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Ricordi della foresta amazzonica (peruviana)

Guardavo poco fa oziosamente in tv un documentario sulla foresta amazzonica. Sullo schermo scorrevano immagini di animali a me noti perché visti di persona durante il nostro breve soggiorno, se così lo si può definire, nella foresta amazzonica peruviana, durante il nostro viaggio in Perù del 2012.

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Il bello dei viaggi è che lasciano dei ricordi. Ricordi che magari restano sopiti per tanto tempo, dopodiché basta un casuale risveglio della memoria per riportare a galla con potenza un’esperienza vissuta. La scossa alla mia memoria è venuta al sentire la parola “jabiru”, che è il nome della gru che vive nella foresta. Non ricordo di aver visto gru nella foresta peruviana, ma il nome lo ricordo bene ed è bastato a farmi fermare davanti al documentario. D’altronde la foresta amazzonica brasiliana, di cui si parla nel documentario, non è così diversa da quella peruviana, e infatti è stato bello ritrovare delle vecchie conoscenze: le scimmie cappuccine e il capibara, innanzitutto.
Già, il capibara: questo buffo topone che come un ippopotamo ha bisogno dell’acqua per vivere. Lo vedi lì, placido e sonnecchiante, seduto sulla riva pronto a buttarsi nel fiume (ed è così che l’abbiamo visto noi, al buio di sera), e non immagineresti mai che se un giaguaro lo punta lui scatta velocissimo e riesce a sfuggirgli.

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E le scimmie cappuccine, allora? Così a loro agio sui rami frondosi degli alberi (dove le abbiamo viste noi, su un isolotto chiamato appositamente Monkey Island), sono però costrette a scendere a terra per bere durante la stagione secca che, incredibilmente,colpisce anche la foresta amazzonica.

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Ricordo, delle nostre escursioni nella foresta amazzonica, la sensazione perenne di trovarsi all’interno di un documentario: così vedere un documentario proprio su quei luoghi ti conferma ancora di più quella sensazione! Che poi, a pensarci bene, non è una sensazione bizzarra e falsata? Eppure, siccome il nostro unico modo di conoscere la natura selvaggia e incontaminata è attraverso i documentari in tv, l’impressione di trovarcisi all’interno è quanto di più naturale e immediato.

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Comunque sia, di quel breve periodo nella foresta ricordo non solo immagini, che posso ritrovare nel documentario, ma anche sensazioni: il caldo soffocante, intanto, che attraverso un documentario non puoi percepire, e poi l’attesa di vedere qualche cosa di eccezionale, di scorgere qualche animale nascosto, e ancora la meraviglia di trovarsi a tu per tu con una natura pressoché incontaminata. Tutte queste sensazioni, che poi costituiscono il vissuto di ogni esperienza, un documentario non te le può dare. Ma te le può far tornare in mente. E così oggi è stato per me.

Perù, le 10 cose da sapere prima di partire

L’occasione di una carissima amica che affronterà il suo viaggio di nozze in Perù mi porta a mettere finalmente di nuovo mano al blog (mamma mia, è da tantissimo che non lo aggiorno!) per dedicarle un post. Ho pensato che per una persona che per la prima volta si trova ad organizzare un viaggio di questo tipo può essere utile un piccolo vademecum per sapersi orientare. Ho stilato 10 punti, ma altri ne possono venire in mente e anzi facciamo così: questo è un post aperto: cosa avreste voluto sapere sul Perù prima di partire? O cosa consigliereste a chi si accinge a compiere questo viaggio?

  1. Se volete fare un tour del Perù, passate a Lima il minor tempo possibile. La metropoli è sterminata, per muoversi bisogna per forza utilizzare i taxi e i mezzi pubblici, autobus e collectivos, ma solo se siete particolarmente avventurieri! Quanto ai taxi bisogna far attenzione, perché in Perù chiunque per arrotondare può decidere di fare il taxista. E la criminalità sui taxi è all’ordine del giorno. Bisogna dunque informarsi presso l’hotel o la struttura che vi ospita su quali siano i taxi di cui fidarsi e quelli da evitare.
  2. Una cosa cui non darete mai sufficiente importanza, e che però vi potrebbe buttare particolarmente a terra se non siete stati previdenti, è il mal d’altura: vi colpisce quando raggiungete Puno sul lago Titicaca, perché l’altitudine e l’aria rarefatta cui non siete abituati busseranno alla vostra testa e al vostro stomaco. Anche se il vostro arrivo a Puno è graduale, perché la raggiungete per forza di cose soltanto via autobus con 6 ore di viaggio da Arequipa o 11 ore da Cusco (a seconda del vostro itinerario), in ogni caso è difficile che non avvertiate un minimo di fastidio. La soluzione che vi consiglieranno sarà quella di bere un bel mate di coca che in hotel trovate a disposizione già nella hall: acqua calda e foglie di coca essiccate da mettere in infusione; il gusto non è particolarmente amaro mentre masticare le foglie, come fanno i locali, quello sì che può essere disgustoso. Il mal d’altura comunque, a meno che non siate particolarmente delicati, non dura tantissimo: già il secondo giorno di permanenza sul lago vi sarà passato tutto.
  3. Nei mercatini e nei negozietti di souvenirs vi farete conquistare dai tipici berrettini peruviani e dalle sciarpe coloratissime: vi diranno che è alpaca e voi penserete di aver fatto un affarone perché costa veramente poco! In verità i prodotti artigianali in vero alpaca costano molto di più ed è raro che li troviate sulle bancarelline di souvenirs di Cusco, Arequipa o Aguas Calientes. Questi mercatini sono ottimi per fare regalini, ma per voi, se volete riportarvi a casa qualcosa di autentico, assicuratevi che ciò che state per acquistare sia davvero alpaca. Come lo riconoscete? I colori sono più sobri, la morbidezza è una cosa meravigliosa, e al tatto i prodotti in alpaca risultano freddi, per esempio. Tutto il resto è lana, e fibra sintetica.
  4. Se 11 ore per andare da Cusco al Lago Titicaca, o viceversa, vi sembran troppe, sappiate che però sono quelle meglio spese: gli autobus granturismo, intanto, sono decisamente confortevoli e quasi non pesano le ore passate a sedere; e poi, soprattutto, quando vi ricapita di vedere l’anima Quechua, l’anima più autentica del Perù, quella delle Ande, dove la gente, vestita in abiti tradizionali, vive ancora in casette sparse qua e là lontane dall’unica strada e che sono capaci di aspettare ore prima di poter avere un passaggio a bordo dei collectivos; dove il paesaggio aspro vi sovrasta, mentre qua e là scorgete mandrie di lama al pascolo controllate da un bambino talmente piccolo che vi chiedete come possa fare ad avere già tutta quella responsabilità; dove man mano che vi allontanate da Cusco i paesi vanno rimpicciolendo e sparendo e voi per km e km non incontrate nulla e nessuno, solo ed esclusivamente le Ande desertiche. Se devo scegliere cosa mi è piaciuto di più del Perù, sicuramente il viaggio da Puno a Cusco è ai primi posti.viaggio in perù Viaggimarilore
  5. Un altro viaggio paesaggisticamente molto bello è il viaggio in treno da Ollantaytambo ad Aguas Calientes per andare a Macchu Picchu. Il treno, unico mezzo di trasporto e unica via per arrivare ad Aguas Calientes, costeggia il rio Urubamba lungo il suo percorso tra montagne rigogliose e foreste verdissime e fiorite; ogni tanto scoprirete che il treno è costretto a fermarsi perché lungo i binari camminano alcuni degli abitanti di queste terre: case isolate, non villaggi veri e propri, ancora una volta un’espressione dell’autentica vita da queste parti. Il Perù investe molto sul turismo per diventare un paese emergente, ma rischia, e in molti casi l’ha già fatto, di compromettere l’anima delle sue tradizioni. Tuttavia la lingua Quechua, la lingua che parlavano gli Inca, è ancora praticata e anzi insegnata a scuola, perché il più importante dei saperi non vada perduto.
  6. Macchu Picchu è il momento centrale del vostro viaggio, che ve lo dico a fare? Non siete stati in Perù se non avete trascorso una giornata tra le rovine di Macchu Picchu. L’antica città sacra inca, nascosta tra le montagne e le foreste, è qualcosa di assolutamente magico. Arrivate all’alba, godetevi la vista panoramica sulla città: è uno dei panorami più famosi del mondo, ma averlo davanti ai propri occhi è tutta un’altra cosa rispetto ad ammirarlo in fotografia! Per visitare Macchu Picchu, per orientarvi tra le sue rovine, dovete essere preparati (a meno che non vogliate affidarvi ad una delle tante guide che vi offriranno i loro servigi all’ingresso del sito): procuratevi all’inizio del viaggio una guida scritta del parco e oziosamente studiatevi il percorso; quando sarete sul posto vi darà soddisfazione riuscirvi ad orientare da soli e riconoscere ciò che avete davanti. Da non perdere: la foto ricordo con i lama che pascolano nel grande cortile e sui terrazzamenti di Macchu Picchu.Macchu Picchu panorama
  7. E’ una chicca che secondo me vale la pena: Sillustani, su un altopiano poco distante dal lago Titicaca. Fatevi chiamare un taxi dall’hotel e prenotatelo per tutto il pomeriggio. Fatevi portare in questo brullo angolo di mondo dove il giallo della terra e delle chullpas si incontra col profondo blu del lago. Le chullpas sono antiche tombe a forma di torre che caratterizzano il paesaggio e lo rendono unico. E se passando di qui vi ritrovate immersi in una mandria di alpaca al pascolo… beh, avete sbancato! Il taxista poi probabilmente vi vorrà portare a visitare la casa di qualche abitante lungo il tragitto. Fidatevi, anche se l’abitante di autentico non ha nulla, perché quasi sicuramente vive a Puno e si reca nella sua casetta tipica acchiappa-turisti apposta: è comunque un’occasione per vedere da vicino uno spaccato del mondo rurale peruviano. State al gioco, e quando vorranno vendervi una coperta di alpaca più grossa della vostra valigia rifiutate con fermezza ma con gentilezza. Oppure acquistatela, fate voi.

    La Lizard Chullpa a Sillustani

    La Lizard Chullpa a Sillustani

  8. Il centro di Cusco è decisamente turistizzato. Ciò vuol dire che incontrerete più turisti che peruviani, che troverete il McDonald accanto alla Cattedrale, e che, comunque, la città è decisamente tranquilla. Se volete trovare un angolo di puro Perù anche a Cusco, però, dovete uscire appena dalla porta della città e entrare al mercato coperto di San Pedro. Lì, nel reparto alimentari, avrete visioni che non credevate possibili (come i musi di mucca pronti per essere venduti) e troverete sacchi e sacchi di mais dai mille colori, di verdure coloratissime molte delle quali non avete mai visto e non rivedrete più, e poi ancora pani e formaggi… E sono i Cusqueñi veri che vengono a fare la spesa qui, anche perché i turisti, se non vanno al Mc o da Starbucks, andranno sicuramente in qualche ristorante più o meno turistico in centro…
  9. Cuy al horno, piatto tipico peruviano

    Cuy al horno, piatto tipico peruviano

    A proposito di cibo, a molti può non piacere, ma la cucina peruviana per alcuni (per noi per esempio) è stata una rivelazione! Il cheviche, a base di pesce, va provato, così come il rocoto relleno (un peperone ripieno) e la carne di alpaca. Se siete coraggiosi e riuscite a superare l’idea di star mangiando un topo gigante, dovete provare il cuy, il porcellino d’India: ne vedrete in giro, vivi, con la loro bella pelliccia grigia, e direte “che carini!”; poi li vedrete cucinati e inorridirete “che schifo!”. Si tratta di un piatto tipico della zona di Cusco, dove viene fatto al forno o allo spiedo: di carne non ne ha tanta, viste le dimensioni, ma posso assicurare che quel poco che si riesce a ricavare (e che rispetto agli altri piatti ha un costo elevato) è molto saporito! Ah, tra le bevande, vincete le vostre perplessità e provate quella cosa gialla che si chiama Inka Cola e che in Perù viene bevuta più della Coca-cola. Poi sappiatemi dire cosa ne pensate…

  10. Non stupitevi, e soprattutto non agitatevi, se negli aeroporti piccoli, come Cusco ad esempio, vi apriranno la valigia estraendone il contenuto e facendo domande strane su qualsiasi cosa abbiate all’interno. Con questi controlli vogliono assicurarsi che in valigia non si trovino insieme fiammiferi, e inneschi; di conseguenza sono attenti anche ai combustibili, ovvero agli alcoolici. Gli operatori, soprattutto se non c’è molta coda al check-in, controllano tutto meticolosamente e possibilmente commentano. Non spazientitevi, cercate di mantenere la calma perché più vi innervosite, più lo fanno per dispetto. Se invece c’è coda il controllo è più rapido. Il consiglio? Non abbiate fretta di essere i primi a fare il check-in… tanto in Perù, i peruviani di fretta non ne hanno…

Svegliarsi all’alba nella foresta amazzonica

La notte è silenziosa nella foresta. Probabilmente il silenzio sarebbe rotto dall’incessante ronzare degli insetti, ma i bungalows del lodge, qui lungo il Rio Madre de Dios nella foresta amazzonica peruviana, sono forniti di zanzariere e il letto stesso é sotto un baldacchino di zanzariera, che isola i nostri corpi dall’assedio delle bestiole di qualsiasi tipo, volanti o zampettanti che siano. Il caldo umido dell’inizio della notte è pesante, chi non lo regge dorme male, ma va smorzandosi verso notte fonda, fin quando a rasentare il fresco delle prime luci dell’alba.

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Ma non è la sensazione di fresco che ci sveglia, non il brividino di piacere che ci fa rintanare sotto il lenzuolo, ma un’altra sensazione, che si insinua nel sogno, fino a catturare la nostra attenzione dormiente e a svegliarci, senza nessuna possibilità di riprender sonno. Parte piano, come un ronzio, poi cresce, si alimenta, si avvicina e ci travolge come un’onda: è la sveglia della foresta amazzonica.

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Al primo chiarore la prima cicala inizia a dare l’avviso che é l’ora di dare avvio alla giornata. Subito è imitata dalla sua vicina, e da un’altra e da un’altra ancora. In pochi minuti migliaia di cicale intonano il loro canto, un suono squillante, continuo, talmente forte da sembrare una sirena. E in effetti della sirena ha anche la funzione: avvisa tutta la foresta, avverte che “oh, è l’ora di svegliarsi!”
La sirena delle cicale avverte i pappagallini verdi che ogni mattina, poco dopo l’alba, si riuniscono alla qolqa nel bel mezzo della foresta, per far rifornimento di sali minerali sulla parete d’argilla. Ne arriva prima uno, sorvolando l’area per verificare che non vi sia pericolo, poi un altro, poi 5, 10, 30 pappagallini che si attaccano alla parete verticale di argilla trasformandola in un muro verde in perenne movimento. Mentre la maggior parte si nutre, qualcuno sta di vedetta, perché il falco, anch’esso svegliato dalla sveglia dalle cicale, deve fare colazione e la colazione dei campioni per i falchi della foresta amazzonica prevede proprio un pappagallino verde… I pappagallini hanno i minuti contati, devono fare in fretta e infatti, di punto in bianco… Flap flap, un battito d’ali e pressoché all’unisono si dileguano nel folto della foresta. Le vedette hanno visto un falco? Forse: certe mattine è talmente puntuale che i pappagallini non riescono neanche ad avvicinarsi alla qolqa. Oppure sempicemente la loro colazione è finita e come noi solitamente sparecchiamo dopo mangiato e andiamo a lavorare, loro tutti insieme partono per la loro vita quoridiana.

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Nella foresta ora è giorno fatto. Il caldo sale pian piano, man mano che il sole sale, e tra poco sarà soffocante. La foresta si riempie dei suoni di insetti e uccelli, ormai tutti intenti nelle loro attività di tutti i giorni.

Cusco, la “Firenze” dell’America Latina

inka wall

Forse in molti storceranno il naso a leggere certi paragoni, e forse ho esagerato, ma una cosa è certa: Cusco è la città d’arte più elegante e più ricca di storia dell’America Latina. Il suo centro storico, costituito dalla grande Plaza de Armas, porticata, su cui si affaccia la cattedrale, che sale verso San Blas, il quartiere degli artigiani e degli artisti, e dall’altra parte arriva sino alla Porta di Santa Clara, in un susseguirsi di chiese in stile spagnolo coloniale e vie e piazze più o meno porticate, è senz’altro uno dei più grandi e ben tenuti del SudAmerica. Inoltre, ed è soprattutto questo dato che fa scattare il paragone, i turisti, a centinaia, a migliaia, che si riversano in città – tappa obbligata di ogni viaggio che si rispetti in Perù – rendono il centro di Cusco un luogo multietnico, poco frequentato dagli abitanti della città moderna (eccezion fatta, naturalmente, per i gestori di attività commerciali, dai negozi ai ristoranti, agli hotel e ai tour operator). I tanti, fin troppi ristoranti propongono menù turistici e globalizzati, si potrebbe dire, per accontentare tutti, dagli orientali agli europei; i negozi di souvenir abbondano, così come i cambiavalute. McDonald’s occupa un locale sotto i portici accanto alla cattedrale, Starbucks è sotto i portici dall’altro lato. Cusco è diventata, in sostanza, una città a misura di turista.

Plaza de Armas by night

Plaza de Armas by night

Il centro storico è dunque ben tenuto, pulito, e l’offerta culturale è decisamente vasta, tra chiese, come la cattedrale, monasteri, musei, come il Museo Inca e il museo Precolombino. In più, girando per la città, ci si imbatte ancora nelle rovine Incaiche, grandi porzioni di mura che fanno da fondazione agli edifici seicenteschi più importanti della città. Tra questi vi è ad esempio il palazzo Arcivescovile, che si è insediato al di sopra di chissà quale imponente edificio della capitale inca. Passando lungo la stretta via che lo costeggia (che da dietro la cattedrale sale ripidamente fino a San Blas) si possono ammirare i grossi blocchi di pietra sapientemente squadrati e incastrati gli uni agli altri. Tra questi blocchi uno è particolarmente famoso: la grossa pietra con 12 angoli, che fa di questo muro uno dei più noti di Cusco.

La famosa grossa pietra a 12 angoli che fa bella mostra di sé in una poderosa muratura inca di Cusco

La famosa grossa pietra a 12 angoli che fa bella mostra di sé in una poderosa muratura inca di Cusco

Un altro punto della città dove un edificio si installa su un edificio incaico precedente è il monastero dei Domenicani, che occupa nientemeno che il tempio del Sole, il Qoricancha. Questo era un enorme complesso che culminava in una struttura dalla pianta e dall’elevato pressoché circolare, sulla quale è stata costruita la grande chiesa del monastero domenicano. Visitando l’interno del monastero si nota come l’architettura coloniale spagnola, ben evidente nel chiostro e nelle pareti del complesso religioso, si appoggi tranquillamente, sfruttandoli come fondamenta, i muri in pietre perfettamente squadrate che costituivano il grande complesso sacro degli Inca. È fatto noto e non casuale che i più imponenti edifici cattolici, ma anche governativi, della città di Cusco, siano stati costruiti al di sopra dei grandi complessi imperiali e religiosi Inca. La cultura e civiltà precedente, così come la religione, vengono soppiantate dalla cultura, civiltà e religione dei conquistatori, che occupando gli antichi spazi se ne appropriano e dimostrano la propria potenza rispetto ai predecessori. Questa appropriazione degli spazi, e soprattutto degli spazi simbolici, non avviene solo a Cusco: anche la bellissima Iglesia di San Pedro a Andahuaylillas, definita la Cappella Sistina dell’America Latina, sorge sui resti di un imponente edificio incaico; la ricchezza della decorazione e la bellezza dei suoi interni sembrano allora indicare molto bene l’intento di evangelizzazione e dunque di conversione delle genti indigene. Lo stesso significato, di conversione delle genti indigene e di sottomissione al viceré spagnolo, si avverte molto bene nei palazzi del potere, soprattutto religioso, di Cusco.

Il Qoricancha, su cui si è installato il Monastero di Santo Domingo

Il Qoricancha, su cui si è installato il Monastero di Santo Domingo

La Cattedrale, tra tutti, è il più sontuoso. Innanzitutto è un triplice edificio, nel senso che ad essa sono collegati, da una parte e dall’altra la chiesa della Sacra Famiglia e la chiesa del Triumfo. Le tre chiese sono tutte ricchissime e splendenti di ori e vivaci colori, e da sole le loro facciate costituiscono praticamente un lato della Plaza de Armas. All’interno, le statue dei santi e delle Madonne in particolare risaltano per le loro vesti ricchissime in tessuti preziosi. Tutto è sfarzo e luce, mentre si possono ammirare i dipinti dei pittori dell’Escuela Cusqueña, come l’Ultima Cena con i prodotti tipici della tavola peruviana.

Uno scorcio della Plaza de Armas di Cusco

Uno scorcio della Plaza de Armas di Cusco, con la cattedrale che domina l’altro lato della piazza

Come ogni città d’arte che si rispetti, Cusco ha i suoi musei. Due in particolare sono molto noti: il museo Inka e il museo Precolombino. Il Museo Inka racconta la cultura inca in tutti i suoi aspetti, dall’architettura alla religione alla cultura materiale, fino allo spirito di revival incaico che si respira oggi nella volontà da parte dei peruviani di non dimenticare l’antica lingua Quechua e di mantenere le antiche tradizioni. Il Museo Precolombino, invece, ripercorre l’arte delle culture preincaiche, e dunque precolombiane, del Perù: la sua collezione è costituita dagli “avanzi di magazzino” del museo Larco di Lima, eppure è di una bellezza incredibile: la fantasia, e la maestria, degli artigiani/artisti delle culture Nazca, Wari, Moche sono una vera rivelazione.

Da capitale turistica e culturale del Perù, Cusco ospita numerosi tour operator che organizzano escursioni nei dintorni della città, lungo il valle Sagrado, persino l’Inka Trail (il trekking di 4 giorni a piedi per arrivare a Macchu Picchu). Ma naturalmente, se si vogliono visitare le Quattro Rovine intorno alla capitale inca, si può anche semplicemente contrattare un taxi e farsi accompagnare. Appena sopra la città (un occhio attento riesce ad individuare qualcosa già da Plaza de Armas) si stagliano le imponenti terrazze fortificate di Sacsayhuaman, un grande complesso fortificato che, considerato che Cusco era stata costruita in modo da ricordare in pianta un puma, animale sacro agli Inca, ne costituiva la testa. I blocchi di pietra che costituiscono queste terrazze sono imponenti, vere e proprie rocce squadrate e perfettamente giustapposte le une alle altre, nel cosiddetto stile inca imperiale. L’impatto è decisamente forte. E le rovine sono molto estese, a significare l’importanza di questo luogo del quale non si conosce, però, la destinazione, se sacra o militare. Poco più in là, il piccolo sito cultuale di Q’enqo è un luogo nel quale venivano svolti sacrifici, come dimostra l’altare posto al di sopra di esso. Una roccia nella quale gli Inca riconoscevano la silhouette di un puma conferisce sacralità al luogo.

Le imponenti murature del Sachsayuaman, e Cusco sullo sfondo

Le imponenti murature del Sachsayuaman, e Cusco sullo sfondo

Ben più lontane, ma ugualmente inserite nel circuito archeologico delle quattro rovine in quanto strettamente legate alla capitale inca, sono la fortezza di Puka Pukara, e la suggestiva fonte sacra di Tambomachay. Questa, immersa nel verde al termine di un lungo sentiero che si allontana dalla strada principale, su una montagna ben più in alto rispetto a Cusco, è una sorgente la cui acqua sacra è stata convogliata in un canale; la parete della montagna dalla quale la sorgente sgorga è stata rivestita da blocchi di pietra squadrati e giuntati tra loro nel consueto stile inca imperiale, senza l’utilizzo di legante e con una precisione maniacale alla superficie di contatto tra pietra e pietra. Questo luogo, ricco di pace, ci parla dell’importanza dell’acqua presso un popolo che era ancora fortemente legato agli elementi naturali, ne temeva la potenza, ma voleva controllarli.

La fonte sacra di Tambomachay

La fonte sacra di Tambomachay

A Cusco vi invito a girare a piedi senza problemi sia di giorno che di notte. La città – almeno il centro storico – è tranquilla, e non ho mai avvertito la benché minima sensazione di pericolo. Molti ambulanti cercano di vendere qualunque cosa, ma basta ignorarli; la polizia turistica è molto attiva e presente; naturalmente non bisogna comportarsi stupidamente, la prudenza è sempre importante: l’occasione fa l’uomo ladro, a Cusco come altrove.

Fuori dal centro storico, la periferia mostra quella che è la realtà di tanti centri abitati peruviani: case in mattoni mai finite, sporcizia, povertà, probabilmente. Comunque una realtà diversa da quella che ci lascerebbe intendere la bella capitale storicoartistica, Patrimonio dell’Umanità UNESCO, nella quale possiamo liberamente passeggiare a qualsiasi ora del giorno e della sera. Non so fino a che punto si possa parlare di finzione, di una città che per il turismo mostra di sé un’immagine che non corrisponde alla realtà, o se davvero il centro storico di Cusco, poiché è monumentale, ricco di palazzi in pietra imponenti e di eleganti piazze porticate, non ha niente a che spartire con le casette pericolanti dei dintorni. Sicuramente il riconoscimento da parte dell’UNESCO ha giocato e gioca un ruolo importante nella conservazione del centro e dei suoi monumenti e senza dubbio l’enorme apporto di denaro grazie al turismo fa sì che la città possa mantenere il decoro e non cadere nel degrado.

la cattedrale di Cusco al tramonto

la cattedrale di Cusco al tramonto

Per quanto mi riguarda, ho trovato piacevole e familiare l’aria di Cusco: per questo non mi è sembrata così bizzarra l’analogia con Firenze, città dove vivo: entrambe città d’arte, entrambe espressione di un’epoca di floridezza che si concretizza perfettamente nell’aspetto esteriore di quello che oggi è il centro storico, ma che una volta era il centro focale della vita pubblica, religiosa e civile. Tracce del passato della città coloniale si leggono ancora oggi nell’esuberanza delle ricche e possenti architetture in pietra, che conferiscono al centro storico l’elegante aspetto monumentale di quella che un tempo fu “l’ombelico del mondo”. Non ho molta esperienza di città sudamericane, per cui il mio giudizio lascia il tempo che trova, ma è un giudizio emozionale, non oggettivo. Perciò, se non siete d’accordo, perdonatemi!  🙂

La tradizione dei presepi in Perù

Negli scorsi giorni abbiamo visitato a Bologna la mostra “Presepi dal mondo”, che raccoglie fino al 13 gennaio una bella collezione di presepi realizzati in varie regioni del pianeta e appartenenti a collezionisti privati. Tra le varie provenienze rappresentate non potevano non colpirci gli esemplari peruviani, che ci sono più cari e familiari dopo il nostro viaggio in Perù della scorsa estate. Se infatti il viaggio si è concluso, non si deve concludere la nostra curiosità e voglia di approfondire la cultura e le tradizioni delle regioni del mondo che abbiamo visitato; e proprio questi approfondimenti ci aiutano a consolidare un legame con ciò che abbiamo vissuto.

Va detto da subito che l’arte popolare peruviana del XX secolo è molto particolare, facilmente riconoscibile e caratterizzata, anche agli occhi di un non esperto, come posso essere io, dalle composizioni ricchissime di figure spesso variopinte e dall’inserimento nelle scene sacre di elementi propri della cultura e della natura andina: carattere questo che è rimasto all’arte peruviana dai tempi dell’Escuela Cusqueña, di epoca seicentesca, quando i pittori inserivano in iconografie piuttosto canoniche, come l’Ultima Cena, elementi della cucina andina, come mais, le papas e il cuy. Oggi, se andate in Perù e guardate i presepi che vi vengono venduti come souvenir, vi salta di sicuro all’occhio il fatto che al posto del bue e dell’asinello spesso ci sono la pecora e il lama (per contro, io ho inserito nel mio presepe un torito…ma questa è un’altra storia…), ma non solo: i personaggi sono vestiti in abiti tipici andini e tutta l’ambientazione ha un che di vivace ed esotico.

Le tipologie sono le più varie: in zucca, per esempio; come apprendo da questo post sull’argomento, i presepi in zucca, di qualunque dimensione e forma, sono molto diffusi e forniscono all’artista l’occasione di comporre una scena entro uno spazio limitato, spazio che viene accuratamente inciso e decorato anche all’esterno. Si va da esemplari molto piccoli limitati alla sacra famiglia a zucche enormi piene zeppe di personaggi: non molto diverso, nella concezione, dai presepi nostrani. Un’altra tipologia, segnala sempre l’utile post che ho rintracciato, è tipica del Lago Titicaca: e non potrebbe essere altrimenti, dato che il presepe è realizzato su una barchetta di totora essiccata…

La storia dei presepi peruviani è fatta di imposizione di una religione nuova, quella cattolica, con l’arrivo dei Conquistadores, dell’assimilazione di riti, credenze e rappresentazioni, e infine della rivisitazione di essi da parte della popolazione locale. Nascono così i vivaci presepi della tradizione peruviana.

I presepi peruviani in mostra a Bologna sono decisamente spettacolari. Il primo è per l’appunto un presepe in zucca: la zucca è dapprima essiccata, poi svuotata e decorata all’esterno con incisioni. Il coperchio, quand’è alzato, rivela la scena nel periodo natalizio. La composizione all’interno è strepitosa: vivace, vivacissima, con una miriade di personaggi festanti e variopinti tra i quali si fa fatica a distinguere i personaggi principali, immersi in un ambiente naturale evocato dai cactus che spuntano qua e là tra pastori e donne curve sotto i loro sacchi. C’è persino il condor! Tutto questo affollamento ha immediatamente richiamato alla mia mente, tra l’altro, una scena di vita vera: la festa di Santa Rosa, che abbiamo incrociato il 30 agosto mentre attraversavamo le Ande, ed è proprio questo, forse, che l’artista del presepe ha voluto rappresentare: la fiumana di gente per strada, la confusione di troppe persone tutte insieme nel giorno della festa religiosa.

Un presepe peruviano realizzato dentro una grossa zucca rotonda

Un presepe peruviano realizzato dentro una grossa zucca rotonda

Presepe peruviano in zucca. Dettaglio

Presepe peruviano in zucca. Dettaglio

Di tutt’altro genere è un altro presepe, andino, in cotto, di prima degli anni ’80. Questa composizione è essenziale e le statuette, alte circa 15 cm, non sono in colori vivaci, ma nelle varie tonalità dell’ocra e della terra. Sono abbigliate, però, come gli abitanti della regione andina, con i copricapi tradizionali e i mantelli, e soprattutto il colore della pelle è il meticcio. A costituire il presepe sono solo Maria, Giuseppe, il Bambino – amichevolmente chiamato anche Manuelito nella tradizione andina – i Re Magi e un pastore. Una semplicità che contrasta profondamente con il primo presepe che vi ho proposto, e anche con il prossimo.

presepe andino in cotto

presepe andino in cotto

Questo è infatti un altro trionfo del colore e della vivacità: si tratta di un “Grande Retablo” a capanna, realizzato nel 1965 dall’artista di Arequipa Juan Domingo Escala y Soler. All’interno di un mobilino, le cui ante sono dipinte a colori vivaci, si svolge un presepe su 5 registri. Dal basso verso l’alto siamo dapprima all’aperto – e lo riconosciamo dai cactus sullo sfondo e dagli animali presenti – quindi in un laboratorio di tessuti, come potrebbe esservi a Chinchero, a seguire in un laboratorio dove si producono cappelli, poi in un luogo dove si raggruppa una grande folla festante, e infine, sul registro più alto, si trova la sacra famiglia con bambino e re magi, circondata da un altro buon numero di personaggi, a costituire – costoro – il presepe vero e proprio. Anche questo presepe, elaboratissimo, complicatissimo nella lettura dei singoli personaggi, vivacissimo nella scelta dei colori e nell’attenzione ai dettagli, ha uno degli elementi tipici del presepe peruviano: il simbolo di un monte protettore, Apu, al posto di Betlemme, sotto il quale si colloca il bambino: quasi nascosto nel tripudio di statuine e colori, è stilizzato in un triangolo giallo brillante, posto al centro del registro superiore.

il "Grande Retablo" dell'artista arequipeno Juan Domingo Escala y Soler, 1965

il “Grande Retablo” dell’artista arequipeno Juan Domingo Escala y Soler, 1965

I presepi peruviani sono un eclatante esempio di come una festività religiosa che ha caratteri sovranazionali possa essere interpretata, fatta propria dalle singole realtà locali, che la adattano alle proprie usanze e al proprio gusto. Nel corso dei secoli, dalla metà del Cinquecento ad oggi, i Peruviani conquistati dagli Spagnoli e resi cristiani hanno accettato l’iconografia del presepe. Col tempo, però, una forte componente identitaria evidentemente mai sopita del tutto, mai del tutto debellata dai conquistatori, ha fatto riemergere caratteri propri: è così che la carnagione del Bambino, inizialmente bianca, si è via via ambrata, i caratteri somatici sono divenuti quelli tipici delle Ande e il presepe Peruviano si è costruito un’identità a sé. E che un semplice presepe riveli tutte queste cose, non so voi, ma per me è decisamente esaltante!

La visita a Macchu Picchu

Macchu Picchu panorama

E’ uno dei siti archeologici più importanti e spettacolari del mondo, ma allo stesso tempo è piuttosto difficile da capire e interpretare, mentre si cammina tra i resti di muri e di edifici. Se si vuole visitare Macchu Picchu andando oltre il semplice cercare scorci fotografici mozzafiato, quindi con l’intenzione di sapere in mezzo a cosa si sta camminando, è importante avere un’idea almeno di base del percorso e dei monumenti che si incontrano lungo il cammino. Noi appena arrivati in Perù ci siamo procurati una guida, turistica, certo, ma completa e ben fatta, corredata di fotografie utilissime per orientarsi; se non volete comprarla, però, potete sfruttare questo post, che ho confezionato apposta sia per fungere da promemoria per quando riguardo le foto, soprattutto se devo spiegarle a qualcuno che le vede per la prima volta, sia per aiutare quanti di voi si troveranno un bel giorno lassù, varcato l’ingresso, davanti al cosiddetto posto di vedetta e, dopo aver contemplato per ore la vista mozzafiato sulla città in rovina e sulla montagna dell’Huayna Picchu, si diranno: “E adesso?

macchu picchu panorama

E adesso leggete qui:

La visita inizia, dopo aver percorso dall’entrata una delle andenes del settore agricolo della città, dove può capitare di veder pascolare dei lama, dalla porta di accesso alla cittadella vera e propria, che è separato dal settore agricolo dal cosiddetto fossato secco e chiusa da un poderoso muro in opera poligonale inca, ovvero con grosse pietre di varia forma perfettamente incastrate tra loro. Il primo settore che si incontra è il cosiddetto Gruppo Alto, un probabile quartiere abitativo, con edifici a 1 o 2 piani, ma muri in pietre più piccole legate con terra.

Macchu Picchu, il cosiddetto Gruppo Alto

Macchu Picchu, il cosiddetto Gruppo Alto

Si nota subito la differenza nelle tecniche costruttive che fa vedere come vi fosse una gerarchia nella tipologia degli edifici, cui corrisponde una gerarchia nelle opere murarie per cui mura di cinta, edifici religiosi o importanti sono nel cosiddetto stile Inca Imperiale, mentre gli altri edifici sono in murature che potremmo definire più comuni. La differenza è tangibile perché poco oltre si incontra il complesso del Tempio del Sole, così chiamato perché la sua pianta circolare ricorda il Coricancha di Cusco, anch’esso destinato al culto solare, e con le murature nella tecnica Inca Imperiale.

Macchu Picchu, Il tempio del Sole

Macchu Picchu, Il tempio del Sole, interno

Macchu Picchu, il tempio del Sole

Macchu Picchu, il tempio del Sole

Accanto, nella stessa tecnica muraria si trova la cosiddetta casa della Nusta, la principessa Inca, la donna più importante nella società inca. Andando avanti c’è il complesso di edifici del Gran Sacerdote, una serie di edifici quadrangolari destinati all’esercizio del culto. In realtà non è ben chiara la funzione di tutti gli edifici di Macchu Picchu, i nomi sono spesso convenzionali, ma poiché gli scavi furono condotti negli anni immediatamente seguenti il 1911, anno della scoperta, le tecniche di scavo non erano sicuramente approfondite e scientifiche come quelle attuali e la documentazione lasciata non consente di ricavare dati più accurati. È sicuramente più comprensibile la funzione della cosiddetta Piazza Sacra, sulla quale affacciano, in murature del tipo Inca Imperiale, il Tempio delle 3 Finestre, così chiamato perché ha 3 finestre che affacciano sulla grande piazza centrale di Macchu Picchu, e il Tempio Grande, aperto sul lato che affaccia sulla Piazza Sacra e con il muro di fondo fortemente danneggiato da eventi tellurici del passato.

Macchu Picchu, la Piazza Sacra con il Tempio Grande

Macchu Picchu, la Piazza Sacra con il Tempio Grande

Di fronte, sul lato opposto della piazza sta la cd Casa del Gran Sacerdote, costruita nella tecnica muraria minore. All’esterno della piazza, un piccolo recinto circolare è interpretato come tempio della luna, o quantomeno come osservatorio celeste. Da qui si sale alla Piramide dell’Intiwatana.

Macchu Picchu, l'Intiwatana

Macchu Picchu, l’Intiwatana

Questo è una sorta di altare con un piccolo obelisco che serviva nella misurazione dei solstizi d’inverno e d’estate. Lungo la salita c’è una chicca che vale la pena di segnalare: su una roccia è stata scolpita in miniatura la montagna di Huayna Picchu che in prospettiva compare alle spalle. Il percorso ridiscende ora, attraverso la grande piazza centrale per arrivare alle pendici di Huayna Picchu.

Macchu Picchu, la montagna di Huayna Picchu

Macchu Picchu, la montagna di Huayna Picchu

Qui, se avete il biglietto comprensivo potete affrontare la dura salita (il consiglio allora è di farlo la mattina presto, quando fa ancora fresco: per gli amanti del trekking, come Anna del blog Dallo Scarpone alle Ciaspole è assolutamente da fare) altrimenti se non lo avete nel biglietto continuate la visita dell’altra parte ella città, dove si colloca il quartiere artigianale, il cosiddetto Edificio delle 3 facciate, e il Tempio del Condor con annesse prigioni con tanto di nicchie trapezoidali ricavate nei muri alte quanto un uomo e che infatti erano celle per i detenuti nelle quali i condannati erano murati vivi con un minuscolo spazio per respirare.

Il guardiano di Macchu Picchu...

Il guardiano di Macchu Picchu…

La visita è allietata dalla presenza di alcuni lama che pascolano nelle piazze e sulle andenes. La vera foto ricordo è riuscire a fotografare proprio un lama che pascola con la montagna di Huayna Picchu sullo sfondo e le rovine in 2° piano.

A completamento della visita c’è una bella passeggiata che dal punto panoramico vicino al Posto di Vedetta, vicino all’ingresso del parco, porta fino al ponte inca, un sentiero nella foresta che costeggia la montagna. Il ponte non si può attraversare, è pericoloso dato che non ha protezioni ed è sospeso nel vuoto (e soprattutto si è verificato in passato un incidente mortale, per cui si è chiuso definitivamente l’accesso), ma il percorso è piacevole, per nulla faticoso e immerso nel verde.

Questo è in estrema sintesi il racconto di ciò che incontrerete nel corso della vostra visita a Macchu Picchu. Credo che sia importante capire dove si sta camminando, non vivere passivamente la visita, ma invece capire dove si è, che cosa c’era e come era fatto. Solo così la visita a Macchu Picchu ci potrà dare qualcosa in più, e le nostre foto non saranno solo scatti, ma veri ricordi.

Incontri ravvicinati in Perù

Gli alpaca sono forse gli animali più buffi del Perù, e anche quelli che si possono incontrare più comunemente, sia perché, opportunamente agghindati, sono lasciati alla mercé del turista che li può fotografare nei vari mercatini che si incontrano nei tour lungo le Ande e la Valle Sacra, sia perché, soprattutto, sono allevati per la lana. La lana di alpaca è pregiata, e costituisce il prodotto artigianale più conosciuto del Perù (e il pueblo di Chinchero, nel Valle Sagrado, è il centro più importante per la produzione artigianale di tessuti). Purtroppo però, come sempre in questi casi, dove c’è una produzione di pregio, vi sono anche le mistificazioni, per cui è dura per il turista, se non è opportunamente guidato, acquistare vera lana di alpaca che, soprattutto sui mercatini per turisti, è davvero difficile trovare. I tessuti in lana di alpaca sono più pesanti rispetto a prodotti analoghi in fibra sintetica, e al tatto sembrano quasi umidi. Queste le due regole d’oro per distinguere un tessuto in alpaca da uno in lana di pecora o  in fibra sintetica. L’altro aspetto da non sottovalutare è, poi, il prezzo. La lavorazione artigianale dei tessuti è tutelata, in Perù, dall’UNESCO come bene immateriale di interesse universale. E’ un peccato, perciò, che si vada perdendo una tradizione consolidata e unica in favore dell’utilizzo di fibre sintetiche, meno costose ma assolutamente non artigianali.

alpaca

Alpaca a Sillustani

Gli alpaca, come i loro cugini lama, e i cugini selvatici vigogne, sono camelidi addomesticati ormai da migliaia di anni. Sono talmente docili, bianchi e lanosi, da poter essere considerati delle pecore dal collo lungo, anche se in comune con le pecore hanno solo la lana e la dieta: anch’essi mangiano erba, l’erba gialla delle Ande, e sopportano le altitudini elevate dei pianori andini, consentendo alle comunità locali di vivere di pastorizia. Oltre alla lana, gli alpaca sono macellati e la loro carne compare sui menù dei ristoranti accanto al maiale e all’agnello; è piuttosto comune.

alpaca

Alpaca a Sillustani

Per quanti alpaca si possano incontrare in giro per il Perù, nulla sarà mai d’impatto come trovarsi a camminare in mezzo ad un gregge: è quello che è successo a noi a Sillustani, poco distante da Puno, mentre dal pueblo salivamo lungo il pendio che porta al sito archeologico delle Chullpas.

sillustani

La piccola chiesetta del pueblo di Sillustani, alle pendici dell’omonimo sito archeologico

Qui, lungo il sentiero, ci è proprio venuto incontro un gregge di alpaca guidato da una ragazzina che ha naturalmente chiesto un sol per poter fare le foto: dubito che il gregge passasse di lì per caso, a questo punto, ma tant’è, per un sol si può fare…

Gli alpaca da vicino sono tenerissimi: non sono alti, davvero sembrano delle pecore col collo lungo; il muso è paffuto, gli occhietti danno loro un’espressione tra il tenero e il buffo; sono molto docili, la loro docilità si riflette nello sguardo. Brucano l’erba, camminano fianco a fianco, zompettano qua e là lungo il pendio.

alpaca

l’incontro con gli alpaca a Sillustani

Quello di Sillustani è stato per noi il primo incontro in assoluto, e l’unico così da vicino, con un gregge di alpaca. Sentirseli e vederseli passare accanto, poterli quasi accarezzare per sentire la morbidezza del loro vello è stata un’esperienza decisamente bucolica, di quelle che rimangono nel cuore.