Archivi

La scoperta della Fratelli Alinari

Fino a pochi anni fa Firenze vantava un importante museo di fotografia: il Museo Alinari. Si trovava in Piazza S.Maria Novella, nella sede oggi occupata dal Museo Novecento. Era un museo articolato in due sezioni: una permanente dedicata alla storia della fotografia attraverso gli oggetti, macchine fotografiche, lastre di vetro, dagherrotipi, albumine e quant’altro della collezione dei Fratelli Alinari; una temporanea, dedicata a mostre di fotografi importanti (qui ad esempio ho visto la mostra di Robert Capa in Italia).

Qualche anno fa il museo ha chiuso, privando i Fiorentini e l’intera comunità di un patrimonio di inestimabile valore storico e documentario. Sì, perché i Fratelli Alinari custodiscono l’archivio fotografico più importante d’Italia, 6 milioni di immagini, e scusate se è poco.

Lo stenditoio Alinari: qui asciugano le foto sviluppate

Fortunatamente, se il museo ha chiuso, la Fratelli Alinari sente comunque l’esigenza di raccontarsi. Lo fa attraverso visite guidate alla sua sede storica, in Largo Alinari, in fondo a via Nazionale. Ho avuto l’opportunità di prendere parte ad una di esse pochi giorni fa. Ed è stata un’esperienza che vi consiglio caldamente.

Si comincia con un’introduzione che racconta chi furono i Fratelli Alinari, mostra in immagini d’epoca come lavoravano i fotografi di un tempo: in studio con tendaggi particolari per giocare con la luce, dato che non esistevano ancora i fari attuali, e con arredamenti particolari, in modo da ricreare ambientazioni che potessero piacere ai committenti della fotografia. Siccome non è che si scattasse e via, ma la posa poteva durare anche parecchi minuti, i soggetti delle foto dovevano restare assolutamente immobili. Così erano previsti sostegni anche per la testa, in modo da non rischiare di rovinare la foto. Accorgimenti che oggi ci risultano curiosi e ci fanno sorridere, ma all’epoca erano l’unica soluzione.

Una foto del Foro romano prima degli scavi, con le mucche che pascolano tranquillamente

La visita poi si sposta a conoscere gli ambienti in cui si svolge il lavoro della Fratelli Alinari oggi: luogo che è archivio della memoria fotografica italiana, ma anche luogo che perpetra la tradizione della fotografia italiana producendo, per chi ne fa richiesta, copie di fotografie impresse su lastra di vetro anche di più di 100 anni fa. La prima di queste stanze è la cosiddetta “Sala Vintage”.

La “Sala Vintage” altro non è che l’archivio fotografico, nella quale sono raccolte fotografie, album e libri d’epoca di quelli sui quali le fotografie erano incollate e non stampate come pagine.

Qui abbiamo visto due album diversissimi tra loro. Ah, innanzitutto una curiosità: l’album deve il suo nome all’albumina, la sostanza a base di albume d’uovo con cui vengono fissate le immagini sviluppate da lastra di vetro, responsabile del color “seppia” di tante fotografie d’epoca che conosciamo.

L’eruzione del Vesuvio. Archivi Alinari

Il primo album, “Italia” è un album fotografico da Grand Tour: la gente che viaggiava attraverso l’Italia per diletto non possedeva macchine fotografiche da portare con sé. Di conseguenza, l’unico modo per avere un album dei ricordi era affidarsi ad un fotografo che ne costruisse uno appositamente studiato con tutte le tappe. Alcune foto di quest’album hanno dell’incredibile: una ritrae Genova quando ancora aveva la Sopraelevata di marmo (non lo sapevate? Beh, neanch’io fino a poco tempo fa, poi ho letto quest’articolo); un’altra immortala alcune mucche mentre bucolicamente pascolano al Foro Romano che ancora doveva essere scavato (lo farà ai primi del Novecento Giacomo Boni); infine una foto, datata precisamente al 24 aprile del 1876, mostra tutta la potenza del Vesuvio in eruzione.

Una delle foto del reportage di Felice Beato in Giappone

L’altra serie di foto che vediamo invece è tratta dal reportage di Felice Beato in Giappone nel 1865: egli fu il primo fotografo occidentale a poter ritrarre i Giapponesi nelle loro case e nelle loro attività quotidiane dopo l’apertura del Giappone all’Occidente. Si tratta di albumine colorate, ovvero ritoccate a colore da pittori appositamente incaricati, per una moda che andava all’epoca.

Prosegue la visita nella lastroteca. Questo è un luogo che sa di antico e prezioso: sarà la stanzina buia, saranno tutte quelle lastre di vetro avvolte ciascuna nella propria carta marroncina, sarà che sono state impresse davvero più di un secolo fa, fatto sta che mi sento come in un museo. In effetti qui sono custodite le lastre con l’impressione originale dalla quale vengono poi sviluppate le fotografie su richiesta del cliente di turno. Si tratta dunque di un luogo vivo, funzionante, prezioso come il caveau di una banca.

La lastroteca Alinari

Continuiamo poi e ci affacciamo nella stanza dello stenditoio, ovvero dove le fotografie sviluppate sono appese ad asciugare (proprio con le mollette, come i panni!) e infine entriamo a vedere i macchinari della camera oscura. Il lavoro del fotografo è molto più che scattare, è anche riuscire a trasportare su un supporto toccabile un’immagine impressa. I macchinari sembrano industriali. Io non posso che rimanere esterrefatta di fronte a tutto ciò: come può essere venuto in mente a qualcuno di inventare un tale procedimento?

La visita è molto istruttiva, soprattutto per chi come me è quasi digiuno di storia della fotografia. La nostra guida con grande pacatezza ci ha accompagnato in un mondo per me pressoché nuovo, portando per mano il nostro stupore mentre salivamo e scendevamo per le scale strette che collegano i laboratori Alinari. L’auspicio è che visite come questa possano continuare a cadenza periodica, come hanno intenzione di fare quelli della Fratelli Alinari. Auspicando, ovviamente, che al più presto possa riaprire il Museo Alinari della Fotografia: a Firenze se ne sente la mancanza.

 

Fotografare in viaggio: smartphone o fotocamera?

Il fotografo, Steve McCurry, Humanity

Fotografare è un’azione imprescindibile per ciascuno di noi. Fissare l’immagine, le immagini, di ciò che vediamo , è diventato in certi casi quasi più importante che vedere le cose stesse. Me ne rendo conto a lavoro in museo, quando osservo sconsolata schiere di bambini che passano e scattano foto agli oggetti quasi a caso, senza guardarli con gli occhi. E gli adulti non sono da meno. È paradossale, lo so, ma in certi casi abusiamo della fotografia. Eppure non è stato sempre così.

Nel mondo del blogging, del quale faccio parte da tanti anni, la fotografia gioca un ruolo fondamentale. Puoi essere anche il miglior narratore e descrittore di paradisi naturali e culturali, ma senza immagini, nel mondo fluido e dinamico del web 2.0 nessuno ti leggerà. L’abbiamo imparato a nostre spese in anni di esperienza, e siamo giunti tutti alla conclusione che i testi sono importanti, sì, ma il corredo fotografico è essenziale. Esistono proprio dei photoblog di viaggio, che sono la sintesi perfetta di questa strada. Per tutti gli altri invece il post è l’esatto equilibrio tra media, quindi immagini o video, e testo. Ci sono alcuni, ahimè, che a scapito della grammatica, orrore, privilegiano le immagini, pubblicando testi vuoti e sintatticamente scorretti. Non potete capire la desolazione quando mi imbatto in uno di essi.

Ma non voglio criticare i blogger che non sanno scrivere in italiano corretto. Ci pensa la rete, ovvero i lettori, che non sono stupidi, a decidere le loro sorti. Io invece volevo parlare di fotografia applicata ai viaggi. Anni fa pubblicai tre post dedicati alla fotografia di paesaggio, basandomi su una guida della National Geographic (che non è proprio una sprovveduta) che mi ero procurata e che continua ad essere per me fonte di ispirazione. Li ripropongo qui, perché possono sempre essere utili:

National Geographic, Guida completa alla fotografia di paesaggio

Come si fotografa un paesaggio 1

Come si fotografa un paesaggio 2

la mirrorless, lo smartphone, la bussola che fa sempre comodo e… scova il saggio intruso!

Fotografare non è importante solo per i blogger, ma naturalmente per tutti. Tutti noi amiamo le foto ricordo, che siano cartoline dei luoghi che visitiamo, o che siano foto di gruppo o selfie (parola nuova per indicare una pratica decisamente vecchia). Ed è interessante ripercorrere le varie tappe del percorso che ci ha portato fino ad oggi. Parlo qui di fotografi amatoriali, non di professionisti, naturalmente, i quali non hanno certo bisogno di questo post per capire qual è il mezzo fotografico che più si confa alle loro esigenze. Voglio raccontare, piuttosto, la mia esperienza da amatrice, da persona che, non sapendo disegnare, può solo usare le parole, e le fotografie, per descrivere ciò che vede.

C’era una volta…

In principio era il dagherrotipo. Scherzo, senza andare troppo indietro nel tempo, e andare a parlare di foto al collodio e camera oscura, mi basterà citare alcuni autori fondamentali della fotografia del Novecento: Lewis Hine, fotografo impegnato nel sociale nella New York degli anni ’20, Robert Capa, reporter  di guerra durante la Seconda Guerra Mondiale, Robert Doisneau, che raccontò Parigi attraverso il suo obiettivo, autore del celebre Bacio a suggello della fine della Seconda Guerra Mondiale, nonché autore di alcune tra le più celeberrime foto di tutti i tempi, e ancora Steve McCurry, fotografo del National Geographic, che ha raccontato l’uomo nel mondo e la Regione Umbria con il progetto Sensational Umbria, e Sebastião Salgado, che nei suoi reportages ha cercato il rapporto dell’uomo con la natura, un rapporto spesso interrotto, spesso sovrastato, ma tante volte armonico. Sono autori di reportage, artisti nel loro campo. Le loro tecniche e i loro trucchi non sempre sono svelati e spesso i loro dietro-le-quinte ci possono deludere (tante foto di guerra di Robert Capa sono messe in posa, per esempio, così come il famoso Bacio di Doisneau, che è ricreato ad arte, o gli scatti di McCurry): ma il fotografo è un artista che vede un’immagine anche dentro la sua testa, e cerca così di riproporla, capace di aspettare ore che la situazione si presenti da sola, oppure chiedendo di ricrearla a comparse trovate sul posto.

E dopo cotanti personaggi, veniamo a me.

Quando feci l’interrail, un mese attraverso l’Europa, nell’ormai lontano 2003, avevo a disposizione una macchinetta fotografica col rullino. In quel viaggio, che pure durò tanto e toccò varie capitali europee e luoghi incredibili, scattai soltanto 3 rullini. All’epoca ogni singola foto aveva un valore, e soprattutto non c’era la possibilità di verificare subito se fosse venuta bene o no. Io personalmente avevo l’incubo di cambiare il rotolino perché temevo di bruciarlo…

Una pagina del mio diario cartaceo dell’interrail del 2003 (non esistevano ancora i blog!) ad Amsterdam: una delle foto è mezza bruciata perché era l’ultima del rullino! (PS: io sono quella con la maglietta rossa)

Breve storia della recentissima fotografia 

Flatiron

Il Flatiron Building, foto scattata con fotocamera nikon compatta

In questi anni sono cambiate tantissime cose in campo fotografico. Innanzitutto sono arrivate le fotocamere digitali, che hanno permesso di vedere in tempo reale la qualità di ogni singolo scatto ed hanno aumentato a dismisura le possibilità di fare foto perché, non dovendo svilupparle, e quindi pagare, potenzialmente se ne possono scattare e immagazzinare centinaia. Sono iniziate così quelle serate tediosissime in cui ci si piazzava davanti ad un pc e mentre il viaggiatore di turno illustrava una per una ogni singola foto, gli altri accanto uno dopo l’altro sbadigliavano, andavano e venivano dal bagno, simulavano un malore o la telefonata della prozia d’America. Il migliore fu un amico che all’ennesima foto lungo la Fifth Avenue disse “Bene, ora unn’importa anda’ più a New York: la s’è già bell’e vista tutta!

Il passaggio successivo è stato l’approdo della fotocamera sul telefonino, che nel frattempo diventava smartphone: una fotocamera che modello dopo modello è diventata talmente competitiva da poter sostituire tranquillamente le fotocamere digitali, per lo meno quelle compattine da fotoamatori. L’avvento della fotocamera sullo smartphone è andato di pari passo con una sempre maggiore immersione nei social, al punto che è diventato fondamentale (per molti anche un lavoro) condividere le immagini in tempo reale. Ecco che allora lo smartphone è diventato il mezzo più usato da blogger e social media addicted per condividere immagini all’istante: vedi un tramonto? Devi condividerlo subito, non domattina! Sei a un evento? Devi documentarlo subito, non puoi aspettare. La necessità della velocità è stata ed è una validissima alleata degli smartphone in campo fotografico.

Galleria Sciarra a Roma. Foto scattata con Canon Eos M10 e ritoccata con app snapseed

Ma le fotocamere potevano accettare di farsi mettere da parte? Assolutamente no!

In principio fu la Samsung, già stimata casa produttrice di smartphone, la concorrente più acerrima degli I-phone, a lanciare sul mercato la Samsung Galaxy Camera, che consentiva di scattare foto e di pubblicarle direttamente sui social se collegata a rete wifi. La provai, ormai anni fa, nel corso di un instameet per le strade di Firenze.

Poi le altre case si sono adeguate e così sia Canon che Nikon, che altre case produttrici, hanno cominciato a produrre le loro fotocamere in modo da poter condividere gli scatti sui social. Come? Creando esse stesse un campowi-fi al quale collegare il proprio smartphone. Attraverso l’app della fotocamera installata sullo smartphone è possibile scaricare le foto, eventualmente sistemarle con le app di fotoritocco, e pubblicarle subito sui social. Non è meraviglioso? ❤

In tutto questo i fotografi, quelli veri, continuano ad usare le fotocamere reflex, professionali, e ad usare gli obiettivi che ritengono più opportuni per i loro scatti: grandangolo, macro, 18-55 e chi più ne ha più ne metta. Ogni fotografo ha la sua cifra stilistica e il suo progetto da perseguire. I reportages dei fotografi professionisti sono una cosa che un blogger che scatta in funzione di ciò che pubblicherà si può solo sognare. Soprattutto, i fotografi professionisti non hanno l’ansia da pubblicazione-sui-social-immantinente. Va detto che, in alcuni campi, molti blogger sono diventati dei veri professionisti della fotografia: nel mondo dei foodblog, per esempio, saper scattare ottime foto è fondamentale (Alice, per esempio, ci riesce piuttosto bene). Accanto alle reflex, ultimamente, si sta imponendo un nuovo modello di fotocamera, un anello di congiunzione, se vogliamo, tra la compatta e la reflex: è la mirrorless. Ne parlo tra poco.

La mia esperienza

Negli anni ho cambiato spesso il dispositivo con cui fare fotografie nel corso dei miei viaggi e condividerle qui sul blog e sui social. I primi anni usavo una fotocamera compatta, senza troppe pretese (lo ammetto: non sono una grande appassionata di tecnica fotografica, per quanto mi piacciano le belle fotografie); poi, quando la fotocamera del mio smartphone ha superato la qualità della mia ormai vetusta compattina, sono passata allo smartphone: il viaggio nella Spagna del Sud del 2016 l’ho documentato solo con lo smartphone, e devo ammettere che se da un lato mi è dispiaciuto non poter usare nulla di più sofisticato, dall’altro devo dire che non ho niente da rimproverare alla qualità delle mie foto.

Eppure, dovevo fare il salto…

Palazzo Vecchio, appartamenti di Eleonora da Toledo, soffitto con Penelope che tesse. Foto scattata con canon Eos M10 non ritoccata

L’estate scorsa ho colto al volo l’occasione offerta dagli Instagramers di Firenze di provare gratuitamente una fotocamera Canon all’interno di Palazzo Vecchio. Allora ho voluto provare qualcosa di più di una semplice compattina, ma non impegnativa come una reflex (per la quale nutro un timore reverenziale e che non sarei capace a usare). Così mi è stata proposta una mirrorless: la Canon Eos M10. Mirrorless è ogni fotocamera priva di mirino e, quindi, di specchio. Ciò che si fotografa appare nello schermo (che può essere touchscreen) e non viene mediato dal mirino che contraddistingue le reflex. Diciamo pure che il modo per capire, ad impronta, se qualcuno ha una reflex o una mirrorless sta nel notare se ha il mirino oppure no. (in questo interessante post si spiega cos’ha di buono la mirrorless e perché non ha niente da invidiare alle reflex)

A Palazzo Vecchio mi divertii un sacco, scattai foto di una bellezza, di una morbidezza, di una lucentezza che con lo smartphone mi sognavo. In più avevo notato, da qualche tempo, che i blogger ormai usano tutti o quasi una fotocamera seria, possibilmente reflex, comunque qualcosa di più del semplice telefono: i blogger puntano ad una migliore qualità delle foto, altro che immediatezza della condivisione in tempo reale.

Una rosa con lo sfondo di Firenze, Giardino delle rose di Firenze. Foto scattata con Canon EosM10, non ritoccata

Alla fine mi sono convinta anch’io. Ho deciso che avrei comprato proprio quel modello di mirrorless dotato di wi-fi che avevo provato a Palazzo Vecchio. Pochissimi mesi fa ho fatto l’acquisto, e sono soddisfattissima. Continuo a scattare foto con lo smartphone, per carità. Ma la bellezza delle luci e dei colori della mirrorless è impareggiabile. Inoltre, grazie al wi-fi e alla possibilità di passare sullo smartphone le fotografie per poterle condividere, io ritocco, quella che più, quella che meno, alcune delle foto prima della condivisione: uso l’app Snapseed, che è davvero notevole per le modifiche che consente di fare. Snapseed è per me il corrispettivo di photoshop per pc. Ritoccare le foto non è un delitto, praticamente tutti i fotografi lo fanno, mentirebbe chi vi dicesse il contrario. Dunque anch’io nel mio piccolo ritocco, e reinterpreto, le mie fotografie.

Questa è la mia storia: nell’ultimo periodo sono passata dalla fotografia selvaggia con lo smartphone a quella con la fotocamera mirrorless. In questo momento mi ritengo molto soddisfatta della mia evoluzione. I risultati li potete constatare voi stessi, nelle fotografie che pubblico qui a corredo dei post e sulla pagina facebook di Maraina in viaggio.

Ma adesso voglio sapere il vostro parere: come documentate i vostri viaggi? smartphone, mirrorless, compattina o reflex?

#bestnine2016: le mie foto di instagram che vi sono piaciute di più 

Come l’anno scorso , anche quest’anno a fine anno arriva la classifica di instagram. Con #bestnine2016 ognuno di noi può visualizzare le foto che hanno avuto più successo su instagram: le più belle? Forse; sicuramente le più cliccate, quelle con gli ashtag più riusciti, quelle più repostate da altri utenti di instagram e condivise su altri social.

La mia #bestnine2016: nelle prime due posizioni due foto di #fallfoliage, a Firenze e a Cingoli (AN); segue la festa dell'uva alliImpruneta; il mare di Cetraro (CS); uno sguardo al bosco sulla Calvana (PO), Firenze dall'alto della Torre di Arnolfo; un panorama catturato durante un viaggio in treno; Paestum al tramonto; Ponte Vecchio durante °flightFirenze

La mia #bestnine2016: nelle prime due posizioni due foto di #fallfoliage, a Firenze e a Cingoli (AN); segue la festa dell’uva alliImpruneta; il mare di Cetraro (CS); uno sguardo al bosco sulla Calvana (PO), Firenze dall’alto della Torre di Arnolfo; un panorama catturato durante un viaggio in treno; Paestum al tramonto; Ponte Vecchio durante #flightFirenze

Lo premetto, su instagram non faccio grandi numeri. Però, e mi sembra un buon segno, bene o male mantengo una media equilibrata dei ❤ che ricevo per ciascuna foto. Proprio per questo motivo, analizzando le foto vincitrici nel mio #bestnine2016, risulta interessante vedere che esse si collocano tutte nella seconda metà dell’anno: da quest’estate in vacanza in Calabria fino a pochi giorni fa.

Un altro aspetto non secondario è l’uso efficace di ashtag. È interessante notare come risultino vincenti le foto legate a determinati ashtag ricorrenti (#panorama e #nature nel mio caso sono i più ricorrenti, ma credo che #fallfoliage abbia la sua bella dose di responsabilità, a giudicare dalle prime due classificate). Anche Firenze è presente, ma a giudicare dall’apprezzamento degli instagramers, le foto che hanno avuto più successo sono quelle che ritraggono panorami calati nella natura.

Tra tutte le foto, ad alcune sono affezionata e mi piacciono particolarmente: la foto fatta dall’alto della Torre di Arnolfo a Firenze, con l’ombra stessa della torre che si allunga sui tetti sottostanti, per me è un capolavoro: non è che mi autoelogio, ma quella foto l’ho fatta con una fotocamera vera, mirrorless della Canon, e la differenza con le foto da smartphone di vede. Un’altra foto che ho scattato in quell’occasione (un instameet organizzato con Canon Italia alla scoperta di Palazzo Vecchio a Firenze) però, mi piace ancora di più, ma non è entrata nella bestnine: è una visione dall’alto, molto dall’alto, del David di Michelangelo posto in piazza della Signoria:

E ancora, tra le altre foto che mi piacciono tanto di questo mio 2016 ce n’è una, scattata al Louvre a Parigi nella sala che tutti frequentano per la Gioconda, ma nella quale è anche esposta la gigantesca tela de Le nozze di Caana del Veronese: nella foto le teste dei turisti di ogni parte del mondo si fondono con i tanti parsonaggi che animano il dipinto; l’effetto illusionistico mi sembra particolarmente riuscito (e soprattutto ho trovato interessanti le facce della gente che mi guardava fare una foto dando le spalle alla Gioconda 🙂 )

Tra le foto a mio parere più impressionanti c’è quella che ho scattato nel mercato del pesce di Cadice, in Spagna: qui un’enorme testa di tonno sul banco del pescivendolo fa pensare più alla balena di Pinocchio che non ad un normale pesce dei nostri mari. Racconta una storia, una storia che è economia, vita dei mari, rapporto dell’uomo col mare, mercato tradizionale. C’è tanta umanità in questo scatto, anche se il soggetto principale è un povero pesce.

Rispetto al mio #bestnine2015 la mia tendenza in termini di visualizzazioni e  ❤ è andata migliorando nel corso del 2016, con un trend sempre crescente di cui sono contenta anche se, certo, devo puntare a fare sempre meglio. Su instagram pubblico fotografie sempre più selezionate, sulle quali medito parecchio: quale istante voglio raccontare? In genere tendo a scegliere un dettaglio che racchiuda in sé tutto un potenziale narrativo: immagino cioè che instagram sia un album di fotografie che qualcuno sta guardando, in modo che se quel qualcuno mi chiede “e questo cos’è?” inizio un racconto.

Da quando instagram ha inserito le instagramstories, poi, è diventato ancora più importante selezionare l’immagine da mantenere per sempre, mentre con le stories quotidiane posso giocare a inserire tutto il resto della narrazione. Con le instagramstories posso costruire veri percorsi logici e narrativi assolutamente personali (senza necessariamente farlo diventare un doppione di snapchat come vedo che fanno molti) e per questo tanto più comunicativi. Instagramstories mi piace, e mi sta bene che il suo contenuto vada perduto dopo 24 ore. Perché se voglio mantenere qualcosa degli scatti che faccio, scelgo la timeline di instagram, senza dubbio.

Guardando il mio stile, prediligo paesaggi e dettagli: dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo, dall’orizzonte sul mare alla lumachina che si arrampica su una foglia. Non ritraggo mai persone da vicino, né tantomeno ritraggo me stessa. Fotografo il mio mondo. Il mondo di Maraina81. Il mondo di Maraina in viaggio.

Se ti è piaciuto quest’articolo e ti sono piaciute le mie foto seguimi su instagram: sono @maraina81

Il mare d’inverno

Dedica al mare su un muro di Camogli

Dedica al mare su un muro di Camogli

Il mare d’inverno per me è quello ligure, quello in cui sono nata, quello che finché ho vissuto in Liguria non ho neanche mai calcolato di striscio perché tanto stava lì, sempre, e che invece ho cominciato a prendere in considerazione, quasi a inseguire, da quando non ci vivo più.

Così, le onde che si infrangono sugli scogli hanno quel ritmo tutto particolare, la risacca è musica per le mie orecchie, i gabbiani danzano e le barche dei pescatori tirate in secca o ancorate alla bell’e meglio assumono il fascino che ha ciò che sta in bilico tra l’abbandono e la promessa di un ritorno.

Eppure il mare d’inverno non è disabitato. Anzi, è più vivo che mai. I pescatori escono comunque a pescare, i gabbiani si appropriano della spiaggia e della scogliera che loro appartiene, le onde sono più alte, le mareggiate lasciano il segno il giorno dopo.

È tutto così tranquillo, è tutto così familiare. Tornerà l’estate, e con lei la fiumana di gente che si appropria di ogni fazzoletto di sabbia. Ma intanto fatemi godere questo. Fatemi guardare il mare con occhi diversi, con gli occhi di chi, pur avendola sempre avuto accanto, conosce una persona finalmente per la prima volta.

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Io e instagram: cosa ho imparato dal 2015

Se avete un profilo instagram come me, avrete notato che la fine del 2015 è stata accompagnata da un’esplosione di #bestnine2015 sulle vostre timeline, pubblicati da un tot di profili che seguite. Di cosa si tratta: il sito web bestnine proponeva di sottoporre il proprio profilo ad un’analisi delle 9 foto migliori pubblicate nel corso del 2015 su instagram. Il calcolo era effettuato sulla base del numero di ❤ ricevuti e il risultato era un collage di 9 foto che dovrebbero rappresentare il riassunto dell’anno del profilo attraverso i suoi highlight. Bene, l’ho fatto anch’io, e il risultato è stato interessante. Intanto vi posto qui il mio #bestnine2015:

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Il mio anno su instagram secondo #bestnine2015: Paestum, Montagna Pistoiese, Clet su una porta di Prato, nebbia a Firenze, Isola Tiberina, Venezia, Il Perseo del Cellini by night, finestra aperta su Scarperia

Dicevo che il risultato è stato interessante, perché mi ha fatto riflettere su alcune cose. La prima riflessione, la più eclatante, dalla quale derivano tutte le altre, è che, sì, queste sono le 9 foto più piaciute agli utenti di instagram (che siano miei followers oppure no), ma non rispecchiano assolutamente il riassunto del mio anno. Ovvero, se volessi riassumere il mio 2015 in 9 scatti di instagram sceglierei in molti casi delle foto diverse. La scelta alla base sarebbe operata su due criteri: uno narrativo, ovvero raccontare per immagini dove sono stata quest’anno; uno emozionale, ovvero gli scatti che mi hanno emozionato per un qualche motivo o cui sono legati dei ricordi particolari, oppure, ancora, perché secondo me sono foto bellissime.
Dunque il mio anno secondo me è diverso dal mio anno secondo gli utenti di instagram, e ve lo mostro qui:

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Il mio #bestnine secondo me: natale primaverile a San Bartolomeo al Mare (IM); nebbia a Firenze; montagna pistoiese; Avignone; Fortezza de Le Verrucole; Le Castella, una volpe a Marina di Alberese; le mura di Massa Marittima; bolla di sapone a Firenze

Già, ma perché gli utenti di instagram hanno gusti differenti rispetto ai miei? La risposta sta negli ashtag. Croce e delizia di instagram ancora più che di Twitter, gli ashtag sono quelli che fanno la differenza tra una foto su instagram e una foto che ha visibilità su instagram. La scelta degli ashtag è davvero fondamentale se si vogliono raggiungere risultati soddisfacenti in termini di visibilità delle proprie immagini. Devono essere usati con criterio, però, non è che posso spararli a caso, non è che posso mettere l’ashtag #beach per una foto che ritrae un cagnolino in salotto (come ho trovato recentemente), devo riuscire ad utilizzare quelli che abbiano davvero un senso relativamente alla mia foto, e infilarci magari qualche ashtag dei più popolari (che però variano di continuo, e sinceramente non riesco a starci dietro).
Scrivo queste riflessioni non perché voglio diventare una #igersstar (oddio, esiste?) ma perché vedo che la percezione mia personale non corrisponde e non potrà mai corrispondere a quella del pubblico di instagram semplicemente perché non ho i mezzi per raggiungere un’adeguata visibilità. Condivido un’immagine di un bel momento che mi ha colpito, e rimango inerme a guardare il numero di cuoricini che non sale oltre un risicato 20. E mi chiedo: “Perché? È una foto così bella! Vorrei farla vedere al mondo intero e invece niente, nessuno la apprezza!“. Avrò scelto senz’altro le parole chiave sbagliate. Ma un bel momento mi chiedo “Ma è proprio importante il giudizio degli altri?
Beh, se sono blogger il giudizio degli altri e la popolarità sono importanti, così come l’autorevolezza e quindi la buona qualità dei contenuti, fotografici nel caso di instagram. E allora sì, cercherò per il nuovo anno di trovare nuovi modi per far salire i consensi alle mie foto. Studierò un po’, perché nei social network nessuno nasce imparato. Mi sono associata alla community di @igersitalia, vedrò di sfruttare appieno i loro consigli e le loro competenze.

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Le 12 immagini in cui ho riassunto la Calabria su instagram, estate 2015.

Quanto a me, non mi resta che fare una piccola analisi dei miei scatti del 2015 su instagram per capire dove migliorare nel 2016:
Innanzitutto, vedo che in media sono aumentati i cuoricini da gennaio scorso ad oggi: le foto di #bestnine2015 si riferiscono infatti quasi del tutto a scatti realizzati nella seconda parte dell’anno. Questo può essere dovuto a due cose: intanto che ho aumentato il numero dei followers, e quindi della possibilità di ricevere dei voti per il solo fatto che un tot di persone vede le mie foto sulla propria timeline indipendentemente dagli ashtag che uso; in secondo luogo che ho migliorato la scelta degli ashtag da assegnare alle singole foto.
Instagram dà la possibilità, se usato con criterio, di realizzare dei racconti per immagini. Ebbene, io in quanto blogger di viaggio e archeologa spesso nelle mie foto faccio trasparire l’attenzione per questi due temi. Ma ciò che più mi piace sono i dettagli, i momenti. E in genere scelgo una sola foto per luogo o per momento, in modo a) da non intasare instagram con scatti inutili; b) essere sicura di aver scelto lo scatto più significativo, quello che, se lo riguardo a distanza di tempo, mi fa immediatamente tornare in mente la circostanza in cui la foto è stata scattata.
Un’altra riflessione è più romantica: riassumere 222 foto (tante ne ho scattate nel 2015) in solo 9 momenti è alquanto riduttivo: per la mia #bestnine infatti ho scelto foto di itinerari che ho percorso durante l’anno, e non potrebbe essere altrimenti, essendo questo un blog di viaggi. Ma ben altri scatti meriterebbero di finire in graduatoria.

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Le 9 foto che riassumono su instagram il mio viaggio in Provenza, autunno 2015

E voi come usate instagram? Avete realizzato la #bestnine2015? Corrisponde alla vostra classifica personale?

“Robert Capa in Italia”

“Se le tue fotografie non sono all’altezza, non eri abbastanza vicino” Robert Capa

Robert Capa, Soldato americano in perlustrazione nei dintorni di Troina, 4-5 agosto 1943

Robert Capa, Soldato americano in perlustrazione nei dintorni di Troina, 4-5 agosto 1943

Il Museo Nazionale Alinari della Fotografia ospita fino al 23 febbraio la mostra “Capa in Italia“, dedicata ad uno dei più grandi fotografi del Novecento, reporter di guerra che durante la Seconda Guerra Mondiale documentò lo sbarco in Normandia e l’avanzata degli Alleati in Europa. All’Alinari è esposta una parte significativa del lavoro di Capa durante il Conflitto: significativa per noi italiani, quantomeno, visto che si tratta del reportage di guerra durante l’avanzata alleata dallo sbarco in Sicilia alla risalita lungo l’Italia sino alle porte di Roma.

Soldati americani a Troina, nei pressi della cattedrale di Maria Santissima Assunta, dopo il 6 agosto 1943

Nel fotografare la vita dei soldati americani sul fronte, a contatto con la popolazione siciliana al momento della liberazione, vediamo una guerra fatta di soldati che sono esseri umani, che si preparano la cena con le bombe a mano accanto, che si fanno circondare da bambini curiosi, che si fanno pulire le scarpe dal lustrascarpe, che accettano di buon grado l’acqua che un carabiniere offre loro… Accanto però i dolori della guerra ci sono, eccome: le madri che piangono disperate i figli liceali uccisi in una rappresaglia tedesca, ad esempio, il papà che trasporta una bimba ferita e sotto choc, i soldati alleati in trincea pronti a far fuoco contro il nemico tedesco… sono tutti gli aspetti della guerra in Italia nel 1943 che Capa documenta, con un sapiente uso della composizione, talvolta con una ricerca poetica dell’immagine, nonostante non ci si aspetti questo da un reporter di guerra.

Robert Capa, Donna tra le rovine di Agrigento, 17-18 luglio 1943

La mostra merita di essere visitata per 2, anzi 3 motivi: innanzitutto Robert Capa è uno dei più insigni fotografi del Novecento, il reporter di guerra per eccellenza, talmente fedele al suo ruolo e al suo lavoro che morì calpestando una mina, naturalmente durante un reportage di guerra in Asia; di tutta la produzione di Capa relativa alla Seconda Guerra Mondiale la mostra illustra un episodio, che se non è il più importante della Guerra (lo sbarco in Normandia, che Capa documentò, è di gran lunga l’episodio più importante), riguarda un momento importante della storia d’Italia, ovvero i giorni immediatamente precedenti e immediatamente seguenti lo sbarco degli Alleati in Sicilia. E vedere una Sicilia in cui le città sono semidistrutte dai bombardamenti e in cui le battaglie si combattono nei piccoli paesini dell’interno è una lezione di storia non da poco; infine, questa mostra è l’ultima del Museo Nazionale Alinari della Fotografia, perché presto sarà inglobato nel più grande Museo del Novecento di prossima apertura. Sfruttate allora quest’ultima possibilità per visitare, oltre che la mostra, anche l’esposizione permanente, che ripercorre tutta la storia della fotografia, dai primi dagherrotipi ai giorni nostri.

Lewis Hine in mostra all’International Centre of Photography di New York

Lewis Hine, Power house mechanic working on steam pump, 1920

Ultimamente abbiamo visitato numerose mostre dedicate a fotografi di respiro internazionale, vere pietre miliari della storia e del presente della fotografia: in ordine sparso Salgado, McCurry, Doisneau, Cartier-Bresson… solo per citare i più noti anche al grande pubblico. Personalmente mi sto affacciando da poco alla storia della fotografia e ai suoi protagonisti, così quando a New York abbiamo visitato l’International Centre of Photography non conoscevo ancora Lewis Hine, al quale è dedicata una monografica che sarà visitabile fino a gennaio. Ebbene, è stato una rivelazione. Anzi, vi dirò che pochi come lui mi hanno colpito a tal punto da guardarmi poi intorno con un occhio diverso. Incredibile? No, e adesso vi spiego il perché.

Lewis Hine è fotografo attivo a New York nei primi decenni del ‘900, periodo di grandi cambiamenti per una città che già all’epoca è metropoli e che si trova a gestire problemi sociali di non poco conto, come lo sfruttamento del lavoro minorile e la forte immigrazione dall’Europa, e al tempo stesso comincia a cogliere la modernità nell’avvento delle macchine impiegate nell’industria  e nell’architettura, con la comparsa dei grandi grattacieli destinati a caratterizzare per sempre la sua immagine. Lewis Hine è testimone di tutti questi fenomeni del suo tempo. Ha uno spirito di osservazione e di attenzione ai disagi sociali e all’uomo che ne fa un pioniere: i suoi reportages sul lavoro minorile sono utilizzati all’epoca dalle associazioni di difesa dei diritti dei minori perché egli, con lo sguardo da documentarista, non si fa problemi a mostrare gli occhi stanchi della bimba che dovrebbe giocare con le bambole invece che stare in una filanda.

Una delle foto-simbolo di Hine sul lavoro minorile negli Stati Uniti.

Con lo stesso sguardo, che non dà giudizi, ma documenta e lascia a chi guarda il compito di giudicare, fotografa le condizioni degli emigranti che arrivavano a frotte dall’Italia, dalla Russia, dall’Europa in generale. I volti delle famiglie ritratte sono quasi inespressivi, sono stanchi, stremati dal viaggio e dai primi tempi di permanenza sul suolo americano. Né vanno meglio le condizioni di coloro che, ormai sistematisi a New York, passata la quarantena e il resto, vivono però in sistemazioni estremamente disagiate. Le foto di Hine, sia nel caso degli emigranti che dei bambini al lavoro, sono di denuncia sociale: si potrebbe dire che le sue foto siano uno strumento di lotta per i diritti civili in un momento in cui l’opinione pubblica aveva ben poca sensibilità verso questi temi e anzi andava educata in questo senso.

Animate da un diverso spirito sono le foto dedicate agli operai in fabbrica. Qui si celebra il lavoro dell’uomo che ha inventato le macchine e che usa le macchine a proprio vantaggio seguendo la scia inevitabile del progresso e della modernità che avanza. L’operaio è un eroe nel senso mitologico del termine, usa la forza fisica per piegare la macchina al suo volere e il tono della fotografia è epico, in quanto celebra l’epopea della modernità attraverso i suoi attori principali, gli operai che fanno funzionare le macchine. Una visione del lavoro che certo si fatica a immaginare per gli anni ’20 del Novecento.

Ma il lavoro di Hine che più ha colpito la mia immaginazione è la serie di foto realizzata per documentare la costruzione dell’Empire State Building. Di nuovo, l’interesse del fotografo è rivolto agli operai che si tendono dalle funi, che si arrampicano sulle impalcature, che avvitano bulloni in equilibrio precario. Eppure tutto assume un’aria epica, come se fosse naturale per questi eroi lavorare a centinaia di metri da terra come se niente fosse. Il fotografo passa il tempo con loro, e anche le pause diventano momenti da immortalare. Di nuovo, si celebra il lavoro dell’uomo che è artefice della modernità e protagonista assoluto. Bello, davvero bello, soprattutto se si pensa ai primi decenni del ‘900 e al ruolo delle classi sociali più basse nella società.

Lewis Hine, Icarus, 1931

Ora, la foto che tutti conoscono degli operai sospesi su una gru nella costruzione di un grattacielo, la famosa “Lunchtime atop a skyscraper” non è di Lewis Hine, perché l’edificio è diverso: è il GE Building, la torre del Rockfeller Center (qui ho recuperato la storia di questo scatto, interessantissima). Il nostro Hine dunque non ha realizzato lo scatto più famoso sul tema dei grandi lavori, ma ha contribuito a creare il genere, o forse l’ha creato egli stesso. Fatto sta che, uscita dall’International Centre of Photography, mi sono accorta di aver sviluppato una nuova sensibilità, una nuova curiosità: ho scoperto che mi attraggono i cantieri dei grattacieli di New York. Perché, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, a New York costruiscono grattacieli di continuo. E, oggi come ieri, ci sono gli operai, i Men at Work, che si sporgono dalle impalcature, legati a cavi d’acciaio, sicuramente in condizioni di sicurezza migliori che agli inizi del ‘900… ma la poesia, epica naturalmente, che dai loro movimenti si propaga è incredibile, l’emozione di poter vedere qualcosa che prende forma – e che forma! – sotto i nostri occhi! Proprio questa scena, davanti alla quale non avrei reagito allo stesso modo se non avessi visto le foto di Lewis Hine, l’abbiamo colta alla fine della High Line: questa sopraelevata termina proprio davanti ad un grande cantiere di grattacielo che oggi è in costruzione, ma domani sarà già tutto vetri e acciaio: e gli operai al lavoro fanno venire voglia di prendere la macchina fotografica e trasformarsi in novelli Lewis Hine. Con tutto il rispetto, naturalmente.

Men at Work su un grattacielo in costruzione a Manhattan. Ottobre 2013

Men at Work su un grattacielo in costruzione a Manhattan. Ottobre 2013