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Pompei: 7 cose da sapere per organizzare il proprio viaggio

Pompei, la città romana più famosa della storia, dopo Roma, ovviamente, è meta ogni anno di milioni di turisti. Costoro vengono da tutto il mondo per vedere i resti di questa tranquilla cittadina che se ne stava pacifica all’ombra del Vesuvio quando, nel 79 d.C., il vulcano eruttò sommergendola per sempre sotto una spessissima coltre di lava.

Il foro di Pompei

Di Pompei non si seppe più nulla e si sarebbe saputo poco se lo studioso Plinio il Vecchio non fosse morto proprio sotto il Vesuvio durante l’eruzione, incurante del pericolo perché doveva studiare il fenomeno del vulcano in eruzione.

Rimasta sepolta per tutta l’antichità e il medioevo e più, Pompei iniziò a tornare in luce verso la fine del Settecento. La sensibilità culturale dei regnanti Borboni, che seguiva in questo l’amore per l’antiquaria tipico delle grandi corti italiane a Roma, a Firenze, a Venezia, fece sì che si inaugurasse una stagione di scavi prolifica e favolosa: i cunicoli scavati nella lava portavano alla luce statue e oggetti preziosi, pitture parietali, mosaici, restituivano, insomma, un’immagine di una città romana come non la si conosceva. Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, MANN, custodisce le opere più importanti e interessanti che furono scoperte all’epoca e che ben raccontano questa città romana.

1. Come raggiungere Pompei?

Ecco una cosa fondamentale da sapere: Pompei non è così facilmente raggiungibile. Non è né vicina a Napoli né a Salerno. Si trova a metà strada lungo due direttrici ferroviarie: la circumvesuviana e la linea metropolitana Napoli-Salerno. Quest’ultima in particolare è la vecchia linea ferroviaria Napoli-Portici, la più antica d’Italia, che passa da Pietrarsa e dal suo museo nazionale della ferrovia: se decidete di fermarvi qui nessuno si offenderà. La linea, tra l’altro, è bellissima, sul mare, affacciata sul golfo di Salerno e sui piccoli porticcioli che rendono così meraviglioso il nostro Mediterraneo. La stazione Pompei si trova in centro al borgo in cui sorge il Santuario della Madonna di Pompei. Poco più avanti c’è l’ingresso agli scavi lato Anfiteatro.

Il panorama dal treno per Pompei

La Circumvesuviana viaggia su una linea interna che va a Sorrento e che ferma a Pompei e Pompei Villa dei Misteri. Anch’essa è una linea ferroviaria piuttosto antica, che risale al 1890.

Il terzo modo per raggiungere Pompei è in macchina, via autostrada.

2. Biglietti!

Pompei è di competenza statale. Pertanto la prima domenica del mese l’ingresso è sempre gratuito. Gli altri giorni il biglietto intero costa 13 € ed è valido la giornata intera. Se si vuole, si può fare un biglietto cumulativo di 22 € che dura 3 giorni per entrare anche a Ercolano, Pozzuoli, Oplonti e Stabia: se riuscite a sopravvivere alla full immersion archeologica è molto conveniente.

3. Muoversi a Pompei

Dal sito web della Soprintendenza di Pompei si può scaricare la mappa della città romana con tutti i punti di interesse, in modo da poter pianificare la visita. In ogni caso, la mappa viene fornita all’ingresso insieme al biglietto.

Una caupona, ovvero una “tavola calda” di Pompei lungo via dell’Abbondanza

Quello dal lato dell’Anfiteatro è uno degli ingressi al parco. Sulla destra ci troviamo per l’appunto l’antico edificio da spettacolo, che un tempo ospitava gli spettacoli dei gladiatori, e sulla sinistra troviamo la Palestra Grande, un’ampia area nella quale un tempo si allenavano i gladiatori prima degli spettacoli e che oggi invece ospita le mostre temporanee (l’ultima, Pompei e i Greci, ha inaugurato pochi giorni fa).

L’anfiteatro si trovava in posizione decentrata rispetto alla città, ma da qui in pochi minuti si raggiunge la via principale di Pompei, via dell’Abbondanza, con le sue case signorili, le taverne, e numerosi edifici ancora in restauro. Si può percorrere il basolato romano dell’antica via,oppure il marciapiede a ridosso degli edifici, che è stato recentemente adattato ale esigenze anche del pubblico diversamente abile o in carrozzina: è il progetto Pompei per tutti e, di fatto, è molto comodo.

Pompei, uno scorcio di via dell’Abbondanza

4. Paesaggi
Pompei, come tutti i parchi archeologici, è immersa nel paesaggio e vive del suo rapporto col paesaggio. Cercate sullo sfondo l’inconfondibile silhouette del Vesuvio, all’ombra del quale la città sorgeva finché il vulcano non decise di esplodere segnandone il destino.Paesaggio è anche l’integrazione degli edifici antichi col verde circostante, è riportare all’antico splendore i giardini delle domus, ricreando ambienti lussureggianti e piacevoli come dovevano essere per le matrone pompeiane.

Il giardino della domus di Venere nella conchiglia

6. Mitoraj
Nell’ampia piazza del foro, le grandi statue dell’artista Igor Mitoraj prendono il posto delle antiche statue che un tempo dovevano ornare lo spazio pubblico principale della città. Antico e contemporaneo si compenetrano e si equilibrano. I puristi dell’archeologia forse storcono il naso; personalmente a me l’effetto piace molto.

Una delle statue di Mitoraj nel foro di Pompei

7. Mostre temporanee
Un’intera città da visitare e vogliamo perdere tempo a visitare una mostra? Sì, perché le mostre sono sempre degli approfondimenti utili e interessanti che aiutano a scoprire aspetti meno noti e più particolari del sito in cui ci troviamo. La mostra in corso attualmente, Pompei e i Greci, per esempio, parla di una Pompei che non è quella di epoca romana rimasta per sempre sotto la lava del Vesuvio, ma di una fase precedente della città, quando i Romani ancora non c’erano e quando il Sud Italia era un luogo in cui si incontravano persone, culture e tradizioni e in cui la cultura greca era un linguaggio comune.

Reperti rinvenuti nel porto antico di Neapolis e in mostra a “Pompei e i Greci”

Questo è solo un post introduttivo su Pompei; prossimamente vi prometto altri post dedicati alla città più sfortunata dell’antichità. 

il Museo Bagatti-Valsecchi a Milano

Milano, via Montenapoleone. Il Quadrilatero della Moda, il quartiere più chic di tutta Europa. Non verrebbe in mente a nessuno che tra una vetrina di Haute Couture e una boutique di scarpe inarrivabili per noi povere mortali, si possa trovare un museo. E invece c’è, è qui, in una via laterale, accanto allo showroom di Stefano Ricci. È il museo Bagatti-Valsecchi.

E che ci fa un museo qui?

La Galleria delle Armature è il primissimo impatto con la collezione del Museo Bagatti-Valsecchi

Innanzitutto iniziamo col dire che è una casa-museo. Ovvero è la casa di una famiglia nobile di Milano, i Bagatti-Valsecchi, che è talmente particolare, bella, eccentrica, da meritare di essere mostrata al pubblico. Da qui dunque l’idea di aprire le sue porte alla gente, e l’idea di un museo. Un museo che attraverso se stesso racconta una storia tanto interessante quanto bizzarra: quella di due eccentrici fratelli che nella seconda metà dell’Ottocento volevano arredarsi casa come se fosse un castello cinquecentesco. E ci riuscirono, accidenti. Eccome se ci riuscirono.

L’ingresso, su via Gesù, traversa di via Montenapoleone, immette in un atrio scoperto che già ci catapulta in un’altra dimensione. La Milano da bere è fuori di qui, ben distante. Entriamo e superata la biglietteria si salgono le scale. Veniamo accolti dalla Galleria delle Armature. E qui decisamente facciamo un salto indietro nel tempo di qualche secolo. Armature, corazze, elmi, scudi e spade su un lato e sull’altro del corridoio ci osservano silenti e minacciosi, mentre procediamo verso il Salone. A me personalmente, ricorda la collezione di armature del Museo Stibbert di Firenze, un’altra casa-museo di un altro eccentrico proprietario. Ma scoprirò nel prosieguo della visita che la collezione è molto differente.

La visita alla casa dei Bagatti-Valsecchi inizia con la Stanza della Madonna: se con la Galleria delle Armature abbiamo pensato di trovarci in un luogo sospeso nel tempo, da qui in avanti non abbiamo più dubbi: siamo decisamente nel Cinquecento!

Il leone più brutto che la storia dell’arte ricordi. Milano, Museo Bagati-Valsecchi

Un grande dipinto alla parete, con una Madonna della Misericordia dall’ampio mantello che accoglie i fedeli e i committenti vigila su questa sala. Sotto di essa una bella cassapanca dipinta, il Cassone delle virtù, anch’esso cinquecentesco, fu acquistato dai Bagatti-Valsecchi da un contadino, il quale lo usava come mangiatoia! Dalle stalle alle stelle, come dire. Nella stanza però è un altro affresco, o meglio un dettaglio di esso, che attira la mia attenzione: un leone brutto ma brutto, che più brutto non si può: il pittore che lo dipinse sicuramente non aveva mai visto un leone dal vivo, è evidente!

Parliamo dei due fratelli Bagatti-Valsecchi: Fausto era un donnaiolo, uomo di mondo, affascinante, ricco e scanzonato; riceveva in casa le sue amanti, una per volta, e le faceva accedere o andar via tramite un passaggio segreto che immetteva nella Biblioteca. Chi avrebbe mai pensato che la cultura potesse essere tanto intrigante? Dormiva in una camera da letto il cui letto in legno era intarsiato con tantissime minuscole storie tratte dalla Bibbia. A terra, il pavimento richiama un tappeto nelle rifiniture laterali, mentre sul comodino un teschio ci ricorda il memento mori, un invito dunque a godere del presente, vivendo rettamente.

“Amore, posso far venire le mie amiche per un té?” “Certo, purché non spettegoliate”

Fausto aveva un fratello, Giuseppe, che sposò Carolina Borromeo, anch’essa di nobile famiglia milanese (ve lo ricordate il Cardinale Federigo Borromeo dei Promessi Sposi?). Fu un matrimonio d’amore che diede alla luce alcuni figli (che, indovinate? Giocavano in un girello in legno cinquecentesco e dormivano nella culla cinquecentesca!); Carolina aveva delle amiche e un bel soggiorno a disposizione con un camino valtellinese, la Stube. Chiese dunque al marito Giuseppe se poteva invitare le amiche per un té e il marito certo le diede il permesso. Ma a scanso di equivoci, poiché conosceva molto bene il genere femminile, fece scrivere sopra il caminetto in latino una frase di monito: vietato parlar male e spettegolare degli assenti. Donnine avvisate mezze salvate.

Segue poi la camera da letto della coppia di coniugi, sui toni del rosso, con un bel baldacchino matrimoniale centrale, e la Sala Verde, la camera singola di Giuseppe, anch’essa con letto a baldacchino. Tutte le sale ospitano qualche opera d’arte più o meno di pregio, così tra un Giovanni Bellini e un Gentile Bellini oltre ad avere il mobilio, gli arredi, le suppellettili e persino le decorazioni del soffitto e delle pareti in stile, anche le opere d’arte sono coeve. L’arredamento cinquecentesco voluto e perseguito dai due fratelli Bagatti-Valsecchi è coerente, senza sbavature,  che denota una precisa ricerca filologica degli oggetti. I mappamondi in biblioteca, per esempio, uno della volta celeste, l’altro del mondo conosciuto nel Cinquecento, sono due preziosi documenti di un momento in cui l’America era stata appena scoperta, a malapena delineata e chiamata “Terra Incognita“.

La Sala Verde, camera da letto di Giuseppe Bagatti-Valsecchi

Sono stata al Museo Bagatti-Valsecchi in occasione di un incontro tra blogger organizzato da The Art Post Blog e dedicato alla didattica museale. È stata l’occasione per scoprire un museo che prima, lo dico sinceramente, non avevo mai neanche sentito nominare, e soprattutto per scoprire quanto una piccola realtà come questa sia in grado di mettere in moto con poche risorse ma tantissima passione, un vasto programma di didattica e di comunicazione. Un ottimo esempio che molti musei dovrebbero seguire. Visite guidate, eventi, concerti, visite al buio, attività speciali: il museo vuole entrare in contatto con la gente, non solo con i bambini delle scuole, vuole invitare tutti i Milanesi e non solo. La casa-museo Bagatti-Valsecchi è un pezzettino di storia milanese. Una storia privata di una famiglia che però fu attiva nella Milano di fine Ottocento-inizi Novecento.

Ogni oggetto dell’arredamento racconta una storia, perché dietro all’acquisto e alla sistemazione di ciascuno di essi c’era una precisa volontà dei due fratelli di caratterizzare la casa, di curarla come un orto prezioso. Il dipinto di Giovanni Bellini raffigurante Santa Giustina, antenata dei Borromeo, fu acquistato apposta da Giuseppe per la moglie Carolina Borromeo; le decorazioni alle pareti o sui soffitti non sono semplicemente citazioni dell’antico, ma rielaborazioni che dimostrano la maturità di due intenditori talmente amanti di un periodo storico, da volerci vivere dentro. E mai illusione riuscì meglio.

Passeggiate romane: dall’Esquilino all’Oppio

Roma: Colosseo, Fori, Vaticano, Trastevere, Piazza Navona e poco altro. Se si pensa di fare una gita di un giorno a Roma solitamente ci si riduce a queste mete, che non sono poca roba, ma che sono una piccola parte rispetto all’immensità della capitale. È bello invece abbandonare i soliti percorsi e scoprire qualcosa di nuovo. Per farlo, però, la cosa migliore è affidarsi alla guida di una persona del posto. Ed è quello che ho fatto io. Seguendo il principio del Travel with a local, per la mia ultima discesa a Roma mi sono affidata completamente alla guida di una cara amica archeologa innamorata della sua città. Lei mi ha condotto per mano attraverso quartieri che non conoscevo.

L’itinerario che abbiamo seguito è stato Piazza Vittorio – Esquilino – Via in Selci – Oppio, fino a ridiscendere nella valle del Colosseo. Venite con noi.

Piazza Vittorio

i Trofei di Mario nei giardini di Piazza Vittorio

È il cuore dell’Esquilino. Ma soprattutto è il cuore di una Roma che appena diventata capitale voleva essere degna delle più moderne capitali europee. Ecco che Piazza Vittorio è un grande spazio occupato al centro da un bel parco/giardino e chiuso su tutti i lati da palazzi di varia epoca, dal medioevo alla fine dell’800. Da qui si dipartono ben 12 strade: ecco perché questa piazza doveva essere così importante nella visione urbanistica della fine dell’800. In più è vicina alla Stazione Termini e non lontana dalla valle del Colosseo. Un’ottima posizione, dunque. All’interno del grande giardino colpiscono l’attenzione i resti archeologici dei cosiddetti Trofei di Mario: si tratta in realtà di una fontana monumentale dell’età dell’Imperatore Alessandro Severo (inizi III secolo d.C.), luogo di arrivo e punto di diramazione delle acque di un acquedotto, l’Aqua Claudia o Anio Novus, che riforniva la capitale dell’Impero. Il nome invece deriva dai cosiddetti Trofei di Mario, in marmo, erroneamente attribuiti al condottiero romano del II-I secolo a.C., che furono spostati in Campidoglio alla fine del Cinquecento. A completare il tutto c’è la Porta Magica, un muro con una porta murata ai lati della quale si trovano due statue del dio egizio Bes, che a Roma ebbe una certa fortuna. Lasciamo questa piazza nella quale a fine febbraio i peschi sono già in fiore e discendiamo l’Esquilino lungo una delle 12 strade che da qui si dipartono.

Arco di Gallieno

L’arco di Gallieno

Roma è così: in ogni dove saltano fuori resti archeologici, anche quando meno te li aspetti. Pensiamo sempre a grandi spazi, grandi monumenti magari racchiusi da ampi recinti, ma non sempre è così. Uno di questi monumenti, per esempio, il cosiddetto Arco di Gallieno, è ben nascosto, al fondo di una viuzza che termina contro la piccola piazzetta della Chiesa di San Vito. Siamo in un piccolissimo agglomerato rimasto medievale, mentre tutt’intorno le trasformazioni urbanistiche della Capitale hanno cambiato per sempre la città; quest’angolino invece è rimasto tale. L’arco inizialmente era molto più grande, ma proprio la costruzione della chiesina, in età paleocristiana, ne decretò la parziale distruzione. Rimane comunque la parte principale, l’arco centrale col nome dell’imperatore che lo costruì. Tutto l’insieme, dell’arco con la chiesa, tutt’altro che risultare monumentale, è invece molto intimo, quasi dimesso, come se l’antico passato ci chiedesse di restare in silenzio, di non dirlo in giro che sta lì, come se non volesse la notorietà. Mi dispiace, caro Gallieno, ti ho scovato, e ora ti racconto in giro.

Via in Selci

Il grande edificio medievale che ingloba un edificio romano in via in Selci

Ancora fino a pochi decenni fa questa era una via malfamatissima di Roma. Si tratta di una via stretta e buia, che si diparte dalle Torri del Dazio, sempre sull’Esquilino, a poca distanza dalla basilica paleocristiana di Santa Maria Maggiore, e ridiscende fino a collegarsi con la grande via Cavour. Sulla via affaccia un grande complesso, la chiesa di Santa Lucia in Selci con annesso convento medievale, il quale ha inglobato un più antico edificio romano di cui si notano ancora le arcate di un portico, ormai tamponate e chiuse definitivamente. Questo anticamente era il Clivus Suburanus, una via che discendeva dall’Esquilino verso la valle del Colosseo, attraversando il quartiere della Suburra, un grande quartiere abitativo della Roma repubblicana e imperiale, storicamente considerato malfamato. Percorrerlo vuol dire calarsi in un angolino di Roma davvero intimo, racchiuso, medievale. Una Roma che resiste ancora in qualche andito (anche il vicino Rione Monti mantiene la sua fisionomia medievale), e che rende la città ancora più pittoresca.

Il parco dell’Oppio

l’Emiciclo delle Terme di Traiano

Da qui all’Oppio il passo è breve. Al parco dell’Oppio si accede da più parti. Ciò che conta è che si tratta di un grande spazio verde, in parte in via di sistemazione, nel quale si integra il paesaggio archeologico con il giardino. Siamo in un punto nevralgico della storia urbanistica della Roma imperiale, luogo di costruzioni, sbancamenti, distruzioni, occupazioni e restituzioni. Un puzzle di strutture sovrapposte che gli archeologi con grande difficoltà sono riusciti a dipanare e che viene restituito alla cittadinanza nel modo migliore: con un parco nel quale passeggiare liberamente. Il grande emiciclo delle terme di Traiano si erge con disinvoltura nel prato circostante. Giardinetti, alberi, panchine e resti archeologici: un modo per vivere in maniera integrata il proprio passato.

Ridiscendendo dal Parco dell’Oppio appare il Colosseo

Nel parco si innalzano i resti monumentali di ciò che resta delle Terme di Traiano, un grande edificio che fu costruito nel II secolo d.C. e che in parte ingloba nelle fondazioni quel grandissimo complesso che fu la Domus Aurea di Nerone, la residenza privata immensa dell’imperatore, per costruire la quale diede fuoco a Roma. Alla morte di Nerone, gli imperatori successivi vollero restituire questo settore della città ai Romani, per cui fecero costruire edifici pubblici: il Colosseo, per cominciare, le terme dell’imperatore Tito, del quale non rimane quasi più traccia e, più tardi, le Terme di Traiano. Gli scavi archeologici sono riusciti a ricostituire tutto questo palinsesto di edifici, occupazioni, distruzioni e riempimenti. Sono riusciti a ricostruire la pianta della Domus Aurea, a capire cioè come si articolava, quanto era grande, come era organizzata e in che modo gli edifici successivi ne hanno sfruttato le strutture. Oggi è in corso di realizzazione un grande progetto di arredo urbano che vuole preservare le strutture sotterrate della Domus Aurea trasformando l’area in un grande giardino archeologico, molto più bello e sostenibile dell’attuale. Va detto che la Domus Aurea è, almeno in parte, visitabile. E prima o poi un giro dentro ce lo voglio fare.

La valle del Colosseo

I resti del Ludus Magnus e il Colosseo

Ridiscendendo il parco dell’Oppio giungiamo al Colosseo, ma da un altro lato rispetto alla solita direttrice di via dei Fori Imperiali. Da qui la prospettiva è ben diversa e oltre al grande anfiteatro il nostro occhio è attratto da alcuni resti archeologici che a vederli così non dicono nulla, ma che invece acquistano un fascino tutto particolare nel momento in cui scopriamo cosa sono: si tratta del Ludus Magnus, la palestra dei gladiatori, con tanto di arena ellittica (se ne vede metà) nella quale i gladiatori si esercitavano prima degli spettacoli. Avete presente dove Russel Crowe/Massimo Decimo Meridio si allena con i suoi compagni? Ecco. Esiste tuttora il corridoio sotterraneo che conduceva dalla palestra all’anfiteatro. E soprattutto si può visitare e percorrere anche oggi (con una visita guidata): credo che sia un’esperienza incredibile poter percorrere gli stessi metri che separavano i gladiatori dall’arena: cosa avranno provato? Paura per l’incontro? Paura di essere sconfitti e quindi paura di morire? Avranno pregato gli dei? Saranno stati tronfi e sicuri di sé? Pieni di adrenalina, forse? Tanti, tantissimi gladiatori sono passati da quel corridoio che oggi si può calcare con molta più leggerezza. E anche questa visita me la serbo per una prossima passeggiata romana.

Visitare Santa Maria Novella

Santa Maria Novella, la facciata

Santa Maria Novella, la facciata

È una delle chiese più belle e più note di Firenze. La sua facciata anzi, disegnata da Leon Battista Alberti, è a parere di molti la più bella in assoluto della città; anche la piazza è molto caratteristica (personalmente, però, preferisco piazza Santa Croce): la sua forma è irregolare, nel mezzo si innalza un piccolo obelisco, mentre essa è percorsa da varie aiuole che in primavera fioriscono. Lungo tutto un lato si aprono ristorantini e localini vari dove trovare ristoro, soprattutto nelle belle giornate primaverili. Ogni tanto ospita manifestazioni pubbliche, mercatini e in generale è un ottimo punto di ritrovo nonché tappa fondamentale per itinerari della città. La sua vicinanza alla stazione centrale dei treni ne fa una meta comodissima, la prima o l’ultima da visitare quando si passa da Firenze. Sul fondo della piazza si trova il portico del palazzo che ospita il Museo del Novecento: in questo spazio fiorentino, quindi, si percorre tutta la storia dell’arte dal Medioevo al Contemporaneo.

Il Crocifisso di Giotto in Santa Maria Novella

Il Crocifisso di Giotto in Santa Maria Novella

Santa Maria Novella è la chiesa del convento dei Domenicani. A questo importante ordine monaastico, giunto a Firenze nei primi decenni del Duecento, viene concessa da subito la piccola chiesa di Santa Maria delle Vigne: evidentemente nella zona, fuori delle mura medievali, si trovavano vigneti. Già dal 1242 iniziano i lavori di ampliamento della chiesa, che verrà consacrata, però, solo nel 1420. Come in tutte le grandi chiese di Firenze, al suo interno e per la sua realizzazione e decorazione hanno lavorato artisti importanti della Firenze medievale e rinascimentale. Oltre a Leon Battista Alberti e al Vasari, che ne ristrutturò l’interno, il primo artista che va ricordato è Giotto, del quale ancora campeggia in mezzo alla navata centrale il grande Crocifisso ligneo. Dipinto verso la fine del Duecento, questo Cristo è realizzato secondo l’iconografia del Christus Patiens, ovvero sofferente per la Passione e non trionfante sulla Morte: oltre al volto patito del Cristo, anche i colori ci riconducono alla sofferenza e alla morte. Un’opera davvero intensa.

La Trinità di Masaccio in Santa Maria Novella

La Trinità di Masaccio in Santa Maria Novella

Tra i capolavori che si incontrano nella chiesa, la Trinità di Masaccio  si trova a metà della navata sinistra: in quest’opera, non troppo grande, Masaccio esprime quei concetti di ricerca di prospettiva che tanto caratterizzano la sua arte: Cristo, dietro di lui Dio Padre e lo Spirito Santo sono inseriti in un’architettura sontuosa, che richiama un arco trionfale antico. Ai loro lati la Madonna e i committenti, in una composizione simmetrica ed equilibrata anche nei colori, sui toni del grigio e del rosa.

Nell’area del transetto si aprono poi alcune cappelle laterali, come la cappella Bardi, o la cappella Filippo Strozzi, decorate con cicli pittorici importanti che raccontano le vite di alcuni santi particolarmente importanti. Nella cappella maggiore, o Cappella Tornabuoni, dietro il grande altare, al di sopra del coro in legno intarsiato, su un lato sono affrescati dal Ghirlandaio episodi della vita di San Giovanni Battista (patrono di Firenze) dall’annuncio della sua nascita al padre Zaccaria fino alla morte per decapitazione voluta da Salomé; sull’altro scene di vita di Maria (a S.Maria Assunta è dedicata la chiesa), anche in questo caso dalla nascita in avanti. Nelle scene dipinte si susseguono e si affastellano personaggi che a noi non dicono nulla, ma nei quali i contemporanei avrebbero riconosciuto persone della loro Firenze, come lo stesso pittore Ghirlandaio, il poeta Angiolo Poliziano, i rappresentanti della famiglia Tornabuoni, cui è intitolata la cappella.

Il cappellone degli Spagnoli in Santa Maria Novella

Il cappellone degli Spagnoli in Santa Maria Novella

Proseguendo, si esce nel cosiddetto Chiostro Verde, le cui lunette affrescate sotto il porticato portano la firma di Paolo Uccello: alcuni di questi grandi dipinti sono esposti, dopo un lungo restauro, nell’attiguo museo dell’Opera di Santa Maria Novella. Lungo un braccio del chiostro si apre una cappella: è il Cappellone degli Spagnoli, inizialmente sala capitolare del convento annesso alla chiesa e poi devoluto alla colonia di Spagnoli che giunse a Firenze al seguito di Eleonora da Toledo, moglie di Cosimo I de’ Medici. Al suo interno, nel quale spiccano opere di Alessandro Allori, è notevole il ciclo di affreschi sulle pareti laterali, che è un’esaltazione dell’ordine domenicano: nella scena dedicata alla Chiesa militante, si nota la rappresentazione del duomo di Firenze (che all’epoca della realizzazione di questo affresco non era ancora stato ultimato); sull’altro lato, nella scena del Trionfo di San Tommaso d’Aquino (che era un domenicano) si sussegue una teoria di santi e di rappresentanti delle più importanti virtù scientifiche oltre che religiose: virtù teologali, virtù cardinali, sacre scienze e arti liberali. Compaiono così personaggi che Cristiani non furono e non poterono essere, come Cicerone, Pitagora ed Euclide.

Il Chiostro Verde, in Santa Maria Novella

Il Chiostro Verde, in Santa Maria Novella

Dal Chiostro Verde si accede ad un altro piccolo chiostro, il cosiddetto Chiostro dei Morti, con una serie di lapidi di uomini e donne che vi furono seppelliti fino alla metà dell’Ottocento. Dal chiostro si accede anche ad un piccolo spazio museale che accoglie paramenti sacri appartenuti ai monaci domenicani ed espone gli affreschi restaurati di Paolo Uccello.

Gli ambienti della chiesa e del convento sono piuttosto freddini. Quando torniamo nel chiostro verde il sole di Firenze ci riscalda. Da qui, dal chiostro, si esce dal complesso di Santa Maria Novella e si torna sulla piazza. La visita di Santa Maria Novella è conclusa. Possiamo proseguire la nostra passeggiata.

Musei Vaticani: la Galleria delle Carte Geografiche 

La Galleria delle Carte Geografiche ai Musei Vaticani

La Galleria delle Carte Geografiche ai Musei Vaticani

La Calabria in una delle carte geografiche dipinte in Vaticano

La Calabria in una delle carte geografiche dipinte in Vaticano

Le carte geografiche mi piacciono tanto. Non tanto quelle moderne, che sono rappresentazioni scientifiche e geometriche, precise, misurabili e in scala del reale, ma quelle più antiche, disegnate, fatte a mano da veri scienziati-artisti, capaci di riprodurre sulla bidimensione e in uno spazio misurato, limitato e circoscritto, grandi estensioni e distanze. La storia delle carte geografiche (e più in piccolo delle mappe catastali e dei cabrei) è per me affascinante: adoro le vedute di città e starei ore in contemplazione alla ricerca del minimo dettaglio.

Questa premessa era necessaria per spiegarvi perché per me la vera Cappella Sistina dei Musei Vaticani è in realtà la Galleria delle Carte Geografiche.

Immaginate di entrare in un lungo corridoio illuminato dalle finestre su un lato, con le pareti tutte affrescate da una serie di carte geografiche che rappresentano l’Italia. La stanza riluce d’oro: sono dorate le cornici che inquadrano i dipinti del soffitto, che riverberano all’intorno, barocche, ridondanti, eccessive. Inoltre anche le cornici dipinte delle grandi carte sono dorate. E tutto risplende. Il fasto del Papato si riversa in questa galleria, che fa parte degli appartamenti papali, nel percorso di visita che condurrà dapprima alle Stanze di Raffaello e culminerà nella Cappella Sistina. Ma, come vi ho detto, per quanto mi riguarda mi fermerei qui.

galleria carte geografiche

Nella carta della Liguria c’è spazio per la riproduzione di un borgo dell’Appennino Ligure: totalmente inventato, è il tocco artistico di questa cartografia

Dicevo, le regioni d’Italia, una dopo l’altra, scorrono lungo le pareti, da Sud a Nord, con una piccola incursione ad Avignone. La cosa buffa è verificare l’orientamento di queste carte: non sono orientate a Nord, come siamo abituati a vedere, ma, piuttosto, è come se ruotassero intorno a Roma, sede della Chiesa: sì, perché la Sicilia, la Calabria, la Campania e la Puglia sono rappresentate al contrario, con l’effetto di disorientare chi oggi le guarda e cerca di raccapezzarcisi. Ma probabilmente all’epoca (la Galleria viene realizzata tra il 1580 e il 1585) non doveva risultare così strano.

La cosa più divertente, o interessante, dipende dai punti di vista, è cercare sulle carte le località che conosciamo. Sì, perché sulle carte sono scritti tutti i nomi di città e paesi che alla fine del XVI secolo erano note o rilevanti per gli interessi dello Stato della Chiesa e della geografia. Per fare un esempio, il mio bel paesino di origine, San Bartolomeo al Mare, in provincia di Imperia, Liguria, per esempio, sulla carta non è segnato, mentre è ricordata la vicina Cervo, un borgo medievale che all’epoca era sicuramente più grande e strutturato (aveva persino un castello) del piccolo Borgo San Bartolomeo, quattro case intorno alla chiesa. La stessa sorte capita a tantissimi altri paesini d’Italia che non sono contemplati nelle carte geografiche di questa galleria. Ma è divertente cercare località che si conoscono, individuare i nomi magari differenti da quelli attuali. E poi vedere come sono disegnate le coste, le montagne, i fiumi e i boschi… Disegnate nel mare qua e là si trovano le personificazioni dei venti e in corrispondenza delle città più importanti d’Italia, come Napoli, Genova, Firenze, Milano, sono rappresentate proprio le vedute di quelle città.

La personificazione dei mari e dei venti nella carta della Liguria (dov'è indicato Cervo!)

La personificazione dei mari e dei venti nella carta della Liguria (dov’è indicato Cervo!)

Alla fine del percorso, dopo aver visto l’Italia “contemporanea”, una mappa è dedicata all’Italia antica, di età romana. Lì sono segnati tutti i centri romani segnati sugli itinerari antichi. Nel XVI secolo la cultura umanistica era ben radicata negli ambienti colti delle varie corti italiane, tra cui quella papale, per cui una mappa dell’Italia antica era un esercizio di stile, di cultura, di antiquaria. Però su quella carta c’è segnato un sito, Lucus Bormani, che corrisponde all’insediamento romano che esisteva nella mia San Bartolomeo al Mare molto prima di noi. E la gioia nel vederlo scritto è grande.

Sul soffitto, il miracolo di San Francesco di Paola è posto in corrispondenza delle carte della Calabria

Sul soffitto, il miracolo di San Francesco di Paola è posto in corrispondenza delle carte della Calabria

Sul soffitto, intanto, se vi ricordate di alzare lo sguardo, troverete tante immagini di santi, di miracoli, di episodi religiosi, avvenuti nelle regioni di volta in volta rappresentate in parete. Per esempio, all’altezza della Calabria sul soffitto c’è un episodio della vita di San Francesco di Paola.

La visita della Galleria delle Carte Geografiche non può essere fatta in 5 minuti. E lo so che l’attrazione per le altre ali dei Musei Vaticani è grande, ma questa sezione merita davvero! Mostra un’Italia che non è più, un’Italia così com’era vista poco prima del Seicento. La cosa forse più particolare è riflettere sul fatto che le regioni rappresentate sono all’incirca le stesse regioni italiane di oggi, le quali a loro volta più o meno ricalcano le regiones di età romana. L’idea di Italia intesa come una nazione unica forse non era così peregrina già qualche secolo prima che i moti risorgimentali portassero davvero a unificare la penisola, e di fatto a mettere la parola fine allo Stato della Chiesa.


3 Musei del Mare in Liguria che non potete perdere

La recente inaugurazione del Museo Navale Internazionale di Imperia nella sua nuova sede, in un bellissimo ex-stabilimento industriale alla Marina di Porto Maurizio, mi ha fatto venire in mente una cosa davvero ovvia: la Liguria ha un solidissimo e millenario legame col mare.

Il museo navale di Imperia

Il museo navale di Imperia

L’osservazione è ovvia, ve l’ho detto. Ciò che non è ovvio è invece capire come la Liguria di oggi esprime questo suo rapporto antichissimo, come è consapevole di secoli e millenni di vita sulle coste, di commerci, di pesca, di esplorazioni geografiche e viaggi, di confini e di ignoto, di pericolo e di superstizione, di lavoro e di svago.

Il rapporto col mare è un elemento identitario dei Liguri, da Ponente a Levante. Chiedetelo a un Imperiese (ma anche a un Genovese, ad un Savonese o a uno Spezzino): chiedetegli perché non può stare senza vedere il mare, chiedetegli perché, se vive fuori Liguria, quando torna e lo vede comparire tra le montagne, tra le gallerie lungo la ferrovia o l’autostrada, respira più forte, quasi che fino a quel momento avesse trattenuto il fiato; chiedetegli perché è ancora capace di stupirsi di un’alba o di un tramonto sul mare. Non è semplicemente perché gli piace andare in spiaggia. No. È perché in quel mare ci si identifica, quando ci si tuffa ci si specchia. E specchiandosi vede se stesso.

Vi racconto 3 musei del mare della Liguria. Tre musei che raccontano la storia, la vita e tutto ciò che ruota intorno al mare. Il Mar Ligure ovviamente, ma non solo o non necessariamente. Perché il mare non ha confini stabiliti, e l’uomo di mare ha sempre avuto la voglia di spingersi un po’ più in là, per guardare oltre l’Orizzonte.

  • Museo Navale Internazionale di Imperia

Inizio con l’ultimo nato, nonché quello più a Ponente: il nuovo Museo Navale Internazionale di Imperia ha visto la luce proprio all’inizio di febbraio 2016. Prima si trovava in un’altra sede, più piccola, ed era più simile ad una wunderkammer marittima che non ad un museo vero e proprio: vetrine troppo piene, raffazzonate e allestimento davvero vecchio. Il museo nuovo ha ancora molto lavoro da fare per diventare davvero un museo come si deve e come il pubblico lo vuole.

i dolia del museo navale di Imperia

i dolia del museo navale di Imperia

Ha sicuramente grandissime potenzialità, come l’esposizione, finalmente, dei dolia (singolare dolium), i grandi contenitori in terracotta della nave romana trovata al largo di Diano Marina, per i quali i Dianesi stravedono (guai a toccarglieli!): ora sono esposti al piano terra, ma manca qualsiasi apparato didattico in grado di spiegarli a chi non li conosce. Speriamo che nel prossimo futuro si risolva la questione, così come possano trovare pace tutti i cimeli della collezione di modellini di nave, divise di ufficiali e marinai (montate su manichini che… per carità!), di libri e di fotografie: speriamo che qualcuno sappia fare una scelta e una cernita dei materiali, sappia decidere che non necessariamente tutto va esposto, ma che si deve fare una selezione. Non serve la quantità per dire “che ricca collezione!”, ma la qualità e la capacità di individuare, nel numero, ciò che davvero vale la pena di mostrare. Sembrerebbe una recensione negativa la mia, invece è solo accorata: perché cose ottime ci sono eccome: come la ricostruzione del Sestriere, mercantile italiano a bordo del quale possiamo parlare con ufficiali e marinai che ci raccontano la storia di questa nave che fu varata nel 1941. E poi la sezione dedicata alla vela, e ancora quella, in via di completamento, dedicata al Santuario dei Cetacei del Mar Ligure: perché il mare è anche semplicemente natura, non solo rapporto con l’uomo. Un museo che deve crescere e formarsi: e sono sicura che, con il supporto delle competenze giuste, potrà diventare davvero un polo culturale importante nel Ponente Ligure.

la ricostruzione del Sestriere, mercantile varato nel 1941

la ricostruzione del Sestriere, mercantile varato nel 1941

  • Museo Navale Romano di Albenga 

Museo archeologico totalmente votato al mondo sommerso, il Museo Navale Romano di Albenga, nacque a seguito della scoperta e recupero del relitto della nave romana di Albenga, una nave del I secolo d.C. che solcava le acque antistanti l’isola Gallinaria e pensò bene di affondare con tutto il suo carico di anfore che trasportavano vino. La stiva, ricostruita nella sala principale del museo, è la vera attrattiva di questo luogo, ed è la cosa più spettacolare. Il relitto di Albenga fu il primo ad essere indagato archeologicamente. Con la sua scoperta prese il via la disciplina dell’archeologia subacquea. Fu un momento davvero epocale, a metà del Novecento, e il museo navale romano di Albenga, col suo allestimento così sobrio e vecchio, diciamocelo, fotografa precisamente un’epoca in cui il rinvenimento di un intero relitto di età romana era un avvenimento talmente importante, unico e raro, da richiedere un museo appositamente dedicato. L’inventore dell’Archeologia Subacquea, Nino Lamboglia (che nacque a Imperia, non sapeva nuotare, ma si immergeva dentro una camera sottomarina chiamata sorbona, e morì annegato, ironia della sorte) scoprì il relitto, ne curò il recupero, allestì il museo, gettò le basi per questa nuova disciplina. Una disciplina che ancora oggi, tra mille difficoltà dovute alla solita carenza di fondi, restituisce però sempre nuove storie sommerse nel mare.

La fiancata della stiva della nave oneraria di Albenga, ricostruita nel Musoe Navale Romano di Albenga

La fiancata della stiva della nave oneraria di Albenga, ricostruita nel Museo Navale Romano di Albenga

  • MuMA Galata Museo del Mare di Genova

Un signor museo. Davvero. Dalla A alla Z questo luogo, posto a Genova ai margini del Porto Antico, racconta la storia d’amore tra Genova e il mare. E non solo, ma tra l’uomo e il mare nel corso dei secoli e fino ai giorni nostri. Una storia fatta di oggetti e di persone, di documenti che raccontano storie.

Genova com'era in un dipinto di Giorgio Vigne, 1618

Genova com’era in un dipinto di Giorgio Vigne, 1618

La prima sezione è storica, parla della storia di Genova come città e Repubblica Marinara, della trasformazione del suo porto che ha seguito le vicissitudini storiche della città, nel suo alternarsi come potenza marittima e come città chiusa su se stessa. Della storia di Genova fa parte Cristoforo Colombo. E vedere il suo autografo su alcuni documenti vergati di suo pugno alle soglie del 1500 è un’emozione senza pari.

La galea ricostruita all'interno del MuMA

La galea ricostruita all’interno del MuMA

Com’era la vita a bordo di una galea genovese? Non lo sapremo mai se non saliremo a bordo di una di esse, ricostruita nel Museo: qui incontreremo alcuni membri dell’equipaggio che ci coinvolgeranno nella vita della marineria. Giunge poi il momento delle carte geografiche, fondamentali strumenti per segnare le rotte e capire dove si naviga, a partire dai primi portolani, le mappe di navigazione più antiche, fino alle vedute di città: alcuni schermi interattivi permettono di confrontare le antiche carte con la cartografia attuale.

Il mare è anche luogo di leggende e mostri. È pericoloso e infido, anche quando è calmo può nascondere insidie: sirene, mostri marini, lo Squalo del film di Spielberg: paure di ieri e di oggi costituiscono la parte irrazionale dell’uomo che naviga. Per la parte razionale, invece, abbiamo gli strumenti per misurare, per triangolare, per orientarsi sul mare. E non deve stupire che molte delle invenzioni più importanti siano state fatte da Italiani: d’altronde siamo un popolo di santi, di poeti e di navigatori…

Possiamo scoprire anche la vita a bordo di un brigantino, ricostruito, e passeggiare in un cantiere navale dove artigiani e barcaioli stanno lavorando alla realizzazione di barche e navi.

E arriviamo a un tema contemporaneo, italiano in tutti i sensi: il museo dell’Emigrazione. Qui un percorso interattivo molto riuscito, attraverso scenari ricostruiti che ci riportano agli inizi del Novecento accompagna noi, nei panni di migranti realmente esistiti, e ci mostra la partenza, la nave, l’arrivo in America. Infine, la visita si conclude con una sezione dedicata alle migrazioni di oggi, che non sono molto diverse da quelle di ieri, se non per il fatto che questa volta siamo noi ad accogliere, e non a dover partire.

Morte a Firenze. Il cimitero degli Inglesi

Si erge come un’isola, in mezzo ai viali di circonvallazione di Firenze. Le automobili sfrecciano qui accanto, i motori rombano fermi al semaforo per poi lanciarsi via non appena spunta il verde. I pedoni attraversano di corsa la strada, incalzati da quel giallo che arriva sempre troppo presto. Fretta, rumore, sguardo dritto davanti a sé, concentrato sul percorso che ancora resta da fare. E nessuno presta attenzione all’isola lì nel mezzo.

Particolarmente horror questo monumento funerario nel Cimitero degli Inglesi

Particolarmente horror questo monumento funerario nel Cimitero degli Inglesi

Il Cimitero degli Inglesi è un’isola di pace. Un’isola dove il tempo pare sospeso, e persino il traffico resta attutito. Alti cipressi verdi, bianchi monumenti, un vialetto centrale, qualche sentierino laterale, grigi sarcofagi monumentali. E sopra di noi l’azzurro del cielo. Intorno a me silenzio e un’atmosfera che invita ad un muto rispetto. È talmente suggestivo, questo cimitero, da aver ispirato al pittore Arnold Böcklin il celebre dipinto “L’isola dei morti“.

Cimitero degli Inglesi

Cimitero degli Inglesi

A me ricorda un grande tumulo (e in effetti lo è), sul modello delle tombe etrusche: una montagnola di terra che si erge nella piana e che ospita le spoglie mortali di qualche illustre defunto. La differenza sta nel fatto che questo grande tumulo ospita le croci e i monumenti di tanti Svizzeri e Inglesi che nell’Ottocento si fecero seppellire qui: è il cimitero acattolico di Firenze: qui i Protestanti potevano trovare il riposo eterno. Nacque nel 1827 infatti, quando il granduca Pietro Leopoldo II di Lorena concedette alla chiesa Evangelista una montagnola fuori le mura per farne il proprio cimitero. La concedette fuori le mura proprio perché si trattava di un cimitero non cattolico.

 

È buffo che si chiami “Cimitero degli Inglesi”, visto che fu richiesto dalla Chiesa Protestante Svizzera. Ma per i Fiorentini, che sono famosi per fare generalizzazioni, i Protestanti erano Inglesi, per cui il cimitero venne denominato così nel linguaggio comune, con buona pace degli Svizzeri. In effetti alcuni Inglesi di spicco vi sono seppelliti, come la poetessa Elisabeth Barrett Browning e il padre di quel Frederic Stibbert cui è intitolato il Museo Stibbert, che altro non è se non la sua casa privata e la sua collezione di eccentriche antichità.

cimitero degli InglesiTra gli Svizzeri illustri, vi è seppellito Gian pietro Vieusseux, che io conosco principalmente perché a lui è intitolato il Liceo Scientifico di Imperia, dove lui per qualche tempo visse, ma che a Firenze è noto per il Gabinetto Vieusseux, che ha sede in Palazzo Strozzi. Il cimitero accolse anche esponenti della comunità russa e greco-ortodossa, molto presente in città (la splendida chiesa russa si trova a circa un km da qui, lungo il corso del Torrente Mugnone. Il cimitero è utilizzato ancora oggi per accogliere le spoglie recenti di Protestanti: lungo il limite del tumulo si trovano le lapidi, molto semplici, di persone anglofone mancate negli ultimissimi anni.

 

Anche se non è particolarmente monumentale, il Cimitero degli Inglesi colpisce l’immaginazione di chi ne percorre gli stretti vialetti. I monumenti funerari sono molti; alcuni si fanno ricordare, come l’Angelo della Morte, in forma di scheletro alato che sovrasta una sepoltura, o come una figura di piangente disperata che piange sulla tomba di un suo caro, o come i due puttini che leggono una pergamena. Non mancano i riferimenti classici: molti sepolcri sembrano delle stele funerarie greche: vi si trovano figure alate, quasi mitologiche, realizzate in forme neoclassiche; ma sono tante anche le figurazioni egittizzanti: obelischi, scarabei sulle lapidi; e poi simboli massonici. Naturalmente troviamo anche croci lungo il nostro cammino: ma sono croci elaborate, fiorite, ritorte, artistiche: croci che si fanno ricordare e che disegnano preziose coreografie.

Uno scarabeo egizio sulla lapide di questo defunto inglese

Uno scarabeo egizio sulla lapide di questo defunto inglese

Camminando tra le tombe, può sorprendere di vedere molte lastre spaccate, come se le anime che le abitavano fossero fuggite via. In realtà, probabilmente, la collinetta in qualche parte ha ceduto, e non è stato ancora possibile restaurarle.

All’ombra di qualche cipresso, mentre il traffico all’intorno si perde, il tempo si ferma, e si potrebbero passare le ore a riconoscere l’una o l’altra lapide, a individuare simboli egizi o a scovare la tomba di qualche illustre personaggio inglese dell’Ottocento: la comunità anglosassone è sempre stata molto presente in Firenze.

Il Cimitero degli Inglesi è un monumento suggestivo, spirituale, un luogo che non è semplicemente da vedere, ma da sentire.