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Cogito ergo… vado a Corigliano d’Otranto, il “Paese Filosofico”

Ricordo ancora il mio primo impatto con lo studio della filosofia al Liceo: mi sembrava una materia troppo lontana, poco concreta e difficilmente comprensibile. Ben presto mi accorsi invece che la filosofia è l’opposto: è la storia del pensiero umano e come tale riguarda ogni aspetto delle nostre vite e delle nostre società, attuali e del passato. La filosofia è molto più concreta di quanto non sembri.

A Corigliano d’Otranto questo lo sanno da anni, anzi da secoli!

Frasi filosofiche scritte nel Giardino di Sophia a Corigliano d’Otranto

Fuori dal borgo si stende il primo giardino filosofico d’Italia, il Giardino di Sophia. In esso, che è un giardino pubblico dove si può passeggiare, portare a spasso il cane, prendere il fresco, sono disposte delle colonnine che riportano, scritti su dei mezzi vasi, le capase, pensieri di importanti filosofi di tutti i tempi: riguardano l’amore, l’amicizia, la morte, la vita. Sono frasi scritte e pronunciate secoli e anche millenni fa (si pensi a Socrate o Platone) eppure sempre molto attuali. Un’app studiata appositamente permette di approfondire il pensiero dei filosofi; alcuni esercizi commerciali di Corigliano hanno studiato dei prodotti speciali collegati al Giardino di Sophia: il migliore, a mio parere, è la cicuta del Bar Castello: tranquilli, è un ottimo liquore alle foglie d’olivo, non è un veleno.

Ma la filosofia a Corigliano non si limita al Giardino di Sophia. Da sempre i suoi abitanti hanno una spiccata propensione al filosofeggiare, al pensiero morale e all’educazione civile. Sarà che siamo nella Grecìa Salentina, un’area del Salento dove si è mantenuta fino ad oggi una cultura di matrice greca, che deriva ancora dall’occupazione bizantina: qui la gente si saluta a suon di kalimera e kalispera (buongiorno e buonasera), parla un dialetto, il Grico, che ricorda tantissimo la lingua greca e soprattutto è fiera e orgogliosa di questa particolarità, che rende queste terre uniche nel loro genere. Sarà per questo che qui a Corigliano amano la filosofia, la cui culla fu appunto la Grecia antica.

Le porte di Corigliano, le finestre, gli archi di accesso alle corti interne, dal XVI secolo in avanti si popolano, sulle proprie architravi, di iscrizioni in latino, in greco, in italiano, che invitano chi legge a riflettere sui temi della convivenza civile e dell’unità familiare, sull’inutilità dell’invidia; vengono chiamate “pietre filosofe” e tra dotte citazioni ed evocazioni suggestive, ci sorprendono e dimostrano l’alto livello culturale dei committenti e dei proprietari. L’anima di Corigliano d’Otranto si rivela in queste iscrizioni, che costituiscono la peculiarità di questo borgo, cuore della Grecìa.

La torre dell’orologio di Corigliano d’Otranto

Sotto la torre dell’orologio l’iscrizione ci parla del senso del tempo; l’iscrizione sulla porta della città è un monito contro l’invidia. “Noli me tangere” recita una breve iscrizione su un arco. L’insegna di un panificio è un’iscrizione in latino che racconta in modo aulico come dalle spighe di grano (“i frutti trebbiati di Cerere” li definisce) si ottenga la farina. C’è anche l’avvertimento che un marito geloso (o un padre protettivo?) fa mettere sulla finestra di Paolina, alla quale nessuno si dovrà avvicinare, o verrà divorato da un avvoltoio. Alcune iscrizioni sono veri e propri proverbi: “non fare ad altri ciò che non vuoi sia fatto a te“, per esempio; altre sono frasi benauguranti: “che questa casa resti in piedi finché la formica non avrà bevuto tutto il mare e la tartaruga non avrà compiuto l’intero giro del mondo“.*

Il monumento iscritto più bello tra questi esempi “privati” è l’Arco Lucchetti, del XVI secolo. Non si tratta semplicemente di un’iscrizione, anzi, forse il testo scritto è l’aspetto meno interessante: su quest’arco sono rappresentate scene simboliche complicate da distinguere, ma che riconducono al tema dell’unione familiare. Sul lato sinistro due figure, marito e moglie, sorreggono una stella a 8 punte, simbolo della buona sorte, mentre accanto ad essi un cane con un anello in bocca simboleggia la fedeltà coniugale. La stella a 8 punti contiene alcuni rilievi da riferirsi a favole di Fedro o Esopo e ai relativi insegnamenti morali, che altro non sono se non consigli per condurre una vita nella giustizia e nella rettitudine. Segue la rappresentazione di San Giorgio e il drago tenuto al guinzaglio dalla principessa. Sull’altro lato dell’arco, due grandi uccelli bevono da uno stesso recipiente d’acqua, e una gallina tiene in bocca un anello: nuovamente il richiamo è all’unione coniugale e alla vita insieme. Un messaggio beneaugurante ai proprietari della casa.

I rilievi sull’Arco Lucchetti di Corigliano d’Otranto

Infine, il castello, con le sue sculture di personaggi illustri, è a sua volta un monumento parlante: le statue poste sulla sua facciata riportano le virtù dei personaggi cui riferiscono. Ognuno dei quattro torrioni del castello, poi, è affidato a un santo, scolpito a bassorilievo, a indicare le virtù del buongoverno.

Il castello di Corigliano d’Otranto

 

Questo post fa seguito all’Educational Tour #santilumi17 alla scoperta della Grecìa Salentina di cui ho scritto negli scorsi post.

* le traduzioni sono di Orlando D’Urso, che ci ha fatto da guida a Corigliano d’Otranto e che ha studiato le pietre filosofe della cittadina. 

Vieni a bloggare in Puglia: #Santilumi17 alla scoperta della Grecìa Salentina

Quando meno te l’aspetti salta fuori un blogtour. Per la precisione, un educational tour nella Grecìa Salentina, che a sua volta è una piccola parte del Salento. Se il Salento è noto per il mare e per alcuni centri più importanti, come Lecce, Otranto, Gallipoli, la Grecìa è un po’ meno nota. Soprattutto, fuori dalla Puglia, non si sa che qui, in 9 comuni, si parla tranquillamente il Grico, un dialetto che deriva dalla lingua greca. Questa peculiarità è ciò che resta di un periodo ormai lontanissimo nel tempo in cui la Puglia fu parte dell’impero Bizantino, alla caduta dell’impero romano d’Occidente. Ciò comportò l’uso della lingua, il greco appunto, e del rito greco bizantino nel rito cristiano.

Ma andiamo con ordine. Tre blogger: io, Stefania Brutti per Memorie dal Mediterraneo e Mattia Mancini di Djed Medu – Blog di Egittologia. Il comune di Corigliano d’Otranto ci ha invitato durante il Festival dell’Inutile Santi Lumi 2017, una manifestazione culturale che si svolge in questo periodo nel Castello, proprio per farci scoprire questo territorio e le sue peculiarità culturali.

In questo post vi racconto ciò che abbiamo fatto e visto, mentre lascerò i tanti necessari approfondimenti a post successivi. Pronti a partire con noi?

1 giugno: Corigliano d’Otranto: il paese filosofico

Arriviamo a Corigliano nel pomeriggio. Il paese ci accoglie con un sole pieno che fa risaltare la pietra bianca leccese nella quale sono costruite il castello, la chiesa, i palazzi. Alloggiamo in uno splendido b&b dietro la chiesa madre: tre grandi appartamenti che affacciano su una corte interna. Il cielo blu si insinua tra le finestre diroccate del piano superiore.

Frasi filosofiche scritte nel Giardino di Sophia a Corigliano d’Otranto

L’appuntamento del pomeriggio, il primo incontro a Corigliano, è con il prof. D’Urso, il quale ci racconterà perché ci troviamo nel “Paese Filosofico”.

L’iniziativa è in effetti piuttosto recente. Anna Fiore, ex sindaco della cittadina, decide di allestire i giardini pubblici fuori dal castello come “Giardino di Sophia”: un percorso che attraverso motti e frasi celebri di importanti filosofi di tutti i tempi invita alla riflessione sulla vita e sulla condizione umana. La storia del pensiero occidentale è una delle basi della nostra cultura, senza che ce ne accorgiamo, viviamo totalmente in una società che deriva i suoi concetti fondamentali addirittura dai grandi pensatori greci. E infatti frasi di Socrate, Platone, Aristotele, Epicuro, poi di Seneca, di Sant’Agostino e ancora di Nietzche e di Voltaire ci accompagnano nel giardino: non sono riflessioni oscure e incomprensibili, ma al contrario parlano dei sentimenti e delle passioni umane, dell’amicizia, della morte: la filosofia sa essere molto concreta, a volte. Inizialmente, con l’apertura del Giardino di Sophia, alcune attività commerciali di Corigliano avevano creato dei prodotti specificamente dedicati. Di tutti proveremo la Cicuta, un liquore a base di foglie d’olivo, che richiama nel nome il veleno che dovette bere Socrate condannato a morte.

L’idea del “paese filosofico” affonda a Corigliano radici ben più profonde, però: sugli architravi delle porte, sugli archi di accesso alle corti interne compaiono varie e tante iscrizioni in latino: alcune sono quasi incomprensibili, altre mezze cancellate dal tempo, altre ancora invece sono traducibili: sono moniti contro l’invidia, formule di protezione della propria casa, messaggi di invito alla pacifica convivenza civile. Tra tutte risaltano la lunga iscrizione sotto la torre dell’orologio e l’Arco Lucchetti, che più che essere iscritto è istoriato con scene simboliche il cui significato, molto criptico, riconduce all’unione familiare.

Visitiamo anche la chiesa madre di Corigliano d’Otranto, della quale ci colpisce il pavimento a mosaico che ricorda per molti aspetti il mosaico della cattedrale di Otranto, anche se quello è decisamente più antico e più carico di significati religiosi e simbolici.

Il castello di Corigliano d’Otranto

In serata raggiungiamo il castello, con le sue belle torri e il fossato intorno. Anche il castello è “parlante”: una serie di statue sulla facciata portano iscritta la virtù alla quale ogni personaggio si riferisce. Il castello ha una corte centrale, usata per eventi come il Festival dell’Inutile, sulla quale si aprono degli ambienti al piano terra: alcuni, indagati archeologicamente, hanno restituito materiali che saranno allestiti presto in un museo all’interno del castello, ancora in fase di progettazione.

2 giugno – mattina: Soleto e Galatina

Due paesi a pochissimi km l’uno dall’altro, totalmente diversi per l’eredità culturale di cui sono portatori: Soleto è Grecìa, in paese la gente parla il Grico come se fosse la lingua madre e finché ha potuto ha aderito al rito cristiano greco-bizantino, che fu a lungo osteggiato da papi e principi cattolici di rito romano. Galatina invece si arrende prima alle imposizioni religiose di Roma, grazie ad una forte presenza dei Francescani, e infatti oggi non fa parte della Grecìa. Ma per meglio capire le differenze tra i due paesi e i due riti religiosi, cosa c’è meglio dell’arte?

A Soleto visitiamo la piccolissima chiesa di Santo Stefano, interamente affrescata all’interno con scene della vita di Santo Stefano, della vita di Cristo, del Giudizio Universale e con la rappresentazione della Sophia, la Saggezza di Cristo, rappresentata due volte, sia come un Cristo giovanissimo e imberbe, che come figura femminile, ma sempre benedicente. Iconografie densissime, spesso di difficile lettura, realizzate da pittori sia di tradizione bizantina che di tradizione latina: lo scopo era la convivenza pacifica di due culture. In tutto questo tripudio di figure e di colori una delle raffigurazioni più intriganti è quella del Diavolo che tenta Gesù nel deserto con zampe di rapace e saio da frate francescano.

La scena del Diavolo tentatore rappresentato con zampe da rapace e il saio da francescano è una delle scene più bizzarre nella chiesa di Santo Stefano

A Galatina i frati francescani riescono nell’impresa di imporre il rito cattolico romano. La chiesa di Santa Caterina d’Alessandria, interamente dipinta nello stile gotico internazionale, ricorda per certi versi la basilica Superiore di S. Francesco d’Assisi. Ogni campata della navata centrale qui è dipinta con un tema diverso, l’Apocalisse, le storie della Bibbia, la vita di Cristo; ma l’immagine più importante è quella, sul soffitto, ben evidente a chi entra, dell’amigdala con al centro Cristo e il papa, del quale è così sancita la preminenza assoluta.

Una passeggiata per il centro di Galatina è occasione per scoprire, presso la cappella di San Paolo, il fenomeno del tarantismo: quello che oggi è occasione di festa e musica, la Notte della Taranta, fino ancora a pochi decenni fa era un’usanza difficile da definire, era il rituale di danze forsennate che le donne morsicate dal ragno ballavano andando in trance al ritmo ossessivo della pizzica.

Nel pomeriggio andiamo a Otranto. La bella cittadina sul mare ci accoglie dalla sua porta nelle mura, realizzate da Alfonso d’Aragona dopo aver ripreso la città che nel 1480 era stata assaltata e occupata dai Turchi. Quel giorno 500 martiri che rifiutarono di divenire schiavi furono decapitati. Le loro ossa sono raccolte in grandi teche esposte nella navata destra del Duomo. Ma certo non sono la cosa più eclatante.

Il grande pavimento a mosaico del duomo di Otranto colpisce innanzitutto perché si stende su tutta l’estensione della chiesa, sia nella navata centrale che in quelle laterali. Realizzato dal monaco Pantaleone nel 1167, il mosaico è la summa degli insegnamenti cristiani uniti alla cultura greca: compare Alessandro Magno accanto a Mosè, per fare un esempio. La rappresentazione dell’Albero della vita in cima al quale si trovano Adamo ed Eva, i 12 mesi coi lavori dell’uomo, Caino e Abele e re Artù è tuttora di difficile comprensione. Sotto la chiesa si apre la cripta, sorretta da tante colonnine e capitelli di reimpiego (quelle cose belline che piacciono a me).

Passeggiando per Otranto

Quando torniamo alla luce passeggiamo per Otranto, bellissima, con le sue casette bianche che mi ricordano, non a caso, l’altra sponda dell’Adriatico. Quindi, ci rechiamo al Castello Aragonese, la fortezza a difesa della città e del Canale d’Otranto, oggi sede espositiva e punto panoramico, ma all’epoca luogo del potere e della difesa: le sue stanze hanno pareti spessissime di pietra, con lunghe bocche per i cannoni al posto delle finestre. Oggi, il Castello ospita mostre temporanee (da metà giugno una mostra su Caravaggio) e presenta i reperti provenienti dalla Grotta dei Cervi di Porto Badisco, nota per le sue pitture rupestri, ma non aperta al pubblico.

L’ultima tappa di questa giornata è la cava di bauxite poco distante: un luogo magico in cui la natura si è riappropriata del proprio spazio dopo essere stata abbandonata dall’uomo. Con questo paesaggio coloratissimo negli occhi rientriamo a Corigliano d’Otranto.

La cava di bauxite appena fuori Otranto

3 giugno – il vasaio e le luminarie

Prosegue il nostro tour culturale alla scoperta, questa volta, dell’artigianato locale. Innanzitutto andiamo nell’azienda Colì, vasai di Cutrofiano dal lontano 1650: una tradizione familiare che si trasmette di padre in figlio. L’azienda è molto ampia, il forno è lunghissimo, concepito in modo da cuocere gli oggetti in terracotta alla temperatura costante di 800° per tante ore senza rischiare la cottura imperfetta, responsabile della rottura dei vasi. In azienda ovviamente si adottano le più avanzate tecnologie e si seguono le tendenze del gusto e del mercato. Ma ciò che rimane tradizionale è la vera forza di questo luogo: la lavorazione al tornio della materia prima. Giuseppe Colì si mette all’opera davanti ai nostri occhi e realizza un miracolo di argilla semplicemente facendo ruotare il tornio e usando sapientemente le mani e le dita. Uno spettacolo ipnotico.

il vasaio Giuseppe Colì all’opera mentre realizza un vaso al tornio. Giuseppe è campione internazionale di ceramica al tornio

A seguire visitiamo l’azienda MarianoLight che produce una cosa fondamentale per le feste di paese in Salento e in Puglia (e in generale al Sud): le luminarie. Si tratta di impalcature in legno bianco di varia forma e dimensione e variamente assemblate alle quali sono applicate lampadine assortite colorate. Quello che non sapevo è che con le luminarie si possono creare spettacoli di luci e musica, vere coreografie che lasciano a boccia aperta, e non solo: tra i committenti non ci sono solo i paesi, ma anche i brand di lusso, come Bulgari o Louis Vuitton, che commissionano scenografie luminose che ben si sposano con l’idea di lusso smodato. In questo campo la tradizione incontra l’innovazione tecnologica nella scelta delle luci più adatte (led o rgb), nei software da utilizzare per l’accensione delle luci in dialogo con la musica, nello studio di architetture sempre più elaborate e stupefacenti. Roba da restare con la bocca aperta. Non guarderò mai più le luminarie con gli stessi occhi, lo giuro!

Il teatro romano di Lecce e il campanile del duomo sullo sfondo

Nel pomeriggio, l’ultimo in Salento, ci spostiamo a Lecce. Qui facciamo un bel giro nel centro storico, attraverso Porta Rudiae fino al Duomo dedicato a Sant’Oronzo, poi fino a Piazza Sant’Oronzo nella quale si apre l’anfiteatro romano, quindi verso il teatro romano e infine entriamo a vedere gli scavi archeologici sotto palazzo Castromediano-Vernazza: siamo tutti e tre archeoblogger, del resto, e non potevamo resistere al richiamo!

Si conclude il blogtour #santilumi17 con un lungo viaggio in treno la domenica mattina, lungo tutta la linea ferroviaria adriatica. Impegnativa, ma è valsa davvero la pena. Grazie a Coolclub che ci ha contattato per conto del comune di Corigliano d’Otranto, nostro ospite e organizzatore dell’evento. In questi giorni ho conosciuto una terra di cui non solo a malapena conoscevo l’esistenza, ma che mi ha stupito per la profondità culturale di cui è capace. Il Salento non è semplicemente bel mare, è una terra di tradizioni antiche che sono riuscite a preservarsi e che sono il punto di forza di questa regione. Personalmente mi sono innamorata della Grecìa Salentina. Nei prossimi post ve lo dimostrerò!

La scoperta della Fratelli Alinari

Fino a pochi anni fa Firenze vantava un importante museo di fotografia: il Museo Alinari. Si trovava in Piazza S.Maria Novella, nella sede oggi occupata dal Museo Novecento. Era un museo articolato in due sezioni: una permanente dedicata alla storia della fotografia attraverso gli oggetti, macchine fotografiche, lastre di vetro, dagherrotipi, albumine e quant’altro della collezione dei Fratelli Alinari; una temporanea, dedicata a mostre di fotografi importanti (qui ad esempio ho visto la mostra di Robert Capa in Italia).

Qualche anno fa il museo ha chiuso, privando i Fiorentini e l’intera comunità di un patrimonio di inestimabile valore storico e documentario. Sì, perché i Fratelli Alinari custodiscono l’archivio fotografico più importante d’Italia, 6 milioni di immagini, e scusate se è poco.

Lo stenditoio Alinari: qui asciugano le foto sviluppate

Fortunatamente, se il museo ha chiuso, la Fratelli Alinari sente comunque l’esigenza di raccontarsi. Lo fa attraverso visite guidate alla sua sede storica, in Largo Alinari, in fondo a via Nazionale. Ho avuto l’opportunità di prendere parte ad una di esse pochi giorni fa. Ed è stata un’esperienza che vi consiglio caldamente.

Si comincia con un’introduzione che racconta chi furono i Fratelli Alinari, mostra in immagini d’epoca come lavoravano i fotografi di un tempo: in studio con tendaggi particolari per giocare con la luce, dato che non esistevano ancora i fari attuali, e con arredamenti particolari, in modo da ricreare ambientazioni che potessero piacere ai committenti della fotografia. Siccome non è che si scattasse e via, ma la posa poteva durare anche parecchi minuti, i soggetti delle foto dovevano restare assolutamente immobili. Così erano previsti sostegni anche per la testa, in modo da non rischiare di rovinare la foto. Accorgimenti che oggi ci risultano curiosi e ci fanno sorridere, ma all’epoca erano l’unica soluzione.

Una foto del Foro romano prima degli scavi, con le mucche che pascolano tranquillamente

La visita poi si sposta a conoscere gli ambienti in cui si svolge il lavoro della Fratelli Alinari oggi: luogo che è archivio della memoria fotografica italiana, ma anche luogo che perpetra la tradizione della fotografia italiana producendo, per chi ne fa richiesta, copie di fotografie impresse su lastra di vetro anche di più di 100 anni fa. La prima di queste stanze è la cosiddetta “Sala Vintage”.

La “Sala Vintage” altro non è che l’archivio fotografico, nella quale sono raccolte fotografie, album e libri d’epoca di quelli sui quali le fotografie erano incollate e non stampate come pagine.

Qui abbiamo visto due album diversissimi tra loro. Ah, innanzitutto una curiosità: l’album deve il suo nome all’albumina, la sostanza a base di albume d’uovo con cui vengono fissate le immagini sviluppate da lastra di vetro, responsabile del color “seppia” di tante fotografie d’epoca che conosciamo.

L’eruzione del Vesuvio. Archivi Alinari

Il primo album, “Italia” è un album fotografico da Grand Tour: la gente che viaggiava attraverso l’Italia per diletto non possedeva macchine fotografiche da portare con sé. Di conseguenza, l’unico modo per avere un album dei ricordi era affidarsi ad un fotografo che ne costruisse uno appositamente studiato con tutte le tappe. Alcune foto di quest’album hanno dell’incredibile: una ritrae Genova quando ancora aveva la Sopraelevata di marmo (non lo sapevate? Beh, neanch’io fino a poco tempo fa, poi ho letto quest’articolo); un’altra immortala alcune mucche mentre bucolicamente pascolano al Foro Romano che ancora doveva essere scavato (lo farà ai primi del Novecento Giacomo Boni); infine una foto, datata precisamente al 24 aprile del 1876, mostra tutta la potenza del Vesuvio in eruzione.

Una delle foto del reportage di Felice Beato in Giappone

L’altra serie di foto che vediamo invece è tratta dal reportage di Felice Beato in Giappone nel 1865: egli fu il primo fotografo occidentale a poter ritrarre i Giapponesi nelle loro case e nelle loro attività quotidiane dopo l’apertura del Giappone all’Occidente. Si tratta di albumine colorate, ovvero ritoccate a colore da pittori appositamente incaricati, per una moda che andava all’epoca.

Prosegue la visita nella lastroteca. Questo è un luogo che sa di antico e prezioso: sarà la stanzina buia, saranno tutte quelle lastre di vetro avvolte ciascuna nella propria carta marroncina, sarà che sono state impresse davvero più di un secolo fa, fatto sta che mi sento come in un museo. In effetti qui sono custodite le lastre con l’impressione originale dalla quale vengono poi sviluppate le fotografie su richiesta del cliente di turno. Si tratta dunque di un luogo vivo, funzionante, prezioso come il caveau di una banca.

La lastroteca Alinari

Continuiamo poi e ci affacciamo nella stanza dello stenditoio, ovvero dove le fotografie sviluppate sono appese ad asciugare (proprio con le mollette, come i panni!) e infine entriamo a vedere i macchinari della camera oscura. Il lavoro del fotografo è molto più che scattare, è anche riuscire a trasportare su un supporto toccabile un’immagine impressa. I macchinari sembrano industriali. Io non posso che rimanere esterrefatta di fronte a tutto ciò: come può essere venuto in mente a qualcuno di inventare un tale procedimento?

La visita è molto istruttiva, soprattutto per chi come me è quasi digiuno di storia della fotografia. La nostra guida con grande pacatezza ci ha accompagnato in un mondo per me pressoché nuovo, portando per mano il nostro stupore mentre salivamo e scendevamo per le scale strette che collegano i laboratori Alinari. L’auspicio è che visite come questa possano continuare a cadenza periodica, come hanno intenzione di fare quelli della Fratelli Alinari. Auspicando, ovviamente, che al più presto possa riaprire il Museo Alinari della Fotografia: a Firenze se ne sente la mancanza.

 

Il Codice Mondiale di Etica del Turismo

Forse non tutti sanno che il turismo è, come ogni azione che si svolge in un contesto sociale, regolato normativamente. In Italia è il MiBACT, Ministero per i Beni e le Attività Culturali e Turismo che se ne occupa attraverso l’attività di due suoi organi: la Direzione Generale Turismo e l’Osservatorio Nazionale del Turismo. Queste hanno varie competenze che mirano da un lato a diffondere la promozione turistica dell’Italia nel mondo (non è casuale che il turismo stia sotto il ministero dei Beni Culturali: perché l’Italia punta molto sul Turismo Culturale), dall’altro ad elevare gli standard dell’accoglienza e delle strutture ricettive; infine tutelano il turista.

Non è solo l’Italia che dà un grande peso al turismo: tutte le nazioni del mondo lo fanno e un organismo sovranazionale come l’ONU ha addirittura pensato di divulgare un Codice Mondiale di Etica del Turismo al quale, naturalmente, aderiscono tutti gli stati membri.

Le donne e i bambini che vivono sulle Islas Flotantes nel Lago Titicaca in Perù intonano canzoni varie (tra cui “Volare!”) per salutare i turisti: la popolazione locale e la sua tradizione sono completamente snaturati e stravolti in funzione del turista

Tra diritti e doveri del turista, e garanzie a tutela di chi accoglie, il Codice è un documento che vuole difendere le comunità del mondo oggetto di speculazioni turistiche che rischiano di essere schiacciate (dal punto di vista sociale, naturale e ambientale, delle tradizioni locali) dalle logiche di un turismo che guarda più al guadagno che non al luogo vero e proprio. In una frase, il Codice promuove il turismo sostenibile, un turismo cioè che non trasformi in uno zoo o in un parco giochi il luogo che accoglie, e che allo stesso tempo dia garanzie al turista. Si cerca in questo modo di evitare che i luoghi risultino snaturati dalla presenza ingente di persone “altre” che spesso anche inconsapevolmente condizionano l’ambiente che visitano; allo stesso tempo il turismo sostenibile è un modo per sostenere proprio le popolazioni e le tradizioni locali. Come per tutte le cose, il giusto mezzo è sempre la soluzione migliore.

Ma vediamo in cosa consiste il Codice di Etica del Turismo.

Lo si può scaricare dal sito dell’Osservatorio Nazionale per il Turismo italiano. Consta di 10 articoli più un preambolo iniziale nel quale gli stati firmatari prendono atto sia degli aspetti positivi che il turismo ha sull’economia mondiale, sia delle conseguenze negative che può avere se non è regolamentato: in sostanza ne comprendono le ricadute positive in termini economici e di sviluppo dei Paesi che accolgono, e sostengono il diritto al turismo quale libertà individuale culturale e ricreativa da favorire. Lavorano nell’ottica di un turismo mondiale sostenibile.

Trattandosi di un codice etico, naturalmente l’articolo 1 titola “Il turismo quale strumento di comprensione e di rispetto reciproco tra i popoli e le società“: si rivolge a tutti gli attori in gioco del settore turistico: da chi lavora nel campo del turismo, alle comunità che accolgono i turisti, ai turisti stessi e alle autorità di pubblica sicurezza, affinché vigilino sul buon andamento del viaggio e dell’accoglienza. L’articolo si riferisce anche all’eventualità di azioni criminose da parte del turista o del recettore, poi alle informazioni utili che ogni turista consapevole deve acquisire in merito a questioni sanitarie del Paese che lo accoglierà.

Patrick Zachmann, fotografo di reportage per Magnum Photos, in Thailandia documenta il turismo sessuale pedofilo. Questa foto, scattata nella città di Pattaya, è in mostra ora all’Ara Pacis per Spartaco. Schiavi e padroni a Roma. Credits: pinterest

L’articolo 2 è una diretta conseguenza del primo, perché titola “Il turismo quale mezzo di realizzazione individuale e collettiva“: la libertà individuale è sacra e inviolabile, così come la salute e la sicurezza della persona fisica. Il discorso vale sia per il turista, del quale va garantita la sicurezza sotto qualsiasi aspetto, che per le persone che accolgono, che non devono essere ridotte a schiavitù in nome del denaro e del profitto di pochi. È palese il riferimento a quelle nazioni in cui è praticato il turismo sessuale, come la Thailandia, in cui il fenomeno raggiunge livelli elevatissimi (che non vengono però combattuti dal governo thailandese proprio perché è la prima fonte di guadagno per l’intera nazione).

L’articolo 3 entra nel merito del “turismo sostenibile“: salvaguardia dell’ambiente e delle risorse naturali, tutela del patrimonio naturale e della biodiversità. Il comma 5 è importante:  Il turismo nella natura e l’ecoturismo sono riconosciuti come forme di particolare arricchimento e valorizzazione del turismo, a condizione che rispettino il patrimonio naturale e le popolazioni locali e rispondano alla capacità di accoglienza dei luoghi. Il tema dell’ecoturismo in realtà è alquanto controverso e ha scatenato un dibattito piuttosto acceso sul tema del danno ambientale, soprattutto se l’ecoturismo diventa un business più che un fatto etico. È il paradosso del turista ambientalista, di cui avevo parlato qui.

All’articolo 4 si parla invece di turismo culturale: “Il turismo come fruizione del patrimonio culturale dell’umanità e sostegno al suo arricchimento“. Due i passi salienti dell’articolo: al comma 2 “un’attenzione particolare sarà accordata alla conservazione e valorizzazione di monumenti, santuari e musei e ai siti archeologici e storici, che saranno aperti alle visite turistiche nel modo più ampio possibile“. Si parla qui di tutela, fruizione e valorizzazione, che sono alla base della normativa in materia di Beni Culturali così come regolata, in Italia, dal Codice dei Beni Culturali e Paesaggio D.Lgs. 42/2004. La tutela è volta a preservare il patrimonio e a conservarlo nel presente e per le generazioni future; il destinatario del patrimonio culturale in quanto portatore di valori identitari è la popolazione, la cittadinanza, ed è per questo che lo Stato (e il Codice Etico) garantisce la fruizione; non solo, occorre valorizzare questo patrimonio, per far sì che un numero sempre maggiore di persone ne possa fruire in modo sempre più consapevole.

Turisti al Colosseo, uno dei monumenti più visitati d’Italia

L’altro passo saliente dell’articolo dice “L’attività turistica sarà pianificata in modo tale da consentire ai prodotti culturali ed artigianali tradizionali ed alle attività folcloristiche di sopravvivere e prosperare, anziché causarne l’impoverimento e l’omologazione.“: qui il riferimento è alla Convenzione UNESCO sul patrimonio culturale immateriale, ovvero tutte quelle manifestazioni del saper fare, dell’ingegno e delle tradizioni locali che magari non producono beni culturali in quanto tali, ma che vanno preservate in quanto elementi importanti dell’identità locale e nazionale: le processioni per le feste religiose, i piatti tipici (la pizza, per esempio!), particolari idiomi come il sardo, per quanto riguarda l’Italia, rientrano nel patrimonio culturale immateriale e come tali sono tutelate dallo Stato.

Da questo articolo emerge in modo davvero lampante quanto turismo e cultura siano intimamente legati. Per l’Italia, poi, non occorre sottolineare quanto questo legame sia davvero forte.

L’articolo 5 è propositivo nei confronti delle comunità che ospitano i turisti:”Il turismo quale attività vantaggiosa per i paesi e le comunità ospitanti“. Il turismo genera un indotto economico non indifferente, se saputo gestire, i cui effetti benefici ricadono a pioggia sulla popolazione, a partire dall’aspetto di non poco conto dell’occupazione. Si auspica il coinvolgimento delle comunità locali nei progetti di grande sviluppo turistico, per far sì che i guadagni si possano dividere utilmente e in modo da non rendere il luogo soltanto un giacimento da sfruttare.

Alpaca al pascolo nei pressi delle Chullpas, a un’ora di macchina dal lago Titicaca

Proprio onde evitare qualsiasi forma di sfruttamento, l’articolo 6 discute gli “Obblighi degli attori del settore turistico“: costoro hanno obblighi nei confronti dei turisti innanzitutto, ai quali devono fornire ogni informazione e servizio utile per garantire la sicurezza nel viaggio, ma anche onde evitare raggiri e truffe. Al comma 5 si tratteggia un servizio da parte dei governi che corrisponde a quello messo in atto in Italia da Viaggiaresicuri.it del Ministero degli Esteri, ovvero la capacità di informare i turisti delle situazioni di rischio in particolari paesi. Infine si auspica che la stampa specializzata in viaggi (e anche i travelblog, ovviamente) forniscano informazioni veritiere, in modo da non ingannare le aspettative del turista.

Il diritto al turismo” è sancito all’articolo 7: “La possibilità di accedere direttamente e personalmente alla scoperta ed al godimento delle ricchezze del pianeta rappresenta un diritto di cui tutti gli abitanti del mondo devono poter usufruire in modo paritario“. Non credo ci sia bisogno di ulteriori commenti. Il diritto al turismo, che deriva dal diritto a godere del proprio tempo libero, è legato ad una serie di altri diritti fondamentali: il diritto ad avere un lavoro retribuito che consenta di guadagnare quel surplus tale da potersi permettere un viaggio e, conseguente al diritto al lavoro, il diritto alle ferie (retribuite) e al riposo. Non solo. il diritto al turismo è diritto all’accessibilità anche nei confronti dei turisti diversamente abili: proprio a loro è stata dedicata la Giornata Mondiale del Turismo lo scorso 27 settembre 2016.

Il diritto al turismo riguarda anche i viaggiatori diversamente abili. Credits: Touring Club

All’articolo 8 si parla di “Libertà di movimento a scopo turistico“: si tratta della libertà di poter circolare e muoversi liberamente in una nazione ospitante, di poter avere accesso a tutti i mezzi di comunicazione, di godere degli stessi diritti dei cittadini del Paese ospitante. L’articolo fa un riferimento anche alle frontiere per le quali auspica procedure tese a non scoraggiare il turismo.

L’articolo 9 parla dei “Diritti dei lavoratori e degli imprenditori dell’industria turistica“: formazione, controllo e agevolazioni da parte della nazione in cui esercitano; un monito alle imprese multinazionali del settore turistico a non imporsi e a non abusare della loro posizione dominante: che cerchino piuttosto un dialogo e una collaborazione con le realtà locali, in termini di sviluppo e di crescita.

Con l'”Applicazione dei principi del Codice Mondiale di Etica del Turismo” si conclude, all’articolo 10, il Codice. Secondo esso gli attori turistici riconoscono l’Organizzazione Mondiale del Turismo e in generale devono rispettare i dettami del Codice, che a loro in particolare si riferisce.

La Centrale Montemartini: quando l’archeologia industriale incontra l’archeologia classica

Ci sono luoghi che hanno un’anima. Luoghi nei quali respiri un’atmosfera davvero diversa. La Centrale Montemartini non è il solito museo. Non è semplicemente un edificio che contiene una collezione di arte antica. È un edificio che ha un grandissimo valore di per se stesso. L’insieme delle due cose, l’edificio e la collezione d’arte antica, rendono la Centrale Montemartini un museo unico nel suo genere. Qui l’archeologia industriale incontra l’archeologia classica. Il connubio è un vero matrimonio d’amore.

Centrale Montemartini: la sala Macchine

La Centrale Montemartini nasce all’inizio del Novecento, nel 1912, come centrale termoelettrica di Roma: fu il sindaco dell’epoca, Ernesto Nathan, a volere un’azienda pubblica municipale per l’illuminazione. Fu indetto un referendum e vinse il sì, così sorse la centrale termoelettrica municipale. Fu intitolata a Montemartini, uno dei più accesi sostenitori della municipalizzazione del servizio di illuminazione, che morì però proprio nel 1912, avviati i lavori, ma prima che la centrale potesse iniziare a funzionare. Negli anni ’30 la Centrale, seguendo le innovazioni tecnologiche dell’epoca, fu dotata di due motori diesel e rinnovata in alcune sue parti. Ma negli anni ’50 andò in disuso.

Centrale Montemartini, Sala Macchine

Divenuta un cimelio di archeologia industriale, negli anni ’90 è stata restaurata. L’architetto Francesco Stefanori ha l’idea sfrontata di darle un ruolo che non le appartiene, ovvero di trasformarla in un museo di arte antica. L’ennesimo a Roma, verrebbe da dire. Sì, forse, ma con un’anima tutta sua. Inizialmente, siamo nel 1997, fu allestita una mostra temporanea nella quale oggetti d’arte antica, statue romane in marmo bianco, erano poste sullo sfondo dei macchinari in ghisa. L’idea piacque e la mostra divenne permanente. E quest’anno festeggia i 20 anni di vita.

La bambolina in avorio di Crepereia Tryphaena

La collezione segue un suo preciso iter: il piano terra è dedicato all’arte della Roma repubblicana più antica. Capolavori da manuale come il frammento di pittura dalla tomba dei Fabii di III secolo a.C., uno dei più antichi esempi di pittura tombale romana, e la statua del Togato Barberini, che raffigura un anziano patrizio con in mano le teste/ritratto dei suoi antenati secondo una pratica comune presso le nobili famiglie romane. Al piano terra, però, la protagonista assoluta è la giovane Crepereia Tryphaena, una fanciulla promessa sposa ma morta prima di sposarsi, che fu seppellita con la sua bambolina, in tutto e per tutto simile ad una barbie di oggi: una storia tristissima che a distanza di quasi 2000 anni non smette di commuovere e che anzi, colpì il poeta Giovanni Pascoli, che le dedicò una poesia, all’indomani della scoperta della sua sepoltura, nel 1889.

Il treno di Pio IX

Al piano terra, una sezione recentemente allestita, e un po’ avulsa dal resto, ospita il treno di Papa Pio IX, il papa che volle che la nuova tecnologia dei trasporti della metà dell’800, la ferrovia appunto, arrivasse anche nello Stato Pontificio. I vagoni esposti sono elegantissimi, portano il “marchio” di Pio IX. Il primo viaggio si svolse nel 1859 lungo la ferrovia Pio-latina fino a Ceprano, sul confine col regno Borbonico. Ma di lì a poco l’unificazione d’Italia decretò la fine dei viaggi di questo bel treno.

Centrale Montemartini, sala macchine

Il cuore dell’esposizione è la Sala Macchine, al primo piano dell’edificio. Se già al piano terra abbiamo qualche avvisaglia dei macchinari in ghisa che facevano funzionare la centrale, salendo le scale rimaniamo decisamente a bocca aperta. I macchinari, due grandi motori diesel, neri, imponenti, sono collocati da una parte e dall’altra della sala. Lungo il loro lato, tante teste e statue antiche in marmo bianco si dispongono come ad una sfilata: riconosciamo dei e dee, imperatori, tutte opere di arte romana che un tempo erano nel deposito dei Musei Capitolini e che infine hanno trovato una degna collocazione. L’effetto del contrasto tra il nero pesante dei macchinari e il bianco candido ed elegante dei volti antichi è incredibile e lascia a bocca aperta. L’allestimento gioca appunto sul contrasto tematico, su antico e moderno, su bellezza e forza, su bianco e nero, su eleganza e grazia contro potenza e rumore. L’effetto dirompente è davvero ben riuscito e non si può restare insensibili.

Statua di Dioniso Sardanapalo, Centrale Montemartini Sala MAcchine

 

 

 

 

In fondo alla stanza, invece, si dispongono le statue che decoravano il frontone del tempio di Apollo Sosiano, di età augustea. Le statue sono originali greci: secondo una prassi consolidata nella tarda età repubblicana e primoimperiale, dalla Grecia fluivano a Roma opere d’arte greche di artisti più o meno famosi. Se molte opere venivano acquistate da collezionisti privati, molte altre invece erano esposte al pubblico, come ornamento per la città. Il frontone del tempio di Apollo Sosiano risponde a questa logica.

La musa Polymnia

Una grande sala attigua ospita statue di età imperiale avanzata, provenienti dagli Horti, ovvero dai giardini di alcune grandi case di Roma. Tra le sculture, senza dubbio la Musa Polymnia, avvolta nel suo mantello, con la sua espressione assorta e senza tempo, è l’opera maggiore; ma anche la statua del satiro Marsia appeso per essere scuoiato vivo (perché secondo il mito aveva osato sfidare Apollo nella musica, uscendo sconfitto dalla disfida) è capace di scuotere l’animo in chi la guarda. Tra i monumenti funerari, l’edicola del giovane Sulpicio Massimo, che nel 94 d.C. aveva vinto il certamen (gara) di poesia con un poemetto sul mito di Fetonte che volò troppo vicino al Sole, commuove perché i suoi genitori riportarono il testo di tutto il componimento poetico, fieri del talento di quel giovane artista troppo presto stroncato dalla morte. Ancora, nella sala, il pavimento è occupato da mosaici a tema di caccia: in essi è rappresentato il padrone di casa a cavallo mentre assale un cinghiale e altre scene simili con altri animali, secondo un gusto che nel III-IV secolo d.C. andava piuttosto di moda.

Fanciulla seduta, Centrale Montemartini

Il Museo della Centrale Montemartini si trova lungo la via Ostiense, all’uscita della stazione metropolitana di Garbatella. Volendo, poi, è anche raggiungibile a piedi da Ostiense, che non dista poi molto da qui. Altri esempi di archeologia industriale, oltre alla centrale, come il gasometro, si notano alle sue spalle. Sono i segni tangibili di una città che è cresciuta, che vedeva qui agli inizi del Novecento il suo polo industriale il quale, piano piano, è stato assorbito dalla città in espansione. Oggi la via Ostiense che esce dalle mura Aureliane a Piramide e va in direzione di Ostia è una zona ancora in espansione, a carattere residenziale e sede dell’Università di RomaTre: frequentata dai giovani, è il segno di una città che cresce, che non si ferma, che amplia i suoi spazi e i suoi orizzonti.

Pompei: 7 cose da sapere per organizzare il proprio viaggio

Pompei, la città romana più famosa della storia, dopo Roma, ovviamente, è meta ogni anno di milioni di turisti. Costoro vengono da tutto il mondo per vedere i resti di questa tranquilla cittadina che se ne stava pacifica all’ombra del Vesuvio quando, nel 79 d.C., il vulcano eruttò sommergendola per sempre sotto una spessissima coltre di lava.

Il foro di Pompei

Di Pompei non si seppe più nulla e si sarebbe saputo poco se lo studioso Plinio il Vecchio non fosse morto proprio sotto il Vesuvio durante l’eruzione, incurante del pericolo perché doveva studiare il fenomeno del vulcano in eruzione.

Rimasta sepolta per tutta l’antichità e il medioevo e più, Pompei iniziò a tornare in luce verso la fine del Settecento. La sensibilità culturale dei regnanti Borboni, che seguiva in questo l’amore per l’antiquaria tipico delle grandi corti italiane a Roma, a Firenze, a Venezia, fece sì che si inaugurasse una stagione di scavi prolifica e favolosa: i cunicoli scavati nella lava portavano alla luce statue e oggetti preziosi, pitture parietali, mosaici, restituivano, insomma, un’immagine di una città romana come non la si conosceva. Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, MANN, custodisce le opere più importanti e interessanti che furono scoperte all’epoca e che ben raccontano questa città romana.

1. Come raggiungere Pompei?

Ecco una cosa fondamentale da sapere: Pompei non è così facilmente raggiungibile. Non è né vicina a Napoli né a Salerno. Si trova a metà strada lungo due direttrici ferroviarie: la circumvesuviana e la linea metropolitana Napoli-Salerno. Quest’ultima in particolare è la vecchia linea ferroviaria Napoli-Portici, la più antica d’Italia, che passa da Pietrarsa e dal suo museo nazionale della ferrovia: se decidete di fermarvi qui nessuno si offenderà. La linea, tra l’altro, è bellissima, sul mare, affacciata sul golfo di Salerno e sui piccoli porticcioli che rendono così meraviglioso il nostro Mediterraneo. La stazione Pompei si trova in centro al borgo in cui sorge il Santuario della Madonna di Pompei. Poco più avanti c’è l’ingresso agli scavi lato Anfiteatro.

Il panorama dal treno per Pompei

La Circumvesuviana viaggia su una linea interna che va a Sorrento e che ferma a Pompei e Pompei Villa dei Misteri. Anch’essa è una linea ferroviaria piuttosto antica, che risale al 1890.

Il terzo modo per raggiungere Pompei è in macchina, via autostrada.

2. Biglietti!

Pompei è di competenza statale. Pertanto la prima domenica del mese l’ingresso è sempre gratuito. Gli altri giorni il biglietto intero costa 13 € ed è valido la giornata intera. Se si vuole, si può fare un biglietto cumulativo di 22 € che dura 3 giorni per entrare anche a Ercolano, Pozzuoli, Oplonti e Stabia: se riuscite a sopravvivere alla full immersion archeologica è molto conveniente.

3. Muoversi a Pompei

Dal sito web della Soprintendenza di Pompei si può scaricare la mappa della città romana con tutti i punti di interesse, in modo da poter pianificare la visita. In ogni caso, la mappa viene fornita all’ingresso insieme al biglietto.

Una caupona, ovvero una “tavola calda” di Pompei lungo via dell’Abbondanza

Quello dal lato dell’Anfiteatro è uno degli ingressi al parco. Sulla destra ci troviamo per l’appunto l’antico edificio da spettacolo, che un tempo ospitava gli spettacoli dei gladiatori, e sulla sinistra troviamo la Palestra Grande, un’ampia area nella quale un tempo si allenavano i gladiatori prima degli spettacoli e che oggi invece ospita le mostre temporanee (l’ultima, Pompei e i Greci, ha inaugurato pochi giorni fa).

L’anfiteatro si trovava in posizione decentrata rispetto alla città, ma da qui in pochi minuti si raggiunge la via principale di Pompei, via dell’Abbondanza, con le sue case signorili, le taverne, e numerosi edifici ancora in restauro. Si può percorrere il basolato romano dell’antica via,oppure il marciapiede a ridosso degli edifici, che è stato recentemente adattato ale esigenze anche del pubblico diversamente abile o in carrozzina: è il progetto Pompei per tutti e, di fatto, è molto comodo.

Pompei, uno scorcio di via dell’Abbondanza

4. Paesaggi
Pompei, come tutti i parchi archeologici, è immersa nel paesaggio e vive del suo rapporto col paesaggio. Cercate sullo sfondo l’inconfondibile silhouette del Vesuvio, all’ombra del quale la città sorgeva finché il vulcano non decise di esplodere segnandone il destino.Paesaggio è anche l’integrazione degli edifici antichi col verde circostante, è riportare all’antico splendore i giardini delle domus, ricreando ambienti lussureggianti e piacevoli come dovevano essere per le matrone pompeiane.

Il giardino della domus di Venere nella conchiglia

6. Mitoraj
Nell’ampia piazza del foro, le grandi statue dell’artista Igor Mitoraj prendono il posto delle antiche statue che un tempo dovevano ornare lo spazio pubblico principale della città. Antico e contemporaneo si compenetrano e si equilibrano. I puristi dell’archeologia forse storcono il naso; personalmente a me l’effetto piace molto.

Una delle statue di Mitoraj nel foro di Pompei

7. Mostre temporanee
Un’intera città da visitare e vogliamo perdere tempo a visitare una mostra? Sì, perché le mostre sono sempre degli approfondimenti utili e interessanti che aiutano a scoprire aspetti meno noti e più particolari del sito in cui ci troviamo. La mostra in corso attualmente, Pompei e i Greci, per esempio, parla di una Pompei che non è quella di epoca romana rimasta per sempre sotto la lava del Vesuvio, ma di una fase precedente della città, quando i Romani ancora non c’erano e quando il Sud Italia era un luogo in cui si incontravano persone, culture e tradizioni e in cui la cultura greca era un linguaggio comune.

Reperti rinvenuti nel porto antico di Neapolis e in mostra a “Pompei e i Greci”

Questo è solo un post introduttivo su Pompei; prossimamente vi prometto altri post dedicati alla città più sfortunata dell’antichità. 

il Museo Bagatti-Valsecchi a Milano

Milano, via Montenapoleone. Il Quadrilatero della Moda, il quartiere più chic di tutta Europa. Non verrebbe in mente a nessuno che tra una vetrina di Haute Couture e una boutique di scarpe inarrivabili per noi povere mortali, si possa trovare un museo. E invece c’è, è qui, in una via laterale, accanto allo showroom di Stefano Ricci. È il museo Bagatti-Valsecchi.

E che ci fa un museo qui?

La Galleria delle Armature è il primissimo impatto con la collezione del Museo Bagatti-Valsecchi

Innanzitutto iniziamo col dire che è una casa-museo. Ovvero è la casa di una famiglia nobile di Milano, i Bagatti-Valsecchi, che è talmente particolare, bella, eccentrica, da meritare di essere mostrata al pubblico. Da qui dunque l’idea di aprire le sue porte alla gente, e l’idea di un museo. Un museo che attraverso se stesso racconta una storia tanto interessante quanto bizzarra: quella di due eccentrici fratelli che nella seconda metà dell’Ottocento volevano arredarsi casa come se fosse un castello cinquecentesco. E ci riuscirono, accidenti. Eccome se ci riuscirono.

L’ingresso, su via Gesù, traversa di via Montenapoleone, immette in un atrio scoperto che già ci catapulta in un’altra dimensione. La Milano da bere è fuori di qui, ben distante. Entriamo e superata la biglietteria si salgono le scale. Veniamo accolti dalla Galleria delle Armature. E qui decisamente facciamo un salto indietro nel tempo di qualche secolo. Armature, corazze, elmi, scudi e spade su un lato e sull’altro del corridoio ci osservano silenti e minacciosi, mentre procediamo verso il Salone. A me personalmente, ricorda la collezione di armature del Museo Stibbert di Firenze, un’altra casa-museo di un altro eccentrico proprietario. Ma scoprirò nel prosieguo della visita che la collezione è molto differente.

La visita alla casa dei Bagatti-Valsecchi inizia con la Stanza della Madonna: se con la Galleria delle Armature abbiamo pensato di trovarci in un luogo sospeso nel tempo, da qui in avanti non abbiamo più dubbi: siamo decisamente nel Cinquecento!

Il leone più brutto che la storia dell’arte ricordi. Milano, Museo Bagati-Valsecchi

Un grande dipinto alla parete, con una Madonna della Misericordia dall’ampio mantello che accoglie i fedeli e i committenti vigila su questa sala. Sotto di essa una bella cassapanca dipinta, il Cassone delle virtù, anch’esso cinquecentesco, fu acquistato dai Bagatti-Valsecchi da un contadino, il quale lo usava come mangiatoia! Dalle stalle alle stelle, come dire. Nella stanza però è un altro affresco, o meglio un dettaglio di esso, che attira la mia attenzione: un leone brutto ma brutto, che più brutto non si può: il pittore che lo dipinse sicuramente non aveva mai visto un leone dal vivo, è evidente!

Parliamo dei due fratelli Bagatti-Valsecchi: Fausto era un donnaiolo, uomo di mondo, affascinante, ricco e scanzonato; riceveva in casa le sue amanti, una per volta, e le faceva accedere o andar via tramite un passaggio segreto che immetteva nella Biblioteca. Chi avrebbe mai pensato che la cultura potesse essere tanto intrigante? Dormiva in una camera da letto il cui letto in legno era intarsiato con tantissime minuscole storie tratte dalla Bibbia. A terra, il pavimento richiama un tappeto nelle rifiniture laterali, mentre sul comodino un teschio ci ricorda il memento mori, un invito dunque a godere del presente, vivendo rettamente.

“Amore, posso far venire le mie amiche per un té?” “Certo, purché non spettegoliate”

Fausto aveva un fratello, Giuseppe, che sposò Carolina Borromeo, anch’essa di nobile famiglia milanese (ve lo ricordate il Cardinale Federigo Borromeo dei Promessi Sposi?). Fu un matrimonio d’amore che diede alla luce alcuni figli (che, indovinate? Giocavano in un girello in legno cinquecentesco e dormivano nella culla cinquecentesca!); Carolina aveva delle amiche e un bel soggiorno a disposizione con un camino valtellinese, la Stube. Chiese dunque al marito Giuseppe se poteva invitare le amiche per un té e il marito certo le diede il permesso. Ma a scanso di equivoci, poiché conosceva molto bene il genere femminile, fece scrivere sopra il caminetto in latino una frase di monito: vietato parlar male e spettegolare degli assenti. Donnine avvisate mezze salvate.

Segue poi la camera da letto della coppia di coniugi, sui toni del rosso, con un bel baldacchino matrimoniale centrale, e la Sala Verde, la camera singola di Giuseppe, anch’essa con letto a baldacchino. Tutte le sale ospitano qualche opera d’arte più o meno di pregio, così tra un Giovanni Bellini e un Gentile Bellini oltre ad avere il mobilio, gli arredi, le suppellettili e persino le decorazioni del soffitto e delle pareti in stile, anche le opere d’arte sono coeve. L’arredamento cinquecentesco voluto e perseguito dai due fratelli Bagatti-Valsecchi è coerente, senza sbavature,  che denota una precisa ricerca filologica degli oggetti. I mappamondi in biblioteca, per esempio, uno della volta celeste, l’altro del mondo conosciuto nel Cinquecento, sono due preziosi documenti di un momento in cui l’America era stata appena scoperta, a malapena delineata e chiamata “Terra Incognita“.

La Sala Verde, camera da letto di Giuseppe Bagatti-Valsecchi

Sono stata al Museo Bagatti-Valsecchi in occasione di un incontro tra blogger organizzato da The Art Post Blog e dedicato alla didattica museale. È stata l’occasione per scoprire un museo che prima, lo dico sinceramente, non avevo mai neanche sentito nominare, e soprattutto per scoprire quanto una piccola realtà come questa sia in grado di mettere in moto con poche risorse ma tantissima passione, un vasto programma di didattica e di comunicazione. Un ottimo esempio che molti musei dovrebbero seguire. Visite guidate, eventi, concerti, visite al buio, attività speciali: il museo vuole entrare in contatto con la gente, non solo con i bambini delle scuole, vuole invitare tutti i Milanesi e non solo. La casa-museo Bagatti-Valsecchi è un pezzettino di storia milanese. Una storia privata di una famiglia che però fu attiva nella Milano di fine Ottocento-inizi Novecento.

Ogni oggetto dell’arredamento racconta una storia, perché dietro all’acquisto e alla sistemazione di ciascuno di essi c’era una precisa volontà dei due fratelli di caratterizzare la casa, di curarla come un orto prezioso. Il dipinto di Giovanni Bellini raffigurante Santa Giustina, antenata dei Borromeo, fu acquistato apposta da Giuseppe per la moglie Carolina Borromeo; le decorazioni alle pareti o sui soffitti non sono semplicemente citazioni dell’antico, ma rielaborazioni che dimostrano la maturità di due intenditori talmente amanti di un periodo storico, da volerci vivere dentro. E mai illusione riuscì meglio.