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In viaggio con Jules Verne

Quando penso alla letteratura di viaggio, immediatamente mi viene in mente Jules Verne. Perché proprio lui? Ve lo spiego subito.
in viaggio con jules verne

In realtà Jules Verne non ha mai viaggiato. O quantomeno, non ha mai partecipato a nessun viaggio dei quali scrive, spesso in prima persona. Ha sempre scritto i suoi romanzi comodamente seduto alla sua scrivania. Ma, cosa incredibile, con i suoi racconti ha fatto viaggiare, dalla seconda metà dell’800 a oggi, migliaia di lettori, grandi e piccini.

Jules Verne è solitamente considerato un autore di letteratura per ragazzi. In effetti, io ho letto tantissimi dei suoi romanzi d’avventura tra la fine delle Elementari e per tutto l’arco delle scuole Medie. Ma in realtà Verne può dare tanto anche agli adulti, e in questo post cercherò di dimostrarlo.

Io e Jules Verne

Il primo romanzo di Jules Verne che ho letto è stato “Viaggio al centro della terra. Meraviglioso. Ricordo ancora le immagini che mi suscitava mentre leggevo, anzi divoravo, pagina dopo pagina, questo volume (edizione Mursia, con illustrazioni a colori e soprattutto una fantastica copertina rigida che già da sola mi faceva sognare). Amai tantissimo quel racconto, la storia fantastica di uno studioso di vulcani che si vuole calare all’interno di un vulcano islandese e che scopre un mondo incredibile! Chi non vorrebbe fare l’esploratore da piccino? Jules Verne dava la possibilità di diventarlo, di immedesimarsi nei suoi protagonisti, di condividere paure, speranze, pericoli e gioie. Per me era eccezionale.

bambina legge libro

Potrei essere io, questa bimba intenta a leggere un libro. E se stesse leggendo Jules Verne?

Sono seguiti L’isola misteriosa, I figli del Capitano Grant, Un capitano di 15 anni, Dalla terra alla luna, La sfinge dei ghiacci e Il superbo Orinoco, Mathias Sandorf, Michele Strogoff, Ventimila leghe sotto i mari (versione fumetto, ma vale uguale), Il vulcano d’oro, Il giro del mondo in 80 giorni, Cinque settimane in pallone e persino il racconto incompiuto, Lo zio Robinson, che ha curiose affinità con l’Isola misteriosa.

Direi che ne ho letti parecchi, eh? Eppure sono pochi rispetto all’impressionante mole di romanzi, racconti, pièces teatrali che Verne scrisse nel corso della sua lunga e prolifica carriera letteraria. Solo la collana dei Viaggi Straordinari, di cui fanno parte i più noti, contava 54 romanzi. Poi vi sono i romanzi scientifici, e persino una biografia di Cristoforo Colombo (che a questo punto voglio leggere assolutamente!). Un autore che aveva una fantasia sterminata, una grandissima capacità di scrittura e una cultura vastissima, che gli consentiva di scrivere storie verosimili.

I romanzi più noti di Jules Verne

cinque settimane in pallone verne

La copertina di Cinque Settimane in Pallone, ed. Mursia

A fronte di una produzione sterminata di racconti di viaggio e di avventura, i capolavori per cui Jules Verne è ricordato si riducono a pochi ma significativi titoli: il già ricordato Viaggio al centro della terra, quindi Ventimila leghe sotto i mari, L’isola misteriosa, Cinque settimane in pallone e, soprattutto, Il Giro del Mondo in 80 giorni.

Per questi romanzi, occorre fare dei distinguo: vi sono infatti alcune opere che raccontano storie palesemente fantastiche: il viaggio dentro il vulcano, il viaggio a bordo del Nautilus col Capitano Nemo, i naufraghi dell’Isola sconosciuta, la Sfinge dei ghiacci che attrae come una calamita (e che si ispira ad un racconto di E.A. Poe), sono tutte vicende assolutamente fantasiose anche se trattate con una certa verosimiglianza. Cinque settimane in pallone e Il giro del mondo in 80 giorni, invece, potrebbero essere tranquillamente delle storie vere.

Cinque settimane in pallone, in effetti, si basa sui dispacci di un viaggio in mongolfiera realmente avvenuto sui cieli d’Africa. Una missione esplorativa realmente programmata ed effettuata da Zanzibar al Senegal offrì a Verne, viaggiatore della fantasia, di inventare il proprio resoconto sul sorvolo dell’Africa in pallone aerostatico. Il viaggio reale certamente impressionò i contemporanei, e Verne non perse tempo per scrivere la sua versione dei fatti, anzi: il suo romanzo ebbe successo proprio perché intorno all’impresa reale dei due esploratori si era creata una grandissima attesa e curiosità. Verne scrisse il romanzo giusto nel momento giusto. Non solo, lo fece con una dovizia di particolari, basati questi non sulla sua immaginazione, ma su resoconti di esploratori vari, da conquistarsi la fiducia dei lettori. L’esplorazione dell’Africa all’epoca, (Cinque settimane in pallone è del 1863) suscitava sull’opinione pubblica europea un fascino e un mistero senza pari: l’ignoto, il selvaggio, l’inesplorato; una nuova mitologia si era creata intorno alla ricerca delle sorgenti del Nilo, intorno alle tribù di Masai e intorno a leoni, elefanti e gorilla. C’era bisogno di un narratore che trasformasse in favola paure e notizie che giungevano da molto lontano.

Quanto a Il Giro del Mondo in 80 giorni, ne ho già parlato qui sul blog. Qui mi preme sottolineare che Jules Verne concepì un viaggio immaginario, ma effettivamente realizzabile che colpì a tal punto l’immaginario collettivo da spingere numerosi personaggi ad intraprendere viaggi simili nel tentativo di abbattere il record degli 80 giorni. Ci riuscì Nellie Bly, giornalista statunitense che partì, da sola, alla volta del resto del mondo e compì il giro, percorrendo lo stesso itinerario di Phileas Fogg, in soli 72 giorni. Nellie Bly è una delle donne viaggiatrici che noi tutte dovremmo prendere a modello: non fu semplicemente una viaggiatrice, ma fu una giornalista d’inchiesta in un’epoca in cui questo mestiere era appannaggio principalmente maschile.

Una scena del film “Il giro del mondo in 80 giorni” del 1956. Credits: film-review.it

In viaggio con Jules Verne

verne viaggio al centro della terra

Una delle stravaganti ambientazioni naturalistiche “al centro della terra”

Alla domanda “Quale autore ti ha trasmesso l’amore per la lettura?” Io rispondo “Jules Verne”

Se mi chiedono “C’è un autore che ti ha trasmesso l’amore per i viaggi?” Io ancora rispondo “Jules Verne”!

Uomo dal multiforme ingegno, riuscì a scrivere di luoghi senza esserci mai stato. Ci riuscì perché si documentava e riusciva a trarre delle descrizioni davvero verosimili, tanto che ancora oggi, quando le leggiamo gli crediamo. Io personalmente credo anche che nel centro della terra, al di sotto del vulcano islandese, vi sia un luogo senza tempo in cui vivono i dinosauri, presso un lago sotterraneo, un piccolo mondo in miniatura ristretto e isolato dal resto. Allo stesso modo, Verne sa essere molto convincente quando racconta le strategie per la sopravvivenza di quello strano gruppo che finisce sull’Isola misteriosa. Addirittura, ipotizza con fare quasi profetico, la possibilità che l’uomo avrà un giorno di fare un viaggio Dalla terra alla luna. Io trovo tutto questo meraviglioso. Ammiro lo scrittore talentuoso, ammiro la sua fantasia, ma anche la sua capacità di trovare soluzioni verosimili, di documentarsi, di portarci dentro avventure e viaggi credibili, possibili, anche se assolutamente impensabili.

Perché leggere Jules Verne

Leggere Jules Verne da adulti ci pone davanti a riflessioni molto diverse a quelle che abbiamo fatto da ragazzi. Notiamo, da adulti, che le trame forse sono un po’ traballanti, che i dialoghi sono poco realistici e che i personaggi sono tagliati con l’accetta, privi di quei dissidi interiori e di quelle complessità d’animo che caratterizzano i personaggi dei romanzi del Novecento. Ma è indubbio il ritmo incalzante delle narrazioni ed è indubbia la capacità di Verne di portarci con sé in viaggio, di farci notare ora un dettaglio, ora l’altro, di calarci totalmente nella jungla, nella foresta, a bordo di un sommergibile futuribile, su un’isola deserta con un solo coltellino a disposizione. Noi adulti spesso perdiamo la capacità di sorprenderci. I racconti di Verne in questo senso ci aiutano. E poi c’è un aspetto fondamentale: il viaggio. I personaggi di Verne viaggiano, partono, lasciano la propria casa vuoi per scommessa, vuoi per perseguire un interesse scientifico, vuoi perché i casi della vita li fanno naufragare. Le avventure che vivono sono vere prove di formazione, di crescita personale. Alla fine non si conclude semplicemente un viaggio, ma i protagonisti stessi ne escono arricchiti, e non solo in moneta, come nel caso di Phileas Fogg.

jules verne illustrations

Un’illustrazione da Il giro del mondo in 80 giorni

Jules Verne è stato il primo scrittore che mi ha instillato la voglia di viaggiare, di conoscere, di avventurarmi altrove. No, non andrò mai ventimila leghe sotto i mari, non esplorerò mai il centro della terra (a meno che non finisco in una buca di Roma), non naufragherò mai su un’isola sconosciuta. Ma mi piacerebbe fare il giro del mondo una volta, anche in meno di 80 giorni.

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Travelblogger, condivisione sui social, ingenuità e netiquette: cosa ho imparato a mie spese

Tutti noi travelblogger, dal primo all’ultimo, sappiamo che tantissima parte del traffico al blog arriva dai social. Per questo siamo portati a usare tutti i mezzi possibili per far circolare i nostri contenuti. Spesso però, rischiamo di commettere in qualche ingenuità e di essere vittima di terzi che aggirano la netiquette senza farsi troppi problemi a nostro svantaggio.

travelblogger

La vita del travelblogger sembra semplice, ma non la è.

Negli ultimi tempi sono incappata in alcune situazioni incresciose che mi hanno spinto a scrivere questo post. Niente di grave, eh, ma credo che dalle esperienze negative, e dagli errori, di ciascuno di noi possiamo trarre vantaggio tutti.

Prima di iniziare, però, voglio fugare ogni dubbio e ogni polemica: in questo post non accuso nessuno, se non la mia ingenuità. Ognuno utilizza gli strumenti che ritiene più opportuni per raggiungere il suo scopo. Sta a me, sta a noi, imparare a farci furbi, e a non cadere in errori che per noi sono deleteri, e per altri invece costituiscono un guadagno, più o meno inconsapevole.

Condividere è un dono

Di base, in rete seguo una regola filosofica ed etica: la condivisione per me è un dono. Dono del mio tempo, dono delle mie esperienze, dei miei consigli al popolo del web 2.0, ai miei lettori, sia a quelli affezionati che mi seguono post dopo post, che a quelli accidentali, che capitano di qui per caso cercando una parola chiave, e che qui trovano esattamente la risposta alle loro domande. Per me il dono al tempo di internet (per citare in tutto e per tutto un librino dell’antropologo Marco Aime che vi invito a leggere) è proprio questo: mettere la mia esperienza al servizio di chi se ne può giovare, in termini di aiuto: come io su internet cerco le risposte ad alcune mie domande, così spero di riuscire rispondere alle domande altrui.

Dal mio dono, nella teoria si ingenera un circolo virtuoso, in cui la condivisione del mio contenuto porta ad una maggiore informazione, una circolazione e quindi, alla fine del giro, io ne ricavo a mia volta un vantaggio: il dono del mio contenuto mi porta visibilità, autorevolezza, reputation, tutte cose di cui il blogger si abbevera come al Santo Graal.

Fin qui tutto bene. Ma c’è una sottile linea di confine che separa il dono dal furto.

Il dono è un qualcosa che io ti faccio di mia spontanea volontà. Il furto è un qualcosa che io ho fatto, ma di cui qualcuno si appropria. In rete succede che il mio contenuto viene donato ai lettori da un terzo che se ne è appropriato e lo fa passare come suo, oppure dice che è mio, ma intanto gode per primo dei benefici del mio contenuto, mentre io solitamente rimango con un pugno di mosche in mano.

Vi racconto due esperienze da cui ho imparato due cose: innanzitutto che non bisogna usare ingenuamente gli strumenti messi a disposizione dalla rete e dai social; in secondo luogo, che bisogna usare con intelligenza gli strumenti di condivisione che abbiamo a disposizione.

Dei due casi che vi presento, infatti, non posso ritenermi solo ed esclusivamente vittima. Nel primo caso, soprattutto, posso solo dare della stupida a me stessa, perché non ho capito che certe dinamiche non fanno per me.

Caso 1: il repost su instagram

Quante volte l’ho fatto! Carico una foto su instagram, inserisco gli hashtag relativi a gruppi o account importanti sperando di avere visibilità, e li taggo, per essere sicura che vedano la mia foto e diano il loro ♥. Tante volte ricevo effettivamente il ♥, tante volte manco quello, ma va bene così, e qualche volta la mia foto viene repostata, ovvero condivisa, con l’aiuto di app specifiche, sulla bacheca dell’account che ho taggato.

Netiquette vorrebbe che l’account che vuole repostare la mia foto mi contatti prima privatamente per chiedermi il permesso. Non sempre va così, anzi, quasi mai. Ma vabbé. Io, instagramer con ahimè sempre troppo pochi followers e feedback sono contenta che la mia foto sia stata presa in considerazione e repostata! Vuol dire che è piaciuta a coloro che ho taggato!

Questa mia foto, repostata sul profilo di un grosso account, ha fruttato la bellezza di 3866 ♥! A me sono arrivate solo briciole.

E qui si apre una voragine: perché io vedo che la mia foto, che sul mio profilo raggiunge a fatica i 100 ♥, sul profilo che mi ha repostato, nonostante ci sia l’indicazione dell’autore della foto e (non sempre) quella bella frasetta “vai sulla sua bacheca per fargli sapere che ti piace“, quella stessa mia foto raggiunge i 1000, i 2000, i 3000 ♥! Di quelli solo risibili briciole (meno dell’1%) arrivano anche a me, perché l’utente medio di instagram scorre la sua timeline, vede una foto che gli garba e non sta a far differenza tra chi l’ha scattata e chi l’ha repostata.

Cosa ho ottenuto dal repost su un grosso account? Io nulla. L’account che mi ha repostato, invece, ha ottenuto 3000 like senza far niente, ovvero utilizzando una foto scattata da altri.

Ora, siccome è vero che molti profili si basano (e lo dichiarano) sulla condivisione di immagini della community, nel momento in cui li taggo, poi non mi posso incazzare se condividono la mia foto e ha successo.

Devo farmi più furba io, e imparare a riconoscere quali profili taggare per avere un vantaggio (in termini di visibilità) e quali evitare. Perché va bene il dono, ma passare per fessi no.

Caso 2: condivisioni selvagge su fb

Questo caso è quello che ha fatto traboccare il vaso. Condivido sulla pagina fb di Maraina in viaggio (ancora non la segui? Orsù, seguila!) alcune foto del mio recente soggiorno a Izola, in Slovenia. Taggo nel post, perché mi metta un like, mi lasci un commento, mi segua a sua volta-che-non-si-sa-mai, la pagina del turismo sloveno. Il social media manager della pagina, un po’ scorrettamente, ma neanche troppo alla fin fine, salva una delle mie foto, la ripubblica mettendo il tag al mio profilo e fa un numero di like e commenti che io non vedrò mai in tutta la mia carriera di blogger.

izola maraina in viaggio

E questa è la mia foto pubblicata sulla mia pagina facebook, in un post insieme ad altre, e condivisa da una grossa pagina. Il risultato? Io pochi like, la pagina incriminata ha totalizzato 1501 like, 34 commenti e 175 condivisioni!

Rosico, c’è poco da fare, rosico tantissimo. Quello che proprio non mi va giù è che questi si facciano belli con una mia foto e io non ne ricavi neanche un like di secondo livello. Rosico, però, principalmente perché li ho attirati io, taggandoli nel mio post. Sono stata proprio ingenua. Tuttavia reagisco. Commento sotto il post, condividendo il link al mio blog, con la speranza che qualcuno lo apra. E qualcuno, ma niente di eclatante, in effetti arriva. Poi commento sotto le pagine che hanno condiviso il mio post, sperando in un minimo di visibilità. Ma niente.

Ritengo che il comportamento della pagina sia stato scorretto nei miei confronti: non ha condiviso tutto il post, ma solo una foto, facendo leva sul fatto che la gente mette mi piace o condivide senza guardare chi realmente è l’autore dello scatto.

Non sempre è una jungla

Se stai pensando che quella di internet e dei social sia la jungla della condivisione, un Far West senza regole, ti rassicuro che non è così. Esiste una netiquette e un codice morale proprio a ciascun social media manager, che fa sì che certi eventi non si verifichino e che in tanti casi fa sì da diffondere davvero un contenuto nella rete. Mi è capitato con la pagina fb del museo di Palazzo Pretorio di Prato: ha condiviso il mio blogpost sulle 10 cose da fare e da vedere a Prato e mi ha portato un aumento dei visitatori del 1000% nella giornata della condivisione.

Il punto è che l’esperienza insegna e sta a noi farci una mappa dei contenuti che siamo interessati a condividere e a far circolare in rete e a capire attraverso quali canali diffondere la condivisione.

Dalle mie esperienze ho imparato che su instagram non taggherò più nessuno, salvo in casi specifici (ad esempio un instameet) perché il gioco non vale la candela, perché non ho un vantaggio neanche minimo in termini di like e di follower dalla condivisione della mia foto. L’unica eccezione è stata, in qualche occasione, il tag alla rivista di quartiere di Firenze: ciò mi ha comportato per due mesi di fila tra il 2017 e il 2018 non solo la condivisione su instagram e su facebook, ma la pubblicazione sul giornale cartaceo del quartiere. Non che mi abbia portato dei followers, ma mi ha fatto sicuramente un gran piacere vedere pubblicata per tre volte di fila una mia foto come “foto del mese”.

Questa foto, nella quale ho taggato @ilreporterFi, il giornale di quartiere di Firenze, è stata pubblicata sul giornalino del quartiere: questa sì che è stata una grande soddisfazione!

Ho imparato poi che su facebook non devo taggare nessun grosso ente quando pubblico foto, mentre vale la pena di farlo in caso di blogpost. In quel caso ho la speranza che, con la condivisione, i followers di quella pagina verranno a cliccare sul mio link, generando traffico verso il mio blog.

Spero che questo post non sia solo ed esclusivamente la scoperta dell’acqua calda, ma possa aver dato qualche spunto di riflessione a tante e tanti blogger ingenui come me: siamo tanti, ma siamo belli e non dobbiamo permettere alle delusioni di sopraffarci. Dall’esperienza si impara sempre, e dagli sgambetti ci si rialza ogni volta più forti.

E tu hai avuto qualche esperienza negativa di questo tipo da cui hai tratto un insegnamento? Parliamone nei commenti!

Perché esiste la Giornata Nazionale del Paesaggio

Il 14 marzo dal 2017 il MiBACT, Ministero per i Beni e Attività Culturali e Turismo, ha istituito la Giornata Nazionale del Paesaggio.

giornata nazionale del paesaggio

Sembrerebbe una banalità: a che serve una Giornata Nazionale del Paesaggio? Sembra una frivolezza come la giornata nazionale del gatto, dello gnomo da giardino (esiste!) o di altre amenità simili. Però questa volta c’è qualcosa di più. E vi spiego perché. Soprattutto, vi spiego perché l’Italia si è presa la briga di indire una Giornata Nazionale del Paesaggio.

La Convenzione Europea del Paesaggio

 

Correva l’anno 2000 quando si riunirono i Grandi d’Europa per discutere di Paesaggio. La Convenzione fu ratificata non in una città qualunque, ma a Firenze. E non occorre che vi dica quanto per la Toscana il paesaggio sia fondamentale.

il panorama di Firenze dalla Galleria del glicine del Giardino Bardini

Senza entrare nel merito e discutere il testo della Convenzione (non sono una giurista), mi piace soffermarmi su alcuni aspetti importanti. La definizione di paesaggio, innanzitutto:

“Paesaggio” designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni.

All’articolo 1 della Convenzione si danno le definizioni di Paesaggio, Politica del Paesaggio, Obiettivo di qualità paesaggistica, e ancora Gestione dei paesaggi e Pianificazione dei paesaggi. Queste tre voci, in particolare, sono importanti perché sulla base di esse si è sviluppata tutta la normativa successiva in materia di tutela paesaggistica.

Non è mia intenzione ammorbarvi qui sulla normativa in materia di paesaggio. Però mi piace sottolineare come la tutela del Paesaggio vada d’amore e d’accordo, si integri e si compenetri con la tutela dei Beni Culturali. E infatti, oggi, le Soprintendenze si chiamano “Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio”. Non solo, ma le Regioni innanzitutto sono state chiamate a realizzare i propri Piani Paesaggistici, e così i comuni che hanno dovuto recepire le istanze del paesaggio nei propri piani regolatori.

Basta, non dico più nulla sulla normativa.

Paesaggio = natura + cultura

Di fatto, che cos’è il paesaggio? È forse quello che fotografiamo e carichiamo su instagram con l’hashtag #paesaggio oppure #landscape o ancora #landscapelovers (questi ultimi due #hashtag vanno tantissimo, tra l’altro)? La domanda è a monte. Cosa intendiamo noi per paesaggio?
Spesso tendiamo a intendere il paesaggio come un sinonimo di panorama. Ma paesaggio e panorama non sono la stessa cosa. Panorama è una vista che abbiamo da un punto privilegiato su un territorio, e può essere naturale o antropico, può essere sconfinato (anche l’orizzonte è un panorama) o racchiuso (un paesino in fondo a una valle). Panorama è ciò che vediamo, la vista su cui può spaziare il nostro sguardo.

Ruderi a Drego: un paesaggio perfetto, in cui natura e cultura si compenetrano

Il paesaggio, come dice anche la definizione che vi ho riportato sopra, è un territorio in cui uomo e natura convivono da millenni, influenzandosi reciprocamente. Paesaggio è quello della Val d’Orcia, con i campi di grano distesi sulle dolci colline; paesaggio è quello dell’Oltrepò Pavese in Lombardia, o del Chianti in Toscana, con i vigneti che pettinano le colline; paesaggio è quello della bonifica, ben evidente a Ostia antica; paesaggio è quello alpino con i pascoli; è quello della Sila con pascoli e boschi; paesaggio è quello lacustre, con i piccoli insediamenti umani che si affacciano sul lago; paesaggio è quello marino, delle spiagge e della pineta in Maremma; paesaggio è quello archeologico, ogni qualvolta i resti archeologici sono ben integrati nel territorio circostante. E mi riferisco ancora una volta a Ostia antica, ma anche a Pompei e a Paestum.

Paestum: il paesaggio appare tra gli intercolumni della facciata della Basilica

Paesaggio è quello delle coltivazioni specifiche: come i girasoli, il mais, la lavanda, il grano: colori che caratterizzano il territorio e creano un paesaggio agrario.

Il paesaggio della bonifica a Ostia antica

Questo paesaggio è quello che ho più presente da quando vivo e lavoro qui: è il paesaggio che vedo dalla finestra rivolta a Ovest la mattina quando mi alzo, ed è il paesaggio che osservo quando vado a lavoro e quando ne torno: campi sterminati nei quali nel pomeriggio pascolano le pecore, le strade bordate da altissimi pini marittimi. In fondo, l’argine del Tevere che ha disegnato, stravolto (nel 1557 quando, in seguito ad un’alluvione cambiò il suo alveo) e ridisegnato un territorio. E il territorio è stato domato, bonificato, reso vivibile dall’opera, negli anni ’20 del Novecento, degli uomini della Bonifica, provenienti per la maggior parte da Ravenna, i Romagnoli. Ad essi è dedicato un lungo stradone, il Viale dei Romagnoli, che da Roma corre parallelo alla via Ostiense fino a Ostia Lido, e ad essi è dedicato un monumento addossato alle mura del Borgo di Ostia antica, da cui emerge tutta la riconoscenza e l’orgoglio nazionale dell’Italia anni ’20.

bonifica ostia antica

Il paesaggio della bonifica a Ostia antica

Il paesaggio archeologico: Ostia antica

Resto sempre a Ostia antica, senza allontanarmi troppo da casa mia. Anzi, vi porto a lavoro con me.

ostia antica

L’area archeologica di Ostia antica è immersa nel verde: un vero paesaggio archeologico

Ciò che noi vediamo e percorriamo oggi della città antica di Ostia, che fu la porta di Roma sul mar Tirreno, attraverso la quale passavano le merci dirette a soddisfare le esigenze della capitale dell’impero, è stata portata in luce, scavata, restaurata e ricostruita tra gli anni ’30 e i primi anni ’40 del Novecento. Sempre in epoca fascista. Il grosso degli scavi fu realizzato assecondando l’ideologia fascista della nuova Roma erede dell’Impero Romano, per cui restituire al mondo Ostia sembrava un’operazione fondamentale di autocelebrazione della romanità. Anche se le premesse erano sbagliate, e la metodologia di scavo pure, tuttavia il risultato fu eccellente, perché fu portata alla luce una città intera di cui si compresero bene la vocazione commerciale e la monumentalità.

Per rendere il sito una piacevole passeggiata tra le rovine, lungo le vie principali della città furono impiantati pini e cipressi. Questi pini e cipressi, oltre al verde, caratterizzano tantissimo la città antica, per cui si può parlare davvero di paesaggio archeologico. E, vi assicuro, è un paesaggio bellissimo, anche sotto la neve di qualche settimana fa. (Avete visto le foto di Ostia antica sotto la neve? Le ho pubblicate su Generazione di archeologi)

neve a ostia antica

La neve a Ostia antica: meravigliosa! Altre foto su Generazionediarcheologi.com

Un paesaggio in cui l’elemento del verde, assicurato dalle alberature, dagli arbusti, dalla semplice erba di prato che in questi giorni si sta puntinando di margheritine bianche e gialle e di anemoni lilla, è fondamentale e proprio per questo ben curato e manutenuto.

Il paesaggio della Laguna: Orbetello

Si tende a pensare che le lagune siano ambienti totalmente naturali. Se poi andiamo a guardare nello specifico i singoli casi, ci accorgiamo che non è assolutamente così. Le conosciamo come oasi faunistiche, luoghi in cui soprattutto gli uccelli, ma anche altri animali, trovano rifugio e casa, ma allo stesso tempo sono luoghi con i quali l’uomo convive da secoli per non dire millenni, sviluppando una gestione del territorio e un’economia che anche se apparentemente sembra non incidere visivamente, in realtà è molto evidente. L’esempio della Laguna di Orbetello è esemplare. Innanzitutto lo stradone che collega Orbetello con la penisola dell’Argentario è artificiale, mentre le due lingue naturali, il Tombolo della Feniglia e il Tombolo della Giannella, sono i due collegamenti naturali, due spiagge, due dune, e delimitano la laguna a nord e a sud. Lo stradone, però è un intervento relativamente recente.

il mulino orbetello

Il mulino nella Laguna di Orbetello

L’uomo nell’area, invece, è ben presente da tempi molto remoti. Senza andare troppo indietro nei secoli, basterà citare le saline di Albinia. Saline e laguna vanno spesso di pari passo: basti pensare alla Camargue e alle Salines de Giraud per farsi un’idea. A scanso di equivoci, ad Albinia il Forte delle Saline risale al XV secolo. Il Mulino della Laguna di Orbetello, invece, ultimo sopravvissuto di nove che erano inizialmente, e che oggi è elemento così caratteristico del paesaggio (diciamo pure che è ciò che gli conferisce ancora più valore!) risale anch’esso al Quattrocento.

laguna di orbetello

Fotografando la laguna di Orbetello: il Mulino è un elemento fondamentale del paesaggio

Per concludere, la Laguna ha dato da vivere a una comunità di pescatori per secoli. Essi sono le persone più informate sui fatti, coloro che meglio di chiunque altro, di qualunque amministratore pubblico, architetto paesaggista, ambientalista o simili sappia qual è il bene della laguna e dove siano i suoi punti di sofferenza: vive di quello, vive per quello. Un paesaggio è in salute quando la comunità che lo vive ne trae giovamento e lo cura a sua volta. Il paesaggio è un equilibrio costante.

Andiamo Oltralpe: il paesaggio della lavanda in Provenza

D’estate il dolce pianoro di Valensole e dintorni si colora di lilla. All’inizio di luglio esplode la fioritura della lavanda, in Provenza come ovunque. Ma la Provenza è diventata ormai per molti sinonimo di campi di lavanda. Moda? Forse, ma in realtà si tratta di un paesaggio ben consolidato. La lavanda si coltiva in campi ampi, non necessariamente dritti e pianeggianti, anzi: la regione del Vaucluse, dove si trova la maggior parte delle coltivazioni, è costituita da valli strette e piccoli paesi o villaggi. I campi di lavanda sono più o meno estesi, e da lontano sono macchie lilla in mezzo al verde.

Plateau du Claparèdes, Provenza

Un campo di lavanda lungo il Plateau du Claparèdes

Un paesaggio che è assolutamente antropico, visto che si tratta di coltivazioni, così come la Val d’Orcia gialla a giugno per i campi di grano: territori fortemente antropizzati, anche se non ci sono insediamenti. Ma antropico è tutto ciò che vede l’intervento dell’uomo. E la coltivazione, o meglio l’agricoltura, è un atto fortemente antropico di caratterizzazione del paesaggio.

Cos’è il paesaggio?

Il paesaggio è dunque il risultato dell’azione millenaria, secolare, o anche recente, dell’uomo nei confronti dell’ambiente circostante. È il risultato di un rapporto sostenibile con la natura, fatto di azioni destinate ad imprimere sul territorio un’impronta caratteristica e facilmente riconoscibile: il paesaggio tipico toscano, per esempio, con i filari di cipressi che conducono a casali in cima a colline coltivate a grano, a erba o a vigne, è un’invenzione tutto sommato recente, ma è l’idea che ormai tutto il mondo ha della Toscana. Il paesaggio è il frutto di millenni di storia in cui culture diverse si sono succedute costruendo la nostra identità culturale. Noi di fatto ci identifichiamo nel nostro paesaggio.

castel mareccio

Castel Mareccio, Bolzano: un castello medievale appena fuori dalla città, immerso nelle vigne: paesaggio storico e agricolo in una botta sola

La caratterizzazione del paesaggio, in Italia, ma anche altrove, ha origini antichissime, nella preistoria addirittura. Pensiamo ad esempio ai boschi e ai pascoli, a certe montagne sulle quali non crescono alberi e ad altre invece assolutamente boscose. La selezione, avvenuta millenni fa, è stata di scegliere determinate aree per il pascolo degli animali, mediante disboscamento di intere foreste. Queste si sono mantenute, e ciò che noi consideriamo naturale, come un bel prato, una radura in un bosco, in realtà è frutto di selezione millenaria di un terreno da parte dell’uomo.

La cascata delle Marmore: un’invenzione umana, non un fenomeno naturale!

Non so voi, ma io sono terribilmente affascinata da argomenti come questo e da tutte le implicazioni che si possono trarre. La prima implicazione che si trae è che l’uomo è l’attore sostanziale da sempre, anche da quando non aveva cognizione di sé. Da quando domina il fuoco, l’uomo è in grado di creare un paesaggio; da quando, poi, si stabilisce in villaggi stanziali che campano di agricoltura oltre che di pastorizia, il passaggio (e il paesaggio) è fatto.

Andando avanti, nel passaggio da preistoria a protostoria a storia, l’uomo ha sempre più saputo dominare il territorio e trasformarlo. Pensiamo alle grandi vie consolari romane, come l’Aurelia da Roma alla Liguria, l’Appia da Roma a Brindisi, la Cassia da Roma a Firenze: sono strade che all’epoca diedero un’impronta al paesaggio, condizionando tutti gli sviluppi successivi.

Creando il paesaggio, l’uomo ha fatto sì che un territorio naturale assumesse un’identità. L’identità è data dalla capacità dell’uomo di sfruttare le caratteristiche positive del territorio per impiegarle in maniera sostenibile.

Sostenibilità

Ed ecco la parola chiave: sostenibilità. L’uomo preistorico neanche sapeva cosa fosse, la sostenibilità, ma la praticava perché non poteva contemplare l’idea dello spreco di risorse. Per questo oggi è importante che tutti, autorità competenti, cittadini, viaggiatori, badiamo alla salvaguardia e alla sostenibilità dei luoghi e dunque dei paesaggi. I paesaggi si evolvono insieme all’uomo, certo, ma dobbiamo stare attenti che l’equilibrio su cui si basano non sfori in una direzione piuttosto che in un’altra, perché grave danno avrebbe il mondo intero.

Ricordi di viaggio: i miei souvenir #imieisouvenir

Anche voi, come me, quando andate in viaggio riportate poi la valigia ingombra di souvenir? Non parlo delle calamite, per le quali bisognerebbe aprire un capitolo (e comprare un frigorifero) a parte, ma di tutti quegli oggetti, di merchandising vario, in cui incappate durante i viaggi, cui non sapete resistere e che, una volta giunti a casa, diventano parte integrante dell’arredamento.

Per me è così. I souvenir sono per me, oltre alle fotografie e a questo blog, gli oggetti fisici che mi riportano alla memoria un viaggio e le sue sensazioni, come il serpentello in ceramica di Vietri che mi ricorda della mia breve gita in Costiera Amalfitana con i miei cugini ormai 20 anni fa, o il servizio da té da casa delle bambole che ho acquistato a Portobello Road a Londra, mercato delle pulci incredibilmente ricco di teiere (che colleziono) ma bagaglio troppo piccolo per me per portarmi dietro anche solo una di esse.

#imieisouvenir

Adoro i souvenir!

I souvenir sono fatti – lo dice il nome stesso – per ricordarci del viaggio compiuto. Ed essi, indipendentemente dalla loro estetica, dimensione o utilità pratica, ci ricordano in ogni momento dove siamo stati e perché li abbiamo scelti.

Negli ultimi tempi ho dovuto traslocare. Il trasloco, con la successiva ricollocazione degli oggetti nella nuova casa, è stato il momento per riprendere in mano tutte le cose che mi appartengono, che dunque mi rappresentano e raccontano la mia vita per me. Non ho buttato uno solo dei souvenir dei vecchi viaggi: ciascuno di essi racconta il viaggio nel corso del quale l’ho incontrato ed è perciò un pezzo importante della mia vita.

Man mano che mettevo a posto saltavano fuori varie tipologie di oggetti che ho pensato di raggruppare in queste quattro macrocategorie: i prendipolvere; gli oggetti utili; gli oggetti da esposizione; i gioielli.

Queste categorie a loro volta si distinguono in sottocategorie, che andremo a vedere di volta in volta.

 I prendipolvere

A questa categoria corrispondono tutti gli irrinunciabili inutilia: si ritagliano sui mobili e sulle credenze un posto di tutto rispetto accanto alle bomboniere di amici, nipoti, cugini, fratelli, con la differenza che questi oggetti li avete scelti voi.

Inutilia: animali

#imieisouvenir: inutilia, animali e vasetti miniaturistici

Nella mia collezione di souvenir inutilia rientrano oggetti principalmente a forma animale e vasetti miniaturistici, di alcuna utilità pratica. I miei animaletti sono il suddetto serpentello in ceramica di Vietri e il torito, riproduzione in miniatura di un torito vero, scultura in terracotta a forma di toro che decora gli ingressi delle case quechua in Perù. Si tratta di un oggetto portafortuna ed è con questo spirito che l’ho acquistato durante il mio viaggio in Perù.

Sempre dal Perù, ma questa volta dalla foresta amazzonica peruviana, da Puerto Maldonado, proviene un pappagallo coloratissimo, in legno, ricordo del mio soggiorno in un lodge lungo il fiume, tra pappagalli, tucani e scimmiette cappuccine.

Inutilia: vasetti miniaturistici

La categoria dei vasetti miniaturistici vede un’anfora decorata che vorrebbe imitare gli oggetti d’arte greca. Comprata a Monastiraki, ad Atene, è un oggettino inutile al quale sono davvero affezionata. Allo stesso modo sono affezionata alla boccetta in vetro verde, anch’essa miniaturistica, acquistata in un affascinante negozio di vetri in via del Pellegrino a Roma, molti anni prima di scoprire che Roma sarebbe diventata la mia seconda patria.

Inutilia: non classificabile

Non è classificabile la mia tenda beduina, in effetti: la riproduzione, neanche troppo accurata, di una tenda beduina come quelle che si possono (potevano un tempo) incontrare nel deserto giordano. Fa bella figura nel presepe, se siete amanti del genere.

tenda beduina souvenir

#imieisouvenir: la tenda beduina

Gli oggetti utili

Non sembra, ma tanti souvenir in realtà possono essere impiegati in modo utile

Oggetti utili: le mug

#imieisouvenir La mia Dinosaur Mug

Sembra incredibile, eppure si possono acquistare come souvenir anche degli oggetti utili. Un esempio tra i più eclatanti? La classica mug, una tazza dove potenzialmente puoi prendere il té, il latte, che puoi usare quindi nella vita di tutti i giorni.

Proprio due mug sono i primi oggetti utili di cui vi parlo: una viene dal Museum of Natural History di New York, buffa, con gli scheletri di due dinosauri esposti al museo che con il calore del té tornano vivi nel loro ambiente naturale; l’altra viene da Ostia ed è una tazza con un colosseo all’interno! La considero un souvenir perché all’epoca non potevo immaginare che proprio a Ostia sarei venuta a lavorare, ormai da tre mesi.

Oggetti utili: le tazzine da caffé

Le mie due tazzine da caffé di Atene, con tanto di Partenone rappresentato sopra, sono uno dei souvenir cui sono più affezionata in assoluto! Nere col disegno oro e bianco, con i decori a meandro che richiamano l’antica Grecia e il monumento principale di Atene. Anch’esse furono acquistate a Monastiraki. Va detto che ad Atene spesi un sacco di soldi in souvenir!

#imieisouvenir da Atene

Oggetti utili: le tazze da gluhewine

I mercatini di Natale regalano sempre gioie. Se come me, amate anche il vin brulé, il gioco è fatto! Dai mercatini di Natale di Monaco di Baviera ho riportato più di una tazza: ognuno dei mercatini che si svolgono nelle varie piazze e vie della città ha la sua tazza specifica, che si può acquistare oppure restituire come vuoto a rendere. Naturalmente le ho tenute tutte perché sono una diversa dall’altra. La più spettacolare è quella che ho chiamato Santo Graal, per la sua forma, a calice di terracotta, davvero molto medievale.

gluhevine munchen

Le mie tazze da vin brulé direttamente da Monaco di Baviera

Oggetti utili: i bicchierini da liquore

Paese che vai, bicchierino che trovi. Sono i souvenir in assoluto più fragili che si possano acquistare; quando se ne rompe uno, si rompe qualcosa anche nel cuore perché un piccolo pezzo di ricordo è perduto per sempre. Ma pensiamo positivo: tra i più particolari propongo un bicchierino a forma di fico d’India dalla Sicilia e uno a calice da Barcellona. Ma ne esistono davvero per tutte le forme e per tutti i gusti.

Oggetti utili: boccali di birra

Chi ama la birra come me lo sa: se va in Germania o in altri luoghi dove la birra è un must, imperativo categorico diventa portarsi a casa almeno un boccale caratteristico! Ecco che a Monaco di Baviera la HB, uno dei più noti birrifici della città ha tutta una produzione di merchandising cui è difficile restare indifferenti. E infatti il boccale rimane attaccato alle mani, c’è poco da fare.

Oggetti utili: scatoline di latta per il té

#imieisouvenir Le scatoline di té da Londra

Andate a Londra e ovunque vi girate sarete invasi da scatoline di latta fantasiosissime che contengono té nero di infima qualità (per dovere di cronaca va detto); in alcuni casi le scatole sono prodotte da marchi grossi, come Ahmad Tea, per esempio, che viene venduto nei negozi di souvenir, ma che è di buona qualità.

In generale il merchandising che ruota intorno al té in Gran Bretagna è preponderante ed è difficile tornare in patria senza cadere nella tentazione di comprare almeno uno scatolino di té.

Oggetti utili: scarpe

Ah, sì, da vera donna quale sono adoro le scarpe! Così a Cusco ho acquistato un paio di sneakers con la classica fantasia peruviana, a Petra ho acquistato un paio di ciabatte, in raso rosso e nel souq di Dubai ho acquistato un favoloso paio di scarpe da mille e una notte: una ciabattina rasoterra con la punta vagamente all’insù di cui sono innamorata: una scarpina elegante, da Sherazade.

scarpe etniche

#imieisouvenir Scarpe etniche, dal souq di Dubai e dal mercato di Cusco

Oggetti utili: maglieria dal Perù

Sciarpa, cappello tipico peruviano, guanti: tutto in lana di alpaca certificato, tutto per difendersi dal freddo negli inverni più rigidi. Oggetti acquistati ad Arequipa e a Cusco, li uso tuttora. Il cappello e i guanti, poi, sono davvero caldi, li adoro!

Oggetti da esposizione

Sotto questa categoria vanno tutti quegli oggetti che meritano di essere esposti in una vetrinetta, i veri soprammobili degni di questo nome.

Esposizione: artigianato marocchino

Un solo giorno a Tangeri e ho fatto danno! Ho portato via con me una teierina che non ha alcuna utilità pratica se non quella di essere bellina, una ciotola, che ha anche una sua utilità (oggi è riempita di conchiglie del mare d’inverno di Ostia) e un porta spezie che fa anche bella figura in tavola, in effetti. Io però preferisco tenerla lì sul tavolino, in esposizione: è bella, triplice, gialla. Mi mette allegria e mi ricorda di un mercato tangerino, di un mercante mezzo cieco e della sua commozione nel vederci acquistare solo dal suo banco.

#imieisouvenir da Tangeri

Esposizione: le caffettiere giordane

caffettiere medio oriente

#imieisouvenir caffettiere dal Medio Oriente

Il caffé in Medio Oriente è una bevanda importante tanto quanto il té, per questo si trovano in vendita tantissimi oggetti legati ad esso. Ho acquistato caffettiere di nessuna utilità pratica ma solo per bellezza sia in Giordania che a Dubai: le trovo degli oggetti bellissimi, a prescindere dal resto, e per questo le espongo con orgoglio accanto alle mie teiere (che ahimè non sono souvenir perché in Cina e in Giappone non ci sono ancora mai stata).

Esposizione: i quadretti

Vi è mai capitato di andare per le città d’arte o per i quartieri artistici e vedere artisti che dipingono e vendono i propri lavori? A Firenze, per esempio, ne è pieno, così come a Montmartre, il quartiere degli artisti di Parigi. Qui è facile farsi conquistare dalla bellezza di alcune di queste opere. Esse diventano souvenir nel momento in cui le appendiamo in casa. Sono piccoli ricordi artistici del nostro viaggio e danno quel tocco personale all’arredamento.

I gioielli

Sono donna, quindi non posso non correre dietro a gioielli di ogni forma e dimensione. Non devono essere necessariamente sbrilluccicosi, anzi la mia collana in semi del centro dell’Australia non sbrilluccica per niente.

Gioielli: Australia

Ebbene sì, dal centro dell’Australia, dalla riserva storica della Missione di Hermannsburg, oggi sede di una comunità aborigena, proviene una mia bellissima collana gialla realizzata con i semi di una pianta locale. Di tutti i gioielli che ho comprato in giro per il mondo, questo è quello cui sono più affezionata, forse perché è stato acquistato nel luogo più lontano del mondo. Sempre in Australia, ma lungo la Great Ocean Road, acquistai un paio di orecchini in conchiglia, che uso ancora oggi con una splendida riuscita.

collana aborigena

#imieisouvenir: la collana aborigena

Gioielli: Medio Oriente

In Giordania acquistai una splendida collana di quelle in argento con quella lavorazione tipica che hanno i gioielli arabi; a Dubai acquistai invece un bracciale e degli orecchini. A Dubai, tra l’altro, c’è il souq dell’oro, dove vendono gioielli veri. Ma non ho osato giungere a tanto.

I gioielli sono ricordi che si indossano. Nel caso dei souvenir è ancora più vero.

#imieisouvenir: ora tocca a te

Fin qui vi ho raccontato #imieisouvenir. Mi raccontate i vostri? Se siete blogger scrivete un post al riguardo con questo hashtag e segnalatemelo nei commenti, altrimenti raccontatemi nei commenti quali souvenir arredano casa vostra e vi ricordano i vostri viaggi.

Breve riflessione sulla storia delle donne viaggiatrici

L’8 marzo mi sembra il giorno adatto per scrivere alcune riflessioni sulle donne e i viaggi, o meglio sulla storia delle donne e la storia dei viaggi. Le donne viaggiatrici cui mi riferisco sono le pioniere dei viaggi, coloro che tra l’800 e la prima metà del ‘900 hanno rotto gli schemi, calpestato le convenzioni sociali che le volevano solerti e affettuose mogli a casa, e che sono partite, ognuna verso la meta che più sognava.

storia dei viaggi al femminile

Tutte costoro ci hanno lasciato uno o più resoconti dei loro viaggi. Ognuna col suo personalissimo stile, ognuna col suo tocco e con la sua sensibilità, ognuna con la sua curiosità. Di alcune di esse ho parlato nel post dell’8 marzo dell’anno scorso, dedicato alle donne che hanno scritto la storia dei viaggi: adoro la vita e le vicende di donne come Gertrude Bell, o Alexandra David-Néel: donne che in un mondo maschile si sono fatte strada e si sono sapute imporre.

Non è più il tempo di Penelope

John Williams Waterhouse, Penelope and the Suitors, 1912. Credits: tanogabo.com

Ricordate Penelope? La fedele moglie di Ulisse che attende il marito per 20 anni, senza muoversi dalla sua casa? Se Ulisse è stato il simbolo per millenni del viaggiatore, colui che appena tornato a Itaca poi riparte, spinto ad andare oltre, a scoprire cos’altro ancora le sue peregrinazioni dopo la fine della Guerra di Troia non gli hanno rivelato, colui per il quale viaggiare è conoscere (parafrasando la Divina Commedia), Penelope al contrario è l’esemplificazione di ciò che da una donna ci si è sempre aspettato che facesse: restare a casa, aspettare. L’opposto del partire è restare. La donna restava a casa.

Per secoli e millenni, per intere culture e civiltà non era certo la donna che viaggiava e certo se viaggiava non lo faceva per piacere ma per seguire marito, famiglia, per scappare. Un’altra figura dell’Odissea ci racconta un aspetto delle donne che non viaggiavano: Nausicaa.

La giovane Nausicaa, che nel mito salva Ulisse e se ne innamora, ascolta estasiata il racconto delle sue peregrinazioni. Poi vorrebbe che lui si fermasse. Ma non c’è niente da fare, Ulisse riprende il viaggio e punta a Itaca.

diari di viaggio

Diario e ricordi di viaggio. Credits: maraina in viaggio

Non è più il tempo di Penelope: la donna non si accontenta più di stare a custodire la casa quando il marito è assente. La donna ha curiosità del mondo e parte, anche da sola. Non è più il tempo di Nausicaa: la donna non si accontenta più di ascoltare i racconti altrui. La donna li vive, questi racconti, e li scrive a sua volta.

Viaggiatrici inglesi nell’Ottocento

Emily Lowe, Donne indifese in Calabria

Dobbiamo aspettare parecchi secoli, anzi millenni, prima di poter vedere finalmente delle donne in viaggio. Da sole. Cose mai viste davvero! Siamo in Gran Bretagna, le ladies dell’alta società inglese, con idee progressiste e femministe nonostante tutto, scoprono che possono intraprendere anche loro quei viaggi che costituiscono l’educazione dei giovani rampolli inglesi. Qualcuna parte al seguito del marito, qualche altra, come ad esempio Emily Lowe, parte da sola, anzi, con la madre. Due donne che affrontano il Grand Tour, ovvero il viaggio in Italia. L’Italia all’epoca era sì la meta dei viaggi culturali e delle antichità, ma era anche, soprattutto nel Sud Italia, la terra delle avventure, tra briganti, povertà, comportamenti estremamente spontanei, per la nobiltà inglese, ed estremamente passionali. Il volume “Viaggiatrici. Storie di donne che vanno dove vogliono” di M.C. Martino racconta di alcune nobildonne ed esponenti della ricca borghesia inglese che viaggiarono in Italia nel corso dell’800. Emerge in queste donne, viaggiatrici e scrittrici, la consapevolezza che la scrittura di genere a tema viaggi fosse osteggiata. Ma proprio per questo scrivevano, con rinnovato vigore e facendo notare i propri punti di forza rispetto alla scrittura di viaggio maschile. Una coscienza di genere stava nascendo; la pratica, e la letteratura, del viaggio ne fu uno i banchi di prova.

Gertrude Bell

Gertrude Bell durante la sua visita agli scavi di Babilonia. Fonte: wikipedia

Nonostante le nobildonne inglesi si stessero emancipando, ancora mancava quel certo non so che, quella dimostrazione che una donna potesse studiare, al pari di un uomo, laurearsi, al pari di un uomo, e intraprendere una carriera diplomatica, al pari di un uomo. I detrattori contro di lei dissero che non si sposò mai. Non so se Gertrude Bell se ne rammaricò – la sua biografia narra che l’unico uomo di cui mai si sia innamorata morì prima del fidanzamento – ma certo non considerò il non sposarsi un compromesso. Poi, casomai, il problema era maschile, non certo suo. Laureatasi in storia del Vicino Oriente, grazie ad uno zio diplomatico ebbe la straordinaria possibilità di viaggiare in Medio Oriente. Da archeologa, percorse la regione, Siria, Giordania, Palestina, Libano, con l’interesse dell’esploratrice e l’occhio indagatore di chi interpreta le tracce del passato. Da attenta osservatrice, fu sempre cauta nel farsi ospitare e non portare imbarazzo presso i vari emiri, sultani, principi, pastori presso la cui tenda o il cui palazzo si presentava come ospite. Nei suoi diari, in particolare in quello del viaggio del 1911, che poi è stato pubblicato come “Viaggio in Siria“, racconta una terra, le sue tante contraddizioni, le tribù e le personalità che la abitano, e utilizza sia il metro della viaggiatrice che quello della studiosa di antichità, regalandoci delle pagine freschissime e delle fotografie che oggi, alla luce delle distruzioni perpetrate dall’Isis, documentano una situazione che non è più.

Gertrude Bell è una donna che mi affascina molto. Ho pubblicato la recensione del suo viaggio in Siria nel blog Generazione di Archeologi.

Gertrude Bell è un personaggio storico: divenuta esperta del Vicino Oriente, fu impiegata come agente segreto dalla Gran Bretagna e giocò un ruolo importante nella costituzione dello stato dell’Iraq. Non poteva immaginare quanto le sue decisioni avrebbero condizionato così tanto la storia dei 90 anni successivi.

Letteratura di viaggio al femminile

Mary Morris, The illustrated virago book of women travellers

Il tema della letteratura di viaggio al femminile mi interessa molto. Nella mia Biblioteca dei viaggi molti dei libri recensiti sono scritti da donne: scelta inizialmente casuale, oggi è senza dubbio mirata, perché per un mio interesse personale ora perseguo questa branca della letteratura di viaggio. Il motivo è semplice: mi voglio riconoscere e identificare nelle viaggiatrici narratrici e mi piace pensare che in un’epoca in cui era difficilissimo per una donna viaggiare, vi siano state delle figure fuori le righe che sono riuscite nel loro intento, a portare avanti il loro progetto, alle volte davvero estremo. Mi sono imbattuta nella presentazione di The illustrated Virago Book of Women Travellers, a cura di Mary Morris, ahimè mai tradotto in italiano, che racconta con dovizia di particolari l’universo dei racconti di viaggio al femminile nell’800 e oltre. Tanti i nomi di autrici che spesso non sono mai state tradotte in altra lingua, ma che tracciano un quadro della narrativa di viaggio anglosassone davvero notevole.

Oltre a loro, sono tanti i nomi di donne degne della massima considerazione, che si sono distinte per le loro imprese: Amelia Aerhart, la prima pilota d’aereo femminile, che provò a girare il mondo in aeroplano, ma ahimè non riuscì nell’impresa; Alexandra David-Néel, che fu la prima donna e il primo personaggio europeo a entrare nella città segreta di Lhasa, in Tibet, nella prima metà del Novecento; Jeanne Baré, la prima donna che addirittura nella seconda metà del Settecento, travestitasi da uomo, riuscì a imbarcarsi e a circumnavigare così il mondo; Annie Cohen Kopchowsky, che per prima girò il mondo in bicicletta, nel 1895. Queste sono solo alcune delle grandi grandissime donne che hanno scritto la storia dei viaggi al femminile. Una storia ancora tutta da (ri)scoprire.

#viaggi90: come viaggiavamo negli anni ’90?

E qui apriamo l’album dei ricordi. Come viaggiavamo negli anni ’90?

La domanda è venuta fuori sul bel gruppo facebook di travelblogger italiane fondato da Paola di PastaPizzaScones, ed è diventato un progetto condiviso. Il primo post è stato scritto da Daniela di Thedazbox ed ha ispirato ad Alessia di Una valigia di Emozioni di farlo diventare un tema. Così alcune di noi hanno pensato di condividere con le altre e con i propri lettori i propri ricordi dei viaggi durante gli anni ’90. Molte, se non tutte, eravamo bambine e adolescenti all’epoca, e seguivamo i nostri genitori in vacanza. Sono venuti fuori dei racconti molto divertenti, toccanti, aneddoti simpatici, altri commoventi. Ma soprattutto personali. Perché il travelblog non risponde soltanto al rigido e impersonale linguaggio della SEO, ma è fatto anche di chiacchiere, di emozioni, di persone vere che battono i tasti sul pc per produrre contenuti autentici per i propri lettori.

E ora veniamo al dunque. Alla domanda “Raccontami i tuoi viaggi negli anni ’90” rispondo così.

#viaggi90: la Sardegna in Fiat Tipo

Le vacanze negli anni ’90 per me erano i 15 giorni a luglio in Sardegna: in 5, mamma e papà, io e sorella, e nonna, stipati senza aria condizionata e con i finestrini chiusi (perché se si ghiaccia il sudore fa male!) su una Fiat Tipo bianca che veniva caricata sul tettuccio di tutti i bagagli possibili e immaginabili, avvolti in un telone plasticoso e pesante che faceva molto profugo e per chiudere il quale i miei impiegavano dalle due alle tre ore per essere sicuri che non ci saremmo persi una valigia per strada. Ma il viaggio in realtà iniziava mesi prima.

La gloriosa Fiat Tipo modello anni ’80, compagna di tante avventure in Sardegna. Credits: alvolante.it

Step 1: l’agenzia di viaggio

Ve le ricordate le agenzie di viaggio? Eh sì, nell’era in cui non esisteva internet, l’unico modo per prenotare un hotel, un residence e i titoli di viaggio utili a raggiungere la meta era l’agenzia di viaggi. L’agente di viaggi era un amico, un consulente, una persona che con una parola poteva indirizzarti verso una struttura piuttosto che un’altra. Era persona di grande fiducia, ma soprattutto era l’unica cui potersi affidare. Verso febbraio in casa era uno sfogliare cataloghi di residence e hotel. La meta la sapevamo già: la Sardegna, sempre e comunque. Bisognava solo scegliere il residence. E la scelta, molto spesso, ricadde sempre sulla stessa struttura: Terrata, tra Olbia e Golfo Aranci, di fronte a noi le due isole di Tavolara e Figarolo. Ci furono anche degli intermezzi, ma per me Terrata rimane il sinonimo delle vacanze estive della mia adolescenza.

La spiaggia di Capriccioli, una delle più belle della Costa Smeralda. Correva l’anno 1994

Step 2: il traghetto

Ci imbarcavamo sempre a Genova. Dopo aver caricato l’auto di tutti i bagagli, iniziava il periglioso viaggio in autostrada (che trascorreva piuttosto velocemente per me: giocavo col gameboy!), dopodiché si arrivava alla banchina del porto di Genova. E qui iniziava la lunga attesa: parcheggiati in auto, fermi sotto il sole (per fortuna partivamo sempre la sera, per cui un bel momento il sole calava), col diktat di non allontanarci per nessun motivo. Poi finalmente si saliva sulla grande nave: solitamente Tirrenia, poi sostituita, negli ultimi anni, dalla compagnia delle Grandi Navi Veloci. Il gioco, una volta parcheggiata l’auto nel grande garage della nave, sarebbe stato ritrovarla la mattina dopo all’arrivo. E se non sbaglio qualche volta abbiamo davvero fatto fatica a ritrovarla.

L’imbarco al porto di Genova: le auto in attesa aspettano di poter salire a bordo. Credits: ansa.it

Per me la nave era semplicemente fantastica, anche se sapevo fin dall’inizio che il viaggio – che fosse in cabina oppure in poltrona – sarebbe stato agghiacciante. Ma amavo salire sul ponte e guardare Genova allontanarsi al tramonto, mentre la pilotina conduceva il traghetto fuori dal porto. E mi piaceva pure mangiare in nave: era un’esperienza diversa, del resto. E facevo il verso alla voce in stereofonia che annunciava “È in funzione il servizio di tavola calda“. Adoravo.

Step 3: il residence, l’animazione, la spiaggia

Da bambina poi cresciuta, posso dire che la vacanza in residence aveva del miracoloso: innanzitutto si stava in appartamento, completamente autogestiti, il che consentiva di andare al mare, mangiare a casa, fare quello che ci pareva. Poi, però, c’erano gli appuntamenti fissi: il miniclub in spiaggia in tarda mattinata, sostituito, quando diventai adolescente, dalla lezione di aerobica alle 18 (dio, quanto mi faceva stare bene! E lì ho conosciuto anche quella che è diventata una carissima amica, mica poco!); poi lo spettacolino serale, l’intrattenimento che di serata in serata si diversificava e ogni volta ci divertiva, ci coinvolgeva… a metà degli anni ’90 ero nella fase in cui mi ero presa la cotta per uno degli animatori del villaggio, bruttino ovviamente, ma animatore quindi figo di per sé, e la mia amica aveva fatto uguale con un altro degli animatori, anch’esso bruttino col senno di poi. Ma che ci volete fare? Eravamo in vacanza, del resto.

L’Isola di Figarolo davanti a Golfo Aranci

Step 4: ricordi di eventi precisi

Mondiali Italia 90 – Semifinale Italia-Argentina

Nel bene e nel male, i miei #viaggi90 in Sardegna sono stati scanditi da alcuni eventi che ricordo con particolare lucidità. I primi due sono calcistici: ricordo Germania-Argentina durante i mondiali di Italia ’90. Eravamo in nave, all’andata verso Porto Torres, e la disperazione nel vedere Maradona sollevare la coppa fu indicibile: quel mondiale spettava a noi, ci avevo creduto tantissimo. E infatti me lo ricordo ancora. Così come ricordo, 4 anni dopo, le partite sulla terrazza del residence, sul quale veniva posto un maxischermo. Era bellissimo, ne venivamo da ogni parte d’Italia ed esultavamo ognuno nel suo dialetto, fino al famoso rigore di Baggio. Vabbè, ci sono ricordi peggiori.

Il ricordo peggiore infatti fu, nel 1992, scoprire in quell’isola felice che era il residence, lontano da tutto e da tutti, che c’era stato un attentato a Palermo a via d’Amelio e che Paolo Borsellino era morto e che la Mafia sembrava aver vinto. Furono giorni abbastanza drammatici, che percepii persino io che all’epoca avevo a malapena 11 anni.

Step 5: le gite in Costa Smeralda

La cosa più bella di tutte, per me che già all’epoca amavo girovagare, erano le gite: sì, bello andare al mare, ma i miei non sono mai stati del tutto tipi da spiaggia, né tantomeno tipi che restano fermi brasati per 15 giorni sotto lo stesso sole, quindi ogni tanto decidevano che potevamo cambiare aria e lasciare il residence. Così partivamo, sulla fedele Fiat Tipo, alla volta di qualche meta “esotica”: una volta era la spiaggia di Liscia Ruja, un’altra era la patinata ma non troppo (all’epoca) Porto Cervo. A Porto Cervo mangiavamo sempre al ristorante “Il pomodoro” che, a giudicare dal suo sito web attuale, negli ultimi 20 anni deve aver cambiato gestione… Comunque lo ricordo con piacere: adoravo il tovagliolino di carta col pomodorone stampato sopra e gli antipasti a buffet: per me una grande finezza.

Il parcheggio di Porto Cervo. Chissà perché i miei hanno scattato una foto del genere…

Mi piaceva Porto Cervo: Ricordo la piazzetta, ricordo le boutiques di lusso inavvicinabili, che vendevano marche e stilisti che a Imperia non si erano mai visti e che quindi attiravano la mia curiosità. Giusto quella, però 😉 Il mito di Porto Cervo, per quanto già vivo, ancora doveva decollare completamente. Per esempio, all’epoca andare a Porto Rotondo o a Liscia di Vacca era una cosa normalissima. Ora mi dicono che anche queste due località siano diventate mete luxury.

Step 6: consolidare i ricordi: videocamera e macchina fotografica

Ognuno di noi era armato del proprio dispositivo per fotografare e immortalare le vacanze. Mio padre portava sempre con sé una telecamera enorme, immensa, immane, pesantissima, con la quale su vhs si registrava direttamente qualunque cosa. Poi il bello (o il brutto, certe volte) era ritrovarsi d’inverno a riguardare questi filmini amatoriali, con il vento di sottofondo sferzante che uccideva qualsiasi dialogo si fosse tentato di riprendere, a vedere le immagini sballonzolanti (mio padre di mestiere faceva il ragioniere, non il cameraman!): insomma, riguardare questi video ogni volta metteva a dura prova la mia pazienza. Ma ora, devo ammettere, un po’ mi mancano e devo dire che senza di essi tanti ricordi li avrei cancellati.

La chiesa di SS. Trinità di Saccargia (SS): non tutte le foto riuscivano bene, e in questa è evidente (e il rullino stava finendo)!

E poi ci sono le fotografie. Ve li ricordate i rullini? Da 24 e da 36? Io avevo una macchinetta fotografica senza infamia e senza lode, mia madre invece aveva una Canon di tutto rispetto. Ma sempre avevamo il limite del rullino a 24 o 36 foto e soprattutto dovevamo scegliere oculatamente il nostro soggetto e sperare che venisse bene, perché non c’era modo di verificarlo e di scattare un’altra foto per correggere la prima. Da questo punto di vista le fotocamere digitali ci hanno decisamente semplificato la vita.

Le isole di Tavolara e Figarolo viste dall’appartamento del Residence di Terrata (Golfo Aranci)

Step 7: ringraziamenti

A proposito di foto, quelle che vedete qui, eccetto dove diversamente specificato, sono proprio le foto originali dell’epoca, che mia madre ha pazientemente scelto e scansionato apposta per questo post. Se non fosse per lei, va detto, non l’avrei neanche scritto il post, perché senza foto non si fa niente, e senza ricordi condivisi non si va proprio da nessuna parte. Perciò grazie mamma!

Le Tombe dei Giganti di Li Longhi, monumento megalitico della Sardegna, vicino ad Arzachena in Costa Smeralda

E voi? Che mi raccontate? Com’erano i vostri viaggi negli anni ’90?

“Buon viaggio” in tutte le lingue del mondo

Ma voi lo sapevate che la parola safari vuol dire viaggio? Esatto, in lingua Swahili safari significa viaggio, e l’espressione Safari njema vuol dire “buon viaggio”. Mi si è aperto il mondo.

Per noi il safari è la gita nella savana, l’esplorazione del regno animale africano, un’esperienza senza dubbio incredibile per chi la vive (io, ahimè, ancora non l’ho vissuta). Ma il suo nome, safari, per le comunità umane che hanno sempre vissuto in quella terra, vuol dire semplicemente viaggio. E mi immagino le popolazioni Masai, che affrontano il viaggio per spostarsi da una parte all’altra della savana, correndo dietro alle stagioni, ai corsi d’acqua, alle prede che migrano anch’esse. Safari, una parola che racchiude davvero un universo di tradizioni.

Tutto questo per introdurre questo post, perché a questo punto mi sono chiesta come si dice “buon viaggio” in tutte o quasi le lingue del mondo. Non potrò fare un elenco esaustivo (non sono il Papa che impartisce la benedizione Urbi et Orbi a Natale e a Pasqua), però voglio trovare le espressioni più curiose, quelle più note, e voglio cercare di capire, laddove possibile, perché proprio quella parola e non un’altra.

Così mi sono affidata a Google Translate, caro amico in tante occasioni, e ho fatto molte scoperte interessanti.

Dire viaggio in Inglese

Iniziamo con l’inglese, la lingua che tutti noi (dovremmo) conoscere. In inglese, il verbo viaggiare è to travel. Ho cercato l’etimologia di questa parola, che per me (che ho sempre studiato francese) somiglia al verbo francese travailler = lavorare e alla parola dialettale italiana travagliare = faticare (per non parlare del travaglio del parto). Ho scoperto che in effetti, quando compare nel XIV secolo, il verbo to travel, che deriva dal verbo travailen = faticare nel protoinglese del 1300, significa compiere un viaggio difficile. Nel dizionario etimologico online che ho consultato si suggerisce che nel medioevo ogni viaggio potesse essere un’impresa difficoltosa per via dei pericoli lungo il cammino. Ma già nel XV secolo il traveler, il viaggiatore, era colui che aveva esperienza di viaggi: un bel passo avanti nella semantica, non c’è che dire.

Sempre in inglese, il sostantivo che indica il viaggio è journey. E questo da dove deriva? Deriva dal latino diurnum, poi francese journée, giornata. E in effetti nel 1300 circa la parola journey indica la distanza percorsa in un giorno. The journey è un giorno di viaggio.

Ora, io non so voi, ma a me queste scoperte linguistiche esaltano incredibilmente! Domani andrò a dirlo a tutti: “oh, ma lo sai che viaggio in inglese inizialmente voleva dire fatica? E che journey deriva da giorno?” Che meraviglia!

Dire viaggio in Francese

Passiamo al Francese. La parola Voyage non è poi diversa dall’italiano viaggio. Compare nel 1100 circa, con il significato di “mettersi in cammino” e per lungo tempo è associato all’idea del pellegrinaggio. Risale al 1518, secondo il dizionario etimologico online che ho consultato, l’espressione “Bon voyage!

Nominavo l’italiano, viaggio: ma da dove deriva? Etimo.it ci rivela che, ovviamente, deriva dal latino via. Viaggio è viaticum, cioè il viatico, la provvista per il viaggio. Noi italiani guardiamo sempre al sodo, ovvero ad avere la pancia piena e il viatico, ovvero le provviste per il viaggio, sono diventate la parola stessa che identifica il viaggio. Chiamaci scemi, a noi, pure nei secoli bui 😉

Italiano, francese, spagnolo e portoghese hanno per viaggio la stessa radice. In spagnolo infatti è viaje, la parola, in portogese viagem. Ma in tedesco?

Dire viaggio in Tedesco

In tedesco viaggio si dice reise. Questa parola va riconnessa (ed è bellissimo, secondo me) all’inglese to rise, sorgere. Come se il viaggio fosse una risalita nel senso di rinascita. Molto più prosaicamente, invece, il dizionario etimologico online che ho consultato parla del sorgere del sole, l’alba, momento in cui si parte, perché si hanno tutte le ore di luce davanti; ma è anche l’atto stesso di alzarsi, di sollevarsi. “Alzati, viaggia!” sembra dire il Tedesco. Stupendo.

La carovana di Marco Polo in viaggio verso le Indie, 1375: chissà se il viaggio di Marco Polo fu più un travel (fatica), un viaggio a panza piena (viaticum) o una rinascita (reise); di sicuro però non durò solo un giorno (journey): tutte le parole che significano viaggio nelle lingue europee si sono formate nel Medioevo (Credits: Wikipedia)

Buon viaggio in tutte le lingue del mondo

E ora a noi! Come si dice “Buon viaggio” in tutte le lingue del mondo? In quest’infografica mi sono divertita a raccogliere le lingue principali del nostro pianeta. Mi sono sentita molto il papa, ma è stato anche interessante vedere tanti alfabeti diversi, tanti idiomi diversi, tante diverse parole e lingue per formulare un augurio universale: Buon viaggio, appunto.

 

PS: se non fosse stato per Patrizia di Un’anima in viaggio, non avrei mai saputo cosa vuol dire Safari e non avrei mai scritto questo post. Lo scambio di opinioni e di letture tra blog diversi è importante: l’ispirazione e la tendenza a voler migliorare nascono proprio da un confronto, oppure da una semplice chiacchierata su facebook, com’è avvenuto in questo caso.