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Anna Sciacchitano: simbolo di tutte le donne italiane migranti

Una delle cose che più mi piace del mio modo di viaggiare è che ovunque io vada, imparo e scopro sempre qualcosa di nuovo. Qualcosa che non rimane fine a se stesso, ma che si archivia in un cassettino della memoria, pronto a saltar fuori appena si attivano le sinapsi giuste. Cose del tipo “ho già visto questa cosa“, “conosco questo luogo“, “mi ricordo di quest’immagine“. Questo meccanismo del cervello mi consente alle volte di costruire dei collegamenti inediti che lasciano di sasso persino me. Ciò che mi stupisce è in particolarità la casualità della scoperta. Per meglio spiegarvi di che parlo in questo post vi racconto l’ultimo esempio.

Conosciamo tutti questa foto:

Famosissima quest'immagine che ritrae una famigliola italiana appena sbarcata negli Stati Uniti

Anna Sciacchitano immortalata a Ellis Island con i suoi figli dall’obbiettivo di Lewis Hine

è probabilmente la più famosa tra quelle che ritraggono i migranti italiani negli Stati Uniti. La foto fu scattata a Ellis Island, all’arrivo negli Stati Uniti, al recupero dei bagagli dopo aver passato il tremendo test del QI, razzista, per verificare che i nuovi venuti non fossero dei ritardati o dei criminali (cosa che gli Americani pensavano in modo neanche troppo velato) e dopo il controllo passaporto e l’accettazione, con un’altra serie di domande su dove e cosa avrebbero fatto, dove avrebbero abitato ecc. (un po’ come il modulo che compiliamo oggi noi quando voliamo negli Stati uniti). Questa foto  fu scattata dal fotografo Lewis Hine, un uomo attento alle problematiche sociali del suo tempo, un uomo che con il suo lavoro documentò la condizione minorile negli USA e, per quello che qui ci riguarda, le condizioni dei migranti, dal loro arrivo a Hellis Island, alla quarantena, alle condizioni di vita nei quartieri disagiati dove essi vivevano in troppi per singolo appartamento e dove, ancora una volta, i bambini erano costretti a lavorare o a campare di espedienti. Avevo visto questa foto (che forse già a sua volta conoscevo) di Lewis Hine dal vivo proprio a New York, all’International Centre of Photography in una mostra dedicata proprio a questo fotografo.

Ho ritrovato questa foto, riprodotta altrove, usata per simboleggiare il viaggio dei migranti verso New York, altre volte in seguito, in particolare nel museo dell’emigrazione della Nave della Sila, in Calabria.

Il passaporto che il Museo dell'Emigrazione MuMA Genova fornisce a ogni visitatore

Il passaporto che il Museo dell’Emigrazione MuMA Genova fornisce a ogni visitatore

Ho ritrovato questa foto, in gigantografia, all’ingresso della sezione dedicata all’Emigrazione del MuMA – Galata Museo del Mare di Genova. Ma soprattutto ho trovato lei, la protagonista della foto, per una pura casualità: perché, come a tutti i visitatori del museo dell’Emigrazione del MuMA, mi è stato dato un passaporto per una visita interattiva. Ad ogni passaporto è abbinato il profilo di un migrante veramente vissuto e documentato fotograficamente. E a me, tra tutte le possibili persone (sono state migliaia!) è capitata proprio lei. Mi sono commossa. Emozionata. E quindi ho pensato di raccontarvi la sua storia, così com’è stata raccontata a me (e come la trovate sul sito web Memorie e Migrazioni).

Anna Sciacchitano, si chiamava. Nacque nel 1871. Proveniva da Santa Maria di Belice, vicino ad Agrigento, Sicilia. Partì nella primavera del 1908 con i tre figli a bordo del Regina Italia, a Palermo, alla volta di New York per raggiungere il marito, Giovanni Gustozzo, che lavorava già da qualche anno in Pennsylvania. I 3 figli avevano 13, 3 e 1 anno. Il più grande, Paolo, sapeva scrivere. Scrisse così sulla valigia di cartone il nome di Anna Sciacchitano, che così ci è stato consegnato nel mare magnum di altri anonimi migranti. Anna, invece, non sapeva né leggere né scrivere. L’analfabetismo era una piaga ancora diffusissima; fortunatamente i bambini all’inizio del Novecento erano obbligati ad andare a scuola. Nel corso dell’intervista a bordo del Regina Italia, Anna dichiarò di avere con sé solo 50 $, un’inezia. Ma la cosa più bizzarra avvenne dopo, nel corso dell’Inspection Process, l’intervista che stabiliva definitivamente se potevi restare negli USA o no: l’ispettore non capì il nome Gustozzo, e americanizzò il tutto. Da lì in avanti la famiglia giunta in America si vide appioppato un nuovo nome: Justave; chissà come la presero, ma non credo bene. Cambiare il nome è come perdere la propria identità, credo. E acquistarne una nuova non dev’essere facile, anche se può voler davvero significare l’inizio di una nuova vita.

La bagagliera di un transatlantico - MuMA Museo del mare e delle migrazioni

La bagagliera di un transatlantico – MuMA Museo del mare e delle migrazioni

Lewis Hine immortala questa famiglia nella bagagliera del transatlantico. Oltre alla valigia di cartone con su scritto il nome di Anna Sciacchitano, la famigliola viaggiava con altri bagagli che però si persero. La foto di Lewis Hine si intitola infatti Looking for lost baggage, Ellis Island: e racconta in uno scatto tutta la fatica di un viaggio tremendo sia fisicamente che psicologicamente e che culmina nello smarrimento dei bagagli!

Il marito Giovanni Gustozzo raggiunge Anna e i figli e insieme viaggeranno in treno verso la Pennsylvania, per iniziare insieme la loro nuova vita.

Tutta questa storia non l’avrei mai scoperta fino in fondo. Se non mi fosse capitato al MuMA il passaporto di Anna Sciacchitano non avrei mai potuto collegarla con la foto di Lewis Hine che ho visto qualche anno fa a New York e soprattutto alla donna di quella foto non avrei mai saputo dare un nome. Ora invece, so che quel nome non lo dimenticherò mai.

2016, 2017, Maraina in viaggio e Liebster Award

Anno nuovo, vita nuova, recita un vecchio detto popolare. Per me credo invece che la vita sarà più o meno sempre la stessa. Anche se ammetto che l’imprevisto (positivo o negativo che sia) sta sempre in agguato.

Per esempio, proprio il 31 dicembre 2016, ultimo giorno dell’anno, uno degli ultimi post che ho pubblicato, dedicato al mio #bestnine2016 su instagram, ha registrato un traffico decisamente inatteso, decisamente troppo elevato per i numeri del mio blog. Ancora non so spiegarmi l’accaduto, e probabilmente non ci riuscirò mai, ma intanto mi godo questo momento di notorietà ☺.

Un’altra bella cosa che è successa ultimamente è la menzione al Liebster Award. Solitamente non bado a queste cose, che mi sembrano più delle catene che altro. Tuttavia, la menzione mi è arrivata da una blogger che stimo molto, Reporter in viaggio, e siccome in quest’anno ho stretto relazioni più approfondite con alcune blogger, penso che questo sia il momento utile per partecipare anch’io a questo “premio”.

Partecipo anche perché le domande poste da Reporter in viaggio sono tutt’altro che semplici e invitano a fare un bilancio e più di una riflessione. 

  1. Cosa rappresenta per te il viaggio? Si parte già subito con una domanda difficilissima! Viaggio è esperienza, è uscire di casa, è guardarsi intorno e saper scoprire ogni volta qualcosa di nuovo, anche in luoghi che ti pare di conoscere. Viaggio è curiosità e attenzione, è osservazione, è scoperta.
  2. Quali sono i tuoi libri di viaggio preferiti? Non ne ho uno in particolare, e non ho autori preferiti, anche se so che quando leggo Bill Bryson vado aul sicuro. Mi piace leggere le esperienze autobiografiche di personaggi che in qualche modo hanno fatto la storia o hanno partecipato a imprese di scoperta epiche; mi piacciono i resoconti di viaggi del passato, mi piacciono i racconti di donne. Tra tutti il mio preferito è Viaggiare è il mio peccato di Agatha Christie: la conosciamo tutti come autrice di gialli, e invece ha anche una favolosa verve narrativa quando racconta il suo viaggio in Medioriente al seguito del marito archeologo Max Mallowan. Di tutti i libri di viaggio che leggo parlo qui, nella mia biblioteca dei viaggi.
  3. Qual è il viaggio più bello di cui hai ricordo? Ce n’è tanti, e a ognuno sono legata per aspetti particolari. Ma credo sia giusto dire che il viaggio più bello sia stato quello in Australia: è stato il più lungo, nel corso del quale ho attraversato tantissimi ambienti naturali e antropici così variegati da non stancare mai. E poi ho nuotato con gli squali, vuoi mettere?
  4. In quale città del mondo ti piacerebbe vivere e perché? La lista è lunga, e solo quest’estate ho scoperto la piccola Tarifa, il punto più a sud d’Europa, incantevole cittadina di mare amata dai surfisti e collegata col Marocco. Ma in assoluto la mia città è Parigi, senza se e senza ma.
  5. Qual è il luogo che hai visitato che ti ha colpito di più  (nel bene e nel male)? Non ho dubbi: è Dubai. Città dai mille contrasti e dalle mille sfaccettature, città nota per le sue esagerazioni, come il Burj Khalifa, il grattacielo più alto del mondo, oppure l’arcipelago artificiale a forma di planisfero o l’altro arcipelago a forma di palma, per i suoi giganteschi mall e per i suo hotel di lusso, è anche una città ancora legata alla tradizione, nei suoi souk, nei suoi taxi sull’acqua, nelle sue moschee nella città vecchia. Mi ha colpito e l’ho amata, proprio per questo.
  6. Hai mai fatto un viaggio da sola? No. Il viaggio da sola ancora mi manca. Preferisco andare in coppia oppure in gruppetto di amici. Da sola esploro la mia città o il territorio, quello sì. Del resto, chi l’ha detto che il viaggio deve avere una meta distante centinaia o migliaia di km?
  7. L’attuale situazione internazionale o il rischio terrorismo influenzano le tue scelte di viaggio? Vorrei distinguere due cose: un conto è la situazione di reale guerra e pericolo in cui versano ahimè molti luoghi della terra. Il pensiero va alla Siria, ma molti sono i Paesi che versano in situazioni di guerra e di emergenza. In questi luoghi non andrei mai. Per una situazione di sicurezza mia, naturalmente, e di realismo. Nel dubbio controllare sempre il sito web di Viaggiaresicuri per sapere se e quanto un Paese è a rischio è la prima cosa da fare in questo caso. L’altra questione invece riguarda i Paesi europei nei quali ogni tanto avviene un attentato: ebbene, questo non mi intimidisce. Non smetterò di andare a Berlino perché c’è stato l’attentato ai Mercatini di Natale e non smetterò di andare a Parigi per via degli attentati. Anzi, a Parigi l’ultima volta ci sono stata proprio poco tempo dopo il Bataclan…
  8. Come documenti i tuoi viaggi? In genere, soprattutto per i viaggi più lunghi, redigo un diario piuttosto dettagliato che poi pubblico sul blog (lo so, ancora non ho pubblicato quello del viaggio in Spagna di quest’estate…); documento tutto con fotografie (ultimamente scattate con smartphone, ma spero quanto prima di passare alla fotocamera) e mi procuro depliant sul posto, che poi mi torneranno utili quando scriverò i post per il blog. In passato sono stata accusata di voler viaggiare solo per poterne scrivere sul blog. È un po’ esagerato, ma è vero che quando visito un posto nuovo cerco di capire come ne potrei scrivere.
  9. Il souvenir di un viaggio cui sei più affezionata? Uhm… credo che sia la riproduzione di una tenda beduina che mi procurai in Giordania dopo aver visto l’originale nel deserto del Wadi Rhum: mi ricorda un sacco di cose ed ha un posto d’onore in casa mia.
  10. Qual è la tua prossima meta? Non lo so ancora. Ho smesso da qualche tempo di fare viaggi intercontinentali, ahimè, e spero di tornare al più presto a farne. Non che l’Europa non mi dia soddisfazione, anzi. Ma mi manca il volo lunghissimo, il fuso orario sballato, un mondo totalmente nuovo che mi si para davanti. Ho una lista lunghissima di desideri, spero di riuscire ad esaudirne qualcuno prima o poi.

Queste le mie risposte. Ora  un paio di nomination, sennò non vale.

Nomino il blog A spasso per Firenze di Francesca e Love Cetraro di Laura, blog nei quali emerge fortissimo l’amore per le  città protagoniste dei loro post.

Le domande che pongo loro sono solo 5, e sono le seguenti:

  1. Cosa ti ha spinto ad aprire un blog dedicato alla tua città ?
  2. Cosa ti piacerebbe che fosse valorizzato nel tuo territorio? Ti piacerebbe poter dare il tuo contributo con il tuo blog?
  3. Di cosa preferisci parlare nei tuoi post?
  4. Se non scrivi della tua città, di cosa ti piace parlare?
  5. Secondo te cos’è il viaggio?

Concludo con un paio di buoni propositi: il 2017 vedrà finalmente su questo blog la pubblicazione del diario del viaggio in Spagna dell’estate scorsa. Chiedo scusa per questo grave ritardo, ma a mia parziale discolpa posso dire che alcuni highlights li ho già pubblicati come post a sé stanti nella categoria Spagna, e continuerò a farlo nel corso del tempo. Continuerò poi a pubblicare regolarmente, ogni 5 giorni, come mi sono imposta da calendario editoriale. Voglio dedicare più spazio agli approfondimenti culturali e riuscire a partecipare a qualche blogtour. E poi vorrei ampliare la cerchia dei miei lettori, trovando sempre nuovi argomenti che possano interessarvi. Che dite, pretendo troppo?

Buon anno a tutti, buon 2017! Che sia un anno di viaggi!

Tutte le suggestioni di Tangeri

Scorci di Tangeri

Scorci di Tangeri

È il luogo ideale in cui ambientare un racconto, Tangeri. Magari una storia di spionaggio, o di ricerca di qualcosa; una storia in cui le molle atmosfere arabeggianti della Casbah si incrociano con il quotidiano caotico andirivieni di Rue d’Italie.

Tangeri affascina gli spiriti inquieti. E gli spiriti inquieti sono spesso sinonimo di artisti, scrittori, pittori, poeti, visionari. Personaggi del calibro di Paul Bowles, Truman Capote, Albert Camus, Samuel Beckett, Ian Fleming, e i pittori Henry Matisse e Eugène Delacroix, sono strettamente legati a Tangeri.

Tangeri nel 2016 è una città caotica. Non così turistica come si potrebbe pensare: la gente del posto tende a farsi gli affari propri, anche se i negozi acchiappaturisti non mancano e anzi, sono la maggior parte nei vicoli che gravitano intorno al Petit Socco. È un porto di mare, anzi è il porto che collega con l’Europa, dunque è la porta verso il Vecchio Continente.

mercati, mercati ovunque a Tangeri. Anche per strada

mercati, mercati ovunque a Tangeri. Anche per strada

Non che stranieri non ne vengano, anzi: ma per la maggior parte i turisti sono intruppati in tour forzati che fanno percorrere un itinerario prestabilito della città vecchia, della Medina e della Casbah. Tangeri nel 2016 è una città araba nel senso più pieno del termine: un immenso mercato, gente in abiti tradizionali, donne coperte che vendono per strada, gatti che mangiano lische di pesce direttamente sotto il banco del pescatore. Ma è una città al bivio, in trasformazione nonostante cerchi con tutte le sue forze di mantenere la sua identità tradizionale. Il fatto che nei mercati e nei negozi si stia perdendo l’uso del contrattare per far scendere il prezzo la dice lunga su come i tempi siano cambiati.

Sembrerà strano, ma ciò che mi ha affascinato di più a Tangeri, oltre a certi angolini nella Medina, dove però stavo più attenta a non perdermi che ai dettagli, è stato il decadente Café Tinjis, lungo Rue Siaghine, nella zona del Petit Socco: un caffè all’occidentale, né più né meno, niente dunque di “autenticamente marocchino”, se si può dire così. Eppure il Tinjis non è l’unico del genere: anche il Caffé all’interno dell’hotel El Minzah  strizza l’occhio agli Occidentali, e come questi a Tangeri ci sono ancora Il Grand Café de Paris e il Café de France, o il Café Hafa in posizione panoramica sullo Stretto di Gibilterra. Scopro allora, leggendo un articolo di febbraio 2016 sulla rivista del Touring, che questi caffé accolsero i vari artisti che ho ricordato più sopra.

Scorcio di Tangeri

Scorcio di Tangeri

E la città improvvisamente si ammanta di un fascino evocativo. Il caffé Tinjis in effetti si presta, con i suoi tavolini all’aperto, come location per scrittori in cerca di ispirazione. Ora, immaginate che a Tangeri Paul Bowles trascorse buona parte della sua vita e scrisse Il té nel deserto: romanzo torbido, inquieto come inquieto dovette essere l’autore, che ha per lo sfondo atmosfere maghrebine che effettivamente Tangeri può suscitare in certi anfratti, in certi vicoli.

E se stimola gli scrittori, a maggior ragione i pittori: nell’Ottocento tutta una corrente artistica francese si fece ispirare dal mondo arabo dell’Africa Mediterranea. Delacroix, che per un certo tempo si fermò in città, è solo uno tra i tanti pittori che trasposero nella loro arte atmosfere maghrebine. L’Orientalismo ebbe una grande presa sia sugli artisti, affascinati da nuovi mondi che improvvisamente si aprivano ai loro occhi in occasione dei loro viaggi, che sul pubblico, che poteva così fantasticare sul mito dell’Africa e dell’Arabia, dei cieli azzurri e dei deserti, dei cammelli, delle oasi, delle donne bellissime e degli uomini feroci, fieri e appassionati.

Eugène Delacroix, I fanatici di Tangeri. Credits: settemuse.it

Eugène Delacroix, I fanatici di Tangeri. Credits: settemuse.it

Tangeri è per vocazione una città aperta all’Occidente. Nel Novecento in molti, americani, inglesi, francesi, vennero qui attratti dalla fama di trasgressione che questa città aveva: droga in particolare, perdizione. I suoi vicoli ben intricati sono perfetti per sparire, per nascondersi, per perdersi e per far perdere le proprie tracce. Nell’immaginario Tangeri divenne come un’odalisca, con il volto coperto, ma suadente e irresistibile, che ti invita a seguirla, dietro i tendaggi.

Oggi non è così facile cogliere l’anima che fece innamorare Paul Bowles e gli altri; ci facciamo distrarre dal traffico, dal rumore, dal viavai continuo di gente e dal vociare in Rue de la Plage, dove è tutto un mercato e i motorini rombanti fanno slalom tra la folla. Eppure, in quel bicchiere di té alla menta al Café Tinjis, ho immaginato storie e personaggi, tende che si schiudono per far entrare qualcuno di soppiatto e vicoli bianchi e azzurri nei quali è facile confondersi. A distanza di qualche mese dalla mia breve incursione a Tangeri posso dire che se l’impatto immediato con la città mi ha un po’ destabilizzato, ripensandoci ora riesco a fissare luoghi ed emozioni e penso che sì, Tangeri ha affascinato anche me.

Il té alla menta al Café Tinjis

Il té alla menta al Café Tinjis

 

Il paradosso del turista ambientalista

Prima che gli ambientalisti (veri, per i quali nutro il massimo rispetto) si scaglino contro di me, voglio dire da subito che per ambientalista intendo il senso più ampio possibile del termine, ovvero colui che ama la natura, che protesta contro il surriscaldamento globale, che si indigna per l’abuso delle risorse energetiche inquinanti guardando con interesse alle energie rinnovabili, che guarda con apprensione alle specie in via d’estinzione, che è contento ogni volta che viene salvato un falchetto ferito e che si dispiace quando il pastore in Tirolo spara all’orsa. Insomma, ciascuno di noi, me compresa.

Questo post mi nasce dall’aver letto un interessante studio che voglio condividere con voi, sul turismo nella Barriera Corallina Australiana. L’articolo, che mi è stato segnalato dalla giornalista e amica Cinzia Dal Maso, ha suscitato in me più di una riflessione. Vi racconto per sommi capi l’articolo, scientifico e in lingua inglese, che si intitola “Last Chance Tourism and the Great Barrer Reef“.

La Barriera Corallina Australiana è una delle mete favorite dal Last Chance Tourism

La Barriera Corallina Australiana è una delle mete favorite dal Last Chance Tourism (credits: ACFonline.org.au)

Last Chance Tourism è una vera e propria tipologia di turismo: si tratta di mete o di ecosistemi che sono in pericolo di distruzione/estinzione: la Barriera Corallina Australiana, il Circolo Polare Artico dove vive l’Orso Bianco, l’Antartide, le Galapagos, sono esempi di questo tipo di meta, che attira il turista in quanto “potrebbe essere l’ultima possibilità per vederlo prima che scompaia“. Così vengono organizzati tour verso queste mete con l’intento di mostrare questi paradisi naturali prima che di paradisiaco non rimanga più nulla. E in tanti sono attratti dalla prospettiva di fare un’esperienza del genere: gli amanti della natura vanno in visibilio all’idea di poter vedere da vicino l’orso bianco, o la tartaruga marina che depone le uova, o di poter fare immersioni accanto ai pesci pagliaccio, tra le razze, le mante e le stelle marine. In più la componente ambientalista è sempre presente in questi viaggi: chi raggiunge queste mete è messo in guardia fin dall’inizio che non dovrà intralciare nel modo più assoluto la vita di quell’ecosistema. Poi sta all’intelligenza di ognuno seguire queste indicazioni oppure no. E sempre, durante queste escursioni, si pone l’accento sul rischio di scomparsa di questi ecosistemi. Lo stesso concetto di Last Chance Tourism è visto come un’arma a doppio taglio dagli esperti del settore: vuole essere un tipo di turismo sostenibile ma di fatto rischia di essere esso stesso causa, nel lungo periodo, della scomparsa degli ambienti naturali che propone con lo slogan “to see it before it is gone“.

I motivi per cui ecosistemi o ambienti naturali, con il loro contorno di specie animali e vegetali, scompaiono, è dovuto, per larghissima parte, all’impatto dell’inquinamento sul pianeta. Il surriscaldamento globale è la piaga che ci affligge e per la quale non riusciamo/vogliamo trovare soluzione.

Il catamarano che porta a Heron Island sulla Great Barrier Reef è già di per sé un produttore di inquinamento

Il catamarano che porta a Heron Island sulla Great Barrier Reef è già di per sé un produttore di inquinamento

Già, il surriscaldamento globale; le emissioni di CO2 nell’atmosfera; l’inquinamento, gli scarichi di idrocarburi, oli e gasoli nei mari, per non parlare dei rifiuti più o meno tossici che si riversano ogni momento nelle nostre acque e nei nostri terreni. Tutto ciò influisce sull’andamento degli ecosistemi più delicati e pian piano li va distruggendo.

I viaggiatori, o turisti, che si recano in uno dei tanti paradisi naturali in pericolo sono consapevoli di quale sia la causa del degrado di quei luoghi: lo sanno perché vengono informati del fatto che inquinamento e surriscaldamento globale sono le prime cause di rovina. Loro stessi, magari, sono venuti proprio con l’intento di vederli prima che scompaiano, e commenteranno le foto delle vacanze con gli amici dicendo “peccato che tra qualche anno non sarà più così“. Ciò di cui non si rendono conto, mentre preoccupati annuiscono al sentire di quant’era estesa la Barriera Corallina Australiana fino a 50 anni fa e di come si sia ridotta oggi, è che la loro stessa presenza sulla Barriera Corallina è responsabile del processo di distruzione in atto. Perché quei turisti sono arrivati in aereo, poi in catamarano, quindi hanno preso mezzi di trasporto che emettono gas inquinanti che, sommati a tutti i gas emessi contemporaneamente nel mondo, contribuiscono all’inquinamento, al surriscaldamento globale e alla lenta morte della Barriera Corallina.

L'impatto del Last Chance Tourism sugli ecosistemi minacciati

L’impatto del Last Chance Tourism sugli ecosistemi minacciati (credits: Last Chance Tourism and the Great Barrer Reef)

È questo il paradosso del turista ambientalista: va sulla barriera corallina: osserva, si meraviglia, si innamora di questo paradiso naturale così fragile, se ne innamora ancora di più proprio perché è fragile, viene sensibilizzato sulla necessità di preservarne il più possibile l’integrità e a sua volta sensibilizza chi gli sta intorno sulla necessità di fare qualcosa per evitare che tutto ciò vada perduto, e non si rende conto che la sua stessa presenza è parte integrante del processo di distruzione.

Io sono stata sulla Barriera Corallina Australiana, la Great Barrer Reef, ad Heron Island, ho fatto snorkeling tra i Lemon Shark (che paura, tra l’altro!), ho fatto reef walk vedendo da vicino la tridacna, le stelle marine, i coralli, molti dei quali ormai morti, ho visto le impronte lasciate sulla sabbia dalle tartarughe marine, e ho camminato sulla riva fotografando le razze a due passi da me. Non ero andata con lo spirito del “last chance tourism“, ma sull’isola ci veniva detto costantemente che non dovevamo in alcun modo arrecare danno all’ecosistema, e che si trattava di un ambiente naturale in pericolo. Ricordo forte e chiaro il messaggio, so anche di averlo riportato nei miei post e nei miei tweet sull’argomento eppure neppure una volta mi ha sfiorato il pensiero che il mio solo essere là fosse complice del processo di distruzione in atto. Questa presa di coscienza la faccio ora, a 5 anni di distanza, perché l’articolo scientifico che vi dicevo in apertura mi ha aperto gli occhi. A pensarci bene è di una banalità sconcertante: il processo è il seguente:

La barriera corallina è in pericolo per colpa dell’inquinamento ⇒ gli aerei e le navi inquinano ⇒ io per arrivare fin qui ho preso più di un aereo e una nave ⇒ io inquino la barriera corallina.

heron island

Heron Island: due razze si avvicinano a riva durante l’alta marea

L’articolo che mi ha ispirato queste riflessioni poco lusinghiere nei miei riguardi mi dice che sono in buona compagnia: se sono tantissimi coloro che scelgono mete come la Barriera Corallina proprio perché si tratta di un ambiente naturale che prima o poi andrà perduto, nessuno di essi ha la consapevolezza della propria corresponsabilità nel danno ambientale cui la Barriera Corallina è sottoposta. L’articolo ci mette davanti a questo dato: il last chance tourism tira tantissimo; la gente che vi prende parte è consapevole della fragilità dei luoghi che visita, quindi è (almeno in teoria) educata all’ambiente e sta attenta a seguire le regole di buon comportamento richieste, ma non sa di essere essa stessa una concausa della fragilità dei luoghi.

Come fare per risolvere questo impasse? Perché è evidente che è un serpente che si morde la coda: voglio vedere questo posto prima che scompaia ⇒ la mia presenza in questo posto contribuisce alla sua scomparsa. L’articolo non dà risposte in merito, fa piuttosto un’analisi di questo fenomeno. L’unica conclusione che si può trarre è che i governi, cui è affidata la responsabilità ambientale di questi ecosistemi fragili, elaborino delle politiche di turismo il più sostenibile possibile, mettendo da parte il profitto in favore della salute dell’ambiente. Difficile, molto difficile, ma auspicabile. E quanto a noi, viaggiatori ambientalisti, apriamo gli occhi, diventiamo consapevoli del nostro peso nel precario, difficilissimo equilibrio degli ecosistemi più delicati del mondo!

Ora però chiedo il vostro parere: cosa pensate del Last Chance Tourism? Vi fate attrarre dalla possibilità di vedere un luogo prima che esso scompaia? Siete consapevoli che la vostra presenza in un paradiso naturale mina la sua salute per il solo fatto che voi lì ci siete arrivati? Mi farebbe piacere sapere la vostra opinione e la vostra esperienza.

#LaMiaCasa: i 5 luoghi del mondo dove mi sento a casa

Roberta del blog Vieni via di qui ha proposto un’idea interessante: ha messo per iscritto i 5 posti del mondo in cui si sente a casa, o vi si è sentita la prima volta che vi ha messo piede, sentendovisi a suo agio come se in realtà li conoscesse da sempre, inventando l’ashtag #lamiacasa.

Enrica di Attimi e pillole di viaggio ha risposto all’invito a scrivere un post analogo. L’invito è rivolto a ognuno di noi blogger (non necessariamente di viaggi). E così lo accolgo anch’io e racconto i 5 luoghi del mondo che potrebbero essere tranquillamente #LaMiaCasa. Il tema in effetti non mi è così estraneo. Ci sono dei posti del mondo nei quali appena ho messo piede ho detto “non vorrei più partire!” oppure luoghi nei quali sono stata che mi fanno brillare gli occhi non appena li sento nominare o ne vedo un’immagine; infine ci sono luoghi nei quali ho vissuto o che ho frequentato a lungo, nei quali davvero ogni volta che torno mi sento a casa.

il mondo la mia casa

  1. #LaMiaCasa è Genova, dove ho vissuto durante gli anni universitari, e dove ogni volta che torno (sempre più di rado, ahimè) mi si allarga al cuore e cammino sospesa a mezz’aria. Di Genova amo i vicoli, in particolare quelli che gravitano intorno al Porto Antico, da via Luccoli a Piazza Banchi e via San Luca, e poi ancora in Sottoripa, dove il panino era obbligatorio in pausa pranzo dalle lezioni, e poi ancora la stessa via Balbi, dove ha sede la mia facoltà: Balbi 4, sede di Lettere e Filosofia, un Palazzo dei Rolli così decadente, oggi, eppure ancora affascinante. Ma soprattutto i vicoli stretti, chiusi da palazzi medievali che da fuori sembrano fatiscenti, ma che al loro interno rivelano tutta la loro austerità e lo splendore del tempo che fu, quando Genova era una gloriosa Repubblica, e il portico di Sottoripa, con le sue friggitorie che sanno di antico e gli archi a sesto acuto che nobilitano le facciate. La Superba, non a caso.
  2. #LaMiaCasa è Roma, la capitale. Ma non tanto la capitale d’Italia, quanto la capitale dell’Impero. Da archeologa, amo l’area dei Fori Imperiali, la lunga via che conduce al Colosseo mentre da una parte e dall’altra le colonne e le strutture ancora in piedi raccontano una storia millenaria di cui tutti noi siamo eredi. Ho frequentato Roma per 3 anni durante il dottorato, e appena potevo facevo una scappata in centro per godermi un po’ della bellezza che la città possiede. Non solo i monumenti antichi, sia chiaro: è tutta Roma che mi attrae come una calamita, che amo alla follia, nella quale desidero tornare il prima possibile, anche se ultimamente (ahimè) mi ci reco molto di rado.
  3. paris#LaMiaCasa è Parigi. Eh sì. La prima volta che vi misi piede, nel 2003 durante l’interrail, mi innamorai della Ville Lumière. Vi sono tornata più volte, l’ultima ancora pochi mesi fa, e non mi stanca mai. Nonostante la grandeur francese mi urti un pochino, è proprio la grande monumentalità del centro che mi attrae. Ma poi ci sono dei luoghi cui non potrei rinunciare, e nei quali torno ogni volta: come la sala da té di Mariage Frères nel Marais. Ci fu un momento, verso la fine della mia carriera universitaria, in cui pensai di andare a vivere a Parigi per qualche mese. Poi non lo feci, e un po’ mi dispiace. Se l’avessi fatto, avrei potuto/voluto fare due cose: uno stage al Louvre (e per quello ci poteva eventualmente essere la possibilità) oppure lavorare proprio nella sala da té: e quest’ultimo era un sogno cui ogni tanto ripenso con dolcezza.
  4. Burj Khalifa Dubai

    Burj Khalifa, il grattacielo più alto del mondo

    #LaMiaCasa è Dubai. Ah, Dubai! Dubai mi ha stregato! Le sue contraddizioni mi sono rimaste nel cuore. Questo è il luogo che mi fa illuminare la mente e gli occhi ogni volta che ne sento parlare. Ah Dubai! E non saprei dire se è l’esoticità del Souk delle spezie, o la modernità del Burj Khalifa, il grattacielo più alto del mondo. È una sensazione, piuttosto. Ah sì, e poi c’erano i dolcini. Marca Vivel, casomai qualcuno passando da Dubai volesse farmi un pensierino…

  5. #LaMiaCasa è Brisbane. Non ho molto da dire su questa città, visto che vi ho trascorso solo una mattinata, l’ultima in terra australiana. Ma tanto mi bastò all’epoca per dire “Io qui ci vivrei!“: forse il clima così piacevole, forse la città moderna ma non eccessiva, forse le promesse della Gold Coast così vicina… fatto sta che mi bastò pochissimo per sentirmi a casa.

Il mio elenco potrebbe andare avanti, a pensarci bene. Perché sono appena tornata da un viaggio in Spagna nel corso del quale ho trovato due cittadine nelle quali mi sono sentita a casa: una è Tarragona, piacevolmente adagiata sul Mediterraneo, orgogliosa del suo glorioso passato romano, ancora ben presente nel tessuto urbano; e soprattutto Tarifa, la punta più a Sud d’Europa, il luogo in cui Mediterraneo e Atlantico incrociano le loro correnti, il punto più vicino all’Africa. Una cittadina di mare tranquilla, con accanto le spiagge più lunghe e più belle di Spagna. Uno di quei luoghi che ti fanno dire, quando devi ripartire, “No, vi prego, lasciatemi qui“.

Una cartolina divenuta realtà

Passai da Granada per la prima volta nel 2003. Durante l’interrail attraverso l’Europa, nel tentativo di far coincidere tempi, treni e distanze, non ci fu modo di fermarci per una giornata intera, come avevamo preventivato. Arrivammo a Granada alle sette di sera, l’unica possibilità per ripartire era un treno la mattina dopo alle sette. Ci risolvemmo di passare la notte svegli a zonzo per la città: non aveva senso trovare un ostello per dormire, con Granada tutta da esplorare. Ricordo ancora le patatas bravas in un tapas bar lungo il fiume, ricordo benissimo l’Albaicin, il quartiere arabo nel quale acquistai ben due té, ricordo la passeggiata fino all’Alhambra, della quale sapevo che era bellissima, ma che, chiusa durante la notte, mi appariva come una fortezza invalicabile, come una meravigliosa reggia da mille e una notte.
Stavo redigendo il diario del viaggio (all’epoca i blog non esistevano ancora!) che avevo intenzione di corredare di foto, cartoline, biglietti e quant’altro potesse rendere l’idea di quell’esperienza fantastica. Mi mancava un’immagine dell’Alhambra. E non avendo potuto scattare io una foto, acquistai una cartolina: raffigurava una finestra arabeggiante aperta sul panorama dell’Albaicin in una giornata di sole.
Quella è l’immagine dell’Alhambra che ho serbato per anni.
Così, quando pochi giorni fa, visitando finalmente l’Alhambra, nel palazzo del Generalife mi sono trovata davanti, di colpo, a quella finestra, l’ho riconosciuta subito. E sì, mi sono commossa.

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L'Alhambra: il quartiere dell'Albaicin visto da una finestra del Generalife

Da quella finestra si vede il quartiere arabo di Granada, disposto sulla collina di fronte all’Alhambra. Casette bianche tutte strette le une alle altre e lassù, in alto, una folla di gente, come formiche, si sporge dal Mirador di San Nicolas per guardare proprio nella mia direzione, l’Alhambra, per ammirare il panorama più bello di sempre. Sono rimasta in contemplazione a lungo, per imprimere nella mia memoria la mia personale immagine da sovrapporre a quella di quella vecchia cartolina.
E quanto alla reggia meravigliosa che all’epoca avevo immaginato oltre il muro, beh, non l’avevo sbagliata affatto: un susseguirsi di giardini, di patio, di archi e di azulejos, di preziosi intagli nella pietra e nello stucco, che rendono le architetture simili a ricami. Davvero una reggia da mille e una notte. Valeva la pena di vedere dal vero una cartolina così.

La prima volta che vidi l’Africa

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Siamo qui: sulla punta più a sud d'Europa


Sei in macchina, stai andando verso Tarifa, ti sei lasciata alle spalle, con un po’ di riluttanza, Gibilterra, perché altrimenti non saresti riuscita a fare tutto, e percorri gli ultimi km che ti separano dalla prossima tappa, Tarifa. Ed è così, che dietro una curva, finalmente, ti appare. Non l’hai mai vista, ma sai che è lei. Un promontorio come tanti, separato da te dal mare e dalla foschia. Potrebbe essere una baia? No, perché è proprio davanti a te, a sud, e non c’è niente nel mezzo che possa far pensare a una penisola.
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L'Africa appare mentre scendi verso Tarifa


È l’Africa, Dolcezza. Non ti aspettavi di vedere uno sperone roccioso? Effettivamente no. Pensavi che l’Africa fosse solo piatto deserto? Mah, in realtà non sapevo cosa aspettarmi. Ma fatto sta che l’ho riconosciuta subito, l’Africa.
Arriviamo a Tarifa, che ci accoglie con la vista dei 10 km di playa Los Lances, la spiaggia preferita dai surfisti.
Tarifa è il punto più vicino all’Africa. È il vero attraversamento delle Colonne d’Ercole, è il punto in cui le acque del Mediterraneo e quelle dell’Oceano Atlantico si incontrano. A separarle, la Isla de las Palomas, un isolotto fortificato che fa davvero da spartiacque: a est un verde Mediterraneo vuole dimostrare all’Oceano di essere altrettanto forte e vigoroso, e perciò batte la costa con onde potenti; a Ovest l’Oceano è il luogo privilegiato per il Kyte Surf e per tutti quegli sport estremi che si nutrono di vento e flutti. In mezzo stiamo noi che dalla terraferma cerchiamo di raggiungere l’isoletta.
Un vento così credo di non averlo mai patito. Ma una tale soddisfazione, la gioia di essere in un posto così particolare, unico al mondo, decisamente mitico, fanno superare la fatica di restare in piedi, il dolore alle orecchie, il freddo che squassa e la sabbia negli occhi.
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Oltre il faro c'è l'Africa


L’Africa è là, oltre il faro del porto. Vedo ancora per poco la silhouette del suo promontorio, prima che la foschia se lo mangi del tutto. Domani andremo a Tangeri. E io sono emozionata come poche altre volte prima d’ora: non capita tutti i giorni di attraversare le Colonne d’Ercole.
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L'Africa sugli azulejos di Tarifa