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Ti presento MARTA: il Museo Archeologico Nazionale di Taranto

Chi è Marta?

Marta è l’acronimo di Museo Archeologico Taranto. Il museo che ha l’onore e la responsabilità di raccontare la storia più antica della città. E assolve al suo compito benissimo.

museo archeologico taranto

Il Museo si trova in pieno centro, superato il Ponte Girevole che collega la città vecchia, medievale, arroccata, con la parte ottocentesca, ordinata, strade larghe rettilinee e piazze. Il MARTA è uno dei musei archeologici più grandi d’Italia: una collezione archeologica vastissima, che va dalla preistoria all’età romana e altomedievale, passando, e soffermandosi soprattutto, sull’epoca più importante: quella greca.

Visitare il MARTA

Si parte dal terzo piano per visitare il MARTA. Al terzo piano infatti inizia il percorso espositivo. Nella prima sala, ad accoglierci, un vip dell’archeologia: lo Zeus di Ugento: una statuetta in bronzo del dio posto nell’atto di scagliare, con misurato equilibrio, il fulmine che lo contraddistingue. Per me un’emozione trovarmi inaspettatamente al suo cospetto.

zeus di Ugento

Lo Zeus di Ugento al MARTA Museo archeologico nazionale di Taranto

La preistoria

Il percorso espositivo inizia dall’inizio, ovvero dalla Preistoria. Quando l’uomo viveva o si riparava in grotta, quando non esistevano ancora insediamenti urbani, ma l’uomo pian piano imparava a plasmare l’argilla e la cuoceva per farne contenitori, quando iniziava a coltivare e quindi diveniva stanziale. Due Veneri paleolitiche dalla Grotta delle Veneri a Parabita (LE) sono la testimonianza di un culto della fertilità che era estremamente diffuso 20mila anni fa circa.

veneri paleolitiche taranto

Veneri Paleolitiche al Marta – Museo archeologico nazionale di Taranto

MARTA TAranto

idolo neolitico, MARTA – Museo archeologico nazionale Taranto

Il Neolitico segna la svolta: l’uomo con l’agricoltura addomestica la terra, ma a sua volta ne è addomesticato e da nomade si ferma nei luoghi che meglio rispondono alle sue necessità. Sorgono i primi insediamenti, anche se continuano ad essere utilizzati i ripari in grotta, come la grotta dei Cervi di Porto Badisco, vicino a Otranto o come ad Arnesano, dove una tomba ha restituito un idolo, una statuetta con il volto a civetta. Siamo tra il 4300 e il 4000 a.C.

Insieme all’agricoltura, l’uomo inizia a plasmare la terra e a cuocerla: l’invenzione della ceramica è un altro grande passo per l’umanità. La terracotta segna davvero la svolta perché i vasi consentono di conservare cibi e liquidi; hanno scopo pratico ma anche rituale, iniziano ad essere decorati.

Poi l’uomo scopre i metalli. Il rame, innanzitutto, poi il bronzo e a seguire il ferro. L’età del Bronzo segna per la Puglia l’incontro con le popolazioni dell’Egeo, da Creta prima e dalla Grecia continentale poi. Iniziano le importazioni di ceramiche minoiche (cretesi) e poi micenee (greche). I primi contatti con il mondo greco si collocano tra il 1300 e il 1000 a.C. Ma il vero incontro con la Grecia arriverà qualche secolo più tardi, con la fondazione della colonia spartana di Taras.

Taras, la colonia greca

Ogni colonia greca ha il suo fondatore, l’ecista, e il suo eroe mitologico di riferimento. Nel caso di Taranto l’eroe è Taras, figlio del dio del mare Poseidone che un giorno, nella terra dove poi sarebbe sorta Taranto, stava compiendo sacrifici quando dal fiume comparve un delfino. Considerato un segno propizio della benevolenza degli dei, Taras ordinò che lì fosse fondata una città. Poi Taras un giorno scomparve in mare e si narrò che il padre lo avesse preso con sé. Fin qui il mito. Il fondatore storico di Taranto, invece, fu Falanto, che guidò un gruppo di spartani alla ricerca di una nuova terra (dopo essere stati scacciati, così dice il mito, dalla città natale) e la chiamò Taras in memoria dell’eroe figlio di Poseidone. La città iniziò a battere moneta, e sulle sue monete figurava l’eroe Taras in groppa al delfino.

taranto tempio dorico

Ciò che resta dell’imponente tempio dorico di Taranto: due imponenti colonne

La città greca è narrata, in museo, attraverso i segni tangibili che ha lasciato: non così diffusi come penseremmo, ma siccome la città è cresciuta su se stessa, con una continuità di vita che non ha visto interruzioni, è difficile scavare interi quartieri, mentre nel corso del tempo non sono mancati i rinvenimenti sporadici, sparsi qua e là per la città, sufficienti però a delineare un’idea dell’organizzazione dello spazio urbano. Nella città vecchia, poi, non possono sfuggire le due imponenti e tozze colonne doriche del tempio dorico, di VI secolo a.C.

Gli edifici religiosi erano abbelliti con decorazioni architettoniche varie; tra tutte le antefisse sono le più interessanti: a testa di Gorgone, o Medusa, vanno dalle più antiche, dal volto mostruoso, a quelle più recenti, in cui un bel volto di donna è agitato da serpenti tra le ciocche dei capelli. Altre antefisse rappresentano il dio Ermes, oppure i Sileni, oppure donne con la testa coperta da un velo. La varietà è notevole, così come i colori.

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Un’antefissa a testa femminile velata, Museo Archeologico Nazionale di Taranto

La devozione alla divinità, però, non occorre dimostrarla per forza con i templi, ma anche con doni votivi, come statuette che raffigurano divinità oppure offerenti. Offerte nei santuari, erano raccolte in stipi votive, dei pozzetti che fanno la gioia degli archeologi, quando ne rinvengono uno.

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Una statuetta di recumbente (semisdraiato) in terracotta, offerta votiva in un santuario del IV secolo a.C. Museo Archeologico Taranto

Le statuette fittili, la mia passione

Si chiama coroplastica, in termine tecnico, la produzione di sculture e rilievi in terracotta. Si tratta di una produzione di artigianato artistico che a Taranto dà esiti incredibili! Per tutta l’antichità, dall’età greca ai primi secoli dell’occupazione romana (quella che viene definita età ellenistica) le statuette in terracotta, raffiguranti fanciulle, attori, ballerine, divinità – in particolare Venere – sono diffusissime. Non è chiara la funzione: se ex voto, bambole, rappresentazioni divine o altro. Io semplicemente le adoro: erano coloratissime, le fanciulle indossano abiti e copricapi strepitosi. Sono eccezionali.

museo archeologico taranto

Non è meravigliosa questa statuetta in terracotta dipinta? In realtà sono due che si intersecano: la Nereide, una divinità marina, e l’ittiocentauro, una creatura marina fantastica che vi si inserisce. Trovo il tutto meraviglioso. Museo archeologico Taranto

I vasi apuli

Taranto era un centro di produzione di vasellame molto importante. I vasi apuli, imponenti, a vernice nera e figure rosse sono dei capolavori di artigianato artistico. I vasi avevano differenti destinazioni: segnacoli funerari, contenitori per il vino nei banchetti, coppe per bere, vasi specifici per i matrimoni, contenitori più piccoli per unguenti e profumi. La produzione tarantina di vasi è vastissima. Sulle pareti spesso sono rappresentate scene mitologiche anche complesse. Tantissime figure animano i vasi, come se i pittori avessero paura di lasciare degli spazi vuoti. Le scene rappresentate possono essere molto note, come la Amazzonomachia (la battaglia tra i Greci e le Amazzoni) o la nascita di Dioniso dalla coscia di Zeus(v. video in fondo al post); ma sono anche scene particolarissime e che ci fanno sorridere, perché ci fanno vedere come, in fondo, non sia cambiato proprio niente: la scena con Afrodite che minaccia di picchiare il piccolo figlioletto Eros col sandalo non è familiare a molti di noi?

museo archeologico taranto

Lebete apulo a figure rosse. Il lebete è un vaso nuziale, femminile. La scena è un riferimento al ruolo di madre che a noi suscita immediatamente un sorriso: Afrodite sembra dire “Ti tiro ‘na ciavatta!”. Museo Archeologico Taranto

La conquista romana

Prima Pirro, poi Annibale. Taranto ha sempre cercato di evitare la conquista romana, ma un bel momento essa fu inevitabile. Ciononostante la conquista romana non ha significato un cambiamento drastico immediato nella cultura e nella mentalità tarantina. I Romani sapevano creare le condizioni per non imporre la propria cultura, ma solo la propria organizzazione amministrativa. Il processo di romanizzazione fu lento ma costante ovunque, per cui per molto tempo dopo la conquista effettiva la popolazione locale continuò a mantenere le proprie consuetudini. Per Taranto questo tempo coincise all’incirca con tutta la durata dell’età ellenistica(fine IV-inizio I secolo a.C.).
In età imperiale, invece, case e terme sono ormai tipologie edilizie prettamente romane. I pavimenti a mosaico di certi edifici fanno invidia ad analoghi pavimenti di Roma, Ostia e Pompei, per fare dei raffronti.

museo archeologico taranto

Uno degli splendidi mosaici che decoravano i pavimenti di domus e terme di Taranto romana. Museo archeologico Taranto

Focus on: le oreficerie

Nella Taranto greca un ruolo importante riveste la produzione orafa. Orecchini, corone così finemente cesellate e così moderne! Ma anche portagioie a forma di conchiglia: capolavori di cesello che fanno invidia a certi oggetti moderni. Gli orecchini sono davvero moderni: quelli con pendenti a forma di Eros sono i miei preferiti.

museo archeologico taranto

Le meravigliose oreficerie tarantine. Museo archeologico Taranto

Perché visitare il MARTA

La straordinaria storia di Taranto emerge grazie ai ritrovamenti archeologici fatti nel corso di decenni. Si tratta spesso di rinvenimenti sporadici, fatti qua e là in varie contrade della città, nel corso di scavi urbani, non in seguito a campagne di scavo mirate. Nella città vecchia di Taranto l’unico sito archeologico visibile è il tempio dorico, mentre tutto il resto della città antica è stato seppellito, eraso, coperto dalla città che nel corso dei millenni ha continuato a costruirsi su se stessa.

Per chi non è di Taranto è difficile capire da dove provengano i bellissimi reperti archeologici esposti in museo. Per chi è di Taranto, invece, può essere una scoperta vedere che vicino casa è stato trovato qualcosa di antico. Non so, io all’idea sarei elettrizzata!

Scoprire Taranto vuol dire anche conoscerne la storia più antica. Il MARTA, Museo Archeologico Nazionale di Taranto, è la tappa fondamentale per conoscere la città. Assolutamente da non perdere.

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Capo Colonna. Perché visitare uno dei siti archeologici più belli della Calabria

Forse non tutti sanno che la Calabria è una regione ad altissima concentrazione di siti archeologici grandi e importanti. Tutta colpa dei Greci, che tra il VIII e il V secolo partivano dalle loro città d’origine e approdavano sulle coste del Sud Italia per fondare nuove città, colonie in una terra straniera. La Magna Grecia, così è nota l’Italia meridionale: dalla Campania alla Puglia passando per Calabria e Basilicata (anche la Sicilia è interessata da quest’ondata di colonizzazione, ma non viene inserita nella denominazione di Magna Grecia, rimane a sé stante).

perché visitare capo colonna

Tra tutte le città greche della Calabria, Crotone è una delle più importanti, storicamente parlando. Dal punto di vista archeologico, possiamo trovare testimonianze della città greca sia in città, nel Museo Archeologico Nazionale di Crotone, che a Capo Colonna, dove sorgeva il santuario di Hera Lacinia. Qui si trova il Parco Archeologico di Capo Colonna, con annesso Museo archeologico. Ed è proprio di questo parco e del suo museo che vi voglio parlare qui.

Perché visitare Capo Colonna, uno dei siti archeologici più belli della Calabria

Per raggiungere Capo Colonna bisogna lasciarsi alle spalle Crotone e proseguire verso Sud, lungo un promontorio panoramico che regala splendide vedute (e splendide calette, giù in fondo). Il territorio è brullo (ahimè inquinato da rifiuti indegni), arso dal sole, contrassegnato dai bunker della 2° Guerra Mondiale, oggi muti testimoni dell’orrore che fu.

promontorio capo colonna

Il panorama costiero da Capo Colonna

Il Parco Archeologico di Capo Colonna è gratuito.

Si parcheggia l’auto e si prosegue a piedi (ricordate un cappellino, acqua e crema solare, se venite in estate). La prima parte è un sentiero in un giardino mediterraneo popolato da carrubi, oleandri e arbusti di mirto; poi ci si ritrova davanti al muro di cinta del santuario di Hera Lacinia.

Il tempio di Hera Lacinia

Capo Colonna

Capo Colonna. Santuario di Hera Lacinia

La prima cosa che salta agli occhi, notissima, per averla vista tante volte in fotografia, è la colonna che dà il nome a Capo Colonna: unica colonna rimasta in piedi di un grande tempio che contava la bellezza di 48 colonne sul suo perimetro (quella che con termine tecnico si chiama peristasi). Una sola colonna, di 48 che erano, testimonia la grandezza del tempio che fu.

Il tempio, che sorgeva – come oggi del resto – sulla punta del promontorio, dunque in un luogo strategico e simbolico per il controllo del passaggio e dell’arrivo di navi per il commercio o nemiche, era dedicato alla dea Hera Lacinia, da Lacinion, il toponimo che aveva anticamente questo promontorio. Il tempio, in stile dorico, fu eretto nel VI secolo a.C. e si trovava all’interno di un santuario costituito da più edifici, di servizio o funzionali al culto.

Il tempio, o meglio la colonna, è noto da parecchio tempo. Dal Cinquecento in avanti sono molti gli scrittori/viaggiatori che citano il sito nelle loro memorie di viaggio, permettendoci di ricostruire, almeno in parte, il paesaggio nei secoli. Possiamo apprendere, così, che se del tempio si è conservata una sola colonna è perché nel corso dei millenni è stato spoliato del materiale edilizio e architettonico, variamente reimpiegato per la costruzione di case ed edifici nei dintorni. Del resto, il tempio, tegole del tetto comprese, era in marmo: e il marmo, materiale pregiato e da importare, faceva gola ai costruttori locali.

Poco distante dalla colonna del tempio dorico si erge il faro moderno, bianco, bello, da cartolina. Ma la cartolina migliore è senza dubbio offerta dalla colonna che si staglia contro il blu del mare e del cielo.

capo colonna faro

Il faro di Capo Colonna

Dopo i Greci: la città romana, la Torre Nao, la chiesa di S. Maria, il bunker della 2° Guerra Mondiale

Già il santuario di età greca subisce dei rimaneggiamenti e delle mutazioni in età romana: anche chi non è un esperto può riconoscere nel grande muro di cinta, inserite in mezzo ai grandi blocchi originari, delle porzioni di muro dal paramento a rombi: è il cosiddetto opus reticolatum romano, una tecnica muraria in voga a Roma e nell’Impero nei primi due secoli della nostra era. Quando vedete da qualche parte un muro fatto così non potete sbagliare: è assolutamente e incontrovertibilmente un muro romano.

capo colonna santuario hera lacinia

Stratificazioni: un muro romano in opus reticolatum si imposta sul muro greco a blocchi: fai bella figura con i tuoi, facendo notare questo dettaglio 😉

I resti della città romana di Croto

Allontanandosi dal santuario e proseguendo la passeggiata si costeggia un’area recintata, non particolarmente spettacolare: le strutture archeologiche sono conservate ad un’altezza limitata dal suolo, non sono eclatanti a vedersi, né particolarmente fotogeniche, a meno che non amiate il genere. Ci troviamo in presenza di alcuni edifici della città romana di Croto, in particolare le Terme. Ma più avanti, dietro la Torre Nao, si trova il nucleo più cospicuo. Qui infatti è venuta in luce una domus, ovvero una casa privata appartenuta a qualche illustre personaggio crotoniate, oltre ad altri edifici. Dalla parte opposta, sotto la piazza oggi pavimentata e a lato della chiesa di S. Maria, invece sono venuti in luce i resti di un edificio pubblico di rappresentanza, con pavimenti a mosaico che però oggi sono coperti. Per fortuna la pannellistica (insieme ai reperti in museo) viene in nostro soccorso e ci aiuta a comprendere un contesto altrimenti difficilmente leggibile.

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i resti della domus signorile dell’antica Croto alle spalle della Torre Nao e della chiesa di S. Maria

La Torre Nao

Ad un certo punto della sua storia, questo promontorio prende il nome di Capo Nao, dove Nao significa tempio, in greco: tutto torna, dunque. Traccia di questo toponimo rimane nella torre costruita sotto gli Aragonesi, chiamata Torre Nao. Si tratta di una turre (detto in calabrese) del XVIII secolo, posta nel punto migliore del promontorio per controllare chi attraversava lo Jonio diretto verso la costa o più a nord verso Taranto. La torre è un corpo quadrangolare contraffortato nella parte inferiore, al quale si accedeva grazie ad una scala piuttosto alta che immetteva ad un piano rialzato e che era collegata ad essa da un ponte di legno, retraibile in caso di necessità. Le merlature della torre hanno le caditoie aperte per colare pece o olio bollente, o qualunque altro deterrente che potesse frenare gli eventuali assalitori. E no, non doveva essere facile vivere lungo la costa jonica calabrese tra medioevo ed età moderna: la grande torre di Torre Melissa, più a Nord, è un esempio eloquente.

Capo Colonna Torre Nao

Ambientazione da Far West nel mezzogiorno torrido di agosto a Capo Colonna. Torre Nao svetta, accanto a lei la candida chiesetta di Santa Maria

La chiesa di Santa Maria

Piuttosto rimaneggiata in tempi anche recenti, la chiesa di Santa Maria è una pittoresca chiesina bianca che sorge accanto alla torre. Narra la leggenda che nel corso di un assalto di pirati turchi al promontorio, essi provarono a bruciare la tela raffigurante la Madonna che sovrastava l’altare. La tela, miracolosamente ignifuga, però, restò intonsa. La tela della Madonna in questione oggi si trova nella cattedrale di Crotone, ma ogni anno in occasione della festa una processione arriva fin qui, dove la fortuna di questo dipinto ebbe inizio. In chiesa, un dipinto realizzato in anni recenti racconta le circostanze del miracolo.

capo colonna santa maria

Un dipinto recente nella chiesa di Santa Maria racconta con una chiarezza degna degli affreschi medievali il miracolo della tela della Madonna che non prende fuoco tra le fiamme degli infedeli

Il bunker della 2° Guerra Mondiale

Poco distante dalla chiesa e da Torre Nao, sempre lungo il promontorio e all’interno del perimetro del Parco Archeologico, si trova un piccolo bunker della 2° Guerra Mondiale. Una casamatta di cemento armato, a cupoletta, con quattro feritoie sui lati per il posizionamento dei mitra e una piccola porta per consentire ingresso e uscita del soldato di turno, rimane qui a testimonianza di una guerra che fu intensa, soprattutto dopo lo sbarco in Sicilia, ma anche prima, durante l’occupazione della Grecia da parte italiana (se avete visto il film Mediterraneo sapete di cosa parlo). Il litorale crotoniate, e in generale jonico, è cosparso di bunker che stanno lì, sospesi, sopravvissuti sia alla memoria che alla dimenticanza, spesso sconosciuti a chi vi abita vicino, spesso incompresi, soprattutto dalle generazioni successive alla guerra.

capo colonna bunker 2 guerra mondiale

Un bunker della 2° Guerra Mondiale nel Parco archeologico di Capo Colonna

Il museo archeologico nazionale di Capo Colonna

museo capo colonna

Museo di Capo Colonna: la sezione dedicata all’archeologia subacquea

Anche il museo archeologico nazionale di Capo Colonna è gratuito. Un bel museo, nuovo, ben spiegato e ben allestito. E soprattutto è il completamento necessario, ideale e reale della visita al Parco archeologico. Se fin qui infatti abbiamo visto strutture, spazi e soprattutto assenze (cioè tutto ciò che nel tempo è andato distrutto, come gli elevati degli edifici), in museo troviamo gli oggetti della vita quotidiana (soprattutto quelli relativi alla città romana), alcuni arredi architettonici e scultorei del santuario greco, una ricostruzione a video del tempio di Hera Lacinia come doveva essere e come si integrava nel contesto circostante. C’è poi una esaustiva pannellistica che spiega il territorio, lo specifico delle produzioni ceramiche, le sculture, gli arredi, la costruzione e la funzione degli edifici. Tutto ciò che all’esterno, nel Parco, non si trova.

Infine, una bella sezione del museo è dedicata all’archeologia subacquea, ovvero al rinvenimento di relitti di età romana affondati nei pressi di punta Scifo, poco distante. Un relitto in particolare, il Relitto Orsi, dal nome dell’archeologo che lo scoprì, è interessante perché il suo carico era costituito principalmente da elementi architettonici, quali colonne, basi, grandi bacini, e scultorei – tra cui una statua di Amore e Psiche incompleta, perché solo a destinazione avrebbe ricevuto le rifiniture. Un tuffo virtuale sul fondo del mare, e pare proprio di nuotare in un mare senza tempo, in un tempo che ci è stato restituito per poter conoscere qualcosa di più sul nostro passato.

Salento divino. 3 chiese salentine assolutamente da visitare

Lu mare, lu sule, lu ientu, le tradizioni radicate e la religiosità insita nell’Italia e negli italiani. Una religiosità che si confonde con la storia, con la storia dell’arte, con l’architettura. Un patrimonio assolutamente da scoprire.

salento divino

Il Salento è davvero divino: vi parlo di tre chiese salentine assolutamente da visitare e da conoscere per comprendere a fondo questa terra che non è solo mare e turismo, ma è passione, è cultura, è tradizione. Andiamo a Galatina, poi a Otranto e infine a Gallipoli, a conoscere le rispettive basilica e cattedrali.

Basilica di santa Caterina a Galatina

santa Caterina Galatina

La tentazione del frutto del bene e del male, ovvero un dattero: Basilica di Santa Caterina, Galatina

In una terra di tradizione greca, com’era il Salento fino al XIV secolo circa, viene costruita una basilica che si pone come nuova frontiera della chiesa cattolica di tradizione latina. Per farlo vengono chiamati artisti dal centro italia: è il momento del Gotico Internazionale, è il momento in cui i francescani stanno emergendo come ordine monastico e proprio loro vengono chiamati a “colonizzare” questo angolo di Puglia. Il modo migliore per evangelizzare è spiegare attraverso le immagini le storie della Bibbia, del vangelo e della Santa Caterina, cui è intitolata la chiesa.

Il ciclo pittorico della basilica di Santa Caterina è incredibile; può essere tranquillamente paragonata a San Francesco d’Assisi per l’impegno pittorico, per il ciclo di affreschi e anche per certi rimandi che non si possono sottovalutare: come il blu di sfondo alle scene. Si inizia con l’Apocalisse sulla controfacciata, in cui la fine del mondo vicina è narrata attraverso le immagini forti e vivide raccontate nel testo di San Giovanni Evangelista. Poi abbiamo le storie della Bibbia, con Adamo ed Eva, la cacciata dall’Eden perché entrambi mangiano dall’albero del bene e del male (che è un dattero, e non il pomo che comunemente conosciamo). Quindi ci sono le storie della vita di Cristo, e, nell’abside, le storie e il martirio di Santa Caterina, la cui figura sembra essere la trasposizione in chiave cristiana della figura di Ipazia, la filosofa di Cirene che fu perseguitata dai Cristiani, seviziata e uccisa. Santa Caterina sembra subire le stesse mortificazioni, ma in chiave opposta. Molto ci sarebbe da dire sulle storie dei martiri cristiani, ma non è questo il luogo. Certo, è curioso tutto ciò, così com’è curioso che Santa Caterina, seppellita sul monte Sinai, sia stata depredata di un dito, che le fu strappato a morsi da Raimondello del Balso, signore di Galatina, che qui portò la preziosa reliquia. L’orrore regna sovrano.

santa caterina galatina

parte del soffitto voltato e interamente affrescato di Santa Caterina a Galatina

La navata laterale è dedicata alla Madonna. Storie della Vergine, prese anche dai vangeli apocrifi, e finalmente la firma di uno degli artisti, Franciscus de Arretium, che ci dice la provenienza dei pittori della basilica.

Cattedrale di Otranto

La cattedrale di Otranto è famosissima per il suo mosaico pavimentale, che ricopre totalmente il pavimento della chiesa, sia le tre navate che l’abside centrale. Realizzato dal monaco Pantaleone nel XII secolo, non è semplicemente una Bibbia per immagini, come si potrebbe immaginare, ma in realtà è molto di più e molto di diverso.

otranto

Otranto, la piazza della Cattedrale alle 2 del pomeriggio: quando non c’è nessuno.

La narrazione è complicatissima. Nella navata centrale abbiamo l’albero della vita. Un albero alla cui base si trova Alessandro Magno (e voi direte: che c’entra con la cultura cristiana? C’entra però con la cultura greca di cui Pantaleone era portatore). In cima all’albero, invece, c’è la cacciata dall’Eden di Adamo ed Eva, cui fanno seguito i 12 cerchi dei mesi, individuati dai lavori dell’uomo. Tra le figure rappresentate compare Re Artù, la cui raffigurazione spiazza perché non ha a che vedere con la religione cristiana, ma piuttosto con il ciclo epico cavalleresco di storie e racconti che si tramandavano all’epoca. Nel mezzo animali reali e fantastici, dromedari e grifi, tutto fa sì che questo pavimento sia un bestiario medievale piuttosto articolato, una narrazione con significati molto criptici, che ancora in parte sfuggono a chi oggi li studia.

mosaico cattedrale otranto

Il “gatto con gli stivali” è solo una delle creature fantastiche rappresentate da Pantaleone nel pavimento a mosaico della cattedrale di Otranto

La Cattedrale di Otranto accoglie anche la cappella dei Martiri di Otranto, che furono giustiziati a centinaia dai turchi Ottomani quando Otranto fu occupata, verso la fine del Quattrocento, e la popolazione maschile rifiutò di convertirsi. La cappella è un grande ossuario, un po’ lugubre se vogliamo, che celebra per l’appunto i martiri che si opposero al nemico infedele.

Infine, al di sotto, una splendida cripta retta da colonnine di reimpiego e capitelli variamente decorati, alcuni romani, altri medievali, completa la visita di questa splendida cattedrale.

Cattedrale di Gallipoli

cattedrale gallipoli

Linterno della cattedrale di Gallipoli

Di solito le grandi chiese affacciano su grandi piazze. Invece la facciata della Cattedrale di Gallipoli è stretta su una via, neanche uno spiazzo. Dedicata a Sant’Agata, la chiesa è un trionfo di barocco e grandi tele di pittori importanti della Puglia e del Sud Italia. La sua costruzione risale al XVII secolo, 1629 per l’esattezza, ma si tratta della riedificazione di una chiesa precedente, romanica, dedicata a S. Giovanni Crisostomo. L’interno della chiesa è maestoso e splendido: per vederlo comodamente da casa potete fare il tour virtuale che viene proposto qui.

A Sant’Agata è dedicato un ciclo pittorico importante, sul soffitto della chiesa, che riporta i passaggi salienti dell’arrivo della sacra reliquia della mammella sulla spiaggia di Gallipoli. Le tele raccontano di come la mammella fosse stata più o meno volutamente abbandonata sulla spiaggia, di come una mamma con una bambina passassero di lì per caso, di come la mamma si fosse addormentata e di come la bambina, trovata la mammella, se la fosse messa in bocca per succhiarla, di come nel frattempo la mamma fosse stata avvertita in sogno e di come poi alla fine si fosse diffusa la voce del miracolo.

Una chiesa davvero interessantissima sotto molteplici punti di vista, non ultimo il fatto che, insieme al Castello di Gallipoli costituisce un’attrazione culturale importante nella quale distrarsi, sia mai che qualcuno si stanca di andare al mare 😉

Il Salento è molto più che mare e spiagge: è turismo culturale. Nei miei post sul Salento cerco di raccontarlo il più possibile, di dare una visione di questa terra che mostri il suo lato genuino e storico, non massificato né esasperato. Spero di fare bene e di farlo bene.

Nemi, il borgo delle fragole, il lago della dea

Un lago che nasconde un vulcano. Già questo basterebbe a fare di Nemi un luogo magico.

Ma non c’è solo questo. C’è una storia più che millenaria, ancestrale, fatta di miti e di riti, formatisi e praticati sulla bocca del vulcano estinto; c’è una dea il cui culto ancora ci sfugge nel dettaglio, ma che sicuramente nei boschi qui intorno aleggiava col suo spirito. C’è poi l’esagerazione di un uomo, che si sentiva pari agli dei (gliel’avevano fatto credere, del resto, come avrebbe potuto dire che si sbagliavano?) e che sul lago aveva costruito due navi enormi, fatte semplicemente per stare in rada qui, come due città galleggianti. C’è poi il tempo che tutto nasconde, la memoria collettiva cui nulla sfugge, e un’altra esagerazione di un altro uomo, che voleva a tutti i costi riportare in vita quelle navi, prosciugando, dunque snaturando il lago. E chissà se la dea si è adirata, al punto da far andare in fiamme dopo solo 12 anni di aria aperta, e dopo quasi 2000 sott’acqua, quegli scafi, simbolo di un impero ormai perso per sempre.

nemi lago di nemi

Questa, in estrema sintesi, la storia del Lago di Nemi.

Siamo nella zona dei Castelli Romani. Qui vicino c’è il Lago d’Albano, un altro laghetto vulcanico su cui si affaccia Castel Gandolfo, la residenza papale estiva. Tra i due laghi invece si colloca Ariccia, nota ai più per la porchetta, a chi ama l’archeologia per il suo antichissimo passato, romano e preromano.

La strada che conduce a Nemi è la via dei Laghi, in parte panoramica in parte addentro un bosco che, si scopre, è piuttosto antico. Si arriva a Nemi dopo aver percorso a tradimento una discesa in galleria a spirale del tutto inaspettata.

Il borgo di Nemi

Nemi

Passeggiando per il borgo di Nemi

Superata questa galleria , eccoci a Nemi. Ci accoglie il manifesto “il borgo delle fragole“, e non tarderemo a scoprire perché: la fragolina di bosco è tipica di queste parti e a Nemi è protagonista di alcuni dolci e liquori: la tartelletta, il tiramisù, il fragolino. Una delizia senza pari.

Il borgo sorge in cima al cratere del vulcano, e guarda il lago dall’alto verso il basso. Un borgo medievale, con una via centrale sulla quale affacciano i vari ristorantini, negozietti e botteghe che per un verso o per l’altro ci ricordano sempre le fragole. Un borgo colorato, come colorati sono i balconi, fioriti di gerani rossi e rosa. Infatti Nemi, oltre che “borgo delle fragole” è il borgo dei fiori.

Non c’è ristorante che non offra una veranda con vista sul lago. Il panorama è oggettivamente mozzafiato: la vista spazia fin sull’altro versante del cratere, dove sorge Genzano, un altro dei Castelli Romani. In basso invece, in uno spazio pianeggiante, un doppio capannone rosa attira l’attenzione: è il museo delle navi romane di Nemi.

Le navi di Caligola

L’imperatore Caligola, che le fonti storiche ci riportano come pazzo dissennato, effettivamente qualche mania di grandezza l’aveva: per esempio, fece costruire appositamente perché stessero sul lago di Nemi, senza navigare, due grandi navi. Non si sa per quale motivo le avesse volute: due palazzi galleggianti, come se fossero una residenza estiva? Le fonti ci raccontano che sul ponte erano costruiti edifici, forse un tempio, le terme… insomma, erano due navi da crociera ante litteram, con la differenza che queste non avrebbero mai levato l’ancora!

Alla morte di Caligola, tutto ciò che questo giovane e spregiudicato imperatore aveva fatto fu cancellato dai suoi detrattori e fu condannato alla damnatio memoriae, ovvero alla cancellazione perché non ne rimanesse il ricordo: la peggiore delle punizioni per un personaggio che invece aveva voluto imporsi come pari agli dei! Il suo nome fu abraso dalle iscrizioni sui monumenti pubblici, le sue statue furono decapitate, le navi del lago di Nemi furono fatte affondare. E si adagiarono per sempre sul fondale.

museo navi nemi

L’interno del museo delle navi di Nemi oggi

Per sempre fino a un certo punto. La memoria delle navi affondate era rimasta e tornò a farsi prepotente nel Quattrocento, in pieno Umanesimo, momento di riscoperta della cultura classica: persino un personaggio del calibro di Leon Battista Alberti si impegnò a ripescare le navi. Ma più di qualche pezzo di legno dello scafo non riuscì a recuperare. Nei secoli a seguire vi furono altri tentativi ma fu in pieno regime fascista che la volontà di riportare in luce le navi si fece forte: l’ideologia fascista del rinnovato impero romano aveva bisogno anche del ripescaggio delle navi di Caligola per poter alimentare la propaganda.

Si fecero vari tentativi, alla fine si decise di prosciugare il lago per mettere in secca le navi e finalmente estrarle: fu un’operazione ingegneristica davvero senza precedenti, propaganda nella propaganda. Le navi furono quindi prelevate interamente, complete dei loro arredi bronzei. Per entrambe fu realizzato un museo specifico, sulla riva del lago, che somigliasse ad un grande cantiere navale moderno: il Museo delle navi romane. L’architetto Morpurgo, lo stesso che aveva realizzato il museo dell’Ara Pacis, fu incaricato dell’opera. E davvero realizzò un’architettura d’impatto.

Il museo delle navi romane

Le navi furono dunque esposte nel museo nel 1932. Insieme ad esse fu esposto il materiale rinvenuto a bordo: non rimaneva molto delle grandiose architetture favoleggiate dalle fonti antiche, però comunque vi era abbastanza per comprendere che si trattava di un’opera eccezionale, sia di ingegneria che di ostentazione di potenza e lusso.

Con lo scoppio della Seconda Guerra mondiale gli arredi in bronzo, più preziosi, vengono riparati altrove. Gli scafi, intrasportabili, restano al museo, protetti da quattro custodi. il 28 maggio del 1944 i Tedeschi intimano ai custodi di lasciare il museo; lo occupano loro. Il 31 maggio vi sono bombardamenti da parte degli Alleati su Nemi, ma il museo è salvo. Solo nella notte, a combattimenti finiti, avvampa l’incendio. L’indagine successiva chiarirà che le fiamme sono state appiccate dolosamente dai Tedeschi (ho raccontato tutto in questo post).

museo delle navi nemi

Lucerne votive (offerte sacre) nel santuario di Diana Nemorense. Museo delle Navi romane di Nemi

Fumo, le navi di Nemi sono andate in fumo. Dopo quasi 2000 anni placidamente sul fondo del lago, dopo 12 anni di gloria, sono andate in fumo. Oggi il Museo delle Navi romane oltre a raccontare la storia del ripescaggio e quella, meno gloriosa, dell’incendio, mostra alcuni dei materiali del fasciame delle navi (gli arredi bronzei sono invece esposti al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme a Roma). Inoltre, il museo espone i risultati delle ricerche archeologiche condotte nel territorio. Un territorio ricco da sempre di luoghi di culto e che ha restituito notevoli depositi votivi, a partire dal Santuario di Diana Nemorense, a poche centinaia di metri dal museo.

Diana Nemorense

diana nemorense

Il simulacro arcaizzante della dea Diana (copia dell’originale al Museo NY Carlsberg di Copenhagen

Diana è il nome romano della dea greca Artemide, dea vergine dei boschi e della caccia, dea in aperta contraddizione con il mondo maschile e con la società civile: non si sposa, fa divorare dai cani quel povero Atteone colpevole di averla vista nuda suo malgrado, punisce le ninfe che le si accompagnano e che ogni tanto cedono a qualche scappatella con il dio o con il mortale di turno. Divinità complessa già in Grecia, nell’Italia preromana è ancora più difficile coglierne le peculiarità. A Nemi pare che il culto fosse triplice: una triade divina, formata da Artemide, Selene (dea della Luna e dei cicli di vita) ed Ecate, dea protettrice delle nascite. Una divinità in tutto e per tutto femminile, cui le donne si rivolgevano in particolari feste nel corso dell’anno.

Intorno alle rive del lago, che veniva chiamato Speculum Dianae (specchio di Diana) si stendeva un bosco sacro alla dea. Qui, in epoca preromana si consumava il rito e insieme il mito del Rex Nemorensis: il sacerdote di Diana era uno schiavo fuggitivo che per prendere quel ruolo aveva dovuto uccidere il sacerdote precedente e doveva passare la vita a difendersi dai successivi pretendenti. Un culto complicato, vi dicevo, che però è diventato una pietra miliare negli studi di antropologia, grazie a un capolavoro letterario: Il Ramo d’Oro di James Frazer.

Di Diana Nemorense sopravvive – male – il santuario, costituito dal recinto sacro nel quale si innalzava il tempio della dea. Negli anni passati sono stati condotti scavi importanti perché hanno portato alla luce parti della statua di culto, elementi ifondamentali per definire l’architettura e le fasi di vita del tempio e dei suoi annessi. Purtroppo però, e duole dirlo, il tempio sopravvive, in abbandono, e per poterlo vedere bisogna sperare che il proprietario dell’azienda agricola, nella quale bisogna entrare per vederne i resti, sia di buon umore. Decisamente una fine ignominiosa per la grande dea e per ciò che ha significato per secoli per generazioni di fanciulle italiche e poi romane.

 

Castro, la perla del Salento

Arriviamo a Castro nel pomeriggio inoltrato di una calda giornata di inizio giugno. Non sappiamo cosa aspettarci, io personalmente non avevo proprio idea che di lì a poco avrei scoperto la “perla del Salento”.

Comincio dalla fine: Castro è davvero una perla; un gioiello, qualcosa di bello, prezioso e puro. La perla del Salento, appunto.

Cosa fare e cosa vedere a Castro

Castro

Non è adorabile questo scorcio di Castro?

Per arrivare a Castro, se ci fate caso, non ci sono semafori. La vita scorre lenta e tranquilla, la gente sta seduta con le sedie in strada, i bambini scorrazzano e giocano a pallone in piazza; si conoscono tutti e tutti rivolgono un sorriso ai forestieri. Nel giorno del Corpus Domini il borgo si ferma per il passaggio della processione.

Il primo impatto con Castro è una splendida terrazza vista mare. La costa albanese, che si intravvede, dista da qui appena 60 km: non vogliamo farla una nuotata fin là? Magari domani, intanto stasera godiamoci il borgo.

Il borgo di Castro non è particolarmente esteso. Ordinato, curato, tranquillo, regala alcuni angolini notevoli. In queste vie si incontra la gente del luogo, che prende il fresco nel tardo pomeriggio; si può pure osservare da vicino un’artigiana che lavora al tombolo, un’antica lavorazione con cui oggi produce gioielli artistici: le dita scorrono ad una velocità incredibile, acchiappano e intrecciano fili senza che si riesca a seguire il movimento. Stupendo.

La (doppia) chiesa della S.S. Annunziata

La chiesa dell’Annunziata è il primo luogo di interesse che incontriamo, anche se per raggiungerla passiamo accanto al castello, che domina l’intero borgo.

La chiesa sta sul lato di fondo di una piazza spaziosa, luogo di ritrovo e di chiacchiere, luogo vissuto dagli abitanti di Castro.

Castro

La piazza della chiesa di Castro

Dalla chiesa, che risale al XIV secolo – contemporanea all’incirca di Santa Caterina a Galatina – fa la sua comparsa, sul lato, ciò che resta della chiesa precedente: un curioso caso di sovrapposizione di luoghi di culto: della piccola chiesa bizantina, del IX secolo a.C., restano tracce di archi affrescati con volti di santi. C’è un che di magico in quest’apparizione.

Per il resto la chiesa non ha nulla dei grandi decori delle cattedrali di Gallipoli e Otranto, o della basilica di Galatina. Ha ha avuto molti rimaneggiamenti nel corso dei secoli, dovuti anche alle invasioni dei Turchi, che qui sono giunti ben due volte.

L’attiguo spazio è stato adibito a museo della chiesa. Da qui si gode di una straordinaria vista sul mare antistante.

castro

Museo diocesano con vista

Gli scavi archeologici di Castro

Poco distante dalla chiesa, sul fianco dell’altura che dolcemente scende verso il mare, si trovano gli scavi archeologici che hanno interessato negli ultimi anni Castro e che hanno portato in luce quello che sembra, con tutta probabilità, un santuario di epoca greca, risalente al IV secolo a.C., sito nei pressi delle antiche mura messapiche.

scavi archeologici castro

Castro, scavi archeologici vista mare

Gli archeologi hanno infatti individuato dei poderosi muri e delle aree in cui sicuramente erano stati compiuti dei sacrifici. In alcune fosse, poi, erano stati deposti anticamente degli oggetti di culto, tra cui la colossale statua di una dea, forse Atena, che oggi è esposta al castello. Il santuario, del quale sta emergendo il grande altare , fu devastato alla fine del III secolo, forse in concomitanza col passaggio di Annibale. In quest’area non si trovano tracce di età romana, eppure il luogo doveva essere noto: qui Virgilio nell’Eneide fa sbarcare Enea, chiamando la località Castrum Minervae.

L’area di scavo non è particolarmente grande e i resti monumentali continuano al di sotto della Castro attuale, ma ciò non diminuisce né l’interesse né il fascino per questo scavo vista mare. Perché da qui, davvero, la vista è eccezionale.

Il castello e il museo di Castro

Castro

La statua della dea Atena al Museo di Castro

Il grande castello che domina il borgo e il panorama circostante ospita al pianoterra il museo allestito per esporre i reperti emersi nel corso degli scavi che abbiamo appena visto. Non è così scontato che i materiali di uno scavo (peraltro ancora in corso) vengano musealizzati in così breve tempo. Vero è che i ritrovamenti sono davvero eccezionali e coprono un arco cronologico che va a ritroso nel tempo dal tardo medioevo fino al IV secolo a.C., epoca cui risale il santuario, le decorazioni architettoniche e la statua di Atena. Molti sono i reperti venuti in luce che raccontano lo scavo e attraverso di esso ricostruiscono il passato più antico di questo luogo.

Il castello è un monumento davvero poderoso; dalla sua terrazza lo sguardo spazia sul tratto di costa che scende fino a Santa Maria di Leuca, l’estremità del tacco dello Stivale. Dalla sua posizione preminente sul paesaggio vigila sul territorio a 360°: da un lato il mare e la costa albanese, dall’altro l’entroterra con le sue colline. Fermarsi qui è davvero un sogno. Se poi il sogno si alimenta con un aperitivo a base di taralli e vino rosso, ancora meglio.

Castro

Sulla terrazza del Castello di Castro

Questa è Castro, davvero una sorpresa per me che non la conoscevo. L’ho scoperta però grazie all’Educational tour #festivalinutile cui ho partecipato all’inizio di giugno, realizzato in collaborazione con Coolclub.it, #WeareinPuglia e SwapMuseum. Un grazie particolare, per la splendida accoglienza va al comune di Castro, agli assessori che ci hanno accolto, ad Alessandra Nastrini che ha gestito egregiamente la nostra presenza e a Emanuele Ciullo, la nostra guida attraverso la storia e l’archeologia di questo straordinario borgo.

La Certosa monumentale di Calci

Dalla Certosa di Calci la torre di Pisa e la cupola del Battistero si intravvedono, laggiù in fondo. Pisa non dista molti km, in effetti, eppure qui siamo in piena campagna, addossati alle antiche linee di difesa pisane (quelle che Firenze voleva conquistare a tutti i costi e che naturalmente prese), vicino a fonti di acque termali miracolose (Uliveto Terme: sì, esatto, proprio quella dell’acqua Uliveto), in mezzo al verde. Siamo a Calci, un piccolo borgo che è sorto accanto alla grande Certosa monumentale. È proprio qui che siamo stati di recente, in una delle nostre esplorazioni della Toscana, una delle tante gite fuoriporta che si possono fare in una bella giornata di sole.

certosa monumentale calci

Visitare la Certosa Monumentale di Calci

certosa calci

La Certosa monumentale di Calci (PI)

La Certosa Monumentale di Calci risale al XIV secolo. L’ordine dei Certosini, fondato da San Bruno, affonda le sue radici nel medioevo. Un ordine i cui monaci, chiamati “Padri” erano dediti principalmente alla preghiera. Altre persone, i “Fratelli”, erano coloro che provvedevano ai bisogni materiali dei Padri, ovvero a procurare loro il cibo, innanzitutto, coltivando i campi intorno alla Certosa. I Padri vivevano invece ciascuno nella propria cella, un piccolo appartamento all’interno della Certosa, e coltivavano un loro giardino.

La visita guidata, obbligatoria per visitare il complesso della Certosa di Calci, dura un’ora e mezza. Il percorso è obbligato, prevede la visita del primo piano, al quale si trovano la chiesa, le cappelle private, il refettorio, l’uscita sul chiostro/cimitero, le celle dei Padri ed altre sale di rappresentanza. Andiamo con ordine.

Superato il cancello, sulla destra del quale si trova la biglietteria, ci si immette in un ampio spazio aperto: un prato su cui affaccia la Certosa. Entriamo.

certosa di Calci

Lo sapevate? I gatti certosini si chiamano così proprio perché… vivevano nelle Certose!

Ci accoglie, dipinto sulla parete che imita false architetture prospettiche, un gatto grigio. Si tratta di un gatto certosino, nientemeno: eh sì, perché, ci racconta la guida, i gatti certosini, originari del medioriente, furono portati in Europa dai cavalieri crociati, e donati alla Certosa di Grenoble, casa madre dei Padri Certosini. Ecco perché il gatto con quel bel pelo grigio argento si chiama Certosino. Sulla facciata della Certosa di Calci si aprono, in basso, quattro piccole fessure: sono gattaiole, attraverso le quali i gatti del convento entravano e uscivano a loro piacimento.

Saliti al piano nobile, veniamo introdotti nella chiesa: la parte del coro, con i sedili in legno per i Padri che cantavano le lodi, è è attualmente in restauro. Ma i soffitti dipinti sono ben visibili: una decorazione ricca, barocca, con la visione prospettica e illusionista di una cupola dalla quale si affacciano santi. Nelle stanze attigue vi sono altre cappelle, private questa volta, per la preghiera solitaria. Una in particolare, dedicata alla Madonna, è molto elegante e luminosa. Anch’essa ha il soffitto dipinto, e un altare elegante. Rispetto alla chiesa barocca, questa cappella si distingue perché pur con decorazioni diffuse, è più sobria ed elegante: il pittore che la affresca è considerato un anello di congiunzione tra il barocco e il neoclassicismo.

Dopo aver pregato bisogna pur mangiare! E infatti la stanza successiva è il Refettorio, l’ambiente nel quale i Padri consumavano i pasti, in rigoroso silenzio mentre uno di loro leggeva brani della Bibbia. Sulla parete di fondo, la principale, è rappresentata l’Ultima Cena; sulle altre pareti si alternano pranzi biblici (come le nozze di Caana) a pranzi “storici”, come quello al quale presenziò Cosimo III de’ Medici, ospite gradito: Cosimo III fu un grande benefattore per la Certosa, per cui l’omaggio in Refettorio è dovuto.

certosa di calci

Il refettorio della Certosa di Calci

Usciamo nel chiostro. La sorpresa è che laddove penseremmo di trovare un bel prato, troviamo un cimitero. La sorpresa è ancora più grande se pensiamo che su questo chiostro affacciano le celle, meglio gli appartamenti, dei Padri. Ognuno di questi appartamenti prevede un piccolo giardino interno, che ogni Padre curava con amore e dedizione. L’appartamento non è una cella, ma è piuttosto articolato e confortevole: in effetti i Padri venivano tutti da nobile famiglia e un minimo di agio, seppur nella semplicità, dovevano averlo.

certosa Calci

il chiostro della Certosa

Il percorso di visita prosegue attraverso altri corridoi, altre sale e altri affacci su giardini e lo splendido panorama che spazia fino alla piccola torre di Caprona: in questa zona vi era tutto un sistema di fortificazioni strategico, perché gravitante sulla valle dell’Arno e su Pisa. I Pisani la tenevano in grande considerazione, e a Firenze faceva molta gola.

Il Museo di Storia Naturale di Calci

museo storia naturale di calci

Signore e signori la pirite!

Conclusa la visita della Certosa, si può visitare, con un biglietto a parte, il Museo di Storia Naturale di Calci allestito in una parte della Certosa.

Interessantissima la sezione di mineralogia: dedicata alla Toscana, raccoglie ed espone tutti i minerali che alcune cave o miniere della Toscana, dall’Elba all’Amiata al Casentino, restituiscono. Dalla pirite alla malachite, dal quarzo alla calcopirite alla galena, fino ad arrivare al meteorite! Ebbene sì, un frammento di meteorite rinvenuto in Toscana: una meraviglia extraterrestre!

Tra i vari percorsi, quello sui mammiferi è, per me, il più bello: ho una predilezione per i mammiferi, tra tutto il mondo animale: fin da quando ero piccola, e facevo le raccolte di figurine, avevo una certa predilezione per gli ungulati (antilopi, gazzelle, cervi e orici) e per i carnivori (felini vari, il ghepardo primo tra tutti, e poi pantera nera, leone, leopardo, puma, oselot, lince e giaguaro). Trovarmeli davanti tutti insieme mi ha fatto effettivamente tornare bambina. Ci sono poi i marsupiali e gli animali dell’Oceania, una sezione dedicata alle scimmie e soprattutto la bellissima e completa collezione di scheletri di cetacei: dai delfini alla balenottera azzurra passando per l’orca, il Leviatano di Melvilliana memoria (per chi ha letto Moby Dick), il capodoglio e alcune specie di cetacei meno noti e più rari. Si tratta della grande collezione messa in piedi nel XIX secolo da Sebastiano Richiardi: in un video è proprio Richiardi che ci racconta alcuni aneddoti su quest’esposizione, davvero unica e completa nel suo genere.

museo storia naturale calci

lo scheletro di balenottera azzurra nella sezione dedicata ai cetacei

Con questo articolo partecipo all’iniziativa “Raccontami la Toscana” del blog Destinazione Toscana

Visitare il Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Non si può andare a Napoli senza visitare il suo Museo Archeologico Nazionale. Anzi, io sono andata a Napoli solo per quello!

Uno dei più importanti musei archeologici d’Italia fuori Roma si trova proprio a Napoli e deve la sua importanza a tre collezioni uniche al mondo: la collezione di antichità proveniente dagli scavi settecenteschi di Ercolano, in particolare della Villa dei Papiri, la collezione di antichità provenienti dagli scavi settecenteschi di Pompei, in particolare affreschi e mosaici, e la collezione Farnese, proveniente in realtà da Roma, costituita dalle colossali sculture che decoravano le Terme di Caracalla e che giunse a Napoli a seguito della famiglia Farnese.

museo archeologico nazionale napoli

Oggi ripercorriamo questi tre nuclei principali del Museo Archeologico Nazionale di Napoli: la collezione ercolanese, quella pompeiana e quella Farnese. Attraverso le opere principali ripercorriamo non solo la storia del museo, ma la storia di due città, Pompei ed Ercolano, della loro scoperta e degli scavi, e con essa impariamo a conoscere qualcosa di noi stessi: il nostro modo di intendere l’arte è assolutamente debitore, infatti, a quella grande stagione di scoperte che fu la seconda metà del Settecento

Villa dei Papiri

corridore villa papiri ercolano

La statua in bronzo del Corridore dalla Villa dei Papiri di Ercolano

Una delle collezioni più importanti del museo è costituita dai materiali provenienti dallo scavo della Villa dei Papiri di Ercolano. Da quando fu scoperta, a metà del Settecento, Ercolano fu scavata per cunicoli e gallerie: la spessa coltre di lava che aveva ricoperto la città antica sigillandola e preservandola era piuttosto dura da scavare, pertanto fu creata una fitta rete di cunicoli che andavano nella direzione dei “tesori” che venivano in luce. Statue, affreschi, mosaici, oggetti di uso quotidiano e di pregio: ogni cosa fu prelevata dagli scavatori. In particolare gli oggetti in bronzo destarono parecchia ammirazione e sorpresa: mai come ad Ercolano (e Pompei) furono rinvenute così tante opere in bronzo. Il perché è presto detto: il bronzo è sempre stato un materiale richiesto e reimpiegato nel corso della storia, ed è per questo che si conservano pochissime opere d’arte antiche in questo materiale, a fronte della grandissima diffusione che invece aveva avuto sia nell’arte greca che in quella romana.

Uno dei motivi per cui la Villa dei Papiri è eccezionale è proprio la grande quantità di opere d’arte in bronzo che gli scavatori del XVIII secolo vi trovarono. Opere arcinote, come il corridore, opere di una potenza plastica incredibili, come le danzatrici, o danaidi, opere di una potenza espressiva notevole, come il satiro ebbro, con gli occhi spiritati e la bocca lasciva.

Ma la Villa dei Papiri deve il nome all’importantissimo ritrovamento di tantissimi rotoli di papiro, i libri dell’epoca, rinvenuti arrotolati e illeggibili. Qualcuno all’epoca si inventò persino un ingegnoso macchinario per srotolarli e leggerli, ma è solo in decenni recenti, con tecnologie sofisticate, che si sono individuati i testi: opere di Epicuro e di filosofia, principalmente.

danaidi ercolano

Una delle Danaidi dalla Villa dei Papiri di Ercolano

Affreschi pompeiani

Saffo Pompei

La cosiddetta Saffo, da Pompei, al Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Pompei è famosa in tutto il mondo per due motivi: innanzitutto per l’eruzione del 79 d.C. che la seppellì e sigillò completamente. Successe nella stessa occasione di Ercolano, ma Pompei fu scavata quasi interamente, e restituì testimonianze di un’immediatezza e di una drammaticità tali, come i famosi calchi in gesso che ricalcano le sagome di persone e animali sorpresi dalla pioggia di lava e lapilli, da renderla immortale. Inoltre, da Pompei proviene la maggior parte delle testimonianze della pittura romana. Infatti, anche se in pochi conoscono gli affreschi delle case di Ostia antica e di Roma (in particolare la Casa di Augusto), tutti al mondo identificano Pompei con le sue pitture straordinarie. Non a caso chi studia la storia dell’arte antica si imbatte ad un certo punto nei “quattro stili pompeiani”: quattro stili pittorici che gli studiosi hanno identificato analizzando le pitture pompeiane conservate.

Al Museo Archeologico Nazionale di Napoli sono esposti tantissimi affreschi pompeiani. Voi direte: ma perché stanno al MANN e non si trovano a Pompei? Perché all’epoca (XVIII-XIX secolo) tutti gli affreschi pompeiani che venivano in luce nel corso degli scavi erano considerati proprietà del re di Napoli. Quindi venivano letteralmente tagliati e strappati dalla propria parete i quadretti o le porzioni più significative, venivano assemblate insieme a seconda dei casi, venivano regalate a diplomatici e aristocratici stranieri in visita di cortesia.

teseo pompei

Lepisodio di Teseo, Casa del Poeta Tragico, Pompei, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Oggi noi abbiamo una straordinaria pinacoteca antica (mi si passi questa definizione) costituita da quadretti e quadri più o meno grandi che raffigurano miti, scene di genere, paesaggi, ritratti. Abbiamo i quadretti di paesaggio nella casa di Agrippa Postumo, le scene mitologiche legate ad amori tragici della Casa di Giasone, abbiamo la Saffo pensosa con la penna in mano e abbiamo gli affreschi della Casa del Poeta Tragico che raccontano alcuni episodi del ciclo troiano, tra cui il notissimo Achille e Briseide, episodio della Guerra di Troia nel cui affresco Achille con gli occhi spiritati osserva la giovane Briseide mentre gli viene strappata via, ciò che sarà all’origine dell'”Ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei” come recita Omero nella traduzione di Vincenzo Monti che noi tutti abbiamo studiato a scuola, oppure l’episodio dell’eroe Teseo che libera i giovani ateniesi dal Labirinto di Creta dopo aver ucciso il Minotauro.

Di Pompei non ci restano solo gli affreschi, ma anche i mosaici: chi non ha presente il notissimo “Cave Canem” con il cane rappresentato a mosaico, a mo’ di zerbino o di nostro cartello “attenti al cane”? Tra i tanti mosaici di Pompei esposti al MANN uno in particolare si distingue per le dimensioni e per il soggetto rappresentato: è il Mosaico di Alessandro, nella Casa del Fauno. Si tratta di un grande mosaico che rappresenta il momento saliente di una battaglia, con tutta probabilità la Battaglia di Isso tra Alessandro Magno e l’esercito greco contro i Persiani e re Dario. Nel mosaico è raffigurato il clou della battaglia, quando tra morti ammazzati e cavalli a terra il re Dario sta fuggendo sulla sua biga, volto all’indietro con sguardo spaventato, mentre lo incalza il giovane Alessandro, con gli occhi grandi e l’espressione risoluta. Purtroppo il mosaico è lacunoso, ma per la maggior parte si conserva e costituisce un unico nel suo genere.

mosaico di Alessandro

Il Mosaico di Alessandro dalla Casa del Fauno di Pompei. Napoli, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Altri oggetti meravigliosi che Pompei ha restituito agli scavatori del XVIII secolo sono le argenterie della Casa del Menandro: un intero servito da tavola completo di piatti, coppe, bicchieri, vassoi, portauovo e quant’altro finemente cesellato in argento: ognuno di questi oggetti da tavola è un autentico capolavoro, altro che i servizi d’argento di oggi!

argenterie casa del menandro

Una delle preziose coppe in argento, parte delle argenterie della Casa del Menandro di Pompei, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

La collezione Farnese

Al piano terra, nell’ala destra del museo, una serie di statue colossali ci osserva dall’alto mentre percorriamo il corridoio e le varie sale. Si arriva infine in un’ala nella quale non si sa da che parte voltarsi: a destra, dove si trova il magnifico Ercole Farnese, o a sinistra, dove si consuma il supplizio di Dirce, meglio noto come Toro Farnese?

toro farnese

Il supplizio di Dirce, meglio noto come Toro Farnese. Napoli, Museo Archeologico Nazionale

Andiamo a sinistra intanto. Definito da Michelangelo la “montagna di marmo”, il cosiddetto Toro Farnese è un gruppo scultoreo immenso e complesso, nel quale è rappresentato il supplizio di Dirce. Il mito è piuttosto complesso, ma cercherò di riassumerlo brevemente. Una giovane, sedotta da Zeus, trova rifugio presso una coppia. In realtà la donna della coppia, tale Dirce, tratta malissimo la giovane e alla nascita dei gemelli di cui è incinta, la sbatte fuori di casa ed espone i due bambini. Naturalmente passa un pastore il quale salva i due bimbi. Questi crescono, un giorno incontrano la madre e intenzionati a ottenere vendetta, trovata Dirce, colei che li aveva condannati all’esposizione, fanno per legarla ad un toro inferocito che ne farà scempio delle membra. Sul più bello la madre dei due giovani (che sono figli di Zeus, ricordiamolo) chiede pietà per Dirce. Se il mito si conclude positivamente, il gruppo scultoreo rimane un passo indietro, rappresentando il momento della massima drammaticità, quando i due giovani, nudi, legano al toro inferocito Dirce la quale invoca pietà. Dietro, la figura della madre dei due giovani sta ad indicare l’atto di pietas che salverà la vita a Dirce.

Ercole Farnese

Ercole Farnese, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Andiamo a destra, ora. Incontriamo la gigantesca mole dell’Ercole in riposo. L’Ercole Farnese infatti è raffigurato fermo, stante, poggiato alla sua clava sulla quale è poggiata la sua pelle di leone, la Leonté. Il nostro Ercole, massiccio, barbuto, si sta giustamente riposando dopo aver compiuto l’ultima delle sue imprese, il furto dei Pomi delle Esperidi che reca ancora nella mano destra, portata dietro la schiena. La statua, firmata dall’artista greco Glicone di Atene, è un capolavoro nella resa della volumetria del corpo e della muscolatura, massiccia, rilassata ma non troppo. Anche questa statua, come il Toro Farnese, proveniva dalle Terme di Caracalla.

Questo breve tour non è certo esaustivo della grandissima mole di reperti e di collezioni che il Museo Archeologico Nazionale di Napoli vanta. Ma spero di avervi suscitato interesse e curiosità. Tante, tantissime sono le opere esposte. In una sola mattina non si riesce a visitarlo tutto, tant’è la densità di capolavori che si affastellano nelle sale, una dopo l’altra. Il consiglio? Visitarlo con calma, prendendosi tutto il tempo necessario. Se vi va di visitarlo in una maniera alternativa, poi, potete scaricare il videogame Father and Son, che ha per soggetto, oggetto e protagonista proprio il MANN: un modo divertente e interattivo per scoprire il museo, la sua storia e le sue collezioni.