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Dignano: tra olio, murales e case di pietra

Dignano è difficile da definire. Nonostante sia un borgo tutto sommato piccolo, è davvero complesso individuarne l’essenza. Ha più personalità che si presentano a te, viandante, una dopo l’altra. Tuttavia non riesci a capire quale sia preponderante sull’altra.

Siamo nella parte meridionale dell’Istria, a pochi km da Pola, nell’interno, in una bella pianura coltivata a olivi, dove leggiamo la tradizione nelle casite, o kazun: costruzioni di pietra che somigliano alle caselle dell’entroterra ligure, ai trulli pugliesi, o ancora ai bories provenzali: ricoveri per attrezzi, per animali e contadini, ultime rimanenze di un passato rurale di cui per fortuna si conserva il ricordo e che anzi in paese è oggetto di didattica per le scuole. L’educazione al proprio patrimonio culturale, inteso come tradizioni e identità locale sono portate avanti dall’Ecomuseo di Dignano. Una realtà importante in un posto come questo.

Appena fuori da Dignano si trova una piccola area cintata con la ricostruzione di una casita. Entrando nel borgo, invece, la prima cosa che notiamo è un frantoio in attività: siamo nel pieno della raccolta delle olive: il momento esatto in cui i frantoi sono in funzione.

Ricostruzione della casita, appena fuori da Dignano

Dignano è un curioso mix di antico, forse meglio sarebbe dire di vecchio, e di ribelle. Così le fiancate di alcune case sono sgargianti per i colori degli streetartist, e contrastano con la casetta accanto, piccola, in pietra, poco meno che pericolante. Basta già solo questo per farmi innamorare.

Streetart a Dignano

Murales si trovano sparsi un po’ ovunque in paese: sotto un passaggio voltato c’è un’orchestrina accompagnata da uno scheletro: fa molto funerale a New Orleans o forse, come noto anche in altri murales del paese, c’è una tendenza al ricreare atmosfere oniriche. Il borgo ha rischiato a lungo di diventare un borgo fantasma. Forse i murales riflettono proprio su questo.

Streetart a Dignano

Sulla piazza principale di Dignano affacciano gli edifici più importanti: il municipio, rosso fiammante, la Casa degli Italiani, anch’essa una bella palazzina in architettura veneziana; dall’altro lato della piazza, invece, dove inizia il centro storico, si trovava l’edificio in pietra del castello. Che fu demolito in parte all’inizio dell’800 per ripavimentare e ingrandire la piazza: un’iscrizione datata al 1488, ma di reimpiego, ricollocata sull’edificio in pietra, ci dà la cifra dell’antichità di questi luoghi.

Il centro storico di Dignano

Da qui in avanti, Dignano subisce una trasformazione: tutte le case sono in pietra, con muratura a vista e pareti che spanzano visibilmente verso l’esterno: avrebbero tutte bisogno di manutenzione e invece nessuno se ne preoccupa, anzi, sui tetti le antenne satellitari ci dicono che comunque ciò che conta c’è, arriva, che altro potrebbe servire?

Il centro storico di Dignano

Tra gatti ruffiani che si strusciano e panni stesi tra una finestra e l’altra giungiamo alla piazza davanti al duomo di San Biagio, la chiesa più grande dell’Istria. Non ne visitiamo il museo delle reliquie (che pare essere in realtà piuttosto importante nella regione), per cui non vedremo né la spina della corona di Gesù, né un pezzo di velo della Madonna, né una scheggia della croce di Gesù. Queste, oltre alle reliquie di San Biagio, sono il prezioso tesoro che questa chiesa ospita.

Preferiamo continuare ad esplorare il borgo, infilarci nelle stradine a scovare i murales. Ma ciò che più colpisce la mia immaginazione sono gli slogan comunisti dipinti di rosso sulle pareti intonacate di alcuni edifici. Danno un’aria nostalgica a tutto il borgo.

Slogan “comunisti” dulle pareti delle case di Dignano

Dignano ha tante anime. Nostalgica, per via proprio dei suoi slogan comunisti, fricchettona, per via dei murales (che peraltro sono recenti, realizzati durante il Boombarstick festival di Dignano, a partire da pochi anni a questa parte), un po’ trasandata, e lo vedi nel guano di piccione che crea veri e propri strati scivolosi sul selciato e nelle case abbandonate del centro storico, ma orgogliosa del suo passato e delle sue tradizioni, e il lavoro che l’Ecomuseo fa con i ragazzi del posto, alla riscoperta della casita e dell’olio ne è la dimostrazione.

Dignano va scoperta, e probabilmente va vissuta. Io sono contenta di averne colto queste anime così diverse eppure così complementari. E forse di tutta l’Istria è il borgo che mi è piaciuto di più.

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Pirano: alcune informazioni pratiche (per non farsi spennare)

Pirano: semplicemente deliziosa. È semplicemente sublime godersi il tramonto sul lungomare, con il cielo che si incendia e il mare che si tinge di viola. Il mio impatto con Pirano è stato proprio questo: arrivare al tramonto per dormirci la notte.

Ecco. Se volete un consiglio, non fate come me.

Qui di seguito vi fornisco alcune informazioni pratiche, basate sulla mia esperienza personale, per godervi Pirano in maniera low cost. A me nessuno mi aveva avvisato (effettivamente non mi ero informata), e il risultato è stato che ho speso un sacco di soldi che avrei potuto risparmiare se mi fossi comportata diversamente. Cioè se non avessi deciso di arrivare a Pirano in serata e pernottarvi.

Perché? Ve lo spiego subito:

Il parcheggio

Il parcheggio a Pirano non è vicino al borgo: in centro possono accedere solo pochissimi abitanti con permessi speciali; altri abbonati possono parcheggiare in un parcheggio appena fuori dal lungomare al livello della spiaggia. Per tutti gli altri il parcheggio è a Fornaci, quasi in cima al promontorio dal quale discende la strada che conduce al livello del mare.

Per la verità il parcheggio in cima al promontorio è su 7 livelli che arrivano fino al livello del mare. In ogni caso è un parcheggio differente da quello riservato agli abbonati. Una giornata di sosta, che scatta dalle 10 ore in poi, costa 17 €. Un po’ tanto se vogliamo sommare questa spesa al costo di un pernottamento.

la piazza principale di Pirano con i suoi bei palazzi veneziani

Dal parcheggio si raggiunge il centro a piedi (una lunga passeggiata!) oppure con la navetta gratuita (se dio vuole) che dal piano più basso del parcheggio, quindi al livello del mare, conduce nella grande piazza con cui il centro di Pirano dà il benvenuto a chi arriva.

Il mio consiglio è, quindi, quello di visitare Pirano durante il giorno: eviterete di spendere i 17 € di parcheggio, e pagherete solo la tariffa oraria, come in qualsiasi altro parcheggio di altra città al mondo. Altrimenti la soluzione più economica è prendere un autobus dalla vicina Izola: così il problema auto è risolto.

Pirano al crepuscolo

L’altro motivo per cui non consiglio di pernottare è l’esperienza negativa che abbiamo avuto. Non per la sistemazione in sé, un appartamentino molto piccolo ma confortevole in pieno centro, ma per il trattamento economico. Avevamo infatti prenotato con Booking.com trovando un’offerta molto conveniente: 40 €. Peccato però che al saldo, tra tasse di soggiorno (ci siamo poi informati: 2.50 € a persona) e altre spese che non ci sono state chiarite perché il proprietario non parlava un grande inglese e ci ha mostrato su smartphone una ricevuta in sloveno, siamo arrivati a spendere 55 €! Per carità, non è tantissimo considerata la media dei pernottamenti anche e soprattutto in Italia, ma non è stato un comportamento onesto. E questo, sommato ai 17 € del parcheggio ci ha dato l’idea di una cittadina non proprio conveniente, ecco.

Va da sé che una rondine non fa primavera e che quindi non è detto che tutti dobbiate avere esperienze di questo tipo a Pirano. Però, ecco, questa vicenda mi ha convinto del fatto che non ci pernotterò più, proprio onde evitare spese inutili.

Il porticciolo di Pirano al tramonto

Detto questo, Pirano è un grazioso angolo di paradiso proiettato sul mare Adriatico. A pochi km da Izola e ancora meno da Portorose, è un borgo molto caratteristico. L’impronta veneziana è ben evidente nei bei palazzi della piazza principale, mentre il borgo si dispone in salita fino a culminare sulla sommità da cui la chiesa domina il panorama. Un borgo fatto di viuzze buie e strette, con palazzi alti addossati gli uni agli altri. Il lungomare che conduce al borgo è una bella passeggiata affacciata sul porto, nel quale ormeggiano piccoli pescherecci e barchette. Oltre la grande piazza il lungomare prosegue con una serie di localini e ristorantini affacciati sull’acqua. L’impressione è quella di un borgo quieto e calmo, che si gode il sole con le belle facciate bianche della grande piazza principale. Su di essa, poi, affacciano alcuni bar e locali: d’estate dev’essere piena di gente, in questa stagione, invece, l’atmosfera è più rilassata. E forse è proprio questo periodo dell’anno il momento migliore per godersi Pirano.

Un viaggio più a Est del Nordest: Trieste, la costa slovena e l’Istria

L’Istria: da tempo volevo andarci. Pur non sapendone molto e conoscendone alcuni aspetti perlopiù archeologici, ero però attirata da questa terra. Così, quando per fine ottobre si sono liberati dei giorni non ho avuto dubbi: andiamo! E siamo partiti. Quattro giorni, non tantissimi, ma sufficienti per scoprire una terra ricca di sorprese, e non così diversa dalla nostra.

Vi racconto l’itinerario del nostro viaggio che da Trieste ci ha condotto in Slovenia e poi in Croazia, alla scoperta dell’Istria.

Giorno 1: Trieste

Partendo da Firenze la mattina, Trieste ci accoglie precisa per l’ora di pranzo. Mangiamo allo storico Buffet da Pepi, in piazza della Borsa, esploriamo la città risalendo il colle San Giusto che racconta orgogliosamente il passato romano e poi medievale del capoluogo friulano e da cui si gode una magnifica vista sul Golfo. Metteteci anche le accesissime siepi rosse per l’autunno: Trieste è una coloratissima città di mare, un po’ in salita, e dal passato radioso. La splendida basilica paleocristiana, con i suoi mosaici dorati, poi, lascia davvero senza fiato. Ma lo spazio più bello per me resta la splendida piazza dell’Unità d’Italia, di fronte al mare. Questa è stata il nostro punto di partenza e il nostro punto di arrivo del tour cittadino. Qui ci meritiamo un caffé allo storico Caffé degli Specchi. Infine, ci rechiamo alla Risiera di San Sabba. Perché viaggiare non è solo svagarsi e divertirsi, ma anche riflettere sul nostro passato, sulla storia e sugli orrori che l’Umanità può commettere. Nel campo di concentramento della Risiera, al tramonto, concludiamo la visita della città.

Piazza dell’Unità d’Italia a Trieste

Per scoprire la città con il nostro itinerario di un giorno leggi qui: Visitare Trieste in un giorno

Per dormire ci spostiamo a Muggia, un piccolo borgo di pescatori poco distante da Trieste e posto proprio di fronte al grande porto mercantile. Qui ceniamo in un ristorantino, la Teresa, a base di pesce, ovviamente. Domani passeremo il confine e sono molto emozionata.

Giorno 2: Slovenia

Dedichiamo la mattina all’esplorazione del piccolo borgo di Muggia: è vero che è un porticciolo affacciato sul mare, ma il borgo risale una piccola collina fino a culminare in un poderoso castello da cui si domina la vista sul Golfo di Trieste dalla parte opposta rispetto al panorama che contemplavamo ieri. Le barche di pescatori in rada e un anziano pescatore che risistema le reti mi danno la sensazione di un luogo senza tempo e senza fretta, dove è bello sostare un pochino.

Il borgo di pescatori di Muggia

Riprendiamo invece la macchina e attraversiamo il confine con la Slovenia seguendo la strada in collina che passa da Muggia Vecchia, dove si trova il cimitero e l’antico insediamento dell’età del Ferro. Quando passiamo la frontiera siamo accolti dal vecchio casello della dogana, vuoto ma mai smantellato, a memoria di un tempo, neanche troppo lontano, in cui le frontiere esistevano. Oggi invece la Slovenia non solo è parte dell’UE, ma ha anche l’euro, che per noi è un gran vantaggio.

Izola

In Slovenia puntiamo diritti a Izola, dove abbiamo un appuntamento. Per questo dedichiamo la visita del centro storico, sul mare, al pomeriggio. Izola ha un bel porticciolo, alcuni localini e ristoranti sul mare, e la piazza con la chiesa che immette nelle viuzze del borgo antico. Non è particolarmente entusiasmante: forse d’estate si anima di più. In ogni caso notiamo il palazzo della Scuola di musica, con le inferriate delle finestre tutte magnificamente rifinite. Completato il giro, puntiamo verso Pirano, dove passeremo la notte.

Izola, vista panoramica

Pirano

A proposito di Pirano, col senno di poi vi sconsiglio fortemente di fermarvi per una notte, soprattutto se viaggiate in macchina. Occorre infatti lasciare l’auto in un grande parcheggio a pagamento fuori dal centro, il che comporta una bella spesa se si vuole pernottare nel borgo. In ogni caso ormai è andata così e noi giungiamo a Pirano scortati da un bellissimo tramonto. Pirano mi piace subito tantissimo: al termine del lungomare di accesso, il borgo si apre con una piazza immensa su cui affacciano bei palazzi eleganti. Subito dietro di essi, invece, si sviluppa la ragnatela strettissima dei vicoletti che si snodano tra i palazzi antichi. Mi affascina tantissimo. Purtroppo però è notte, e non possiamo godere appieno della bellezza di questi angoli. Ma torneremo in un’altra occasione, in pieno giorno, per visitarla interamente.

Pirano al crepuscolo

Mangiamo e dormiamo in un appartamento a Pirano. Domattina ripartiamo per entrare, finalmente, in Croazia.

Giorno 3: l’Istria Croata

Ecco, se volete arrivare in Croazia e vi affidate al navigatore, mi raccomando non spuntate l’opzione “strade senza pedaggio”: sennò vi ritrovate come noi che da una bella strada tra le vigne siamo finiti via via in strade sempre più strette, fino ad arrivare a una sterrata. Che dire? Ci siamo girati indietro. La frontiera era comunque vicina.

Il passaggio alla frontiera prevede il controllo passaporti o carta d’identità. Superato questo, temendo di trovarci nuovamente su uno sterrato, abbiamo deciso di raggiungere ugualmente Parenzo, prima tappa croata, in autostrada.

Parenzo

Parenzo ci accoglie verso l’ora di pranzo. Il borgo è elegante e in esso si fondono molto bene i palazzi e le vie più recenti con le case più antiche, qualcuna anche del Duecento. Di Parenzo è piacevole sia passeggiare nelle vie centrali, con i negozi e i ristorantini (tra cui il Lapidarium: si mangia letteralmente seduti accanto ad iscrizioni di età romana!), sia lungo il mare, percorrendo il tracciato delle mura della cittadina. Appare il campanile dell’antica Basilica Eufrasiana, una basilica paleocristiana importante per i suoi mosaici, e di cui vale la pena percorrere interamente l’itinerario di visita, che passa dall’atrio al battistero al campanile, al museo lapidario e alla vista sulla primitiva chiesa, quella di IV secolo che fu poi abbattuta per costruirne una più grande, nel VI secolo, per volontà del vescovo Eufrasio, da cui deriva il nome della basilica.

Parenzo vista dall’alto del campanile della Basilica Eufrasiana. In primo piano proprio la Basilica

Mangiamo in un localino qui vicino, il Bacchus, nel quale facciamo la nostra prima conoscenza col baccalà all’Istriana, un baccalà mantecato che sembra una soffice crema, e con la grappa al miele, che rimarrà nei nostri cuori molto a lungo, ne sono certa.

Rinfrancati nel corpo e nello spirito, ci rimettiamo in marcia: prossima destinazione Rovigno, che raggiungiamo via costa. Passiamo quindi da Orsera, piccolo borgo noto per le sue spiagge (anche naturiste) e per le isolette antistanti, quindi risaliamo la strada lungo il Limsky Kanal, una sorta di ampio fiordo sul quale ad un certo punto si apre una vista panoramica (ben individuabile dai baracchini di souvenir e prodotti tipici): il panorama è in effetti spettacolare, il fiume si insinua in una gola piuttosto stretta, verde per i boschi sulle montagne. Da qui a Rovigno ci separano pochi km.

Il Limsky Kanal

Rovigno

Ci sistemiamo in un appartamento, Villa Mattozzi, nell’area residenziale di Rovigno, da cui però il centro si raggiunge tranquillamente a piedi in meno di 10 minuti. Una bella passeggiata al sole che culmina con l’arrivo sul lungomare.

Rovigno è semplicemente bella. La percorriamo nel pomeriggio inoltrato, ci godiamo il tramonto sul mare sorseggiando una birretta (San Servolo, una buona bionda artigianale croata). Saliamo fino alla chiesa di Sant’Eufemia alla luce rossa di un cielo incendiato, quindi scendiamo e ci andiamo a perdere nei vicoli, tra le case antiche, i panni stesi su fili tesi tra un palazzo e l’altro, come se ci trovassimo in un paesello di tanti decenni fa. Eppure è proprio questo contrasto, tra la bellezza un po’ fighetta del frontemare e i vicoli oscuri e popolani che affascina terribilmente.

Il borgo di Rovigno e il suo porticciolo

Per cena mangiamo a La Vela. Lo so, è un ristorante italiano, non storcete il naso: ricordatevi invece che l’Istria fino alla II Guerra Mondiale è stata italiana e che in ogni paese o città il palazzo più prestigioso è sede della “Casa degli Italiani“. La frittura di pesce che prendiamo di fatto è buona, così come la grappa al vischio che ci viene offerta. E i prezzi sono relativamente bassi, grazie al cambio kuna-euro.

Giorno 4: Dignano e Pola

Olivi, olivi e ancora olivi: il paesaggio della campagna croata che incontriamo appena usciamo da Rovigno e che ci scorta fino a Dignano è caratterizzato da oliveti a perdita d’occhio. Qua e là vediamo delle costruzioni in pietra a secco che sembrano trulli: l’idea non è sbagliata: sono i Kazun, o Casite, delle caselle di pietra che servivano per ricovero di materiali, o di animali, o addirittura per il contadino che si fermava nel campo oltre il tramonto. Un piccolo parco all’ingresso di Dignano ne spiega la funzione. Vedremo poi che in paese le casite sono al centro di un progetto didattico per i bambini mirato a riscoprire le origini contadine del territorio. Molto interessante e positivo.

Dignano

Dignano ci accoglie con il rumore del frantoio attivo all’ingresso del paese. È tempo di raccolta delle olive ed è tempo di olio nuovo; è tempo quindi di lavori a pieno ritmo, di negozi aperti e di aziende che organizzano tour di degustazione. Noi però preferiamo fare semplicemente un giro nel paese. Scopriamo un luogo pieno di contraddizioni: la streetart che caratterizza fortemente certi muri e che grida all’innovazione e alla voce giovane di chi cerca oltre le apparenze cozza con le vecchie scritte nostalgiche, in italiano, scritte sempre sui muri: fa tenerezza leggere “Viva Stalin” e tutti gli altri slogan inneggianti al potere proletario in rosso sugli intonaci grigi. Ma non è solo questo.

Streetart a Dignano

Dignano/Vodnjan è un borgo medievale che ha mantenuto in certi punti il suo aspetto originario. Muri che sembrano pericolanti, pareti che spanzano vistosamente (lo so: spanzare non è un termine tecnico, ma rende l’idea), crepe lunghissime, muratura a vista mai restaurata. Sembrerebbe abbandonato. Invece, dai balconi e sui tetti spuntano le antenne con la parabola. E tutto si fa molto intricato. Vodnjan è città di gatti che vengono, si strusciano, miagolicchiano un po’ e poi si allontanano. E in questo non sono diversi dai gatti di tutto il resto del mondo.

Dignano mi colpisce e mi affascina. Il senso del tempo che si ferma, che in alcuni punti scorre più velocemente e in altri più lentamente mi dà le vertigini.

Il borgo di Dignano

Procediamo verso Pola.

Pola, a pochissima distanza da Dignano, ci accoglie con la vista sul porto e l’isola di Brioni a poca distanza. Ma ciò che mi dà il benvenuto è l’anfiteatro romano. È davvero ben conservato: si mantiene tutto il muro esterno con le sue arcate, mentre l’interno, che un tempo ospitava la cavea, cioè le gradinate per il pubblico, è stato interamente abbattuto nel corso dei secoli. Oggi è una bellissima finestra sul mare: attraverso le sue arcate vediamo fino al porto e oltre. L’effetto scenografico è davvero notevole.

L’anfiteatro di Pola

Ci rechiamo poi verso il centro città, ben racchiuso nelle vecchie mura della città romana di Pola, poi riadattate e sfruttate anche nei secoli successivi. Passiamo attraverso l’Arco dei Sergi, una porta nelle mura cittadine realizzata in età romana e che mantiene tutta la sua bella decorazione architettonica, salutiamo James Joyce seduto ad un caffé qui davanti all’arco, passeggiamo per le vie del centro, pranziamo in piazza Dante Alighieri, poi proseguiamo. Raggiungiamo il luogo di Pola che preferisco: il Foro della città romana.

Sull’antico foro di Pola gravitavano tre templi, l’uno accanto all’altro. In mezzo era il capitolium, dedicato ai tre dei Giove, Giunone e Minerva, poi vi era un tempio alla dea Diana e dall’altro lato rispetto al capitolium c’era il tempio di Roma e Augusto, identico a quello di Diana. Di tutto ciò, sopravvive solo, e ben evidente, il tempio di Roma e Augusto, che fu trasformato in chiesa e pertanto mantenne il suo aspetto, mentre gli altri due edifici furono parte distrutti e parte integrati nell’edificio pubblico che oggi occupa la piazza. Il piccolo tempio di Roma e Augusto ha  colonne in facciata, sorge su un podio ed è noto per le sue belle decorazioni architettoniche, capitelli e fregio a motivi floreali. Io personalmente lo adoro e sono contenta di averlo visto finalmente dal vivo, un po’ come quando si incontra un personaggio famoso, o il proprio scrittore preferito. Ne ho scritto abbondantemente in un post dedicato ad esso proprio dal punto di vista archeologico.

Il foro romano di Pola col tempio di Roma e Augusto

Proseguendo zigzaghiamo un po’ facendoci ispirare dalle stradine che incrociamo. È così che, volendo raggiungere la fortezza  di epoca veneziana sulla cima della collinetta che domina Pola, ci imbattiamo nell’area archeologica del teatro romano, immediatamente alle spalle del grande edificio del museo archeologico, al momento chiuso per grandi lavori. Percorriamo un sentierino che non son sicura che si possa fare, ma che tutti percorrono, e arriviamo sul livello della fortezza. Questa, cinta da poderose mura e da un fossato invalicabile, offre una vista notevole sul mare e sulla città. Al suo interno ospita un museo navale. Ridiscendiamo e percorriamo alcune strade con begli edifici medievali che potrebbero benissimo trovarsi a Venezia per il loro stile architettonico. Qui l’influenza veneziana è stata davvero duratura, in effetti.

La vista dalla fortezza

Quando arriviamo al nostro punto di partenza, il parcheggio fronte anfiteatro, puntiamo verso Pazin, nell’interno, dove trascorreremo la notte. Arriviamo al buio. Il nostro padrone di casa, un signore in pensione che però si dà ancora un gran daffare, ci intrattiene con chiacchiere in un mix di croato e italiano e ci offre le sue grappe. Accoglienza ottima, direi! Peccato per il freddo che patiamo. Domani è l’ultimo giorno, nonché giorno di rientro.

Giorno 5: Pazin, Beram, Motovun e il confine

Pazin

La passeggiata a Pazin in mattinata non ci soddisfa. Abbiamo conferma di una pratica che avevamo già visto a Rovigno: nei bar non hanno cornetti o brioches o paste. Se vuoi fare colazione completa al bar devi andare al forno, che solitamente si trova accanto. Poi a quel punto puoi pure prenderti il caffé. Raggiungiamo il grande castello che domina il paese e che risale a prima dell’anno 1000: ne ha visti di eserciti passare, di re cambiare e di neve scendere questo edificio! Non entriamo a visitarlo (ospita un museo etnografico). Ci affacciamo invece dal muretto per vedere al di sotto una profondissima gola sulla quale in estate è prevista, come attività outdoor, una sorta di volo dell’angelo, la Zipline Pazinska Jama. Pazin è costruita infatti su uno sperone roccioso, su una sorta di ampio canyon scosceso, dalla parete verticalissima: per gli amanti dell’outdoor e degli sport estremi questo luogo è semplicemente favoloso. Ma oggi non è proprio la giornata ideale per farlo: grigia e con la minaccia di pioggia.

Il castello di Pazin

Lasciamo allora Pazin e ci dirigiamo verso Beram, in esplorazione della piccola chiesa di S. Marija.

Beram

Arriviamo a Beram, ma non troviamo la chiesa. Troviamo piuttosto un signore in macchina. Gli chiediamo lumi e lui per tutta risposta telefona a Sonja, la signora che custodisce le chiavi della chiesetta. La prendiamo in auto con noi e lei ci guida fino alla chiesa. Nel bel mezzo del bosco, questo piccolo edificio sacro dedicato alla Madonna viene aperto ai fedeli ormai solo a Ferragosto, per la festa dell’Assunta. Per il resto è aperto ai visitatori che la cercano secondo la modalità di cui sopra: chiedere in paese, trovare la custode, andare con lei fino alla chiesa, visitarla, pagare un piccolissimo obolo, riportarla in paese.

La danza macabra nella chiesa di S. Marija

La chiesa è un piccolo capolavoro di pittura croata quattrocentesca: una Bibbia a colori, dipinta per quei fedeli che potevano lì vedere rappresentate le scene principali del credo cristiano. Tra una Fuga in Egitto, un San Sebastiano, un San Martino che copre il viandante e una Strage degli Innocenti, il fedele aveva modo di imparare per bene le storie della religione. Sulla controfacciata, poi, la rappresentazione della danza macabra lo ammoniva e gli ricordava che quando moriremo saremo tutti uguali di fronte alla morte.

Per saperne di più su questa chiesa, ho scritto un post più specifico qui: Beram (Croazia): la chiesa di S. Marija

Motovun e Levade

Procediamo poi verso Nord mantenendoci sempre nell’interno (l’alternativa sarebbe puntare su Parenzo, ma noi vogliamo fare una strada mai fatta prima). È così che dopo curve, boschi giallorossi per l’autunno, vigneti e dolci valli giungiamo in vista di Motovun/Montona. In realtà volevamo tirare a diritto, ma è lei che ci costringe a fermarci: da lontano, per una vista panoramica che mi resterà nel cuore. E poi perché, passandoci davanti, vediamo una situazione organizzata apposta per accogliere i turisti: un parcheggio con tanto di parcheggiatore, una navetta che fa la spola con la rocca più in alto, alcuni autobus gran turismo parcheggiati. Forse vale la pena spendere gli ultimi momenti in Croazia qui. Il parcheggio più la navetta costa 40 kune (5 € circa). Saliamo al borgo medievale, che si trova in una posizione panoramica ottimale, aperta su tutta la vallata. Sul lato ovest, lo sguardo riesce a spingersi addirittura fino al mare.

Vista panoramica di Morovun

Il borgo in sé non ci entusiasma. Molto a misura di turisti, con ristorantini e qualche bottega che vende prodotti tipici. Qui siamo nella terra del tartufo, e infatti ogni ristorante ha il suo menù profumatissimo. Ma non ci lasciamo tentare. Facciamo invece una passeggiata lungo le mura panoramiche, ci fermiamo a guardare tutti quei leoni di San Marco a rilievo che sembrano dei gattoni ridicoli e quindi andiamo a pranzare nella vicina Levade, a valle, lungo la Parenzana.

Anche se a Levade è in corso la fiera del tartufo Zigante, non ci facciamo tentare e pranziamo alla vicina Konoba Dorjana: cucina casalinga, prezzi bassi e porzioni abbondanti. Il tartufo comunque c’è: nel formaggio, ed è squisito. Levade è luogo di passaggio della Parenzana, un bel percorso naturalistico per mountain bike (e trekking) lungo il vecchio tracciato della linea ferroviaria Parenzana, che da Trieste raggiungeva Parenzo passando per l’interno. Il percorso è attrezzato con mappe e sentieri puliti e ogni anno qui arrivano frotte di bikers o di semplici appassionati che vogliono vivere un’esperienza outdoor in Istria.

Tartufo e olio, i prodotti tipici dell’Istria interna

Il nostro viaggio in Istria si conclude quindi a Levade, in un pomeriggio autunnale, grigio in cielo, ma rosso in terra per le foglie di acero e di vite americana che regnano ovunque. Riprendiamo la strada che verso l’interno ci porta al confine con la Slovenia, da qui sempre attraverso l’interno giungiamo al confine italiano. Sotto di noi c’è Trieste, nostro punto di partenza.

È giunto il momento di rientrare a casa.

Provenza: 3 itinerari per l’estate

La Provenza è una regione ricchissima e variegatissima. Decidere di andare alla sua scoperta vuol dire addentrarsi in tanti paesaggi diversissimi. Dal mare alla montagna, dalla natura alla cultura ecco tre itinerari assolutamente estivi in Provenza:

Camargue

Cavalli bianchi che galoppano sulla spiaggia al tramonto, tori neri come il carbone che pascolano in lande brulle e paludose; un paesino colorato che si adagia al sole lungo il mare; i fenicotteri rosa come le saline lungo la costa. La Camargue è colore, è un’opera d’arte, è una regione dove la natura e l’uomo convivono senza darsi noia, nel rispetto e nella pigrizia reciproci.

Saintes-Maries-de-La-Mer è il capoluogo: un villaggio di pescatori con una chiesina, una piazzetta centrale con i negozietti e le bancarelle e tanti ristorantini dove gustare il coquillage (piattate e piattate di frutti di mare) della laguna o la carne di toro, il tutto annaffiato dall’elegante rosé dei vins de sables, prodotti nelle vigne tra Saintes-Maries-de-la-Mer e Aigues Mortes.

Assolutamente da non perdere, se vi piace la natura, è il Parc Ornithologique du Pont de Gau, un’oasi naturalistica nella quale trovano casa i fenicotteri rosa, altre specie di uccelli palustri e addirittura le cicogne, che è così raro incontrare al giorno d’oggi! Naturalmente riuscite a vedere i fenicotteri, così come i cavalli allo stato brado e i tori sonnacchiosi anche negli acquitrini e nei campi lungo la strada. Potete fermarvi e ammirarli in tutta la loro sublime bellezza: nessuno vi farà andar via.

Se siete attratti dalla vita degli uomini, sappiate che intorno al 14 luglio ogni anno Saintes Maries de la Mer ospita la Feria du cheval: una festa di origine gitana che rende il cavallo assoluto protagonista tra sfilate, spettacoli e manifestazioni varie. Segnatela in agenda, perché vale il viaggio.

Se volete un’idea per un itinerario di 4 giorni in Camargue potete prendere spunto da questo percorso: Sotto il sole della Camargue

cavalli bianchi pascolano allo stato brado in Camargue

Lavanda

Il colore è il lilla, il suono è il ronzio fortissimo delle api, il profumo è quello inconfondibile della lavanda. La prima metà di luglio in Provenza è il periodo della fioritura della lavanda. Essa è coltivata, in campi e campi a perdita d’occhio, in una zona dell’Alta Provenza, compresa tra Manosque, Valensole, Gordes e Sénanque. Ad ogni curva della strada, in questo paesaggio dolcissimo, trovate di che meravigliarvi e stupirvi. I campi sono aperti, se volete calarvi proprio in mezzo ai filari potete farlo tranquillamente. Paura delle api? No, tranquilli: fanno il loro lavoro, non si curano di nessun’altra cosa.

Valensole è una delle mete fondamentali e d’impatto, con le sue distese tutte lilla. Ma la meta finale del percorso non è da meno: è l’Abbazia di Sénanque, in una piccola valle chiusa tra le montagne poco oltre il village perché di Gordes. Questo è uno dei luoghi più fotografati di Francia: un grandissimo campo lilla di lavanda è chiuso, sullo sfondo, dall’architettura medievale dell’abbazia. Da lasciare a bocca aperta. E, di nuovo, vale la pena di essere arrivati fin qui.

Plateau du Claparèdes, Provenza

Un campo di lavanda lungo il Plateau du Claparèdes

Se poi oltre al lilla vi piace il rosso, Roussillon, il villaggio dell’ocra, è ciò che fa per voi: un paese in case rosse per l’ocra del terreno e un percorso naturalistico nel bosco dove la terra è rossa in un modo indescrivibile: c’è poco da fare: dovete venire fino qui per rendervi conto.

Se volete un’idea per un itinerario di due giorni sulla scia della lavanda potete prendere spunto qui: un sabato coloratissimo in Provenza ; una domenica coloratissima in Provenza.

Sénanque

L’abbazia di Sénanque, immersa nella lavanda

Mare e Croisette

Chi non conosce Cannes? Il suo Festival del cinema attira ogni anno i più grandi attori di Hollywood, confermandosi l’evento mondano/cinematografico più importante al mondo dopo la Notte degli Oscar. La sua passeggiata a mare, La Croisette, se da un lato ci mostra ampie spiagge libere, dove ognuno può scendere a fare il bagno, dall’altra parte ci abbaglia gli occhi con i grandissimi hotel di lusso che tanto hanno ispirato negli anni la fantasia di registi, di cantanti e anche, la nostra, perché no. Chi non vorrebbe un vodka martini in camera, affacciato al terrazzo vista mare della sua camera d’hotel mentre scende la sera?

isole Lérins

Isole di Lérins, una delle calette e, sullo sfondo, la costa francese

Non tutti sanno, però, che a poca distanza da Cannes, raggiungibili velocemente in battello, si trovano le Isole di Lérins. Si tratta di due isole, percorribili a piedi in pochissimo tempo, una delle quali ha ospitato una fortezza militare e l’altra un monastero medievale. Le isole sono note per le loro calette e le loro spiaggette e infatti sono in molti che vi si recano per una gita di un giorno comprensiva di passeggiata nella natura con possibilità di pic-nic (in alternativa c’è anche un ristorantino), di passeggiata culturale nel forte o nell’abbazia, e naturalmente di tuffo nel mare cristallino di queste parti.

La Provenza è ricchissima di meravigliose spiagge e calette. Ma le Isole di Lérins sono intime, isolate, permettono davvero di rilassarsi al bel sole del Sud della Francia.

Siviglia: cosa vedere in 2 giorni

Siviglia, la capitale dell’Andalusia, ricca di fascino e di sole, è una delle mete da non perdere in un viaggio in Spagna. Per conoscerla occorrerebbe passarci molto tempo, viverla nel quotidiano, magari prendere parte alle celebrazioni della Settimana Santa, tuttavia anche un veloce week-end o due giorni nel mezzo di un viaggio più lungo (come ho fatto io durante il mio viaggio nella Spagna del Sud) sono utili per darci un’idea della città e delle sue attrazioni principali, senza che necessariamente tutto si trasformi in un tour de force!

Ecco dunque alcune indicazioni utili e pratiche sui monumenti principali e sulle passeggiate più piacevoli alla scoperta di Siviglia:

  1. Plaza de España a Siviglia

    Plaza de España: se avete letto i miei post precedenti su Siviglia avrete capito che è il mio luogo preferito della città; questo grande spazio, una piazza con un canale nel mezzo, chiusa da palazzi porticati e aperta sul verdissimo Parque Maria Luisa è il posto adatto per una passeggiata di solo piacere. Realizzata per l’Esposizione Ibero-americana del 1929, celebra la Spagna attraverso la rappresentazione su azulejos delle sue città. Nella piazza, infatti, si trovano tante panchine quante sono le città e ognuna mostra un episodio storico, lo stemma e la carta geografica della regione. Il posto migliore in cui imparare la geografia spagnola. L’architettura e la concezione degli spazi strizzano l’occhio alla cultura araba che tante tracce ha lasciato in Andalusia, e ai caratteri tradizionali delle arti decorative, come gli azulejos artistici, appunto.

  2. Un patio del Real Alcazar

    Real Alcazar: il palazzo reale di Siviglia fu dapprima dimora dell’emiro arabo, poi passò ai Cristiani, che mantennero tracce molto evidenti dell’architettura araba creando uno stile particolare, il mudejar. Il Real Alcazar si compone di vari edifici giustapposti e collegati da giardini e patii. Alcuni sono più propriamente arabi e ricordano molti aspetti del Palacio di Nazaries dell’Alhambra di Granada, con archi tutti decorati con trame sottilissime, fontane e azulejos variopinti alle pareti: un incanto fermarsi ad ammirarli tutti; altre ali del complesso sono più recenti. Una di queste ali ospita un vero e proprio museo degli azulejos, nel quale si ripercorrono le forme, i colori, le decorazioni e i materiali di queste particolarissime piastrelle di arredamento, che in certi casi diventano davvero oggetti d’arte. Un grande giardino, sul retro, per quanto curato, con vialetti e aiuole, è simile ad un lussureggiante giardino dell’Eden.

  3. La Cattedrale: di fronte al Real Alcazar sorge la Cattedrale: visto che gli orari di apertura lo consentono, potete visitarli di seguito, dato che si trovano sulla stessa piazza. La cattedrale era, neanche a dirlo, l’antica moschea, così come il campanile, la Giralda, era l’alto minareto. Edificio imponente, gotico ed esorbitante, al suo interno custodisce alcuni capolavori come la pala d’altare in oro nella quale sono rappresentate le storie di Cristo, e come il monumento funerario di Cristoforo Colombo, che a Siviglia passò alcuni anni della sua vita. Il patio degli aranci è un ordinato luogo di pace che risente dell’influenza dei giardini arabi, ma la vera attrazione è la Giralda: non ha scalini, ma 34 piani di salita lungo un piano inclinato. Ogni piano ha finestre su tutti i lati, per cui man mano che si sale si vede la città e il tetto e le guglie della cattedrale, sino ad arrivare in cima, dove la vista spazia a 360° su Siviglia.
  4. Una delle sale arabe del Real Alcazar

    Lungo il Guadalquivir: una passeggiata lungo il fiume di Siviglia può essere molto piacevole. Si può iniziare dalla Torre de Oro, che fu una torre di controllo militare fin dall’età araba, quindi passare sull’argine opposto dove inizia il quartiere di Triana, con i suoi bar e ristorantini lungo il fiume, con vista sul panorama della città, e dove si trova il mercato coperto. Questa è anche una buona zona per cenare, mentre sconsiglio vivamente di mangiare in zona cattedrale: troppi locali di dubbio gusto e dubbia qualità hanno snaturato totalmente la piazza. Viene il malumore a mangiare in uno di essi.

  5. Bere una caña: la caña è una birra piccola, e in Spagna è l’aperitivo migliore che si possa fare, perché toglie la sete e mette allegria! A Siviglia abbiamo individuato due posti dove poterla prendere senza pentimenti: a Triana in uno dei bar lungo il fiume, con vista sulla città, e in centro, nella piazza della chiesa di San Salvador dove la Antigua Bodeguita serve la caña accompagnandola con le olive più grosse che la storia ricordi. Roba da ubriacarsi solo per mangiare le olive!
  6. Il panorama di Siviglia dalla sommità della Giralda

    Il flamenco a La Carboneria: non potete andar via da Siviglia senza essere stati a La Carboneria. Un locale al quale da fuori non dareste due lire, molto bohemien e volutamente dimesso, offre tutte le sere spettacoli di flamenco al pubblico. Fuori c’è anche un piccolo giardino dove ingannare l’attesa prima dello spettacolino. Si tratta di esibizioni molto intime, come se la ballerina, il cantante e il chitarrista si esibissero per se stessi e non per un pubblico. Si ha anzi quasi la sensazione di assistere a qualcosa di unico e autentico. E una giornata a Siviglia non potrebbe concludersi meglio.

Gozo: è crollato l’Azure Window

La notizia è di quelle che lasciano sgomenti: un grande monumento naturale, un arco nella roccia scavato e plasmato dal mare che si allunga nel Mediterraneo sempre agitato è crollato, sotto il peso dei millenni e sotto i colpi incessanti delle onde, pochi giorni fa. Era l’Azure Window, una delle meraviglie della natura tra le più spettacolari d’Europa.

Azure Window

Azure Window

La notizia ha fatto giustamente il giro del mondo: per Malta non era semplicemente una roccia, ma un vero simbolo sia identitario dell’arcipelago, che di richiamo per le migliaia di turisti che ogni anno andavano a vederlo. Fino a pochi giorni fa.

L’Azure Window, lo dice il nome, era un ampio arco nella roccia plasmato dal lavoro millenario, incessante, delle onde di quest’angolo di Mediterraneo. Una vera finestra sul cielo e sul mare. Davanti a noi il mare aperto, qui una scogliera frastagliata che accoglie anche un altro monumento naturale, un grande faraglione noto come Fungus Rock. Il lavorio delle onde che qui si vengono a infrangere in continuo da migliaia di anni prima ha creato l’arco, e poi ne ha decretato la fine. La Natura dà, la Natura toglie.

Azure Window prima e dopo. Credits: TheGuardian

Sono state lamentate carenze da parte dello Stato maltese, che non avrebbe messo in sicurezza adeguatamente la roccia. Ma come si fa a contrastare una forza così grande? Ricordiamoci che sono le onde del mare che plasmano le nostre coste giorno dopo giorno, senza che noi ce ne accorgiamo. Poi un giorno, l’invisibile lavoro di secoli improvvisamente si fa notare con fragore: il fragore della roccia che crolla su se stessa e in acqua, per l’appunto. Lo stesso effetto di una frana per una montagna, se vogliamo. In questo caso però, a franare è stato un simbolo, tra i più amati dell’arcipelago di Malta.

Una spettacolare immagine dell’Azure Window. Credits: Meteoweb.eu

Curioso parlare al passato di una cosa che era e che non è più. Una notizia di attualità si inserisce nel mondo dei viaggi con una forza dirompente. Non posso far altro che andare indietro a cercare tra i miei post su Malta e correggerli. Perché i testi dei post restano qui, in archivio, indicizzati su google, e dio non voglia che qualcuno capiti su un post del 2012 senza accorgersi della data e pensi di poter andare là a cercarlo.

Mi piacerebbe sapere dagli altri blogger cui si pone questo problema come pensano di risolverlo: eliminando proprio Azure Window dai post? Oppure lasciandolo ma sottolineando che è crollato successivamente alla data della pubblicazione? Io penso che farò così. Mi dispiacerebbe cancellare dalla memoria un monumento naturale che, finché c’è stato, è stato una delle mete imperdibili per chi visita Malta e Gozo. Mi piacerebbe anche e soprattutto cancellarlo dalla memoria del mio viaggio a Malta, 9 anni fa: a Malta non c’era ancora l’Euro e c’era, bellissima, Azure Window.

 

 

Innamorarsi di Plaza de España a Siviglia

Io amo Plaza de España. La amo fin da quando la vidi nel 2003: ampia, spaziosa, aperta, fantasiosa.

Plaza de España a Siviglia

Plaza de España a Siviglia

L’ho amata nuovamente quest’estate quando sono tornata a Siviglia. Nella città dell’Alcazar, della Giralda, delle architetture moresche, questa piazza è una sintesi perfetta dell’architettura sivigliana dei primi decenni del Novecento: un’architettura che conosce, apprezza, rielabora in forme nuove e magistrali tutta la storia architettonica della città e non solo, della Spagna.

Realizzata per l’Esposizione IberoAmericana del 1929, la Plaza de España doveva rappresentare esattamente ciò che il suo nome diceva: la Spagna. Non solo, con la sua forma semicircolare, rappresenta l’abbraccio della Spagna e delle sue colonie (dice wikipedia); rivolta verso il fiume Guadalquivir, indica la rotta da seguire per arrivare in America.

Un altro scorcio di Plaza de España: in evidenza le balaustre dei pontini sul canale

Un altro scorcio di Plaza de España: in evidenza le balaustre dei pontini sul canale

Si fa presto a dire piazza, perché è chiusa da un grande arco di cerchio di edifici sotto i quali passa un ampio porticato che regala continui scorci. Nel mezzo della piazza vi è un piccolo canale, attraversato da eleganti pontini con le balaustre in azulejos bianchi e blu. Ovunque, sotto il porticato, sono ricordate tutte le città di Spagna. Il rosso del mattone è preponderante, mentre le decorazioni in azulejos, coloratissime e barocche, danno un tocco di vivacità unico nel suo genere.

La cosa più particolare di tutto il complesso architettonico è la serie di panchine poste sulla piazza al di sotto del porticato: in ordine alfabetico, rappresentano le 48 province spagnole. Per ognuna di esse è rappresentata sul pavimento la carta geografica, e sulla parete un episodio della storia della città capoluogo, nonché lo stemma. Tutto, rigorosamente, in azulejos.

In una giornata di sole, Plaza de España è un luogo di luce e calore; di fronte, i grandissimi giardini ombrosi del Parque Maria Luisa ne fanno un’oasi di bellezza e piacere. Troverete qualche ballerina di flamenco che si esibisce all’ombra davanti a un pubblico di curiosi; troverete frotte di turisti che si siedono sulla panchina della città da cui provengono, o che hanno visitato (l’abbiamo fatto anche noi…); troverete qualcuno che naviga placidamente sul canale e troverete ragazzi in bicicletta che scorrono velocemente, ma qui davanti si fermano per scattarsi una foto.

Una delle panchine decorate ad azulejos di plaza de España

Una delle panchine decorate ad azulejos di plaza de España

Dovendo scegliere tra le piazze più belle del mondo, credo che Plaza de España possa rientrare a buon diritto nei primi posti della mia classifica personale. Ha un solo difetto: è staccata dal resto della città. Le piazze sono luoghi di incontro che si formano all’incrocio di strade e direzioni, sono il punto in cui ci si ferma prima di rimettersi in marcia, sono centri di vita sociale e quotidiana. La piazza è uno spazio aperto nel mezzo del reticolo delle vie, e che sia monumentale, commerciale, civile o religiosa, ha sempre uno scopo. Plaza de España, invece, non è progettata nella città per la città, ma è un po’ fine a se stessa, celebrativa e autocelebrativa, staccata dalla vita di Siviglia. Ecco, se devo fare un appunto è proprio questo: è una piazza che non ha mai avuto, perché non è il suo scopo, un valore sociale.

Ma forse il suo bello è proprio questo.