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Il Cinquecento a Firenze: la mostra di Palazzo Strozzi

Ogni mostra di Palazzo Strozzi è un successo. Che si tratti di arte contemporanea (come le recenti su Ai Weiwei e Bill Viola) o di arte rinascimentale o moderna, le mostre di Palazzo Strozzi sono sempre eccezionali sia per le opere esposte che per il percorso espositivo, sempre denso di significati.

Ho visitato la mostra attualmente in corso, “Il Cinquecento a Firenze” prendendo parte ad una bella iniziativa su twitter che ha visto impegnati blogger di archeologia e di storia dell’arte: #5sguardi. Per la spiegazione di questo evento vi rimando al mio post specifico sul mio blog di archeologia e alla conversazione su twitter. Vi dico solo che ognuno dei blogger interpretava un ruolo: il mio era quello dell’archeoviaggiatrice, chissà perché 😉

Jacopo Zucchi, La Creazione

Qui vi racconto la mostra e perché vale la pena visitarla: non solo per le opere incredibili, ma per la quantità di spunti di riflessione e di conoscenza che offre su un periodo, quello del pieno Cinquecento, caratterizzato nel mondo artistico dagli effetti della Controriforma. È un periodo che risente dei grandi artisti della generazione precedente, primo tra tutti Michelangelo, e che deve confrontarsi con dettami religiosi rigidi, ma allo stesso tempo con una committenza, principalmente la famiglia Medici, che ama i colti e raffinati riferimenti classici e abbraccia la filosofia neoplatonica: ecco che le opere si riempiono di significati allusivi, non sempre di facile interpretazione e anche una semplice “Deposizione di Cristo” contiene molto più di quanto non ci dica ad un primo sguardo.

La mostra si apre con un forte impatto cromatico e visivo: in primo piano il Dio fluviale di Michelangelo, la statua priva di testa di un nudo semisdraiato, palese riferimento all’antico, e dietro la vivace “Pietà di Luco” di Andrea del Sarto, dipinta dal pittore quando fuggì dalla peste che si era sviluppata a Firenze intorno agli anni ’40 del Cinquecento.

Il Dio fluviale di Michelangelo e la Pietà di Luco di Andrea del Sarto, prima sala della mostra

Si procede con una sala densa di grandi pale di grandi artisti. Vasari con l’Assunzione, e poi le deposizioni di Pontormo, di Rosso Fiorentino e del Bronzino, ognuno con la sua storia, ognuno con i suoi dettagli, ognuno con le sue scelte cromatiche e stilistiche. La Deposizione di Pontormo, con le sue tinte pastello così inconsuete per un dipinto cinquecentesco, e con i suoi volti così caratterizzati, è a buon diritto il dipinto scelto per rappresentare la mostra.

La Deposizione di Cristo del Bronzino. Realizzata inizialmente per la Cappella degli Appartamenti di Eleonora di Toledo in Palazzo Vecchio, fu regalata al Segretario particolare di Carlo V e portata in Francia, a Besançon

Ma si procede, e la sala che segue è ancora più eccezionale, almeno per me. I temi delle rappresentazioni non variano molto, sono sempre a tema religioso, tuttavia mutano gli esiti, perché gli artisti hanno formazione differente, provenienza differente, e committenze differenti da rispettare. L’incontro tra Cristo e l’Adultera di Alessandro Allori è un capolavoro: lei è così contrita, pudica nel suo atteggiamento, e vestita così bene che non può non attirare la mia attenzione. La crocefissione di Giovanni Stradano, un pittore fiammingo dal nome italianizzato che nei dettagli grotteschi mostra le sue origini artistiche, è un’altra delle opere che mi colpisce. Davanti ai miei occhi si pongono il crocefisso in bronzo del Giambologna, ormai defunto, e dietro ad esso, oltre alla Crocefissione di Stradano, si colloca la Resurrezione di Santi di Tito. Così il triduo pasquale, di passione, morte e risurrezione si completa in tre opere eccezionali.

Il Crocefisso del Giambologna, la Crocefissione di Giovanni Stradano e la Resurrezione di Santi di Tito

Il ritratto del piccolo Sinibaldo Gaddi

Segue una sezione sui ritratti. Vediamo i committenti del tempo. Il piccolo Sinibaldo Gaddi, in braccio al suo servetto nero, ci racconta di una famiglia ricchissima, quella dei Gaddi in Firenze, che si poteva permettere il lusso di un servo “esotico” oltre a una collezione di mirabilia provenienti dalle Americhe. Il povero Sinibaldo, che nel dipinto sembra così sicuro di sé nonostante la tenerissima età, morirà pochi anni dopo e non godrà né delle ricchezze della famiglia né delle gioie della vita: la ricchezza da sola non basta ad assicurare la vita nella seconda metà del Cinquecento.

Procedendo, la sala successiva ci introduce Giambologna, lo scultore che tanto ha fatto a Firenze (le statue per il giardino della villa medicea di Castello, il colosso dell’Appennino per la villa medicea di Pratolino, il Ratto delle Sabine per la Loggia dei Lanzi e il Mercurio del Bargello). Tra i dipinti segnalo, perché mi ha molto colpito, la Creazione di Jacopo Zucchi, un piccolissimo quadretto pregno di significati: Dio crea l’uomo perché sia posto a custodia della natura; la supremazia dell’uomo sulla natura è uno dei fondamenti del pensiero neoplatonico che anima la fine del Cinquecento e il programma iconografico dello Studiolo di Francesco I in Palazzo Vecchio (quella piccola e favolosa stanzina a lato del Salone dei Cinquecento).

La statua di Fata Morgana, Giambologna

Andando avanti, è ancora Giambologna che guida il nostro sguardo con le sue potenti sculture: Ercole e Anteo e la Venus Fiorenza realizzate per la villa di Castello, la Fata Morgana che abbelliva la Fonte di Fata Morgana nel territorio di Bagno a Ripoli (un luogo molto suggestivo nel contado di Firenze). Tra i dipinti, Venere e Amore di Alessandro Allori è così dolce, così incantevole da suscitare il sorriso.

Ci avviamo alla fine della mostra. Abbiamo percorso un secolo di arte, sia pittorica che scultorea, in un equilibrio bilanciato tra soggetti religiosi, mitologici e “umani” per così dire. Si tratta sempre di committenze ricche, come la famiglia Medici e altri grandi personaggi influenti del Cinquecento fiorentino, e committenze religiose, attente agli aspetti più dogmatici della Controriforma. Resta la sensazione di aver assistito a qualcosa di grande, di importante, ad un percorso che lascerà il segno nella storia dell’arte successiva e nella storia artistica della città. Di fatto, buona parte delle opere viene da chiese di Firenze. Quindi sarà bello riconoscerle nelle varie chiese una volta che la mostra sarà terminata. In fondo il senso di una mostra è proprio questo: dare degli spunti e degli approfondimenti, focalizzare su determinati aspetti e creare dei collegamenti con le nostre conoscenze. Palazzo Strozzi riesce sempre a costruire contatti con la città. E infatti un bel programma di approfondimenti fuorimostra è previsto e in corso di svolgimento a Firenze.

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Tu chiamale, se vuoi, “arti minori”: visita al Bargello che non ti aspetti

Ho visitato recentemente il Museo Nazionale del Bargello a Firenze. Chissà perché per tutto questo tempo l’ho snobbato. Entrarci invece è stato una scoperta continua, un’emozione senza pari, un’immersione nella bellezza dalla prima all’ultima sala.

 

I due David di Donatello esposti al Bargello

Sì, il Bargello è quello del David di Donatello: la statua in bronzo che raffigura il giovane eroe biblico dopo aver sconfitto il gigante Golia. Il tema piaceva molto alla Firenze rinascimentale, e infatti troviamo varie sculture realizzate dai più insigni artisti del tempo: Donatello, per l’appunto, ma anche Andrea del Verrocchio (che fu maestro di Leonardo da Vinci) e Michelangelo. Donatello addirittura ne realizza due di David: si trovano entrambi nel Salone di Donatello, al primo piano del Bargello.

Ma non è certo il David di Donatello che mi colpisce, né il Bacco di Michelangelo, né il Mercurio e le altre statue più o meno note del Giambologna (scultore che nella Firenze dei Medici ebbe grandissima fortuna: avete presente il Colosso dell’Appennino nella villa medicea di Pratolino, oggi Villa Demidoff?), ma sono quelle che vengono definite in Storia dell’Arte “Arti minori“.

Avori intarsiati, sculture in bronzo e smalto, oreficerie, legni dipinti, medaglie, terrecotte policrome e smaltate, porcellane, armi e armature da parata, reliquiari, brocche in smalto: dal medioevo al XVI secolo e oltre al Bargello è data dignità a tutte quelle produzioni di artigianato artistico che negli altri musei difficilmente trovano spazio. L’ambientazione, poi, è notevole: un palazzo medievale (che fu la prigione di Firenze) che anche nella successione delle stanze, delle logge e degli arredi mantiene la sua medievalità. Originale è la Cappella della Maddalena (sulla cui parete di fondo, tra i vari personaggi fiorentini rappresentati, si trova pure Dante Alighieri), mentre nelle altre sale sono inseriti ad arte arredi che provengono da altri palazzi medievali o rinascimentali fiorentini e non solo (come il camino di Palazzo Borgherini del 1515).

Museo del Bargello, Sala Carrand

Tondo in avorio, scena di assedio al Castello d’Amore, Francia, XIV sec.

Ciò che più mi riempie di meraviglia sono gli avori, ai quali è dedicata un’intera sala. Predelle, dittici, cofanetti, pomelli, elementi degli scacchi, pettini e statuine: capolavori in miniatura che vanno da un’epoca anche piuttosto remota, il IV-V secolo d.C., dunque l’età bizantina, fino al XVII secolo. All’epoca più antica appartengono i dittici: due elementi rettangolari che dovevano essere legati insieme e sui quali sono solitamente rappresentate scene a soggetto religioso; erano solitamente doni a vescovi o da vescovi per personaggi eminenti. L’avorio era anche utilizzato per i cosiddetti “oggetti da toeletta” (come vengono definiti in disascalese, cioè sulle didascalie dei musei): specchi, pettini e cofanetti. I soggetti rappresentati abbandonano allora il tema religioso per diventare mitologici, oppure cavallereschi: nel Medioevo troviamo spesso raffigurato il Castello di Amore, assaltato da nemici che si sfidano a singolar tenzone. Prodotti in Francia e Germania, questi oggetti sono davvero eleganti e dettagliatissimi.

Lucerna in bronzo

La Sala Carrand, che ospita la collezione donata al Bargello da un collezionista francese di nome Carrand, è vastissima e molto varia: si va dalla lamina di Agilulfo, un elemento decorativo dell’elmo del re longobardo, che si data alla fine del VI secolo d.C. alle brocche in rame e smalto, passando per chiavistelli e chiavi che sono veri capolavori del ferro, ad acquamanili in bronzo a forma di cavallo e cavaliere (cos’è un acquamanile? un vaso per versare l’acqua, né più né meno), a laminette in vetro e oro: molto belle quelle che rappresentano la parabola dei vignaioli tratta dal Vangelo. Bellissimo anche un cofanetto in legno per le spezie, che contiene ancora i suoi piccoli barattolini in vetro. E poi ancora vetri soffiati e artistici, e lucerne in bronzo dalle forme… ecco… particolari, come quella che ritrae un uomo nudo tutto piegato: la fiamma doveva uscire da… proprio da lì, ci siam capiti.

Un’altra produzione del tardo medioevo/Rinascimento che apprezzo particolarmente è la terracotta smaltata con cui venivano realizzate per la maggior parte sculture a rilievo. Gli artisti più noti per questa forma d’arte sono Luca e Andrea Della Robbia, che riescono a creare dei capolavori con l’uso, essenzialmente, di 3, 4 colori al massimo: il bianco, per le figure umane, l’azzurro per lo sfondo, il verde e il giallo per gli elementi vegetali. Si tratta solitamente di scene a soggetto religioso (e infatti spesso decoravano lunette, o altari) vivacissime, ma al tempo stesso molto delicate: i volti delle Madonne, o quelle dei Bambin Gesù sono di una dolcezza rara.

Terracotta smaltata con la deposizione di Cristo dalla croce

In Toscana queste terrecotte ebbero grande diffusione: oltre che nelle varie chiese di Firenze, si trovano fino a La Verna, dove decorano la chiesa del monastero presso il quale San Francesco aveva ricevuto le stigmate.

Accanto alle terrecotte artistiche non può non trovare spazio la ceramica artistica, intesa come piatti, brocche, bicchieri e bacili: un’intera sala è dedicata a produzioni che vanno dal Medioevo (fin dal IX secolo d.C. con una brocchetta a “vetrina pesante”, passando poi per le maioliche arcaiche) fino al XVII secolo: luoghi di produzioni sono la Toscana, Montelupo in particolare, Faenza, Urbino e Savona; alcuni oggetti sono davvero notevoli, perché dipinti da veri artisti.

La sala della piccola scultura in bronzo è molto interessante: in essa trovano spazio tante piccole opere che avevano il loro modello in opere note dell’antichità o degli artisti rinascimentali: il Laocoonte, ad esempio, o il Toro Farnese, oppure varie rappresentazioni di Venere, di Marte, di Ercole che compie qualcuna delle sue Fatiche. Si tratta di opere che copiano pedissequamente oppure che reinterpretano le iconografie antiche dando loro una nuova vitalità, in linea anche col gusto contemporaneo. Osservare queste piccole sculture permette di comprendere qualcosa di più sul gusto rinascimentale per l’arte e per l’antico.

Armatura da parata del piccolo Cosimo III Medici

Una sala è dedicata ad oggetti di produzione islamica: armi, avori, ma anche stoffe, piatti e piastrelle in ceramica a lustro, ovvero decorate con colori che hanno una forte componente metallica brillante. Questo vasellame ebbe una buona diffusione nel medioevo in Italia. Le piastrelle, poi, non sono tanto diverse dagli azulejos spagnoli, le piastrelle, cioè, che decoravano l’Alcazar di Siviglia e l’Alhambra a Granada.

Infine le armi e le armature. Non sono un’amante del genere, ma trovarmi al cospetto di selle da parata in avorio (non proprio comode per sedersi, mi viene il dubbio) di scudi con la testa di Medusa e delle armature da parata appartenute ai rampolli del casato Medici, come Cosimo III, per esempio, mi mette lievemente in soggezione.

Dalla finestra, intanto, sbuca l’onnipresente Cupola del Duomo di Firenze. Una presenza rassicurante, un punto di riferimento sempre e comunque in questa città che si conferma, ogni giorno, una fonte inesauribile di spunti culturali.

La Cupola del duomo vista dal Bargello

Itinerari d’arte in Toscana: la villa medicea di Cerreto Guidi

Era una casina di caccia, la Villa Medicea di Cerreto Guidi. Voluta da Cosimo I de’ Medici, era il luogo in cui il Signore di Firenze veniva a svagarsi, lontano dalla città, andando a caccia nelle sue terre, nei suoi boschi, nei suoi territori: siamo nei pressi del Padule di Fucecchio, area da sempre ricca di fauna.

Per questo la Villa ospita il Museo Storico della Caccia e del Territorio, insieme a una bella e importante collezione artistica risalente al Cinque-Seicento.

Nonostante sia una casina di caccia, non sorge isolata, ma in cima al borgo di Cerreto Guidi, sui resti dell’antico castello dei Conti Guidi, una famiglia medievale nobile che in Toscana diede impulso alla costruzione di molti borghi e castelli e che ricoprì spesso ruoli politici e storici importanti, nel bene e nel male, nei confronti di Firenze.

Il salone principale al primo piano della villa

L’accesso alla villa è incredibilmente gratuito. Il percorso di visita si articola su due piani, più il giardino che guarda sul vasto panorama circostante.

L’interno della villa è un gioiello, un susseguirsi di piccole stanze una più preziosa dell’altra, vuoi per gli arredi, vuoi per le pareti affrescate, vuoi per i dipinti e per gli oggetti da collezione. Al pianoterra è notevole la camera da letto di Isabella d’Aragona, e il Salottino delle Dame, con le pareti affrescate con bei paesaggi classicheggianti, ma a mio parere le sale migliori si trovano al primo piano.

Il Salottino delle Dame, pianoterra della villa medicea di Cerreto Guidi

Salita la rampa di scale, incontriamo due ballatoi. Nel primo alcuni resti di decorazioni architettoniche medievali che non hanno a che fare con la Villa, ma che io adoro: capitelli figurati antichi, appartenuti alla collezione medicea. Perché, come scoprirò nelle sale successive, anche qui, lontano dalla bella e colta Firenze, i Medici si circondavano di antichità, delle quali erano grandi estimatori. Una sala in particolare, chiamata non a caso, la Sala dell’Archeologia, accoglie alcuni reperti archeologici (tra cui il coperchio di un’urnetta cineraria etrusca femminile, per esempio, come se ne possono vedere anche al Museo Archeologico Nazionale di Firenze) mentre alle pareti si susseguono affreschi bellissimi ed evocativi rappresentanti l’Antico Egitto, il Colosseo, e altri panorami archeologici, il tutto sotto l’austera supervisione delle Muse: l’ispirazione all’antico è forte e potente. Nella sala successiva invece la collezione si concentra sulle armi bianche (una katana giapponese e varie spade preziosamente cesellate fanno bella mostra di sé) mentre in quella successiva sono le armi da fuoco a catturare l’attenzione: tra le pistole pure una pistola da bambini, chissà se un giocattolo o semplicemente più piccola: siamo nel XVII secolo, in fondo, e l’educazione del “giovin signore” era sicuramente diversa da quella dei bimbi attuali.

Uno degli affreschi della Sala dell’Archeologia nella villa medicea di Cerreto Guidi

Il ballatoio affrescato

Il secondo ballatoio è a mio parere l’ambiente più bello di tutta la villa: le pareti sono affrescate illusionisticamente con un paesaggio antico in rovina, ruderi semidiroccati di palazzi antichi, che danno un senso di austerità, ma anche di decadenza, in linea con la corrente pittorica ruinista che nel Sei-Settecento si diffuse in Italia. La villa dopo essere stata di proprietà dei Medici continuò ad essere usata per lungo tempo. A completare l’atmosfera antichizzante alcune opere d’arte antica, statue in marmo e rilievi. L’insieme risulta molto elegante, per nulla pesante o eccessivo. Da qui si gode, poi, una bella vista sul giardino e sul Montalbano, l’area collinare nei pressi della quale sorge Cerreto Guidi.

Proseguendo da questo ballatoio, una sorta di anticamera, nella quale è esposto un presepe in statuette di legno e un dipinto di Andrea Mantegna, immette in un affaccio sulla chiesa del borgo di Cerreto Guidi, alla quale la villa si appoggia: da qui, non visti, i signori della villa potevano assistere alle funzioni religiose in tutta tranquillità, senza subire la calca dei fedeli.

Il giardino non è particolarmente grande: aiuole ben disegnate, da autentico giardino all’Italiana e statue in terracotta che rappresentano le stagioni sono l’aspetto più rappresentativo di questo spazio verde, che guarda sul panorama delle colline del Montalbano e allo stesso tempo isola dal resto del borgo che si stende ai piedi della villa.

E vediamolo, questo panorama: fatto di vigneti che si stendono a perdita d’occhio. Siamo nella zona vinicola del Montalbano, ma da qui la strada più veloce per raggiungere Firenze passa per Fucecchio e per l’Empolese. Il panorama cambia, in men che non si dica ci ritroviamo a risalire il corso dell’Arno. Una bella valle, chiusa tra alture dominate da castelli: Fucecchio, San Miniato, poi Montelupo e Signa. Territori intrisi di medioevo e di Rinascimento, territori ancora fortemente poetici e tradizionali, territori che vale la pena di approfondire, in una bella gita domenicale.

Lasciando Cerreto Guidi verso Empoli, il territorio di dolci colline è coltivato a vigneti. Sullo sfondo si individua l’inconfondibile torre di San Miniato

Mugello: 5 cose da fare che non tutti conoscono

Il Mugello è la meta ideale per la classica gita fuoriporta della domenica; è un territorio piuttosto vasto e variegato: offre natura, cultura, buona tavola e buon vivere, prodotti del territorio, passeggiate e panorami mozzafiato, trekking e musei. Insomma, il Mugello sa dare tante possibilità, a seconda dei gusti di ciascuno.

Ultimamente sono andata spesso in Mugello, e non mi ha mai stancato, proprio perché ogni volta ho scoperto un aspetto nuovo, curioso e interessante di questa terra. Tra tutte le mie gite, ho individuato 5 esperienze che il Mugello offre e che però, son sicura, non tutti conoscono. Vediamo quali sono.

Scoprire il passato contadino al museo della civiltà contadina di Casa d’Erci

Quest’oggetto strano è una lavatrice a manovella, modello tedesco, prima che si evolvesse in un elettrodomestico

Bello, bello, bellissimo. Per arrivare a Casa d’Erci, a Grezzano, vicino Borgo San Lorenzo, occorre prendere una via stretta, lasciare la macchina e inoltrarsi a piedi per la stradina che attraversa un gruppetto di case e poi costeggia il fiume. Poco più avanti si trova l’ingresso del museo. È una casa antica, in pietra, su due piani. Il biglietto (che comprende anche la vicina dependance e le passeggiate nei boschi all’intorno) costa 3 €, ma l’esperienza di viaggiare a ritroso nel tempo non ha prezzo. Si inizia con la vita contadina vera e propria: gli oggetti e i macchinari tradizionali per l’uva e il vino, poi per coltivare il grano, quindi una rapida guida ai cereali coltivati nella zona. I vari lavori manuali, come il muratore e il fabbro. Il tutto condito da fotografie d’epoca alle pareti, per riportarci i volti reali di un tempo che non è più. Oggetti di scuola, piatti e vasi che rimontano fino all’età medievale, e poi la stanza più bella, al piano terreno: la cucina. Un grande camino, con un curioso sistema per la cottura del girarrosto, una bella credenza, un tavolone nel centro della stanza, macinini da caffé, un fiasco di vino: tutto ci riporta indietro nel tempo, la sensazione è incredibile.

La cucina d’altri tempi ricostruita nel Museo Casa d’Erci di Grezzano

L’esposizione nasce da una mostra fatta decenni fa in una scuola del Mugello dedicata già all’epoca (anni ’70) agli oggetti di un tempo. Riuscì tanto bene che poi non si ebbe cuore di buttare via tutto. Alle volte le cose belle, e utili nascono così, per caso.

Percorrere la Via del Latte e fermarsi al Forteto o al Palagiaccio per merenda

Fame? Voglia di qualcosa di buono?

Se ci fate caso, girando in macchina per il Mugello, troverete tante indicazioni di strada con scritto “La via del Latte”: il Mugello, terra fertile di pascoli e di campi di fieno, ospita tante fattorie e aziende agricole basate sull’allevamento dei bovini. Spesso l’odore inconfondibile del letame ristagna per km nell’area, ma vi dirò che non c’è niente di più sano.

Oddio, parlo di puzzi quando invece dovrei parlare di cibo! La filiera del latte nel Mugello è decisamente corta: dal produttore al trasformatore e infine al consumatore in poche semplici mosse. Due realtà in particolare meritano attenzione: il Forteto e il Palagiaccio.

Vi viene fame? Ecco una selezione dei prodotti del Palagiaccio, direttamente dal sito web palagiaccio.com

Il Forteto è una comunità agricola con un punto vendita/hamburgeria che vende prodotti del territorio, salumi, carni, latticini, ma anche frutta e verdura: un supermercato a km 0 cui si aggiunge l’hamburger di chianina che si può gustare qui accanto. Nei pressi si trova anche un grande punto vendita di piante e sementi e un parco/area picnic.

La Bottega di Fattoria de Il Forteto. Credits: Forteto.it

Il Palagiaccio è una realtà molto nota nell’area del Mugello e di Firenze: latticini di qualità, dallo yogurt ai formaggi, passando per tutti i possibili e immaginabili derivati del latte. Ha punti vendita in Firenze (uno in zona piazza Dalmazia) e vende i propri prodotti in particolari supermercati fiorentini (alla Cooperativa di Legnaia a Scandicci, per esempio). La sede mugellana è una fattoria storica che risale fino al XIII secolo! Nel suo punto vendita ha anche l’angolo del gelato. E che fai, non lo prendi un gelato a km zero, fatto con il latte delle mucche che senti muggire qui dietro?

Commuoversi al Museo della II Guerra Mondiale a Ponzalla

Poco fuori da Scarperia, lungo la strada che sale verso il passo del Giogo e lungo la Linea Gotica, si incontra un piccolo ma importante museo, dedicato interamente alla II Guerra Mondiale.

La pace del paesaggio e la guerra del cannoncino: il Mugello è stato teatro di guerra durante la II Guerra Mondiale

Il Mugello fu, nell’estate e autunno del 1944, teatro di tantissimi scontri lungo la Linea Gotica, una sorta di fronte di guerra fatto di rifugi, fortificazioni e accampamenti in zone impervie. Più che una guerra era una guerriglia, fatta di scaramucce, di assalti e di ritirate, estrema difesa dell’esercito tedesco contro tutto e contro tutti.

Materiali recuperati lungo la Linea Gotica ed esposti al museo di Ponzalla

Dopo un bel filmato d’epoca che racconta la Liberazione a Firenze (e prima la terribile Battaglia di Firenze, il 13 agosto 1944), le sale del museo ci portano, attraverso ricostruzioni e vetrine dense di oggetti della vita quotidiana dei soldati di ambo i fronti, nel Mugello del ’44. Il pensiero che quei sentieri del CAI che oggi in tanti percorriamo alla ricerca di more e di fiori di sambuco, quand’è la stagione, siano stati luogo di massacri e di orrore per tanti giovani, di qualunque fazione essi fossero, fa stringere il cuore. Gli oggetti esposti, dal rancio al caffé alle sigarette, dal rasoio per farsi la barba agli occhiali da vista ai preservativi e alle bottiglie di cocacola, dalle pistole al soldatino di piombo, giocattolo o portafortuna di un soldato, ci parlano di uomini costretti dagli eventi a farsi la guerra, quando in realtà avrebbero voluto essere altrove, a casa propria, con la famiglia, a non rischiare ogni giorno la vita. Gli oggetti sono stati raccolti laddove i soldati di entrambi gli schieramenti avevano l’accampamento, oppure dove si sono compiuti gli attacchi e gli eccidi. Sale addosso una tristezza indicibile. Ma è un male necessario, perché dobbiamo imparare dai drammi del passato.

Il latte e la coca cola: gli oggetti della vita quotidiana lungo la Linea Gotica

Entrare nella fucina del coltellinaio a Scarperia

Scarperia è nota per la sua secolare e tradizionale produzione di coltelli. Ancora oggi, camminando per le vie del centro storico, ci si imbatte in numerosi negozi di coltelleria che fanno capo ad altrettanti coltellinai del borgo. Si tratta di oggetti di gran pregio, che possono raggiungere cifre anche cospicue: dietro c’è un lavoro di alto artigianato da non sottovalutare.

Coltelli in esposizione in una bottega nel centro storico di Scarperia

Per avere un’idea della storia di questa tradizione, occorre visitare, dentro il Palazzo dei Vicari, il Museo dei Ferri Taglienti: storia e geografia dei coltelli, produzioni particolarissime come i coltelli d’amore, che i fidanzati si regalavano nel Medioevo sia come pegno d’amore che come monito; coltelli decorati, coltelli dai manici intagliati, coltelli di produzione francese, coltelli di produzione calabrese: il mondo della coltellineria è molto più vasto di quanto non si pensi.

A corredo della visita al museo bisogna andare nella fucina del coltellinaio, che si trova lì accanto: l’incudine su cui veniva battuto l’acciaio, il mantice accanto al caminetto, gli strumenti del mestiere si trovano tutti riuniti in questo ambiente buio e piccolo: una vera e propria fucina, dove il mastro coltellinaio domava sapientemente il metallo per renderlo una lama sottile e implacabile.

Farsi ispirare dall’arte e dal paesaggio nella Casa natale di Giotto

Il panorama dalla Casa Natale di Giotto a Vicchio

Vicchio è il borgo che diede i natali al pittore Giotto di Bondone. Poco fuori dal paese, una casa in pietra vicino ad un altro gruppo di case è stata individuata come casa natale del pittore. Oggi essa ospita un museo didattico di Giotto: non ci sono le sue opere, ovviamente (provate voi a portarvi la Cappella degli Scrovegni o la Basilica Superiore di Assisi, entrambe affrescate da lui), ma riproduzioni che hanno l’intento di riunire virtualmente insieme tutta l’opera di questo pittore così moderno per essere medievale.

Fuori dalla casa, un bello spazio aperto guarda il panorama del Mugello. Sembra proprio un dipinto. Andrebbe incorniciato, questo dipinto naturale. Ed ecco che infatti troviamo delle cornici vuote rivolte verso il panorama offerto dalle montagne e dal cielo: sono altrettanti quadri. Perché la natura è di per se stessa un capolavoro. A Vicchio si trova anche il cosiddetto Ponte di Cimabue. Cimabue fu il maestro di Giotto.

Ecco, queste sono le 5 esperienze un po’ diverse dal solito che il Mugello offre. E voi ne consigliate delle altre? Quali? Sono curiosa di conoscerle!

Brisighella, la rocca, il gesso

Già solo il nome mette allegria: Brisighella. E infatti questa simpatica cittadina ai piedi dell’Appennino Tosco-Emiliano, già in Romagna, mette allegria già solo a vederla, con le sue case colorate, ma non esagerate, con la parlata dei suoi abitanti, con la pulizia delle sue strade e l’ordine nel suo centro.

Dominata da due fortificazioni, la Rocca e la Torre dell’Orologio, Brisighella si dispone pigramente e allegramente al sole, lungo la strada che da Marradi, ancora sull’Appennino, nel Mugello, in terra toscana, conduce a Faenza. Il centro non è particolarmente grande, ma è curato: alcune chiese, la via con i portici, il palazzo comunale, la “via degli Asini“, cioè le strade del centro dove erano ricoverati gli animali che erano impiegati fino ancora a poche decine di anni fa per trasportare la polvere di gesso dalla fornace, vicino alla Rocca, in basso nel borgo, da cui poi veniva smistata e inviata verso la sua destinazione.

La cittadina di Brisighella e la Torre dell’Orologio, una delle due fortificazioni che la dominano

Intorno, un territorio dolcissimo e solare, coltivato a vigneti (il sangiovese la fa da padrone) e oliveti (Brisighella è “Città dell’Olio”) e particolarmente ben tenuto. Ma basta svoltare qualche curva oltre la rocca e il territorio diventa più selvaggio: calanchi e cave di gesso, e bosco. Tutto racchiuso oggi nel Parco Regionale della Vena Gesso.

vista panoramica di Brisighella e del suo territorio dall’alto della Rocca

Saliamo alla Rocca. Ci si può arrivare a piedi o in macchina. E naturalmente saliamo a piedi. Dal centro del paese si diparte la strada e la scala che porta fuori, tra gli orti in salita e in cima. Ad un certo punto questo sentiero nel verde che comincia a mostrare il panorama si biforca: da un lato si sale alla Rocca, dall’altro si arriva alla Torre dell’Orologio. Andiamo alla Rocca.

Le due grandi torri della Rocca di Brisighella

Biglietto di 3 € per entrare, ma li vale tutti. Questa fortificazione, costruita in momenti differenti del tardo medioevo e del rinascimento, era posta a protezione del borgo e a controllo del territorio. Faceva gola a molti e in più riprese fu attaccata, conquistata, riconsegnata, assediata: i signori di Ferrara, gli Este, poi il Papato a più riprese, infine i Veneziani che costruirono il torrione più maestoso.

La sua costruzione si avvia nel 1310 per volere di Francesco Manfredi Signore di Faenza; ma il vero eroe della rocca e di Brisighella è Dionisio di Naldo che resistette a lungo con le sue truppe all’assedio posto dal Duca di Urbino nel 1494.

La scala a chiocciola in una delle due torri della Rocca di Brisighella

Un edificio che ne ha visto di cose, e che oggi le mostra a noi: al suo interno è allestito, infatti, un percorso museale che racconta sia la vita nel castello, con la ricostruzione di ambienti quali la cucina, la camera da letto, la prigione, sia, attraverso un percorso pannellistico, i ritrovamenti archeologici nella zona attraverso i quali si racconta la storia del rapporto dell’uomo con le cave di gesso. La rocca stessa è costruita su un affioramento di gesso.

Ma cos’è il gesso? È una pietra sedimentaria la quale, a seconda di come batte la luce del sole, sbrilluccica come vetro. È utilizzata fin dall’antichità per molti scopi: in edilizia, per esempio, nello sport e… a scuola. Sì, perché i famosi gessetti per scrivere sulla lavagna non sono altro che polvere di gesso.

Il percorso nella Rocca prevede la salita nelle due torri attraverso una stretta scala a chiocciola, poi il percorso sulle mura esterne, il passaggio nella corte scoperta e infine la discesa nell’angusto corridoio voltato al di sotto del cortile dove si asserragliavano le truppe impegnate nella difesa. Il tutto è accompagnato da una voce fuoricampo che racconta aspetti e dettagli della storia del monumento.

Ai piedi della rocca è segnalata, ma non è visitabile, una delle fornaci per la trasformazione del gesso in polvere. Da qui partivano i carretti trainati da muli e asini che ridiscendevano il pendio lungo quelle stesse scale che abbiamo percorso noi, per portare il prezioso carico ai camion in centro al paese.

Sculture nella roccia affiorante nel parco di Ca’ Carné, poco fuori Brisighella

La Torre dell’Orologio che si conserva oggi non è l’originale del 1290: è stata ricostruita infatti nel 1850. Insieme alla Rocca completava la linea di difesa di Brisighella. Passeggiamo al suo esterno e godiamo la vista panoramica sulla cittadina: i suoi tetti rossi di tegole tutti ordinati danno un senso di accuratezza e pace. Lo sguardo spazia poi sui campi coltivati, fuori dal borgo, mentre vediamo, laggiù in fondo, che la collina lascia il passo alla piana: a pochi km da qui entriamo definitivamente nella pianura padana.

Fuori da Brisighella le sorprese non sono finite. C’è infatti la possibilità di visitare le cave di gesso, come il vicino Parco del Monticino, oppure di fare una passeggiata naturalistica nell’area di Ca’ Carné, che ospita anche un centro visite (chiuso il giovedì, ricordatevelo!). In questo parco nel bosco, le sorprese sono costituite dalle rocce scolpite da artisti che hanno voluto trovare le anime intrappolate nella pietra dei blocchi di gesso.

Storia, natura, cultura, geologia e buon vivere: Brisighella è una cittadina accogliente che sa come farsi amare.

Civita di Bagnoregio, la città che (non) muore

Sono tornata per la seconda volta a Civita di Bagnoregio (VT) e per la seconda volta ne scrivo. Nel primo post, che trovate qui, vi avevo descritto il borgo, le sue peculiarità, la sua unicità e la sua precarietà: un paese costruito su un acrocoro di tufo, come tanti nella Tuscia, ma destinato a soccombere sotto l’erosione della roccia tufacea che qui caratterizza il paesaggio rendendolo incredibilmente poetico e affascinante.

In quel vecchio post avevo registrato la presenza dei tanti turisti e il fatto che questa presenza un po’ snaturasse il luogo. Ebbene, dopo 5 anni posso dire che Civita di Bagnoregio è stata ormai definitivamente snaturata.

Altro che “città che muore”: Civita di Bagnoregio è più che viva, brulicante di vita! Tanti, troppi turisti si spingono fino qui, pagano un biglietto di 3 € nei giorni feriali e di 5 € nei festivi, si inerpicano lungo l’erto lungo ponte che separa l’acrocoro della Civita dalla “terraferma” e infine oltrepassano la porta monumentale del borgo, protetta da tre leoni.

Civita di Bagnoregio si cala nel paesaggio sublime dei calanchi della Tuscia

Qui, invece che trovare tracce di un paese quasi abbandonato, dove vivono a malapena 7 persone, invece che trovare case abbandonate, stradine deserte, finestre chiuse e porte sbarrate, i turisti incontrano subito un negozio di souvenir, poi un bar, poi un altro negozietto, poi un ristorante, una trattoria, un altro bar, persino una botteghina che vende “l’acqua di Civita”, una linea di cosmetici appositamente dedicati. Al bar, del resto, non puoi non bere la “bireta di Civita di Bagnoregio” che si scopre, poi, essere prodotta da un birrificio di Sarzana! Non una bottega che almeno faccia finta di essere artigiana, al massimo si incontra il museo della geologia e dell’erosione ospitato nel palazzo comunale: ma è meno visitato del bar accanto.

la piazzetta di Civita di Bagnoregio con i turisti

Delusione massima, disincanto pure. Civita di Bagnoregio ormai è un parco divertimenti che fa del borgo un luogo uguale a come sono diventati tantissimi centri storici d’Italia, talmente votati al turismo da aver perso il senso di se stessi: e mi viene in mente ad esempio qualche stradina di San Gimignano, ad esempio, che è un susseguirsi di negozi di souvenir e di botteghe di prodotti tipici, o Monteriggioni, che sulla piazza offre l’imbarazzo della scelta di ristorantini, bar e trattorie. Su San Marino, il borgo, già mi ero espressa criticamente a suo tempo; l’accusa è sempre la stessa: troppi esercizi commerciali che snaturano totalmente il luogo per soddisfare le esigenze del turista. Ma siamo sicuri che il turista abbia davvero bisogno di tutto ciò? O non vorrebbe piuttosto conoscere e scoprire l’autenticità dei luoghi, e pazienza se deve patire un po’ la sete o se non può comprare la calamita da frigo?

Una delle case di Civita di Bagnoregio

In Italia si fa un gran parlare di turismo sostenibile. Ma questo non è turismo sostenibile. Questo è turismo di massa. E mi viene il dubbio che alla massa piaccia questo genere di turismo.

Civita di Bagnoregio, tra l’altro, ha davvero un problema alla base di dissesto idrogeologico: la sua montagna davvero si erode anno dopo anno, quindi è vero che lentamente muore. Ma siamo sicuri che questa massiccia presenza umana giorno dopo giorno non sia ulteriormente dannosa? Non c’è un accesso regolato al borgo, dunque davvero nelle giornate e negli orari di punta potrebbero esserci in contemporanea migliaia di persone. E il borgo è piccolo, tutto sommato.

Civita di Bagnoregio è un business per il comune di Bagnoregio. A partire dai parcheggi a pagamento lontano dalla Civita, per raggiungere la quale sono predisposte navette al prezzo di 1 € a corsa; arrivati al Belvedere sulla Civita, il primo punto panoramico dove finalmente si gode la vista, un unico bar viene preso d’assalto perché nessuno immagina che nel borgo di bar invece ne troverà fino alla nausea. E non parlatemi di indotto economico. Non è questo, l’indotto.

Insomma, questa volta Civita di Bagnoregio mi ha proprio deluso. Snaturata completamente, trasformata in un qualcosa che non è mai stato e che non dovrebbe essere: se si osserva la sua piazzetta, con i bar e i tavolini davanti al palazzo comunale, e la chiesa sull’altro lato, si ha la sensazione di essere in un paesello qualunque. Civita di Bagnoregio in nome del turismo è diventato un non-luogo.

Il paesaggio intorno a Civita di Bagnoregio invece non delude

E allora sapete che vi dico? Sapete qual è il modo migliore per apprezzare Civita di Bagnoregio? Vederla da fuori, naturalmente, catturarla nell’immagine panoramica, che poi è la più nota, e cullarsi nell’illusione che al suo interno davvero sia “una città che muore”. E vi dò una dritta ulteriore: andate a vedere il panorama dal paese di fronte, Lubriano, lungo la strada per Orvieto. Sarà una veduta panoramica inconsueta e che vi sorprenderà! Io non sono riuscita a catturarla perché l’ho vista passando in macchina e non ho avuto modo di fermarmi. Ma voi accettate il mio consiglio: ammirate Civita di Bagnoregio da Lubriano. A Bagnoregio non fermatevi proprio.

Estate in Toscana: 3 piscine immerse nel verde nei dintorni di Firenze

Complementi d’arredo in piscina a Castelfalfi

Fa caldo, vero? Fa tanto tantissimo caldo, vero? In città si bolle, a Firenze è bene non aprire le finestre durante il giorno, sennò ci si scioglie, letteralmente. Uscire in strada, poi, è da pazzi. Fare un giro in centro è una tortura: come fanno quei gruppi organizzati a pensare di passeggiare tranquilli tra via Calzaioli e Ponte Vecchio? E i turisti in coda davanti ai Musei? Almeno la coda degli Uffizi è all’ombra del porticato, ma l’Accademia non offre riparo. Salire sulla cupola del Duomo, poi, richiede uno sforzo di volontà davvero encomiabile, e che viene ripagato, sicuramente, dalla vista da lassù.

Io amo il caldo, voglio che si sappia. Per me dovrebbe essere sempre estate e le temperature dai 28 ai 35 gradi, che stroncano molti dei miei amici e conoscenti, per me sono l’ideale. Mi rendo conto, però, che un minimo di refrigerio ogni tanto ci vuole. Siamo in estate, poi, e non posso pensare che non andrò al mare se non quando sarò in ferie (ammesso e non concesso che ciò accada). Allora, dopo anni di ricerche e di prove, ho individuato 3 piscine dove passare una giornata diversa, immerse nel verde e nel meno caldo della città, fuori Firenze.

Ci tuffiamo?

Villa Le Rondini, La Lastra, Firenze

Che ne pensate di avere il lettino a bordo piscina sotto gli olivi? La vista spazia sulle colline che circondano Firenze e su Firenze stessa. Siamo alla Lastra, una piccolissima frazione di poche case lungo la via Bolognese, la strada principale che da Firenze conduce nel Mugello. L’Hotel Villa Le Rondini offre l’accesso piscina a chi non è cliente dell’hotel nei giorni infrasettimanali a 18 €: non proprio economico, ma se volete una giornata di pace e relax, state tranquilli che qui la trovate.

Piscina Pietramarina, Carmignano (PO)

Ci allontaniamo un pochino da Firenze: nel territorio di Carmignano, lungo la strada che si dirige nel Montalbano e poi nella piana di Empoli, il località Pinone si trova la Piscina Pietramarina. Aperta tutti i giorni, ha anche un bar/ristorante e ha prezzi più abbordabili: 12 € negli infrasettimanali, 15 il sabato e 17 la domenica. I lettini a bordo piscina godono dell’ombra degli alberi, ma vi è anche un livello sottostante di lettini con vista sulla valle dell’Empolese, che da qui non è distante. Anche questo panorama, inutile che ve lo dica, è davvero notevole.

il panorama di giallo vestito (causa ginestra) sul Montalbano dalla piscina Pietramarina

Castelfalfi (Montaione, FI)

Lo ammetto, le piscine di Castelfalfi sono le mie preferite. Ci venni per la prima volta in occasione di un blogtour qualche anno fa e me ne innamorai. In realtà fanno parte di un resort comprensivo anche di campo da golf, resort, ristorante, appartamenti acquistabili all’interno di un borgo medievale completo di castello, riconvertito in struttura ricettiva: un modo per non far morire un paese abbandonato. Siamo nella Valdera, Volterra la si individua in lontananza, ma soprattutto, il bellissimo panorama mostra dolci colline a perdita d’occhio; il nostro amato paesaggio toscano si rivela in tutto il suo splendore.

Da Firenze Castelfalfi non è vicinissimo: ma la strada, che attraversa la campagna toscana, è un capolavoro di vigneti, campi arati, campi di grano, campi di girasole e di granturco, di borghi, di salite e di discese. Già solo il viaggio vale la pena.

L’ingresso in piscina costa 12 € senza lettino negli infrasettimanali e 17 nel week-end. Collaterale, c’è anche la sauna e il fitness center: non ci si fa mancare niente!

La piscina grande di Castelfalfi

Avete scelto la vostra prossima piscina? Io se permettete, ora che vi ho dato questi consigli, vado a tuffarmi! 😀