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Innamorarsi di Plaza de España a Siviglia

Io amo Plaza de España. La amo fin da quando la vidi nel 2003: ampia, spaziosa, aperta, fantasiosa.

Plaza de España a Siviglia

Plaza de España a Siviglia

L’ho amata nuovamente quest’estate quando sono tornata a Siviglia. Nella città dell’Alcazar, della Giralda, delle architetture moresche, questa piazza è una sintesi perfetta dell’architettura sivigliana dei primi decenni del Novecento: un’architettura che conosce, apprezza, rielabora in forme nuove e magistrali tutta la storia architettonica della città e non solo, della Spagna.

Realizzata per l’Esposizione IberoAmericana del 1929, la Plaza de España doveva rappresentare esattamente ciò che il suo nome diceva: la Spagna. Non solo, con la sua forma semicircolare, rappresenta l’abbraccio della Spagna e delle sue colonie (dice wikipedia); rivolta verso il fiume Guadalquivir, indica la rotta da seguire per arrivare in America.

Un altro scorcio di Plaza de España: in evidenza le balaustre dei pontini sul canale

Un altro scorcio di Plaza de España: in evidenza le balaustre dei pontini sul canale

Si fa presto a dire piazza, perché è chiusa da un grande arco di cerchio di edifici sotto i quali passa un ampio porticato che regala continui scorci. Nel mezzo della piazza vi è un piccolo canale, attraversato da eleganti pontini con le balaustre in azulejos bianchi e blu. Ovunque, sotto il porticato, sono ricordate tutte le città di Spagna. Il rosso del mattone è preponderante, mentre le decorazioni in azulejos, coloratissime e barocche, danno un tocco di vivacità unico nel suo genere.

La cosa più particolare di tutto il complesso architettonico è la serie di panchine poste sulla piazza al di sotto del porticato: in ordine alfabetico, rappresentano le 48 province spagnole. Per ognuna di esse è rappresentata sul pavimento la carta geografica, e sulla parete un episodio della storia della città capoluogo, nonché lo stemma. Tutto, rigorosamente, in azulejos.

In una giornata di sole, Plaza de España è un luogo di luce e calore; di fronte, i grandissimi giardini ombrosi del Parque Maria Luisa ne fanno un’oasi di bellezza e piacere. Troverete qualche ballerina di flamenco che si esibisce all’ombra davanti a un pubblico di curiosi; troverete frotte di turisti che si siedono sulla panchina della città da cui provengono, o che hanno visitato (l’abbiamo fatto anche noi…); troverete qualcuno che naviga placidamente sul canale e troverete ragazzi in bicicletta che scorrono velocemente, ma qui davanti si fermano per scattarsi una foto.

Una delle panchine decorate ad azulejos di plaza de España

Una delle panchine decorate ad azulejos di plaza de España

Dovendo scegliere tra le piazze più belle del mondo, credo che Plaza de España possa rientrare a buon diritto nei primi posti della mia classifica personale. Ha un solo difetto: è staccata dal resto della città. Le piazze sono luoghi di incontro che si formano all’incrocio di strade e direzioni, sono il punto in cui ci si ferma prima di rimettersi in marcia, sono centri di vita sociale e quotidiana. La piazza è uno spazio aperto nel mezzo del reticolo delle vie, e che sia monumentale, commerciale, civile o religiosa, ha sempre uno scopo. Plaza de España, invece, non è progettata nella città per la città, ma è un po’ fine a se stessa, celebrativa e autocelebrativa, staccata dalla vita di Siviglia. Ecco, se devo fare un appunto è proprio questo: è una piazza che non ha mai avuto, perché non è il suo scopo, un valore sociale.

Ma forse il suo bello è proprio questo.

Mercati coperti della Spagna del Sud: la vita vera è qui

Nel nostro viaggio in Spagna dell’estate 2016 non abbiamo lasciato nessuna città senza prima essere entrati, aver visitato e possibilmente aver mangiato nel suo mercato coperto.

bouqueria

Il banco delle caramelle e della frutta candita, Mercat de la Bouqueria

I mercati coperti sono posti affascinanti. In realtà li abbiamo anche in Italia: passo davanti al Mercato Centrale di Firenze quasi tutti i giorni, per dire; del mercato coperto, del pesce, di Imperia, mia città natale, non ne parliamo neanche: ci sono entrata per la prima voltà l’estate scorsa, sono da prendere a schiaffi.

Nei mercati all’estero invece entro più che volentieri. E sarà che il primo mercato in cui per forza di cose siamo entrati, per via del nostro itinerario, è stato il Mercat de la Bouqueria di Barcellona, l’entusiasmo è stato tale che da lì in poi siamo entrati e abbiamo vissuto tutti i mercati delle varie città che abbiamo attraversato.

Ecco allora, città per città, i mercati della Spagna del Sud che abbiamo esplorato.

  • mercat bouqueriaBarcellona

Colori, più che profumi e odori: il Mercat de la Bouqueria colpisce per i banconi zeppi di frutta, verdura varia e variopinta; per i peperoncini che pendono qua e là; per i formaggi e i salumi; per i pesci e i fritti. Ormai è diventato il punto di riferimento per lo streetfood e di conseguenza è diventato molto turistico rispetto anche solo a una decina di anni fa. Tuttavia non perde il suo fascino, complice l’architettura modernista nella quale è realizzato e la decorazione in ferro battuto sull’ingresso, anch’essa modernista. La struttura è comune ad altri mercati coperti spagnoli: il cuore del mercato è sotto una struttura in ferro che ospita la maggior parte dei banchi, organizzati in corridoi più o meno regolari; questo complesso si trova all’interno di una piazza porticata che è parte integrante del mercato e che ospita principalmente ristoranti. Il Mercat de la Bouqueria è centralissimo, lungo la Rambla.

Altro mercato di Barcellona è il Mercat di Sant’Antoni: una bellissima e grande struttura modernista, più defilata rispetto al centro, ma ugualmente molto apprezzato dai barcelloneti: è anzi un mercato meno turistico e ancora autentico, dedicato principalmente agli abitanti del quartiere. Nell’estate 2016 era in ristrutturazione, pertanto ahimè chiuso. Nelle vie limitrofe, però, era attivo un sostituto del mercato,costituito da due stand coperti, uno dedicato all’abbigliamento e uno al cibo. Abbiamo pranzato a base di pesce in un ristorante/tapas-bar proprio all’interno di questo mercato: un’esperienza molto valida!

  • pesce in vendita al mercato di Tarragona

    pesce in vendita al mercato di Tarragona

    Tarragona

Anche il mercato coperto di Tarragona era chiuso per restauri nell’estate 2016: si tratta anche in questo caso di un edificio risalente ai primi decenni del Novecento. E anche a Tarragona il mercato è stato montato lì accanto, in una tensostruttura nella quale dall’abbigliamento al cibo si trova tutto. Non è turistico: il mercato si trova fuori dal centro antico della città, anche se non dista poi molto dalla Rambla, la lunga arteria cittadina che giunge quasi al mare. Notevole la sezione di mercato dedicata al pesce. È stato, nel corso del nostro viaggio, il primo incontro con i mercati del pesce.

  • Valencia

A Valencia ci sono più mercati coperti. Noi siamo stati al Mercado Central, nel cuore del centro storico, a due passi dalla Lonja de la Seda (l’antica borsa del commercio di Valencia). Edificio davvero grande, con belle vetrate colorate che illuminano l’interno. Per la sua posizione, è decisamente turistico: prova ne è la disponibilità di wifi! Anche qui abbiamo pranzato, a base di pesce, in uno dei tapas-bar; abbiamo poi preso, non contenti, un assaggio di salumi, formaggi e olive in altri banchini all’interno.

  • Il mercado central di Valencia

    Il mercado central di Valencia

    Malaga

Nel cuore della città, a due passi dal centro storico, il mercato coperto di Malaga è un’elegante struttura in mattoni rossi. Tra frutta, verdura, pesce, carne e spezie varie, salumi e formaggi, anche questo mercato ha saputo attirare la nostra attenzione. Anche qui abbiamo pranzato, in effetti, tanto per non perdere l’abitudine. Anche questo mercato ha una sezione tapas-bar e risale ai primi decenni del Novecento.

  • Tarifa

Anche la piccola Tarifa ha il suo mercato coperto. Piccino, rimane nascosto tra le viuzze della città vecchia. È in due parti: uno spiazzo coperto sul quale affacciano poche svariate botteghine, di cibo e di abbigliamento, e a parte il mercato del pesce, con due bei banconi appositamente dedicati. A Tarifa e in generale in questa zona sull’Atlantico è molto praticata la pesca del tonno: un’attività davvero millenaria, come documentano gli scavi archeologici della vicina città romana di Baelo Claudia, sulla spiaggia di Bolonia.

  • Un tonno xxl sul banco del pesce nel mercato centrale di Cadice

    Un tonno xxl sul banco del pesce nel mercato centrale di Cadice

    Cadice

Concludiamo in bellezza: il mercato centrale di Cadice è una struttura coperta in muratura all’interno di una corte sulla quale si aprono piccole botteghine. L’interno è quasi tutto votato al pesce. Ma non pesce qualunque: i tonni più grossi del mondo, molluschi e crostacei mai visti (e mai mangiati) prima! Gli anemoni di mare, per esempio: lo sapevate che si possono mangiare fritti? Il merato di Cadice non è certo architettonicamente rilevante, niente a che vedere con gli edifici modernisti di Barcellona e Valencia, ma la sua bellezza sta nell’estrema varietà di pesci in vendita e in esposizione.

I mercati sono spesso i luoghi più autentici delle città: guardando la merce in vendita si capisce cosa si produce, cosa si mangia e cosa è tipico in ogni singola comunità. E se alcuni di questi ormai sono molto turistici, altri mantengono ancora la loro autenticità, e proprio per questo sono bellissimi. Osservare la merce, guardare com’è esposta, chiedere che cosa c’è sul banco e cercare di capire la risposta è parte integrante del viaggio. Viaggiare non è solo visitare monumenti e musei, ma è anche socialità. E cosa c’è di più sociale di un mercato?

Gamberoni in posa per una foto di gruppo al mercato del pesce di Cadice

Gamberoni in posa per una foto di gruppo al mercato del pesce di Cadice

Amo molto i mercati. E voi? Vi piacciono? Li inserite nei vostri itinerari? Parliamone nei commenti!

Città romana vista mare: la straordinaria Baelo Claudia

Capirai che novità: l’uomo ha sempre costruito città sul mare; nel Mediterraneo, poi, i nostri antenati greci e romani si sono dati da fare e spesso molte città antiche sono sopravvissute fino a noi. Spesso.

Poi, ci sono città che invece sono state abbandonate nel corso della storia, sono scomparse, sono state dimenticate. Al loro posto la spiaggia ha preso il sopravvento e solo in tempi recenti sono state riportate alla luce, con il loro carico di storia e di bellezza.

Vi parlo di Baelo Claudia, antica città romana di Spagna, prima città sull’Atlantico, poco oltre le Colonne d’Ercole. Eh già, siamo a pochi km da Tarifa, la cittadina sullo Stretto di Gibilterra. Città che probabilmente è un po’ l’erede di Baelo Claudia.

Baelo Claudia: città romana vista mare sulla spiaggia di Bolonia

Baelo Claudia: città romana vista mare sulla spiaggia di Bolonia

Siamo sulla spiaggia di Bolonia, battuta dai venti e dai kitesurfers, una delle spiagge più belle della zona di Tarifa. Alle spalle della spiaggia si innalzano le colonne del foro, la piazza principale della città antica. Ma andiamo con ordine.

baelo claudiaBaelo Claudia viene fondata nel I secolo d.C. dall’imperatore Claudio che ne coglie le potenzialità come centro di pesca e produzione di derivati del tonno. Sulle tavole dei Romani dell’impero non doveva mai mancare il garum, una salsa di pesce con la quale condivano le loro pietanze. Baelo Claudia era uno dei maggiori centri di produzione. Fu monumentalizzata, e accanto agli opifici per la produzione della salsa e per la lavorazione del pesce (tutti documentati da scavi archeologici), sorsero edifici degni di una città imperiale: la basilica nel foro, il triplo tempio dedicato alla Triade Capitolina (Giove, Giunone e Minerva), il teatro, le terme e, affacciate sulla viabilità principale, una serie di botteghe. La vocazione commerciale della città era grande, tanto che vi era una grande piazza del mercato sulla quale nuovamente affacciavano le botteghe, un po’ come il Piazzale delle Corporazioni di Ostia Antica.

Passeggiare per la città romana, calpestare il basolato antico, risalire sino al teatro e passeggiare davanti al tempio è una bellissima sensazione. Muri e colonne ci raccontano di una città che come tante altre del mondo antico ebbe un suo sviluppo, una sua vita, ebbe abitanti che andavano a fare acquisti al mercato, a lavarsi alle terme, a vedere gli spettacoli nel teatro e a offrire sacrifici agli dei nei templi. La peculiarità di questa città sta però, proprio nelle sue officine di produzione di questo garum che tanto piaceva ai Romani e che a noi invece fa accapponare la pelle, e che ci racconta di un’attività economica, la pesca dei tonni, che si pratica oggi, dopo 2000 anni e più. Il piccolo museo che introduce all’area archeologica racconta proprio di questa risorsa sfruttata da millenni, che ancora oggi si ritrova nei mercati del pesce di Tarifa e di Cadice, nelle industrie che producono derivati del pesce qui nella zona. Rispetto ad oggi, ecco, forse i Romani non praticavano il surf. Ma questi sono dettagli.

Il tempio capitolino di Baelo Claudia

Il tempio capitolino di Baelo Claudia

La vista dall’area archeologica verso il mare è spettacolare: le colonne che si innalzano e si stagliano contro il blu dell’acqua e l’azzurro del cielo disegnano un quadro bellissimo, di quelli che non si dimenticano facilmente. Lo stesso territorio circostante, che gravita sul villaggio di Bolonia, è sospeso nel tempo: intorno sono pascoli di mucche e capre, e non è così inconsueto ritrovarsi una mucca a ruminare per la strada mentre si scende al mare. Baelo Claudia racconta quindi la storia del suo territorio e della sua economia. Bolonia non è solo una spiaggia. È un luogo vivo e carico di storia.

Valencia, la cattedrale e il Santo Graal

Il Santo Caliz è il Santo Graal e si trova a Valencia

Il Santo Caliz è il Santo Graal e si trova a Valencia

Ho visto (ancora una volta) di recente in tv Indiana Jones e l’ultima crociata, che della saga è in assoluto il mio preferito. Come tutti sapete il film è dedicato alla ricerca del Santo Graal che Jones padre e figlio trovano a Petra. Naturalmente è tutta un’invenzione di Spielberg, ma è vero che il santo Graal è una delle reliquie più controverse e ricercate della storia e della letteratura (in tempi moderni anche il Codice Da Vinci di Dan Brown ha a che fare con il sacro calice di Cristo). La sua storia si mescola con la leggenda, tanto da far dubitare della sua stessa esistenza.

Però.

Il soffitto della cappella del Santo Caliz

Il soffitto della cappella del Santo Caliz

Però io il santo Graal l’ho visto. A Valencia, in una bellissima cappella gotica della Cattedrale della città, mi sono imbattuta nel Santo Caliz: una coppa di agata incastonata in un calice d’oro che la impreziosisce. Perché il Graal non può essere un bicchiere qualunque. E il Graal di Valencia è davvero prezioso. Il sacro calice viene datato al I secolo a.C., quindi all’incirca dell’epoca di Cristo, ed è proveniente da Antiochia, città dell’Asia Minore non troppo distante dalla Palestina.

L’arrivo del Caliz a Valencia si perde indietro nel tempo tra leggenda e dati storici. Secondo la tradizione spagnola, il suo arrivo a Roma sarebbe da attribuire all’apostolo Pietro, mentre il suo arrivo in Spagna è merito di San Lorenzo Martire, che era originario della città spagnola di Huesca. Dopo alterne vicende, il Graal nella prima metà del Quattrocento è a Valencia. Non lascerà mai più la Cattedrale della città, se non durante l’occupazione napoleonica della Spagna e durante la Guerra Civile Spagnola (la mia fonte per la storia del graal è questo post di Fashionfortravel).

La cappella del Santo Caliz nella cattedrale di Valencia

La cappella del Santo Caliz nella cattedrale di Valencia

La cappella del Santo Caliz si trova a destra entrando nella cattedrale di Valencia. Un ambiente quadrangolare, un po’ buio, che certo induce al rispetto e alla devozione, con un soffitto ornato da costolature che disegnano una stella, mentre la piccola teca che custodisce il Graal si trova in un’ampia nicchia al centro della parete di fondo, che è decorata con sculture e rilievi che rappresentano gli Apostoli, la Vergine che sale in cielo e scene dell’Antico e del Nuovo Testamento. Personalmente, anche se per me il Graal è un oggetto mitologico più che una reliquia, sono rimasta molto colpita dalla cappella e dal Caliz: ho percepito comunque l‘importanza del luogo e la sua sacralità, e sarei rimasta in contemplazione a lungo.

La navata della cattedrale di Valencia

La navata della cattedrale di Valencia

La cattedrale di Valencia è un gioiello composito di stili e di epoche. Innanzitutto è la ex moschea, risalente alla dominazione moresca della Spagna; quando il re Jaume I riconquistò la regione, nel 1238 dedicò la cattedrale a Santa Maria. La chiesa poi si accrebbe e si modificò nel tempo: sul circuito esterno appaiono portali romanici, gotici e l’incredibile facciata che è una commistione di stili. L’interno, molto arioso e luminoso, è dominato dietro l’altare da un’immensa pala con dipinte le storie di Cristo.

Porta de los Hierros, la facciata principale della cattedrale

Puerta de los Hierros, la facciata principale della cattedrale

Dietro l’altare, vi è un camminamento sul quale affacciano le varie cappelle, tra cui quella della Madonna del parto, sotto una volta a ombrello stellata dalla quale affacciano gli angeli. Molto scenografica. Nella sacrestia della cattedrale sono esposte, tra le varie opere, due dipinti di Francisco Goya, che arricchiscono ulteriormente il valore artistico di questo monumento.

Passeggiando intorno alla cattedrale di Valencia... lato Arcidiocesi

Passeggiando intorno alla cattedrale di Valencia… lato Arcidiocesi

Il campanile della cattedrale, il Miguelete, è l’altra attrazione della chiesa: salendo in cima si gode il panorama della città. Ma un giro intorno alla cattedrale è altrettanto illuminante: innanzitutto, osservando la facciata alta e stretta, veniamo a scoprire che l’attuale Plaza de la Reina è un’invenzione recente, mentre un tempo vi era un quartiere di palazzi e solo una stretta via si dipartiva dalla cattedrale. Girando sul fianco della cattedrale, si incontra il palazzo dell’Arcidiocesi, elegantissimo, in pietra.

Dietro, nel pavimento in vetro della piazza retrostante, si trova l’area archeologica dell’Almoina, che risale indietro nel tempo fino alla Valencia di età romana. Infine, si raggiunge la Plaza de la Virgen, dominata dalla fontana raffigurante il Rio Turia, il fiume di Valencia, nelle sembianze di un giovane nudo semisdraiato. Da qui parte Carrer Dels Cavallers, la lunga via diritta che ospita grandi palazzi gotici e cinquecenteschi e, oggi, ristorantini e locali dove passare la serata. Altrimenti, uscendo dal portale principale della chiesa, la Puerta de los Hierros, e percorrendo tutta Plaza de la Reina, si arriva fino a Plaça de Santa Caterina, dove vi aspetta la merenda a base di orchata. Ma questa è un’altra storia, che vi racconterò in una prossima puntata.

Plaza de la Virgen, fontana del Rio Turia

Plaza de la Virgen, fontana del Rio Turia

Alicante, Barrio Santa Cruz

Alicante, Barrio Santa Cruz

Alicante, Barrio Santa Cruz

Non puoi dire di essere stato ad Alicante se non passeggi per il Barrio Santa Cruz.

Si tratta di un quartiere totalmente a sé della città, in alto, appena al di sotto del Castillo di Santa Barbara. Questo è l’antica fortezza moresca occupata poi dagli Spagnoli cristiani e riconvertita in castello cattolico. Una grande bandiera gialla e rossa orgogliosamente ricorda che siamo in territorio spagnolo.

Il Barrio Santa Cruz è un quartiere piccolo e suggestivo della città vecchia, la quale a sua volta era la città fortificata degli Arabi; siamo dunque all’interno del nucleo storico più antico della città, che ancora è chiamato Villa Vella. E qui, vuoi per il pendio ripido, vuoi per la difficoltà di realizzare grandi strade, non è arrivato nulla dell’architettura moderna dei grandi palazzi della città bassa.

Poche stradine che salgono, sulle quali affacciano, da un lato e dall’altro, case di abitazione piccole, bianche, con le facciate decorate da finestre e vasi di fiori coloratissimi e vivaci. Su ogni casa è indicato il nome del proprietario: questa è casa di Maria, quella di Pedro, quell’altra di José. Stupendo. Sembra di essere in un pueblo sudamericano oppure su un’isola greca. Invece no, siamo in un angolo di Spagna mediterranea.

Il Barrio Santa Cruz ad Alicante

Il Barrio Santa Cruz ad Alicante

Noi siamo arrivati al quartiere dal retro, iniziando la risalita che porta al Castillo di Santa Barbara. Il Castillo in realtà è costituito da una lunga fortificazione che percorre tutta la sommità dell’altura, l’Alcazaba, e poi dal castello vero e proprio.

Le casette di Barrio Santa Cruz

Le casette di Barrio Santa Cruz

Il Barrio Santa Cruz si dispone a mezza costa al di sotto dell’Alcazaba moresca. Essendo un quartiere abitativo, non troverete né tapas bar, né ristoranti né alcuna attività ricettiva, solo case di abitazione i cui proprietari stanno tranquillamente seduti in mezzo alla strada. Quartieri ancora così “puri” se ne trovano pochi all’interno delle città moderne, e per questo mi colpisce ritrovarmici qui, ad Alicante.

Arrivando sul lato mare, poi, il quartiere sbuca in uno spiazzo dal quale, volendo, si ridiscende verso la città bassa. Siamo nel Parque de la Ereta, un bel percorso nel verde, tra alberi, fiori, acqua e terrazze digradanti che assecondando il pendio ci riportano verso il basso, fino alla Basilica di Santa Maria, un edificio gotico che consacra definitivamente la città ai Cristiani, dopo la cacciata dei Mori. La Ereta è un giardino molto ben congegnato: una passeggiata piacevole tra i fiori lilla di pawlonia, all’ombra della rocca su cui sorge il Castillo di Santa Barbara. Ed è passeggiando in questo settore della città che se ne apprezza la storia, guardando là davanti a noi, lo specchio argentato del mare.

Il Castillo Santa Barbara visto dal Parque de la Ereta

Il Castillo Santa Barbara visto dal Parque de la Ereta

Ma il bello del Barrio Santa Cruz, che nessuna descrizione può dare, è l’effetto che ti fa non appena vi metti piede. Sai quando dici “Stupendo!” e non ti capaciti di essere in un posto simile? Ecco, appena ho messo piede in questo quartiere, e ho visto le sue casette bianche decorate con azulejos e vasi di fiori ho pensato che queste viuzze non c’entravano nulla col resto della città, eppure erano la sola cosa della città che meritasse vedere. Più tardi, nella città bassa, ho corretto il mio giudizio a favore di Alicante, e già la discesa del Parque de la Ereta col suo tappeto di fiori lilla aveva contribuito, ma il Barrio Santa Cruz si è meritato un posto speciale nel mio cuore.

Vamos a la playa… a Tarifa!

Dicevo nello scorso post dedicato a Tarifa che da questo piccolo borgo collocato sulla punta più a sud della Spagna e più vicina all’Africa iniziano 10 km ininterrotti di spiaggia. Il sito web GoTarifa.com è un ottimo punto di partenza per avere un’informazione di base, ma io qui ve le racconto per benino.

Mettete il costume, vamos a la playa!

playa los lances, Tarifa

playa los lances, Tarifa

La Playa de los Lances inizia immediatamente a Ovest dell’Isla de las Palomas, che separa il Mediterraneo dall’Atlantico. Qui chi fa kitesurf e windsurf passa ore e ore in acqua. La città di Tarifa infatti accoglie quanti amano solcare le onde: i negozi vendono articoli e abbigliamento sportivo, i bar e i ristoranti la sera si riempiono di surfisti. C’è chi sceglie Tarifa per allenarsi, chi la sceglie per vocazione e per cambiare vita. Chi ama il mare ha più di un buon motivo per venire a Tarifa.

Playa los lances, Tarifa

Playa los lances, Tarifa

La Playa de los Lances è propriamente la spiaggia di Tarifa. La si raggiunge a piedi dal paese, è vicina al porto. È già sul versante oceanico della Spagna, anzi, è proprio la prima spiaggia dell’Atlantico. E infatti qui il vento spira forte e il divertimento per i surfisti è assicurato. Ha un bar sulla spiaggia, mentre un ristorantino anche piuttosto quotato si trova in prossimità del molo che porta a Las Palomas. Lungo la spiaggia poi sono piantati ombrelloni in stile mari del sud che miracolosamente resistono alle sferzate del vento. Qui vedrete in ogni stagione kitesurfers felici che compiono le loro evoluzioni, letteralmente volando sull’acqua. Volete un assaggio? Eccolo, uno a caso, pescato da youtube:

Dove non si può fare kite, perché la baia è troppo stretta, è sul versante mediterraneo della spiaggia di Tarifa, Playa Chica, chiusa tra Las Palomas e il porto. Qui però si possono fare immersioni e l’acqua è tanto pulita quanto fredda.

Playa los lances, Tarifa

Playa los lances, Tarifa

La spiaggia più amata dai kitesurfers è Playa Valdevaqueros: a ovest di Tarifa, qualche km fuori dalla città, lungo la strada si trova l’ingresso alla spiaggia. Non occorre scendere fino al mare per vedere un esercito di aquiloni variopinti che aleggiano in balia del vento: decine, centinaia di kite sono in azione. La spiaggia, lunga da sola 5 km, termina a ovest a Punta Paloma. Ci troviamo a questo punto a 10 km da Tarifa, dove termina la baia. Continua anche qui il paradiso del kitesurf e il panorama mostra la baia di Tarifa in tutta la sua ampiezza.

Baelo Claudia

Baelo Claudia, la città romana sul mare di Bolonia

Ben oltre Punta Paloma, perla della Costa de la Luz, è Bolonia, ormai a 25 km da Tarifa. Un piccolo villaggio, Bolonia, una città romana della quale sono rimaste ampie rovine, Baelo Claudia, una spiaggia lunga 5 km e un ottimo mare con un ottimo vento. Anche qui i surfisti vivono felici. Per arrivarvi, la strada, inoltratasi nell’entroterra per girare intorno a Punta Paloma, deve scollinare un tratto di territorio coltivato e reso a pascolo. Mandrie di mucche se ne stanno a ruminare al sole, greggi di pecore scorrazzano di qua e di là. Se arrivi alla rotonda di Bolonia prima di sera corri il rischio di trovarti una mucca a pascolare nell’aiuola nel bel mezzo di strada. Bellissima questa commistione di vita rurale, tradizionale, che ancora persiste, e di vita sportiva e turistica. Siamo in un territorio che tiene molto alla propria identità. La città romana di Baelo Claudia, poi, è un parco archeologico spettacolare. Le città sul mare esistevano anche nell’antichità, ovviamente, e Baelo Claudia era una di queste. I suoi abitanti sicuramente non praticavano kitesurf, ma pescavano tonni, attività tuttora prevalente nell’economia tradizionale della regione. A Tarifa la pesca del tonno è un vero evento e il tonno è un piatto prelibato che i ristoranti propongono con orgoglio. Poco più a ovest, una località si chiama Zahara de los Atunes, qualcosa vorrà dire! A Baelo Claudia sono stati rinvenuti impianti per la lavorazione del pesce che ci raccontano la storia millenaria di un mestiere tanto antico quanto ancora praticato. La vista della città romana sul mare è veramente suggestiva, le colonne dell’antico foro cittadino, la piazza più importante della città, si ergono superbe ad affrontare la furia dei venti. Magnifico.

Baelo Claudia: città romana vista mare sulla spiaggia di Bolonia

Baelo Claudia: città romana vista mare sulla spiaggia di Bolonia

 

Tarifa, il vento nei capelli

Ci sono luoghi di cui ti innamori all’istante. Un colpo di fulmine, proprio come con una persona: la vedi, ti colpisce diritto al cuore, ti innamori.

Azulejos con la costa africana così come la si vede da Tarifa

Azulejos con la costa africana così come la si vede da Tarifa

Per me Tarifa è stato un colpo di fulmine.

E sì che non ha fatto sforzi per farsi piacere: mi ha accolto con un vento fortissimo che a momenti mi solleva da terra, e che mi ha procurato un malditesta da morire. E poi non è proprio la meta adatta a me: io non pratico né surf né kite surf; non sono una grande nuotatrice, anzi proprio per niente e non ho nulla dello spirito hippy che si respira qui. Insomma, sulla carta con Tarifa non ho proprio niente a che spartire. Invece vi giuro che ci tornerei e ci starei molto, molto più tempo. Anzi, mi ci fermerei proprio.

Tarifa, piazza del Vento (un nome particolarmente adatto!)

Tarifa, piazza del Vento (un nome particolarmente adatto!)

Tarifa è un piccolo borgo fortificato sul mare.

Fin qui niente di eccezionale: carino il paesino di casette bianche entro le mura cittadine, suggestivo il castello all’imboccatura del porto così come quell’altra fortificazione che fu poi occupata da casematte durante la Guerra Civile del secolo scorso. Il borgo, accogliente e turistico, è zeppo di localini, baretti, ristoranti, boutiques su boutiques che vendono abbigliamento fricchettone e sportivo. I ristoranti di pesce propongono il tonno più buono che la storia ricordi, ma anche la frittura di pesce più generosa e le crocchette al nero di seppia, irrinunciabili se si cena da queste parti.

L’isola de Las Palmas non si può visitare, così la faticosissima passeggiata alla mercé del vento e degli sputi di mare si risolve davanti ad un cancello sbarrato. L’isolotto fortificato rimane invalicabile. Eppure, in quei 100 m di percorso sul mare, schiaffeggiato da onde, aria gelida e sabbia, sei nel mezzo tra il Mar Mediterraneo da una parte e l’Oceano Atlantico. Questo è il punto in cui le correnti dei due mari si incontrano. Questo è il punto più vicino all’Africa e l’Africa è lì a pochi miglia marine. Estremamente vicina.

La lunghissima spiaggia di inizia da Tarifa e prosegue per 10 km.

La Playa Los Lances di Tarifa. 10 km di spiagge si susseguono ininterrotte lungo la costa, da qui fino a Bolonia

Allora, forse, ciò che più mi attrae di Tarifa è l’idea dell’Africa. L’idea che da questa sponda all’altra ci sia un niente, ma che questo niente, in termini di spazio, sia sempre stato considerato un limite invalicabile. Penso alle Colonne d’Ercole, al valore simbolico che nel mito antico questo confine naturale ha avuto. L’idea di essere qui mi elettrizza, mi fa pensare che se c’è un ombelico del mondo, forse è proprio questo. Mi sembra di vivere un momento storico. Come quando ho visto per la prima volta l’Africa, che mi si è presentata davanti lungo la strada che da Algeciras conduce a Tarifa, così la sensazione è rimasta.

Ma quella è l’Africa! Ti rendi conto? Quella è l’Africa!” continuavo a ripetere quel pomeriggio, cercando di sovrastare l’ululo del vento. E anche quando, in traghetto verso l’Africa, verso Tangeri, ho realizzato che effettivamente stavo attraversando lo Stretto di Gibilterra, ero esaltata come se avessi compiuto chissà che impresa.

Tarifa non è solo il borgo e non è solo l’imbarco per l’Africa.

È anche un territorio bellissimo, fatto di 10 km di spiaggia lungo il versante oceanico, fatto di storia antica e di tradizioni che resistono, fatto di un paesaggio rurale che è pura poesia. L’antica città romana di Baelo Claudia, nella quale sono stati trovati impianti produttivi di lavorazione del pesce, ci dice che la pesca è un’attività millenaria nella zona, così come tutte le attività ad essa collegate (una volta qui producevano il garum, la salsa di pesce, oggi invece a Tarifa c’è un impianto per la conservazione di tonno e acciughe). Le rovine della città romana, affacciate sul mare, sono uno spettacolo suggestivo.

Alla sera, quando l’area archeologica chiude, le mucche si avvicinano ai cancelli, arrivano persino a mangiar l’erba nella rotonda che scende verso la spiaggia. Ciò che mai ti aspetteresti di vedere in un borgo di mare.

Murales sulla spiaggia di Tarfia

Murales sulla spiaggia di Tarfia

Una piccola riflessione. Tarifa è un po’ la Lampedusa di Spagna. Il giorno che non siamo riusciti a prendere il traghetto per Tangeri perché il porto era chiuso per il troppo vento e per il mare grosso, la capitaneria di porto stessa aveva soccorso un gommone di migranti partiti dalla costa africana, talmente disperati da voler prendere il mare ugualmente, nonostante le condizioni meteorologiche avverse. Notizia passata al tg nazionale alla quale però probabilmente non avrei dato peso se non avessi visto, il giorno prima, un murales proprio su questo tema sulla spiaggia di Tarifa. Tarifa è luogo di frontiera, di scambio, di incontro, di tolleranza. Come i suoi abitanti, è senza tempo, se ne frega delle stagioni, rinuncia a litigare col vento che ogni giorno si abbatte implacabile su di essa.