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5 hashtag da usare su instagram per le foto delle tue vacanze in Liguria

Hai deciso di passare le tue vacanze in Liguria. Sei già pronto a fotografare ogni momento della tua vacanza, il bagno a mare, le escursioni sui Monti Liguri, le cene a base di pesce e di pesto, il whale watching, la passeggiata nei vicoli di Genova o dei tanti borghi che puoi incontrare sul mare e nell’entroterra, e naturalmente non vedi l’ora di caricare le tue foto su instagram.

E qui ti voglio.

hashtag instagram vacanze liguria

Quali hashtag usare per condividere su instagram le foto della Liguria?

Gli hashtag, lo sappiamo bene, sono croce e delizia di ogni instagramer, ovvero di ogni utente di instagram. Sei convinto di aver scattato la foto più bella del mondo, magari ti sei impegnato a ritoccarla usando qualche app di fotoritocco (come snapseed, la mia preferita), poi la carichi e… Pochi pochissimi cuori. Pochissime persone apprezzano la tua foto e il tuo estro. Perché, ti chiedi, perché? E qualcuno ti dirà “perché non hai usato gli hashtag giusti”.

E allora vediamo brevemente, per cominciare, 5 consigli sull’utilizzo degli hashtag:

maraina81 instagram liguria

Una delle mie ultime foto su instagram a tema Liguria

1) gli hashtag descrivono la foto. Quando li scrivi devi inserirli in modo da andare dalla descrizione più stringente a quella sempre più ampia e di portata più generale. Non inserire hashtag che non c’entrano niente: non scrivere per esempio #dog se nella foto c’è un panorama, soltanto perché hai visto che è un hashtag di successo.

2) mentre digiti l’hashtag instagram ti dice quante volte quell’hashtag è già stato usato. Se da un lato questa è garanzia della popolarità della parola chiave in questione, dall’altra, se sei un instagramer con pochi follower, non riuscirai mai ad essere scovato perché ci sarà sempre qualche instagramer più grande di te che l’ha appena usato e ti fa scomparire dalla cronologia dei post più popolari. Concentrati invece su hashtag medio/bassi, dell’ordine delle decine di migliaia. Avrai più speranze che la tua foto appaia in prima linea nella cronologia dei post popolari.

3) Ultimamente instagram propone gli hashtag più popolari per te sulla base di ciò che posti: puoi prendere spunto, ma non limitarti a usare quelli. Sempre instagram ha inserito in una lista nera gli hashtag talmente tanto usati da non portare alcun beneficio. Questi anzi, se usati, sono dannosi, perché l’algoritmo di instagram automaticamente li riconosce e punisce la foto non facendola apparire tra i popolari.

maraina81 on instagram liguria

Una delle mie foto più popolari: sicuramente ho usato hashtag adeguati

4) Sicuramente anche tu ormai usi instagram, facendo la ricerca per luoghi o per hashtag geografici, per guardare i luoghi in cui hai deciso di andare in vacanza. Allo stesso modo se sei in viaggio o in vacanza, usa come hashtag il luogo in cui ti trovi, la regione, la città, l’isola o la montagna, a seconda della tua meta. In questo modo aiuterai altre persone che come te cercano immagini di quel luogo, a farsi un’idea. E se la tua foto piacerà loro, ci scapperà il ❤ .

5) Non è detto che sia necessario sempre inserire hashtag popolari. Si possono inserire anche hashtag con poche menzioni, se questi però hanno una storia dietro, come il lancio di un contest, per esempio, o di una campagna specifica. Proprio di questo ti parlo, nell’ultimo hashtag per la Liguria che ti consiglio di usare.

5 hashtag da usare su instagram per le foto delle tue vacanze in Liguria

#lamialiguria

L’hashtag ufficiale dell’ente del Turismo ligure @turismoinliguria è piuttosto popolare e permette di farsi notare proprio dall’ente in questione. Ricordati che se vuoi anche che la tua foto sia ripostata puoi taggare l’ente, il quale valuterà se ripostarti o no. Sul repost delle foto io ho espresso altrove il mio parere. Ma naturalmente è una questione di gusti.

#liguriamoremio

Questo è l’hashtag cui corrisponde @LiguriAmoreMio, profilo lanciato dal carissimo amico e blogger Pietro di Pietrolley, per promuovere la Liguria attraverso le foto degli utenti. Basta che digiti #liguriamoremio per sperare nel repost. La sua gallery, inoltre, è molto variegata, spazia da panorami a borghi da Levante a Ponente.

maraina81 on instagram

una mia foto taggata con #liguriamoremio

#igersliguria (igersimperia, igerssavona, igersgenova e igerslaspezia)

Gli Igers, o instagramers, sono coloro che attivamente creano community intorno a un luogo geografico. Ne esistono per ogni regione italiana e all’interno di essa per ogni provincia o distretto. Così in Liguria abbiamo gli @igersLiguria e, a seguire, gli igers per ogni capoluogo di provincia: @igersimperia, @igersavona, @igersgenova e @igerslaspezia. Non ho mai capito se si pronuncia Igers, Ighers o addirittura Aighers, ma poco importa, sono sul territorio le community più attive, che organizzano anche raduni, gli instameet, ai quali ci si può iscrivere per andare alla scoperta di luoghi poco noti del territorio.

#ig_liguria

Ultimamente questo hashtag sta prendendo piuttosto piede, tanto che sulla mia timeline compare spesso tra gli hashtag più popolari. L’account è @ig_liguria, e anche questo profilo riposta foto degli utenti scegliendo le foto più belle e spaziando tra borghi e ampie vedute panoramiche. D’estate, poi, un focus sul mare è quasi d’obbligo

#emozionidiliguria

#emozionidiliguria instagram

Le primissime foto di #emozionidiliguria: partecipa anche tu!

Questo hashtag è l’ultimo arrivato, e mi aspetto grandi cose da esso. Nato appena due giorni fa dall’idea di Elisa del blog Piccoli grandi viaggiatori (e rispettivo account instagram), e nel quale ha coinvolto il mio profilo, @maraina81, quello di @Pietrolley e quello di Selene, @s.scinic del blog Viaggi che mangi, è legato ad un’ispirazione: la Liguria regala emozioni, dunque, perché non raccontarle con #emozionidiliguria? Chi condivide foto usando quest’hashtag verrà ripostato sulle stories di instagram e sul profilo di @piccoligrandiviaggiatori, e alla fine dell’estate sarà scelta, a nostro insindacabile giudizio, la foto più bella che riceverà via email una sorpresa…

Io fossi in voi parteciperei al contest: farete crescere un hashtag che racchiude in sé un bellissimo concetto, farete sognare noi, soprattutto me che ormai vivo lontana dalla Liguria e, speriamo, vi divertirete.

E buone vacanze in Liguria!

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Elliott Erwitt in mostra a Lecce

Il Castello di Carlo V di Lecce ospita fino al 9/09/2018 la mostra “Elliott Erwitt – Personae, una retrospettiva dedicata a questo grande fotografo del secondo Novecento, del quale sono esposte sia le stranote fotografie in bianco e nero che le meno conosciute e in gran parte inedite fotografie a colori.

elliott erwitt personae

Era da anni che non visitavo una mostra dedicata ad un grande fotografo. E in effetti dopo aver visto mostre dei grandi Henry Cartier-Bresson, Robert Doisneau, Lewis HineRobert Capa, Helmut Newton, e dei contemporanei Sebastião Salgado e Steve McCurry, Erwitt era uno dei grandi nomi che ancora mancava al mio appello.

Elliott Erwitt

Elliott erwitt personae

Il primo impatto con Elliott Erwitt, in mostra a Lecce

Nato a Parigi e vissuta la sua infanzia a Milano, fu costretto con la famiglia a lasciare l’Italia a causa del Fascismo e a trasferirsi negli USA. Qui muove i suoi primi passi nel campo della fotografia fin dall’immediato dopoguerra e già negli anni ’50 è un fotografo affermato i cui lavori spaziano dai reportages alle campagne pubblicitarie.

Spesso le sue opere sono percorse da una grande ironia; in altre è l’amore che prende il sopravvento; in ogni caso i suoi scatti parlano sempre al cuore delle persone. Percorsa da grande ironia, ad esempio, è la serie delle foto con i cani, che nasce in realtà da una campagna pubblicitaria di calzature femminili e che adotta come punto di vista quello basso del cagnolino che di volta in volta accompagna le caviglie della signora di turno.

Le fotografie in mostra

Le foto in bianco e nero

La mostra apre con lo scatto più noto in assoluto di Erwitt: Parigi, Tour Eiffel, due innamorati si abbracciano incuranti della pioggia e dei loro ombrelli girati, un ballerino spicca un grand jeté, una sorta di spaccata in aria, tenendo l’ombrello aperto. Una composizione ovviamente costruita, che è pura poesia.

elliott erwitt

Elliott Erwitt, Santa Monica, California, 1955

Altra foto arcinota, e inno all’amore, è California Love, scattata a Santa Monica nel 1955: due innamorati si baciano all’interno di un’auto parcheggiata sulla scogliera, ricolta al mare. Ma il fotografo è fuori dall’auto e ritrae i due amanti riflessi nello specchietto. Applausi a scena aperta per questo scatto del quale Erwitt non riusciva a spiegarsi il successo.

Tra le foto in bianco e nero è molto nota anche la serie Museum Watching, del 1995. La foto che Erwitt scatta nella sala della Maja desnuda al Museo del Prado suscita una certa ironia: giudicate un po’ voi se non è così:

elliott erwitt

Museum Watching, Prado Museum 1995

Di tutt’altro genere, invece, è il ritratto di un ragazzino di colore così sorridente e allegro… peccato che si stia puntando una pistola alla tempia: tantissime sono le riflessioni che suscita, mentre a me scatta immediato un parallelo con un’altra foto di un’altro bambino che si punta una pistola alla tempia, ma questa volta piange: l’autore è Steve McCurry, le sensazioni che entrambe le fotografie suscitano sono le medesime.

Elliott Erwitt, Usa, East Hampton, New York, 1983

E ancora, la foto di denuncia razziale, scattata in un bagno pubblico del North Carolina negli anni ’50, dove sono messi accanto due lavandini, uno per gli uomini “white” e l’altro, terrificante e mezzo rotto, per i Neri: proprio un uomo di colore sta cercando di bere, scomodissimo, chinato con la testa piegata e rivolta proprio verso il lavandino per bianchi. Uno scatto di grande riflessione sociale.

Di tutt’altro genere, invece, irriverente ed ironica, è la foto della famiglia americana bene degli anni ’60: un ritratto borioso, in cui ogni personaggio recita la sua parte: la bella signora cotonata e strizzatissima nel suo vestito, il marito sornione e soddisfatto, il figlio più grande con sguardo e posa da duro e il figlio più piccolo, con il sorriso goduto di chi ha appena mangiato una ciambella.

Le foto a colori

Passiamo alle foto a colori: un archivio vastissimo che lo stesso Erwitt non ha mai finito di mettere a posto. Tra le serie di fotografie abbiamo i reportage, come quello da Cuba nel corso del quale riesce a fotografare sia Fidel Castro che Che Guevara, oppure in Polonia durante la Guerra Fredda. E quella foto, storica, in cui immortala la coda per la confessione dei fedeli in mezzo alla pubblica via, vale più di mille parole.

elliott erwitt cuba

Le tre foto di Cuba: un ritratto di Fidel Castro, uno del Che e una foto corale

 

elliott erwitt

La foto che Elliott Erwitt scatta a Czestochova, Polonia, inviato per documentare l’Est Europeo durante la Guerra Fredda

Quindi abbiamo i ritratti di personaggi famosi, tra cui un giovane Arnold Schwarzenegger, una splendida Sofia Loren, Alfred Hitchcook. Di Marylin Monroe i ritratti sono ancora in bianco e nero, così come in bianco e nero è un ritratto di JFK paparazzato, è il caso di dirlo, mentre fuma un sigaro cubano in tempi di embargo e uno della moglie Jacqueline Kennedy il giorno del funerale; infine una menzione speciale meritano le fotografie pubblicitarie: ha del geniale la pubblicità di un’automobile con 100 cavalli che viene messa in mezzo ad un branco di 100 cavalli; oppure lo scatto pubblicitario per promuovere il turismo americano in Francia, e che contiene tutti i possibili e immaginabili cliché del caso. Provocatoria e dissacrante, ma assolutamente di successo: se fosse stata scattata oggi, sarebbe diventata virale.

Sarà che ho visitato la mostra nel corso di un educational tour pensato per blogger e influencer, ma tutte noi che abbiamo visto la mostra abbiamo convenuto sulla capacità di Erwitt di creare inquadrature geniali, fatte apposta per attirare consensi (quelli che oggi sono diventati i like su instagram).

Per visitare la mostra sono fornite audioguide che danno alcune suggestioni sulle fotografie esposte. Pochi imput, perché il resto deve scaturire dalle nostre personali riflessioni. L’occhio del fotografo vede e interpreta la realtà, ma la differenza la fa la sensibilità di chi osserva.

Il Castello di Carlo V

Castello carlo V Lecce

Il Castello di Carlo V a Lecce

Con l’occasione della mostra vale senz’altro la pena di visitare il Castello di Carlo V, il complesso nel quale la mostra è allestita e che ha a sua volta un percorso espositivo volto a raccontare la storia dell’edificio e, attraverso di esso, la storia della città di Lecce.

Costruito nel XII secolo, deve il suo nome al re spagnolo Carlo V, al quale si deve la fase di ristrutturazione più ampia, che ha conferito al castello l’aspetto attuale. Gli scavi, visibili nella corte centrale, raccontano invece l’organizzazione degli spazi del castello in età medievale.

Il castello ospita il Museo della Cartapesta, un’arte tipicamente leccese durante il XIX secolo. Le statue in cartapesta di Lecce e del Salento hanno goduto di grande fama nazionale e non solo e ancora oggi per le strade del centro storico si possono incontrare delle botteghe artigiane ancora intente a questa antica arte.

#2017bestnine: le mie foto su instagram che vi sono piaciute di più nel 2017

#2017bestnine è l’hashtag di questo dicembre. Ogni anno Bestnine.com calcola per noi la Top 9 delle nostre foto su instagram, ovvero quelle che hanno totalizzato il maggior numero di ♥.

Il mio bestnine 2017: Al primo posto Galleria Sciarra a Roma; uno scatto dalla mostra Pompei e i Greci (cui ho partecipato in anteprima come blogger accreditata), la chiesa diroccata di Bussana Vecchia, uno scorcio di Dignano, gabbiani in volo a San Bartolomeo al Mare, Civita di Bagnoregio, #fallfoliage a Bussana Vecchia, il ponte di Zuccarello (SV), #fallfoliage a Levade, in Istria.

Come ogni anno scopro questa graduatoria con un mix di curiosità e di meraviglia. Non sempre infatti le mie aspettative coincidono con la realtà dei numeri, perché foto che secondo me sono molto valide spesso non incontrano il favore del pubblico di instagram: pubblico che è formato sia da followers affezionati (che ringrazio perché sono sempre presenti!) e da utenti che si imbattono nella mia foto cercando un hashtag particolare.

Rispetto alla mia #bestnine2016 i ♥ sono quasi raddoppiati, mentre il numero delle foto non è aumentato poi così tanto: da 211 nel 2016 a 223 finora nel 2017 (manca ancora buona parte di dicembre, però!)

Una delle mie foto più apprezzate dagli utenti: due porticine in via di Santa Reparata a Firenze

Rispetto agli anni scorsi instagram ha cambiato un po’ alcune sue regole. Innanzitutto ragiona sempre più come facebook perché essendo aumentati in maniera spropositata gli utenti, non mostra più le ultime foto caricate, ma direttamente quelle più popolari. Sulla mia timeline tendono a comparire le immagini caricate da utenti con i quali ho interagito, con un ♥ o con un commento, mentre altri utenti che non vedo da un po’ li vedrò sempre meno, proprio in virtù dell’algoritmo che privilegia le interazioni tra utenti e la popolarità delle foto con più cuori.

Sono particolarmente soddisfatta di questa foto. Peccato che non abbia ricevuto invece tanti cuori!

Il 2017, poi, ha portato una grande novità in instagram: le instagramstories. Queste consentono di caricare foto, o brevi video, della durata di 24 ore: con esse si può raccontare la propria giornata, oppure pubblicare contenuti che completano l’esperienza che si sta svolgendo e della quale magari si pubblica un’immagine sul proprio profilo instagram. In questo modo si crea coinvolgimento in coloro che seguono le stories ed è così più probabile che la nostra foto compaia sulla loro timeline (o che la cerchino).

Non sono un’espertissima di instagram. Non faccio grandi numeri, anche se piano piano stanno crescendo. Soprattutto, mi sono resa conto di aver subito una brutta battuta d’arresto quest’estate, che non sono riuscita a spiegarmi lì per lì, ma che ho cercato di risolvere lavorando sulle instagramstories, sui testi di accompagnamento delle immagini, sugli hashtag e, non ultimo, sui rapporti interpersonali: lasciare un commento (appropriato, ovviamente) e mettere cuori a foto che effettivamente ci piacciono sia di coloro che già seguiamo che, per ampliare il nostro giro, di foto trovate cercando particolari hashtag. I risultati non sono immediati, ma pian piano stanno arrivando. Finché instagram non cambierà nuovamente qualcosa! Per capire qualcosa sul suo funzionamento, per capirne i giochetti e per capire come riuscire ad incrementare i propri risultati vi consiglio questo post di Marco de I viaggiascrittori: come crescere su instagram senza imbrogliare. Perché molti, su instagram, ingannano…

La Centrale Montemartini di Roma è un fantastico set fotografico!

Per quanto riguarda la qualità delle mie foto, invece, ritengo che sia migliorata. Merito della mia fotocamera, la Canon eos M10 di cui ho parlato anche qui, che mi consente, tra l’altro, di inviarmi con wifi sullo smartphone le foto che intendo condividere subito sui social.

Tornando alle mie foto vincitrici, sono contenta di vedere che, perfettamente in mezzo, si colloca la mia foto preferita: gabbiani in volo in spiaggia a San Bartolomeo al Mare, il mio paesello ligure di origine. Altra foto di cui sono contenta è la seconda classificata, scattata ai reperti esposti alla mostra Pompei e i Greci che ho visitato all’anteprima della sua inaugurazione. Da archeologa sono contenta che sia tra le mie foto più apprezzate dell’anno. Della prima classificata, Galleria Sciarra a Roma, ho notato che essa anche su twitter ha avuto un grandissimo successo, con ben 92 retweet e 191 like: un risultato incredibile per il mio profilo twitter @viaggimarilore. Sono molto contenta di vedere la foto di Dignano (anche secondo me è molto bella), mentre sono stupita di vedere ben due foto di Bussana Vecchia in graduatoria: queste, insieme alla foto di Zuccarello, penultima nel mio #2017bestnine risalgono al mio ultimo viaggio in Liguria. Segno che voglio interpretare positivamente, come una ripresa del mio profilo. Speriamo che il 2018 porti un nuovo incremento dei risultati. A me le mie foto piacciono molto, cerco di scegliere sempre l’immagine più significativa del momento, del luogo o della giornata. Non ritraggo mai me stessa e in generale cerco di non inserire persone. È una mia scelta stilistica.

 

La scoperta della Fratelli Alinari

Fino a pochi anni fa Firenze vantava un importante museo di fotografia: il Museo Alinari. Si trovava in Piazza S.Maria Novella, nella sede oggi occupata dal Museo Novecento. Era un museo articolato in due sezioni: una permanente dedicata alla storia della fotografia attraverso gli oggetti, macchine fotografiche, lastre di vetro, dagherrotipi, albumine e quant’altro della collezione dei Fratelli Alinari; una temporanea, dedicata a mostre di fotografi importanti (qui ad esempio ho visto la mostra di Robert Capa in Italia).

Qualche anno fa il museo ha chiuso, privando i Fiorentini e l’intera comunità di un patrimonio di inestimabile valore storico e documentario. Sì, perché i Fratelli Alinari custodiscono l’archivio fotografico più importante d’Italia, 6 milioni di immagini, e scusate se è poco.

Lo stenditoio Alinari: qui asciugano le foto sviluppate

Fortunatamente, se il museo ha chiuso, la Fratelli Alinari sente comunque l’esigenza di raccontarsi. Lo fa attraverso visite guidate alla sua sede storica, in Largo Alinari, in fondo a via Nazionale. Ho avuto l’opportunità di prendere parte ad una di esse pochi giorni fa. Ed è stata un’esperienza che vi consiglio caldamente.

Si comincia con un’introduzione che racconta chi furono i Fratelli Alinari, mostra in immagini d’epoca come lavoravano i fotografi di un tempo: in studio con tendaggi particolari per giocare con la luce, dato che non esistevano ancora i fari attuali, e con arredamenti particolari, in modo da ricreare ambientazioni che potessero piacere ai committenti della fotografia. Siccome non è che si scattasse e via, ma la posa poteva durare anche parecchi minuti, i soggetti delle foto dovevano restare assolutamente immobili. Così erano previsti sostegni anche per la testa, in modo da non rischiare di rovinare la foto. Accorgimenti che oggi ci risultano curiosi e ci fanno sorridere, ma all’epoca erano l’unica soluzione.

Una foto del Foro romano prima degli scavi, con le mucche che pascolano tranquillamente

La visita poi si sposta a conoscere gli ambienti in cui si svolge il lavoro della Fratelli Alinari oggi: luogo che è archivio della memoria fotografica italiana, ma anche luogo che perpetra la tradizione della fotografia italiana producendo, per chi ne fa richiesta, copie di fotografie impresse su lastra di vetro anche di più di 100 anni fa. La prima di queste stanze è la cosiddetta “Sala Vintage”.

La “Sala Vintage” altro non è che l’archivio fotografico, nella quale sono raccolte fotografie, album e libri d’epoca di quelli sui quali le fotografie erano incollate e non stampate come pagine.

Qui abbiamo visto due album diversissimi tra loro. Ah, innanzitutto una curiosità: l’album deve il suo nome all’albumina, la sostanza a base di albume d’uovo con cui vengono fissate le immagini sviluppate da lastra di vetro, responsabile del color “seppia” di tante fotografie d’epoca che conosciamo.

L’eruzione del Vesuvio. Archivi Alinari

Il primo album, “Italia” è un album fotografico da Grand Tour: la gente che viaggiava attraverso l’Italia per diletto non possedeva macchine fotografiche da portare con sé. Di conseguenza, l’unico modo per avere un album dei ricordi era affidarsi ad un fotografo che ne costruisse uno appositamente studiato con tutte le tappe. Alcune foto di quest’album hanno dell’incredibile: una ritrae Genova quando ancora aveva la Sopraelevata di marmo (non lo sapevate? Beh, neanch’io fino a poco tempo fa, poi ho letto quest’articolo); un’altra immortala alcune mucche mentre bucolicamente pascolano al Foro Romano che ancora doveva essere scavato (lo farà ai primi del Novecento Giacomo Boni); infine una foto, datata precisamente al 24 aprile del 1876, mostra tutta la potenza del Vesuvio in eruzione.

Una delle foto del reportage di Felice Beato in Giappone

L’altra serie di foto che vediamo invece è tratta dal reportage di Felice Beato in Giappone nel 1865: egli fu il primo fotografo occidentale a poter ritrarre i Giapponesi nelle loro case e nelle loro attività quotidiane dopo l’apertura del Giappone all’Occidente. Si tratta di albumine colorate, ovvero ritoccate a colore da pittori appositamente incaricati, per una moda che andava all’epoca.

Prosegue la visita nella lastroteca. Questo è un luogo che sa di antico e prezioso: sarà la stanzina buia, saranno tutte quelle lastre di vetro avvolte ciascuna nella propria carta marroncina, sarà che sono state impresse davvero più di un secolo fa, fatto sta che mi sento come in un museo. In effetti qui sono custodite le lastre con l’impressione originale dalla quale vengono poi sviluppate le fotografie su richiesta del cliente di turno. Si tratta dunque di un luogo vivo, funzionante, prezioso come il caveau di una banca.

La lastroteca Alinari

Continuiamo poi e ci affacciamo nella stanza dello stenditoio, ovvero dove le fotografie sviluppate sono appese ad asciugare (proprio con le mollette, come i panni!) e infine entriamo a vedere i macchinari della camera oscura. Il lavoro del fotografo è molto più che scattare, è anche riuscire a trasportare su un supporto toccabile un’immagine impressa. I macchinari sembrano industriali. Io non posso che rimanere esterrefatta di fronte a tutto ciò: come può essere venuto in mente a qualcuno di inventare un tale procedimento?

La visita è molto istruttiva, soprattutto per chi come me è quasi digiuno di storia della fotografia. La nostra guida con grande pacatezza ci ha accompagnato in un mondo per me pressoché nuovo, portando per mano il nostro stupore mentre salivamo e scendevamo per le scale strette che collegano i laboratori Alinari. L’auspicio è che visite come questa possano continuare a cadenza periodica, come hanno intenzione di fare quelli della Fratelli Alinari. Auspicando, ovviamente, che al più presto possa riaprire il Museo Alinari della Fotografia: a Firenze se ne sente la mancanza.

 

Fotografare in viaggio: smartphone o fotocamera?

Il fotografo, Steve McCurry, Humanity

Fotografare è un’azione imprescindibile per ciascuno di noi. Fissare l’immagine, le immagini, di ciò che vediamo , è diventato in certi casi quasi più importante che vedere le cose stesse. Me ne rendo conto a lavoro in museo, quando osservo sconsolata schiere di bambini che passano e scattano foto agli oggetti quasi a caso, senza guardarli con gli occhi. E gli adulti non sono da meno. È paradossale, lo so, ma in certi casi abusiamo della fotografia. Eppure non è stato sempre così.

Nel mondo del blogging, del quale faccio parte da tanti anni, la fotografia gioca un ruolo fondamentale. Puoi essere anche il miglior narratore e descrittore di paradisi naturali e culturali, ma senza immagini, nel mondo fluido e dinamico del web 2.0 nessuno ti leggerà. L’abbiamo imparato a nostre spese in anni di esperienza, e siamo giunti tutti alla conclusione che i testi sono importanti, sì, ma il corredo fotografico è essenziale. Esistono proprio dei photoblog di viaggio, che sono la sintesi perfetta di questa strada. Per tutti gli altri invece il post è l’esatto equilibrio tra media, quindi immagini o video, e testo. Ci sono alcuni, ahimè, che a scapito della grammatica, orrore, privilegiano le immagini, pubblicando testi vuoti e sintatticamente scorretti. Non potete capire la desolazione quando mi imbatto in uno di essi.

Ma non voglio criticare i blogger che non sanno scrivere in italiano corretto. Ci pensa la rete, ovvero i lettori, che non sono stupidi, a decidere le loro sorti. Io invece volevo parlare di fotografia applicata ai viaggi. Anni fa pubblicai tre post dedicati alla fotografia di paesaggio, basandomi su una guida della National Geographic (che non è proprio una sprovveduta) che mi ero procurata e che continua ad essere per me fonte di ispirazione. Li ripropongo qui, perché possono sempre essere utili:

National Geographic, Guida completa alla fotografia di paesaggio

Come si fotografa un paesaggio 1

Come si fotografa un paesaggio 2

la mirrorless, lo smartphone, la bussola che fa sempre comodo e… scova il saggio intruso!

Fotografare non è importante solo per i blogger, ma naturalmente per tutti. Tutti noi amiamo le foto ricordo, che siano cartoline dei luoghi che visitiamo, o che siano foto di gruppo o selfie (parola nuova per indicare una pratica decisamente vecchia). Ed è interessante ripercorrere le varie tappe del percorso che ci ha portato fino ad oggi. Parlo qui di fotografi amatoriali, non di professionisti, naturalmente, i quali non hanno certo bisogno di questo post per capire qual è il mezzo fotografico che più si confa alle loro esigenze. Voglio raccontare, piuttosto, la mia esperienza da amatrice, da persona che, non sapendo disegnare, può solo usare le parole, e le fotografie, per descrivere ciò che vede.

C’era una volta…

In principio era il dagherrotipo. Scherzo, senza andare troppo indietro nel tempo, e andare a parlare di foto al collodio e camera oscura, mi basterà citare alcuni autori fondamentali della fotografia del Novecento: Lewis Hine, fotografo impegnato nel sociale nella New York degli anni ’20, Robert Capa, reporter  di guerra durante la Seconda Guerra Mondiale, Robert Doisneau, che raccontò Parigi attraverso il suo obiettivo, autore del celebre Bacio a suggello della fine della Seconda Guerra Mondiale, nonché autore di alcune tra le più celeberrime foto di tutti i tempi, e ancora Steve McCurry, fotografo del National Geographic, che ha raccontato l’uomo nel mondo e la Regione Umbria con il progetto Sensational Umbria, e Sebastião Salgado, che nei suoi reportages ha cercato il rapporto dell’uomo con la natura, un rapporto spesso interrotto, spesso sovrastato, ma tante volte armonico. Sono autori di reportage, artisti nel loro campo. Le loro tecniche e i loro trucchi non sempre sono svelati e spesso i loro dietro-le-quinte ci possono deludere (tante foto di guerra di Robert Capa sono messe in posa, per esempio, così come il famoso Bacio di Doisneau, che è ricreato ad arte, o gli scatti di McCurry): ma il fotografo è un artista che vede un’immagine anche dentro la sua testa, e cerca così di riproporla, capace di aspettare ore che la situazione si presenti da sola, oppure chiedendo di ricrearla a comparse trovate sul posto.

E dopo cotanti personaggi, veniamo a me.

Quando feci l’interrail, un mese attraverso l’Europa, nell’ormai lontano 2003, avevo a disposizione una macchinetta fotografica col rullino. In quel viaggio, che pure durò tanto e toccò varie capitali europee e luoghi incredibili, scattai soltanto 3 rullini. All’epoca ogni singola foto aveva un valore, e soprattutto non c’era la possibilità di verificare subito se fosse venuta bene o no. Io personalmente avevo l’incubo di cambiare il rotolino perché temevo di bruciarlo…

Una pagina del mio diario cartaceo dell’interrail del 2003 (non esistevano ancora i blog!) ad Amsterdam: una delle foto è mezza bruciata perché era l’ultima del rullino! (PS: io sono quella con la maglietta rossa)

Breve storia della recentissima fotografia 

Flatiron

Il Flatiron Building, foto scattata con fotocamera nikon compatta

In questi anni sono cambiate tantissime cose in campo fotografico. Innanzitutto sono arrivate le fotocamere digitali, che hanno permesso di vedere in tempo reale la qualità di ogni singolo scatto ed hanno aumentato a dismisura le possibilità di fare foto perché, non dovendo svilupparle, e quindi pagare, potenzialmente se ne possono scattare e immagazzinare centinaia. Sono iniziate così quelle serate tediosissime in cui ci si piazzava davanti ad un pc e mentre il viaggiatore di turno illustrava una per una ogni singola foto, gli altri accanto uno dopo l’altro sbadigliavano, andavano e venivano dal bagno, simulavano un malore o la telefonata della prozia d’America. Il migliore fu un amico che all’ennesima foto lungo la Fifth Avenue disse “Bene, ora unn’importa anda’ più a New York: la s’è già bell’e vista tutta!

Il passaggio successivo è stato l’approdo della fotocamera sul telefonino, che nel frattempo diventava smartphone: una fotocamera che modello dopo modello è diventata talmente competitiva da poter sostituire tranquillamente le fotocamere digitali, per lo meno quelle compattine da fotoamatori. L’avvento della fotocamera sullo smartphone è andato di pari passo con una sempre maggiore immersione nei social, al punto che è diventato fondamentale (per molti anche un lavoro) condividere le immagini in tempo reale. Ecco che allora lo smartphone è diventato il mezzo più usato da blogger e social media addicted per condividere immagini all’istante: vedi un tramonto? Devi condividerlo subito, non domattina! Sei a un evento? Devi documentarlo subito, non puoi aspettare. La necessità della velocità è stata ed è una validissima alleata degli smartphone in campo fotografico.

Galleria Sciarra a Roma. Foto scattata con Canon Eos M10 e ritoccata con app snapseed

Ma le fotocamere potevano accettare di farsi mettere da parte? Assolutamente no!

In principio fu la Samsung, già stimata casa produttrice di smartphone, la concorrente più acerrima degli I-phone, a lanciare sul mercato la Samsung Galaxy Camera, che consentiva di scattare foto e di pubblicarle direttamente sui social se collegata a rete wifi. La provai, ormai anni fa, nel corso di un instameet per le strade di Firenze.

Poi le altre case si sono adeguate e così sia Canon che Nikon, che altre case produttrici, hanno cominciato a produrre le loro fotocamere in modo da poter condividere gli scatti sui social. Come? Creando esse stesse un campowi-fi al quale collegare il proprio smartphone. Attraverso l’app della fotocamera installata sullo smartphone è possibile scaricare le foto, eventualmente sistemarle con le app di fotoritocco, e pubblicarle subito sui social. Non è meraviglioso? ❤

In tutto questo i fotografi, quelli veri, continuano ad usare le fotocamere reflex, professionali, e ad usare gli obiettivi che ritengono più opportuni per i loro scatti: grandangolo, macro, 18-55 e chi più ne ha più ne metta. Ogni fotografo ha la sua cifra stilistica e il suo progetto da perseguire. I reportages dei fotografi professionisti sono una cosa che un blogger che scatta in funzione di ciò che pubblicherà si può solo sognare. Soprattutto, i fotografi professionisti non hanno l’ansia da pubblicazione-sui-social-immantinente. Va detto che, in alcuni campi, molti blogger sono diventati dei veri professionisti della fotografia: nel mondo dei foodblog, per esempio, saper scattare ottime foto è fondamentale (Alice, per esempio, ci riesce piuttosto bene). Accanto alle reflex, ultimamente, si sta imponendo un nuovo modello di fotocamera, un anello di congiunzione, se vogliamo, tra la compatta e la reflex: è la mirrorless. Ne parlo tra poco.

La mia esperienza

Negli anni ho cambiato spesso il dispositivo con cui fare fotografie nel corso dei miei viaggi e condividerle qui sul blog e sui social. I primi anni usavo una fotocamera compatta, senza troppe pretese (lo ammetto: non sono una grande appassionata di tecnica fotografica, per quanto mi piacciano le belle fotografie); poi, quando la fotocamera del mio smartphone ha superato la qualità della mia ormai vetusta compattina, sono passata allo smartphone: il viaggio nella Spagna del Sud del 2016 l’ho documentato solo con lo smartphone, e devo ammettere che se da un lato mi è dispiaciuto non poter usare nulla di più sofisticato, dall’altro devo dire che non ho niente da rimproverare alla qualità delle mie foto.

Eppure, dovevo fare il salto…

Palazzo Vecchio, appartamenti di Eleonora da Toledo, soffitto con Penelope che tesse. Foto scattata con canon Eos M10 non ritoccata

L’estate scorsa ho colto al volo l’occasione offerta dagli Instagramers di Firenze di provare gratuitamente una fotocamera Canon all’interno di Palazzo Vecchio. Allora ho voluto provare qualcosa di più di una semplice compattina, ma non impegnativa come una reflex (per la quale nutro un timore reverenziale e che non sarei capace a usare). Così mi è stata proposta una mirrorless: la Canon Eos M10. Mirrorless è ogni fotocamera priva di mirino e, quindi, di specchio. Ciò che si fotografa appare nello schermo (che può essere touchscreen) e non viene mediato dal mirino che contraddistingue le reflex. Diciamo pure che il modo per capire, ad impronta, se qualcuno ha una reflex o una mirrorless sta nel notare se ha il mirino oppure no. (in questo interessante post si spiega cos’ha di buono la mirrorless e perché non ha niente da invidiare alle reflex)

A Palazzo Vecchio mi divertii un sacco, scattai foto di una bellezza, di una morbidezza, di una lucentezza che con lo smartphone mi sognavo. In più avevo notato, da qualche tempo, che i blogger ormai usano tutti o quasi una fotocamera seria, possibilmente reflex, comunque qualcosa di più del semplice telefono: i blogger puntano ad una migliore qualità delle foto, altro che immediatezza della condivisione in tempo reale.

Una rosa con lo sfondo di Firenze, Giardino delle rose di Firenze. Foto scattata con Canon EosM10, non ritoccata

Alla fine mi sono convinta anch’io. Ho deciso che avrei comprato proprio quel modello di mirrorless dotato di wi-fi che avevo provato a Palazzo Vecchio. Pochissimi mesi fa ho fatto l’acquisto, e sono soddisfattissima. Continuo a scattare foto con lo smartphone, per carità. Ma la bellezza delle luci e dei colori della mirrorless è impareggiabile. Inoltre, grazie al wi-fi e alla possibilità di passare sullo smartphone le fotografie per poterle condividere, io ritocco, quella che più, quella che meno, alcune delle foto prima della condivisione: uso l’app Snapseed, che è davvero notevole per le modifiche che consente di fare. Snapseed è per me il corrispettivo di photoshop per pc. Ritoccare le foto non è un delitto, praticamente tutti i fotografi lo fanno, mentirebbe chi vi dicesse il contrario. Dunque anch’io nel mio piccolo ritocco, e reinterpreto, le mie fotografie.

Questa è la mia storia: nell’ultimo periodo sono passata dalla fotografia selvaggia con lo smartphone a quella con la fotocamera mirrorless. In questo momento mi ritengo molto soddisfatta della mia evoluzione. I risultati li potete constatare voi stessi, nelle fotografie che pubblico qui a corredo dei post e sulla pagina facebook di Maraina in viaggio.

Ma adesso voglio sapere il vostro parere: come documentate i vostri viaggi? smartphone, mirrorless, compattina o reflex?

#bestnine2016: le mie foto di instagram che vi sono piaciute di più 

Come l’anno scorso , anche quest’anno a fine anno arriva la classifica di instagram. Con #bestnine2016 ognuno di noi può visualizzare le foto che hanno avuto più successo su instagram: le più belle? Forse; sicuramente le più cliccate, quelle con gli ashtag più riusciti, quelle più repostate da altri utenti di instagram e condivise su altri social.

La mia #bestnine2016: nelle prime due posizioni due foto di #fallfoliage, a Firenze e a Cingoli (AN); segue la festa dell'uva alliImpruneta; il mare di Cetraro (CS); uno sguardo al bosco sulla Calvana (PO), Firenze dall'alto della Torre di Arnolfo; un panorama catturato durante un viaggio in treno; Paestum al tramonto; Ponte Vecchio durante °flightFirenze

La mia #bestnine2016: nelle prime due posizioni due foto di #fallfoliage, a Firenze e a Cingoli (AN); segue la festa dell’uva alliImpruneta; il mare di Cetraro (CS); uno sguardo al bosco sulla Calvana (PO), Firenze dall’alto della Torre di Arnolfo; un panorama catturato durante un viaggio in treno; Paestum al tramonto; Ponte Vecchio durante #flightFirenze

Lo premetto, su instagram non faccio grandi numeri. Però, e mi sembra un buon segno, bene o male mantengo una media equilibrata dei ❤ che ricevo per ciascuna foto. Proprio per questo motivo, analizzando le foto vincitrici nel mio #bestnine2016, risulta interessante vedere che esse si collocano tutte nella seconda metà dell’anno: da quest’estate in vacanza in Calabria fino a pochi giorni fa.

Un altro aspetto non secondario è l’uso efficace di ashtag. È interessante notare come risultino vincenti le foto legate a determinati ashtag ricorrenti (#panorama e #nature nel mio caso sono i più ricorrenti, ma credo che #fallfoliage abbia la sua bella dose di responsabilità, a giudicare dalle prime due classificate). Anche Firenze è presente, ma a giudicare dall’apprezzamento degli instagramers, le foto che hanno avuto più successo sono quelle che ritraggono panorami calati nella natura.

Tra tutte le foto, ad alcune sono affezionata e mi piacciono particolarmente: la foto fatta dall’alto della Torre di Arnolfo a Firenze, con l’ombra stessa della torre che si allunga sui tetti sottostanti, per me è un capolavoro: non è che mi autoelogio, ma quella foto l’ho fatta con una fotocamera vera, mirrorless della Canon, e la differenza con le foto da smartphone di vede. Un’altra foto che ho scattato in quell’occasione (un instameet organizzato con Canon Italia alla scoperta di Palazzo Vecchio a Firenze) però, mi piace ancora di più, ma non è entrata nella bestnine: è una visione dall’alto, molto dall’alto, del David di Michelangelo posto in piazza della Signoria:

E ancora, tra le altre foto che mi piacciono tanto di questo mio 2016 ce n’è una, scattata al Louvre a Parigi nella sala che tutti frequentano per la Gioconda, ma nella quale è anche esposta la gigantesca tela de Le nozze di Caana del Veronese: nella foto le teste dei turisti di ogni parte del mondo si fondono con i tanti parsonaggi che animano il dipinto; l’effetto illusionistico mi sembra particolarmente riuscito (e soprattutto ho trovato interessanti le facce della gente che mi guardava fare una foto dando le spalle alla Gioconda 🙂 )

Tra le foto a mio parere più impressionanti c’è quella che ho scattato nel mercato del pesce di Cadice, in Spagna: qui un’enorme testa di tonno sul banco del pescivendolo fa pensare più alla balena di Pinocchio che non ad un normale pesce dei nostri mari. Racconta una storia, una storia che è economia, vita dei mari, rapporto dell’uomo col mare, mercato tradizionale. C’è tanta umanità in questo scatto, anche se il soggetto principale è un povero pesce.

Rispetto al mio #bestnine2015 la mia tendenza in termini di visualizzazioni e  ❤ è andata migliorando nel corso del 2016, con un trend sempre crescente di cui sono contenta anche se, certo, devo puntare a fare sempre meglio. Su instagram pubblico fotografie sempre più selezionate, sulle quali medito parecchio: quale istante voglio raccontare? In genere tendo a scegliere un dettaglio che racchiuda in sé tutto un potenziale narrativo: immagino cioè che instagram sia un album di fotografie che qualcuno sta guardando, in modo che se quel qualcuno mi chiede “e questo cos’è?” inizio un racconto.

Da quando instagram ha inserito le instagramstories, poi, è diventato ancora più importante selezionare l’immagine da mantenere per sempre, mentre con le stories quotidiane posso giocare a inserire tutto il resto della narrazione. Con le instagramstories posso costruire veri percorsi logici e narrativi assolutamente personali (senza necessariamente farlo diventare un doppione di snapchat come vedo che fanno molti) e per questo tanto più comunicativi. Instagramstories mi piace, e mi sta bene che il suo contenuto vada perduto dopo 24 ore. Perché se voglio mantenere qualcosa degli scatti che faccio, scelgo la timeline di instagram, senza dubbio.

Guardando il mio stile, prediligo paesaggi e dettagli: dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo, dall’orizzonte sul mare alla lumachina che si arrampica su una foglia. Non ritraggo mai persone da vicino, né tantomeno ritraggo me stessa. Fotografo il mio mondo. Il mondo di Maraina81. Il mondo di Maraina in viaggio.

Se ti è piaciuto quest’articolo e ti sono piaciute le mie foto seguimi su instagram: sono @maraina81

Il mare d’inverno

Dedica al mare su un muro di Camogli

Dedica al mare su un muro di Camogli

Il mare d’inverno per me è quello ligure, quello in cui sono nata, quello che finché ho vissuto in Liguria non ho neanche mai calcolato di striscio perché tanto stava lì, sempre, e che invece ho cominciato a prendere in considerazione, quasi a inseguire, da quando non ci vivo più.

Così, le onde che si infrangono sugli scogli hanno quel ritmo tutto particolare, la risacca è musica per le mie orecchie, i gabbiani danzano e le barche dei pescatori tirate in secca o ancorate alla bell’e meglio assumono il fascino che ha ciò che sta in bilico tra l’abbandono e la promessa di un ritorno.

Eppure il mare d’inverno non è disabitato. Anzi, è più vivo che mai. I pescatori escono comunque a pescare, i gabbiani si appropriano della spiaggia e della scogliera che loro appartiene, le onde sono più alte, le mareggiate lasciano il segno il giorno dopo.

È tutto così tranquillo, è tutto così familiare. Tornerà l’estate, e con lei la fiumana di gente che si appropria di ogni fazzoletto di sabbia. Ma intanto fatemi godere questo. Fatemi guardare il mare con occhi diversi, con gli occhi di chi, pur avendola sempre avuto accanto, conosce una persona finalmente per la prima volta.

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