Archivi

Tu chiamale, se vuoi, “arti minori”: visita al Bargello che non ti aspetti

Ho visitato recentemente il Museo Nazionale del Bargello a Firenze. Chissà perché per tutto questo tempo l’ho snobbato. Entrarci invece è stato una scoperta continua, un’emozione senza pari, un’immersione nella bellezza dalla prima all’ultima sala.

 

I due David di Donatello esposti al Bargello

Sì, il Bargello è quello del David di Donatello: la statua in bronzo che raffigura il giovane eroe biblico dopo aver sconfitto il gigante Golia. Il tema piaceva molto alla Firenze rinascimentale, e infatti troviamo varie sculture realizzate dai più insigni artisti del tempo: Donatello, per l’appunto, ma anche Andrea del Verrocchio (che fu maestro di Leonardo da Vinci) e Michelangelo. Donatello addirittura ne realizza due di David: si trovano entrambi nel Salone di Donatello, al primo piano del Bargello.

Ma non è certo il David di Donatello che mi colpisce, né il Bacco di Michelangelo, né il Mercurio e le altre statue più o meno note del Giambologna (scultore che nella Firenze dei Medici ebbe grandissima fortuna: avete presente il Colosso dell’Appennino nella villa medicea di Pratolino, oggi Villa Demidoff?), ma sono quelle che vengono definite in Storia dell’Arte “Arti minori“.

Avori intarsiati, sculture in bronzo e smalto, oreficerie, legni dipinti, medaglie, terrecotte policrome e smaltate, porcellane, armi e armature da parata, reliquiari, brocche in smalto: dal medioevo al XVI secolo e oltre al Bargello è data dignità a tutte quelle produzioni di artigianato artistico che negli altri musei difficilmente trovano spazio. L’ambientazione, poi, è notevole: un palazzo medievale (che fu la prigione di Firenze) che anche nella successione delle stanze, delle logge e degli arredi mantiene la sua medievalità. Originale è la Cappella della Maddalena (sulla cui parete di fondo, tra i vari personaggi fiorentini rappresentati, si trova pure Dante Alighieri), mentre nelle altre sale sono inseriti ad arte arredi che provengono da altri palazzi medievali o rinascimentali fiorentini e non solo (come il camino di Palazzo Borgherini del 1515).

Museo del Bargello, Sala Carrand

Tondo in avorio, scena di assedio al Castello d’Amore, Francia, XIV sec.

Ciò che più mi riempie di meraviglia sono gli avori, ai quali è dedicata un’intera sala. Predelle, dittici, cofanetti, pomelli, elementi degli scacchi, pettini e statuine: capolavori in miniatura che vanno da un’epoca anche piuttosto remota, il IV-V secolo d.C., dunque l’età bizantina, fino al XVII secolo. All’epoca più antica appartengono i dittici: due elementi rettangolari che dovevano essere legati insieme e sui quali sono solitamente rappresentate scene a soggetto religioso; erano solitamente doni a vescovi o da vescovi per personaggi eminenti. L’avorio era anche utilizzato per i cosiddetti “oggetti da toeletta” (come vengono definiti in disascalese, cioè sulle didascalie dei musei): specchi, pettini e cofanetti. I soggetti rappresentati abbandonano allora il tema religioso per diventare mitologici, oppure cavallereschi: nel Medioevo troviamo spesso raffigurato il Castello di Amore, assaltato da nemici che si sfidano a singolar tenzone. Prodotti in Francia e Germania, questi oggetti sono davvero eleganti e dettagliatissimi.

Lucerna in bronzo

La Sala Carrand, che ospita la collezione donata al Bargello da un collezionista francese di nome Carrand, è vastissima e molto varia: si va dalla lamina di Agilulfo, un elemento decorativo dell’elmo del re longobardo, che si data alla fine del VI secolo d.C. alle brocche in rame e smalto, passando per chiavistelli e chiavi che sono veri capolavori del ferro, ad acquamanili in bronzo a forma di cavallo e cavaliere (cos’è un acquamanile? un vaso per versare l’acqua, né più né meno), a laminette in vetro e oro: molto belle quelle che rappresentano la parabola dei vignaioli tratta dal Vangelo. Bellissimo anche un cofanetto in legno per le spezie, che contiene ancora i suoi piccoli barattolini in vetro. E poi ancora vetri soffiati e artistici, e lucerne in bronzo dalle forme… ecco… particolari, come quella che ritrae un uomo nudo tutto piegato: la fiamma doveva uscire da… proprio da lì, ci siam capiti.

Un’altra produzione del tardo medioevo/Rinascimento che apprezzo particolarmente è la terracotta smaltata con cui venivano realizzate per la maggior parte sculture a rilievo. Gli artisti più noti per questa forma d’arte sono Luca e Andrea Della Robbia, che riescono a creare dei capolavori con l’uso, essenzialmente, di 3, 4 colori al massimo: il bianco, per le figure umane, l’azzurro per lo sfondo, il verde e il giallo per gli elementi vegetali. Si tratta solitamente di scene a soggetto religioso (e infatti spesso decoravano lunette, o altari) vivacissime, ma al tempo stesso molto delicate: i volti delle Madonne, o quelle dei Bambin Gesù sono di una dolcezza rara.

Terracotta smaltata con la deposizione di Cristo dalla croce

In Toscana queste terrecotte ebbero grande diffusione: oltre che nelle varie chiese di Firenze, si trovano fino a La Verna, dove decorano la chiesa del monastero presso il quale San Francesco aveva ricevuto le stigmate.

Accanto alle terrecotte artistiche non può non trovare spazio la ceramica artistica, intesa come piatti, brocche, bicchieri e bacili: un’intera sala è dedicata a produzioni che vanno dal Medioevo (fin dal IX secolo d.C. con una brocchetta a “vetrina pesante”, passando poi per le maioliche arcaiche) fino al XVII secolo: luoghi di produzioni sono la Toscana, Montelupo in particolare, Faenza, Urbino e Savona; alcuni oggetti sono davvero notevoli, perché dipinti da veri artisti.

La sala della piccola scultura in bronzo è molto interessante: in essa trovano spazio tante piccole opere che avevano il loro modello in opere note dell’antichità o degli artisti rinascimentali: il Laocoonte, ad esempio, o il Toro Farnese, oppure varie rappresentazioni di Venere, di Marte, di Ercole che compie qualcuna delle sue Fatiche. Si tratta di opere che copiano pedissequamente oppure che reinterpretano le iconografie antiche dando loro una nuova vitalità, in linea anche col gusto contemporaneo. Osservare queste piccole sculture permette di comprendere qualcosa di più sul gusto rinascimentale per l’arte e per l’antico.

Armatura da parata del piccolo Cosimo III Medici

Una sala è dedicata ad oggetti di produzione islamica: armi, avori, ma anche stoffe, piatti e piastrelle in ceramica a lustro, ovvero decorate con colori che hanno una forte componente metallica brillante. Questo vasellame ebbe una buona diffusione nel medioevo in Italia. Le piastrelle, poi, non sono tanto diverse dagli azulejos spagnoli, le piastrelle, cioè, che decoravano l’Alcazar di Siviglia e l’Alhambra a Granada.

Infine le armi e le armature. Non sono un’amante del genere, ma trovarmi al cospetto di selle da parata in avorio (non proprio comode per sedersi, mi viene il dubbio) di scudi con la testa di Medusa e delle armature da parata appartenute ai rampolli del casato Medici, come Cosimo III, per esempio, mi mette lievemente in soggezione.

Dalla finestra, intanto, sbuca l’onnipresente Cupola del Duomo di Firenze. Una presenza rassicurante, un punto di riferimento sempre e comunque in questa città che si conferma, ogni giorno, una fonte inesauribile di spunti culturali.

La Cupola del duomo vista dal Bargello

Annunci

Itinerari d’arte in Toscana: la villa medicea di Cerreto Guidi

Era una casina di caccia, la Villa Medicea di Cerreto Guidi. Voluta da Cosimo I de’ Medici, era il luogo in cui il Signore di Firenze veniva a svagarsi, lontano dalla città, andando a caccia nelle sue terre, nei suoi boschi, nei suoi territori: siamo nei pressi del Padule di Fucecchio, area da sempre ricca di fauna.

Per questo la Villa ospita il Museo Storico della Caccia e del Territorio, insieme a una bella e importante collezione artistica risalente al Cinque-Seicento.

Nonostante sia una casina di caccia, non sorge isolata, ma in cima al borgo di Cerreto Guidi, sui resti dell’antico castello dei Conti Guidi, una famiglia medievale nobile che in Toscana diede impulso alla costruzione di molti borghi e castelli e che ricoprì spesso ruoli politici e storici importanti, nel bene e nel male, nei confronti di Firenze.

Il salone principale al primo piano della villa

L’accesso alla villa è incredibilmente gratuito. Il percorso di visita si articola su due piani, più il giardino che guarda sul vasto panorama circostante.

L’interno della villa è un gioiello, un susseguirsi di piccole stanze una più preziosa dell’altra, vuoi per gli arredi, vuoi per le pareti affrescate, vuoi per i dipinti e per gli oggetti da collezione. Al pianoterra è notevole la camera da letto di Isabella d’Aragona, e il Salottino delle Dame, con le pareti affrescate con bei paesaggi classicheggianti, ma a mio parere le sale migliori si trovano al primo piano.

Il Salottino delle Dame, pianoterra della villa medicea di Cerreto Guidi

Salita la rampa di scale, incontriamo due ballatoi. Nel primo alcuni resti di decorazioni architettoniche medievali che non hanno a che fare con la Villa, ma che io adoro: capitelli figurati antichi, appartenuti alla collezione medicea. Perché, come scoprirò nelle sale successive, anche qui, lontano dalla bella e colta Firenze, i Medici si circondavano di antichità, delle quali erano grandi estimatori. Una sala in particolare, chiamata non a caso, la Sala dell’Archeologia, accoglie alcuni reperti archeologici (tra cui il coperchio di un’urnetta cineraria etrusca femminile, per esempio, come se ne possono vedere anche al Museo Archeologico Nazionale di Firenze) mentre alle pareti si susseguono affreschi bellissimi ed evocativi rappresentanti l’Antico Egitto, il Colosseo, e altri panorami archeologici, il tutto sotto l’austera supervisione delle Muse: l’ispirazione all’antico è forte e potente. Nella sala successiva invece la collezione si concentra sulle armi bianche (una katana giapponese e varie spade preziosamente cesellate fanno bella mostra di sé) mentre in quella successiva sono le armi da fuoco a catturare l’attenzione: tra le pistole pure una pistola da bambini, chissà se un giocattolo o semplicemente più piccola: siamo nel XVII secolo, in fondo, e l’educazione del “giovin signore” era sicuramente diversa da quella dei bimbi attuali.

Uno degli affreschi della Sala dell’Archeologia nella villa medicea di Cerreto Guidi

Il ballatoio affrescato

Il secondo ballatoio è a mio parere l’ambiente più bello di tutta la villa: le pareti sono affrescate illusionisticamente con un paesaggio antico in rovina, ruderi semidiroccati di palazzi antichi, che danno un senso di austerità, ma anche di decadenza, in linea con la corrente pittorica ruinista che nel Sei-Settecento si diffuse in Italia. La villa dopo essere stata di proprietà dei Medici continuò ad essere usata per lungo tempo. A completare l’atmosfera antichizzante alcune opere d’arte antica, statue in marmo e rilievi. L’insieme risulta molto elegante, per nulla pesante o eccessivo. Da qui si gode, poi, una bella vista sul giardino e sul Montalbano, l’area collinare nei pressi della quale sorge Cerreto Guidi.

Proseguendo da questo ballatoio, una sorta di anticamera, nella quale è esposto un presepe in statuette di legno e un dipinto di Andrea Mantegna, immette in un affaccio sulla chiesa del borgo di Cerreto Guidi, alla quale la villa si appoggia: da qui, non visti, i signori della villa potevano assistere alle funzioni religiose in tutta tranquillità, senza subire la calca dei fedeli.

Il giardino non è particolarmente grande: aiuole ben disegnate, da autentico giardino all’Italiana e statue in terracotta che rappresentano le stagioni sono l’aspetto più rappresentativo di questo spazio verde, che guarda sul panorama delle colline del Montalbano e allo stesso tempo isola dal resto del borgo che si stende ai piedi della villa.

E vediamolo, questo panorama: fatto di vigneti che si stendono a perdita d’occhio. Siamo nella zona vinicola del Montalbano, ma da qui la strada più veloce per raggiungere Firenze passa per Fucecchio e per l’Empolese. Il panorama cambia, in men che non si dica ci ritroviamo a risalire il corso dell’Arno. Una bella valle, chiusa tra alture dominate da castelli: Fucecchio, San Miniato, poi Montelupo e Signa. Territori intrisi di medioevo e di Rinascimento, territori ancora fortemente poetici e tradizionali, territori che vale la pena di approfondire, in una bella gita domenicale.

Lasciando Cerreto Guidi verso Empoli, il territorio di dolci colline è coltivato a vigneti. Sullo sfondo si individua l’inconfondibile torre di San Miniato

Una passeggiata a Galatina, la capitale del “tarantismo”

In Puglia di questi tempi si svolge la Notte della Taranta, una serie di serate, di concerti che culmineranno nella serata finale del 26 agosto a Melpignano. Si tratta di una manifestazione musicale molto seguita e intensa, durante la quale accanto a gruppi locali che continuano a portare avanti la tradizione della pizzica, si esibiscono ospiti noti al grande pubblico e internazionali. Negli anni la Notte della Taranta è diventata un appuntamento da non perdere nelle serate salentine.

Ma se molti conoscono la Notte della Taranta, pochi sanno da dove essa ha origine. Tutto nasce a Galatina, cittadina del Salento, ai margini della Grecìa. Andiamo a fare un giro da quelle parti.

il centro storico di Galatina

La basilica di Santa Caterina d’Alessandria a Galatina

La basilica di Santa Caterina d’Alessandria è il monumento più rappresentativo della cittadina, e soprattutto della sua storia. Essa deve il suo aspetto attuale alla presenza dei monaci francescani inquisitori qui, voluti da Raimondello Orsini del Balzo, il signore del luogo. L’interno della chiesa è una meraviglia del Gotico Internazionale che ricorda, per certi versi, la basilica superiore di Assisi (non per nulla è una chiesa francescana), attraverso la cui lettura si capiscono tante cose della storia sia di Galatina che dell’arrivo dell’affermarsi del Credo cattolico di rito romano qui. Sì, perché prima dell’arrivo dei Francescani, nel XV secolo, nel Salento si celebravano le funzioni religiose secondo il rito greco bizantino (che non è ortodosso, attenzione!). Questo rito però era osteggiato da Roma in quanto non era esattamente quello dettato dal papa (ma nel rito greco bizantino l’autorità del papa non è messa in discussione!). Alcuni centri, tra cui Galatina, accolsero quasi subito il rito cattolico, altri invece, come la vicina Soleto, rimasta nella Grecìa salentina, resistettero molto più a lungo. Insomma, sottilissime questioni teologiche sono la chiave di lettura degli affreschi di questa chiesa.

Alcuni affreschi della basilica di Santa Caterina a Galatina. Credits: http://www.basilicaorsiniana.it/

Sono accesissimi racconti per immagini: innanzitutto troviamo le storie dell’Apocalisse, tanto per far capire subito ai fedeli come andranno le cose una volta che arriveremo alla fine del mondo. Immagini allegoriche, terribili, create apposta per restare impresse negli occhi e negli animi dei fedeli di Galatina. Colori vividi che un recente restauro ha enfatizzato. Mostri come la bestia a sette teste, erano destinati a popolare gli incubi dei più sensibili, sicuramente; la raffigurazione del terremoto era un altro orrore da temere, simbolo della fine del mondo.

Si procede poi con le storie della Bibbia, da Adamo ed Eva (il serpente ha, ovviamente, testa di donna, e il Giardino dell’Eden è chiuso da mura, mentre l’albero del frutto proibito dispensa datteri e non il consueto “pomo”) alla Torre di Babele, che è l’occasione per mostrare il mestiere dei costruttori del tempo. Vi sono poi le storie di Cristo, tra le quali la tentazione nel deserto, in cui Satana tentatore è raffigurato con piedi d’uccello e abito da frate domenicano,  e nella navata laterale le Storie della Vergine con la rappresentazione di storie apocrife della vita della vergine, tra cui i funerali di Maria.

palazzi storici a Galatina

La chiesa è dedicata a Santa Caterina d’Alessandria, alla quale è dedicata la campata dell’abside e della quale è custodita una reliquia, per l’esattezza un dito che pare essere stato strappato a morsi da Raimondello del Balzo Orsini in persona dalla sua salma custodita nel monastero di Santa Caterina sul Sinai: certo un metodo inconsueto di procurarsi una reliquia, ma evidentemente in certi casi il fine giustifica i mezzi.

La cittadina si presenta con i suoi bei palazzi signorili in pietra bianca leccese. È un bel borgo, piacevole, con strade ampie e fiori alle finestre. Il pasticciotto, dolce tipico salentino, pare essere stato inventato qui, nel 1740, nella pasticceria Ascalone.

La cappella di san Paolo e il Tarantismo

Ma l’edificio più singolare, non tanto per l’architettura in sé, quanto per la storia che custodisce, è la piccolissima cappella di San Paolo.

Narra la leggenda che San Paolo, sbarcato in Salento e giunto a Galatina, qui sia stato ospitato da 3 sorelle alle quali in cambio dell’ospitalità egli donò il potere di guarire dal morso degli animali velenosi. Ormai anziana, l’ultima delle 3 sorelle per non disperdere questo potere sputa nell’acqua di un pozzo. A questo pozzo verranno per secoli le fanciulle tarantate a bere l’acqua dopo aver compiuto il rituale di purificazione nella adiacente cappella di San Paolo.

Un avviso nella cappella si San Paolo a Galatina vieta di ballare la Taranta all’interno

Un cartello all’ingresso di questa minuscola cappella fa capire il tenore delle celebrazioni che vi si svolgevano: “è assolutamente vietato danzare in questa chiesa e/o arrampicarsi sull’altare“. Perché, potrebbe succedere? Oggi no, ormai non più, ma fino a poche generazioni fa poteva essere probabile

Il Tarantismo

Il pozzo di San Paolo dietro la Cappella di San Paolo a Galatina

Nei secoli passati nelle campagne della Grecìa salentina, e in particolare a Galatina, le fanciulle che andavano nei campi venivano morse dalla tarantola. Per espellere il veleno del ragno, che le faceva cadere dapprima in uno stato di torpore e di indolenza, dovevano ballare, ballare e ballare fino allo sfinimento, in modo da sudare e in questo modo sperare di guarire. Un’orchestrina si riuniva e la fanciulla al suono costante e incalzante ballava e ballava, entrando in uno stato di trance finché non crollava, sfinita. Il rituale, che è un rituale di possessione, perché la ragazza è “posseduta” dal ragno, è noto, scritto, fin da documenti del XIV secolo. In occasione del 29 giugno, festa di San Paolo, le tarantate si recavano alla cappella di San Paolo a Galatina e chiedevano la grazia della guarigione ballando nuovamente (ecco il perché del cartello).

Questo rituale è andato avanti fino agli anni ’60/70 del Novecento. Appena pochi anni prima che scomparisse, un antropologo, Ernesto De Martino, venne appositamente in Salento a studiare il fenomeno del tarantismo. È evidente che nessuna ragazza sia mai stata morsa effettivamente da un ragno, ma essa andava comunque davvero in trance e ballava e credeva fermamente in quello che faceva, perché vi era stata indotta dal suo contesto culturale di riferimento.

Oggi che sono mutati i riferimenti culturali, più nessuna ragazza soffre di tarantismo e la Notte della Taranta è diventata una lunga festa che coinvolge varie località del Salento e richiama un vasto pubblico da tutta Italia oltre che artisti di richiamo sia locale che nazionale. Una festa ampiamente sentita e con un’ampia risonanza in tutto lo Stivale. E credo che sia sempre bello scoprire da cosa hanno origine le feste attuali, no?

(Questo post nasce a seguito della splendida visita guidata a Galatina cui ho partecipato durante il blogtour #santilumi17. Gli altri articoli li trovate qui)

Visitare Pompei di notte: Una notte a Pompei

Ve lo dicevo nel primo post dedicato a Pompei che sarei presto tornata a parlare di questa straordinaria città antica. Non immaginavo però che l’avrei fatto grazie ad un evento cui sono stata invitata da Enel Group*, ovvero l’inaugurazione del nuovo percorso di illuminazione realizzato proprio da Enel per la fruizione e valorizzazione di Pompei in notturna. Tutto per la serie di eventi “Una notte a Pompei” che quest’estate 2017, dall’8 luglio fino al 24 agosto il martedì e il giovedì, animerà le serate pompeiane (per info: pompeiisites.org).

Il tempio di Apollo illuminato, mentre una voce narrante racconta i Ludi, i giochi in onore del dio

Luci a led per il risparmio energetico, innovazione tecnologica che si sposa con la sostenibilità data dai bassi consumi.

Tuttavia non si tratta di aver cambiato quattro lampadine e poco più, ma della creazione di un percorso integrato, visivo e sonoro, nel quale il visitatore viene coinvolto, immerso, avvolto. Le suggestioni che la città antica al chiaro di luna già da sola può dare vengono amplificate dalle voci narranti, che ci portano nella bottega di un panettiere lungo Via Marina, nella domus di Trittolemo, nel tempio di Apollo, per poi sbucare nella piazza del foro sul cui lato di fondo si staglia ciò che resta del capitolium dietro il quale l’inconfondibile silhouette scura del Vesuvio ci dice subito com’è andata a finire.

Il percorso prende avvio da Porta Marina, risale la via Marina fino al foro. Qui, nell’ampio spazio che fino a pochi mesi fa era animato dalle statue di Mitoraj, solo il Centauro, bellissimo, resta a vegliare, e si staglia anch’esso contro il cielo all’imbrunire.

Si susseguono frattanto le voci narranti: storie di bottega, scene di vita privata in casa, devozione nel culto, la confusione del mercato, il lavoro quotidiano. Piccole singole narrazioni che, tutte insieme, costruiscono il racconto della normale vita a Pompei.

Il Centauro di Mitoraj si staglia nella luce del crepuscolo

La piazza del foro, illuminata, è stupenda: le colonne del portico resistono ancora, in piedi, come monito al tempo che passa; del capitolium si è detto: quell’ombra cupa, quella presenza forte alle sue spalle, il Vesuvio, è il simbolo dell’ineluttabile destino cui la città è condannata. Il tempio del Genius Augusti, con la sua ara per il culto davanti al piccolo podio, mi ricorda gli anni di studio all’università, e mi fa tenerezza. Il macellum mostra ancora, nella penombra, alcuni affreschi: nella parete dipinta si distinguono dei quadretti figurati, delle piccole narrazioni incredibilmente giunte fino a noi. Il macellum, luogo del mercato, è deserto: immaginatelo zeppo di gente, invece, durante il giorno. Immaginate i nostri mercati coperti, oggi, durante l’orario di apertura e poi dopo la chiusura: il silenzio, la quiete, laddove fino a poco prima tutto era confusione e rumore. E poi c’è la porticus di Eumachia, dono di un edificio pubblico fatto alla città da una donna, Eumachia, che ha reso immortale il proprio nome per sempre. Donne forti di altri tempi.

Il capitolium di Pompei illuminato

Infine la basilica: su una parete sono trasmesse immagini 3D che ci portano all’interno delle case più note, a contemplare le pareti affrescate più mirabili: come il giardino dipinto nella casa del Bracciale d’Oro di Pompei.

Al termine della visita rimane la sensazione di aver preso parte a qualcosa di nuovo per la vetusta Pompei. Un parco archeologico che ha sofferto negli scorsi decenni di incuria e di manutenzione non efficace, tanto da essere additata come scandalo per l’intera Italia. Oggi Pompei è invece il simbolo di una ripartenza, il simbolo di una sfida vinta, per usare le parole del ministro del MiBACT Dario Franceschini proprio l’altra sera all’inaugurazione. Non resta che approfittare di quest’opportunità.

foro di Pompei: il capitolium si staglia contro lo sfondo del Vesuvio. Il Centauro di Mitoraj vigila sulla piazza.

* sono stata invitata in qualità di archeoblogger, grazie al lavoro di comunicazione dell’archeologia che svolgo sul mio blog Generazione di Archeologi e attraverso i miei canali social, twitter in particolare con l’account @maraina81. Data però la portata dell’evento, non potevo non parlarne anche qui, con un taglio, ovviamente, un po’ diverso.

Andar per vicoli a Genova: da via Giustiniani alla Collina di Castello

I Vicoli: Patrimonio dell’Umanità (e mio grande amore)

Ho vissuto per anni a Genova, e per me i “vicoli” erano quelli che percorrevo ogni giorno per andare a piedi da casa alla mia facoltà di Lettere in via Balbi. Dunque erano i vicoli di via San Luca, via Luccoli, via del Campo. Si tratta dei vicoli chiusi tra Sottoripa, i palazzi medievali affacciati sul Porto Antico, via San Lorenzo e, lato monte, dalla bella Strada Nuova, ovvero via Garibaldi con i suoi “Palazzi dei Rolli”, i palazzi signorili della Genova che conta(va): Palazzo Tursi, Palazzo Bianco, Palazzo Rosso. Era una passeggiata bellissima ogni volta, e l’aspetto più interessante era provare a cambiare stradina, rischiando seriamente di perdersi, ma scoprendo sempre nuove suggestioni e nuovi dettagli del quartiere più caratteristico e autentico di Genova.

Negozio di frutta in via del Campo, un angolo caratteristico dei vicoli di Genova

Via San Lorenzo, la grande arteria che dal Porto Antico sale verso la Cattedrale di San Lorenzo e ancora più su fino a Palazzo Ducale e alla chiesa del Gesù, divide letteralmente in due il quartiere dei vicoli di Genova. Esiste infatti un altro versante della città medievale, ancora più autentico, se vogliamo, che dalle traverse di via San Lorenzo si protende da un lato verso il porto, dall’altro risale fino a Porta Soprana (fuori della quale si colloca la Casa di Cristoforo Colombo) e risale la collina di Castello, l’area più antica della città.

Girovagando nei vicoli si incontrano palazzi di grande bellezza, come questo, a pochi passi da San Lorenzo

La collina di Castello, infatti, è il luogo sul quale sorgeva dapprima l’emporio ligure frequentato dagli Etruschi in età preromana: un luogo naturalmente fortificato, in altura ma con sbocco sul mare. Questa sua posizione strategica piacque anche ai Romani, per cui il primo nucleo di Genua sorse sempre in questi luoghi, anche se poi, col tempo, la città si espanse. Ma è nel Medioevo che Genova diventa finalmente se stessa. La conosciamo fin dalle scuole elementari come Repubblica Marinara al fianco e in perenne contrasto con Venezia, Pisa e Amalfi. La “Superba”, come verrà definita, scende dalla collina di Castello, si espande intorno alla darsena, costruisce un porto degno di una potenza marinara che trionferà sui mari per secoli (la storia di Genova sul mare è ben raccontata nella prima sezione del Galata – Museo del Mare di cui parlo qui).

Del suo passato medievale, nonché della sua vocazione come fondaco mercantile, come dicevo, rimane ampia traccia nel tessuto urbano dei vicoli: viuzze strette dove “il sole del buon dio non dà i suoi raggi” come cantava De Andrè.

I vicoli alle pendici della Collina di Castello

uno scorcio di via dei Giustiniani

Se i vicoli che nominavo all’inizio, via San Luca e dintorni, ormai hanno perso parte dell’atmosfera antica, zeppi come sono di negozietti moderni (anche se bisogna pensare che i vicoli abbiano sempre avuto vocazione commerciale, trovandosi vicino al porto), i vicoli di là da San Lorenzo, che ridiscendono lungo via dei Giustiniani e poi salgono, parallelamente alla linea di costa, fino alla Collina di Castello, sanno ancora di antico e sono davvero suggestivi. Perdetevi ad ammirare i dettagli architettonici, le madonne sospese sui muri, gli archetti che decorano le pareti e gli archi che collegano i palazzi, così alti e così vicini che dalle finestre dirimpetto ci si può toccare.

Uno degli angoli più incantevoli di questo settore dei vicoli è la piccola piazza San Giorgio, sulla quale affacciano le due chiese apparentemente gemelle di San Giorgio e San Torpete. San Giorgio è intonacata in giallo, San Torpete in verde ed è una chiesa di rito ortodosso. Infatti, sulla piazzetta, una bottega di prodotti “dell’Est” ci dice che evidentemente qui fa capo una comunità russa. La raffigurazione di San Giorgio con il drago si trova sul portale di un palazzo qui nelle vicinanze, mentre un portale qui accanto alla chiesa è in pietra e sui lati ha, uno per lato, due medaglioni con due grandi teste-ritratto ad imitazione dei ritratti degli Antichi: una decorazione che si ritrova spesso a Genova sui portali d’ingresso dei palazzi storici.

Le due chiese di Piazzetta San Giorgio

Risalendo da qui ci teniamo il mare sulla destra (non lo vediamo, ma c’è), incontriamo in uno scorcio la piccola chiesa dei SS. Cosma e Damiano, poi salendo ancora, di vicolo in vicolo, ci troviamo davanti alla chiesa di Santa Maria di Castello. A lato di essa l’alta Torre degli Embriaci.

Un rilievo di San Giorgio e il drago su una porta vicino a Piazzetta San Giorgio

Si può visitare la chiesa di Santa Maria di Castello con la guida gratuita (a offerta) di un volontario che si spende perché questo scrigno di arte nel cuore della sua città venga conosciuto. Ha ragione. La chiesa è piuttosto antica, di età romanica, e reimpiega, nelle navate, colonne e capitelli appartenenti a chissà quali sontuosi edifici della Genua romana ormai non più conservati e impossibili da localizzare. Ogni cappella laterale è una scoperta: c’è quella di San Vincenzo Ferrer, quella di San Tommaso d’Aquino, nella quale si trova un polittico con decorazioni minute in oro che ne fanno più un oggetto scultoreo che non pittorico, quella di San Giovanni dei Fiorentini, decorato con piastrelle realizzate in Toscana, nello stile di Montelupo.

L’Annunciazione di Giusto di Ravensburg in Santa Maria di Castello

Ma ciò che davvero vale la pena di vedere di Santa Maria di Castello non è in chiesa, ma fuori, in un balcone che affaccia sul chiostro, dedicato ai santi dell’ordine domenicano cui la chiesa ad un certo momento della sua storia appartenne. Qui, sotto un soffitto a volte a crociera decorato con i profeti, i santi, i più importanti padri domenicani, sulla parete si trova una bellissima Annunciazione quattrocentesca del pittore tedesco Giusto di Ravensburg: intensa, coloratissima, vivace, ci mostra l’angelo vestito come un arcivescovo e la casa della Madonna arredata come le case signorili del Quattrocento genovese. Tanti dettagli su ognuno dei quali ci si potrebbe soffermare per ore! La chiesa per un certo tempo fu convento domenicano, per questo si trovano tanti riferimenti a quest’ordine monastico sulle pareti e un po’ ovunque nella chiesa. Il complesso occupava più edifici. Visitiamo solo la chiesa e ci affacciamo sul chiostro: nessun contatto con l’esterno, tutto racchiuso in se stesso.

la Torre degli Embriaci

Fuori della chiesa la Torre degli Embriaci, altissima, in pietra, ci racconta una storia che risale all’epoca delle Crociate, quando Guglielmo Embriaco tornò vincitore dalla presa di Gerusalemme del 1099 e dalla conquista di altre città con le cui ricchezze contribuì a finanziare la costruzione del Duomo di San Lorenzo. La torre, alta 41 m, è l’unica rimasta delle tante torri che nel medioevo costellavano il centro di Genova e delle quali fu decretato l’abbassamento con un editto del 1196. La grande fama di cui godeva ancora dopo un secolo l’Embriaco fece sì da risparmiare la sua torre, che oggi si staglia al di sopra dei palazzi, medievali anch’essi, che la racchiudono.

Proseguendo la salita si arriva al Castello e ancora più avanti incontriamo la sede della Facoltà di Architettura. Al termine della salita siamo a Sant’Agostino, dove si trova il museo dell’arte medievale e moderna della città, ospitato all’interno del convento dei monaci Agostiniani.

Per tornare su via San Lorenzo, al termine del nostro percorso, possiamo discendere lo Stradone Sant’Agostino che conduce alla chiesa medievale di San Donato (“ma quante chiese ci sono a Genova?” vi chiederete: tante, una più preziosa dell’altra); in alternativa, potete imboccare via di Ravecca, percorrerla tutta e arrivare a Porta Soprana con le sue due torri: l’estrema propaggine del centro storico.

Strade panoramiche nell’entroterra ligure: da Andagna a Rezzo

Ho parlato spesso nei miei post dell’entroterra della Provincia di Imperia: è un territorio variegato, nel quale si incontrano oliveti, pinete, boschi, piccoli borghi e chiesette, monti scoscesi dai quali, però, si vede il mare.

La strada di cui vi racconto oggi è davvero una chicca molto poco nota agli stessi abitanti del Ponente Ligure: collega il piccolo paesello di Andagna, nella Valle Argentina, con Rezzo, un altro piccolo borgo dal quale si raggiunge invece facilmente Pieve di Teco e da qui la Valle Arroscia, che scende verso Albenga, e la Valle Impero che scende, invece, verso Imperia.

Questo è un bel percorso da fare in moto. Consigliato soprattutto se vi piacciono i bei panorami e i boschi.

Poco prima di entrare in Molini di Triora, nella Valle Argentina, prendete il bivio per Andagna. Dopo poche curve giungerete al paesino di Andagna. Si tratta di un piccolo borgo dalle case in pietra strette le une alle altre, con una via stretta che lo attraversa nel quale a malapena passa un’auto. Il consiglio infatti è, se lo volete visitare, di parcheggiare all’ingresso del borgo, dove si trova un piccolo parcheggio. Vi conquisterà la vista sulla valle e sulle montagne, costellate di minuscoli paesini arroccati dei quali spiccano sempre i campanili.

Il panorama da Andagna

All’ingresso di Andagna si inforca la strada per Rezzo, segnalata dal cartello: non potete sbagliare. Cominciate a salire. Curva dopo curva, tornante dopo tornante, la strada vi stupirà, regalandovi viste mozzafiato e una selvaggia ma umile flora locale, la tipica flora spontanea dell’entroterra ligure, lilla dei cardi e gialla delle ginestre, qua e là bianca per le margherite.

La cappella di San Bernardo di Andagna

Incontrate, quale prima forma della presenza dell’uomo, la piccola cappella di San Bernardo. San Bernardo era nel Medioevo il patrono dei viandanti. Così, non stupisce che essa sia intitolata proprio a questo santo: l’architettura è molto semplice, e tipica delle chiesette di campagna liguri: un’aula unica, il tetto a spiovente, l’ingresso coperto da un ampio portico completo di panchine, in modo da concedere il riposo a chi, camminando, giungeva qui nei pressi. Nella facciata, solitamente si aprono due finestrine ed è da queste che si può spiare l’interno, visto che la chiesa è chiusa: la cappella di San Bernardo è affrescata su entrambe le pareti lunghe: sono rappresentate le vicende della passione di Cristo e poi su un lato le sette virtù teologali, sull’altra, in una magnifica rappresentazione, i sette vizi capitali, immaginati come personaggi maschili e femminili ben vestiti e a dorso d’asino, incatenati gli uni agli altri che inevitabilmente finiscono nelle fauci aperte di un drago/demonio. Proprio al di sopra di questa drammatica rappresentazione, in netto contrasto ideologico, sta la figura del Cristo risorto, al quale i viandanti e i pellegrini devono affidarsi se non vogliono finire divorati da Satana. Gli affreschi risalgono al Quattrocento e sarà curioso scoprire, alla fine di questo percorso, che la stessa raffigurazione dei Vizi Capitali si ritrova nel Santuario della Madonna Bambina di Rezzo.

La cavalcata dei vizi capitali affrescata all’interno della cappella di San Bernardo di Andagna

La cappella di San Bernardo si trova in una splendida posizione panoramica. Poco più avanti, la cappella di Santa Brigida svolgeva analoga funzione.

Ruderi a Drego

Tornante dopo tornante, si giunge nella piccola località di Drego. Oggi le sue due casine in pietra sono state riattate come agriturismo; quest’area, in posizione panoramica importante di controllo sulla vallata, è frequentata sin dall’età protostorica. Casette e ricoveri per i pastori, ormai ridotti a rudere si incontrano ancora. Qui, sul crinale, c’è ancora il pastore che durante il giorno manda al pascolo le pecore. Tra i fiori spontanei, stupisce la presenza della lavanda. Anzi, no, non ci stupisce: perché proprio qui a Drego c’è un piccolo campo di lavanda organizzato sulle fasce sul crinale: un angolo tutto lilla all’inizio dell’estate di cui ho parlato in questo post.

La lavanda a Drego

Ancora un bello spiazzo panoramico (da cui si vede il mare!) dove portersi fermare ed eventualmente intraprendere un sentiero, poi la strada entra, finalmente, in un grande grandissimo bosco: è il bosco di Rezzo, una grande faggeta abitata da molte specie selvatiche. La strada è un po’ sporca dalle tante foglie degli alberi e in molti punti è piena di buche: addirittura dalle buche più profonde emerge la mulattiera sottostante.

Km e km nel bosco non vi devono né scoraggiare né far credere di aver sbagliato strada: incontrerete ogni tanto un fontanello, un’azienda agricola, un monumento ai caduti durante la Guerra di Liberazione (il territorio fu interessato da tante azioni partigiane nel periodo ’43-’45). Infine, molte curve dopo, si arriva a Rezzo.

Prima di entrare in paese, una deviazione sulla sinistra vi conduce un po’ più in là, al Santuario della Madonna Bambina.

I Dannati dipinti sulla parete del Santuario di Rezzo

Questa chiesa romanica è molto ben conservata; soprattutto, conserva sulla parete destra due cicli pittorici notevoli. Uno, il più antico, risalente al primo Quattrocento, raffigura il Giudizio Universale: vi è raffigurato Satana con il volto mostruoso di Bes e le gambe aperte, un dannato condannato ad essere cotto allo spiedo, un altro è condannato alla ruota, il tutto tra fiamme e fiammelle; sembra di sentire il fuoco scoppiettare e i dannati urlare tanto è vivida, anche se ingenua, questa rappresentazione. Alla base la cavalcata dei Vizi Capitali, nuovamente incatenati gli uni agli altri e sontuosamente vestiti, non possono non andare a finire in bocca al demonio affamato. Sopra le loro teste, a mo’ di didascalia è indicato chi è l’Ira, chi l’Avarizia, chi la Gola.

La crocifissione dipinta da Guido da Ranzo nel Santuario di Rezzo

L’altro ciclo pittorico, immediatamente seguente, raffigura episodi della vita e della passione di Cristo, tra cui l’ingresso a Gerusalemme nella Domenica delle Palme, l’Ultima Cena, la lavanda dei piedi, l’arresto, la fustigazione, la Pietà e culmina nella bellissima crocifissione centrale, col Cristo tra i due ladroni e un centurione che gli conficca la lancia nel costato. Il pittore è Guido di Ranzo, pittore locale (Ranzo è un paese nelle vicinanze di Rezzo) molto attivo nella vallata tra il XV e il XVI secolo. Le sue figure (oggetto di un restauro recente) sono vivacissime, espressive, un trionfo di colori. Una vera narrazione per immagini, fatta apposta per una comunità che trovava di più facile comprensione i disegni che non le prediche dei prelati.

Il paese di Rezzo si trova più a valle rispetto al Santuario. La sua chiesa parrocchiale, col suo campanile, è comunque il monumento più eclatante, intorno al quale si dispone il resto del borgo medievale. La statua di un cavagnaro, ovvero di un costruttore di cavagni, cesti in legno di nocciolo col manico che si portavano sul braccio, ci racconta che gli abitanti di Rezzo ne erano abili costruttori.

La statua di un cavagnaro a Rezzo

Quest’itinerario termina qui. Ma nella valle di Rezzo sorgono anche i due borghi di Cenova e Lavina. Volete non visitarli? Aaah, mi pareva! Ma quest’altra gita, al momento, la rimandiamo ad un’altra occasione 😉

Cogito ergo… vado a Corigliano d’Otranto, il “Paese Filosofico”

Ricordo ancora il mio primo impatto con lo studio della filosofia al Liceo: mi sembrava una materia troppo lontana, poco concreta e difficilmente comprensibile. Ben presto mi accorsi invece che la filosofia è l’opposto: è la storia del pensiero umano e come tale riguarda ogni aspetto delle nostre vite e delle nostre società, attuali e del passato. La filosofia è molto più concreta di quanto non sembri.

A Corigliano d’Otranto questo lo sanno da anni, anzi da secoli!

Frasi filosofiche scritte nel Giardino di Sophia a Corigliano d’Otranto

Fuori dal borgo si stende il primo giardino filosofico d’Italia, il Giardino di Sophia. In esso, che è un giardino pubblico dove si può passeggiare, portare a spasso il cane, prendere il fresco, sono disposte delle colonnine che riportano, scritti su dei mezzi vasi, le capase, pensieri di importanti filosofi di tutti i tempi: riguardano l’amore, l’amicizia, la morte, la vita. Sono frasi scritte e pronunciate secoli e anche millenni fa (si pensi a Socrate o Platone) eppure sempre molto attuali. Un’app studiata appositamente permette di approfondire il pensiero dei filosofi; alcuni esercizi commerciali di Corigliano hanno studiato dei prodotti speciali collegati al Giardino di Sophia: il migliore, a mio parere, è la cicuta del Bar Castello: tranquilli, è un ottimo liquore alle foglie d’olivo, non è un veleno.

Ma la filosofia a Corigliano non si limita al Giardino di Sophia. Da sempre i suoi abitanti hanno una spiccata propensione al filosofeggiare, al pensiero morale e all’educazione civile. Sarà che siamo nella Grecìa Salentina, un’area del Salento dove si è mantenuta fino ad oggi una cultura di matrice greca, che deriva ancora dall’occupazione bizantina: qui la gente si saluta a suon di kalimera e kalispera (buongiorno e buonasera), parla un dialetto, il Grico, che ricorda tantissimo la lingua greca e soprattutto è fiera e orgogliosa di questa particolarità, che rende queste terre uniche nel loro genere. Sarà per questo che qui a Corigliano amano la filosofia, la cui culla fu appunto la Grecia antica.

Le porte di Corigliano, le finestre, gli archi di accesso alle corti interne, dal XVI secolo in avanti si popolano, sulle proprie architravi, di iscrizioni in latino, in greco, in italiano, che invitano chi legge a riflettere sui temi della convivenza civile e dell’unità familiare, sull’inutilità dell’invidia; vengono chiamate “pietre filosofe” e tra dotte citazioni ed evocazioni suggestive, ci sorprendono e dimostrano l’alto livello culturale dei committenti e dei proprietari. L’anima di Corigliano d’Otranto si rivela in queste iscrizioni, che costituiscono la peculiarità di questo borgo, cuore della Grecìa.

La torre dell’orologio di Corigliano d’Otranto

Sotto la torre dell’orologio l’iscrizione ci parla del senso del tempo; l’iscrizione sulla porta della città è un monito contro l’invidia. “Noli me tangere” recita una breve iscrizione su un arco. L’insegna di un panificio è un’iscrizione in latino che racconta in modo aulico come dalle spighe di grano (“i frutti trebbiati di Cerere” li definisce) si ottenga la farina. C’è anche l’avvertimento che un marito geloso (o un padre protettivo?) fa mettere sulla finestra di Paolina, alla quale nessuno si dovrà avvicinare, o verrà divorato da un avvoltoio. Alcune iscrizioni sono veri e propri proverbi: “non fare ad altri ciò che non vuoi sia fatto a te“, per esempio; altre sono frasi benauguranti: “che questa casa resti in piedi finché la formica non avrà bevuto tutto il mare e la tartaruga non avrà compiuto l’intero giro del mondo“.*

Il monumento iscritto più bello tra questi esempi “privati” è l’Arco Lucchetti, del XVI secolo. Non si tratta semplicemente di un’iscrizione, anzi, forse il testo scritto è l’aspetto meno interessante: su quest’arco sono rappresentate scene simboliche complicate da distinguere, ma che riconducono al tema dell’unione familiare. Sul lato sinistro due figure, marito e moglie, sorreggono una stella a 8 punte, simbolo della buona sorte, mentre accanto ad essi un cane con un anello in bocca simboleggia la fedeltà coniugale. La stella a 8 punti contiene alcuni rilievi da riferirsi a favole di Fedro o Esopo e ai relativi insegnamenti morali, che altro non sono se non consigli per condurre una vita nella giustizia e nella rettitudine. Segue la rappresentazione di San Giorgio e il drago tenuto al guinzaglio dalla principessa. Sull’altro lato dell’arco, due grandi uccelli bevono da uno stesso recipiente d’acqua, e una gallina tiene in bocca un anello: nuovamente il richiamo è all’unione coniugale e alla vita insieme. Un messaggio beneaugurante ai proprietari della casa.

I rilievi sull’Arco Lucchetti di Corigliano d’Otranto

Infine, il castello, con le sue sculture di personaggi illustri, è a sua volta un monumento parlante: le statue poste sulla sua facciata riportano le virtù dei personaggi cui riferiscono. Ognuno dei quattro torrioni del castello, poi, è affidato a un santo, scolpito a bassorilievo, a indicare le virtù del buongoverno.

Il castello di Corigliano d’Otranto

 

Questo post fa seguito all’Educational Tour #santilumi17 alla scoperta della Grecìa Salentina di cui ho scritto negli scorsi post.

* le traduzioni sono di Orlando D’Urso, che ci ha fatto da guida a Corigliano d’Otranto e che ha studiato le pietre filosofe della cittadina.