La Ferriera si trova lungo una strada che conduce fuori Pistoia verso uno dei versanti della montagna pistoiese. Quasi nel bosco, è il caso di dire: un luogo davvero tranquillo che soprattutto d’estate è bello fresco. E il ristorante in sé è molto suggestivo. Pranzo, cena, gruppo di amici, capodanno: ci si viene volentieri in tutte le stagioni.

Il ristorante propone uno specifico Menu Bistecca oltre al menu alla carta con piatti tipici della tradizione toscana. Ottimo anche il vino rosso della casa: se chiedete qual è la cantina, non ve la riveleranno neanche sotto tortura, ma è giusto che sia così 😉

Ristorante La Ferriera, via Crespole e Fabbriche, 122, 51100 Pistoia, tel. 0573 46715

Antica Osteria Nandone, Omomorto (Scarperia e San Piero, Mugello)

Omomorto è il nome della località, lungo la strada che da Scarperia sale verso il passo del Giogo. In mezzo a boschi di castagni e di sambuco (tutto bianco a primavera), in una zona che durante la II Guerra Mondiale è stata teatro dei terribili scontri tra Tedeschi e Alleati lungo la Linea Gotica (tanti sentieri partono da qui proprio dedicati ai luoghi principali; un museo dedicato alla linea gotica si trova proprio poco fuori Scarperia: ne ho parlato qui), si apre ad un certo punto uno spiazzo: da un lato un parcheggio, dall’altra una casa, che ospita l’Antica Osteria. La carne è talmente tenera da commuovere. La bistecca è talmente alta da commuovere. Ed è talmente saporita da commuovere. Insomma, ci si commuove facilmente da Nandone, che arriva anche lì al tavolo e ti racconta come la frolla, lui di persona personalmente.

La cena si completa con una grappa che unita al vino e all’assenza di luci artif

Un’esperienza che se vai in Mugello non puoi non fare. Assicurati, però, di prenotare per tempo!

Antica Osteria Nandone, via del Giogo, 3, 50038, Scarperia e San Piero (FI), tel. 055 846198

bistecca fiorentina

la bistecca alla fiorentina di Nandone

Antica Trattoria di’ Tramway, Campi Bisenzio

bistecca fiorentina

La bistecca alla fiorentina del Tramway

Questa trattoria è antica sul serio, perché risale ai primi del Novecento, quando il tramway, cioè il tram, arrivava da Firenze fino a Poggio a Caiano. In realtà, anche se in comune di Campi, il Tramway si trova praticamente a Poggio a Caiano, il borgo sorto intorno alla villa medicea che a settembre, oggi come 500 anni fa, versa dalle fontane invece che acqua vino per il popolo!

Tornando alla Trattoria, la bistecca è ottima perché vanta una tradizione pluridecennale nella scelta delle carni e nella capacità di cucinarla a regola d’arte. Il menù del Tramway offre però altri piatti particolari, come la carne di pecora, in umido o alla griglia: una carne particolare, che non a tutti piace, e che infatti si trova di rado nei ristoranti.

Antica Trattoria di’ Tramway, via Pistoiese, 355, Sant’Angelo, Campi Bisenzio, tel. 055 877 8203

Queste tre trattorie/ristoranti si trovano in tre territori ben distinti, relativamente vicini a Firenze, ma ciascuno in una direzione diversa. Se passate a Firenze parecchi giorni e avete voglia di fare gite fuoriporta, a questi tre ristoranti corrispondono tre importanti territori peculiari e tutti da esplorare. Non avete che prendere e partire. Che l’appetito vien mangiando, e pure la fame di esplorare luoghi nuovi. 😉

Nemi, il borgo delle fragole, il lago della dea

Un lago che nasconde un vulcano. Già questo basterebbe a fare di Nemi un luogo magico.

Ma non c’è solo questo. C’è una storia più che millenaria, ancestrale, fatta di miti e di riti, formatisi e praticati sulla bocca del vulcano estinto; c’è una dea il cui culto ancora ci sfugge nel dettaglio, ma che sicuramente nei boschi qui intorno aleggiava col suo spirito. C’è poi l’esagerazione di un uomo, che si sentiva pari agli dei (gliel’avevano fatto credere, del resto, come avrebbe potuto dire che si sbagliavano?) e che sul lago aveva costruito due navi enormi, fatte semplicemente per stare in rada qui, come due città galleggianti. C’è poi il tempo che tutto nasconde, la memoria collettiva cui nulla sfugge, e un’altra esagerazione di un altro uomo, che voleva a tutti i costi riportare in vita quelle navi, prosciugando, dunque snaturando il lago. E chissà se la dea si è adirata, al punto da far andare in fiamme dopo solo 12 anni di aria aperta, e dopo quasi 2000 sott’acqua, quegli scafi, simbolo di un impero ormai perso per sempre.

nemi lago di nemi

Questa, in estrema sintesi, la storia del Lago di Nemi.

Siamo nella zona dei Castelli Romani. Qui vicino c’è il Lago d’Albano, un altro laghetto vulcanico su cui si affaccia Castel Gandolfo, la residenza papale estiva. Tra i due laghi invece si colloca Ariccia, nota ai più per la porchetta, a chi ama l’archeologia per il suo antichissimo passato, romano e preromano.

La strada che conduce a Nemi è la via dei Laghi, in parte panoramica in parte addentro un bosco che, si scopre, è piuttosto antico. Si arriva a Nemi dopo aver percorso a tradimento una discesa in galleria a spirale del tutto inaspettata.

Il borgo di Nemi

Nemi

Passeggiando per il borgo di Nemi

Superata questa galleria , eccoci a Nemi. Ci accoglie il manifesto “il borgo delle fragole“, e non tarderemo a scoprire perché: la fragolina di bosco è tipica di queste parti e a Nemi è protagonista di alcuni dolci e liquori: la tartelletta, il tiramisù, il fragolino. Una delizia senza pari.

Il borgo sorge in cima al cratere del vulcano, e guarda il lago dall’alto verso il basso. Un borgo medievale, con una via centrale sulla quale affacciano i vari ristorantini, negozietti e botteghe che per un verso o per l’altro ci ricordano sempre le fragole. Un borgo colorato, come colorati sono i balconi, fioriti di gerani rossi e rosa. Infatti Nemi, oltre che “borgo delle fragole” è il borgo dei fiori.

Non c’è ristorante che non offra una veranda con vista sul lago. Il panorama è oggettivamente mozzafiato: la vista spazia fin sull’altro versante del cratere, dove sorge Genzano, un altro dei Castelli Romani. In basso invece, in uno spazio pianeggiante, un doppio capannone rosa attira l’attenzione: è il museo delle navi romane di Nemi.

Le navi di Caligola

L’imperatore Caligola, che le fonti storiche ci riportano come pazzo dissennato, effettivamente qualche mania di grandezza l’aveva: per esempio, fece costruire appositamente perché stessero sul lago di Nemi, senza navigare, due grandi navi. Non si sa per quale motivo le avesse volute: due palazzi galleggianti, come se fossero una residenza estiva? Le fonti ci raccontano che sul ponte erano costruiti edifici, forse un tempio, le terme… insomma, erano due navi da crociera ante litteram, con la differenza che queste non avrebbero mai levato l’ancora!

Alla morte di Caligola, tutto ciò che questo giovane e spregiudicato imperatore aveva fatto fu cancellato dai suoi detrattori e fu condannato alla damnatio memoriae, ovvero alla cancellazione perché non ne rimanesse il ricordo: la peggiore delle punizioni per un personaggio che invece aveva voluto imporsi come pari agli dei! Il suo nome fu abraso dalle iscrizioni sui monumenti pubblici, le sue statue furono decapitate, le navi del lago di Nemi furono fatte affondare. E si adagiarono per sempre sul fondale.

museo navi nemi

L’interno del museo delle navi di Nemi oggi

Per sempre fino a un certo punto. La memoria delle navi affondate era rimasta e tornò a farsi prepotente nel Quattrocento, in pieno Umanesimo, momento di riscoperta della cultura classica: persino un personaggio del calibro di Leon Battista Alberti si impegnò a ripescare le navi. Ma più di qualche pezzo di legno dello scafo non riuscì a recuperare. Nei secoli a seguire vi furono altri tentativi ma fu in pieno regime fascista che la volontà di riportare in luce le navi si fece forte: l’ideologia fascista del rinnovato impero romano aveva bisogno anche del ripescaggio delle navi di Caligola per poter alimentare la propaganda.

Si fecero vari tentativi, alla fine si decise di prosciugare il lago per mettere in secca le navi e finalmente estrarle: fu un’operazione ingegneristica davvero senza precedenti, propaganda nella propaganda. Le navi furono quindi prelevate interamente, complete dei loro arredi bronzei. Per entrambe fu realizzato un museo specifico, sulla riva del lago, che somigliasse ad un grande cantiere navale moderno: il Museo delle navi romane. L’architetto Morpurgo, lo stesso che aveva realizzato il museo dell’Ara Pacis, fu incaricato dell’opera. E davvero realizzò un’architettura d’impatto.

Il museo delle navi romane

Le navi furono dunque esposte nel museo nel 1932. Insieme ad esse fu esposto il materiale rinvenuto a bordo: non rimaneva molto delle grandiose architetture favoleggiate dalle fonti antiche, però comunque vi era abbastanza per comprendere che si trattava di un’opera eccezionale, sia di ingegneria che di ostentazione di potenza e lusso.

Con lo scoppio della Seconda Guerra mondiale gli arredi in bronzo, più preziosi, vengono riparati altrove. Gli scafi, intrasportabili, restano al museo, protetti da quattro custodi. il 28 maggio del 1944 i Tedeschi intimano ai custodi di lasciare il museo; lo occupano loro. Il 31 maggio vi sono bombardamenti da parte degli Alleati su Nemi, ma il museo è salvo. Solo nella notte, a combattimenti finiti, avvampa l’incendio. L’indagine successiva chiarirà che le fiamme sono state appiccate dolosamente dai Tedeschi (ho raccontato tutto in questo post).

museo delle navi nemi

Lucerne votive (offerte sacre) nel santuario di Diana Nemorense. Museo delle Navi romane di Nemi

Fumo, le navi di Nemi sono andate in fumo. Dopo quasi 2000 anni placidamente sul fondo del lago, dopo 12 anni di gloria, sono andate in fumo. Oggi il Museo delle Navi romane oltre a raccontare la storia del ripescaggio e quella, meno gloriosa, dell’incendio, mostra alcuni dei materiali del fasciame delle navi (gli arredi bronzei sono invece esposti al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme a Roma). Inoltre, il museo espone i risultati delle ricerche archeologiche condotte nel territorio. Un territorio ricco da sempre di luoghi di culto e che ha restituito notevoli depositi votivi, a partire dal Santuario di Diana Nemorense, a poche centinaia di metri dal museo.

Diana Nemorense

diana nemorense

Il simulacro arcaizzante della dea Diana (copia dell’originale al Museo NY Carlsberg di Copenhagen

Diana è il nome romano della dea greca Artemide, dea vergine dei boschi e della caccia, dea in aperta contraddizione con il mondo maschile e con la società civile: non si sposa, fa divorare dai cani quel povero Atteone colpevole di averla vista nuda suo malgrado, punisce le ninfe che le si accompagnano e che ogni tanto cedono a qualche scappatella con il dio o con il mortale di turno. Divinità complessa già in Grecia, nell’Italia preromana è ancora più difficile coglierne le peculiarità. A Nemi pare che il culto fosse triplice: una triade divina, formata da Artemide, Selene (dea della Luna e dei cicli di vita) ed Ecate, dea protettrice delle nascite. Una divinità in tutto e per tutto femminile, cui le donne si rivolgevano in particolari feste nel corso dell’anno.

Intorno alle rive del lago, che veniva chiamato Speculum Dianae (specchio di Diana) si stendeva un bosco sacro alla dea. Qui, in epoca preromana si consumava il rito e insieme il mito del Rex Nemorensis: il sacerdote di Diana era uno schiavo fuggitivo che per prendere quel ruolo aveva dovuto uccidere il sacerdote precedente e doveva passare la vita a difendersi dai successivi pretendenti. Un culto complicato, vi dicevo, che però è diventato una pietra miliare negli studi di antropologia, grazie a un capolavoro letterario: Il Ramo d’Oro di James Frazer.

Di Diana Nemorense sopravvive – male – il santuario, costituito dal recinto sacro nel quale si innalzava il tempio della dea. Negli anni passati sono stati condotti scavi importanti perché hanno portato alla luce parti della statua di culto, elementi ifondamentali per definire l’architettura e le fasi di vita del tempio e dei suoi annessi. Purtroppo però, e duole dirlo, il tempio sopravvive, in abbandono, e per poterlo vedere bisogna sperare che il proprietario dell’azienda agricola, nella quale bisogna entrare per vederne i resti, sia di buon umore. Decisamente una fine ignominiosa per la grande dea e per ciò che ha significato per secoli per generazioni di fanciulle italiche e poi romane.

 

Dieci piccoli borghi in Toscana tutti da scoprire

La Toscana è ricchissima di borghi piccoli, anche piccolissimi, ognuno con una sua anima, ognuno con un buon motivo per farsi scoprire.

In questo post ne ho individuato dieci.

borghi toscana

Figline (Prato)

Prato – Questa piccolissima frazione di Prato è importante per tre motivi legati alla II Guerra Mondiale:

museo deportazione prato

Una di quelle immagini che restano impresse: un prigioniero dei campi di concentramento, ridotto pelle e ossa e costretto a stare nudo davanti alla macchina fotografica nazista

1) è il paese natale di Curzio Malaparte, pseudonimo di Kurt Erich Suckert, giornalista che, dopo aver fatto da reporter per il fronte fascista fino al 1942, poi passò all’Esercito Cobelligerante Italiano accanto agli Alleati, e che come romanziere ha raccontato la Guerra in Kaputt e la Toscana in Maledetti Toscani;

2) ha subito impotente la tragedia dell’esecuzione capitale dei 29 Martiri: il 6 settembre 1944, giorno in cui Prato fu liberata dai Nazifascisti, i Tedeschi pensarono di lasciare un bel ricordo di sé giustiziando con l’impiccagione 29 giovani partigiani stanati la notte precedente. Un eccidio che Figline, Prato, la Toscana e l’Italia tutta non dimentica. Un monumento molto essenziale nella piazzetta che fu luogo dell’esecuzione ricorda l’evento.

3) il paesino ospita il Museo della Deportazione. Un luogo buio, fatto di immagini, di video, di testimonianze. Un luogo il cui ingresso è gratuito e mi chiedo il perché, un luogo in cui ognuno ascolta con le sue cuffie, isolato dal resto, da solo di fronte al dolore di chi è stato testimone, le terribili condizioni dei campi di sterminio nazisti, da cui in pochi si salvarono e ne portarono un ricordo devastante condividendolo con noi, che non potremo mai capirne fino in fondo l’orrore e l’atrocità.

San Baronto

La vista panoramica da San Baronto, terrazza del Montalbano

Montalbano – In quella bella terra collinare e boscosa che è il Montalbano, che separa l’Empolese dal Pistoiese, sorge il piccolo paese di San Baronto. Luogo prediletto da ciclisti e motociclisti, offre una splendida vista panoramica su tutto il Valdarno inferiore, ed ha una discreta offerta gastronomica per quanti, passando di qui, intendono fermarsi per una sosta. Il Montalbano, tra l’altro, è regione felicemente nota sia per il vino che per l’olio, per cui non mancano i buoni prodotti locali: entrate ad esempio nello spaccio/bar/forno che si trova lungo la via: fatevi preparare una schiacciata prosciutto e pecorino accompagnata da un bicchiere di vino rosso del Montalbano e provate a dirmi che non ho ragione. Il vero fulcro del paese però è il monastero di San Baronto, medievale, intorno al quale poi si è sviluppato il piccolo insediamento moderno.

Cerreto Guidi

cerreto guidi

Cerreto Guidi

Montalbano – Noto per la villa medicea che lo domina, Cerreto Guidi è un borgo medievale che a settembre si anima per il palio del Cerro: una festa in stile medievale, con sfide che sono veri e propri tornei cavallereschi che attirano tanti curiosi e tanto pubblico. Il borgo è in salita, e al suo culmine sorge la villa medicea. Questa fu progettata per essere il casino di caccia dei Medici e in effetti ancora oggi affaccia su un’ampia valle soleggiata. Ma la vera bellezza della villa è l’interno, su due piani, tra sale di rappresentanza e appartamenti privati, tra camere da letto e sale a tema, gli apparati decorativi sono notevoli. Molto suggestivo il balcone con affrescata tutta un’architettura in rovina. La villa ha anche un piccolo ma elegante giardino, un luogo di pace e di ristoro, qualora non bastasse la quieta bellezza delle sue opere d’arte!

Per approfondire: Itinerari d’arte in Toscana: la villa medicea di Cerreto Guidi

Marliana

marliana (PT)

Il piccolo borgo di Marliana

Pistoiese – Ci trasferiamo nella montagna pistoiese, in un borgo davvero piccino, per raggiungere il quale, però, si attraversa un bel paesaggio collinare, fatto di boscaglia e di terrazzamenti, ma anche di orti e di tornanti. Il borghetto di Marliana è davvero minuscolo. Una piazza su cui gravita un hotel abbandonato e il circolo Arci, un bar all’ingresso del paese, un forno e un piccolo spaccio sul camminamento belvedere sono le uniche attività economiche. In cima al paese la chiesa domina la visuale, e lo sguardo spazia sull’ampia valle, nella quale sorgono alcuni piccoli centri abitati che ricadono sotto il comune di Marliana. Di Marliana colpisce la pace e la gentilezza dei suoi abitanti: del ragazzo che si ferma a spiegarci a quale borghetto corrisponde quel campanile lassù in cima, della ragazza dello spaccio che ci fa assaggiare i biscotti tipici (molto simili ai cantuccini di Prato, peraltro). Nei borghi veramente piccoli la gente ti accoglie volentieri. Forse siamo noi alle volte a farci troppi problemi.

Barga

duomo barga

Il Duomo di San Cristoforo, Barga

Garfagnana – Questo splendido borgo in salita ha qualcosa che lo rende unico. Questo qualcosa è senza dubbio il suo spettacolare duomo di San Cristoforo. Romanico, in cima al colle, assolutamente monumentale e scenografico, colpisce per la sua facciata, quadrata, totalmente diversa da come ci aspetteremmo la facciata di una chiesa. Già solo il duomo di Barga merita il viaggio di risalita lungo la strada che porta alla scoperta della Garfagnana. Il panorama che si gode da quassù in effetti è speciale, sui tetti del paese e sulle montagne circostanti. Ma il borgo stesso è una chicca piacevolmente medievale, un luogo bello, davvero, nel quale perdersi tra le viuzze e le piazzettine. Barga fa parte dei Borghi più belli d’Italia, e ne ha ben donde.

A poca distanza, invece, nella vicina Castelvecchio, si trova la casa-museo del poeta Giovanni Pascoli. Viene abbastanza facile allora pensare dove attingesse ispirazione il poeta: dalla pace all’intorno, dall’ambiente campagnolo-pastorale. In un luogo così è facile avere l’ispirazione. Se poi si è Giovanni Pascoli, oltre all’ispirazione si ha il talento e la gloria imperitura di essere studiati sui libri di storia.

Calci

calci

La Certosa di Calci

Pisano – Intorno alla Certosa Monumentale di Calci sorge un piccolo borgo che, per la sua posizione in una valle stretta circondata da boschi, è molto frequentata da ciclisti che praticano la MTB Enduro. Qui ancora si incontrano quei ristoranti, come “Il barrino”, che fa cucina casalinga come la potrebbe fare la mi’ nonna se la fosse toscana e che ci delizia con un antipasto ricco che più ricco non si può. Spendendo ovviamente poco.

Per approfondire: La Certosa monumentale di Calci

Lorenzana

panorama Toscana

La vista sulla vallata sotto Lorenzana

Pisano – Non avrei mai saputo dell’esistenza del borgo di Lorenzana, nel pisano, se non fosse che una mia amica si chiama proprio Lorenzana! Così visitare questo borgo è stata una scoperta gradita. La sua storia risale indietro nel tempo, fino al X secolo, e il suo nome risale al latino Laurentius. Una passeggiata in questo piccolo borgo, e anche qui una sosta di gusto, alla Trattoria dei Vecchi Sapori, per esempio, valgono la pena di aver lasciato la FI-PI-LI, la grande superstrada che collega Firenze, Pisa e Livorno, per venire fin qui.

Montemerano

Montemerano

La piazza del Castello a Montemerano

Maremma interna – Un borgo bellissimo, anche sotto la pioggia. Un incanto di pietra e archi, popolato da bellissimi gatti che sembrano essere i veri abitanti del borgo. Sarà per questo, forse, che nella chiesa di San Giorgio si trova il dipinto noto come Madonna della Gattaiola, un quadro, poi adattato come porta, nel quale un foro circolare in basso consentiva proprio il passaggio dei gatti.

Questo borgo medievale si trova nella Maremma interna, tra Manciano e le terme di Saturnia, lungo una strada in salita coltivata a olivi o lasciata a bosco.  Fa parte dei Borghi più belli d’Italia e, credetemi, lo è davvero.

Manciano

Manciano

Il borgo di Manciano

Maremma interna – Sempre nella Maremma interna, questo borgo è un po’ il capoluogo della strada che da Albinia si inoltra verso Saturnia e le famose terme solforose che zampillano dalla roccia naturale e creano un paesaggio surreale. Il centro storico di Manciano si caratterizza per la sua torre dell’orologio, i vicoli che aprono scorci speciali sul panorama collinare circostante, il cassero. Il Museo di Preistoria e Protostoria della Maremma è invece il luogo in cui risalire alle origini più antiche del territorio.

Stia

Uno dei fotogrammi iniziali de Il Ciclone, girato a Stia

Casentino – Questo borgo è stato reso celebre da quel gran film che è Il Ciclone di Leonardo Pieraccioni: qui infatti sono ambientate le scene di paese. Il centro storico di Stia si sviluppa lungo una lunga e larga via chiusa da una parte e dall’altra da portici: il che è strano per la Toscana, ma non così strano, forse, se consideriamo che siamo in zona montana, dove le precipitazioni sono frequenti e le architetture si avvicinano già ai borghi oltre Appennino. Siamo infatti sull’Appennino Toscoromagnolo, varcato il quale si entra in Emilia Romagna, e siamo appena al di sotto del Monte Falterona, sorgente dell’Arno.

Poco distante da Stia sorge il medievale Castello di Romena, un luogo carico di storia e di storie, tra cui quella del Mastro Adamo che falsificava i fiorini di Firenze per conto dei Conti Guidi, e che fu giustiziato: questa storia è narrata da Dante nella Divina Commedia, Inferno ovviamente, Canto XXX, corrispondente all’VIII girone, quello dei falsari. Visitando il castello e godendo il panorama si capisce perché il territorio del Casentino fosse conteso e al tempo stesso strategico. Il Castello dei Conti Guidi, che nel Medioevo fecero il bello e il cattivo tempo in questa parte di Toscana, è uno dei castelli meglio conservati della regione.

castello di Romena

La vista panoramica dal Castello di Romena, vicino a Stia (AR)

Che v’è garbaho ‘odesto giro pe’ i borghi piccini della Toscana? Icché vorreste vedere ancora? Vussiete d’accordo con ‘odest’elenco o vu vu’mettereste dell’artri borghi? Icché vu dite? Un ‘v’ho detto indo’ mangia’ la ribollita? O venvia nini! O icche vuddite? Che vi devo di’ tutto io? Andatevele a cerca’ voi ‘odeste prelibatezze! Io vi parlo de’ posti belli, pe’ sape’ icché si magna, ciacciate sui fùdblogghe’!

Questa parentesi in toscanaccio becero per dirvi che anche con questo post partecipo all’iniziativa “Raccontami la Toscana” del blog Destinazione Toscana. E per dirvi anche che la Toscana mi manca tantissimo, mi manca tantissimo la sua parlata e sono contenta quando qualcuno mi chiede se sono di Firenze 🙂 

Fiumicino: oltre all’aeroporto c’è di più

Se vi dico Fiumicino, voi tutti pensate solo ed esclusivamente all’Aeroporto Leonardo Da Vinci, l’aeroporto più importante d’Italia, attraverso il quale ogni giorno fanno scalo, atterrano e decollano migliaia di persone.

Lo pensavo anch’io, fino a qualche tempo fa. Poi per lavoro ho cominciato a frequentarla, e ho scoperto che oltre all’aeroporto c’è di più. Fiumicino è infatti una città dalla storia antica e anche gloriosa, con una vocazione territoriale da sempre legata ai viaggi, alle partenze e agli arrivi.

Ripercorriamone la storia, e i luoghi, insieme.

fiumicino

1) Portus, il porto di Roma

In età romana la linea di costa era molto più arretrata di ora, e tutta l’area su cui oggi sorge la moderna Fiumicino era alto mare. La foce del Tevere era molto più arretrata, ed era navigabile. Laddove ora sorge il moderno abitato sparso di Fiumicino, e dove si trova il vialone che porta all’aeroporto, invece, sorgeva il grande bacino del porto imperiale che l’imperatore Claudio, nel I secolo d.C. aveva voluto per dotare Roma di un porto degno della capitale dell’Impero.

area archeologica dei porti di claudio e di traiano

Un settore dellarea archeologica dei porti di Claudio e di Traiano: i magazzini severiani, che affacciano sul bacino esagonale ancora oggi pieno dacqua

Dove sorgeva il porto di Claudio – Museo delle Navi

Non è facile, percorrendo oggi quelle strade (viale dell’Aeroporto, Via Guidoni, via della Foce Micina e via Coccia di Morto), immaginare di trovarsi all’interno di un porto, dunque in mezzo all’acqua, tra navi cariche di anfore e di merci accolte nell’abbraccio di due lunghi moli e con il conforto dell’imponente Isola Faro ottenuta, dicono le fonti, affondando la nave di Caligola e erigendovi sopra un grande faro monumentale (raffigurato in alcuni mosaici di Ostia e di Isola Sacra).

necropoli di Porto

Il faro di Porto raffigurato su un grande mosaico della Necropoli di Isola Sacra

Lungo via Guidoni, sul rettilineo che porta alla rotonda dell’Aeroporto, sulla sinistra si colloca l’edificio del Museo delle Navi: chiuso da qualche anno per restauri, al suo interno ospita gli scavi delle navi rinvenute grazie a scavi archeologici condotti in profondità proprio all’interno di questo bacino portuale. Alle spalle del Museo, infatti, si individua la struttura imponente e rettilinea del molo settentrionale del Porto, mentre in direzione dell’aeroporto un edificio di età romana è stato identificato come l’antica Capitaneria: un ambiente chiuso aveva il soffitto dipinto con remi di barche e la rappresentazione del faro. Molto suggestivo, ma chiuso al pubblico (per ora). Dall’altra parte della strada, invece, si colloca l’area di Montegiulio: sopraelevata, erano i primi edifici che chi entrava nel Porto di Claudio incontrava: un edificio termale (le terme non mancavano mai presso i Romani) e una grande cisterna. Ma il grosso dei resti archeologici relativi all’antico porto sta altrove.

Area archeologica dei Porti di Claudio e di Traiano

Lungo la via Portuense si trova l’ingresso dell’area archeologica dei porti di Claudio e di Traiano: costoro sono gli imperatori romani che in due riprese realizzarono il grandissimo porto di Roma. L’accesso è gratuito, ed è visitabile in primavera ed autunno dal giovedì alla domenica con possibilità di visite guidate e laboratori didattici a cura di Navigare il Territorio. Si esplorano gli antichi magazzini e i moli, cercando di calarsi in un luogo in cui oggi è tutto verde, grandi prati e boschi, mentre un tempo c’era il mare. Ci vuole una buona dose di immaginazione, ma le solide colonne dell’area delle “Colonnacce” e del “Portico di Claudio” rendono ancora l’idea dell’imponenza, della monumentalità, dell’impatto che su un marinaio straniero, suddito dell’Impero, doveva fare la porta di Roma sul mare.

area archeologica dei porti di Claudio e di Traiano

Le Colonnacce, l’imponente strada colonnata che introduceva al Porto di Claudio, affaccio di Roma sul mare

Tutt’intorno furono costruiti magazzini per lo stoccaggio delle merci: grano, vino, olio, garum (l’equivalente della nostra colatura di alici, ma decisamente più grezza), ma anche olive, frutta secca, e marmi, perché no. I magazzini si disponevano tutto intorno al portico e alla retrostante darsena. Poi, in un momento successivo, l’imperatore Traiano decise di ampliare il porto: costruì un grande bacino esagonale, intorno al quale si andarono a disporre ulteriori magazzini e attracchi per le navi.

Nell’area archeologica si incontra anche, in una bella radura, un casale rosso: è il Casale Torlonia, realizzato negli anni ’30 durante la grande stagione della Bonifica. Quella di Fiumicino, infatti, è una piana che per secoli è stata paludosa e malarica. Nei primi decenni del Novecento fu avviata dal Regno d’Italia un’intensa stagione di bonifica delle terre paludose italiane. Nel Lazio vennero a lavorare comunità intere di “Ravennati”, uomini che dopo aver bonificato il loro delta del Po avevano acquisito una competenza tale da poter lavorare anche nelle altre parti d’Italia che ne avessero bisogno. Qui come ad Ostia antica, la loro presenza fu fondamentale per rendere fertile e vivibile questa fetta di territorio.

Oasi naturalistica di Porto

area archeologica dei porti di Claudio e di Traiano

Laffaccio sul bacino esagonale di Traiano, oggi oasi naturalistica, un tempo il più importante scalo marittimo del Mediterraneo

Il bacino esagonale realizzato dall’imperatore Traiano non fa parte dell’area archeologica: esso lo si può vedere da un punto panoramico al di sopra dei magazzini che affacciavano un tempo su di esso. Il bacino oggi fa parte, invece, dell’Oasi di Porto, che è il luogo preferito da uccelli palustri e migratori che qui giungono per nidificare. È possibile accedere a pagamento all’Oasi di Porto e fare una visita naturalistica alla scoperta delle specie animali, ma anche di quelle vegetali con una visita guidata (anche in calesse, volendo). I bambini ne saranno entusiasti. E anche gli adulti…

Dal punto di vista archeologico e architettonico, è un immenso bacino, ampio 34 m, completamente costruito e pavimentato al di sotto. Fu realizzato in questa forma perché era quella che meglio consentiva l’attracco di più navi contemporaneamente. Tutt’intorno sulle banchine sorgevano gli hangar per il ricovero delle navi e i magazzini di stoccaggio delle merci. Oggi rimane ben poco delle imponenti strutture che un tempo sorgevano in questo luogo. Un paesaggio che era completamente antropico e che invece, in poco meno di due millenni è tornato in mano alla natura.

2) Isola Sacra

necropoli di porto

La necropoli di Porto a Isola Sacra Fiumicino)

Tra Ostia antica e Porto si stende una fascia di territorio nota come Isola Sacra. Si stende tra la riva Nord del Tevere e la Fossa Traiana. Nell’antichità questa fascia di terra era attraversata dalla via Flavia Severiana che collegava il Porto con la città di Ostia dove abitavano molti di coloro che lavoravano nel porto di Roma. Portus infatti ebbe dignità di città solo molto tardi, con l’imperatore Costantino. Prima invece era sotto la giurisdizione di Ostia.

A Isola Sacra è sentito il culto di Sant’Ippolito. La chiesa, una basilica paleocristiana dalla vita piuttosto turbolenta, accolse le reliquie del martire Ippolito; oggi sopravvive il bel campanile, che fu fortificato nel XVI secolo, mentre la chiesa è venuta in luce grazie a scavi archeologici.

La necropoli di Porto

A Isola Sacra era installata, e si trova tutt’ora, la necropoli di Porto, ovvero la necropoli che accoglieva le tombe di coloro che vivevano e lavoravano a Portus. Come ogni necropoli monumentale che si rispetti, si trovava fuori dal centro abitato, lungo quella via Severiana di cui sopra. Le sue tombe sono monumentali, sembrano tante piccole case affacciate sulla strada. Molte di esse sono decorate anche all’interno, con mosaici, stucchi e pitture. Sulla facciata spesso era il nome del defunto o della sua famiglia, con l’iscrizione sepolcrale che ricordava chi aveva dedicato il monumento. La passeggiata è di una pace assoluta, la bellezza e la quiete di questo luogo resta immutata dopo millenni.

necropoli di porto

Tombe monumentali della necropoli di Porto

Sant’Ippolito

La basilica di Sant’Ippolito è lo scavo archeologico di ciò che resta della splendida basilica paleocristiana dedicata al martire Ippolito che da queste parti fu martirizzato: gettato in un pozzo nei pressi del Tevere. Gli scavi, condotti negli anni ’70 e ripresi poi negli anni ’90, hanno restituito l’intera planimetria della basilica, che era a tre navate, aveva l’abside, fu costruita intorno al IV secolo d.C. in un quartiere che era densamente costruito fin da età adrianea. Del resto Porto (e la necropoli) non sono lontani. Anzi, la necropoli è molto vicina, mentre la Fossa Traiana è a poche decine di metri da qui.

sant'ippolito Isola Sacra

L’abside della basilica paleocristiana di Sant’Ippolito a Isola Sacra, Fiumicino

Gli scavi rivelarono, nello spazio sotto l’altare, una serie di strati e di livelli che indiziavano qualcosa di eccezionale: alla fine venne in luce: una sepoltura, in un sarcofago reimpiegato di età romana, nel quale oltre alle ossa di cinque defunti fu rinvenuta una piccola iscrizione, non particolarmente curata, ma molto efficace: recita infatti Hic requiescit Beatus Yppolitus Martyr: qui riposa in pace il Beato Ippolito Martire. Uno di quei ritrovamenti da far strabuzzare gli occhi e il cuore. E in effetti, qui a Sant’Ippolito il 5 ottobre, festa del santo, si svolge la processione e la messa. Il bel campanile romanico campeggia e protegge tutto l’intorno. Un luogo di pace.

La foce del Tevere

Isola Sacra è una vasta piana che fu bonificata negli anni Trenta. Qua e là si vedono ancora dei grandi casali, costruiti negli anni ’20-’30; qua e là vi sono ancora ampie fette di campi coltivati o dove pascolano greggi di pecore: è tutto molto bucolico, in effetti, ma ahimè il forte abusivismo edilizio che dagli anni ’70 si protrae ancora oggi ha compromesso questo bel territorio rovinandolo, per cui passando per strada sembra più una brutta periferia che un’area a destinazione agricola.

Ha comunque il suo fascino la foce del Tevere, navigabile, presso le cui rive sono attraccati pescherecci e motoscafi. L’effetto è molto pittoresco, il fiume è vivo, vissuto. Lungo le rive tra club privati, ristoranti di lusso e cantieri navali c’è fin troppo traffico, ma la vista del fiume che si getta in mare è notevole.

3) Il centro di Fiumicino

fiumicino centro

Il Borgo Valadier affaccia sul Canale di Fiumicino, la Fossa Traiana che costituisce la seconda foce del Tevere

Oltrepassato il Ponte 2 Giugno, un ponte levatoio di recente costruzione, si arriva nel centro storico di Fiumicino. Il centro storico in effetti non è molto esteso: consiste in una stecca di edifici, la Stecca Valadier, che affaccia sulla Fossa Traiana. Una breve serie di edifici, tra i quali la chiesa, costituisce il cuore del centro urbano di Fiumicino. Il centro, in realtà è più ampio, si distende lungo i due argini della Fossa Traiana; dalla parte opposta, infatti, si sviluppa la Darsena con il porto marittimo.

La Stecca Valadier, o Borgo Valadier, è appunto il piccolo quartiere affacciato sul canale di Fiumicino, che fu progettato da Giuseppe Valadier nel 1823, per abbellire l’arrivo a Roma via mare. Giuseppe Valadier fu un importante architetto e urbanista del XIX secolo: suo è ad esempio il progetto di Piazza del Popolo a Roma, per dirne uno.

All’epoca Fiumicino era sotto lo Stato Pontificio, e l’arrivo a Roma via mare avveniva tramite il canale di Fiumicino e su lungo il Tevere. Anche oggi il fiume è navigabile e vi sono battelli che risalgono fino alla Capitale. Sul canale antistante la Stecca Valadier sono ormeggiati pescherecci e barconi che rendono questo tratto finale di fiume molto pittoresco e caratteristico. Il lungo canale, poi, è una piacevole passeggiata. Sul lato della Stecca gelaterie, ristorantini e localini che preparano il classico “cuoppo” di pesce fritto d’asporto c’è di che godere anche un buon pranzo.

La Certosa monumentale di Calci

Dalla Certosa di Calci la torre di Pisa e la cupola del Battistero si intravvedono, laggiù in fondo. Pisa non dista molti km, in effetti, eppure qui siamo in piena campagna, addossati alle antiche linee di difesa pisane (quelle che Firenze voleva conquistare a tutti i costi e che naturalmente prese), vicino a fonti di acque termali miracolose (Uliveto Terme: sì, esatto, proprio quella dell’acqua Uliveto), in mezzo al verde. Siamo a Calci, un piccolo borgo che è sorto accanto alla grande Certosa monumentale. È proprio qui che siamo stati di recente, in una delle nostre esplorazioni della Toscana, una delle tante gite fuoriporta che si possono fare in una bella giornata di sole.

certosa monumentale calci

Visitare la Certosa Monumentale di Calci

certosa calci

La Certosa monumentale di Calci (PI)

La Certosa Monumentale di Calci risale al XIV secolo. L’ordine dei Certosini, fondato da San Bruno, affonda le sue radici nel medioevo. Un ordine i cui monaci, chiamati “Padri” erano dediti principalmente alla preghiera. Altre persone, i “Fratelli”, erano coloro che provvedevano ai bisogni materiali dei Padri, ovvero a procurare loro il cibo, innanzitutto, coltivando i campi intorno alla Certosa. I Padri vivevano invece ciascuno nella propria cella, un piccolo appartamento all’interno della Certosa, e coltivavano un loro giardino.

La visita guidata, obbligatoria per visitare il complesso della Certosa di Calci, dura un’ora e mezza. Il percorso è obbligato, prevede la visita del primo piano, al quale si trovano la chiesa, le cappelle private, il refettorio, l’uscita sul chiostro/cimitero, le celle dei Padri ed altre sale di rappresentanza. Andiamo con ordine.

Superato il cancello, sulla destra del quale si trova la biglietteria, ci si immette in un ampio spazio aperto: un prato su cui affaccia la Certosa. Entriamo.

certosa di Calci

Lo sapevate? I gatti certosini si chiamano così proprio perché… vivevano nelle Certose!

Ci accoglie, dipinto sulla parete che imita false architetture prospettiche, un gatto grigio. Si tratta di un gatto certosino, nientemeno: eh sì, perché, ci racconta la guida, i gatti certosini, originari del medioriente, furono portati in Europa dai cavalieri crociati, e donati alla Certosa di Grenoble, casa madre dei Padri Certosini. Ecco perché il gatto con quel bel pelo grigio argento si chiama Certosino. Sulla facciata della Certosa di Calci si aprono, in basso, quattro piccole fessure: sono gattaiole, attraverso le quali i gatti del convento entravano e uscivano a loro piacimento.

Saliti al piano nobile, veniamo introdotti nella chiesa: la parte del coro, con i sedili in legno per i Padri che cantavano le lodi, è è attualmente in restauro. Ma i soffitti dipinti sono ben visibili: una decorazione ricca, barocca, con la visione prospettica e illusionista di una cupola dalla quale si affacciano santi. Nelle stanze attigue vi sono altre cappelle, private questa volta, per la preghiera solitaria. Una in particolare, dedicata alla Madonna, è molto elegante e luminosa. Anch’essa ha il soffitto dipinto, e un altare elegante. Rispetto alla chiesa barocca, questa cappella si distingue perché pur con decorazioni diffuse, è più sobria ed elegante: il pittore che la affresca è considerato un anello di congiunzione tra il barocco e il neoclassicismo.

Dopo aver pregato bisogna pur mangiare! E infatti la stanza successiva è il Refettorio, l’ambiente nel quale i Padri consumavano i pasti, in rigoroso silenzio mentre uno di loro leggeva brani della Bibbia. Sulla parete di fondo, la principale, è rappresentata l’Ultima Cena; sulle altre pareti si alternano pranzi biblici (come le nozze di Caana) a pranzi “storici”, come quello al quale presenziò Cosimo III de’ Medici, ospite gradito: Cosimo III fu un grande benefattore per la Certosa, per cui l’omaggio in Refettorio è dovuto.

certosa di calci

Il refettorio della Certosa di Calci

Usciamo nel chiostro. La sorpresa è che laddove penseremmo di trovare un bel prato, troviamo un cimitero. La sorpresa è ancora più grande se pensiamo che su questo chiostro affacciano le celle, meglio gli appartamenti, dei Padri. Ognuno di questi appartamenti prevede un piccolo giardino interno, che ogni Padre curava con amore e dedizione. L’appartamento non è una cella, ma è piuttosto articolato e confortevole: in effetti i Padri venivano tutti da nobile famiglia e un minimo di agio, seppur nella semplicità, dovevano averlo.

certosa Calci

il chiostro della Certosa

Il percorso di visita prosegue attraverso altri corridoi, altre sale e altri affacci su giardini e lo splendido panorama che spazia fino alla piccola torre di Caprona: in questa zona vi era tutto un sistema di fortificazioni strategico, perché gravitante sulla valle dell’Arno e su Pisa. I Pisani la tenevano in grande considerazione, e a Firenze faceva molta gola.

Il Museo di Storia Naturale di Calci

museo storia naturale di calci

Signore e signori la pirite!

Conclusa la visita della Certosa, si può visitare, con un biglietto a parte, il Museo di Storia Naturale di Calci allestito in una parte della Certosa.

Interessantissima la sezione di mineralogia: dedicata alla Toscana, raccoglie ed espone tutti i minerali che alcune cave o miniere della Toscana, dall’Elba all’Amiata al Casentino, restituiscono. Dalla pirite alla malachite, dal quarzo alla calcopirite alla galena, fino ad arrivare al meteorite! Ebbene sì, un frammento di meteorite rinvenuto in Toscana: una meraviglia extraterrestre!

Tra i vari percorsi, quello sui mammiferi è, per me, il più bello: ho una predilezione per i mammiferi, tra tutto il mondo animale: fin da quando ero piccola, e facevo le raccolte di figurine, avevo una certa predilezione per gli ungulati (antilopi, gazzelle, cervi e orici) e per i carnivori (felini vari, il ghepardo primo tra tutti, e poi pantera nera, leone, leopardo, puma, oselot, lince e giaguaro). Trovarmeli davanti tutti insieme mi ha fatto effettivamente tornare bambina. Ci sono poi i marsupiali e gli animali dell’Oceania, una sezione dedicata alle scimmie e soprattutto la bellissima e completa collezione di scheletri di cetacei: dai delfini alla balenottera azzurra passando per l’orca, il Leviatano di Melvilliana memoria (per chi ha letto Moby Dick), il capodoglio e alcune specie di cetacei meno noti e più rari. Si tratta della grande collezione messa in piedi nel XIX secolo da Sebastiano Richiardi: in un video è proprio Richiardi che ci racconta alcuni aneddoti su quest’esposizione, davvero unica e completa nel suo genere.

museo storia naturale calci

lo scheletro di balenottera azzurra nella sezione dedicata ai cetacei

Con questo articolo partecipo all’iniziativa “Raccontami la Toscana” del blog Destinazione Toscana

Roma barocca: 3 chiese per scoprirla

Roma è una città che non finirà mai di stupirmi.

Una città stratificata dove, da 2000 e più anni fa fino a noi è stata vissuta, costruita, ricostruita; è stata sempre capitale, che fosse dell’impero romano, o del Papato, o d’Italia, Roma è sempre stata il centro del mondo. Questa sua centralità si avverte in ogni tempo, nella monumentalità dei suoi resti romani, nella grandiosità delle sue chiese, delle sue piazze, delle sue fontane, dei suoi giardini e dei suoi palazzi pubblici e privati. In mezzo scorre il Tevere, placido ma non troppo, testimone silenzioso di tutti i cambiamenti che la città ha vissuto e vive fin dal 753 a.C., anno convenzionale della sua fondazione.

Oggi voglio parlare di 3 chiese barocche di Roma. Sì, perché il Barocco è stato a Roma un momento di grande sviluppo artistico in tutte le arti, dall’architettura alla scultura alla pittura e alle arti decorative. Le chiese sono le migliori rappresentanti di quest’epoca, che si colloca tra il Seicento e il Settecento.

Come in un itinerario, visiteremo Sant’Andrea della Valle su via Vittorio Emanuele, San Luigi dei Francesi, alle spalle di Piazza Navona, e Sant’Ignazio di Loyola, alle spalle di via del Corso.

Sant’Andrea della Valle

Questa chiesa è nota per essere l’ambientazione del primo atto dell’opera lirica Tosca di Giacomo Puccini, nel quale il pittore Mario Cavaradossi, uno dei protagonisti, sta affrescando una cappella.

In realtà la chiesa accoglie gli affreschi di due grandi nomi della pittura italiana: Domenichino e Mattia Preti. Quest’ultimo, calabrese di nascita, operò per lungo tempo a Roma prima di approdare a Napoli dove divenne uno dei maggiori esponenti della pittura napoletana. Per la chiesa di Sant’Andrea della Valle affresca l’abside con le tre scene del martirio di Sant’Andrea: il santo, raffigurato anziano, ma con il corpo forte e vigoroso, viene legato ad una croce i cui bracci a X sono quelli con cui si identifica la famosa “croce di Sant’Andrea”, quella che un tempo si trovava ai passaggi a livello dei treni.

Sant'Andrea della Valle

L’abside di Sant’Andrea della Valle con i dipinti di Mattia Preti che raffigurano il martirio del santo

La volta dell’abside, con le storie della vita del Santo è invece affidata ad un altro grande pittore, il Domenichino, mentre la decorazione della cupola è affidata a Giovanni Lanfranco. Di Domenichino, al secolo Domenico Zampieri, si dice fosse molto timido e introverso, da cui il diminutivo nel nome. La sua timidezza non gli impedì di mostrare la sua arte, così lavorò per alcune importanti commissioni in varie chiese e palazzi pubblici di Roma; inoltre, com’era abitudine per molti pittori del suo tempo, si spostò in altre città d’Italia, come Bologna e Volterra, e ovunque realizzò dipinti su commissione dei nobili e degli alti prelati del luogo.

sant'andrea della valle

La cupola di Sant’Andrea della Valle

La chiesa appare al suo interno dorata e vivace. Stucchi dorati alle pareti, animate da tante cappelle laterali, dorature anche al soffitto, dipinto anch’esso: per goderne in comodità sono stati sistemati due specchi nel mezzo della navata, in modo da ammirare i dettagli senza farsi venire il torcicollo.

Per meglio conoscere la chiesa si può ascoltare l’audioguida che per una decina di minuti accompagna il visitatore nel percorso di visita. L’audioguida, messa a disposizione da un gruppo di giovani volenterosi, è gratuita, anche se è consigliato, giustamente, lasciare un’offerta.

San Luigi dei Francesi

Questa chiesa è nota per una cappella, ed è infatti di quella che vi parlo: la Cappella di San Matteo i cui tre dipinti portano la firma di un pittore d’eccezione della Roma dell’età della Controriforma: Michelangelo Merisi detto il Caravaggio.

san matteo caravaggio

La Cappella di San Matteo dipinta dal Caravaggio nella chiesa di San Luigi dei Francesi

Questo pittore gode di una grandissima fortuna ancora oggi: vita trascorsa tra genio e, soprattutto, sregolatezza, punta la sua arte su alcuni aspetti che sono la sua firma: il forte chiaroscuro e lo studio della luce, che anima i suoi soggetti con un forte intento drammatico; come se fosse l’occhio di bue che si utilizza a teatro, il soggetto principale è sempre colpito da una luce che mette in ombra tutto il resto. Intorno si dispone la scena e i vari personaggi, variamente colpiti dalla luce a seconda della loro funzione e importanza nel dipinto.

Nella Cappella di San Matteo si trovano 3 dipinti dedicati alla vita del Santo: la vocazione, la scrittura del Vangelo e il martirio.

La vocazione di San Matteo è forse uno dei dipinti più noti di Caravaggio. In esso è rappresentato il futuro santo al tavolo con altri avventori mentre conta i soldi (Matteo nel Vangelo è un pubblicano, ovvero un esattore delle tasse). Dalla parte opposta Gesù lo indica con un dito. Da dietro di lui, seguendo il suo dito, un fascio di luce si distende ad evidenziare il volto di Matteo, il quale sembra dire “Ma chi, io?“. La luce viene da un punto preciso, in alto a destra. Vedremo poi perché.

vocazione di san matteo

La Vocazione di San Matteo, Cappella di San Matteo in San Luigi dei Francesi

Il secondo dipinto, centrale nella Cappella, è San Matteo che scrive il Vangelo seguendo l’ispirazione dell’Angelo. In una prima versione l’angelo proprio conduceva la mano dell’Evangelista. In questa invece l’Angelo gli suggerisce cosa scrivere. Lui, col volto lievemente piegato all’insù ha lo sguardo attento di chi deve memorizzare qualcosa di importante per poterlo riferire. La luce, nel dipinto, promana dall’angelo, posto in alto nella rappresentazione.

Il terzo dipinto, infine, sulla parete destra della Cappella, rappresenta il martirio di San Matteo. Il santo è a terra, nella sua veste bianca, colpito da un fascio di luce che irradia da sinistra, investe il personaggio seminudo, il carnefice. Questo personaggio ha il volto feroce di chi sta compiendo un efferato omicidio e la scena stessa, così cruda, sembra la rappresentazione di un volgare assassinio. La scena sembra inclinata verso lo spettatore, che si sente ancora più coinvolto.

san matteo caravaggio

La Cappella di San Matteo dipinta da Caravaggio in San Luigi dei Francesi

La luce naturale, nella cappella, entra da una finestra posta in alto al centro, sopra la scena dell’Angelo che detta il vangelo a San Matteo, e si irradia sui due lati della cappella scendendo obliquamente, dall’alto verso il basso. Così si spiega la direzione dei fasci di luce che illuminano i dipinti: Caravaggio ha realizzato le tre opere appositamente per questa cappella, tenendo conto proprio della luce naturale. Oggi per meglio cogliere i dettagli, è richiesto un obolo: 50 cent, 1 o 2 € per poter illuminare artificialmente la cappella e meglio godere dei dettagli dei dipinti di Caravaggio.

Sant’Ignazio di Loyola

La terza chiesa di questo percorso nel Barocco è dedicata a Sant’Ignazio di Loyola, il santo fondatore della Compagnia di Gesù. Quest’ordine religioso si identifica con i missionari che dal Seicento in avanti andavano nelle Americhe al seguito delle truppe spagnole e imponevano in maniera più o meno forzosa la religione cristiana alle popolazioni quechua del Perù e amerindie dell’Amazzonia. Ma furono missionari in tutto il mondo, anche in Asia e in Africa.

Sant'Ignazio di Loyola

Una parte del soffitto affrescato di Sant’Ignazio di Loyola

La chiesa di Sant’Ignazio fu voluta dal cardinale Ludovico Ludovisi che era nipote del papa che aveva canonizzato Ignazio di Loyola: un modo per confermare la devozione in un grande uomo di chiesa e la forte vicinanza alla politica papale.

Sant'Ignazio di Loyola

Parte del soffitto affrescato con la falsa cupola e in fondo l’abside. Sant’Ignazio è una potenza del barocco romano

La Compagnia di Gesù in pochissimo tempo era diventata molto influente presso tutte le corti d’Europa ed aveva acquisito un certo potere, tanto da riuscire a imporsi nella scelta di architetti e artisti nella realizzazione della chiesa: inizialmente affidata al Domenichino, la realizzazione del progetto fu invece data al gesuita Orazio Grassi – architetto e scienziato acerrimo avversario di Galileo – il quale, in un clamoroso plagio, utilizzò due disegni del Domenichino che ad un primo esame dei Gesuiti erano stati scartati e presentò così il suo progetto. Domenichino era timido, ma non stupido, e si ritirò dal lavoro sbattendo la porta.

La chiesa è famosa per il suo soffitto dipinto, la cosiddetta “Quadratura” di Andrea Pozzo: rappresenta in maniera prospettica un altro tempio, sovrapposto alla chiesa di Sant’Ignazio, come se fosse un tempio celeste sovrapposto a quello terrestre, animato da tante figure variopinte e dalla scena della Gloria di Sant’Ignazio. Le architetture di questo tempio celeste richiamano le grandiose architetture romane del passato, idealizzate: architetture potenti, gloriose, bianche e splendenti, dalle quali si affacciano figure di santi e di sante, angeli e profeti; il cielo, azzurro, è solcato da qualche nuvoletta, come spesso accade nei cieli barocchi.

Ancora Andrea Pozzo rappresenta, più avanti, l’interno della falsa cupola, dipingendo in maniera prospettica una cupola che in realtà non esiste, non essendo mai stata realizzata. Questo soprattutto è un bel gioco di illusionismo che frega letteralmente gli occhi di chi osserva.

Trionfo del barocco romano, anche questa chiesa, come le altre due di cui ho parlato qui, è una delle tappe imperdibili per scoprire la Roma del Seicento.