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#bestnine2016: le mie foto di instagram che vi sono piaciute di più 

Come l’anno scorso , anche quest’anno a fine anno arriva la classifica di instagram. Con #bestnine2016 ognuno di noi può visualizzare le foto che hanno avuto più successo su instagram: le più belle? Forse; sicuramente le più cliccate, quelle con gli ashtag più riusciti, quelle più repostate da altri utenti di instagram e condivise su altri social.

La mia #bestnine2016: nelle prime due posizioni due foto di #fallfoliage, a Firenze e a Cingoli (AN); segue la festa dell'uva alliImpruneta; il mare di Cetraro (CS); uno sguardo al bosco sulla Calvana (PO), Firenze dall'alto della Torre di Arnolfo; un panorama catturato durante un viaggio in treno; Paestum al tramonto; Ponte Vecchio durante °flightFirenze

La mia #bestnine2016: nelle prime due posizioni due foto di #fallfoliage, a Firenze e a Cingoli (AN); segue la festa dell’uva alliImpruneta; il mare di Cetraro (CS); uno sguardo al bosco sulla Calvana (PO), Firenze dall’alto della Torre di Arnolfo; un panorama catturato durante un viaggio in treno; Paestum al tramonto; Ponte Vecchio durante #flightFirenze

Lo premetto, su instagram non faccio grandi numeri. Però, e mi sembra un buon segno, bene o male mantengo una media equilibrata dei ❤ che ricevo per ciascuna foto. Proprio per questo motivo, analizzando le foto vincitrici nel mio #bestnine2016, risulta interessante vedere che esse si collocano tutte nella seconda metà dell’anno: da quest’estate in vacanza in Calabria fino a pochi giorni fa.

Un altro aspetto non secondario è l’uso efficace di ashtag. È interessante notare come risultino vincenti le foto legate a determinati ashtag ricorrenti (#panorama e #nature nel mio caso sono i più ricorrenti, ma credo che #fallfoliage abbia la sua bella dose di responsabilità, a giudicare dalle prime due classificate). Anche Firenze è presente, ma a giudicare dall’apprezzamento degli instagramers, le foto che hanno avuto più successo sono quelle che ritraggono panorami calati nella natura.

Tra tutte le foto, ad alcune sono affezionata e mi piacciono particolarmente: la foto fatta dall’alto della Torre di Arnolfo a Firenze, con l’ombra stessa della torre che si allunga sui tetti sottostanti, per me è un capolavoro: non è che mi autoelogio, ma quella foto l’ho fatta con una fotocamera vera, mirrorless della Canon, e la differenza con le foto da smartphone di vede. Un’altra foto che ho scattato in quell’occasione (un instameet organizzato con Canon Italia alla scoperta di Palazzo Vecchio a Firenze) però, mi piace ancora di più, ma non è entrata nella bestnine: è una visione dall’alto, molto dall’alto, del David di Michelangelo posto in piazza della Signoria:

E ancora, tra le altre foto che mi piacciono tanto di questo mio 2016 ce n’è una, scattata al Louvre a Parigi nella sala che tutti frequentano per la Gioconda, ma nella quale è anche esposta la gigantesca tela de Le nozze di Caana del Veronese: nella foto le teste dei turisti di ogni parte del mondo si fondono con i tanti parsonaggi che animano il dipinto; l’effetto illusionistico mi sembra particolarmente riuscito (e soprattutto ho trovato interessanti le facce della gente che mi guardava fare una foto dando le spalle alla Gioconda 🙂 )

Tra le foto a mio parere più impressionanti c’è quella che ho scattato nel mercato del pesce di Cadice, in Spagna: qui un’enorme testa di tonno sul banco del pescivendolo fa pensare più alla balena di Pinocchio che non ad un normale pesce dei nostri mari. Racconta una storia, una storia che è economia, vita dei mari, rapporto dell’uomo col mare, mercato tradizionale. C’è tanta umanità in questo scatto, anche se il soggetto principale è un povero pesce.

Rispetto al mio #bestnine2015 la mia tendenza in termini di visualizzazioni e  ❤ è andata migliorando nel corso del 2016, con un trend sempre crescente di cui sono contenta anche se, certo, devo puntare a fare sempre meglio. Su instagram pubblico fotografie sempre più selezionate, sulle quali medito parecchio: quale istante voglio raccontare? In genere tendo a scegliere un dettaglio che racchiuda in sé tutto un potenziale narrativo: immagino cioè che instagram sia un album di fotografie che qualcuno sta guardando, in modo che se quel qualcuno mi chiede “e questo cos’è?” inizio un racconto.

Da quando instagram ha inserito le instagramstories, poi, è diventato ancora più importante selezionare l’immagine da mantenere per sempre, mentre con le stories quotidiane posso giocare a inserire tutto il resto della narrazione. Con le instagramstories posso costruire veri percorsi logici e narrativi assolutamente personali (senza necessariamente farlo diventare un doppione di snapchat come vedo che fanno molti) e per questo tanto più comunicativi. Instagramstories mi piace, e mi sta bene che il suo contenuto vada perduto dopo 24 ore. Perché se voglio mantenere qualcosa degli scatti che faccio, scelgo la timeline di instagram, senza dubbio.

Guardando il mio stile, prediligo paesaggi e dettagli: dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo, dall’orizzonte sul mare alla lumachina che si arrampica su una foglia. Non ritraggo mai persone da vicino, né tantomeno ritraggo me stessa. Fotografo il mio mondo. Il mondo di Maraina81. Il mondo di Maraina in viaggio.

Se ti è piaciuto quest’articolo e ti sono piaciute le mie foto seguimi su instagram: sono @maraina81

Il mare d’inverno

Dedica al mare su un muro di Camogli

Dedica al mare su un muro di Camogli

Il mare d’inverno per me è quello ligure, quello in cui sono nata, quello che finché ho vissuto in Liguria non ho neanche mai calcolato di striscio perché tanto stava lì, sempre, e che invece ho cominciato a prendere in considerazione, quasi a inseguire, da quando non ci vivo più.

Così, le onde che si infrangono sugli scogli hanno quel ritmo tutto particolare, la risacca è musica per le mie orecchie, i gabbiani danzano e le barche dei pescatori tirate in secca o ancorate alla bell’e meglio assumono il fascino che ha ciò che sta in bilico tra l’abbandono e la promessa di un ritorno.

Eppure il mare d’inverno non è disabitato. Anzi, è più vivo che mai. I pescatori escono comunque a pescare, i gabbiani si appropriano della spiaggia e della scogliera che loro appartiene, le onde sono più alte, le mareggiate lasciano il segno il giorno dopo.

È tutto così tranquillo, è tutto così familiare. Tornerà l’estate, e con lei la fiumana di gente che si appropria di ogni fazzoletto di sabbia. Ma intanto fatemi godere questo. Fatemi guardare il mare con occhi diversi, con gli occhi di chi, pur avendola sempre avuto accanto, conosce una persona finalmente per la prima volta.

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Io e instagram: cosa ho imparato dal 2015

Se avete un profilo instagram come me, avrete notato che la fine del 2015 è stata accompagnata da un’esplosione di #bestnine2015 sulle vostre timeline, pubblicati da un tot di profili che seguite. Di cosa si tratta: il sito web bestnine proponeva di sottoporre il proprio profilo ad un’analisi delle 9 foto migliori pubblicate nel corso del 2015 su instagram. Il calcolo era effettuato sulla base del numero di ❤ ricevuti e il risultato era un collage di 9 foto che dovrebbero rappresentare il riassunto dell’anno del profilo attraverso i suoi highlight. Bene, l’ho fatto anch’io, e il risultato è stato interessante. Intanto vi posto qui il mio #bestnine2015:

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Il mio anno su instagram secondo #bestnine2015: Paestum, Montagna Pistoiese, Clet su una porta di Prato, nebbia a Firenze, Isola Tiberina, Venezia, Il Perseo del Cellini by night, finestra aperta su Scarperia

Dicevo che il risultato è stato interessante, perché mi ha fatto riflettere su alcune cose. La prima riflessione, la più eclatante, dalla quale derivano tutte le altre, è che, sì, queste sono le 9 foto più piaciute agli utenti di instagram (che siano miei followers oppure no), ma non rispecchiano assolutamente il riassunto del mio anno. Ovvero, se volessi riassumere il mio 2015 in 9 scatti di instagram sceglierei in molti casi delle foto diverse. La scelta alla base sarebbe operata su due criteri: uno narrativo, ovvero raccontare per immagini dove sono stata quest’anno; uno emozionale, ovvero gli scatti che mi hanno emozionato per un qualche motivo o cui sono legati dei ricordi particolari, oppure, ancora, perché secondo me sono foto bellissime.
Dunque il mio anno secondo me è diverso dal mio anno secondo gli utenti di instagram, e ve lo mostro qui:

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Il mio #bestnine secondo me: natale primaverile a San Bartolomeo al Mare (IM); nebbia a Firenze; montagna pistoiese; Avignone; Fortezza de Le Verrucole; Le Castella, una volpe a Marina di Alberese; le mura di Massa Marittima; bolla di sapone a Firenze

Già, ma perché gli utenti di instagram hanno gusti differenti rispetto ai miei? La risposta sta negli ashtag. Croce e delizia di instagram ancora più che di Twitter, gli ashtag sono quelli che fanno la differenza tra una foto su instagram e una foto che ha visibilità su instagram. La scelta degli ashtag è davvero fondamentale se si vogliono raggiungere risultati soddisfacenti in termini di visibilità delle proprie immagini. Devono essere usati con criterio, però, non è che posso spararli a caso, non è che posso mettere l’ashtag #beach per una foto che ritrae un cagnolino in salotto (come ho trovato recentemente), devo riuscire ad utilizzare quelli che abbiano davvero un senso relativamente alla mia foto, e infilarci magari qualche ashtag dei più popolari (che però variano di continuo, e sinceramente non riesco a starci dietro).
Scrivo queste riflessioni non perché voglio diventare una #igersstar (oddio, esiste?) ma perché vedo che la percezione mia personale non corrisponde e non potrà mai corrispondere a quella del pubblico di instagram semplicemente perché non ho i mezzi per raggiungere un’adeguata visibilità. Condivido un’immagine di un bel momento che mi ha colpito, e rimango inerme a guardare il numero di cuoricini che non sale oltre un risicato 20. E mi chiedo: “Perché? È una foto così bella! Vorrei farla vedere al mondo intero e invece niente, nessuno la apprezza!“. Avrò scelto senz’altro le parole chiave sbagliate. Ma un bel momento mi chiedo “Ma è proprio importante il giudizio degli altri?
Beh, se sono blogger il giudizio degli altri e la popolarità sono importanti, così come l’autorevolezza e quindi la buona qualità dei contenuti, fotografici nel caso di instagram. E allora sì, cercherò per il nuovo anno di trovare nuovi modi per far salire i consensi alle mie foto. Studierò un po’, perché nei social network nessuno nasce imparato. Mi sono associata alla community di @igersitalia, vedrò di sfruttare appieno i loro consigli e le loro competenze.

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Le 12 immagini in cui ho riassunto la Calabria su instagram, estate 2015.

Quanto a me, non mi resta che fare una piccola analisi dei miei scatti del 2015 su instagram per capire dove migliorare nel 2016:
Innanzitutto, vedo che in media sono aumentati i cuoricini da gennaio scorso ad oggi: le foto di #bestnine2015 si riferiscono infatti quasi del tutto a scatti realizzati nella seconda parte dell’anno. Questo può essere dovuto a due cose: intanto che ho aumentato il numero dei followers, e quindi della possibilità di ricevere dei voti per il solo fatto che un tot di persone vede le mie foto sulla propria timeline indipendentemente dagli ashtag che uso; in secondo luogo che ho migliorato la scelta degli ashtag da assegnare alle singole foto.
Instagram dà la possibilità, se usato con criterio, di realizzare dei racconti per immagini. Ebbene, io in quanto blogger di viaggio e archeologa spesso nelle mie foto faccio trasparire l’attenzione per questi due temi. Ma ciò che più mi piace sono i dettagli, i momenti. E in genere scelgo una sola foto per luogo o per momento, in modo a) da non intasare instagram con scatti inutili; b) essere sicura di aver scelto lo scatto più significativo, quello che, se lo riguardo a distanza di tempo, mi fa immediatamente tornare in mente la circostanza in cui la foto è stata scattata.
Un’altra riflessione è più romantica: riassumere 222 foto (tante ne ho scattate nel 2015) in solo 9 momenti è alquanto riduttivo: per la mia #bestnine infatti ho scelto foto di itinerari che ho percorso durante l’anno, e non potrebbe essere altrimenti, essendo questo un blog di viaggi. Ma ben altri scatti meriterebbero di finire in graduatoria.

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Le 9 foto che riassumono su instagram il mio viaggio in Provenza, autunno 2015

E voi come usate instagram? Avete realizzato la #bestnine2015? Corrisponde alla vostra classifica personale?

“Robert Capa in Italia”

“Se le tue fotografie non sono all’altezza, non eri abbastanza vicino” Robert Capa

Robert Capa, Soldato americano in perlustrazione nei dintorni di Troina, 4-5 agosto 1943

Robert Capa, Soldato americano in perlustrazione nei dintorni di Troina, 4-5 agosto 1943

Il Museo Nazionale Alinari della Fotografia ospita fino al 23 febbraio la mostra “Capa in Italia“, dedicata ad uno dei più grandi fotografi del Novecento, reporter di guerra che durante la Seconda Guerra Mondiale documentò lo sbarco in Normandia e l’avanzata degli Alleati in Europa. All’Alinari è esposta una parte significativa del lavoro di Capa durante il Conflitto: significativa per noi italiani, quantomeno, visto che si tratta del reportage di guerra durante l’avanzata alleata dallo sbarco in Sicilia alla risalita lungo l’Italia sino alle porte di Roma.

Soldati americani a Troina, nei pressi della cattedrale di Maria Santissima Assunta, dopo il 6 agosto 1943

Nel fotografare la vita dei soldati americani sul fronte, a contatto con la popolazione siciliana al momento della liberazione, vediamo una guerra fatta di soldati che sono esseri umani, che si preparano la cena con le bombe a mano accanto, che si fanno circondare da bambini curiosi, che si fanno pulire le scarpe dal lustrascarpe, che accettano di buon grado l’acqua che un carabiniere offre loro… Accanto però i dolori della guerra ci sono, eccome: le madri che piangono disperate i figli liceali uccisi in una rappresaglia tedesca, ad esempio, il papà che trasporta una bimba ferita e sotto choc, i soldati alleati in trincea pronti a far fuoco contro il nemico tedesco… sono tutti gli aspetti della guerra in Italia nel 1943 che Capa documenta, con un sapiente uso della composizione, talvolta con una ricerca poetica dell’immagine, nonostante non ci si aspetti questo da un reporter di guerra.

Robert Capa, Donna tra le rovine di Agrigento, 17-18 luglio 1943

La mostra merita di essere visitata per 2, anzi 3 motivi: innanzitutto Robert Capa è uno dei più insigni fotografi del Novecento, il reporter di guerra per eccellenza, talmente fedele al suo ruolo e al suo lavoro che morì calpestando una mina, naturalmente durante un reportage di guerra in Asia; di tutta la produzione di Capa relativa alla Seconda Guerra Mondiale la mostra illustra un episodio, che se non è il più importante della Guerra (lo sbarco in Normandia, che Capa documentò, è di gran lunga l’episodio più importante), riguarda un momento importante della storia d’Italia, ovvero i giorni immediatamente precedenti e immediatamente seguenti lo sbarco degli Alleati in Sicilia. E vedere una Sicilia in cui le città sono semidistrutte dai bombardamenti e in cui le battaglie si combattono nei piccoli paesini dell’interno è una lezione di storia non da poco; infine, questa mostra è l’ultima del Museo Nazionale Alinari della Fotografia, perché presto sarà inglobato nel più grande Museo del Novecento di prossima apertura. Sfruttate allora quest’ultima possibilità per visitare, oltre che la mostra, anche l’esposizione permanente, che ripercorre tutta la storia della fotografia, dai primi dagherrotipi ai giorni nostri.

Lewis Hine in mostra all’International Centre of Photography di New York

Lewis Hine, Power house mechanic working on steam pump, 1920

Ultimamente abbiamo visitato numerose mostre dedicate a fotografi di respiro internazionale, vere pietre miliari della storia e del presente della fotografia: in ordine sparso Salgado, McCurry, Doisneau, Cartier-Bresson… solo per citare i più noti anche al grande pubblico. Personalmente mi sto affacciando da poco alla storia della fotografia e ai suoi protagonisti, così quando a New York abbiamo visitato l’International Centre of Photography non conoscevo ancora Lewis Hine, al quale è dedicata una monografica che sarà visitabile fino a gennaio. Ebbene, è stato una rivelazione. Anzi, vi dirò che pochi come lui mi hanno colpito a tal punto da guardarmi poi intorno con un occhio diverso. Incredibile? No, e adesso vi spiego il perché.

Lewis Hine è fotografo attivo a New York nei primi decenni del ‘900, periodo di grandi cambiamenti per una città che già all’epoca è metropoli e che si trova a gestire problemi sociali di non poco conto, come lo sfruttamento del lavoro minorile e la forte immigrazione dall’Europa, e al tempo stesso comincia a cogliere la modernità nell’avvento delle macchine impiegate nell’industria  e nell’architettura, con la comparsa dei grandi grattacieli destinati a caratterizzare per sempre la sua immagine. Lewis Hine è testimone di tutti questi fenomeni del suo tempo. Ha uno spirito di osservazione e di attenzione ai disagi sociali e all’uomo che ne fa un pioniere: i suoi reportages sul lavoro minorile sono utilizzati all’epoca dalle associazioni di difesa dei diritti dei minori perché egli, con lo sguardo da documentarista, non si fa problemi a mostrare gli occhi stanchi della bimba che dovrebbe giocare con le bambole invece che stare in una filanda.

Una delle foto-simbolo di Hine sul lavoro minorile negli Stati Uniti.

Con lo stesso sguardo, che non dà giudizi, ma documenta e lascia a chi guarda il compito di giudicare, fotografa le condizioni degli emigranti che arrivavano a frotte dall’Italia, dalla Russia, dall’Europa in generale. I volti delle famiglie ritratte sono quasi inespressivi, sono stanchi, stremati dal viaggio e dai primi tempi di permanenza sul suolo americano. Né vanno meglio le condizioni di coloro che, ormai sistematisi a New York, passata la quarantena e il resto, vivono però in sistemazioni estremamente disagiate. Le foto di Hine, sia nel caso degli emigranti che dei bambini al lavoro, sono di denuncia sociale: si potrebbe dire che le sue foto siano uno strumento di lotta per i diritti civili in un momento in cui l’opinione pubblica aveva ben poca sensibilità verso questi temi e anzi andava educata in questo senso.

Animate da un diverso spirito sono le foto dedicate agli operai in fabbrica. Qui si celebra il lavoro dell’uomo che ha inventato le macchine e che usa le macchine a proprio vantaggio seguendo la scia inevitabile del progresso e della modernità che avanza. L’operaio è un eroe nel senso mitologico del termine, usa la forza fisica per piegare la macchina al suo volere e il tono della fotografia è epico, in quanto celebra l’epopea della modernità attraverso i suoi attori principali, gli operai che fanno funzionare le macchine. Una visione del lavoro che certo si fatica a immaginare per gli anni ’20 del Novecento.

Ma il lavoro di Hine che più ha colpito la mia immaginazione è la serie di foto realizzata per documentare la costruzione dell’Empire State Building. Di nuovo, l’interesse del fotografo è rivolto agli operai che si tendono dalle funi, che si arrampicano sulle impalcature, che avvitano bulloni in equilibrio precario. Eppure tutto assume un’aria epica, come se fosse naturale per questi eroi lavorare a centinaia di metri da terra come se niente fosse. Il fotografo passa il tempo con loro, e anche le pause diventano momenti da immortalare. Di nuovo, si celebra il lavoro dell’uomo che è artefice della modernità e protagonista assoluto. Bello, davvero bello, soprattutto se si pensa ai primi decenni del ‘900 e al ruolo delle classi sociali più basse nella società.

Lewis Hine, Icarus, 1931

Ora, la foto che tutti conoscono degli operai sospesi su una gru nella costruzione di un grattacielo, la famosa “Lunchtime atop a skyscraper” non è di Lewis Hine, perché l’edificio è diverso: è il GE Building, la torre del Rockfeller Center (qui ho recuperato la storia di questo scatto, interessantissima). Il nostro Hine dunque non ha realizzato lo scatto più famoso sul tema dei grandi lavori, ma ha contribuito a creare il genere, o forse l’ha creato egli stesso. Fatto sta che, uscita dall’International Centre of Photography, mi sono accorta di aver sviluppato una nuova sensibilità, una nuova curiosità: ho scoperto che mi attraggono i cantieri dei grattacieli di New York. Perché, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, a New York costruiscono grattacieli di continuo. E, oggi come ieri, ci sono gli operai, i Men at Work, che si sporgono dalle impalcature, legati a cavi d’acciaio, sicuramente in condizioni di sicurezza migliori che agli inizi del ‘900… ma la poesia, epica naturalmente, che dai loro movimenti si propaga è incredibile, l’emozione di poter vedere qualcosa che prende forma – e che forma! – sotto i nostri occhi! Proprio questa scena, davanti alla quale non avrei reagito allo stesso modo se non avessi visto le foto di Lewis Hine, l’abbiamo colta alla fine della High Line: questa sopraelevata termina proprio davanti ad un grande cantiere di grattacielo che oggi è in costruzione, ma domani sarà già tutto vetri e acciaio: e gli operai al lavoro fanno venire voglia di prendere la macchina fotografica e trasformarsi in novelli Lewis Hine. Con tutto il rispetto, naturalmente.

Men at Work su un grattacielo in costruzione a Manhattan. Ottobre 2013

Men at Work su un grattacielo in costruzione a Manhattan. Ottobre 2013

Fall Foliage in Central Park

Ormai siamo in autunno inoltrato anche in Italia. Anche da noi gli alberi si stanno tingendo di rosso, regalando quei colori e quelle atmosfere uniche che ingentiliscono e vivacizzano una stagione altrimenti triste. Eh sì, menomale che ci sono le foglie colorate, per quanto mi riguarda: perché è l’unica ragione, per me, di accettare l’autunno, tra le giornate che si accorciano inesorabilmente, il freddo che avanza e la pioggia abbondante… Tutto ciò non fa bene al mio umore, per cui, ben vengano almeno le foglie colorate!

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A New York, ormai un mese fa, avevamo avuto un’anticipazione: passeggiando per Central Park, anzi, eravamo proprio andati a cercare il Fall Foliage, come viene chiamata dagli amanti del genere la fotografia ai colori autunnali. Central Park, cuore verde di New York,  è un ottimo soggetto che si presta particolarmente bene: generoso nel mostrare le mille sfumature del giallo e del rosso, generoso nel creare tappeti di foglie morte ai piedi dei grossi tronchi, creando atmosfere sospese nel tempo.

Noi abbiamo fatto qualche scatto di fall foliage a New York. Anche se l’autunno non era così inoltrato come potrebbe essere ora, tuttavia Central Park ci ha regalato qualche bella soddisfazione. Che vi proponiamo qui:

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“4 Wu Ming + TerraProject” Un viaggio di fotografie e racconti. Alle Murate

Ha inaugurato nello splendido spazio culturale de Le Murate, a Firenze, la mostra “4 Wu Ming + TerraProject”. Definirla solo una mostra forse è sminuirla: piuttosto è un percorso, di immagini unite a parole. Le immagini sono quelle di TerraProject, un collettivo fotografico fiorentino, mentre le parole sono quelle dei racconti di Wu Ming 2, noto collettivo letterario che ha decisamente caratterizzato il panorama della narrativa italiana degli ultimi anni. Il tema cui immagini e racconti si ispirano parla dei 4 elementi: aqua, aria, terra, fuoco. Una serie di fotografie per ciascun elemento, scattate secondo un’uniformità di stile tale da non consentire di distinguere la mano dei singoli fotografi di TerraProject, e un racconto di Wu Ming 2 per accompagnarne la visione, da ascoltare in cuffia mentre si scorrono una a una le fotografie.

Si tratta di foto di reportage, assolutamente prive di qualsiasi intento emozionale: di qualunque elemento si voglia parlare, la foto è asettica, si completa mentre si ascolta il racconto. Così, lo scatto che immortala la ciminiera dell’Ilva di Taranto nella notte acquista un giudizio, nella mente di chi la vede, quando la mette in relazione con il racconto sull’Aria, che racconta del rapporto tra il fumo, anzi, i fumi, e gli uomini. Idem, gli scatti che registrano i luoghi colpiti dai terremoti in Italia acquistano un senso e un valore aggiunti ascoltando il racconto sulla Terra, che racconta di sé in prima persona del suo tremore e di come gli uomini si rapportano ad esso. E le foto di vulcani che rappresentano il fuoco si completano con il racconto sul Fuoco in cui è il Magma a parlare, narrando di un paese in cui il vulcano, o chi per lui, diventa oggetto di idolatria e di superstizione.

Acqua, Aria, Terra, Fuoco: 4 scatti per 4 elementi. Credits: Wu Ming Foundation

Protagonista assoluto di “4” è allora il rapporto tra l’uomo e la Natura, intesa nei suoi 4 elementi. Di cui si parla, però, immortalando la cementificazione delle coste, l’inquinamento industriale, i segni lasciati dai terremoti e l’attività dei vulcani. I 4 Elementi sono anche poteri, talmente oltre l’umana comprensione e le umane possibilità che o non sono compresi, o ad essi ci si rassegna. In ogni caso sono sottovalutati, ne è sottovalutata ogni volta la portata e la potenza. E ci rendiamo conto, allora, che protagonista delle fotografie è l’uomo, che modifica il paesaggio, che interviene nel paesaggio, lo crea a propria immagine, andando contro natura a volte, usando male i 4 elementi che però, alla fine, si riprenderanno ciò che appartiene loro. Perché, come dice la Terra nel suo racconto, a proposito del suo tremore “voi avete paura di me quando tremo, ma alla fine cercate salvezza in un prato”, quindi al di fuori delle case e degli edifici e di tutto ciò che è stato costruito dagli uomini.

Una mostra/percorso sui temi dell’ambiente che non vuole essere di denuncia, quanto piuttosto di riflessione gentile. Concentrare lo sguardo sull’Italia, da Nord a Sud, ci avvicina particolarmente al tema, ci coinvolge di più; al tempo stesso gli scatti stessi sembrano degli sguardi: sono così “semplici”, sembrano quasi privi di ogni ricerca di composizione, è l’immagine che si potrebbe presentare davanti ai miei occhi mentre passo di lì per caso e registro ciò che vedo. Ogni riflessione viene dopo, e non ha a che vedere con la bellezza della fotografia: le foto esposte non sono lì perché sono belle, ma perché unite le une alle altre e insieme ai racconti trasmettono un messaggio potente.

“4” è visitabile alle Murate fino al 30 novembre 2013. Se andate in serata, poi, un aperitivo al Caffè Letterario è quasi d’obbligo…