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Innamorarsi di Plaza de España a Siviglia

Io amo Plaza de España. La amo fin da quando la vidi nel 2003: ampia, spaziosa, aperta, fantasiosa.

Plaza de España a Siviglia

Plaza de España a Siviglia

L’ho amata nuovamente quest’estate quando sono tornata a Siviglia. Nella città dell’Alcazar, della Giralda, delle architetture moresche, questa piazza è una sintesi perfetta dell’architettura sivigliana dei primi decenni del Novecento: un’architettura che conosce, apprezza, rielabora in forme nuove e magistrali tutta la storia architettonica della città e non solo, della Spagna.

Realizzata per l’Esposizione IberoAmericana del 1929, la Plaza de España doveva rappresentare esattamente ciò che il suo nome diceva: la Spagna. Non solo, con la sua forma semicircolare, rappresenta l’abbraccio della Spagna e delle sue colonie (dice wikipedia); rivolta verso il fiume Guadalquivir, indica la rotta da seguire per arrivare in America.

Un altro scorcio di Plaza de España: in evidenza le balaustre dei pontini sul canale

Un altro scorcio di Plaza de España: in evidenza le balaustre dei pontini sul canale

Si fa presto a dire piazza, perché è chiusa da un grande arco di cerchio di edifici sotto i quali passa un ampio porticato che regala continui scorci. Nel mezzo della piazza vi è un piccolo canale, attraversato da eleganti pontini con le balaustre in azulejos bianchi e blu. Ovunque, sotto il porticato, sono ricordate tutte le città di Spagna. Il rosso del mattone è preponderante, mentre le decorazioni in azulejos, coloratissime e barocche, danno un tocco di vivacità unico nel suo genere.

La cosa più particolare di tutto il complesso architettonico è la serie di panchine poste sulla piazza al di sotto del porticato: in ordine alfabetico, rappresentano le 48 province spagnole. Per ognuna di esse è rappresentata sul pavimento la carta geografica, e sulla parete un episodio della storia della città capoluogo, nonché lo stemma. Tutto, rigorosamente, in azulejos.

In una giornata di sole, Plaza de España è un luogo di luce e calore; di fronte, i grandissimi giardini ombrosi del Parque Maria Luisa ne fanno un’oasi di bellezza e piacere. Troverete qualche ballerina di flamenco che si esibisce all’ombra davanti a un pubblico di curiosi; troverete frotte di turisti che si siedono sulla panchina della città da cui provengono, o che hanno visitato (l’abbiamo fatto anche noi…); troverete qualcuno che naviga placidamente sul canale e troverete ragazzi in bicicletta che scorrono velocemente, ma qui davanti si fermano per scattarsi una foto.

Una delle panchine decorate ad azulejos di plaza de España

Una delle panchine decorate ad azulejos di plaza de España

Dovendo scegliere tra le piazze più belle del mondo, credo che Plaza de España possa rientrare a buon diritto nei primi posti della mia classifica personale. Ha un solo difetto: è staccata dal resto della città. Le piazze sono luoghi di incontro che si formano all’incrocio di strade e direzioni, sono il punto in cui ci si ferma prima di rimettersi in marcia, sono centri di vita sociale e quotidiana. La piazza è uno spazio aperto nel mezzo del reticolo delle vie, e che sia monumentale, commerciale, civile o religiosa, ha sempre uno scopo. Plaza de España, invece, non è progettata nella città per la città, ma è un po’ fine a se stessa, celebrativa e autocelebrativa, staccata dalla vita di Siviglia. Ecco, se devo fare un appunto è proprio questo: è una piazza che non ha mai avuto, perché non è il suo scopo, un valore sociale.

Ma forse il suo bello è proprio questo.

Mercati coperti della Spagna del Sud: la vita vera è qui

Nel nostro viaggio in Spagna dell’estate 2016 non abbiamo lasciato nessuna città senza prima essere entrati, aver visitato e possibilmente aver mangiato nel suo mercato coperto.

bouqueria

Il banco delle caramelle e della frutta candita, Mercat de la Bouqueria

I mercati coperti sono posti affascinanti. In realtà li abbiamo anche in Italia: passo davanti al Mercato Centrale di Firenze quasi tutti i giorni, per dire; del mercato coperto, del pesce, di Imperia, mia città natale, non ne parliamo neanche: ci sono entrata per la prima voltà l’estate scorsa, sono da prendere a schiaffi.

Nei mercati all’estero invece entro più che volentieri. E sarà che il primo mercato in cui per forza di cose siamo entrati, per via del nostro itinerario, è stato il Mercat de la Bouqueria di Barcellona, l’entusiasmo è stato tale che da lì in poi siamo entrati e abbiamo vissuto tutti i mercati delle varie città che abbiamo attraversato.

Ecco allora, città per città, i mercati della Spagna del Sud che abbiamo esplorato.

  • mercat bouqueriaBarcellona

Colori, più che profumi e odori: il Mercat de la Bouqueria colpisce per i banconi zeppi di frutta, verdura varia e variopinta; per i peperoncini che pendono qua e là; per i formaggi e i salumi; per i pesci e i fritti. Ormai è diventato il punto di riferimento per lo streetfood e di conseguenza è diventato molto turistico rispetto anche solo a una decina di anni fa. Tuttavia non perde il suo fascino, complice l’architettura modernista nella quale è realizzato e la decorazione in ferro battuto sull’ingresso, anch’essa modernista. La struttura è comune ad altri mercati coperti spagnoli: il cuore del mercato è sotto una struttura in ferro che ospita la maggior parte dei banchi, organizzati in corridoi più o meno regolari; questo complesso si trova all’interno di una piazza porticata che è parte integrante del mercato e che ospita principalmente ristoranti. Il Mercat de la Bouqueria è centralissimo, lungo la Rambla.

Altro mercato di Barcellona è il Mercat di Sant’Antoni: una bellissima e grande struttura modernista, più defilata rispetto al centro, ma ugualmente molto apprezzato dai barcelloneti: è anzi un mercato meno turistico e ancora autentico, dedicato principalmente agli abitanti del quartiere. Nell’estate 2016 era in ristrutturazione, pertanto ahimè chiuso. Nelle vie limitrofe, però, era attivo un sostituto del mercato,costituito da due stand coperti, uno dedicato all’abbigliamento e uno al cibo. Abbiamo pranzato a base di pesce in un ristorante/tapas-bar proprio all’interno di questo mercato: un’esperienza molto valida!

  • pesce in vendita al mercato di Tarragona

    pesce in vendita al mercato di Tarragona

    Tarragona

Anche il mercato coperto di Tarragona era chiuso per restauri nell’estate 2016: si tratta anche in questo caso di un edificio risalente ai primi decenni del Novecento. E anche a Tarragona il mercato è stato montato lì accanto, in una tensostruttura nella quale dall’abbigliamento al cibo si trova tutto. Non è turistico: il mercato si trova fuori dal centro antico della città, anche se non dista poi molto dalla Rambla, la lunga arteria cittadina che giunge quasi al mare. Notevole la sezione di mercato dedicata al pesce. È stato, nel corso del nostro viaggio, il primo incontro con i mercati del pesce.

  • Valencia

A Valencia ci sono più mercati coperti. Noi siamo stati al Mercado Central, nel cuore del centro storico, a due passi dalla Lonja de la Seda (l’antica borsa del commercio di Valencia). Edificio davvero grande, con belle vetrate colorate che illuminano l’interno. Per la sua posizione, è decisamente turistico: prova ne è la disponibilità di wifi! Anche qui abbiamo pranzato, a base di pesce, in uno dei tapas-bar; abbiamo poi preso, non contenti, un assaggio di salumi, formaggi e olive in altri banchini all’interno.

  • Il mercado central di Valencia

    Il mercado central di Valencia

    Malaga

Nel cuore della città, a due passi dal centro storico, il mercato coperto di Malaga è un’elegante struttura in mattoni rossi. Tra frutta, verdura, pesce, carne e spezie varie, salumi e formaggi, anche questo mercato ha saputo attirare la nostra attenzione. Anche qui abbiamo pranzato, in effetti, tanto per non perdere l’abitudine. Anche questo mercato ha una sezione tapas-bar e risale ai primi decenni del Novecento.

  • Tarifa

Anche la piccola Tarifa ha il suo mercato coperto. Piccino, rimane nascosto tra le viuzze della città vecchia. È in due parti: uno spiazzo coperto sul quale affacciano poche svariate botteghine, di cibo e di abbigliamento, e a parte il mercato del pesce, con due bei banconi appositamente dedicati. A Tarifa e in generale in questa zona sull’Atlantico è molto praticata la pesca del tonno: un’attività davvero millenaria, come documentano gli scavi archeologici della vicina città romana di Baelo Claudia, sulla spiaggia di Bolonia.

  • Un tonno xxl sul banco del pesce nel mercato centrale di Cadice

    Un tonno xxl sul banco del pesce nel mercato centrale di Cadice

    Cadice

Concludiamo in bellezza: il mercato centrale di Cadice è una struttura coperta in muratura all’interno di una corte sulla quale si aprono piccole botteghine. L’interno è quasi tutto votato al pesce. Ma non pesce qualunque: i tonni più grossi del mondo, molluschi e crostacei mai visti (e mai mangiati) prima! Gli anemoni di mare, per esempio: lo sapevate che si possono mangiare fritti? Il merato di Cadice non è certo architettonicamente rilevante, niente a che vedere con gli edifici modernisti di Barcellona e Valencia, ma la sua bellezza sta nell’estrema varietà di pesci in vendita e in esposizione.

I mercati sono spesso i luoghi più autentici delle città: guardando la merce in vendita si capisce cosa si produce, cosa si mangia e cosa è tipico in ogni singola comunità. E se alcuni di questi ormai sono molto turistici, altri mantengono ancora la loro autenticità, e proprio per questo sono bellissimi. Osservare la merce, guardare com’è esposta, chiedere che cosa c’è sul banco e cercare di capire la risposta è parte integrante del viaggio. Viaggiare non è solo visitare monumenti e musei, ma è anche socialità. E cosa c’è di più sociale di un mercato?

Gamberoni in posa per una foto di gruppo al mercato del pesce di Cadice

Gamberoni in posa per una foto di gruppo al mercato del pesce di Cadice

Amo molto i mercati. E voi? Vi piacciono? Li inserite nei vostri itinerari? Parliamone nei commenti!

Visitare La Valletta in un giorno

A cosa serve avere un blog di viaggi e aver tanto viaggiato se poi non si aiuta chi ci chiede una mano o un consiglio?

Così scrivo questo post per mia sorella, che mi ha chiesto di prepararle un itinerario per girare a piedi La Valletta, la capitale di Malta.

Sono stata a Malta ormai 10 anni fa (uh mamma!): all’epoca non c’erano ancora gli euro, ma la moneta era la lira maltese. Rispetto all’epoca, invece, è rimasta la guida a sinistra, spauracchio di tutti coloro che non hanno mai guidato come gli Inglesi. Per ricostruire questo post sono dovuta tornare parecchio indietro nel tempo, con la memoria, aiutandomi con le mie foto dell’epoca, con il diario del mio viaggio e con il sito web di VisitMalta, l’ente del turismo maltese, autorità indiscussa e ottima fonte di informazioni verificate e attuali. Un aspetto che ho dovuto tenere in considerazione, per costruire questo post, è il mezzo di trasporto di mia sorella: arrivo al Terminal Traghetti e giro della città a piedi.

Pronti a scendere dalla nave al porto de La Valletta?

La Valletta ti accoglie così: una città gialla, del colore della pietra locale, adagiata al sole. Mentre la nave entra nella baia, noterete delle piccole coloratissime imbarcazioni, i Luzzu, con i loro occhioni portafortuna, che sono le tradizionali barchette dei pescatori. Sono una delle cose più caratteristiche dell’intera isola.

Malta

Panorama de La Valletta

La Valletta è una città barocca fondata dai Cavalieri di Malta nel XVI secolo, ed è concepita da subito come città fortificata. Solo nel 1800 diventa un protettorato inglese, ma questa dominazione influenzerà tantissimo la vita, le abitudini, la lingua stessa degli abitanti. Questa premessa è importante per capire alcuni aspetti della città, come i cannoni posti sul Saluting Battery, come gli Upper Barakka Gardens, come il forte di Sant’Elmo e la co-cattedrale di San Giovanni che accoglie ben due tele del Caravaggio. L’isola di Malta occupa una posizione strategica nel Mediterraneo, tra l’Africa e l’Italia, nel centro preciso del nostro mare. Chi ne avesse avuto il controllo avrebbe dominato i traffici commerciali e non solo tra le Colonne d’Ercole e l’Asia Minore. Non è cosa da poco. La nuova città, La Valletta, si sostituì, quale capitale, alla medievale Mdina, nella quale ancora si respirano atmosfere arabeggianti nelle architetture. La Valletta invece è una città europea, progettata a tavolino, secondo un reticolo di strade e di isolati tutti precisi e regolari.

Scendendo dalla nave al Terminal Traghetti, il Waterfront, la città vecchia, cuore di La Valletta, si trova alla vostra destra. Per raggiungerla, visto che è in posizione sopraelevata rispetto al mare, se vi muovete a piedi avete due opzioni: una strada piuttosto ripida in salita, oppure un ascensore stradale che al prezzo di 1 € a testa vi porta sopra le mura (accanto vi è una scala di 200 gradini, ma qualcosa mi dice che è la scelta sconsigliata). Qui vicino si trova The Saluting Battery, la terrazza dalla quale fin dal 1566, anno della fondazione di La Valletta, regola la giornata maltese sulla base di due colpi di cannone, uno a mezzogiorno e uno alle 16. Il luogo aveva in passato sia valore cerimoniale che di difesa (i cannoni non sono mai stati usati solo per bellezza). The Saluting Battery ha una posizione panoramica stupenda: guarda il Grand Harbour, il canale attraverso il quale passano le navi, e di fronte osserva Le Tre Citta, Vittoriosa, Cospicua e Senglea, ognuna sul suo promontorio, anch’esse risalenti al XVI secolo. Il costo del biglietto per visitare sia la terrazza che l’annesso museo è irrisorio: 2 € a persona (i bambini non pagano) più l’audioguida a 1 €. Annessi a The Saluting Battery vi sono gli Upper Barakka Gardens, giardini pubblici colonnati, luogo di svago e di ristoro, con una fontana centrale e belle aiuole fiorite, ombreggiati quanto basta per offrire un po’ di fresco nelle caldissime giornate estive (magari a novembre un po’ meno). Anche da qui si gode ovviamente una splendida vista sul Grand Harbour e sulle Tre Città.

La vista del Grand Harbour dagli Upper Barakka Gardens (sotto, la terrazza del Saluting Battery

La vista del Grand Harbour dagli Upper Barakka Gardens (sotto, la terrazza del The Saluting Battery)

Dagli Upper Barakka Gardens si può avviare l’esplorazione delle vie regolari del centro, nelle quali si alternano grandi palazzi, chiese, palazzine con i caratteristici balconcini decorati. La città sembra senza tempo, a qualcuno pare caotica, a qualcun altro estremamente romantica. In realtà si può camminare tranquillamente senza meta: il centro storico non è così grande e si ritrova senz’altro facilmente la via del ritorno al Waterfront, punto di partenza di questa esplorazione e ricco di localini, negozietti e baretti dove ristorarsi al termine del giro in città (a proposito, sorella, mi porteresti in cambio una Kinnie? È una bibita maltese, una specie di chinotto. Mi piacque tanto all’epoca!).

una delle torrette sulle mura di Forte Sant'Elmo

una delle torrette sulle mura di Forte Sant’Elmo

Tra i luoghi meritevoli da vedere è senza dubbio il Forte Sant’Elmo, simbolo della città e anzi della resistenza cristiana (dei Cavalieri di Malta) contro i Turchi Ottomani. Il Forte, costruito per difendere Malta proprio in funzione antiottomana, fu assediato e assaltato dai Turchi nel 1565. I Cavalieri di Malta impegnati nella difesa resistettero fino alla morte. Il Forte capitolò, ma la battaglia decisiva fu vinta alla fine dai Cristiani. Ecco che gli Ottomani furono cacciati e La Valletta fu costruita ex-novo e il Forte fu reinnalzato e ancor più potenziato. Le sue torrette di guardia caratteristiche, che sbucano dalle grossa mura sono piccole cellette dalle quali i soldati controllavano l’ingresso al porto.

Ma ritorniamo nell’interno della città. La concattedrale di San Giovanni è la chiesa più importante de La Valletta e una delle più importanti di Malta. Dedicata a San Giovanni, fu costruita per volere dell’Ordine dei Cavalieri di Malta, che sono devoti proprio a San Giovanni Battista. In stile barocco, ciò che colpisce del suo interno (e che ricordo ancora a distanza di anni!) è il suo pavimento in marmi intarsiati che copre le sepolture di alcuni illustri Cavalieri dell’Ordine di Malta. A impreziosire ulteriormente la chiesa è la presenza di ben due grandi dipinti di Caravaggio, dedicati al Santo (uno di essi è proprio la decollazione del Battista) e commissionati dai Cavalieri proprio per questo loro importante luogo di culto. I due Caravaggio, però, non si trovano nella navata, ma nell’attiguo Oratorio. Per visitare la Concattedrale di San Giovanni occorre pagare un biglietto di 6 € a testa, nel quale è compresa l’audioguida che aiuta nella comprensione del monumento.

La barchetta tradizionale maltese, il luzzu, è coloratissima e con due occhi portafortuna

La barchetta tradizionale maltese, il luzzu, è coloratissima e con due occhi portafortuna

La visita della chiesa merita davvero per capire meglio La Valletta e la storia di Malta, isola che deve molto alla presenza dei Cavalieri, che ne hanno plasmato le città e i porti, e che hanno portato un’influenza europea in una terra che per sua natura e geografia è da sempre un meltin pot di culture, di genti, di naviganti. Una storia antichissima che comincia ben prima delle Piramidi, tra l’altro, e di cui qualcosa si può conoscere al National Museum of Archaeology: i primi abitanti di Malta costruirono grandi templi megalitici, ovvero in grandi massi di pietra, che sono unici nel loro genere in tutto il Mediterraneo. Adoravano la Grande Madre e i propri defunti, costruivano complessi grandissimi con tecnologie che ci risultano ancora sconosciute e che certo dovettero impiegare grandi masse di uomini per anni e anni. Testimonianze di questi grandi templi si trovano ancora a Malta, anche a poca distanza da La Valletta, lungo la costa e nell’interno, e anche sull’isola di Gozo. Hanno superato i millenni e ci raccontano ancora oggi di quanto questa piccola isola sia sempre stata speciale.

Dall’Italia alla Spagna, i luoghi di Cristoforo Colombo

12 ottobre 1492 – scoperta dell’America. Cristoforo Colombo, l’ammiraglio più sfortunato del suo tempo, e più fortunato della storia, approda su un continente sconosciuto. Lui voleva trovare le Indie navigando verso Ovest convinto, giustamente, che se la terra è tonda, navigando in direzione opposta si arriva comunque a destinazione. Peccato, poveraccio, che non avesse considerato di incappare, nel bel mezzo della navigazione, in un altro continente. E bello grande, tra l’altro.

Il ritratto di Cristoforo Colombo realizzato postumo, nel 1520 da Ridolfo del Ghirlandaio, è esposto al GALATA Museo del Mare di Genova

Il ritratto di Cristoforo Colombo realizzato postumo, nel 1520 da Ridolfo del Ghirlandaio, è esposto al GALATA Museo del Mare di Genova

La storia della scoperta dell’America è nota. Cristoforo Colombo, genovese di origine, va dalla regina di  Spagna Isabella di Castiglia a proporre un affare commerciale incredibile: se le grandi potenze europee cercano sempre nuove rotte per raggiungere più in fretta le Indie e vogliono fondare sempre nuovi fondaci e nuovi empori, la Spagna non può essere da meno e può fare una cosa fuori del comune: navigare in direzione opposta agli altri. Circumnavigare l’Africa è un’impresa lunghissima e pericolosa, mentre navigare verso Occidente può essere l’idea del secolo! I sovrani di Castiglia si fanno convincere: la proposta è talmente out of the box che li convince. Così Colombo arma tre caravelle e parte alla volta dell’Occidente per arrivare in Oriente. Il resto è storia. Colombo è convinto fino in fondo di aver trovato le Indie, ma nel frattempo altri navigatori finanziati da altri regni europei partono e capiscono che non sono le Indie quelle in cui si è imbattuto il Genovese. Il fiorentino Amerigo Vespucci per primo dà nome alle Americhe, e da lì in poi ha il via un’intensa stagione di grandi esplorazioni geografiche.

Genova, Barcellona e Siviglia sono le tre città del Mediterraneo in cui incontriamo Cristoforo Colombo. A Genova Cristoforo Colombo nacque, e la sua casa natale si trova ancora lì all’ingresso della città antica, vicino a Porta Soprana; a Barcellona un’immensa colonna vicino al porto indica la direzione delle Americhe; a Siviglia, in Cattedrale, vi è la tomba del più importante navigatore di tutti i tempi.

Genova – Casa di Colombo

La casa di Cristoforo Colombo a Genova. Credits: irolli.it

La casa di Cristoforo Colombo a Genova. Credits: irolli.it

Piccolina, dimessa, si nota a malapena questa piccola abitazione in pietra a ridosso di Porta Soprana, la porta medievale che con le sue due torri immette da Piazza Dante, centro della città novecentesca, al centro storico scendendo verso piazza delle Erbe da un lato e il duomo di San Lorenzo dall’altro. Le fonti dicono che si tratta davvero della casa in cui il giovane Cristoforo trascorse l’adolescenza, appena al di fuori delle mura medievali, accanto alla chiesa e al chiostro di Sant’Andrea. La casa così com’è è una ricostruzione settecentesca rimaneggiata ulteriormente ai primi del Novecento. Fu bombardata nel XVII secolo dalla flotta francese per volontà di quel simpaticone del Re Sole. La chiesa di Sant’Andrea fu distrutta invece ai primi del Novecento. L’elegante chiostro, così piccolo e amato dalle coppiette di adolescenti, non ha dunque nulla a che vedere con la casa di Colombo, semplicemente si tratta di due monumenti vicini. La casa di Colombo è visitabile e non può mancare in un tour della città che fu importante Repubblica Marinara, la Superba. Colombo, in fondo, è figlio della città che lo ha generato. E un po’ di sano orgoglio i Genovesi ce l’hanno, lasciatemelo dire.

Il monumento a Colombo a Barcellona. Foto di Francesca B.

Barcellona, monumento a Colombo. By Francesca B.

Barcellona – Monumento a Colòn

In fondo alla Rambla, dove iniziano la darsena e il porto, un’altissima colonna si para davanti alla vista. Alla sua base una serie di statue, poi la colonna vera e propria e infine la statua di Cristoforo Colombo, alta 7 m, indica con un braccio un luogo lontano. Mi piace pensare che indichi le Americhe, anche se forse non è vero. Il monumento fu realizzato per l’esposizione universale del 1888 ed è  impressionante camminare ai suoi piedi. È un punto di riferimento notevole tanto che un occhio ben allenato lo può riconoscere addirittura dai punti panoramici di Park Güell, l’immenso parco creato da Gaudì alle spalle di Barcellona. Dal monumento inizia poi la passeggiata lungomare, il Passeig de Colon, appunto. In passato vi è stato chi credeva che Colombo fosse di origine catalana e non genovese: ecco spiegato (almeno in parte) il perché di questo monumento.

Siviglia – Tomba di Cristoforo Colombo

La tomba di Cristoforo Colombo nella Cattedrale di Siviglia

La tomba di Cristoforo Colombo nella Cattedrale di Siviglia

Cristoforo Colombo, lo scopritore dell’America, è seppellito all’interno della Cattedrale di Siviglia. Maggior riconoscimento la Spagna non avrebbe potuto dargli. Colombo viveva a Siviglia quando propose a Isabella di Castiglia la sua impresa, e a Siviglia ritornò e trascorse gli ultimi anni della sua vita, tra un viaggio e l’altro verso le Indie. Morì a Valladolid, ma siccome aveva lasciato come estrema volontà quella di essere seppellito a Santo Domingo, fu portato nei Caraibi e nel 1796 trasferito a Cuba. Da qui rientrò in Spagna nel 1899 e gli fu decretato un grande monumento sepolcrale all’interno della Cattedrale di Siviglia. Il monumento, realizzato da Arturo Mélida, è costituito da 4 uomini armati con gli emblemi dei 4 regni di Spagna Castiglia, Leon, Aragona e Navarra, che trasportano la bara del navigatore. Il significato è chiaro: la Spagna tutta deve a quest’uomo, alla sua idea e alla sua impresa, il merito per essere diventata da lì in avanti la più grande potenza europea nelle Americhe. La colonizzazione dei Caraibi e del Sud America non sarebbe stata possibile se Colombo per primo non vi fosse arrivato, battendo sul tempo le flotte navali di tutti gli altri regni europei impegnati nei commerci con le Indie. La Spagna seppe trasformare l'”errore” di Colombo in una risorsa e le altre nazioni europee poterono solo arrivare seconde nell’impresa delle esplorazioni geografiche. Il monumento, solenne ed elegante, è quindi un ringraziamento sentito a quest’uomo che, con la sua idea balzana, cambiò le sorti del mondo.

La Virgen de los Mareantes nel Real Alcazar di Siviglia

La Virgen de los Mareantes nel Real Alcazar di Siviglia

A Siviglia, nel Real Alcazar, nella Sala delle Udienze, nell’ala più moderna dell’edificio che fu palazzo reale sin dall’età araba e che mantenne il suo ruolo anche parecchi secoli dopo, in età cristiana, un dipinto racconta proprio l’importanza che le esplorazioni geografiche ebbero per la Spagna: la Virgen de los Mareantes, del XVI secolo, rappresenta la Madonna che accoglie sotto il suo mantello i vari navigatori ed esploratori che da Colombo in avanti contribuirono a scoprire nuove rotte commerciali e nuove terre, ampliando a dismisura i possedimenti spagnoli nel Nuovo Continente; al di sotto c’è il mare nel quale navigano caravelle e altre imbarcazioni dell’epoca, mentre sui lati i santi Sebastiano, Giacomo, Telmo e Giovanni Evangelista completano e assistono alla scena.

Città romana vista mare: la straordinaria Baelo Claudia

Capirai che novità: l’uomo ha sempre costruito città sul mare; nel Mediterraneo, poi, i nostri antenati greci e romani si sono dati da fare e spesso molte città antiche sono sopravvissute fino a noi. Spesso.

Poi, ci sono città che invece sono state abbandonate nel corso della storia, sono scomparse, sono state dimenticate. Al loro posto la spiaggia ha preso il sopravvento e solo in tempi recenti sono state riportate alla luce, con il loro carico di storia e di bellezza.

Vi parlo di Baelo Claudia, antica città romana di Spagna, prima città sull’Atlantico, poco oltre le Colonne d’Ercole. Eh già, siamo a pochi km da Tarifa, la cittadina sullo Stretto di Gibilterra. Città che probabilmente è un po’ l’erede di Baelo Claudia.

Baelo Claudia: città romana vista mare sulla spiaggia di Bolonia

Baelo Claudia: città romana vista mare sulla spiaggia di Bolonia

Siamo sulla spiaggia di Bolonia, battuta dai venti e dai kitesurfers, una delle spiagge più belle della zona di Tarifa. Alle spalle della spiaggia si innalzano le colonne del foro, la piazza principale della città antica. Ma andiamo con ordine.

baelo claudiaBaelo Claudia viene fondata nel I secolo d.C. dall’imperatore Claudio che ne coglie le potenzialità come centro di pesca e produzione di derivati del tonno. Sulle tavole dei Romani dell’impero non doveva mai mancare il garum, una salsa di pesce con la quale condivano le loro pietanze. Baelo Claudia era uno dei maggiori centri di produzione. Fu monumentalizzata, e accanto agli opifici per la produzione della salsa e per la lavorazione del pesce (tutti documentati da scavi archeologici), sorsero edifici degni di una città imperiale: la basilica nel foro, il triplo tempio dedicato alla Triade Capitolina (Giove, Giunone e Minerva), il teatro, le terme e, affacciate sulla viabilità principale, una serie di botteghe. La vocazione commerciale della città era grande, tanto che vi era una grande piazza del mercato sulla quale nuovamente affacciavano le botteghe, un po’ come il Piazzale delle Corporazioni di Ostia Antica.

Passeggiare per la città romana, calpestare il basolato antico, risalire sino al teatro e passeggiare davanti al tempio è una bellissima sensazione. Muri e colonne ci raccontano di una città che come tante altre del mondo antico ebbe un suo sviluppo, una sua vita, ebbe abitanti che andavano a fare acquisti al mercato, a lavarsi alle terme, a vedere gli spettacoli nel teatro e a offrire sacrifici agli dei nei templi. La peculiarità di questa città sta però, proprio nelle sue officine di produzione di questo garum che tanto piaceva ai Romani e che a noi invece fa accapponare la pelle, e che ci racconta di un’attività economica, la pesca dei tonni, che si pratica oggi, dopo 2000 anni e più. Il piccolo museo che introduce all’area archeologica racconta proprio di questa risorsa sfruttata da millenni, che ancora oggi si ritrova nei mercati del pesce di Tarifa e di Cadice, nelle industrie che producono derivati del pesce qui nella zona. Rispetto ad oggi, ecco, forse i Romani non praticavano il surf. Ma questi sono dettagli.

Il tempio capitolino di Baelo Claudia

Il tempio capitolino di Baelo Claudia

La vista dall’area archeologica verso il mare è spettacolare: le colonne che si innalzano e si stagliano contro il blu dell’acqua e l’azzurro del cielo disegnano un quadro bellissimo, di quelli che non si dimenticano facilmente. Lo stesso territorio circostante, che gravita sul villaggio di Bolonia, è sospeso nel tempo: intorno sono pascoli di mucche e capre, e non è così inconsueto ritrovarsi una mucca a ruminare per la strada mentre si scende al mare. Baelo Claudia racconta quindi la storia del suo territorio e della sua economia. Bolonia non è solo una spiaggia. È un luogo vivo e carico di storia.

Valencia, la cattedrale e il Santo Graal

Il Santo Caliz è il Santo Graal e si trova a Valencia

Il Santo Caliz è il Santo Graal e si trova a Valencia

Ho visto (ancora una volta) di recente in tv Indiana Jones e l’ultima crociata, che della saga è in assoluto il mio preferito. Come tutti sapete il film è dedicato alla ricerca del Santo Graal che Jones padre e figlio trovano a Petra. Naturalmente è tutta un’invenzione di Spielberg, ma è vero che il santo Graal è una delle reliquie più controverse e ricercate della storia e della letteratura (in tempi moderni anche il Codice Da Vinci di Dan Brown ha a che fare con il sacro calice di Cristo). La sua storia si mescola con la leggenda, tanto da far dubitare della sua stessa esistenza.

Però.

Il soffitto della cappella del Santo Caliz

Il soffitto della cappella del Santo Caliz

Però io il santo Graal l’ho visto. A Valencia, in una bellissima cappella gotica della Cattedrale della città, mi sono imbattuta nel Santo Caliz: una coppa di agata incastonata in un calice d’oro che la impreziosisce. Perché il Graal non può essere un bicchiere qualunque. E il Graal di Valencia è davvero prezioso. Il sacro calice viene datato al I secolo a.C., quindi all’incirca dell’epoca di Cristo, ed è proveniente da Antiochia, città dell’Asia Minore non troppo distante dalla Palestina.

L’arrivo del Caliz a Valencia si perde indietro nel tempo tra leggenda e dati storici. Secondo la tradizione spagnola, il suo arrivo a Roma sarebbe da attribuire all’apostolo Pietro, mentre il suo arrivo in Spagna è merito di San Lorenzo Martire, che era originario della città spagnola di Huesca. Dopo alterne vicende, il Graal nella prima metà del Quattrocento è a Valencia. Non lascerà mai più la Cattedrale della città, se non durante l’occupazione napoleonica della Spagna e durante la Guerra Civile Spagnola (la mia fonte per la storia del graal è questo post di Fashionfortravel).

La cappella del Santo Caliz nella cattedrale di Valencia

La cappella del Santo Caliz nella cattedrale di Valencia

La cappella del Santo Caliz si trova a destra entrando nella cattedrale di Valencia. Un ambiente quadrangolare, un po’ buio, che certo induce al rispetto e alla devozione, con un soffitto ornato da costolature che disegnano una stella, mentre la piccola teca che custodisce il Graal si trova in un’ampia nicchia al centro della parete di fondo, che è decorata con sculture e rilievi che rappresentano gli Apostoli, la Vergine che sale in cielo e scene dell’Antico e del Nuovo Testamento. Personalmente, anche se per me il Graal è un oggetto mitologico più che una reliquia, sono rimasta molto colpita dalla cappella e dal Caliz: ho percepito comunque l‘importanza del luogo e la sua sacralità, e sarei rimasta in contemplazione a lungo.

La navata della cattedrale di Valencia

La navata della cattedrale di Valencia

La cattedrale di Valencia è un gioiello composito di stili e di epoche. Innanzitutto è la ex moschea, risalente alla dominazione moresca della Spagna; quando il re Jaume I riconquistò la regione, nel 1238 dedicò la cattedrale a Santa Maria. La chiesa poi si accrebbe e si modificò nel tempo: sul circuito esterno appaiono portali romanici, gotici e l’incredibile facciata che è una commistione di stili. L’interno, molto arioso e luminoso, è dominato dietro l’altare da un’immensa pala con dipinte le storie di Cristo.

Porta de los Hierros, la facciata principale della cattedrale

Puerta de los Hierros, la facciata principale della cattedrale

Dietro l’altare, vi è un camminamento sul quale affacciano le varie cappelle, tra cui quella della Madonna del parto, sotto una volta a ombrello stellata dalla quale affacciano gli angeli. Molto scenografica. Nella sacrestia della cattedrale sono esposte, tra le varie opere, due dipinti di Francisco Goya, che arricchiscono ulteriormente il valore artistico di questo monumento.

Passeggiando intorno alla cattedrale di Valencia... lato Arcidiocesi

Passeggiando intorno alla cattedrale di Valencia… lato Arcidiocesi

Il campanile della cattedrale, il Miguelete, è l’altra attrazione della chiesa: salendo in cima si gode il panorama della città. Ma un giro intorno alla cattedrale è altrettanto illuminante: innanzitutto, osservando la facciata alta e stretta, veniamo a scoprire che l’attuale Plaza de la Reina è un’invenzione recente, mentre un tempo vi era un quartiere di palazzi e solo una stretta via si dipartiva dalla cattedrale. Girando sul fianco della cattedrale, si incontra il palazzo dell’Arcidiocesi, elegantissimo, in pietra.

Dietro, nel pavimento in vetro della piazza retrostante, si trova l’area archeologica dell’Almoina, che risale indietro nel tempo fino alla Valencia di età romana. Infine, si raggiunge la Plaza de la Virgen, dominata dalla fontana raffigurante il Rio Turia, il fiume di Valencia, nelle sembianze di un giovane nudo semisdraiato. Da qui parte Carrer Dels Cavallers, la lunga via diritta che ospita grandi palazzi gotici e cinquecenteschi e, oggi, ristorantini e locali dove passare la serata. Altrimenti, uscendo dal portale principale della chiesa, la Puerta de los Hierros, e percorrendo tutta Plaza de la Reina, si arriva fino a Plaça de Santa Caterina, dove vi aspetta la merenda a base di orchata. Ma questa è un’altra storia, che vi racconterò in una prossima puntata.

Plaza de la Virgen, fontana del Rio Turia

Plaza de la Virgen, fontana del Rio Turia

Alicante, Barrio Santa Cruz

Alicante, Barrio Santa Cruz

Alicante, Barrio Santa Cruz

Non puoi dire di essere stato ad Alicante se non passeggi per il Barrio Santa Cruz.

Si tratta di un quartiere totalmente a sé della città, in alto, appena al di sotto del Castillo di Santa Barbara. Questo è l’antica fortezza moresca occupata poi dagli Spagnoli cristiani e riconvertita in castello cattolico. Una grande bandiera gialla e rossa orgogliosamente ricorda che siamo in territorio spagnolo.

Il Barrio Santa Cruz è un quartiere piccolo e suggestivo della città vecchia, la quale a sua volta era la città fortificata degli Arabi; siamo dunque all’interno del nucleo storico più antico della città, che ancora è chiamato Villa Vella. E qui, vuoi per il pendio ripido, vuoi per la difficoltà di realizzare grandi strade, non è arrivato nulla dell’architettura moderna dei grandi palazzi della città bassa.

Poche stradine che salgono, sulle quali affacciano, da un lato e dall’altro, case di abitazione piccole, bianche, con le facciate decorate da finestre e vasi di fiori coloratissimi e vivaci. Su ogni casa è indicato il nome del proprietario: questa è casa di Maria, quella di Pedro, quell’altra di José. Stupendo. Sembra di essere in un pueblo sudamericano oppure su un’isola greca. Invece no, siamo in un angolo di Spagna mediterranea.

Il Barrio Santa Cruz ad Alicante

Il Barrio Santa Cruz ad Alicante

Noi siamo arrivati al quartiere dal retro, iniziando la risalita che porta al Castillo di Santa Barbara. Il Castillo in realtà è costituito da una lunga fortificazione che percorre tutta la sommità dell’altura, l’Alcazaba, e poi dal castello vero e proprio.

Le casette di Barrio Santa Cruz

Le casette di Barrio Santa Cruz

Il Barrio Santa Cruz si dispone a mezza costa al di sotto dell’Alcazaba moresca. Essendo un quartiere abitativo, non troverete né tapas bar, né ristoranti né alcuna attività ricettiva, solo case di abitazione i cui proprietari stanno tranquillamente seduti in mezzo alla strada. Quartieri ancora così “puri” se ne trovano pochi all’interno delle città moderne, e per questo mi colpisce ritrovarmici qui, ad Alicante.

Arrivando sul lato mare, poi, il quartiere sbuca in uno spiazzo dal quale, volendo, si ridiscende verso la città bassa. Siamo nel Parque de la Ereta, un bel percorso nel verde, tra alberi, fiori, acqua e terrazze digradanti che assecondando il pendio ci riportano verso il basso, fino alla Basilica di Santa Maria, un edificio gotico che consacra definitivamente la città ai Cristiani, dopo la cacciata dei Mori. La Ereta è un giardino molto ben congegnato: una passeggiata piacevole tra i fiori lilla di pawlonia, all’ombra della rocca su cui sorge il Castillo di Santa Barbara. Ed è passeggiando in questo settore della città che se ne apprezza la storia, guardando là davanti a noi, lo specchio argentato del mare.

Il Castillo Santa Barbara visto dal Parque de la Ereta

Il Castillo Santa Barbara visto dal Parque de la Ereta

Ma il bello del Barrio Santa Cruz, che nessuna descrizione può dare, è l’effetto che ti fa non appena vi metti piede. Sai quando dici “Stupendo!” e non ti capaciti di essere in un posto simile? Ecco, appena ho messo piede in questo quartiere, e ho visto le sue casette bianche decorate con azulejos e vasi di fiori ho pensato che queste viuzze non c’entravano nulla col resto della città, eppure erano la sola cosa della città che meritasse vedere. Più tardi, nella città bassa, ho corretto il mio giudizio a favore di Alicante, e già la discesa del Parque de la Ereta col suo tappeto di fiori lilla aveva contribuito, ma il Barrio Santa Cruz si è meritato un posto speciale nel mio cuore.