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Fotografare in viaggio: smartphone o fotocamera?

Il fotografo, Steve McCurry, Humanity

Fotografare è un’azione imprescindibile per ciascuno di noi. Fissare l’immagine, le immagini, di ciò che vediamo , è diventato in certi casi quasi più importante che vedere le cose stesse. Me ne rendo conto a lavoro in museo, quando osservo sconsolata schiere di bambini che passano e scattano foto agli oggetti quasi a caso, senza guardarli con gli occhi. E gli adulti non sono da meno. È paradossale, lo so, ma in certi casi abusiamo della fotografia. Eppure non è stato sempre così.

Nel mondo del blogging, del quale faccio parte da tanti anni, la fotografia gioca un ruolo fondamentale. Puoi essere anche il miglior narratore e descrittore di paradisi naturali e culturali, ma senza immagini, nel mondo fluido e dinamico del web 2.0 nessuno ti leggerà. L’abbiamo imparato a nostre spese in anni di esperienza, e siamo giunti tutti alla conclusione che i testi sono importanti, sì, ma il corredo fotografico è essenziale. Esistono proprio dei photoblog di viaggio, che sono la sintesi perfetta di questa strada. Per tutti gli altri invece il post è l’esatto equilibrio tra media, quindi immagini o video, e testo. Ci sono alcuni, ahimè, che a scapito della grammatica, orrore, privilegiano le immagini, pubblicando testi vuoti e sintatticamente scorretti. Non potete capire la desolazione quando mi imbatto in uno di essi.

Ma non voglio criticare i blogger che non sanno scrivere in italiano corretto. Ci pensa la rete, ovvero i lettori, che non sono stupidi, a decidere le loro sorti. Io invece volevo parlare di fotografia applicata ai viaggi. Anni fa pubblicai tre post dedicati alla fotografia di paesaggio, basandomi su una guida della National Geographic (che non è proprio una sprovveduta) che mi ero procurata e che continua ad essere per me fonte di ispirazione. Li ripropongo qui, perché possono sempre essere utili:

National Geographic, Guida completa alla fotografia di paesaggio

Come si fotografa un paesaggio 1

Come si fotografa un paesaggio 2

la mirrorless, lo smartphone, la bussola che fa sempre comodo e… scova il saggio intruso!

Fotografare non è importante solo per i blogger, ma naturalmente per tutti. Tutti noi amiamo le foto ricordo, che siano cartoline dei luoghi che visitiamo, o che siano foto di gruppo o selfie (parola nuova per indicare una pratica decisamente vecchia). Ed è interessante ripercorrere le varie tappe del percorso che ci ha portato fino ad oggi. Parlo qui di fotografi amatoriali, non di professionisti, naturalmente, i quali non hanno certo bisogno di questo post per capire qual è il mezzo fotografico che più si confa alle loro esigenze. Voglio raccontare, piuttosto, la mia esperienza da amatrice, da persona che, non sapendo disegnare, può solo usare le parole, e le fotografie, per descrivere ciò che vede.

C’era una volta…

In principio era il dagherrotipo. Scherzo, senza andare troppo indietro nel tempo, e andare a parlare di foto al collodio e camera oscura, mi basterà citare alcuni autori fondamentali della fotografia del Novecento: Lewis Hine, fotografo impegnato nel sociale nella New York degli anni ’20, Robert Capa, reporter  di guerra durante la Seconda Guerra Mondiale, Robert Doisneau, che raccontò Parigi attraverso il suo obiettivo, autore del celebre Bacio a suggello della fine della Seconda Guerra Mondiale, nonché autore di alcune tra le più celeberrime foto di tutti i tempi, e ancora Steve McCurry, fotografo del National Geographic, che ha raccontato l’uomo nel mondo e la Regione Umbria con il progetto Sensational Umbria, e Sebastião Salgado, che nei suoi reportages ha cercato il rapporto dell’uomo con la natura, un rapporto spesso interrotto, spesso sovrastato, ma tante volte armonico. Sono autori di reportage, artisti nel loro campo. Le loro tecniche e i loro trucchi non sempre sono svelati e spesso i loro dietro-le-quinte ci possono deludere (tante foto di guerra di Robert Capa sono messe in posa, per esempio, così come il famoso Bacio di Doisneau, che è ricreato ad arte, o gli scatti di McCurry): ma il fotografo è un artista che vede un’immagine anche dentro la sua testa, e cerca così di riproporla, capace di aspettare ore che la situazione si presenti da sola, oppure chiedendo di ricrearla a comparse trovate sul posto.

E dopo cotanti personaggi, veniamo a me.

Quando feci l’interrail, un mese attraverso l’Europa, nell’ormai lontano 2003, avevo a disposizione una macchinetta fotografica col rullino. In quel viaggio, che pure durò tanto e toccò varie capitali europee e luoghi incredibili, scattai soltanto 3 rullini. All’epoca ogni singola foto aveva un valore, e soprattutto non c’era la possibilità di verificare subito se fosse venuta bene o no. Io personalmente avevo l’incubo di cambiare il rotolino perché temevo di bruciarlo…

Una pagina del mio diario cartaceo dell’interrail del 2003 (non esistevano ancora i blog!) ad Amsterdam: una delle foto è mezza bruciata perché era l’ultima del rullino! (PS: io sono quella con la maglietta rossa)

Breve storia della recentissima fotografia 

Flatiron

Il Flatiron Building, foto scattata con fotocamera nikon compatta

In questi anni sono cambiate tantissime cose in campo fotografico. Innanzitutto sono arrivate le fotocamere digitali, che hanno permesso di vedere in tempo reale la qualità di ogni singolo scatto ed hanno aumentato a dismisura le possibilità di fare foto perché, non dovendo svilupparle, e quindi pagare, potenzialmente se ne possono scattare e immagazzinare centinaia. Sono iniziate così quelle serate tediosissime in cui ci si piazzava davanti ad un pc e mentre il viaggiatore di turno illustrava una per una ogni singola foto, gli altri accanto uno dopo l’altro sbadigliavano, andavano e venivano dal bagno, simulavano un malore o la telefonata della prozia d’America. Il migliore fu un amico che all’ennesima foto lungo la Fifth Avenue disse “Bene, ora unn’importa anda’ più a New York: la s’è già bell’e vista tutta!

Il passaggio successivo è stato l’approdo della fotocamera sul telefonino, che nel frattempo diventava smartphone: una fotocamera che modello dopo modello è diventata talmente competitiva da poter sostituire tranquillamente le fotocamere digitali, per lo meno quelle compattine da fotoamatori. L’avvento della fotocamera sullo smartphone è andato di pari passo con una sempre maggiore immersione nei social, al punto che è diventato fondamentale (per molti anche un lavoro) condividere le immagini in tempo reale. Ecco che allora lo smartphone è diventato il mezzo più usato da blogger e social media addicted per condividere immagini all’istante: vedi un tramonto? Devi condividerlo subito, non domattina! Sei a un evento? Devi documentarlo subito, non puoi aspettare. La necessità della velocità è stata ed è una validissima alleata degli smartphone in campo fotografico.

Galleria Sciarra a Roma. Foto scattata con Canon Eos M10 e ritoccata con app snapseed

Ma le fotocamere potevano accettare di farsi mettere da parte? Assolutamente no!

In principio fu la Samsung, già stimata casa produttrice di smartphone, la concorrente più acerrima degli I-phone, a lanciare sul mercato la Samsung Galaxy Camera, che consentiva di scattare foto e di pubblicarle direttamente sui social se collegata a rete wifi. La provai, ormai anni fa, nel corso di un instameet per le strade di Firenze.

Poi le altre case si sono adeguate e così sia Canon che Nikon, che altre case produttrici, hanno cominciato a produrre le loro fotocamere in modo da poter condividere gli scatti sui social. Come? Creando esse stesse un campowi-fi al quale collegare il proprio smartphone. Attraverso l’app della fotocamera installata sullo smartphone è possibile scaricare le foto, eventualmente sistemarle con le app di fotoritocco, e pubblicarle subito sui social. Non è meraviglioso? ❤

In tutto questo i fotografi, quelli veri, continuano ad usare le fotocamere reflex, professionali, e ad usare gli obiettivi che ritengono più opportuni per i loro scatti: grandangolo, macro, 18-55 e chi più ne ha più ne metta. Ogni fotografo ha la sua cifra stilistica e il suo progetto da perseguire. I reportages dei fotografi professionisti sono una cosa che un blogger che scatta in funzione di ciò che pubblicherà si può solo sognare. Soprattutto, i fotografi professionisti non hanno l’ansia da pubblicazione-sui-social-immantinente. Va detto che, in alcuni campi, molti blogger sono diventati dei veri professionisti della fotografia: nel mondo dei foodblog, per esempio, saper scattare ottime foto è fondamentale (Alice, per esempio, ci riesce piuttosto bene). Accanto alle reflex, ultimamente, si sta imponendo un nuovo modello di fotocamera, un anello di congiunzione, se vogliamo, tra la compatta e la reflex: è la mirrorless. Ne parlo tra poco.

La mia esperienza

Negli anni ho cambiato spesso il dispositivo con cui fare fotografie nel corso dei miei viaggi e condividerle qui sul blog e sui social. I primi anni usavo una fotocamera compatta, senza troppe pretese (lo ammetto: non sono una grande appassionata di tecnica fotografica, per quanto mi piacciano le belle fotografie); poi, quando la fotocamera del mio smartphone ha superato la qualità della mia ormai vetusta compattina, sono passata allo smartphone: il viaggio nella Spagna del Sud del 2016 l’ho documentato solo con lo smartphone, e devo ammettere che se da un lato mi è dispiaciuto non poter usare nulla di più sofisticato, dall’altro devo dire che non ho niente da rimproverare alla qualità delle mie foto.

Eppure, dovevo fare il salto…

Palazzo Vecchio, appartamenti di Eleonora da Toledo, soffitto con Penelope che tesse. Foto scattata con canon Eos M10 non ritoccata

L’estate scorsa ho colto al volo l’occasione offerta dagli Instagramers di Firenze di provare gratuitamente una fotocamera Canon all’interno di Palazzo Vecchio. Allora ho voluto provare qualcosa di più di una semplice compattina, ma non impegnativa come una reflex (per la quale nutro un timore reverenziale e che non sarei capace a usare). Così mi è stata proposta una mirrorless: la Canon Eos M10. Mirrorless è ogni fotocamera priva di mirino e, quindi, di specchio. Ciò che si fotografa appare nello schermo (che può essere touchscreen) e non viene mediato dal mirino che contraddistingue le reflex. Diciamo pure che il modo per capire, ad impronta, se qualcuno ha una reflex o una mirrorless sta nel notare se ha il mirino oppure no. (in questo interessante post si spiega cos’ha di buono la mirrorless e perché non ha niente da invidiare alle reflex)

A Palazzo Vecchio mi divertii un sacco, scattai foto di una bellezza, di una morbidezza, di una lucentezza che con lo smartphone mi sognavo. In più avevo notato, da qualche tempo, che i blogger ormai usano tutti o quasi una fotocamera seria, possibilmente reflex, comunque qualcosa di più del semplice telefono: i blogger puntano ad una migliore qualità delle foto, altro che immediatezza della condivisione in tempo reale.

Una rosa con lo sfondo di Firenze, Giardino delle rose di Firenze. Foto scattata con Canon EosM10, non ritoccata

Alla fine mi sono convinta anch’io. Ho deciso che avrei comprato proprio quel modello di mirrorless dotato di wi-fi che avevo provato a Palazzo Vecchio. Pochissimi mesi fa ho fatto l’acquisto, e sono soddisfattissima. Continuo a scattare foto con lo smartphone, per carità. Ma la bellezza delle luci e dei colori della mirrorless è impareggiabile. Inoltre, grazie al wi-fi e alla possibilità di passare sullo smartphone le fotografie per poterle condividere, io ritocco, quella che più, quella che meno, alcune delle foto prima della condivisione: uso l’app Snapseed, che è davvero notevole per le modifiche che consente di fare. Snapseed è per me il corrispettivo di photoshop per pc. Ritoccare le foto non è un delitto, praticamente tutti i fotografi lo fanno, mentirebbe chi vi dicesse il contrario. Dunque anch’io nel mio piccolo ritocco, e reinterpreto, le mie fotografie.

Questa è la mia storia: nell’ultimo periodo sono passata dalla fotografia selvaggia con lo smartphone a quella con la fotocamera mirrorless. In questo momento mi ritengo molto soddisfatta della mia evoluzione. I risultati li potete constatare voi stessi, nelle fotografie che pubblico qui a corredo dei post e sulla pagina facebook di Maraina in viaggio.

Ma adesso voglio sapere il vostro parere: come documentate i vostri viaggi? smartphone, mirrorless, compattina o reflex?

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Natale: cosa regalare agli amanti dei viaggi?

Nelle passate edizioni natalizie, non in tutte, ma in qualche caso sì, ho dedicato qualche post ai regali di Natale. Mettendomi nei miei panni ho pensato “Cosa potrei mai regalarmi per Natale?” Siamo giunti così all’edizione 2015. Il web in effetti già impazza di post dedicati al tema, per cui mi sento in dovere di dire anch’io la mia.

Fermo restando che il regalo migliore è sempre un viaggio, ecco allora la mia wishlist per Natale 2015:

  • planner trip magnetico: ricordate quando su TripAdvisor potevate mettere le bandierine dei luoghi del mondo in cui eravate stati e quelle dei luoghi che avreste voluto visitare? Quella era un’app per facebook di qualche anno fa, mentre ora il planner trip, con l’indicazione di dove siete già stati e di dove vorreste andare, ve lo potete appendere in camera o nello studio, e aggiornarlo di volta in volta: a me l’idea di poter alzare lo sguardo e visualizzare dove sono già stata colma il cuore di gioia, e l’idea di poter aggiungere a piacimento le bandierine del “un giorno, forse” mi garba ancora di più. Il planner si trova in vendita nei negozi della catena Techiteasy a Roma, e il consiglio l’ho beccato in questo preziosissimo post di Viaggiare è sognare.
  • Il libro fotografico India raccoglie gli scatti più belli di Steve McCurry

    Se amate la fotografia non potete restare insensibili ai reportage fotografici di personaggi del calibro di Steve McCurry. Il suo libro fotografico India raccoglie i suoi meravigliosi scatti dedicati a questa terra così distante da noi e così affascinante. L’obiettivo di McCurry non risparmia la miseria e la bellezza, si perde negli occhi dei bambini e degli adulti, coglie i momenti del lavoro e del gioco, del riposo e dell’azione, costruisce poesie visive dipingendo la realtà. E non si può che restare incantati a sfogliarne ogni pagina.

  • Se siete in partenza per il vostro prossimo viaggio, la Moleskine ha realizzato per voi la Voyageur Traveller’s notebook, un diario nel quale annotare tutto, il racconto, i luoghi, gli hotel, secondo quanto vi piace fissare lì per lì la vostra esperienza su carta. Il Voyageur Travellers’ notebook si va ad aggiungere agli altri prodotti pensati per i viaggiatori, quali il Travel Journal, un carnet studiato apposta per annotare in modo ordinato tutto ciò che può servire durante l’organizzazione e lo svolgimento del viaggio, e alle City notebook, disponibili per Londra e per Parigi, comprensive di mappe e di spazi appositi per note, per indirizzi, per suggerimenti: un vero e proprio planner che vi autoproducete mentre progettate il viaggio e che consultate durante il suo svolgimento: se vi piace dedicarvi all’organizzazione al dettaglio, quest’agenda può tranquillamente sostituire la guida (che tanto avrete già mandato a memoria)!
  • La CrumpledCity di Palomar, la cartina che puoi stropicciare e non si rovina!

    La CrumpledCity di Palomar, la cartina che puoi stropicciare e non si rovina!

    Tutti noi quando viaggiamo abbiamo un incubo: consultare la cartina. O meglio, non consultarla, ma rimetterla a posto dopo averla consultata: è sempre un dramma cercare di ripiegarla seguendo le pieghe preimpostate, che ogni volta però non tornano; i casi allora son due: o ve ne fregate e la spiegazzate alla bell’e meglio oppure ci perdere mezz’ora e un po’ di buonumore. Ebbene, signore e signori, il problema è finito! È stata inventata la Crumpled City, la prima cartina fatta apposta per essere stropicciata, appallottolata, gettata alla rinfusa in borsa tra una consultazione e l’altra. In vendita su Palomarweb, è l’idea semplice, ed efficace, per chi ama ancora consultare la cartina invece che affidarsi alla comodità del navigatore.

  • E infine, amanti dei viaggi e del té come me, questa tazza è fatta per voi: un planisfero su cui cala la notte o risplende il giorno in funzione del calore del suo contenuto. La Day Night Mug (in vendita su Fab.com) fa fare il giro del mondo in tazza. Adatta a chi si ritiene un viaggiatore in pantofole 😉

    La Day Night Mug, con il pianeta terra che si rabbuia o si illumina col calore

    La Day Night Mug, con il pianeta terra che si rabbuia o si illumina col calore

Vi bastano come idee? E voi? Cosa regalerete a chi ama viaggiare?

Fashion Museums in Florence 4): il Museo del Tessuto a Prato

museo tessuto prato

L’avete mai visto da vicino un telaio? Eccolo nella prima sezione del Museo del Tessuto di Prato

Lo so, lo so, Prato non è Firenze, anche se molto vicina geograficamente. E lo so, lo so, il Museo del Tessuto non è un museo di moda, ma permettetemi di dire che se non esistessero i tessuti, non esisterebbe neanche la moda. Così, in questo itinerario nato un po’ per caso, un po’ per curiosità, dei musei della moda di Firenze, e che mi ha portato dapprima nei musei dei due grandi marchi Ferragamo e Gucci e poi in quel museo di storia della moda che è la Galleria del Costume, non potevo non completare il cerchio con il museo del Tessuto. Museo molto didattico, il suo percorso si svolge su due livelli: un’introduzione teorica ai tessuti, con l’illustrazione delle materie prime e delle fibre naturali, artificiali e sintetiche, quindi dei processi di lavorazione, filatura, cardatura, tessitura e tintura; il secondo livello è dedicato invece alla storia di Prato come centro di produzione tessile. La storia della tessitura a Prato è in effetti lunga e avvincente: inizia nel Medioevo, agli inizi del XII secolo, lungo il corso del fiume Bisenzio, sul quale erano installate le gualchiere per follare i panni di lana. Se non sapete che vuol dire “follare” dovete tornare indietro nel percorso: la follatura è un processo di lavorazione della lana che consiste nel compattamento del tessuto anche per impermeabilizzare. E torniamo alla storia della produzione tessile a Prato. Per il processo della follatura era necessaria l’acqua, per cui le acque del Bisenzio vennero convogliate in un canale detto Gorone e poi divise in tre gore che attraversavano il contado e il centro abitato (e che solo nel Novecento sono state interrate).

Tra i personaggi che si impongono nella storia della produzione tessile di Prato va segnalata la figura dell’imprenditore Francesco di Marco Datini. Costui riuscì a costituire un’attività su scala internazionale che collegava gli opifici di tessitura di Prato a Genova, alla Catalogna e alle Baleari, con le quali commerciava i prodotti finiti, alla lontana Inghilterra nella quale si procurava anche la materia prima, e a Firenze dove aprì una banca: un’attività imprenditoriale che seguiva tutta la filiera di produzione, dal reperimento delle materie prime fino alla commercializzazione del prodotto finito.

museo del tessuto prato

Macchinari per la lavorazione dei cenci – Museo del Tessuto Prato

Un altro personaggio importante per la Prato legata alla produzione tessile è Giovan battista Mazzoni che introduce la meccanizzazione della filiera tessile, imprescindibile premessa per la produzione su scala industriale. Questa ha poi un grande grandissimo sviluppo con l’introduzione della tecnologia della lana rigenerata. Di che si tratta? E’ la fibra ottenuta dalla stracciatura dei “cenci”, abiti, tessuti e scarti di sartoria, destinata ad essere nuovamente filata. Questa tecnologia prende particolarmente piede a Prato, dove addirittura si forma la figura professionale del cenciaiolo, colui che al tatto riesce a classificare la qualità e le caratteristiche degli stracci in vista di un loro riutilizzo. In questa produzione, Prato diventa il centro più importante su scala internazionale e la sua fortuna come centro tessile è tuttora dovuta a questo tipo particolare di lavorazione.

Un video 3D a misura di bambino racconta l’importante ruolo della tessitura a Prato, mentre nella sala sono esposti, oltre ad alcuni abiti di collezione, anche i macchinari per la lavorazione dei cenci e i cenci stessi, raccolti e suddivisi a seconda del colore o della qualità del tessuto. Video e touch screen aiutano nella comprensione e completano il percorso espositivo.

Il museo riesce a rendere semplice un processo e una materia che semplice non è, ma soprattutto riesce a incuriosirci su un argomento che magari ci interessa poco e che però è fondamentale per noi: da dove vengono i vestiti che indossiamo? Lo diamo per scontato, eppure dietro il più semplice capo di abbigliamento, il più piccolo frammento di stoffa, c’è un lavoro e un saper fare sorprendenti, una storia che il Museo del tessuto di Prato oggi ci racconta.

Fashion Museums in Florence – 3) Galleria del Costume a Palazzo Pitti

In un itinerario che tocchi i musei della moda di Firenze (abbiamo già visto il Museo Ferragamo e il Museo Gucci), non può mancare una visita alla Galleria del Costume di Palazzo Pitti. La Palazzina della Meridiana di Palazzo Pitti ospita infatti uno spazio museale dedicato alla storia della moda e dell’abbigliamento. Concepito per esposizioni temporanee che si alternano volta volta, per permettere a parti sempre diverse dell’imponente collezione di uscire ogni tanto dal “guardaroba” fa sì che attraverso vestiti e accessori si possano raccontare aspetti diversi della storia del Costume italiano e non solo. E’ un museo dinamico, in questo senso, e oltre ad essere l’unico museo di storia della moda in Italia è anche uno dei più importanti al mondo.

galleria del costume

Dettagli di stile nell’eclettica collezione di Cecilia Matteucci Gavarini, una delle “Donne protagoniste” alla Galleria del Costume di Palazzo Pitti

In questo momento, la sua esposizione è dedicata a “Donne protagoniste”: modaiole, collezioniste di abiti, stiliste, fashion victims di altri tempi, donne che col loro gusto hanno fatto tendenza e in qualche caso sono diventate vere e proprie icone.

Tanti i nomi, più noti e meno noti: Eleonora Duse; la stilista di primo Novecento Rosa Genoni, che per prima incoraggiò il Made in Italy nella storia della moda, prendendo come spunto l’arte italiana del Rinascimento; la giornalista di moda Anna Piaggi, una Miranda da “Il diavolo veste Prada” ante litteram, che inventò il vintage prima ancora che ne venisse coniato il termine; Susan Nevelson, partner di Ken Scott, stilista e artista eccentrica; Lietta Cavalli, artista più che stilista, grande innovatrice; Cecilia Matteucci Lavarini, una vera fashion victim, collezionista eclettica di haute couture e costumi orientali.

Queste esposizioni temporanee, se da un lato faranno sbadigliare il vostro accompagnatore, a voi donnine che mi leggete manderanno sempre in visibilio: abiti sontuosi, di ogni tempo e luogo, realizzati per una qualche occasione, indossati da qualche illustre personaggio… Vedere questi abiti su un manichino, trasformati in opere d’arte o documenti del passato conferisce loro un senso quasi di profonda reverenza. Quello della moda è davvero un ambito artistico di cui è bello approfondire la conoscenza: nulla ci è più familiare e quotidiano dei vestiti che indossiamo, e ho scoperto che scoprirne l’origine, la storia, le curiosità è un modo ulteriore per sapere qualcosa in più sulla nostra società e sulla nostra cultura.

Non solo abbigliamento nelle creazioni artistiche di Lietta

Non solo abbigliamento nelle creazioni artistiche di Lietta Cavalli

Una mostra temporanea è attualmente dedicata a Piero Tosi, costumista originario di Sesto Fiorentino che recentemente ha vinto un oscar alla carriera per i suoi lunghi anni di lavoro accanto a grandi registi e per la realizzazione di numerosi film. Realizza gli abiti della Medea di Pasolini, della Locadiera di Visconti, lavora con Franco Zeffirelli, Federico Fellini, Liliana Cavani, Mario Monicelli, Vittorio De Sica. I suoi costumi sono sempre caratterizzati da una grande attenzione al modello storico di riferimento, al contesto, senza tralasciare ovviamente la personalità e la psicologia del personaggio per cui è disegnato.

galleria del costume

costumi di scena per la Medea di Pasolini

Ma la parte più interessante del percorso espositivo della Galleria del Costume, quella per cui davvero si può parlare di storia della moda, è l’esposizione degli abiti con i quali furono seppelliti Cosimo I Medici, Eleonora di Toledo e il loro figlio Garcia. Gli abiti, recuperati dalle loro salme molti anni fa, e variamente conservati fino al loro restauro in anni relativamente recenti, erano ormai per molta parte consunti e scomparsi. Il restauro ha permesso di ricostituire alcuni capi del loro abbigliamento, come il panciotto di Garcia (con un’imbottitura sulla pancia a simulare la pancetta!), e il busto di Eleonora di Toledo.

il busto di Eleonora di Toledo, risalente alla metà del Cinquecento

il busto di Eleonora di Toledo, risalente alla metà del Cinquecento

Le stanze nelle quali questi autentici documenti dell’abbigliamento signorile di metà Cinquecento sono conservati sono molto buie, per preservare il più possibile i tessuti da un’ulteriore degrado dovuto alla luce. Scordatevi comunque di vedere sontuose gonne e preziosi mantelli: lo stato di conservazione non è dei migliori perché veramente poco si è preservato; ma è quel tanto che basta per rendersi conto di come vestivano, un documento che va ad aggiungersi a ciò che i dipinti dell’epoca ci mostrano. E sembrerà strano, ma vedere i loro abiti li rende molto più vicini a noi di quanto non si creda, non semplicemente personaggi storici, ma persone vere e vive: così posso immaginarmi davvero Cosimo I o Eleonora di Toledo aggirarsi con indosso quegli abiti per i loro appartamenti di Palazzo Vecchio.

Se riuscite a staccare gli occhi dagli abiti esposti, date un’occhiata agli arredi e ai soffitti affrescati: la Palazzina della Meridiana è un corpo annesso al complesso di Palazzo Pitti, cui si accede anche dal Giardino di Boboli, voluto dal Granduca Pietro Leopoldo e realizzato tra fine Settecento e inizio Ottocento; fu scelta da Re Vittorio Emanuele II come dimora durante gli anni di Firenze Capitale d’Italia, e a seguire fu abitata da altri rappresentanti della casata Savoia. Le decorazioni, così come gli arredi, riflettono lo stile e i temi cari alla casa regnante italiana a fine Ottocento. Solo nel 1993 è diventata sede della Galleria del Costume, ma l’aria da residenza signorile, anzi principesca non l’ha mai perduta.

Fashion Museums in Florence – 2): Gucci Museo

Ecco, il Museo Gucci è il classico luogo che fa tendenza anche solo a nominarlo. Innanzitutto perché Gucci è Gucci, poi perché a Firenze non occupa uno spazio qualunque, ma addirittura il Palazzo della Mercanzia, in Piazza della Signoria, palazzo storico, edificato nel Trecento, che dal Trecento dunque è testimone della storia della città, così vicino com’è al palazzo del potere, Palazzo Vecchio.
Il museo si sviluppa su tre piani, distinti per temi, ma secondo un percorso in qualche misura anche cronologico, che inizia con Guccio Gucci, che di mestiere faceva il liftboy (il facchino addetto all’ascensore!) nel prestigioso Hotel Savoy di Londra agli inizi del Novecento. A Guccio Gucci di certo non mancava la creatività, né tantomeno lo spirito di iniziativa. Studiò molto a lungo quei ricchi signori e quelle signore ben vestite che accompagnava in ascensore. Ne studiò l’abbigliamento, gli accessori, i bagagli, le necessità, i vizi e i vezzi. Poi tornò in Italia, a Firenze, e trasformò in pelle quello che aveva imparato. Nacque il marchio Gucci, dedicato fin dall’inizio proprio ad una clientela di un certo livello, con un’attenzione tutta particolare al lifestyle inglese.
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Valigie da viaggio, bauli, beauty cases; coccodrillo, cinghiale, canapa: ecco cosa usciva dalla pelletteria Gucci nei primi decenni della sua esistenza (continuando anche dopo); e si impone da subito come marchio talmente elitario che nel 1979 viene realizzata in tiratura limitata addirittura una Cadillac Gucci, con i cerchioni col logo GG e gli interni a GG e striscia verde e rossa che contraddistingue il marchio: la si può ammirare in museo, al piano terra, e ci si può avvicinare tantissimo, e farsi una foto accanto, proprio come spesso si vede fare con le Ferrari o le Lamborghini a Montecarlo (sì, ehm, lo confesso: l’ho fatto anch’io. Ma ero giovane…).
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Al piano superiore il museo ospita uno spazio dedicato all’arte contemporanea e un salotto cinema dove sono mostrati stralci di pellicole che la Gucci ha finanziato nell’ambito di The Film Foundation, fondata da Martin Scorsese per il restauro, la tutela e la conservazione di vecchie pellicole che andrebbero altrimenti irrimediabilmente perdute.
Poi si prosegue nel percorso museale: Gucci ci parla di Flora, una particolare linea della collezione, nata da un foulard floreale che fu donato a Grace di Monaco nel 1966 e che da lì ha avuto un’incredibile fortuna, andando a imporsi su borse, abiti, persino su una produzione di ceramiche fatta in collaborazione con la Richard-Ginori. Da ultimo, Flora è anche un profumo (un profumo, tra l’altro, che uso: e scoprire che il suo nome non è casuale ma ha una storia è stata davvero una sorpresa!).
Si prosegue poi con l’antro delle meraviglie per noi donne che sbaviamo sulle vetrine delle belle boutiques: una piccola collezione di abiti da sera e da gala disegnati per le dive del cinema: è la linea Gucci Prémière, lanciata da Frida Giannini nel 2010, e io sono letteralmente impazzita per l’abito disegnato per Salma Hayek!
Al secondo piano ci dedichiamo più all’uomo, al lifestyle, al logo GG (che compare negli anni ’60) e al mondo dell’ippica da cui spesso Gucci trae ispirazione, mentre l’ultima sala è dedicata alla linea di borse Bamboo, così chiamate perché caratterizzate dal manico in bambù: anch’essa una produzione che si rinnova di anno in anno, collezione dopo collezione, assolutamente identificativa del marchio Gucci.
Prima di abbandonare il museo, non si può non sostare almeno per un caffè al Gucci Museo Caffè: un locale elegante, che fa anche ristorante, affacciato su Piazza della Signoria e che accoglie come avventori non necessariamente i visitatori del museo.
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Dal 1921, quando Gucci aprì il primo negozio a Firenze, ne è passata di acqua sotto i ponti. Oggi Gucci è sinonimo di Made in Italy in tutto il mondo. E la sua storia merita di essere raccontata. Presentare questa storia in forma di museo è un modo per consacrare ulteriormente il marchio, per raccontare un altro volto del made in Italy e della Moda, insieme a Ferragamo. E forse non è casuale che sia stata e sia tuttora Firenze la loro città madre.

Fashion Museums in Florence – 1): Museo Ferragamo

Ve l’avevo detto che avrei iniziato l’anno alla grande, con tutta l’intenzione di approfondire la conoscenza di Firenze a partire dai musei (che non mi pare cosa da poco!). Allora, dopo essermi immersa nel Rinascimento di Palazzo Vecchio, ispirata dai Saldi appena iniziati, ho pensato bene di dedicarmi ai due musei di moda della città: il Museo Ferragamo e il Gucci Museo. Ognuno per il suo specifico, Ferragamo e Gucci sono due grandi firme, oggi dei brand, talmente conosciuti in tutto il mondo da dover essere celebrati con un museo. Un museo che sia certamente autocelebrativo, ma che, proprio in virtù dell’autocelebrazione, canta il Made in Italy e l’eccellenza italiana nel campo della moda, dell’artigianato e della creatività. Poi, nella terza puntata di questa miniserie di post, tornerò alla storia della moda, alla Galleria del Costume di Palazzo Pitti, sempre a Firenze.

Moda con la M maiuscola, dunque, che è la stessa M di Made in Italy. Cominciamo col Museo Ferragamo, che si trova nella stessa sede della splendida boutique di Ferragamo in Palazzo Spini Feroni, grande palazzo medievale che domina Piazza Santa Trinita, in fondo a via Tornabuoni, la via delle boutiques chic di Firenze. La prima domenica del mese il Museo Ferragamo è aperto gratuitamente. E così ne ho approfittato.

museo ferragamo

Un’intera parete di scarpe: il paradiso di ogni donna, e invece è il display delle creazioni di Ferragamo da fine anni ’30 a fine anni ’50 del Novecento

Non si tratta solo di un museo che racconta la storia di Ferragamo, del marchio, delle sue creazioni e dei suoi brevetti, ma ospita mostre temporanee, sempre in qualche modo volte a celebrare il genio di Ferragamo, per sviluppare però comunque un tema legato al camminare, ai piedi, alla posizione eretta. La mostra visitabile ora, Equilibrium, celebra proprio la posizione eretta dell’uomo, a partire dalle impronte di Australopithecus lasciate sulla cenere dell’esplosione di un vulcano in Africa centinaia di migliaia di anni fa, percorrendo in rassegna lo studio del piede, del camminare, del peso del corpo nella storia dell’arte, dall’arte romana a Giacometti, passando per Canova, Rodin e dedicando spazio anche alle performances, tra cui “The Lovers” di Marina Abramovich, lunghissimo, struggente cammino in Cina, condotto da due punti di partenza diverse da lei col suo compagno di allora, solo per congiungersi, abbracciarsi e dirsi definitivamente addio. E poi un focus sulla danza, disciplina, o pratica, nella quale l’equilibrio dato dal peso del corpo sui piedi è fondamentale! E allora si parte dalla danza classica per passare alle ballerine di Degas, alle innovazioni di Isadora Duncan e da quanto le innovazioni nella danza influenzarono gli artisti a lei contemporanei. Un bellissimo e interessante excursus e una riflessione su quanto i piedi siano importanti, e l’atto del camminare una delle cose fondamentali, se non la principale, del nostro essere uomini, prima ancora dell’intelligenza.

Museo Ferragamo

Mostra Equilibrium al Museo Ferragamo, Firenze

Quanto al Museo Ferragamo vero e proprio, attraverso video, immagini e forme per scarpe, trasmette il messaggio dell’artigiano con una marcia in più, che faceva di ogni singola scarpa un esemplare unico, fatto su misura.

museo ferragamo

Ad ogni piede (per esempio quello di Angelina Jolie) la sua scarpa, realizzata da Ferragamo

La sua storia inizia in America, ma poi è a Firenze che realizza le creazioni principali, veri e propri brevetti, invenzioni, come la zeppa. Eh già, care le mie lettrici: chi ha inventato la zeppa? Salvatore Ferragamo in persona, nella prima metà degli anni ’30 del Novecento, inventa la soluzione che permette alle donne di stare comode su scarpe alte. Perché diciamocelo, care mie, i tacchi son tanto belli, e più sono alti e più son belli, ma accidenti a loro, dopo un po’ sono scomodi! E invece no, pare che Ferragamo, in anni e anni di studio e sperimentazione, studio anche dell’anatomia umana, e sperimentazione di modelli e di materiali, abbia capito qual è il segreto del successo di una scarpa col tacco, di gran classe che sia anche comoda. Perché non deve essere sempre vera l’equazione tacco alto = dolore ai piedi per 10 giorni.

Tutto molto bello, peccato però che tocca fidarsi, perché ahimè non mi posso permettere un paio di Ferragamo originali… l’unica pecca di questo museo, infatti, è la mancanza di interattività: perché, mi chiedo, perché non posso toccare, provare, una di quelle scarpine in mostra? L’esperienza multisensoriale è tanto apprezzata nei musei… perché non applicarla qui? Naturalmente sto scherzando, eh? Io posso solo passare davanti alla vetrina, e sbavare davanti a certe creazioni, come questa, 2014, ultimo modello ma già musealizzato:

Ferragamo

Ferragamo, 2014 – Museo Ferragamo

Il Museo Ferragamo è un piccolo ma interessante spazio culturale. Perché è giusto che il Made in Italy, il saper fare da cui nascono eccellenze, siano raccontate agli altri. La forma più dirompente, per raggiungere e colpire l’immaginario collettivo, è l’esposizione in forma di museo: trasformare oggetti di culto oggetti che già di per sé sono un cult, svuotandoli del loro valore commerciale e ammantandoli di un valore che ormai è culturale. E tutto sommato è giusto che sia così.

La notte del 10 agosto

Ieri era il 10 agosto, San Lorenzo, giornata, anzi notte, che la tradizione lega alle stelle cadenti. È un classico: ovunque voi siate, al mare, in montagna, in città o in campagna, la tentazione di mettersi con il naso all’insù è troppo forte per resistere. Certo, più si è in condizioni di buio e meglio è: l’ideale è stare lontano dai centri abitati, perché così la volta stellata appare in tutto il suo splendore e c’è la possibilità di ammirare meglio il cielo e ciò che vi accade.

Ieri sera a complicare le cose c’era la #superluna, una luna gigantesca che oltre ad essere piena era molto più vicina del solito alla terra nel suo giro di rivoluzione intorno ad essa. Così è stato senz’altro più difficile vedere questo fenomeno naturale, che tutti noi però desideriamo voler catturare fortemente per via di quella storia dell'”esprimi un desiderio”…

Ma siamo sicuri di sapere a cosa siano dovute le stelle cadenti? Cosa nasconde in realtà questo nome così romantico e malinconico che ci fa stare tutte le estati con la testa per aria a guardare intensamente il cielo sperando di puntare il punto giusto dove la scia luminosa passerà?

Le stelle cadenti non sono altro che, scientificamente parlando, uno sciame meteorico. Per la precisione si chiama sciame meteorico delle Perseidi. Vi rendete subito conto che il nome non è proprio accattivante: lo seguireste voi qualcuno che vi proponesse “andiamo in spiaggia a vedere lo sciame meteorico delle Perseidi?” Solo se da piccoli volevate fare gli astronauti! Chiamarle stelle cadenti in effetti rende molto meglio l’idea, accende la fantasia, l’emozione, quel pizzico di romanticismo che è in ognuno di noi… Comunque, le stelle cadenti sono uno sciame di meteore che, scontrandosi con l’atmosfera terrestre, danno luogo a quelle scie luminose che ci fanno sognare. Non sono stelle, dunque, ma comunque corpi celesti, e tra l’altro molto più vicini di quanto si possa immaginare. Un fenomeno naturale che è particolarmente evidente in questo periodo dell’anno e del quale trovate tutte le spiegazioni scientifiche, storiche, culturali in questo interessante articolo che vi propongo qui.

Io ieri sera la mia stella cadente l’ho vista (o almeno ne sono convinta) nonostante la #superluna. Eravamo in collina, fuori Firenze, in una zona lontana dalle luci della città e che quindi ben si presta all’osservazione del cielo.

Altrimenti dove si può andare? Internet come ogni anno si è scatenato alla ricerca dei luoghi più adatti del pianeta (tanto avete tempo, le stelle cadenti non erano solo ieri sera, ma continueranno per qualche giorno). ecco qualche idea, hai visto mai che vogliate tentare di nuovo la fortuna… 😉

Il consiglio è sempre quello: abbandonare la città e recarsi in luoghi il più possibile isolati e naturalmente lasciati al buio: in montagna in Valle d’Aosta, ma anche sulle Alpi Marittime e nei dintorni di Sanremo e Imperia (si consiglia incredibilmente qui); altrimenti sulle isole, ben lontane dalla costa, come Giannutri, ad esempio, o comunque isolette e anche tratti di costa che non siano stati invasi e/o raggiunti dal turismo di massa e dalle sue conseguenze in termini di strutture antropiche e quindi di illuminazione. Bisogna cercare luoghi selvaggi, isolati e bui. Al resto ci penserà il cielo.

Questa è l’Italia illuminata. Cercate le zone buie: sono i luoghi più adatti per vedere le stelle 😉

Va detto che per ieri sera un po’ ovunque in Italia le stelle cadenti sono state l’occasione per fare un po’ di festa, tra spettacoli di musica, eventi negli osservatori astronomici, feste in città ecc. Certo, la presenza della luna non ha aiutato, ma forse ha reso ancora più particolare la serata, e sicuramente gli appassionati di fotografia. Volete mettere la possibilità di vedere la luna così vicina che sembra quasi di toccarla? Personalmente la preferisco ad una scia luminosa che si è già esaurita nel tempo in cui si realizza di averla vista.

Chissà se la #superluna ha “rovinato” la festa dall’altra parte del mondo, a Uluru: la montagna sacra degli Aborigeni che abitano il Red Centre dell’Australia si trova davvero in mezzo al nulla, in uno dei luoghi desertici meno adatti alla civiltà che ci possa essere. Se devo pensare ad un luogo veramente isolato io penso a quello. E vi assicuro che laggiù le stelle sono tantissime (oltre che diverse dalle nostre, visto che siamo in un altro emisfero). Che io sappia, laggiù la notte c’è il coprifuoco per gli umani che vogliano girare per il parco, più per motivi di sicurezza sia propri che degli animali, che per altro. Ma sicuramente (così si dice qui) guardare il cielo con una guida aborigena può davvero avere un grande fascino ed è senz’altro l’immersione completa in una cultura completamente diversa dalla nostra, con sue leggende, sue costellazioni, suoi miti.

uluru at the sunrise

E dopo la notte delle stelle cadenti sorge l’alba su Uluru…