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Pola: un tour archeologico nel capoluogo dell’Istria

In Croazia numerose città raccontano ancora il loro passato più antico. Tra di esse una delle più significative è Pola, che ben si presta ad un tour archeologico.

Si arriva a Pola dal lato del mare, del porto, e la prima cosa, immensa, che ci si para dinanzi, appena parcheggiata la macchina, è il grande anfiteatro, ben conservato in tutta la sua altezza e in tutto il suo ellisse. È il punto di partenza perfetto per un tour archeologico della città.

Dell’anfiteatro, visitabile, rimane l’ellisse esterno della struttura, un grande anello alto e animato da tante aperture a volta attraverso le quali si intravvede il cielo, il mare, il porto, l’interno dell’arena. Un tempo quelle volte erano archi di scarico e sostegno delle scalinate di accesso alla cavea, la platea per il pubblico che assisteva agli spettacoli dei gladiatori. Stiamo parlando di un monumento che ha poco meno di 2000 anni.

La porta Gemina a Pola, uno degli ingressi alla città romana

Visitato l’anfiteatro e compiuto il giro intorno al suo perimetro, si procede verso il centro città. Qui incontriamo dapprima la Porta Gemina (?), una porta cittadina aperta nelle mura romane, costituita da una doppia arcata. Superata essa si incontra il grande palazzo che ospiterà, quando saranno terminati i lavori, il grande museo archeologico di Pola. Dietro si trova la grande struttura del teatro romano (visitabile liberamente, come vedremo).

Procedendo a risalire lungo il corso delle mura, di cui rimane l’antico tracciato, rimaneggiato nei secoli seguenti e fino a noi, si arriva all’ingresso vero e proprio in città: l’Arco dei Sergi. Questa porta aperta nelle mura aveva anche la funzione di celebrare la famiglia dei Sergi, una ricca e influente gens locale che aveva finanziato varie opere pubbliche e che si era autodedicata questo monumento, un arco onorario all’ingresso della città. L’arco mantiene la sua bella decorazione a bassorilievo di età augustea, molto elegante e raffinata: un bel biglietto da visita ancora oggi per chi entra in città. Tra coloro che lo ammirano notte e giorno c’è lo scrittore James Joyce: la sua statua in bronzo seduta al caffé appena superato l’arco è proprio rivolta in questa direzione.

L’arco dei Sergi a Pola è ancora oggi una porta cittadina ben integrata nel tessuto urbano

La strada principale del centro cittadino, quella che inizia dall’Arco dei Sergi, anche in epoca romana era la via principale. I palazzi che incontriamo, però non sono più quelli antichi: la città ha continuato a vivere su se stessa, accrescendosi, distruggendo il vecchio e costruendo il nuovo. Così avviene fino ad un certo punto, quando incrociamo la piazza dell’antico foro romano, che oggi ospita il palazzo del municipio e, accanto, il tempio di Roma e Augusto perfettamente conservato. Anche il municipio, per la verità, sorge sull’antico capitolium, il tempio principale della città romana. Accanto ad esso c’era poi un altro tempio, che è stato inglobato nella struttura dell’edificio del municipio.

La facciata del piccolo tempio di Roma e Augusto a Pola

Il piccolo tempio di Roma e Augusto, invece, trasformato in epoca cristiana in una chiesa, è sopravvissuto al tempo e agli uomini. Oggi il tempio ospita al suo interno una piccola esposizione archeologica di statue e iscrizioni. Il tempietto è un piccolo capolavoro di scultura per quanto riguarda le decorazioni architettoniche, ovvero i capitelli e i fregi orizzontali scolpiti a bassorilievo. Dal punto di vista prettamente archeologico, infatti, queste decorazioni sono di grandissimo pregio. La storia del tempietto in sé è stupefacente: è uno dei primi templi dedicati all’imperatore Augusto, e costruito quando ancora l’imperatore era in vita, intorno al 2 a.C.! E noi poi ci lamentiamo delle manie di grandezza di certi nostri personaggi politici… I Romani hanno inventato la propaganda politica, c’è poco da fare.

Ho parlato del tempio di Roma e Augusto e del foro di Pola, più ampiamente in questo post ad alto contenuto archeologico: https://generazionediarcheologi.com/2017/11/24/il-foro-romano-di-pola-il-tempio-di-roma-e-augusto/

Il foro romano di Pola col tempio di Roma e Augusto

Lungo il lato della piazza, nascosti dietro un edificio moderno, si trovano i resti di una ricca domus, una casa privata che è stata ribattezzata Domus di Agrippina, perché al suo interno è stata trovata una testa di statua in marmo ritratto di Agrippina Minore, moglie dell’imperatore Claudio.

Nominavo prima il teatro romano. Quando il grande museo archeologico sarà aperto al pubblico, immagino che sarà possibile con un unico biglietto e un ingresso adeguato visitare anche il teatro; oggi invece per raggiungerlo occorre varcare un cancello retrostante, seminascosto (abbiamo dovuto chiedere per trovarlo) che si trova lungo la via di mezzacosta che gira intorno al colle su cui sorge la grande fortezza che domina la città. Il teatro è ben conservato: la cavea, cioè gli spalti per il pubblico, è ricavata, almeno in parte, nel fianco della collina, dunque è scavata nella roccia. In questo è molto simile al teatro romano di Trieste e ai teatri greci, che sfruttavano i pendii per ricavare le gradinate per il pubblico. Nel mondo romano, invece, solitamente i teatri sono costruiti interamente, ed assumono quella forma semicircolare tutta particolare, ben riconoscibile, ad esempio, nel teatro romano di Ostia.

La cavea (gradinata per il pubblico) del teatro romano di Pola

Queste sono le più antiche vestigia (per dirla all’antica) della città romana di Pola. I resti antichi qui sono perfettamente integrati nel tessuto urbano attuale: non sono dei “mammozzoni” incomprensibili di cui non si capisce il senso, ma anzi, sono parte integrante e costituzione monumentale della città moderna. Senza di essi non ci sarebbe la Pola contemporanea e qui, in città, ne sono consapevoli. La città di Pola è debitrice dell’antica città romana sulla quale ha continuato ad accrescersi. E l’antico non è un fastidioso avanzo, ma un’onorevole testimonianza delle origini di questa splendida cittadina posta sul punto più a sud dell’Istria.

Il panorama di Pola visto dal teatro romano: l’ellisse dell’anfiteatro domina la vista, oggi come in età romana

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Dignano: tra olio, murales e case di pietra

Dignano è difficile da definire. Nonostante sia un borgo tutto sommato piccolo, è davvero complesso individuarne l’essenza. Ha più personalità che si presentano a te, viandante, una dopo l’altra. Tuttavia non riesci a capire quale sia preponderante sull’altra.

Siamo nella parte meridionale dell’Istria, a pochi km da Pola, nell’interno, in una bella pianura coltivata a olivi, dove leggiamo la tradizione nelle casite, o kazun: costruzioni di pietra che somigliano alle caselle dell’entroterra ligure, ai trulli pugliesi, o ancora ai bories provenzali: ricoveri per attrezzi, per animali e contadini, ultime rimanenze di un passato rurale di cui per fortuna si conserva il ricordo e che anzi in paese è oggetto di didattica per le scuole. L’educazione al proprio patrimonio culturale, inteso come tradizioni e identità locale sono portate avanti dall’Ecomuseo di Dignano. Una realtà importante in un posto come questo.

Appena fuori da Dignano si trova una piccola area cintata con la ricostruzione di una casita. Entrando nel borgo, invece, la prima cosa che notiamo è un frantoio in attività: siamo nel pieno della raccolta delle olive: il momento esatto in cui i frantoi sono in funzione.

Ricostruzione della casita, appena fuori da Dignano

Dignano è un curioso mix di antico, forse meglio sarebbe dire di vecchio, e di ribelle. Così le fiancate di alcune case sono sgargianti per i colori degli streetartist, e contrastano con la casetta accanto, piccola, in pietra, poco meno che pericolante. Basta già solo questo per farmi innamorare.

Streetart a Dignano

Murales si trovano sparsi un po’ ovunque in paese: sotto un passaggio voltato c’è un’orchestrina accompagnata da uno scheletro: fa molto funerale a New Orleans o forse, come noto anche in altri murales del paese, c’è una tendenza al ricreare atmosfere oniriche. Il borgo ha rischiato a lungo di diventare un borgo fantasma. Forse i murales riflettono proprio su questo.

Streetart a Dignano

Sulla piazza principale di Dignano affacciano gli edifici più importanti: il municipio, rosso fiammante, la Casa degli Italiani, anch’essa una bella palazzina in architettura veneziana; dall’altro lato della piazza, invece, dove inizia il centro storico, si trovava l’edificio in pietra del castello. Che fu demolito in parte all’inizio dell’800 per ripavimentare e ingrandire la piazza: un’iscrizione datata al 1488, ma di reimpiego, ricollocata sull’edificio in pietra, ci dà la cifra dell’antichità di questi luoghi.

Il centro storico di Dignano

Da qui in avanti, Dignano subisce una trasformazione: tutte le case sono in pietra, con muratura a vista e pareti che spanzano visibilmente verso l’esterno: avrebbero tutte bisogno di manutenzione e invece nessuno se ne preoccupa, anzi, sui tetti le antenne satellitari ci dicono che comunque ciò che conta c’è, arriva, che altro potrebbe servire?

Il centro storico di Dignano

Tra gatti ruffiani che si strusciano e panni stesi tra una finestra e l’altra giungiamo alla piazza davanti al duomo di San Biagio, la chiesa più grande dell’Istria. Non ne visitiamo il museo delle reliquie (che pare essere in realtà piuttosto importante nella regione), per cui non vedremo né la spina della corona di Gesù, né un pezzo di velo della Madonna, né una scheggia della croce di Gesù. Queste, oltre alle reliquie di San Biagio, sono il prezioso tesoro che questa chiesa ospita.

Preferiamo continuare ad esplorare il borgo, infilarci nelle stradine a scovare i murales. Ma ciò che più colpisce la mia immaginazione sono gli slogan comunisti dipinti di rosso sulle pareti intonacate di alcuni edifici. Danno un’aria nostalgica a tutto il borgo.

Slogan “comunisti” dulle pareti delle case di Dignano

Dignano ha tante anime. Nostalgica, per via proprio dei suoi slogan comunisti, fricchettona, per via dei murales (che peraltro sono recenti, realizzati durante il Boombarstick festival di Dignano, a partire da pochi anni a questa parte), un po’ trasandata, e lo vedi nel guano di piccione che crea veri e propri strati scivolosi sul selciato e nelle case abbandonate del centro storico, ma orgogliosa del suo passato e delle sue tradizioni, e il lavoro che l’Ecomuseo fa con i ragazzi del posto, alla riscoperta della casita e dell’olio ne è la dimostrazione.

Dignano va scoperta, e probabilmente va vissuta. Io sono contenta di averne colto queste anime così diverse eppure così complementari. E forse di tutta l’Istria è il borgo che mi è piaciuto di più.

Un viaggio più a Est del Nordest: Trieste, la costa slovena e l’Istria

L’Istria: da tempo volevo andarci. Pur non sapendone molto e conoscendone alcuni aspetti perlopiù archeologici, ero però attirata da questa terra. Così, quando per fine ottobre si sono liberati dei giorni non ho avuto dubbi: andiamo! E siamo partiti. Quattro giorni, non tantissimi, ma sufficienti per scoprire una terra ricca di sorprese, e non così diversa dalla nostra.

Vi racconto l’itinerario del nostro viaggio che da Trieste ci ha condotto in Slovenia e poi in Croazia, alla scoperta dell’Istria.

Giorno 1: Trieste

Partendo da Firenze la mattina, Trieste ci accoglie precisa per l’ora di pranzo. Mangiamo allo storico Buffet da Pepi, in piazza della Borsa, esploriamo la città risalendo il colle San Giusto che racconta orgogliosamente il passato romano e poi medievale del capoluogo friulano e da cui si gode una magnifica vista sul Golfo. Metteteci anche le accesissime siepi rosse per l’autunno: Trieste è una coloratissima città di mare, un po’ in salita, e dal passato radioso. La splendida basilica paleocristiana, con i suoi mosaici dorati, poi, lascia davvero senza fiato. Ma lo spazio più bello per me resta la splendida piazza dell’Unità d’Italia, di fronte al mare. Questa è stata il nostro punto di partenza e il nostro punto di arrivo del tour cittadino. Qui ci meritiamo un caffé allo storico Caffé degli Specchi. Infine, ci rechiamo alla Risiera di San Sabba. Perché viaggiare non è solo svagarsi e divertirsi, ma anche riflettere sul nostro passato, sulla storia e sugli orrori che l’Umanità può commettere. Nel campo di concentramento della Risiera, al tramonto, concludiamo la visita della città.

Piazza dell’Unità d’Italia a Trieste

Per scoprire la città con il nostro itinerario di un giorno leggi qui: Visitare Trieste in un giorno

Per dormire ci spostiamo a Muggia, un piccolo borgo di pescatori poco distante da Trieste e posto proprio di fronte al grande porto mercantile. Qui ceniamo in un ristorantino, la Teresa, a base di pesce, ovviamente. Domani passeremo il confine e sono molto emozionata.

Giorno 2: Slovenia

Dedichiamo la mattina all’esplorazione del piccolo borgo di Muggia: è vero che è un porticciolo affacciato sul mare, ma il borgo risale una piccola collina fino a culminare in un poderoso castello da cui si domina la vista sul Golfo di Trieste dalla parte opposta rispetto al panorama che contemplavamo ieri. Le barche di pescatori in rada e un anziano pescatore che risistema le reti mi danno la sensazione di un luogo senza tempo e senza fretta, dove è bello sostare un pochino.

Il borgo di pescatori di Muggia

Riprendiamo invece la macchina e attraversiamo il confine con la Slovenia seguendo la strada in collina che passa da Muggia Vecchia, dove si trova il cimitero e l’antico insediamento dell’età del Ferro. Quando passiamo la frontiera siamo accolti dal vecchio casello della dogana, vuoto ma mai smantellato, a memoria di un tempo, neanche troppo lontano, in cui le frontiere esistevano. Oggi invece la Slovenia non solo è parte dell’UE, ma ha anche l’euro, che per noi è un gran vantaggio.

Izola

In Slovenia puntiamo diritti a Izola, dove abbiamo un appuntamento. Per questo dedichiamo la visita del centro storico, sul mare, al pomeriggio. Izola ha un bel porticciolo, alcuni localini e ristoranti sul mare, e la piazza con la chiesa che immette nelle viuzze del borgo antico. Non è particolarmente entusiasmante: forse d’estate si anima di più. In ogni caso notiamo il palazzo della Scuola di musica, con le inferriate delle finestre tutte magnificamente rifinite. Completato il giro, puntiamo verso Pirano, dove passeremo la notte.

Izola, vista panoramica

Pirano

A proposito di Pirano, col senno di poi vi sconsiglio fortemente di fermarvi per una notte, soprattutto se viaggiate in macchina. Occorre infatti lasciare l’auto in un grande parcheggio a pagamento fuori dal centro, il che comporta una bella spesa se si vuole pernottare nel borgo. In ogni caso ormai è andata così e noi giungiamo a Pirano scortati da un bellissimo tramonto. Pirano mi piace subito tantissimo: al termine del lungomare di accesso, il borgo si apre con una piazza immensa su cui affacciano bei palazzi eleganti. Subito dietro di essi, invece, si sviluppa la ragnatela strettissima dei vicoletti che si snodano tra i palazzi antichi. Mi affascina tantissimo. Purtroppo però è notte, e non possiamo godere appieno della bellezza di questi angoli. Ma torneremo in un’altra occasione, in pieno giorno, per visitarla interamente.

Pirano al crepuscolo

Mangiamo e dormiamo in un appartamento a Pirano. Domattina ripartiamo per entrare, finalmente, in Croazia.

Giorno 3: l’Istria Croata

Ecco, se volete arrivare in Croazia e vi affidate al navigatore, mi raccomando non spuntate l’opzione “strade senza pedaggio”: sennò vi ritrovate come noi che da una bella strada tra le vigne siamo finiti via via in strade sempre più strette, fino ad arrivare a una sterrata. Che dire? Ci siamo girati indietro. La frontiera era comunque vicina.

Il passaggio alla frontiera prevede il controllo passaporti o carta d’identità. Superato questo, temendo di trovarci nuovamente su uno sterrato, abbiamo deciso di raggiungere ugualmente Parenzo, prima tappa croata, in autostrada.

Parenzo

Parenzo ci accoglie verso l’ora di pranzo. Il borgo è elegante e in esso si fondono molto bene i palazzi e le vie più recenti con le case più antiche, qualcuna anche del Duecento. Di Parenzo è piacevole sia passeggiare nelle vie centrali, con i negozi e i ristorantini (tra cui il Lapidarium: si mangia letteralmente seduti accanto ad iscrizioni di età romana!), sia lungo il mare, percorrendo il tracciato delle mura della cittadina. Appare il campanile dell’antica Basilica Eufrasiana, una basilica paleocristiana importante per i suoi mosaici, e di cui vale la pena percorrere interamente l’itinerario di visita, che passa dall’atrio al battistero al campanile, al museo lapidario e alla vista sulla primitiva chiesa, quella di IV secolo che fu poi abbattuta per costruirne una più grande, nel VI secolo, per volontà del vescovo Eufrasio, da cui deriva il nome della basilica.

Parenzo vista dall’alto del campanile della Basilica Eufrasiana. In primo piano proprio la Basilica

Mangiamo in un localino qui vicino, il Bacchus, nel quale facciamo la nostra prima conoscenza col baccalà all’Istriana, un baccalà mantecato che sembra una soffice crema, e con la grappa al miele, che rimarrà nei nostri cuori molto a lungo, ne sono certa.

Rinfrancati nel corpo e nello spirito, ci rimettiamo in marcia: prossima destinazione Rovigno, che raggiungiamo via costa. Passiamo quindi da Orsera, piccolo borgo noto per le sue spiagge (anche naturiste) e per le isolette antistanti, quindi risaliamo la strada lungo il Limsky Kanal, una sorta di ampio fiordo sul quale ad un certo punto si apre una vista panoramica (ben individuabile dai baracchini di souvenir e prodotti tipici): il panorama è in effetti spettacolare, il fiume si insinua in una gola piuttosto stretta, verde per i boschi sulle montagne. Da qui a Rovigno ci separano pochi km.

Il Limsky Kanal

Rovigno

Ci sistemiamo in un appartamento, Villa Mattozzi, nell’area residenziale di Rovigno, da cui però il centro si raggiunge tranquillamente a piedi in meno di 10 minuti. Una bella passeggiata al sole che culmina con l’arrivo sul lungomare.

Rovigno è semplicemente bella. La percorriamo nel pomeriggio inoltrato, ci godiamo il tramonto sul mare sorseggiando una birretta (San Servolo, una buona bionda artigianale croata). Saliamo fino alla chiesa di Sant’Eufemia alla luce rossa di un cielo incendiato, quindi scendiamo e ci andiamo a perdere nei vicoli, tra le case antiche, i panni stesi su fili tesi tra un palazzo e l’altro, come se ci trovassimo in un paesello di tanti decenni fa. Eppure è proprio questo contrasto, tra la bellezza un po’ fighetta del frontemare e i vicoli oscuri e popolani che affascina terribilmente.

Il borgo di Rovigno e il suo porticciolo

Per cena mangiamo a La Vela. Lo so, è un ristorante italiano, non storcete il naso: ricordatevi invece che l’Istria fino alla II Guerra Mondiale è stata italiana e che in ogni paese o città il palazzo più prestigioso è sede della “Casa degli Italiani“. La frittura di pesce che prendiamo di fatto è buona, così come la grappa al vischio che ci viene offerta. E i prezzi sono relativamente bassi, grazie al cambio kuna-euro.

Giorno 4: Dignano e Pola

Olivi, olivi e ancora olivi: il paesaggio della campagna croata che incontriamo appena usciamo da Rovigno e che ci scorta fino a Dignano è caratterizzato da oliveti a perdita d’occhio. Qua e là vediamo delle costruzioni in pietra a secco che sembrano trulli: l’idea non è sbagliata: sono i Kazun, o Casite, delle caselle di pietra che servivano per ricovero di materiali, o di animali, o addirittura per il contadino che si fermava nel campo oltre il tramonto. Un piccolo parco all’ingresso di Dignano ne spiega la funzione. Vedremo poi che in paese le casite sono al centro di un progetto didattico per i bambini mirato a riscoprire le origini contadine del territorio. Molto interessante e positivo.

Dignano

Dignano ci accoglie con il rumore del frantoio attivo all’ingresso del paese. È tempo di raccolta delle olive ed è tempo di olio nuovo; è tempo quindi di lavori a pieno ritmo, di negozi aperti e di aziende che organizzano tour di degustazione. Noi però preferiamo fare semplicemente un giro nel paese. Scopriamo un luogo pieno di contraddizioni: la streetart che caratterizza fortemente certi muri e che grida all’innovazione e alla voce giovane di chi cerca oltre le apparenze cozza con le vecchie scritte nostalgiche, in italiano, scritte sempre sui muri: fa tenerezza leggere “Viva Stalin” e tutti gli altri slogan inneggianti al potere proletario in rosso sugli intonaci grigi. Ma non è solo questo.

Streetart a Dignano

Dignano/Vodnjan è un borgo medievale che ha mantenuto in certi punti il suo aspetto originario. Muri che sembrano pericolanti, pareti che spanzano vistosamente (lo so: spanzare non è un termine tecnico, ma rende l’idea), crepe lunghissime, muratura a vista mai restaurata. Sembrerebbe abbandonato. Invece, dai balconi e sui tetti spuntano le antenne con la parabola. E tutto si fa molto intricato. Vodnjan è città di gatti che vengono, si strusciano, miagolicchiano un po’ e poi si allontanano. E in questo non sono diversi dai gatti di tutto il resto del mondo.

Dignano mi colpisce e mi affascina. Il senso del tempo che si ferma, che in alcuni punti scorre più velocemente e in altri più lentamente mi dà le vertigini.

Il borgo di Dignano

Procediamo verso Pola.

Pola, a pochissima distanza da Dignano, ci accoglie con la vista sul porto e l’isola di Brioni a poca distanza. Ma ciò che mi dà il benvenuto è l’anfiteatro romano. È davvero ben conservato: si mantiene tutto il muro esterno con le sue arcate, mentre l’interno, che un tempo ospitava la cavea, cioè le gradinate per il pubblico, è stato interamente abbattuto nel corso dei secoli. Oggi è una bellissima finestra sul mare: attraverso le sue arcate vediamo fino al porto e oltre. L’effetto scenografico è davvero notevole.

L’anfiteatro di Pola

Ci rechiamo poi verso il centro città, ben racchiuso nelle vecchie mura della città romana di Pola, poi riadattate e sfruttate anche nei secoli successivi. Passiamo attraverso l’Arco dei Sergi, una porta nelle mura cittadine realizzata in età romana e che mantiene tutta la sua bella decorazione architettonica, salutiamo James Joyce seduto ad un caffé qui davanti all’arco, passeggiamo per le vie del centro, pranziamo in piazza Dante Alighieri, poi proseguiamo. Raggiungiamo il luogo di Pola che preferisco: il Foro della città romana.

Sull’antico foro di Pola gravitavano tre templi, l’uno accanto all’altro. In mezzo era il capitolium, dedicato ai tre dei Giove, Giunone e Minerva, poi vi era un tempio alla dea Diana e dall’altro lato rispetto al capitolium c’era il tempio di Roma e Augusto, identico a quello di Diana. Di tutto ciò, sopravvive solo, e ben evidente, il tempio di Roma e Augusto, che fu trasformato in chiesa e pertanto mantenne il suo aspetto, mentre gli altri due edifici furono parte distrutti e parte integrati nell’edificio pubblico che oggi occupa la piazza. Il piccolo tempio di Roma e Augusto ha  colonne in facciata, sorge su un podio ed è noto per le sue belle decorazioni architettoniche, capitelli e fregio a motivi floreali. Io personalmente lo adoro e sono contenta di averlo visto finalmente dal vivo, un po’ come quando si incontra un personaggio famoso, o il proprio scrittore preferito. Ne ho scritto abbondantemente in un post dedicato ad esso proprio dal punto di vista archeologico.

Il foro romano di Pola col tempio di Roma e Augusto

Proseguendo zigzaghiamo un po’ facendoci ispirare dalle stradine che incrociamo. È così che, volendo raggiungere la fortezza  di epoca veneziana sulla cima della collinetta che domina Pola, ci imbattiamo nell’area archeologica del teatro romano, immediatamente alle spalle del grande edificio del museo archeologico, al momento chiuso per grandi lavori. Percorriamo un sentierino che non son sicura che si possa fare, ma che tutti percorrono, e arriviamo sul livello della fortezza. Questa, cinta da poderose mura e da un fossato invalicabile, offre una vista notevole sul mare e sulla città. Al suo interno ospita un museo navale. Ridiscendiamo e percorriamo alcune strade con begli edifici medievali che potrebbero benissimo trovarsi a Venezia per il loro stile architettonico. Qui l’influenza veneziana è stata davvero duratura, in effetti.

La vista dalla fortezza

Quando arriviamo al nostro punto di partenza, il parcheggio fronte anfiteatro, puntiamo verso Pazin, nell’interno, dove trascorreremo la notte. Arriviamo al buio. Il nostro padrone di casa, un signore in pensione che però si dà ancora un gran daffare, ci intrattiene con chiacchiere in un mix di croato e italiano e ci offre le sue grappe. Accoglienza ottima, direi! Peccato per il freddo che patiamo. Domani è l’ultimo giorno, nonché giorno di rientro.

Giorno 5: Pazin, Beram, Motovun e il confine

Pazin

La passeggiata a Pazin in mattinata non ci soddisfa. Abbiamo conferma di una pratica che avevamo già visto a Rovigno: nei bar non hanno cornetti o brioches o paste. Se vuoi fare colazione completa al bar devi andare al forno, che solitamente si trova accanto. Poi a quel punto puoi pure prenderti il caffé. Raggiungiamo il grande castello che domina il paese e che risale a prima dell’anno 1000: ne ha visti di eserciti passare, di re cambiare e di neve scendere questo edificio! Non entriamo a visitarlo (ospita un museo etnografico). Ci affacciamo invece dal muretto per vedere al di sotto una profondissima gola sulla quale in estate è prevista, come attività outdoor, una sorta di volo dell’angelo, la Zipline Pazinska Jama. Pazin è costruita infatti su uno sperone roccioso, su una sorta di ampio canyon scosceso, dalla parete verticalissima: per gli amanti dell’outdoor e degli sport estremi questo luogo è semplicemente favoloso. Ma oggi non è proprio la giornata ideale per farlo: grigia e con la minaccia di pioggia.

Il castello di Pazin

Lasciamo allora Pazin e ci dirigiamo verso Beram, in esplorazione della piccola chiesa di S. Marija.

Beram

Arriviamo a Beram, ma non troviamo la chiesa. Troviamo piuttosto un signore in macchina. Gli chiediamo lumi e lui per tutta risposta telefona a Sonja, la signora che custodisce le chiavi della chiesetta. La prendiamo in auto con noi e lei ci guida fino alla chiesa. Nel bel mezzo del bosco, questo piccolo edificio sacro dedicato alla Madonna viene aperto ai fedeli ormai solo a Ferragosto, per la festa dell’Assunta. Per il resto è aperto ai visitatori che la cercano secondo la modalità di cui sopra: chiedere in paese, trovare la custode, andare con lei fino alla chiesa, visitarla, pagare un piccolissimo obolo, riportarla in paese.

La danza macabra nella chiesa di S. Marija

La chiesa è un piccolo capolavoro di pittura croata quattrocentesca: una Bibbia a colori, dipinta per quei fedeli che potevano lì vedere rappresentate le scene principali del credo cristiano. Tra una Fuga in Egitto, un San Sebastiano, un San Martino che copre il viandante e una Strage degli Innocenti, il fedele aveva modo di imparare per bene le storie della religione. Sulla controfacciata, poi, la rappresentazione della danza macabra lo ammoniva e gli ricordava che quando moriremo saremo tutti uguali di fronte alla morte.

Per saperne di più su questa chiesa, ho scritto un post più specifico qui: Beram (Croazia): la chiesa di S. Marija

Motovun e Levade

Procediamo poi verso Nord mantenendoci sempre nell’interno (l’alternativa sarebbe puntare su Parenzo, ma noi vogliamo fare una strada mai fatta prima). È così che dopo curve, boschi giallorossi per l’autunno, vigneti e dolci valli giungiamo in vista di Motovun/Montona. In realtà volevamo tirare a diritto, ma è lei che ci costringe a fermarci: da lontano, per una vista panoramica che mi resterà nel cuore. E poi perché, passandoci davanti, vediamo una situazione organizzata apposta per accogliere i turisti: un parcheggio con tanto di parcheggiatore, una navetta che fa la spola con la rocca più in alto, alcuni autobus gran turismo parcheggiati. Forse vale la pena spendere gli ultimi momenti in Croazia qui. Il parcheggio più la navetta costa 40 kune (5 € circa). Saliamo al borgo medievale, che si trova in una posizione panoramica ottimale, aperta su tutta la vallata. Sul lato ovest, lo sguardo riesce a spingersi addirittura fino al mare.

Vista panoramica di Morovun

Il borgo in sé non ci entusiasma. Molto a misura di turisti, con ristorantini e qualche bottega che vende prodotti tipici. Qui siamo nella terra del tartufo, e infatti ogni ristorante ha il suo menù profumatissimo. Ma non ci lasciamo tentare. Facciamo invece una passeggiata lungo le mura panoramiche, ci fermiamo a guardare tutti quei leoni di San Marco a rilievo che sembrano dei gattoni ridicoli e quindi andiamo a pranzare nella vicina Levade, a valle, lungo la Parenzana.

Anche se a Levade è in corso la fiera del tartufo Zigante, non ci facciamo tentare e pranziamo alla vicina Konoba Dorjana: cucina casalinga, prezzi bassi e porzioni abbondanti. Il tartufo comunque c’è: nel formaggio, ed è squisito. Levade è luogo di passaggio della Parenzana, un bel percorso naturalistico per mountain bike (e trekking) lungo il vecchio tracciato della linea ferroviaria Parenzana, che da Trieste raggiungeva Parenzo passando per l’interno. Il percorso è attrezzato con mappe e sentieri puliti e ogni anno qui arrivano frotte di bikers o di semplici appassionati che vogliono vivere un’esperienza outdoor in Istria.

Tartufo e olio, i prodotti tipici dell’Istria interna

Il nostro viaggio in Istria si conclude quindi a Levade, in un pomeriggio autunnale, grigio in cielo, ma rosso in terra per le foglie di acero e di vite americana che regnano ovunque. Riprendiamo la strada che verso l’interno ci porta al confine con la Slovenia, da qui sempre attraverso l’interno giungiamo al confine italiano. Sotto di noi c’è Trieste, nostro punto di partenza.

È giunto il momento di rientrare a casa.