Archivi

Memorial 9/11

Non c’è bisogno che vi racconti la storia. L’11 settembre del 2011 due aerei, uno dietro l’altro, si schiantarono contro le Torri Gemelle di New York al World Trade Center: fu un attentato che voleva colpire al cuore, e di fatto ci riuscì, gli Stati Uniti. Uno dei simboli di New York, infatti, era stato abbattuto. Oltre alle centinaia di vittime, rimase negli occhi di molti per molto tempo, un grande vuoto, Ground Zero.

Il piccolo cimitero di fine ‘700 davanti a St. Paul Chapel con, davanti, Ground Zero, nel 2009

Ground Zero per molti anni rimase un grande cantiere, a testimonianza di ciò che un tempo era e che ora non era più. Così lo vedemmo nel 2009, quando io e Lorenzo andammo per la prima volta a New York: un grande vuoto con le ruspe che lavoravano, e la voglia di ricostruire e di restituire uno spazio importante per gli Americani e per i Newyorkesi in particolare.

Il Memorial 9/11, opera degli architetti Michael Arad e Peter Walker, è costituito da due piscine installate all’interno dello spazio una volta occupato dalle due Torri. All’interno delle piscine si riversano cascate alte 9 m, le cui acque sprofondano in una cavità centrale. Forme geometriche pure, il quadrato, sia delle piscine che della cavità centrale, l’acqua che si riversa perfettamente verticale in un flusso continuo. Sul bronzo attorno al perimetro delle due piscine sono incisi i nomi delle quasi 3000 vittime dell’11 Settembre.

Memorial 9/11

Vedere il Memorial 9/11 è sicuramente un’esperienza toccante. Toccante perché la ricordiamo tutti quella giornata di ormai 13 anni fa, appartiene alla nostra storia più recente, perciò vedere dal vivo la testimonianza di quel momento è una sensazione che arriva diretta allo stomaco. Soprattutto, poi, per chi le Torri Gemelle ha avuto l’opportunità di vederle di persona prima del 2001. L’idea che al posto di due grattacieli proiettati verso l’alto ci siano invece due vasche nere più simili a voragini e  che certo non sono piacevoli fontane dove l’acqua sgorga in un tripudio di giochi e di allegria, ma al contrario dove l’acqua scorre vorticosamente verso il basso, verso il centro della terra, verso il nulla, è di forte impatto. Non so quando tutto il WTC sarà completo, ma ora, che ancora è un cantiere, fa specie vedere i nuovi grattacieli intorno che giorno dopo giorno si innalzano, e le gru che lavorano febbrilmente per restituire alla città il suo quartiere finanziario. L’edificio n° 7, che è pressoché completo, è semplicemente bellissimo, un campione di vetro e acciaio sul quale si riflette il cielo di New York.

L'edificio 7 WTC

L’edificio 7 WTC

Abbiamo visitato il Memorial 9/11 a ottobre dell’anno scorso, quasi un anno fa (non ho mai pubblicato il diario del viaggio completo perché… ehm… ho perso il supporto originale su cui l’avevo scritto! 😥  ). Lungo la strada che porta al lungo serpentone che immette nel parco si incontra il Bronze Memorial a ricordo dei volontari che immolarono se stessi per salvare vite umane: 343 Vigili del Fuoco morirono in quell’occasione, andandosi a sommare ai morti del crollo delle Torri Gemelle. La gente ci passa davanti, alcuni si fermano, altri distrattamente, o di corsa, come sempre a New York, passano dritti. Questa targa è lucidata in continuo da un anziano signore di colore che canta una triste melodia, o forse è l’inno dei pompieri, non so, e tutto ciò rende ancora più toccante passare di lì (anche se ho perso il diario su cui l’avevo annotato, questo dettaglio me lo ricordo bene).

un tratto del lungo Memorial Bronze dedicato ai Vigili del Fuoco che intervennero l'11 settembre 2001 e che persero la vita nel tentativo di salvarne altre

Un tratto del lungo Memorial Bronze dedicato ai Vigili del Fuoco che intervennero l’11 settembre 2001 e che persero la vita nel tentativo di salvarne altre

Poi si entra nel serpentone. L’entrata al Memorial 9/11 è a offerta libera e, come potete immaginare, assolutamente controllata da passaggi al metal detector accuratissimi che costringono a code anche lunghe, a seconda dell’affluenza di visitatori. Una volta superato il controllo si è liberi di entrare nel parco e di stare quanto si vuole. L’anno scorso il museo era ancora in via di allestimento, mentre ora è aperto, e completa l’esperienza del ricordo dell’11 Settembre.

Una sola nota negativa, che a suo tempo ha suscitato non poche polemiche: il bookshop del Memorial 9/11. Vi sono voluta entrare proprio per vedere cosa potrebbe mai vendere il Memorial Store di un grande monumento ai caduti la cui memoria è ancora troppo forte: e infatti non mi è piaciuto il merchandising fatto sulla pelle dei morti e del disastro che è stato. Tra magliette con scritto NYPD e cappellini dei Vigili del Fuoco di New York ho visto parecchia roba di cattivo gusto. Non so se la cosa è stata risolta, spero di sì. Ma al di là di questa macchia, il Memorial 9/11 rimane un luogo di riflessione, nonché un esempio di urbanistica, decisamente bello. Che va visto, per ricordare.

High line, la passeggiata alternativa di New York

C’era una volta a Manhattan una linea ferroviaria sopraelevata che percorreva un tratto del West Side, da Gansevoort Street nel Meatpacking District fino alla West 34th Street, tra la 10th e l’11th Avenue. Fu costruita negli anni ’30 del Novecento ed era utilizzata per le merci, essendo molto vicina alla riva destra dell’Hudson lungo la quale si trovava il distretto industriale più grande di New York.

Una locomotiva in movimento sulla High Line. Credits:

Una locomotiva in movimento sulla High Line. Credits: TheHigline.org

Nel 1980 la High Line ha smesso di funzionare, ed è diventata pian piano una terra di nessuno, soggetta dapprima all’abbandono, poi al degrado, fino a diventare un relitto che, come sempre in questi casi, o si odia o si ama. Lo odiavano coloro che, in nome di un’immagine dinamica, nuova, pulita e moderna di NYC alle soglie del XXI secolo, non potevano tollerare un tale scempio urbano nel bel mezzo della città (anche se fuori dai percorsi turistici, però pur sempre nel cuore di Manhattan); lo amavano al contrario gli abitanti della zona, coloro che da bambini avevano giocato sotto i suoi ponti, coloro i cui genitori probabilmente avevano lavorato alla costruzione, coloro che vivendo lì lo sentivano come una cosa propria, un pezzo di storia del quartiere che niente e nessuno avrebbe mai potuto toglier loro.

Scene da un abbandono: la High Line tra il 1999 e il 2006. Credits: TheHighline.org

Scene da un abbandono: la High Line tra il 1999 e il 2006. Credits: TheHighline.org

Hanno vinto questi ultimi. Ci sono voluti decenni, perché per 20 anni la High Line ha versato in abbandono, e altri 10 anni circa perché da relitto urbano diventasse un luogo di richiamo: l’impegno di un’associazione, Friends of the High Line, ha fatto sì che la struttura e i binari fossero recuperati. Oggi è una bellissima passeggiata sopraelevata in mezzo al verde. I binari ci sono ancora, in disuso ovviamente, a testimoniare del passato di questo luogo; ma il tutto è divenuto una lunga via praticata innanzitutto dagli stessi abitanti del quartiere, e poi dai turisti che dal 2011, quando la nuova High Line ha aperto definitivamente i battenti, l’hanno inserita nei propri itinerari per la città.

Un tratto di High Line immersa nel verde

Un tratto di High Line immersa nel verde

Un piacevole giardino sopraelevato, con vista da un lato sull’Hudson e sul vecchio quartiere industriale, e dall’altro su case, palazzine e giù in basso sulle strade popolate di taxi gialli.

Vista sul traffico di Manhattan dalla High Line

Vista sul traffico di Manhattan dalla High Line

La High Line è un esempio ben riuscito di riqualificazione urbana non solo di una strada (ferrata) ma di un intero quartiere, ed è la dimostrazione che la passione di poche motivate persone può portare a grandi risultati. Quando nel 1980 la High Line fu abbandonata, nessuno avrebbe mai pensato ad un futuristico giardino sopraelevato; idem nel 1999, quando tutto sembrava perduto. Invece il buon senso ha prevalso, in questo spazio abbandonato e inutile è stata colta un’opportunità, una potenzialità, e questa ha messo in moto tutto il resto.

High Line con vista sull'Hudson

High Line con vista sull’Hudson

A New York, poi, è tutto in continua evoluzione: se pensiamo che nel nostro primo viaggio, nel 2009, la High Line non esisteva ancora come parco aperto al pubblico, o se pensiamo anche all’immenso cantiere del World Trade Center che oggi sorge al posto di Ground Zero, ci rendiamo conto di quanto la città, che è tutto sommato giovane, continui a rinnovarsi e a modernizzarsi su se stessa. In fondo alla High Line, sulla 34° Strada, a ottobre 2013 era in corso il cantiere di un grattacielo: sicuramente oggi è finito o poco ci manca: è questa la New York che ci piace, perché non si ferma mai, si evolve in continuazione, continua a mutare aspetto, a dispetto di chi sostiene che invece non si costruisca più nulla perché non c’è più spazio. La High Line è il simbolo di un rinnovamento cittadino che parte dal basso e che è mosso dai più nobili motivi: la riappropriazione di uno spazio proprio e a misura d’uomo. Che a Manhattan, permettetemelo, non è per niente facile da trovare.

Love on the Wall. Questo capolavoro di streetart mi piace intitolarlo così ;-)

Love on the Wall. Mi piace intitolarlo così questo capolavoro di streetart che si incontra lungo la High Line (sperando che resista a lungo…) .

La New York che non ti aspetti: il mercato di Union Square

Manhattan è la città dello shopping, delle boutiques, dell’alta moda e del design, è la città dei grattacieli, dei taxi, dei marciapiedi su cui tutti quasi corrono, del traffico, delle auto e delle luci di Times Square. Perciò non ti aspetteresti mai di trovare, in pieno centro, in una delle piazze più importanti, un mercato tradizionale, alimentare, con i banchi che espongono la loro merce, frutta e verdura, infinite varietà di pomodori, patate, zucche e peperoni. Un mercato del genere esiste, e si trova a Union Square. Non è molto grande, occupa 2 lati su 4 del perimetro esterno del giardino pubblico che occupa il centro della piazza, piccolo polmone verde in mezzo al traffico delle strade che gli girano intorno. Qui la gente rallenta, si ferma ai banchi a guardare la merce, ad acquistarla, qui vengono le classi delle scuole elementari per insegnare ai bambini la frutta e la verdura (li abbiamo visti con i nostri occhi, i bimbi, armati di fogli per disegnare il pomodoro o la banana, tutti intenti con la matitina in mano e lo zainetto in spalla), qui si narra che vengano gli chef dei migliori ristoranti a rifornirsi dei prodotti migliori, quelli che da noi sarebbero a km 0, per capirci…

Un luogo che contrasta parecchio con l’idea di nuovo, di moderno e di progresso che associamo solitamente a New York. E che però ci piace molto.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Ricordi della foresta amazzonica (peruviana)

Guardavo poco fa oziosamente in tv un documentario sulla foresta amazzonica. Sullo schermo scorrevano immagini di animali a me noti perché visti di persona durante il nostro breve soggiorno, se così lo si può definire, nella foresta amazzonica peruviana, durante il nostro viaggio in Perù del 2012.

image

Il bello dei viaggi è che lasciano dei ricordi. Ricordi che magari restano sopiti per tanto tempo, dopodiché basta un casuale risveglio della memoria per riportare a galla con potenza un’esperienza vissuta. La scossa alla mia memoria è venuta al sentire la parola “jabiru”, che è il nome della gru che vive nella foresta. Non ricordo di aver visto gru nella foresta peruviana, ma il nome lo ricordo bene ed è bastato a farmi fermare davanti al documentario. D’altronde la foresta amazzonica brasiliana, di cui si parla nel documentario, non è così diversa da quella peruviana, e infatti è stato bello ritrovare delle vecchie conoscenze: le scimmie cappuccine e il capibara, innanzitutto.
Già, il capibara: questo buffo topone che come un ippopotamo ha bisogno dell’acqua per vivere. Lo vedi lì, placido e sonnecchiante, seduto sulla riva pronto a buttarsi nel fiume (ed è così che l’abbiamo visto noi, al buio di sera), e non immagineresti mai che se un giaguaro lo punta lui scatta velocissimo e riesce a sfuggirgli.

image

E le scimmie cappuccine, allora? Così a loro agio sui rami frondosi degli alberi (dove le abbiamo viste noi, su un isolotto chiamato appositamente Monkey Island), sono però costrette a scendere a terra per bere durante la stagione secca che, incredibilmente,colpisce anche la foresta amazzonica.

image

Ricordo, delle nostre escursioni nella foresta amazzonica, la sensazione perenne di trovarsi all’interno di un documentario: così vedere un documentario proprio su quei luoghi ti conferma ancora di più quella sensazione! Che poi, a pensarci bene, non è una sensazione bizzarra e falsata? Eppure, siccome il nostro unico modo di conoscere la natura selvaggia e incontaminata è attraverso i documentari in tv, l’impressione di trovarcisi all’interno è quanto di più naturale e immediato.

image

Comunque sia, di quel breve periodo nella foresta ricordo non solo immagini, che posso ritrovare nel documentario, ma anche sensazioni: il caldo soffocante, intanto, che attraverso un documentario non puoi percepire, e poi l’attesa di vedere qualche cosa di eccezionale, di scorgere qualche animale nascosto, e ancora la meraviglia di trovarsi a tu per tu con una natura pressoché incontaminata. Tutte queste sensazioni, che poi costituiscono il vissuto di ogni esperienza, un documentario non te le può dare. Ma te le può far tornare in mente. E così oggi è stato per me.

Perù, le 10 cose da sapere prima di partire

L’occasione di una carissima amica che affronterà il suo viaggio di nozze in Perù mi porta a mettere finalmente di nuovo mano al blog (mamma mia, è da tantissimo che non lo aggiorno!) per dedicarle un post. Ho pensato che per una persona che per la prima volta si trova ad organizzare un viaggio di questo tipo può essere utile un piccolo vademecum per sapersi orientare. Ho stilato 10 punti, ma altri ne possono venire in mente e anzi facciamo così: questo è un post aperto: cosa avreste voluto sapere sul Perù prima di partire? O cosa consigliereste a chi si accinge a compiere questo viaggio?

  1. Se volete fare un tour del Perù, passate a Lima il minor tempo possibile. La metropoli è sterminata, per muoversi bisogna per forza utilizzare i taxi e i mezzi pubblici, autobus e collectivos, ma solo se siete particolarmente avventurieri! Quanto ai taxi bisogna far attenzione, perché in Perù chiunque per arrotondare può decidere di fare il taxista. E la criminalità sui taxi è all’ordine del giorno. Bisogna dunque informarsi presso l’hotel o la struttura che vi ospita su quali siano i taxi di cui fidarsi e quelli da evitare.
  2. Una cosa cui non darete mai sufficiente importanza, e che però vi potrebbe buttare particolarmente a terra se non siete stati previdenti, è il mal d’altura: vi colpisce quando raggiungete Puno sul lago Titicaca, perché l’altitudine e l’aria rarefatta cui non siete abituati busseranno alla vostra testa e al vostro stomaco. Anche se il vostro arrivo a Puno è graduale, perché la raggiungete per forza di cose soltanto via autobus con 6 ore di viaggio da Arequipa o 11 ore da Cusco (a seconda del vostro itinerario), in ogni caso è difficile che non avvertiate un minimo di fastidio. La soluzione che vi consiglieranno sarà quella di bere un bel mate di coca che in hotel trovate a disposizione già nella hall: acqua calda e foglie di coca essiccate da mettere in infusione; il gusto non è particolarmente amaro mentre masticare le foglie, come fanno i locali, quello sì che può essere disgustoso. Il mal d’altura comunque, a meno che non siate particolarmente delicati, non dura tantissimo: già il secondo giorno di permanenza sul lago vi sarà passato tutto.
  3. Nei mercatini e nei negozietti di souvenirs vi farete conquistare dai tipici berrettini peruviani e dalle sciarpe coloratissime: vi diranno che è alpaca e voi penserete di aver fatto un affarone perché costa veramente poco! In verità i prodotti artigianali in vero alpaca costano molto di più ed è raro che li troviate sulle bancarelline di souvenirs di Cusco, Arequipa o Aguas Calientes. Questi mercatini sono ottimi per fare regalini, ma per voi, se volete riportarvi a casa qualcosa di autentico, assicuratevi che ciò che state per acquistare sia davvero alpaca. Come lo riconoscete? I colori sono più sobri, la morbidezza è una cosa meravigliosa, e al tatto i prodotti in alpaca risultano freddi, per esempio. Tutto il resto è lana, e fibra sintetica.
  4. Se 11 ore per andare da Cusco al Lago Titicaca, o viceversa, vi sembran troppe, sappiate che però sono quelle meglio spese: gli autobus granturismo, intanto, sono decisamente confortevoli e quasi non pesano le ore passate a sedere; e poi, soprattutto, quando vi ricapita di vedere l’anima Quechua, l’anima più autentica del Perù, quella delle Ande, dove la gente, vestita in abiti tradizionali, vive ancora in casette sparse qua e là lontane dall’unica strada e che sono capaci di aspettare ore prima di poter avere un passaggio a bordo dei collectivos; dove il paesaggio aspro vi sovrasta, mentre qua e là scorgete mandrie di lama al pascolo controllate da un bambino talmente piccolo che vi chiedete come possa fare ad avere già tutta quella responsabilità; dove man mano che vi allontanate da Cusco i paesi vanno rimpicciolendo e sparendo e voi per km e km non incontrate nulla e nessuno, solo ed esclusivamente le Ande desertiche. Se devo scegliere cosa mi è piaciuto di più del Perù, sicuramente il viaggio da Puno a Cusco è ai primi posti.viaggio in perù Viaggimarilore
  5. Un altro viaggio paesaggisticamente molto bello è il viaggio in treno da Ollantaytambo ad Aguas Calientes per andare a Macchu Picchu. Il treno, unico mezzo di trasporto e unica via per arrivare ad Aguas Calientes, costeggia il rio Urubamba lungo il suo percorso tra montagne rigogliose e foreste verdissime e fiorite; ogni tanto scoprirete che il treno è costretto a fermarsi perché lungo i binari camminano alcuni degli abitanti di queste terre: case isolate, non villaggi veri e propri, ancora una volta un’espressione dell’autentica vita da queste parti. Il Perù investe molto sul turismo per diventare un paese emergente, ma rischia, e in molti casi l’ha già fatto, di compromettere l’anima delle sue tradizioni. Tuttavia la lingua Quechua, la lingua che parlavano gli Inca, è ancora praticata e anzi insegnata a scuola, perché il più importante dei saperi non vada perduto.
  6. Macchu Picchu è il momento centrale del vostro viaggio, che ve lo dico a fare? Non siete stati in Perù se non avete trascorso una giornata tra le rovine di Macchu Picchu. L’antica città sacra inca, nascosta tra le montagne e le foreste, è qualcosa di assolutamente magico. Arrivate all’alba, godetevi la vista panoramica sulla città: è uno dei panorami più famosi del mondo, ma averlo davanti ai propri occhi è tutta un’altra cosa rispetto ad ammirarlo in fotografia! Per visitare Macchu Picchu, per orientarvi tra le sue rovine, dovete essere preparati (a meno che non vogliate affidarvi ad una delle tante guide che vi offriranno i loro servigi all’ingresso del sito): procuratevi all’inizio del viaggio una guida scritta del parco e oziosamente studiatevi il percorso; quando sarete sul posto vi darà soddisfazione riuscirvi ad orientare da soli e riconoscere ciò che avete davanti. Da non perdere: la foto ricordo con i lama che pascolano nel grande cortile e sui terrazzamenti di Macchu Picchu.Macchu Picchu panorama
  7. E’ una chicca che secondo me vale la pena: Sillustani, su un altopiano poco distante dal lago Titicaca. Fatevi chiamare un taxi dall’hotel e prenotatelo per tutto il pomeriggio. Fatevi portare in questo brullo angolo di mondo dove il giallo della terra e delle chullpas si incontra col profondo blu del lago. Le chullpas sono antiche tombe a forma di torre che caratterizzano il paesaggio e lo rendono unico. E se passando di qui vi ritrovate immersi in una mandria di alpaca al pascolo… beh, avete sbancato! Il taxista poi probabilmente vi vorrà portare a visitare la casa di qualche abitante lungo il tragitto. Fidatevi, anche se l’abitante di autentico non ha nulla, perché quasi sicuramente vive a Puno e si reca nella sua casetta tipica acchiappa-turisti apposta: è comunque un’occasione per vedere da vicino uno spaccato del mondo rurale peruviano. State al gioco, e quando vorranno vendervi una coperta di alpaca più grossa della vostra valigia rifiutate con fermezza ma con gentilezza. Oppure acquistatela, fate voi.

    La Lizard Chullpa a Sillustani

    La Lizard Chullpa a Sillustani

  8. Il centro di Cusco è decisamente turistizzato. Ciò vuol dire che incontrerete più turisti che peruviani, che troverete il McDonald accanto alla Cattedrale, e che, comunque, la città è decisamente tranquilla. Se volete trovare un angolo di puro Perù anche a Cusco, però, dovete uscire appena dalla porta della città e entrare al mercato coperto di San Pedro. Lì, nel reparto alimentari, avrete visioni che non credevate possibili (come i musi di mucca pronti per essere venduti) e troverete sacchi e sacchi di mais dai mille colori, di verdure coloratissime molte delle quali non avete mai visto e non rivedrete più, e poi ancora pani e formaggi… E sono i Cusqueñi veri che vengono a fare la spesa qui, anche perché i turisti, se non vanno al Mc o da Starbucks, andranno sicuramente in qualche ristorante più o meno turistico in centro…
  9. Cuy al horno, piatto tipico peruviano

    Cuy al horno, piatto tipico peruviano

    A proposito di cibo, a molti può non piacere, ma la cucina peruviana per alcuni (per noi per esempio) è stata una rivelazione! Il cheviche, a base di pesce, va provato, così come il rocoto relleno (un peperone ripieno) e la carne di alpaca. Se siete coraggiosi e riuscite a superare l’idea di star mangiando un topo gigante, dovete provare il cuy, il porcellino d’India: ne vedrete in giro, vivi, con la loro bella pelliccia grigia, e direte “che carini!”; poi li vedrete cucinati e inorridirete “che schifo!”. Si tratta di un piatto tipico della zona di Cusco, dove viene fatto al forno o allo spiedo: di carne non ne ha tanta, viste le dimensioni, ma posso assicurare che quel poco che si riesce a ricavare (e che rispetto agli altri piatti ha un costo elevato) è molto saporito! Ah, tra le bevande, vincete le vostre perplessità e provate quella cosa gialla che si chiama Inka Cola e che in Perù viene bevuta più della Coca-cola. Poi sappiatemi dire cosa ne pensate…

  10. Non stupitevi, e soprattutto non agitatevi, se negli aeroporti piccoli, come Cusco ad esempio, vi apriranno la valigia estraendone il contenuto e facendo domande strane su qualsiasi cosa abbiate all’interno. Con questi controlli vogliono assicurarsi che in valigia non si trovino insieme fiammiferi, e inneschi; di conseguenza sono attenti anche ai combustibili, ovvero agli alcoolici. Gli operatori, soprattutto se non c’è molta coda al check-in, controllano tutto meticolosamente e possibilmente commentano. Non spazientitevi, cercate di mantenere la calma perché più vi innervosite, più lo fanno per dispetto. Se invece c’è coda il controllo è più rapido. Il consiglio? Non abbiate fretta di essere i primi a fare il check-in… tanto in Perù, i peruviani di fretta non ne hanno…

It’s always Christmas in The City

It's always christmas in the cityA New York, nel cuore di Little Italy, esiste un negozio di Natale aperto tutto l’anno: è It’s always Christmas in the City. Il nome è tutto un programma e non lascia spazio a dubbi di sorta, così come, ovviamente l’interno: decorazioni di Natale di ogni forma e dimensione, palline e decori per l’albero, per la casa, per la tavola natalizia. Alberi di Natale decorati a tema: impossibile non innamorarsi di quello tutto pieno di statuine e palline della Coca-Cola, o quello dedicato a New York, con le targhe dei vari quartieri e delle strade e taxi gialli al posto delle normali palline!

Anche le decorazioni sono tematiche: dai prodotti alimentari agli oggetti d’arredamento, ai dolciumi, ai fiocchi, alle macchinine, a qualunque cosa vi possa venire in mente (c’è persino il tema Tuscany!): lì lo trovate, bellissimo, curato nel dettaglio, pronto a personalizzare il più originale degli alberi di Natale!

Tra musiche e canzoni di Natale, luci calde e atmosfera di festa, ci passereste le ore, come se foste nel Paese dei Balocchi! E in effetti un pochino il Paese dei Balocchi lo è, visto che qui dentro è Natale tutto l’anno!

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lewis Hine in mostra all’International Centre of Photography di New York

Lewis Hine, Power house mechanic working on steam pump, 1920

Ultimamente abbiamo visitato numerose mostre dedicate a fotografi di respiro internazionale, vere pietre miliari della storia e del presente della fotografia: in ordine sparso Salgado, McCurry, Doisneau, Cartier-Bresson… solo per citare i più noti anche al grande pubblico. Personalmente mi sto affacciando da poco alla storia della fotografia e ai suoi protagonisti, così quando a New York abbiamo visitato l’International Centre of Photography non conoscevo ancora Lewis Hine, al quale è dedicata una monografica che sarà visitabile fino a gennaio. Ebbene, è stato una rivelazione. Anzi, vi dirò che pochi come lui mi hanno colpito a tal punto da guardarmi poi intorno con un occhio diverso. Incredibile? No, e adesso vi spiego il perché.

Lewis Hine è fotografo attivo a New York nei primi decenni del ‘900, periodo di grandi cambiamenti per una città che già all’epoca è metropoli e che si trova a gestire problemi sociali di non poco conto, come lo sfruttamento del lavoro minorile e la forte immigrazione dall’Europa, e al tempo stesso comincia a cogliere la modernità nell’avvento delle macchine impiegate nell’industria  e nell’architettura, con la comparsa dei grandi grattacieli destinati a caratterizzare per sempre la sua immagine. Lewis Hine è testimone di tutti questi fenomeni del suo tempo. Ha uno spirito di osservazione e di attenzione ai disagi sociali e all’uomo che ne fa un pioniere: i suoi reportages sul lavoro minorile sono utilizzati all’epoca dalle associazioni di difesa dei diritti dei minori perché egli, con lo sguardo da documentarista, non si fa problemi a mostrare gli occhi stanchi della bimba che dovrebbe giocare con le bambole invece che stare in una filanda.

Una delle foto-simbolo di Hine sul lavoro minorile negli Stati Uniti.

Con lo stesso sguardo, che non dà giudizi, ma documenta e lascia a chi guarda il compito di giudicare, fotografa le condizioni degli emigranti che arrivavano a frotte dall’Italia, dalla Russia, dall’Europa in generale. I volti delle famiglie ritratte sono quasi inespressivi, sono stanchi, stremati dal viaggio e dai primi tempi di permanenza sul suolo americano. Né vanno meglio le condizioni di coloro che, ormai sistematisi a New York, passata la quarantena e il resto, vivono però in sistemazioni estremamente disagiate. Le foto di Hine, sia nel caso degli emigranti che dei bambini al lavoro, sono di denuncia sociale: si potrebbe dire che le sue foto siano uno strumento di lotta per i diritti civili in un momento in cui l’opinione pubblica aveva ben poca sensibilità verso questi temi e anzi andava educata in questo senso.

Animate da un diverso spirito sono le foto dedicate agli operai in fabbrica. Qui si celebra il lavoro dell’uomo che ha inventato le macchine e che usa le macchine a proprio vantaggio seguendo la scia inevitabile del progresso e della modernità che avanza. L’operaio è un eroe nel senso mitologico del termine, usa la forza fisica per piegare la macchina al suo volere e il tono della fotografia è epico, in quanto celebra l’epopea della modernità attraverso i suoi attori principali, gli operai che fanno funzionare le macchine. Una visione del lavoro che certo si fatica a immaginare per gli anni ’20 del Novecento.

Ma il lavoro di Hine che più ha colpito la mia immaginazione è la serie di foto realizzata per documentare la costruzione dell’Empire State Building. Di nuovo, l’interesse del fotografo è rivolto agli operai che si tendono dalle funi, che si arrampicano sulle impalcature, che avvitano bulloni in equilibrio precario. Eppure tutto assume un’aria epica, come se fosse naturale per questi eroi lavorare a centinaia di metri da terra come se niente fosse. Il fotografo passa il tempo con loro, e anche le pause diventano momenti da immortalare. Di nuovo, si celebra il lavoro dell’uomo che è artefice della modernità e protagonista assoluto. Bello, davvero bello, soprattutto se si pensa ai primi decenni del ‘900 e al ruolo delle classi sociali più basse nella società.

Lewis Hine, Icarus, 1931

Ora, la foto che tutti conoscono degli operai sospesi su una gru nella costruzione di un grattacielo, la famosa “Lunchtime atop a skyscraper” non è di Lewis Hine, perché l’edificio è diverso: è il GE Building, la torre del Rockfeller Center (qui ho recuperato la storia di questo scatto, interessantissima). Il nostro Hine dunque non ha realizzato lo scatto più famoso sul tema dei grandi lavori, ma ha contribuito a creare il genere, o forse l’ha creato egli stesso. Fatto sta che, uscita dall’International Centre of Photography, mi sono accorta di aver sviluppato una nuova sensibilità, una nuova curiosità: ho scoperto che mi attraggono i cantieri dei grattacieli di New York. Perché, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, a New York costruiscono grattacieli di continuo. E, oggi come ieri, ci sono gli operai, i Men at Work, che si sporgono dalle impalcature, legati a cavi d’acciaio, sicuramente in condizioni di sicurezza migliori che agli inizi del ‘900… ma la poesia, epica naturalmente, che dai loro movimenti si propaga è incredibile, l’emozione di poter vedere qualcosa che prende forma – e che forma! – sotto i nostri occhi! Proprio questa scena, davanti alla quale non avrei reagito allo stesso modo se non avessi visto le foto di Lewis Hine, l’abbiamo colta alla fine della High Line: questa sopraelevata termina proprio davanti ad un grande cantiere di grattacielo che oggi è in costruzione, ma domani sarà già tutto vetri e acciaio: e gli operai al lavoro fanno venire voglia di prendere la macchina fotografica e trasformarsi in novelli Lewis Hine. Con tutto il rispetto, naturalmente.

Men at Work su un grattacielo in costruzione a Manhattan. Ottobre 2013

Men at Work su un grattacielo in costruzione a Manhattan. Ottobre 2013