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Passeggiate primaverili: tre parchi a Prato e dintorni

Nello scorso post vi ho parlato di 7 giardini di Firenze nei quali godere appieno della primavera. A Prato e dintorni, invece, ci sono 3 parchi, di cui vi parlo ora, che sono splendide passeggiate nel verde, al caldo piacevole di queste giornate primaverili. Per la precisione, uno di questi parchi è proprio a Prato, mentre gli altri due si trovano nella provincia. Sono passeggiate adatte a tutti, biciclette, famiglie e cani. Ecco, sì, in tutti e tre questi parchi i nostri amici a 4 zampe sono i benvenuti.

Alberi in fiore lungo il fiume Bisenzio, Prato

Siete curiosi di conoscere questi parchi? Bene! Eccoli:

  1. Museo Diffuso Parco del Bisenzio: è una passeggiata con pista ciclabile (intitolata a Gino Bartali) annessa che corre lungo il corso del Fiume Bisenzio, dal Ponte Nuovo a salire verso la fine della città, e a ridiscendere dall’altra parte. La passeggiata è piuttosto lunga, anche se non sembra. Dal lato della città la passeggiata alterna aiuole a campi sportivi, a giardini e a un’area cani; la vista, spaziando sull’altro argine, si fa incantare dal monastero di San Leonardo al Palco, trecentesco, e coglie la vecchia linea ferroviaria per Bologna sotto di esso. Risalendo ancora il corso del fiume si arriva sino al ponte pedonale che consente di passare sull’altro argine. Qui cambiamo totalmente ambientazione: siamo sul versante della Calvana, la montagna di Prato, e da qui partono alcuni sentieri nel verde molto belli. Ma il più bello è quello che ridiscende il corso del Bisenzio. Il fiume scorre da un lato, mentre dall’altro si alternano campi, boscaglia e una fattoria. I bambini la adorano, perché le pecore e gli agnellini vengono a farsi dare da mangiare l’erbetta: è fantastico vedere che a due passi dalla città ci sono luoghi immersi nella natura e senza tempo come questo.

    La passeggiata lungo il Bisenzio; sulla collina di fronte San Leonardo al Palco

  2. Un gregge di pecore al pascolo a Travalle. Sullo sfondo il borgo di Travalle

    Travalle: in ogni stagione Travalle regala meraviglie. È uno spazio ampio, in una valle alle spalle di Calenzano, una passeggiata nel verde che ha il suo fulcro nel piccolissimo borgo sorto intorno alla Villa-Fattoria di Travalle, un luogo antico, del XVI secolo; un bel fienile, una salita che arriva a una chiesetta, una strada attraverso i campi che giunge fino a una grande vigna, ad un sentiero nel bosco, ad un sentiero lungo il canale… non si tratta di passeggiate impegnative, tutt’altro: la bellezza di camminare o pedalare in queste terre può regalare una lepre che ci attraversa la strada, il gracidare delle rane e i fiori gialli e lilla della primavera. Si possono compiere vari percorsi diversificati. Qui natura e paesaggio si fondono magnificamente.

  3. Cascine di Tavola: tra Prato e Poggio a Caiano c’è un grandissimo parco che fu a suo tempo pertinenza medicea (i Medici possedevano la villa di Poggio a Caiano, che aveva un ampio parco, le Cascine di Tavola appunto). Questo parco è pubblico, grandissimo, piacevolissimo da percorrere nel verde e nello sterrato. Ottimo da percorrere in bicicletta, ma anche a piedi, è tutto in pianura, tra canali d’acqua e un grande ippodromo e, sì, anche qualche edificio dei tempi passati, un po’ in rovina ma non per questo meno affascinante: si tratta del nucleo centrale delle Cascine, ed è molto suggestivo.

    Il complesso architettonico delle Cascine di Tavola, nel cuore del parco

    Le Cascine di Tavola sono un’area naturale protetta di interesse locale, dunque il suo valore dal punto di vista paesaggistico è riconosciuto dalla Regione Toscana. Inoltre, è riconosciuto il suo valore anche dal punto di vista storico dato che, appunto, questi terreni appartenevano alla famiglia Medici. Vi si accede sia dalla frazione di Tavola che da Poggio a Caiano, a breve distanza dalla Villa Medicea.

Il paesaggio è una componente fondamentale della nostra vita. Noi siamo immersi nel paesaggio e siamo affascinati dai paesaggi “belli”. A pochi passi dalle nostre città si aprono spazi che spesso neanche conosciamo e che ci emozionano non solo perché sono luoghi immersi nella natura, ma perché sono il frutto di un rapporto secolare e millenario tra la natura e l’uomo che l’ha plasmata. I paesaggi sono la nostra storia; dovremmo esserne consapevoli ogni volta che ci mettiamo in cammino.

A tutti voi buone passeggiate primaverili!

Primavera a Firenze: 7 giardini che non tutti conoscono

Domenica di primavera: sole, cielo azzurro, voglia, grandissima voglia di passeggiare in mezzo al verde, anche se siamo in città. La città in questione è Firenze, la quale non è certo priva di giardini. Sembra incredibile, ma nell’intricato reticolo di viuzze medievali si aprono portoni che fanno sbirciare all’interno di spazi verdi nascosti. Oltre a questi poi, ci sono i giardini, quelli veri. Perché a Firenze non c’è solo il Giardino di Boboli, di pertinenza di Palazzo Pitti.

Il giardino all’italiana della Villa della Petraia

Vi racconto in questo post i giardini di Firenze ai quali non rinuncerei per nessuna ragione al mondo. Alcuni sono parchi pubblici, altri hanno l’accesso regolato. Ma tutti, tutti, contribuiscono a rendere Firenze la città elegante e fiorita che noi conosciamo.

  1. il panorama di Firenze dalla Galleria del glicine del Giardino Bardini

    Giardino Bardini: è il giardino all’italiana di Villa Bardini. L’ingresso alla Villa (che è un museo di arte contemporanea) è da Salita Costa San Giorgio, mentre l’ingresso al Giardino è indipendente, da via Mozzi-Bardini. Il Giardino si sviluppa su una bella terrazza fiorita che regala uno splendido panorama su Firenze, in particolare sulla cupola del Duomo. La cosa più spettacolare è senza dubbio la galleria del glicine: immaginatevi un tunnel in lieve pendenza tutto viola per il glicine in fiore: un’esperienza sensoriale, visiva, olfattiva ed estetica eccezionale! Nella parte più alta il giardino prende i connotati del giardino all’inglese: viottoli, laghetti, reminiscenze quasi magiche ci portano in una sorta di bosco dal quale non vorremmo più andar via. Del giardino ho parlato più approfonditamente in questo post. Dalla sua terrazza panoramica qualche anno fa Julia Roberts si affacciava per vedere Firenze per la pubblicità di Calzedonia. Ho reso l’idea?

  2. Giardino delle Rose: reso pubblico e gratuito da pochissimi anni, questo giardino ai piedi del Piazzale Michelangelo regala, oltre ad un bel panorama sulla città, anche il bel connubio tra rose e arte, con le opere dello scultore Folòn che qui sono sistemate in un dialogo continuo tra fantasia e realtà, tra reale e floreale. Rose di tutti i tipi, le dimensioni e i colori, panchine e spazi verdi nei quali ci si può letteralmente distendere a prendere il sole. E chi ci ammazza? La vista è stupenda, l’ambiente intorno a noi anche. Non si potrebbe desiderare niente di meglio per il proprio relax. In fondo al giardino delle rose si trova il Giardino Giapponese, risultato tangibile del gemellaggio di Firenze con la città di Kyoto.

    il panorama di Firenze dal Giardino delle Rose

  3. Giardino Torrigiani: un giardino grandissimo, che rimane però nascosto alla vista da un lato dalle mura della città sul lato di Porta Romana, con le quali confina, e dall’altra dal muro della tenuta del palazzo Torrigiani, su via de’ Serragli, in pieno centro. Solitamente l’ingresso è a pagamento, eccetto pochissime occasioni all’anno, come le giornate dei giardini aperti indette dalla Associazione delle Dimore Storiche Italiane, nel corso delle quali sono previste visite guidate gratuite. Se una parte, quella più prossima alle mura, sembra immersa nella boscaglia, il resto è un bel giardino all’italiana, con ampi spazi e statue. Una passeggiata suggestiva di cui ho parlato più diffusamente in questo post.

    Il bastione di difesa voluto da Cosimo I ricompreso all’interno del Giardino Torrigiani

  4. L’interno della struttura Liberty del Tepidarium del Roster

    Giardino dell’Orticultura: usciamo lievemente dal centro e andiamo lungo il corso del Mugnone alle pendici della via Bolognese. Qui un bel giardino pubblico ha il suo fulcro nella splendida serra liberty che viene chiamata Tepidario del Roster (Roster è il nome dell’architetto): un capolavoro elegantissimo di vetro e ferro battuto dipinto di bianco. Il Giardino ospita due volte l’anno la Mostra Mercato dei Fiori e delle Piante (l’edizione primaverile è sempre dal 25 aprile al 1 maggio): si tratta di una manifestazione voluta e organizzata dalla Società Toscana di Orticultura fin dalla seconda metà dell’800, che ha vissuto alterne vicende, ma che oggi è un appuntamento fisso della vita cittadina. Da qui si può salire, superando la ferrovia e arrivando agli Orti del Parnaso: un giardino in salita che culmina in una piazzolina con una fontanella con un drago (che ricorda molto quello di Park Güell a Barcellona), dalla quale si abbraccia Firenze con lo sguardo. E non si può non rimanere commossi.

  5. il tempietto egizio nel parco Stibbert

    Giardino Stibbert: Frederick Stibbert era un personaggio eccentrico. Aveva una villa, appena fuori dal centro di Firenze, alle pendici della via di Montughi, che sistemò come un castello nel quale radunò tutte le armi e armature e altri oggetti bizzarri che amava acquistare in giro per il mondo: oggi è una casa-museo che racconta quanto fosse eclettico il personaggio che lo allestì esattamente nel modo in cui noi lo visitiamo. Il giardino pertinente la villa è un giardino magico: un tempietto a tholos, un tempietto egittizzante che affaccia su un laghetto, sentieri nell’ombra sono i vari elementi che ci fanno capire quanto Stibbert fosse un amante del bello e delle favole. Come del resto, lo siamo tutti noi. Il giardino è collegato anche col grande parco di Villa Fabbricotti che, nonostante le minacce di vendita, continua ad essere pubblico e ad accogliere ogni pomeriggio bambini felici di giocare e di rincorrersi.

  6. Giardino della Villa di Castello: una villa medicea appena fuori Firenze, oggi sede dell’Accademia della Crusca. L’accesso al giardino è libero e gratuito. Uno spazio ordinato, geometrico, da vero giardino all’italiana, ci accoglie, con aiuole regolari, piante da frutto, siepi ordinatissime che sembrano sistemate da un geometra più che da un giardiniere. In fondo si trova la limonaia, che era la più bella e importante tra tutte le limonaie medicee. I Medici amavano le piante di agrumi e i loro giardinieri crearono vere e proprie cultivar proprio nelle limonaie della Villa di Castello. Oltre al giardino ordinato c’è il parco: una scultura del Giambologna ci porta in un mondo boscoso e fantastico, mentre intorno a noi si innalzano alberi secolari e un’ombra ristoratrice ci avvolge.

    Uno scorcio del giardino all’Italiana della Villa medicea di Castello

  7. Giardino della Villa della Petraia: un’altra villa medicea con un bellissimo giardino all’italiana terrazzato ma non troppo. L’accesso al giardino è libero, l’accesso alla villa, che ospitò Vittorio Emanuele II durante il periodo di Firenze Capitale, invece è a visite a orari precisi. Il giardino è una riposante passeggiata tra siepi eleganti e alberi secolari, e in primavera con i fiori e la vista soleggiata sulla piana di Firenze è proprio riposante.
villa della petraia firenze

Villa della Petraia, Firenze

Avete scelto quale sarà il primo dei giardini di Firenze da visitare? Ne avete uno preferito? Parliamone nei commenti, oppure sulla pagina facebook di Maraina in viaggio!

Un monumento eccezionale di Roma: l’Ara Pacis

Per me l’Ara Pacis è uno dei monumenti più belli ed eleganti che ci abbiano lasciato i Romani. È un grande altare all’interno di un recinto dedicato all’Imperatore Augusto e posto nell’area della città che un tempo era il Campo Marzio, dove Augusto aveva collocato anche lo gnomone, un orologio solare che colpiva con la sua ombra proprio l’Ara Pacis nel giorno del suo compleanno, e il suo mausoleo. Il mausoleo di Augusto in effetti è qua accanto: perennemente chiuso, perennemente in restauro, è un grosso tumulo che ne ha subite tante, molto malridotto rispetto all’aspetto magnifico che doveva avere 2000 anni fa.

La processione lungo il lato dell’Ara Pacis

Torniamo all’Ara Pacis. Si trova sul Lungotevere Marzio, ma questa non è la sua collocazione originale. Il monumento infatti non è mai stato trovato integro, ma a più riprese dal Cinquecento in avanti è stato trovato frammentario. Alcune lastre erano addirittura state acquistate dai Medici e portate a Firenze! È solo negli anni ’30 del Novecento che, sotto la spinta ideologica del regime fascista, l’Ara Pacis viene montato, e inserito in un edificio sul Lungotevere. L’architetto si chiamava Morpurgo e lavorò non poco per cercare di creare un contenitore degno del monumento che conteneva: l’Ara Pacis è il simbolo del potere imperiale di Augusto e nella Roma fascista che vuole equipararsi alla novella capitale del novello impero esso deve avere il giusto risalto. Il progetto magniloquente di Morpurgo fu un po’ ridotto per problemi di tempistiche (l’Italia è sempre l’Italia); i lavori sarebbero dovuti riprendere nel ’38, ma ciò non avvenne causa guerra alle porte.

Ara Pacis. Il sacrificio di Enea

Così l’edificio di Morpurgo restò tale fino al 1996 quando problemi di statica e di conservazione dell’Ara Pacis indussero il comune di Roma a incaricare l’architetto Mayer di realizzare un nuovo contenitore. La sua realizzazione ha suscitato non poche polemiche, ma oggi l’Ara Pacis sta all’interno di uno spazio espositivo su due livelli, uno dedicato al monumento e l’altro a mostre temporanee (in questo momento ospita la mostra Spartaco, schiavi e padroni a Roma), che dialoga con l’esterno (col mausoleo di Augusto da un lato e col Lungotevere dall’altro) grazie ad ampie vetrate.

Il monumento

L’Ara Pacis non può non destare meraviglia. È un altare, ma la sua bellezza non sta tanto nell’ara vera e propria, quanto nel recinto: decorato su quattro lati su due livelli diversi, al di sotto una decorazione floreale, al di sopra quattro pannelli, due sul lato frontale e due sul lato di fondo, e una lunga processione sui lati.

Ara Pacis, dettaglio del fregio naturalistico. Alla base, sotto la pianta, si vede un serpentello che insidia un nido e un ranocchio

Il fregio floreale a prima vista sembrerebbe la cosa meno degna di nota: girali di acanto, fiori, frutta, tutto scolpito a rilievo in un insieme molto ricco e molto dettagliato. Ma proprio per questo il fregio è estremamente naturalistico: i fiori sono resi nei particolari, le foglie d’acanto hanno le nervature, i chicchi d’uva sono scolpiti uno a uno, talmente perfetti che si potrebbero cogliere, e poi, meraviglia delle meraviglie in quest’attenzione ai dettagli, la ranocchia alla base e una scena da documentario: un serpentello che assalta una nidiata indifesa di uccellini al di sotto di una rigogliosa pianta di acanto. Oggi noi vediamo tutto bianco, ma un tempo, invece, era coloratissimo e sgargiante! Il verde delle foglie, il colore dei fiori, l’azzurro del cielo: colori intensissimi che oggi riusciamo a vedere grazie alla realtà aumentata de L’Ara Com’era: una visita interattiva al monumento che si può svolgere solo secondo un preciso calendario e con prenotazione.

Anche il registro superiore del recinto dell’altare era dipinto. Sui due lati si sviluppa una lunga processione: un rito religioso? Sì, perché Augusto è rappresentato con la testa velata; ma quale sia questa processione non è dato sapere. Ad essa partecipano i familiari di Augusto, alcuni dei quali perfettamente riconoscibili, e poi senatori, littori e altri personaggi pubblici come i septemviri epulones (magistrati incaricati di organizzare i banchetti pubblici), uno dei quali è girato di fronte, unico tra gli astanti. Se il fregio sui lati è tutto sommato molto ordinato, ripetitivo nonostante le pose diversificate dei personaggi (bellino il bimbo che tira la toga ad uno dei presenti) e rappresenta un evento se non reale quantomeno realistico, i quattro pannelli sulla fronte e sul retro sono invece a carattere mitologico: sulla fronte abbiamo, ai due lati della porta, la Lupa con i gemelli Romolo e Remo, il dio Marte e il pastore Faustolo (estremamente frammentario) e una scena di sacrificio da parte di Enea; sul retro c’è la raffigurazione della Dea Tellus, la Terra, in un’ambientazione particolarmente bucolica e la dea Roma, rappresentata come guerriera (estremamente frammentario).

Ara Pacis. La dea Tellus

I quattro miti sono collegati tra di loro: la Lupa richiama la fondazione di Roma, Enea, figlio della dea Venere, è il principe troiano che dopo essere scappato dalla guerra di Troia, dopo anni di peregrinazioni per il Mediterraneo giunge nella piana dove poi sorgerà Roma, e suo figlio Iulo è il capostipite della gens Iulia, cui apparteneva Giulio Cesare, del quale Ottaviano Augusto è figlio adottivo. La dea Tellus è un riferimento alla Pax Augusta, ovvero al periodo di pace che vive l’Impero dopo che Augusto ha messo a tacere i nemici interni di Roma, e alla prosperità del suo regno. La dea Roma è la personificazione della città. Anche questi fregi erano dipinti. Tutto il programma iconografico era studiato per glorificare Roma e Augusto.

Si può circolare anche all’interno del recinto, dov’è contenuto il grande altare. All’interno il fregio è decorato semplicemente (si fa per dire) con festoni di frutta alternati a bucrani, cioè teschi di bue: una decorazione piuttosto consueta in età augustea che di nuovo rimanda alla nuova era di pace e prosperità inaugurata col regno del primo imperatore.

Il Museo dell’Ara Pacis fa parte del circuito dei Musei in Comune di Roma. Rimane forse un po’ fuori dai consueti percorsi turistici, ma a guardar bene, non è distante da Piazza del Popolo né da Piazza di Spagna. Si raggiunge con il bus 87 dal Colosseo lungo un percorso che corre tangente a Piazza Navona.

10 cose da fare e da vedere a Prato

A pochi km da Firenze si trova una città altrettanto ricca di storia e di arte, ma molto meno nota, all’ombra com’è del capoluogo toscano. Eppure Prato negli ultimi anni si sta ponendo come centro culturale alternativo. Non fatevi ingannare dalla sua vocazione più industriale, legata principalmente ai tessuti: Prato ha molto di più da offrire.

Ormai frequento Prato da un po’. Ho raccolto così in questo post un elenco di 10 cose da fare e da vedere (e da mangiare) in questa città. Alla fine del post vedrete che vi avrò convinto, e vorrete venire da queste parti anche voi.

  1. Il centro storico di Prato visto dal Castello dell’Imperatore

    Passeggiare nel Centro Storico. Innanzitutto per conoscere una città occorre passeggiare per le sue vie. Se arrivate in treno, mi raccomando non scendete a Prato Centrale, ma a Prato Porta al Serraglio. Da qui vi trovate direttamente in centro, e scendendo lungo via Magnolfi arrivate in due minuti nella piazza del Duomo. Da qui lasciatevi ispirare dalla via che vi ispira di più. Se proseguite a scendere lungo via Mazzoni arrivate davanti a Palazzo Pretorio, il vero cuore di Prato, e se proseguite in avanti incontrate piazza San Francesco e ancora oltre arrivate già alle mura cittadine. Altrimenti da Piazza San Francesco potete prendere via San Bonaventura e arrivare così al Castello dell’Imperatore e a Santa Maria delle Carceri. O ancora alle spalle del Duomo potete imboccare via Garibaldi e seguirla fino ad incontrare il Teatro Metastasio e ancora fino a sbucare nella grande piazza Mercatale, dove si trovano localini, ristoranti e il forno che sforna bomboloni caldi ad ogni ora del giorno e della notte. Qualunque via decidiate di percorrere, osservate i palazzi, ancora in larga parte medievali, senza farvi distrarre dalle vetrine dei negozi. Il centro di Prato si è mantenuto abbastanza bene. Oggi tanti localini e bar lo popolano, così se sentite il bisogno di una breve sosta avete l’imbarazzo della scelta.

  2. Il pulpito del duomo di Prato

    Il duomo di Prato. Capolavoro del romanico toscano, dedicato a Santo Stefano, la sua bella facciata a fasce bianche e verde scuro (dato dalla pietra locale, il serpentino) colpisce per la presenza sul lato di un pulpito esterno, una cosa abbastanza rara nel suo genere, ma funzionale al culto cui Prato è devota: la Sacra Cintola della Madonna. In alcuni momenti dell’anno la popolazione si riunisce in piazza del Duomo per l’esposizione di questa sacra reliquia. L’esposizione, fatta dal vescovo, avviene proprio da questo pulpito, che fu realizzato da scultori del calibro di Donatello e Michelozzo. All’interno del duomo, subito entrando sulla sinistra, si trova la cappella nella cui teca centrale è custodita la Sacra Cintola. Alle pareti sono affrescate da Agnolo Gaddi le Storie della Vergine e dell’arrivo della Sacra Cintola a Prato dopo che Maria l’ebbe donata a San Tommaso. Le pareti della Cappella Maggiore della chiesa sono affrescate invece da Filippo Lippi, artista che fu molto attivo a Prato, anche perché qui risiedeva in convento, a San Marco.

  3. Il bel camino nel grande salone del Palazzo Pretorio

    Il Museo di Palazzo Pretorio: per scoprire ancora meglio tutta la vicenda della Sacra Cintola occorre visitare il museo di Palazzo Pretorio, vero e proprio museo della città di Prato. Qui ci accoglie tutta la spiegazione interattiva del ciclo di affreschi della Cappella della Cintola, senza la quale altrimenti non si capirebbe granché (anche perché in duomo non ci si può avvicinare agli affreschi e non si colgono né i dettagli né intere parti della narrazione); si prosegue con opere d’arte del Trecento e del Quattrocento pratese che portano grandi firme, tra cui quella di Filippo Lippi e di suo figlio Filippino Lippi, entrambi pittori. Non solo le opere d’arte sono importanti in questo museo, ma il palazzo stesso: sede del potere nella Prato medievale, conserva ancora in alcune parti gli affreschi e le decorazioni dell’epoca. L’esposizione è molto ampia, giunge fino all’età contemporanea. Molto bella è la terrazza, dalla quale si gode la vista su tutta la città. (Ho dedicato un post specifico al Museo di Palazzo Pretorio qui)

  4. museo del tessuto prato

    Macchinari per la lavorazione dei cenci – Museo del Tessuto Prato

    Il Museo del Tessuto. Un altro museo della città, per un altro verso, è il Museo del Tessuto. Prato deve la sua floridezza nel Medioevo alla lavorazione dei tessuti. Lungo il fiume Bisenzio, che attraversa la città, e lungo numerosi canali oggi non più esistenti, ma che lasciano traccia onomastica nelle varie via delle Gore, via del Gorone, sorgevano opifici per la lavorazione dei tessuti. Il Museo del Tessuto è al tempo stesso un museo didattico e storico. In una prima parte spiega, con ricostruzioni di macchinari e un’estrema semplicità, tutto ciò che bisogna sapere su fibre e tessuti, su filatura e tessitura, su prodotti finiti e macchinari usati, dall’antichità a noi. Nella seconda parte l’esposizione diviene di carattere storico: si parte dal Medioevo per un lungo viaggio che attraversa i secoli e giunge fino a noi, passando per la grande innovazione che costituì per Prato la lavorazione degli stracci, i cenci. Prato è stata sempre legata alla produzione dei tessuti, ma negli ultimi decenni la situazione è crollata e buona parte delle fabbrichette sono state acquistate da Cinesi, che ora hanno la maggior parte degli stabilimenti. Proprio per questo serve un museo del genere, per capire come siamo arrivati a questo punto, ma anche per guardarsi indietro con orgoglio. (ho dedicato un post specifico al Museo del Tessuto di Prato qui)

  5. Le merlature sul cammino di ronda del Castello dell’Imperatore

    Il Castello dell’Imperatore. L’imperatore è Federico II di Svevia, che fece costruire questo forte militare nel centro di Prato, al di sopra dei resti di un altro forte, che era appartenuto ai conti Alberti di Prato. Il Castello è visitabile gratuitamente. Da fuori si impone alla vista per le sue possenti mura. Varcando la grande porta ci troviamo in un enorme spazio aperto, in un angolo del quale si trova un albero di fico. Possiamo salire sopra le mura e percorrere così il camminamento di ronda tra le merlature a coda di rondine e godendoci il panorama che spazia su tutta la città e a Nord guarda verso la montagna della Calvana.

  6. Il Centro Pecci. Dal Medioevo al Contemporaneo. Il Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci è una bellissima realtà culturale a Prato. Va detto anzi, che dal punto di vista del Contemporaneo, Prato grazie al Pecci sta molto più avanti rispetto a Firenze. Non è solo museo, è piuttosto un centro d’arte, che ospita mostre, eventi, un archivio, una biblioteca, un centro di documentazione dedicati alla produzione artistica contemporanea. Il Centro Pecci si trova all’ingresso della città arrivando dall’autostrada uscita Prato Est: a me fa l’effetto di un’enorme disco volante dorato atterrato qui da qualche pianeta sconosciuto. Sicuramente è dirompente così come dirompente è l’arte contemporanea.
  7. Sua Maestà il cantuccino!

    Biscotti di Prato e altre leccornie tipiche. Non vi è venuta fame a furia di vedere tutte queste robe culturali? Ecco il suggerimento dei suggerimenti: fate la scorta di cantuccini, i biscotti secchi di Prato. Magari andate, in pieno centro, nel Biscottificio Mattei, un’autorità indiscussa nel campo. L’estate scorsa sono stata proprio dentro il biscottificio, e ho visto come vengono prodotti questi gioielli di farina, uova e mandorle. Provate anche, di Mattei, i Brutti ma buoni: non ve ne pentirete. Mattei, comunque non è l’unico biscottificio: sempre a Prato, fuori dal centro storico, c’è il Forno Branchetti, che un paio d’anni fa divenne famoso perché aveva inventato i cantuccini del papa, ovvero dei biscotti gialli glassati per metà con una glassa al vinsanto (ne ho parlato qui). Divini, oserei dire! Appena fuori le mura si trova la Pasticceria Mannori, famosissima per la sua millefoglie. Una merenda davvero pregevole, ve l’assicuro. Tornando in centro, a pochi passi dal Biscottificio Mattei, il negozio Atipico vende tutti i prodotti del territorio: non solo cantuccini, prodotti da altri forni (tra cui quello di Migliana, di cui ho parlato qui), ma anche birre artigianali, vini di Carmignano (il vino prodotto nelle colline qui vicino, che viene prodotto da 300 anni!), olio, marmellate e la mortadella di Prato, altro prodotto tipico e particolarmente pregiato.

  8. Un giro a Chinatown. Troppa toscanità in tavola? E allora basta prendere la macchina e andare fuori dal centro lungo via Filzi e dintorni. Benvenuti a Chinatown! Non vedrete nessuna grande porta ad arco come a Londra, ma vi accorgerete che qualcosa è cambiato dai negozi, di alimentari, di abbigliamento e di casalinghi, principalmente, e dalle insegne in lingua cinese. Entrare in un negozio di alimentari è un’esperienza interessante per chi è curioso nell’animo: prodotti di importazione, dalla soia al riso, ai ravioli al vapore, a frutta e verdure e spezie che non avete mai visto prima e che non sapete come si chiamano, perché il nome, ribadisco, è scritto in cinese. Non fate però l’errore di sentirvi come dei pesci fuor d’acqua: piuttosto chiedete cosa sono le cose, e in un italiano ahimè un po’ stentato qualcosa vi verrà risposto. Oltre a questi negozi io ho individuato un’erboristeria che vende anche té; vi sono poi pasticcerie specializzate in grandi torte da cerimonie e, immancabili, i ristoranti. Tra questi il più noto fuori da Chinatown è Ravioli Liù specializzato, come dice il nome stesso, in ravioli al vapore. Ne arrivano da Firenze a cenare, e ho detto tutto.
  9. Si appressa il tramonto sul Bisenzio a Prato. Lungo la bella passeggiata che ne risale e ne ridiscende il corso

    Museo diffuso Parco del Bisenzio. Per digerire tutta ‘sta abbuffata virtuale che ci ha portato dalla Toscana alla Cina, bisogna fare una bella passeggiata. Il mio itinerario preferito è lungo il fiume Bisenzio, risalendo verso Nord, uscendo quindi dal centro della città. Si tratta di una passeggiata piuttosto lunga. Sul lato della città si può decidere di scendere quasi sul greto del fiume, almeno in certi passaggi, altrimenti si passa accanto a giardini pubblici, a un centro sportivo e infine si giunge al passaggio pedonale che conduce dall’altra parte. Se si ama la bicicletta, qui si sviluppa la pista ciclabile Gino Bartali. Sull’altro argine la passeggiata cambia totalmente aspetto, perché ci si immerge nella natura: siamo sul versante della Calvana, al di sotto del passaggio della vecchia ferrovia che collega Prato con Bologna; siamo in piena campagna a pochi passi dalla città. Addirittura si incontra una bella fattoria con tanto di pecore, agnellini, cane da pastore, e l’orto coltivato con le verdure di stagione. Inutile dire che qui grandi e piccini si incantano, soprattutto quando gli agnellini si avvicinano per brucare l’erba direttamente dalle nostre mani. Il percorso ritorna poi verso il centro di Prato, da dove siamo partiti: una passeggiata rigenerante, che nelle belle giornate di primavera mette proprio di buonumore.

  10. Anello della Calvana: il sentiero ricalca un selciato medievale in alcuni tratti ancora conservato

    L’Anello della Calvana. Se siete per le passeggiate più impegnative, anzi per il trekking, da Prato partono alcuni percorsi che attraversano la Calvana, la montagna alle spalle della città. Si può partire dal complesso di San Leonardo al Palco o dal piccolo borgo di Filettole e si procede scegliendo uno dei sentieri CAI che la montagna consente. Se siete esperti camminatori e avete l’intera giornata a disposizione, potete addirittura pensare di cambiare versante, abbandonando Prato e scendendo nella valle di Travalle, in territorio di Calenzano. Travalle è un luogo bellissimo e magico, una valle immersa nella natura che conquista gli animi romantici. (Ho dedicato un post specifico all’Anello della Calvana qui).

Ecco i miei 10 consigli per una gita a Prato. Come vi dicevo in apertura non manca proprio nulla: cultura, arte, natura, buon cibo e, anche, un pizzico di internazionalità. Proprio la forte presenza di una comunità cinese ha reso la città molto sensibile ai temi dell’integrazione e della convivenza interculturale: temi non facili da affrontare e da gestire, su cui però si sta lavorando. E anche questo è un aspetto sociale del quale bisogna tenere conto.

Passeggiate romane: dall’Esquilino all’Oppio

Roma: Colosseo, Fori, Vaticano, Trastevere, Piazza Navona e poco altro. Se si pensa di fare una gita di un giorno a Roma solitamente ci si riduce a queste mete, che non sono poca roba, ma che sono una piccola parte rispetto all’immensità della capitale. È bello invece abbandonare i soliti percorsi e scoprire qualcosa di nuovo. Per farlo, però, la cosa migliore è affidarsi alla guida di una persona del posto. Ed è quello che ho fatto io. Seguendo il principio del Travel with a local, per la mia ultima discesa a Roma mi sono affidata completamente alla guida di una cara amica archeologa innamorata della sua città. Lei mi ha condotto per mano attraverso quartieri che non conoscevo.

L’itinerario che abbiamo seguito è stato Piazza Vittorio – Esquilino – Via in Selci – Oppio, fino a ridiscendere nella valle del Colosseo. Venite con noi.

Piazza Vittorio

i Trofei di Mario nei giardini di Piazza Vittorio

È il cuore dell’Esquilino. Ma soprattutto è il cuore di una Roma che appena diventata capitale voleva essere degna delle più moderne capitali europee. Ecco che Piazza Vittorio è un grande spazio occupato al centro da un bel parco/giardino e chiuso su tutti i lati da palazzi di varia epoca, dal medioevo alla fine dell’800. Da qui si dipartono ben 12 strade: ecco perché questa piazza doveva essere così importante nella visione urbanistica della fine dell’800. In più è vicina alla Stazione Termini e non lontana dalla valle del Colosseo. Un’ottima posizione, dunque. All’interno del grande giardino colpiscono l’attenzione i resti archeologici dei cosiddetti Trofei di Mario: si tratta in realtà di una fontana monumentale dell’età dell’Imperatore Alessandro Severo (inizi III secolo d.C.), luogo di arrivo e punto di diramazione delle acque di un acquedotto, l’Aqua Claudia o Anio Novus, che riforniva la capitale dell’Impero. Il nome invece deriva dai cosiddetti Trofei di Mario, in marmo, erroneamente attribuiti al condottiero romano del II-I secolo a.C., che furono spostati in Campidoglio alla fine del Cinquecento. A completare il tutto c’è la Porta Magica, un muro con una porta murata ai lati della quale si trovano due statue del dio egizio Bes, che a Roma ebbe una certa fortuna. Lasciamo questa piazza nella quale a fine febbraio i peschi sono già in fiore e discendiamo l’Esquilino lungo una delle 12 strade che da qui si dipartono.

Arco di Gallieno

L’arco di Gallieno

Roma è così: in ogni dove saltano fuori resti archeologici, anche quando meno te li aspetti. Pensiamo sempre a grandi spazi, grandi monumenti magari racchiusi da ampi recinti, ma non sempre è così. Uno di questi monumenti, per esempio, il cosiddetto Arco di Gallieno, è ben nascosto, al fondo di una viuzza che termina contro la piccola piazzetta della Chiesa di San Vito. Siamo in un piccolissimo agglomerato rimasto medievale, mentre tutt’intorno le trasformazioni urbanistiche della Capitale hanno cambiato per sempre la città; quest’angolino invece è rimasto tale. L’arco inizialmente era molto più grande, ma proprio la costruzione della chiesina, in età paleocristiana, ne decretò la parziale distruzione. Rimane comunque la parte principale, l’arco centrale col nome dell’imperatore che lo costruì. Tutto l’insieme, dell’arco con la chiesa, tutt’altro che risultare monumentale, è invece molto intimo, quasi dimesso, come se l’antico passato ci chiedesse di restare in silenzio, di non dirlo in giro che sta lì, come se non volesse la notorietà. Mi dispiace, caro Gallieno, ti ho scovato, e ora ti racconto in giro.

Via in Selci

Il grande edificio medievale che ingloba un edificio romano in via in Selci

Ancora fino a pochi decenni fa questa era una via malfamatissima di Roma. Si tratta di una via stretta e buia, che si diparte dalle Torri del Dazio, sempre sull’Esquilino, a poca distanza dalla basilica paleocristiana di Santa Maria Maggiore, e ridiscende fino a collegarsi con la grande via Cavour. Sulla via affaccia un grande complesso, la chiesa di Santa Lucia in Selci con annesso convento medievale, il quale ha inglobato un più antico edificio romano di cui si notano ancora le arcate di un portico, ormai tamponate e chiuse definitivamente. Questo anticamente era il Clivus Suburanus, una via che discendeva dall’Esquilino verso la valle del Colosseo, attraversando il quartiere della Suburra, un grande quartiere abitativo della Roma repubblicana e imperiale, storicamente considerato malfamato. Percorrerlo vuol dire calarsi in un angolino di Roma davvero intimo, racchiuso, medievale. Una Roma che resiste ancora in qualche andito (anche il vicino Rione Monti mantiene la sua fisionomia medievale), e che rende la città ancora più pittoresca.

Il parco dell’Oppio

l’Emiciclo delle Terme di Traiano

Da qui all’Oppio il passo è breve. Al parco dell’Oppio si accede da più parti. Ciò che conta è che si tratta di un grande spazio verde, in parte in via di sistemazione, nel quale si integra il paesaggio archeologico con il giardino. Siamo in un punto nevralgico della storia urbanistica della Roma imperiale, luogo di costruzioni, sbancamenti, distruzioni, occupazioni e restituzioni. Un puzzle di strutture sovrapposte che gli archeologi con grande difficoltà sono riusciti a dipanare e che viene restituito alla cittadinanza nel modo migliore: con un parco nel quale passeggiare liberamente. Il grande emiciclo delle terme di Traiano si erge con disinvoltura nel prato circostante. Giardinetti, alberi, panchine e resti archeologici: un modo per vivere in maniera integrata il proprio passato.

Ridiscendendo dal Parco dell’Oppio appare il Colosseo

Nel parco si innalzano i resti monumentali di ciò che resta delle Terme di Traiano, un grande edificio che fu costruito nel II secolo d.C. e che in parte ingloba nelle fondazioni quel grandissimo complesso che fu la Domus Aurea di Nerone, la residenza privata immensa dell’imperatore, per costruire la quale diede fuoco a Roma. Alla morte di Nerone, gli imperatori successivi vollero restituire questo settore della città ai Romani, per cui fecero costruire edifici pubblici: il Colosseo, per cominciare, le terme dell’imperatore Tito, del quale non rimane quasi più traccia e, più tardi, le Terme di Traiano. Gli scavi archeologici sono riusciti a ricostituire tutto questo palinsesto di edifici, occupazioni, distruzioni e riempimenti. Sono riusciti a ricostruire la pianta della Domus Aurea, a capire cioè come si articolava, quanto era grande, come era organizzata e in che modo gli edifici successivi ne hanno sfruttato le strutture. Oggi è in corso di realizzazione un grande progetto di arredo urbano che vuole preservare le strutture sotterrate della Domus Aurea trasformando l’area in un grande giardino archeologico, molto più bello e sostenibile dell’attuale. Va detto che la Domus Aurea è, almeno in parte, visitabile. E prima o poi un giro dentro ce lo voglio fare.

La valle del Colosseo

I resti del Ludus Magnus e il Colosseo

Ridiscendendo il parco dell’Oppio giungiamo al Colosseo, ma da un altro lato rispetto alla solita direttrice di via dei Fori Imperiali. Da qui la prospettiva è ben diversa e oltre al grande anfiteatro il nostro occhio è attratto da alcuni resti archeologici che a vederli così non dicono nulla, ma che invece acquistano un fascino tutto particolare nel momento in cui scopriamo cosa sono: si tratta del Ludus Magnus, la palestra dei gladiatori, con tanto di arena ellittica (se ne vede metà) nella quale i gladiatori si esercitavano prima degli spettacoli. Avete presente dove Russel Crowe/Massimo Decimo Meridio si allena con i suoi compagni? Ecco. Esiste tuttora il corridoio sotterraneo che conduceva dalla palestra all’anfiteatro. E soprattutto si può visitare e percorrere anche oggi (con una visita guidata): credo che sia un’esperienza incredibile poter percorrere gli stessi metri che separavano i gladiatori dall’arena: cosa avranno provato? Paura per l’incontro? Paura di essere sconfitti e quindi paura di morire? Avranno pregato gli dei? Saranno stati tronfi e sicuri di sé? Pieni di adrenalina, forse? Tanti, tantissimi gladiatori sono passati da quel corridoio che oggi si può calcare con molta più leggerezza. E anche questa visita me la serbo per una prossima passeggiata romana.

Tre case, una chiesa e un forno: 10 piccolissimi borghi in Toscana

Basta con le grandi città! Voglio la pace, la tranquillità dei piccoli paesi, dove il tempo sembra essersi fermato e invece continua a scorrere e a pulsare.

Ho deciso in questo post di raccontarvi alcuni piccolissimi borghi che si incontrano nella campagna (o montagna) toscana. Naturalmente è un elenco incompleto: la regione vanta tantissimi minuscoli borghi, veramente formati da tre case, una chiesa e un forno. Qui ne ho raccolti intanto 10, dislocati in alcune aree della Toscana: la montagna Pistoiese, la Garfagnana, la Lucchesia, il Casentino, il Senese, i dintorni di Firenze e Prato. L’elenco continuerà in futuro. Leggete intanto questi e, se vi va, suggeritemene poi altri nei commenti.

La statua di Francesco Ferrucci a Gavinana

La statua di Francesco Ferrucci a Gavinana

Gavinana

Nella montagna pistoiese, questo borgo è storico per una celebre battaglia dei Fiorentini contro l’esercito spagnolo di Carlo V, che voleva ristabilire al potere di Firenze la famiglia de’Medici. Nella battaglia trovò la morte il capitano Francesco Ferrucci, al quale è dedicata la bella statua equestre nel mezzo della piazza. Il borgo ruota tutto intorno alla piazza: la statua nel mezzo, e poi la chiesa, il ristorante, il bar, una bottega dell’usato. Poche viuzze laterali che conducono sempre alla piazza. Il paese è immerso nei boschi di castagne; poco più in su si trova l’Osservatorio Astronomico di Gavinana: la strada, molto bella, è una splendida passeggiata a piedi, soprattutto in autunno, con i colori caldi del bosco.

I cantuccini del Forno Santi di Migliana

I cantuccini di Migliana

Migliana

Volete mangiare i cantuccini di Prato con tutte le vostre forze, tanto che andreste in capo al mondo a trovarli? Migliana è il borgo in capo al mondo: nella montagna alle spalle di Prato, sul versante opposto della Calvana,  nel territorio di Vaiano, si trova questo agglomerato di case lungo una strada che ha una particolarità: il Forno Santi di Migliana. Il Forno Santi a vederlo si presenta come una bottega di alimentari di quelle di paese, quei posti piccini in cui però trovi davvero di tutto. Ma accanto al banco del pane e dei salumi, ha delle belle e invitanti ceste piene di biscotti di Prato. I classici, con la mandorla, sono solo una delle tipologie: ci sono con i pezzettoni di cioccolato, con i pezzettoni di albicocca o di fichi, ci sono al cioccolato bianco (i miei preferiti).

Sant'Andrea in Compito

Sant’Andrea in Compito

Inoltre questa bottega si rivela molto più di quello che è: ha uno spazio dedicato ai tavoli per quanti vogliono fermarsi qui per uno spuntino veloce. E allora un tagliere di salumi, pecorino e l’ottima schiacciata del forno, accompagnato da un boccale di vino, è assolutamente obbligatorio!

Sant’Andrea in Compito

Siamo nella Lucchesia, in un piccolo borgo con la chiesa, l’antico mulino ad acqua e giardini su giardini nei quali si coltivano camelie. Questa è l’area in cui si coltivano i fiori per me più belli del mondo, nelle loro infinite varietà: camelia japonica, camelia sesanqua… C’è anche un giardino che coltiva la camelia sinensis, ovvero la varietà dalle cui foglie si ricava il té! Non potevo non amare questo piccolo borgo. A marzo qui viene ospitata, non a caso, la manifestazione “Antiche camelie della Lucchesia”: occasione di esposizione, ma anche di percorsi naturalistici e culturali, per conoscere un aspetto diverso e caratteristico dell’economia di questa regione.

Una veduta sulle montagne della Garfagnana. Motrone

Una veduta sulle montagne della Garfagnana. Motrone

San Romano Mozzano e Motrone

Ecco due borghi davvero piccini dove il tempo si è fermato. Siamo in Garfagnana, e per raggiungere questi due borghi occorre prendere una deviazione poco dopo Borgo a Mozzano. Il primo dei due paesini che si incontra è un autentico presepe in pietra: due chiese incorniciano il borgo, una in cima, San Rocco, e una in fondo, la parrocchiale, sulla piccolissima piazzetta davanti a San Rocco si trova un antico lavatoio/fonte al quale la gente si serve dell’acqua, le viuzze sono in pietra e qua e là si aprono scorci su campi coltivati e su case semidiroccate. Siamo nel Medioevo puro, qui, e stona la nostra auto parcheggiata in fondo al villaggio.

Motrone si incontra proseguendo lungo la stessa strada, dopo molti km nel bosco, e si trova proprio alla fine della strada. Oltre il paese c’è il dirupo. Qui siamo veramente isolati da tutto e da tutti. Nel paese, al quale sia accede da una porta da un lato e si esce per andare nei campi da un’altra porta sul lato opposto, vi sono poche case, qualcuna con l’orto (e si può incontrare un contadino che porta le verdure a casa per cucinarle a pranzo). La chiesa, in cima al villaggio, è una vera e propria fortezza che sfida sia le intemperie che gli assalti degli uomini (e dei lupi). Di cosa viveva questa gente in questo borgo sperduto? Della legna colta nei boschi, probabilmente; inoltre, la sua posizione così impervia ne faceva una roccaforte importante a controllo del territorio della Garfagnana. Oggi è un borgo tranquillissimo, con una splendida vista sui boschi e sulla vallata sottostante.

La fortezza delle Verrucole domina il panorama

La fortezza delle Verrucole domina il panorama

Le Verrucole

Sempre in Garfagnana, superata Castelnuovo Garfagnana, che è un po’ il capoluogo di questa piccola regione, mentre si percorre la strada, la vista viene incuriosita da una fortificazione piuttosto estesa, sulla cima di una montagna. La deviazione indica Le Verrucole. Il paese è costituito dalla chiesa (che la mattina batte i suoi 40 rintocchi come se niente fosse) e da due case di cui una è un’osteria con appartamentino per passare la notte. Superata la porta medievale del borgo, da un lato si sale verso la fortezza, visitabile e anzi molto ben conservata e curata. Da qui, luogo strategico per il controllo del territorio e l’accesso alla valle, la vista spazia a 360°. Chi possedeva questo castello aveva vinto. E infatti si combatté parecchio da queste parti nel corso dei secoli.

Il Castello del Trebbio, nei pressi di Santa Brigida

Il Castello del Trebbio, nei pressi di Santa Brigida

Santa Brigida

Alle spalle di Fiesole e di Pontassieve sorge il paese di Santa Brigida. In un territorio in cui si alternano boschi a vigneti (qui vicino c’è la produzione del vino Chianti Rufina), le cui strade sono piacevolissime da percorrere in moto, il paesino è un buon punto di ristoro prima di proseguire. Qui vicino si trova il castello del Trebbio, che appartenne alla famiglia fiorentina dei Pazzi. Si dice che qui sia stata ordita la famosa congiura ai danni di Giuliano e Lorenzo de’Medici che costò la vita a Giuliano. La ritorsione di Lorenzo però fu tremenda e per prima cosa il castello fu confiscato. Oggi è una residenza di lusso e fa parte di un agriturismo con fattoria didattica nel bel mezzo di vigneti che si spandono all’intorno.

Bacchereto

Bacchereto

Bacchereto

Un piccolissimo borgo di 3 case e una chiesa-fortezza sul cucuzzolo della sua altura. Si trova nel territorio di Artimino (PO) e nessuno tranne che nei dintorni lo conoscerebbe se non facesse, ad ottobre, la festa delle castagne. Allora la piccola piazza del paese si anima con musica e saggi di danza, mentre vengono preparati i necci di farina di castagne secondo la ricetta tradizionale che vuole cotte queste sorte di crêpes tra due dischi di pietra rovente, e vengono preparate le bruciate, o caldarroste, le castagne, da servire insieme ad un ottimo e sincero vino novello rigorosamente del contadino. La chiesa, medievalissima, guarda sulla vallata circostante e domina il paesello come a proteggerlo.

Il Castagno d’Andrea

Siamo su una linea di confine tra il Mugello e il Casentino. Castagno d’Andrea di fatto è la porta verso le foreste casentinesi e il Monte Falterona, da cui nasce l’Arno, e dunque è luogo incantevole per passeggiate nei boschi e trekking. Di fatto è una stazione climatica nota per chi pratica turismo ambientale. Il suo nome si deve al pittore Andrea del Castagno, che nacque qui, in questi boschi la cui economia si è sempre basata sul castagno e sul legname da destinare a Firenze. La sua storia, di alti e bassi, ha una svolta tragica nel 1944: trovandosi nei pressi della Linea Gotica, infatti, è pressoché raso al suolo dalle rappresaglie tedesche.

La piazzetta di Frosini, con la chiesetta romanica e gli edifici del borgo

La piazzetta di Frosini, con la chiesetta romanica e gli edifici del borgo

Frosini

Un piccolissimo villaggio: una chiesa, il castello nascosto dall’edera e una porta medievale sulla piazzetta, che guarda sul  dolce paesaggio delle terre senesi. San Galgano, l’abbazia e la chiesa della spada nella roccia, sono qui a pochi km. Il borgo è addormentato, solo qualche gatto sonnacchioso rompe il silenzio.

 

Viaggiare non è solo andare a cercare le mete note, non è solo andare dritti alla meta, ma è anche perdersi lungo il percorso, provare una deviazione, fermarsi ad esplorare; oppure è direttamente andare a zonzo senza una meta precisa, decidendo di imboccare a caso una deviazione verso un toponimo mai sentito. Molti dei borghi che vi ho indicato qui li ho scoperti proprio a questa maniera. Viaggiare è lasciarsi andare, con la mente e gli occhi aperti a scoprire qualcosa di sempre nuovo.

 

Visitare Santa Maria Novella

Santa Maria Novella, la facciata

Santa Maria Novella, la facciata

È una delle chiese più belle e più note di Firenze. La sua facciata anzi, disegnata da Leon Battista Alberti, è a parere di molti la più bella in assoluto della città; anche la piazza è molto caratteristica (personalmente, però, preferisco piazza Santa Croce): la sua forma è irregolare, nel mezzo si innalza un piccolo obelisco, mentre essa è percorsa da varie aiuole che in primavera fioriscono. Lungo tutto un lato si aprono ristorantini e localini vari dove trovare ristoro, soprattutto nelle belle giornate primaverili. Ogni tanto ospita manifestazioni pubbliche, mercatini e in generale è un ottimo punto di ritrovo nonché tappa fondamentale per itinerari della città. La sua vicinanza alla stazione centrale dei treni ne fa una meta comodissima, la prima o l’ultima da visitare quando si passa da Firenze. Sul fondo della piazza si trova il portico del palazzo che ospita il Museo del Novecento: in questo spazio fiorentino, quindi, si percorre tutta la storia dell’arte dal Medioevo al Contemporaneo.

Il Crocifisso di Giotto in Santa Maria Novella

Il Crocifisso di Giotto in Santa Maria Novella

Santa Maria Novella è la chiesa del convento dei Domenicani. A questo importante ordine monaastico, giunto a Firenze nei primi decenni del Duecento, viene concessa da subito la piccola chiesa di Santa Maria delle Vigne: evidentemente nella zona, fuori delle mura medievali, si trovavano vigneti. Già dal 1242 iniziano i lavori di ampliamento della chiesa, che verrà consacrata, però, solo nel 1420. Come in tutte le grandi chiese di Firenze, al suo interno e per la sua realizzazione e decorazione hanno lavorato artisti importanti della Firenze medievale e rinascimentale. Oltre a Leon Battista Alberti e al Vasari, che ne ristrutturò l’interno, il primo artista che va ricordato è Giotto, del quale ancora campeggia in mezzo alla navata centrale il grande Crocifisso ligneo. Dipinto verso la fine del Duecento, questo Cristo è realizzato secondo l’iconografia del Christus Patiens, ovvero sofferente per la Passione e non trionfante sulla Morte: oltre al volto patito del Cristo, anche i colori ci riconducono alla sofferenza e alla morte. Un’opera davvero intensa.

La Trinità di Masaccio in Santa Maria Novella

La Trinità di Masaccio in Santa Maria Novella

Tra i capolavori che si incontrano nella chiesa, la Trinità di Masaccio  si trova a metà della navata sinistra: in quest’opera, non troppo grande, Masaccio esprime quei concetti di ricerca di prospettiva che tanto caratterizzano la sua arte: Cristo, dietro di lui Dio Padre e lo Spirito Santo sono inseriti in un’architettura sontuosa, che richiama un arco trionfale antico. Ai loro lati la Madonna e i committenti, in una composizione simmetrica ed equilibrata anche nei colori, sui toni del grigio e del rosa.

Nell’area del transetto si aprono poi alcune cappelle laterali, come la cappella Bardi, o la cappella Filippo Strozzi, decorate con cicli pittorici importanti che raccontano le vite di alcuni santi particolarmente importanti. Nella cappella maggiore, o Cappella Tornabuoni, dietro il grande altare, al di sopra del coro in legno intarsiato, su un lato sono affrescati dal Ghirlandaio episodi della vita di San Giovanni Battista (patrono di Firenze) dall’annuncio della sua nascita al padre Zaccaria fino alla morte per decapitazione voluta da Salomé; sull’altro scene di vita di Maria (a S.Maria Assunta è dedicata la chiesa), anche in questo caso dalla nascita in avanti. Nelle scene dipinte si susseguono e si affastellano personaggi che a noi non dicono nulla, ma nei quali i contemporanei avrebbero riconosciuto persone della loro Firenze, come lo stesso pittore Ghirlandaio, il poeta Angiolo Poliziano, i rappresentanti della famiglia Tornabuoni, cui è intitolata la cappella.

Il cappellone degli Spagnoli in Santa Maria Novella

Il cappellone degli Spagnoli in Santa Maria Novella

Proseguendo, si esce nel cosiddetto Chiostro Verde, le cui lunette affrescate sotto il porticato portano la firma di Paolo Uccello: alcuni di questi grandi dipinti sono esposti, dopo un lungo restauro, nell’attiguo museo dell’Opera di Santa Maria Novella. Lungo un braccio del chiostro si apre una cappella: è il Cappellone degli Spagnoli, inizialmente sala capitolare del convento annesso alla chiesa e poi devoluto alla colonia di Spagnoli che giunse a Firenze al seguito di Eleonora da Toledo, moglie di Cosimo I de’ Medici. Al suo interno, nel quale spiccano opere di Alessandro Allori, è notevole il ciclo di affreschi sulle pareti laterali, che è un’esaltazione dell’ordine domenicano: nella scena dedicata alla Chiesa militante, si nota la rappresentazione del duomo di Firenze (che all’epoca della realizzazione di questo affresco non era ancora stato ultimato); sull’altro lato, nella scena del Trionfo di San Tommaso d’Aquino (che era un domenicano) si sussegue una teoria di santi e di rappresentanti delle più importanti virtù scientifiche oltre che religiose: virtù teologali, virtù cardinali, sacre scienze e arti liberali. Compaiono così personaggi che Cristiani non furono e non poterono essere, come Cicerone, Pitagora ed Euclide.

Il Chiostro Verde, in Santa Maria Novella

Il Chiostro Verde, in Santa Maria Novella

Dal Chiostro Verde si accede ad un altro piccolo chiostro, il cosiddetto Chiostro dei Morti, con una serie di lapidi di uomini e donne che vi furono seppelliti fino alla metà dell’Ottocento. Dal chiostro si accede anche ad un piccolo spazio museale che accoglie paramenti sacri appartenuti ai monaci domenicani ed espone gli affreschi restaurati di Paolo Uccello.

Gli ambienti della chiesa e del convento sono piuttosto freddini. Quando torniamo nel chiostro verde il sole di Firenze ci riscalda. Da qui, dal chiostro, si esce dal complesso di Santa Maria Novella e si torna sulla piazza. La visita di Santa Maria Novella è conclusa. Possiamo proseguire la nostra passeggiata.