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Il Partenone, una storia millenaria

È uno dei monumenti più importanti della storia dell’umanità, e non a caso: alla sua ombra si sono succeduti numerosi fatti storici ed esso è diventato a tutti gli effetti un simbolo. Simbolo di un’epoca, simbolo di una civiltà, simbolo di un passato glorioso, simbolo di una nazione. Il Partenone, eretto nel momento di massimo splendore di Atene, è il sovrano incontrastato dell’Acropoli e dei suoi monumenti. Il restauro, lunghissimo, cui è stato sottoposto, vuole donargli rinnovato fulgore e bellezza, in omaggio a quei Greci  che nel V secolo a.C. lo vollero come tempio più importante della città.

Partenone

L’Acropoli è, fin da quando Atene era poco più che un villaggio, l’area più importante e sacra. Era già monumentale quando fu incendiata, durante le guerre persiane, ed è in seguito alle distruzioni provocate da quel conflitto che fu dotata di nuovi, più belli  e maestosi edifici sacri, al tempo stesso segno di devozione agli dei ed espressione della ricchezza e della potenza della città più importante della Grecia. È sotto Pericle che si avviano i lavori: le antiche statue danneggiate dagli invasori non sono distrutte, ma seppellite sull’Acropoli (gli archeologi la chiameranno “Colmata persiana”: statue di epoca arcaica importantissime per la storia dell’arte greca che oggi sono esposte al Nuovo Museo dell’Acropoli: la kore col Peplo, la kore di Antenor, il Moskophoros…).

Sui resti di un tempio più antico fu eretto il Partenone, alla cui decorazione scultorea fu chiamato il più importante scultore del suo tempo, Fidia. Egli realizzò la statua crisoelefantina, oro e avorio, di Athena Parthenos, cui il tempio era dedicato, oggi non conservata, e il programma scultoreo dei frontoni, delle metope sui 4 lati della peristasi e del fregio all’interno della cella (che oggi si trovano al British Museum). Sui frontoni, di cui si conservano solo poche statue dell’intera rappresentazione, erano raffigurati due miti fondamentali per Atene: su uno la nascita di Atena dalla testa di Zeus alla presenza delle principali divinità dell’Olimpo, sull’altro la contesa tra Atena e Poseidone per il predominio sull’Attica, vinta da Atena che donò un ulivo alla regione.

Sui quattro lati del perimetro esterno del tempio, al di sopra delle colonne (la peristasi) si sviluppano altrettanti miti, che rappresentano le battaglie degli Uomini contro quelle “figure” viste come “diverse”, contrarie al modello di civiltà e socialità dell’Atene democratica, come la battaglia contro i Centauri (Centauromachia) o contro le Amazzoni (Amazzonomachia). Nel fregio interno della cella è rappresentata invece una processione, quella delle feste panatenee, durante la quale si consegnava alla dea Atena un peplo tessuto da una fanciulla ateniese, alla presenza del concilio degli dei dell’Olimpo e di tutta la popolazione ateniese, tra cui un gruppo di cavalieri al galoppo. È tutto questo apparato scultoreo che contribuisce a fare del Partenone un monumento importantissimo.

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La statua del Moscophoros, Atene, Acropoli

Pur tra alterne vicende, legate alla storia di Atene, il Partenone continua a svolgere il suo ruolo di tempio: l’imperatore Adriano fa sistemare una statua all’interno della cella, accanto alla statua di Atena, segno che l’edificio era ancora importante e degno di essere conosciuto: negli stessi anni lo scrittore Pausania, autore di un’opera che potrebbe essere considerata la prima Lonely Planet della storia, sale sull’Acropoli e descrive un tour che comprende i principali monumenti tra cui, per l’appunto, il Partenone. La sua descrizione è anzi fondamentale per conoscere l’immagine e la percezione del tempio in età romana imperiale.

È dalla tarda antichità che il Partenone ne vede di cotte e di crude: in effetti poteva andargli peggio, in quanto luogo di culto pagano, ma invece che essere raso al suolo viene convertito in chiesa cristiana dedicata alla Madonna, il lato di fondo viene sfondato da un’abside e la nuova chiesa diventa la più importante della città. Con l’arrivo, secoli dopo, dei Turchi Ottomani, la chiesa ex-tempio pagano diventa ora una moschea, e subisce pertanto ulteriori modificazioni nella sua struttura. Ai tempi, siamo nel ‘700, della guerra con Venezia, la moschea è utilizzata come polveriera dagli Ottomani. Il Morosini, capitano veneziano, non ci pensa due volte,  e fa saltare in aria il monumento col suo contenuto esplosivo.

Un rudere, ecco cosa trova Lord Elgin, ambasciatore inglese presso gli Ottomani ad Atene, quando – siamo ormai nell’800 – decide di acquistare quel poco che resta delle statue del frontone e dei rilievi del fregio e delle metope. Le acquista, suscitando già all’epoca non poche polemiche, e le fa arrivare, pur tra notevoli difficoltà, tra cui un naufragio, a Londra, dove le vende, perdendoci un sacco di soldi, al British Museum. La polemica non si è sedata ancora oggi, tanto che non è inconsueto trovarsi a visitare l’Acropoli di Atene nel bel mezzo di una manifestazione di dimostranti che richiedono indietro i marmi del Partenone.

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Alcuni dei Marmi del frontone del Partenone portati a Londra da Lord Elgin, sempre al centro di aspre contese. Credits: Reporterinviaggio.it

Portatore di una serie di valori, storici, archeologici, di identità nazionale, simbolo dell’immortalità della pietra, della cultura occidentale, il Partenone domina il panorama circostante, personalizza la visuale, è un vero punto di riferimento. Così doveva essere nell’antichità, e così è ancora oggi.

Consigli di lettura: se volete approfondire l’argomento, dovete assolutamente leggere “Il Partenone” di Mary Beard, che ci accompagna lungo la storia del monumento con uno stile snello e ironico, molto stimolante, trattandosi di un saggio su un monumento antico. Per approfondire ulteriormente, vi rimando invece a questo lavoro fatto nel 2008 dalle studentesse della Scuola di Specializzazione in Archeologia Classica dell’Università di Genova, molto curato e che affronta tutti gli argomenti correlati al Partenone.

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Andros, piccola perla tra le isole greche

Le isole greche non sono solo le famose Rodi, Chio, Santorini: ci sono anche altri paradisi, altre piccole isole nel mare greco. Già le isole greche a ben contarle sono tantissime, più o meno conosciute, più o meno visitate.

Noi abbiamo scelto Andros, che non è propriamente tra le isole più famose, ma che merita ugualmente, per gli straordinari paesaggi, i bellissimi paesini e le spiagge poco affollate. E poi c’è un aspetto particolare: proprio perché non è tra le più note, è tra le meno frequentate dai turisti stranieri: sono per la maggior parte Greci i frequentatori estivi di quest’isola che, dicevo, non ha proprio niente da invidiare ad altre mete più conosciute dell’Egeo.

Come raggiungere Andros dal porto di Rafina

Per andare ad Andros si prende il traghetto da Rafina, e giunti nel porto si affitta la macchina o il motorino, per poter girare liberamente l’isola. L’isola è davvero piccina, si attraversa velocemente, ma per passare da una costa all’altra si va in montagna, dove il tempo può cambiare talmente repentinamente da trovarti nel bel mezzo della nebbia senza neanche accorgertene!

Lungo la via si alternano colline brulle e boscaglia fitta con piccole fonti, il paesaggio è estremamente vario, per essere un’isoletta così piccola!

Il centro abitato principale è Andros, la Chora, un piccolo borgo di pescatori tipico, con le sue casette bianche e blu che si apre su una bellissima baia; un po’ di storia è suggerita dalla presenza di una piccola torre medievale su uno scoglio cui si accedeva da un ponte ormai quasi diroccato. Ma Andros non è isola senza storia, perché i primi insediamenti abitati risalgono addirittura al Neolitico!

Se ci si sposta nell’interno si arriva nel paese dei fiori, in collina, dove un bel percorso ci fa passare in mezzo a giardini coloratissimi di fiori e petali. Ancora più nell’interno dell’isola si incontra il monastero di San Michele, costruito in un luogo isolatissimo, lungo il pendio di una montagna, luogo reso ancora più mistico proprio per via di questo isolamento. Infine, dopo aver scollinato, si giunge nella spiaggia più bella e più ampia dell’isola, dopo aver percorso una strada sterrata e impervia: ma la vista finale che si ha ripaga da qualunque fatica!

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Vista panoramica della Chora, Andros

Di ritorno al porto in cui siamo arrivati, ci si ferma a mangiare in uno dei mille ristorantini di cucina tipica che si affacciano sul mare.L’isola vale la pena di una gita di un giorno, i collegamenti con la terraferma sono ben gestiti, così come i servizi di rent-a-car. Inoltre non si trova affollamento perché ad essa il turista medio preferisce mete più conosciute e inflazionate. Pertanto… perché non andarci?