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Il Cinquecento a Firenze: la mostra di Palazzo Strozzi

Ogni mostra di Palazzo Strozzi è un successo. Che si tratti di arte contemporanea (come le recenti su Ai Weiwei e Bill Viola) o di arte rinascimentale o moderna, le mostre di Palazzo Strozzi sono sempre eccezionali sia per le opere esposte che per il percorso espositivo, sempre denso di significati.

Ho visitato la mostra attualmente in corso, “Il Cinquecento a Firenze” prendendo parte ad una bella iniziativa su twitter che ha visto impegnati blogger di archeologia e di storia dell’arte: #5sguardi. Per la spiegazione di questo evento vi rimando al mio post specifico sul mio blog di archeologia e alla conversazione su twitter. Vi dico solo che ognuno dei blogger interpretava un ruolo: il mio era quello dell’archeoviaggiatrice, chissà perché 😉

Jacopo Zucchi, La Creazione

Qui vi racconto la mostra e perché vale la pena visitarla: non solo per le opere incredibili, ma per la quantità di spunti di riflessione e di conoscenza che offre su un periodo, quello del pieno Cinquecento, caratterizzato nel mondo artistico dagli effetti della Controriforma. È un periodo che risente dei grandi artisti della generazione precedente, primo tra tutti Michelangelo, e che deve confrontarsi con dettami religiosi rigidi, ma allo stesso tempo con una committenza, principalmente la famiglia Medici, che ama i colti e raffinati riferimenti classici e abbraccia la filosofia neoplatonica: ecco che le opere si riempiono di significati allusivi, non sempre di facile interpretazione e anche una semplice “Deposizione di Cristo” contiene molto più di quanto non ci dica ad un primo sguardo.

La mostra si apre con un forte impatto cromatico e visivo: in primo piano il Dio fluviale di Michelangelo, la statua priva di testa di un nudo semisdraiato, palese riferimento all’antico, e dietro la vivace “Pietà di Luco” di Andrea del Sarto, dipinta dal pittore quando fuggì dalla peste che si era sviluppata a Firenze intorno agli anni ’40 del Cinquecento.

Il Dio fluviale di Michelangelo e la Pietà di Luco di Andrea del Sarto, prima sala della mostra

Si procede con una sala densa di grandi pale di grandi artisti. Vasari con l’Assunzione, e poi le deposizioni di Pontormo, di Rosso Fiorentino e del Bronzino, ognuno con la sua storia, ognuno con i suoi dettagli, ognuno con le sue scelte cromatiche e stilistiche. La Deposizione di Pontormo, con le sue tinte pastello così inconsuete per un dipinto cinquecentesco, e con i suoi volti così caratterizzati, è a buon diritto il dipinto scelto per rappresentare la mostra.

La Deposizione di Cristo del Bronzino. Realizzata inizialmente per la Cappella degli Appartamenti di Eleonora di Toledo in Palazzo Vecchio, fu regalata al Segretario particolare di Carlo V e portata in Francia, a Besançon

Ma si procede, e la sala che segue è ancora più eccezionale, almeno per me. I temi delle rappresentazioni non variano molto, sono sempre a tema religioso, tuttavia mutano gli esiti, perché gli artisti hanno formazione differente, provenienza differente, e committenze differenti da rispettare. L’incontro tra Cristo e l’Adultera di Alessandro Allori è un capolavoro: lei è così contrita, pudica nel suo atteggiamento, e vestita così bene che non può non attirare la mia attenzione. La crocefissione di Giovanni Stradano, un pittore fiammingo dal nome italianizzato che nei dettagli grotteschi mostra le sue origini artistiche, è un’altra delle opere che mi colpisce. Davanti ai miei occhi si pongono il crocefisso in bronzo del Giambologna, ormai defunto, e dietro ad esso, oltre alla Crocefissione di Stradano, si colloca la Resurrezione di Santi di Tito. Così il triduo pasquale, di passione, morte e risurrezione si completa in tre opere eccezionali.

Il Crocefisso del Giambologna, la Crocefissione di Giovanni Stradano e la Resurrezione di Santi di Tito

Il ritratto del piccolo Sinibaldo Gaddi

Segue una sezione sui ritratti. Vediamo i committenti del tempo. Il piccolo Sinibaldo Gaddi, in braccio al suo servetto nero, ci racconta di una famiglia ricchissima, quella dei Gaddi in Firenze, che si poteva permettere il lusso di un servo “esotico” oltre a una collezione di mirabilia provenienti dalle Americhe. Il povero Sinibaldo, che nel dipinto sembra così sicuro di sé nonostante la tenerissima età, morirà pochi anni dopo e non godrà né delle ricchezze della famiglia né delle gioie della vita: la ricchezza da sola non basta ad assicurare la vita nella seconda metà del Cinquecento.

Procedendo, la sala successiva ci introduce Giambologna, lo scultore che tanto ha fatto a Firenze (le statue per il giardino della villa medicea di Castello, il colosso dell’Appennino per la villa medicea di Pratolino, il Ratto delle Sabine per la Loggia dei Lanzi e il Mercurio del Bargello). Tra i dipinti segnalo, perché mi ha molto colpito, la Creazione di Jacopo Zucchi, un piccolissimo quadretto pregno di significati: Dio crea l’uomo perché sia posto a custodia della natura; la supremazia dell’uomo sulla natura è uno dei fondamenti del pensiero neoplatonico che anima la fine del Cinquecento e il programma iconografico dello Studiolo di Francesco I in Palazzo Vecchio (quella piccola e favolosa stanzina a lato del Salone dei Cinquecento).

La statua di Fata Morgana, Giambologna

Andando avanti, è ancora Giambologna che guida il nostro sguardo con le sue potenti sculture: Ercole e Anteo e la Venus Fiorenza realizzate per la villa di Castello, la Fata Morgana che abbelliva la Fonte di Fata Morgana nel territorio di Bagno a Ripoli (un luogo molto suggestivo nel contado di Firenze). Tra i dipinti, Venere e Amore di Alessandro Allori è così dolce, così incantevole da suscitare il sorriso.

Ci avviamo alla fine della mostra. Abbiamo percorso un secolo di arte, sia pittorica che scultorea, in un equilibrio bilanciato tra soggetti religiosi, mitologici e “umani” per così dire. Si tratta sempre di committenze ricche, come la famiglia Medici e altri grandi personaggi influenti del Cinquecento fiorentino, e committenze religiose, attente agli aspetti più dogmatici della Controriforma. Resta la sensazione di aver assistito a qualcosa di grande, di importante, ad un percorso che lascerà il segno nella storia dell’arte successiva e nella storia artistica della città. Di fatto, buona parte delle opere viene da chiese di Firenze. Quindi sarà bello riconoscerle nelle varie chiese una volta che la mostra sarà terminata. In fondo il senso di una mostra è proprio questo: dare degli spunti e degli approfondimenti, focalizzare su determinati aspetti e creare dei collegamenti con le nostre conoscenze. Palazzo Strozzi riesce sempre a costruire contatti con la città. E infatti un bel programma di approfondimenti fuorimostra è previsto e in corso di svolgimento a Firenze.

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Visitare Pompei di notte: Una notte a Pompei

Ve lo dicevo nel primo post dedicato a Pompei che sarei presto tornata a parlare di questa straordinaria città antica. Non immaginavo però che l’avrei fatto grazie ad un evento cui sono stata invitata da Enel Group*, ovvero l’inaugurazione del nuovo percorso di illuminazione realizzato proprio da Enel per la fruizione e valorizzazione di Pompei in notturna. Tutto per la serie di eventi “Una notte a Pompei” che quest’estate 2017, dall’8 luglio fino al 24 agosto il martedì e il giovedì, animerà le serate pompeiane (per info: pompeiisites.org).

Il tempio di Apollo illuminato, mentre una voce narrante racconta i Ludi, i giochi in onore del dio

Luci a led per il risparmio energetico, innovazione tecnologica che si sposa con la sostenibilità data dai bassi consumi.

Tuttavia non si tratta di aver cambiato quattro lampadine e poco più, ma della creazione di un percorso integrato, visivo e sonoro, nel quale il visitatore viene coinvolto, immerso, avvolto. Le suggestioni che la città antica al chiaro di luna già da sola può dare vengono amplificate dalle voci narranti, che ci portano nella bottega di un panettiere lungo Via Marina, nella domus di Trittolemo, nel tempio di Apollo, per poi sbucare nella piazza del foro sul cui lato di fondo si staglia ciò che resta del capitolium dietro il quale l’inconfondibile silhouette scura del Vesuvio ci dice subito com’è andata a finire.

Il percorso prende avvio da Porta Marina, risale la via Marina fino al foro. Qui, nell’ampio spazio che fino a pochi mesi fa era animato dalle statue di Mitoraj, solo il Centauro, bellissimo, resta a vegliare, e si staglia anch’esso contro il cielo all’imbrunire.

Si susseguono frattanto le voci narranti: storie di bottega, scene di vita privata in casa, devozione nel culto, la confusione del mercato, il lavoro quotidiano. Piccole singole narrazioni che, tutte insieme, costruiscono il racconto della normale vita a Pompei.

Il Centauro di Mitoraj si staglia nella luce del crepuscolo

La piazza del foro, illuminata, è stupenda: le colonne del portico resistono ancora, in piedi, come monito al tempo che passa; del capitolium si è detto: quell’ombra cupa, quella presenza forte alle sue spalle, il Vesuvio, è il simbolo dell’ineluttabile destino cui la città è condannata. Il tempio del Genius Augusti, con la sua ara per il culto davanti al piccolo podio, mi ricorda gli anni di studio all’università, e mi fa tenerezza. Il macellum mostra ancora, nella penombra, alcuni affreschi: nella parete dipinta si distinguono dei quadretti figurati, delle piccole narrazioni incredibilmente giunte fino a noi. Il macellum, luogo del mercato, è deserto: immaginatelo zeppo di gente, invece, durante il giorno. Immaginate i nostri mercati coperti, oggi, durante l’orario di apertura e poi dopo la chiusura: il silenzio, la quiete, laddove fino a poco prima tutto era confusione e rumore. E poi c’è la porticus di Eumachia, dono di un edificio pubblico fatto alla città da una donna, Eumachia, che ha reso immortale il proprio nome per sempre. Donne forti di altri tempi.

Il capitolium di Pompei illuminato

Infine la basilica: su una parete sono trasmesse immagini 3D che ci portano all’interno delle case più note, a contemplare le pareti affrescate più mirabili: come il giardino dipinto nella casa del Bracciale d’Oro di Pompei.

Al termine della visita rimane la sensazione di aver preso parte a qualcosa di nuovo per la vetusta Pompei. Un parco archeologico che ha sofferto negli scorsi decenni di incuria e di manutenzione non efficace, tanto da essere additata come scandalo per l’intera Italia. Oggi Pompei è invece il simbolo di una ripartenza, il simbolo di una sfida vinta, per usare le parole del ministro del MiBACT Dario Franceschini proprio l’altra sera all’inaugurazione. Non resta che approfittare di quest’opportunità.

foro di Pompei: il capitolium si staglia contro lo sfondo del Vesuvio. Il Centauro di Mitoraj vigila sulla piazza.

* sono stata invitata in qualità di archeoblogger, grazie al lavoro di comunicazione dell’archeologia che svolgo sul mio blog Generazione di Archeologi e attraverso i miei canali social, twitter in particolare con l’account @maraina81. Data però la portata dell’evento, non potevo non parlarne anche qui, con un taglio, ovviamente, un po’ diverso.

I Re Magi a Firenze

Lo so, la Befana è passata, passata è l’Epifania e tutte le feste si è portate via. Però voglio ancora dedicare un post alle feste, in particolare proprio alla festa del 6 gennaio. E vi parlo di ciò che avviene e che potete trovare a Firenze.

Dalla Cavalcata dei Magi che attraversa la città il giorno dell’Epifania alla Cappella di Benozzo Gozzoli a Palazzo Medici Riccardi, passando per gli Uffizi: ecco dove trovare i Re Magi a Firenze.

  • La Cavalcata dei Magi
La Cavalcata dei Magi a Firenze

La Cavalcata dei Magi a Firenze

Ogni anno il 6 gennaio Firenze festeggia l’Epifania con un grande corteo storico che attraversa la città: parte da Palazzo Pitti, attraversa l’Arno su Ponte Vecchio e risale il centro fino ad arrivare in chiesa, nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore, fuori dalla quale è allestito un presepe; è la Cavalcata dei Magi, una tradizione che fu introdotta a Firenze proprio nel XV secolo, sotto i Medici. Esisteva allora la Confraternita dei Magi, chiamata anche La Stella (perché i Re Magi seguirono la stella) che ogni tre e poi ogni 5 anni organizzava una processione per le vie della città. I Medici erano molto devoti ai Magi, e forse è proprio in aperta reazione con la Signoria che quando essa decadde la Cavalcata dei Medici fu sospesa. Ha ripreso soltanto nel 1997. I Medici non ci sono più, ma c’è l’orgoglio tutto fiorentino per una tradizione che è davvero molto sentita. (la storia della Cavalcata dei Magi è raccontata molto bene qui).

Il corteo blocca il centro storico per qualche ora ma è uno spettacolo di tamburi, sbandieratori e sgargianti costumi rinascimentali: dame, cavalieri, paggi, rappresentano le antiche casate e gli antichi borghi e quartieri di Firenze. Gli abiti sontuosi delle dame sono meravigliosi, in tessuti di velluto e broccato, lasciano a bocca aperta. Gli abiti dei Signori sono ridicoli, visti con gli occhi di oggi, ma sono gli indumenti che indossavano banchieri, mercanti, nobili della Firenze del Cinquecento. Nel mezzo, a interrompere ogni tanto il lento procedere degli sfilanti, gruppi di sbandieratori si esibiscono nella loro nobile arte: al rullo dei tamburi fanno volteggiare le aste delle loro bandiere, disegnano coreografie, fanno volare il più in alto possibile i loro stendardi che poi tornano, miracolosamente, in mano loro.

La processione dei Magi nella cappella dei Magi di Benozzo Gozzoli in Palazzo Medici-Riccardi

La processione dei Magi nella cappella dei Magi di Benozzo Gozzoli in Palazzo Medici-Riccardi

  • La cappella dei Magi di Benozzo Gozzoli

La famiglia Medici era molto devota ai re Magi. Gli esponenti della famiglia partecipavano attivamente alle processioni del 6 gennaio. Per questo commissionarono all’artista Benozzo Gozzoli un’intera cappella in Palazzo Medici-Riccardi, un tempo la loro residenza in via Lata (oggi via Cavour), nella quale è raffigurata proprio la processione dei Magi. Realizzata nel 1459 e commissionata da Cosimo il Vecchio, questa processione raffigura proprio i rampolli della famiglia Medici, Giuliano e Lorenzo, ed è un racconto fantastico del viaggio dei Magi dalla città bianca di Gerusalemme fino a Betlemme. In un paesaggio ricchissimo di dettagli preziosi, i personaggi, che sono personaggi della famiglia Medici e della cerchia più ristretta, sono sontuosamente abbigliati. Lapislazzuli, oro e altri materiali preziosi arricchiscono la tavolozza del pittore che, avendo ricevuto una commissione tanto sontuosa, non bada a spese e realizza un capolavoro di magnificenza (una descrizione si trova qui). Si potrebbero trascorrere ore a guardare e a perdersi nel paesaggio e in ogni singolo dettaglio.

La visita della Cappella dei Magi di Benozzo Gozzoli in Palazzo Medici Riccardi è “aiutata” da una bella opera di realtà aumentata e racconto multimediale che consente di cogliere i vari elementi della narrazione del dipinto, che altrimenti andrebbero perduti senza una guida. Così veniamo invitati a soffermarci sui particolari, ad analizzare anche i singoli fiori, i drappeggi dei tessuti, a dare un nome ai personaggi rappresentati, a capire in sostanza cosa viene narrato sulle pareti della cappella: perché la processione dei Magi è un pretesto per la celebrazione della famiglia Medici, né più né meno.

L'adorazione dei Magi del Beato Angelico a San Marco, Firenze

L’adorazione dei Magi del Beato Angelico a San Marco, Firenze

  • La Cappella dei Magi a San Marco

Cosimo il Vecchio era solito recarsi nel convento di San Marco a pregare. Qui, aveva la sua cella preferita. Il convento di San Marco ha avuto tra i suoi monaci, un illustre frate, nientemeno che Fra Angelico, meglio noto come Beato Angelico (santo patrono degli Artisti): egli affrescò tutte le celle del convento con scene varie della vita di Cristo. Dedicò una cella all’Adorazione dei Magi. Indovinate qual era la cella preferita da Cosimo? Esatto, proprio la cella con l’adorazione dei Magi.

  • Adorazioni dei Magi agli Uffizi

Trasferiamoci agli Uffizi. Qui, nel Museo più importante di Firenze, per non dire d’Italia, sono esposte alcune importantissime Adorazioni dei Magi. Il soggetto era molto apprezzato sia dai pittori che dai committenti. Le scene di natività sono molto frequenti in ambito religioso e con la raffigurazione dei Magi si caricano di un valore in più, quello dell’uomo che è alla perenne ricerca di Dio. Dal punto di vista meramente artistico, poi, dipingere i Magi, re dell’Oriente, era occasione per i pittori per lanciarsi in favolose vesti e ambientazioni.

L'Adorazione dei Magi di Filippino Lippi, Uffizi

L’Adorazione dei Magi di Filippino Lippi, Uffizi

L’Adorazione dei Magi del Botticelli pone al centro della scena la sacra famiglia, mentre i personaggi di contorno, Magi compresi, si dispongono prospetticamente intorno ad essa. In questo modo, anche se i Magi sono in primo piano, davanti, ma volti quasi tutto di spalle, risalta la posizione centrale della Madonna col Bambino. Nei ritratti dei singoli personaggi si possono individuare i ritratti dei committenti del dipinto, la famiglia di Zanobi del Lama, che aveva commissionato la pala per la propria cappella privata in Santa Maria Novella. L’impostazione dell’opera di Botticelli fa da modello ad altre due natività, che si trovano sempre agli Uffizi: quella di Filippino Lippi e quella di Leonardo.

Se nell’Adorazione del Botticelli la sacra famiglia si ripara sotto un rudere in pietra e sullo sfondo si trovano ruderi antichi, nell’Adorazione di Filippino Lippi la Sacra Famiglia è ricoverata sotto una vera e propria capanna; la scena è popolata da molti più personaggi ed è lasciato più spazio al paesaggio retrostante, tutto sommato abbastanza spoglio e attraversato da schiere di cavalieri.

L’Adorazione di Leonardo va considerata a parte: innanzitutto è incompiuta, motivo per cui noi ammiriamo soltanto il disegno preparatorio (dandogli però dignità di capolavoro compiuto!). Nella composizione di Leonardo la Madonna occupa il centro della scena. Intorno si dispongono i Magi e altri personaggi in adorazione. Sullo sfondo un edificio in rovina da una parte e una scena di battaglia a cavallo dall’altra; un albero alle spalle della Madonna divide in due il fondo. Un peccato che l’opera sia rimasta incompiuta. Ma Filippino Lippi sicuramente ringraziò quest’incompiutezza, visto che a lui fu commissionata l’Adorazione, in sostituzione di questa, abbandonata da Leonardo.

L'Adorazione dei Magi di Leonardo, Uffizi

L’Adorazione dei Magi di Leonardo, Uffizi

Un viaggio breve ma intenso per Firenze, alla ricerca dei segni dei Re Magi in queste ultime giornate di festa, a Epifania ormai conclusa. Tra arte e tradizione, Firenze non dimentica i 3 re che vollero a tutti i costi seguire una stella. Il Vangelo (solo quello di Matteo, tra l’altro) dedica loro poche righe. Ma la  fama che hanno avuto nei secoli è ineguagliabile, e continua ad essere celebrata.

 

#FlightFirenze: luci sulla città

L'albero di Natale in piazza Duomo a Firenze si è acceso l'8 dicembre

L’albero di Natale in piazza Duomo a Firenze si è acceso l’8 dicembre

Firenze accende le luci sui suoi principali monumenti. Con F-light Firenze (realizzato da Associazione Mus.E Firenze con Enegan Luce e Gas) il capoluogo toscano si illumina, racconta storie, diventa un palcoscenico sul quale scorrono immagini luminose che rendono la città, se possibile, ancora più bella.

Con l’8 dicembre, anche quest’anno una serie di installazioni luminose che dureranno un mese, fino all’8 gennaio, anima le fredde serate fiorentine. Dall’albero di Natale in piazza del Duomo alle proiezioni nella Loggia del Porcellino, a Ponte Vecchio, alla facciata della chiesa di Santo Spirito, a San Firenze, la città letteralmente si accende.

Una serie di videomapping infatti decora i monumenti cittadini, donando oltre che luce, arte e racconti per immagini. Il successo è garantito: il pubblico per strada, passanti, turisti, fiorentini, sono tutti attratti dalle luci. Così, come sempre in questi casi, siamo tutti a fare foto con lo smartphone, per meglio ricordare l’evento. E a condividerlo con l’ashtag #flightifirenze.

videomapping su Pontevecchio per #flightfirenze

videomapping su Pontevecchio per #flightfirenze

Ponte Vecchio è bellissimo, una quinta perfetta per questo genere di proiezioni, che si raddoppiano nel riflesso nelle placide acque dell’Arno. Anzi, i giochi di luce sono giocati proprio su questo, sul doppio, sui colori, sui fasci di luce che diventano geometrie, poi vere opere d’arte, note e meno note, vetrate gotiche, girasoli di Van Gogh, baci di Klimt, madonne rinascimentali e quant’altro. Uno spettacolo magico, enfatizzato dalla musica in stereofonia, colonna sonora coinvolgente di queste serate fiorentine.

Non solo Ponte Vecchio è interessato dalle installazioni di luce, ma altri luoghi simbolo della città sono illuminati con storie scorrevoli. Santo Spirito, la Loggia del Porcellino, la facciata di San Firenze, Porta Romana: ogni facciata è uno sfondo su cui si proietta una storia diversa.

La facciata della basilica di Santo Spirito è uno sfondo ideale. La sua silhouette, così liscia, eppure sinuosa e inconfondibile, è amata dai Fiorentini. La piazza di Santo Spirito negli ultimi anni è diventata luogo di ritrovo e di aggregazione in Oltrarno; il suo coinvolgimento in F-light Firenze è dunque dovuto: una piazza che è vissuta dai cittadini più ancora che dai turisti.

La Loggia del Porcellino illuminata per #flightfirenze

La Loggia del Porcellino illuminata per #flightfirenze

La Loggia del Porcellino, quando scende la sera si vuota dei banchini tutti assiepati che vendono merci variopinte durante il giorno. Al loro posto variopinte coreografie si proiettano sul pavimento, sul filo conduttore del tema del “fanciullino”, l’infanzia nella sua poesia, nella sua bellezza, ma anche ahimè, nella tragedia che vive ogni volta che viene violata.

La facciata della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze è colpita dalla luce di un vero e proprio faro puntato contro: ricorda le drammatiche notti che seguirono all’alluvione quando, in una lotta contro il tempo, 24 ore su 24 i volontari lavoravano per salvare dal fango i volumi, il nostro patrimonio librario.

Queste sono solo alcune delle luci sulla città che risplendono nel periodo natalizio su Firenze. Che rendono la città, se possibile, ancora più bella.

Imperia capitale dell’olio: torna Olioliva

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Se si attraversa il territorio della provincia di Imperia, la cosa che salta agli occhi sono le colline terrazzate coltivate a olivi. Oliveti su oliveti, l’economia della regione per molto tempo si è basata sull’olio. Oggi questo prodotto tradizionale è celebrato come vera ricchezza della provincia, tanto che ogni anno si celebra a Oneglia in questo periodo, Olioliva.

oliolivaSi tratta di una manifestazione promossa da PromImperia, azienda speciale della Camera di Commercio Riviere di Liguria, che invade il centro di Oneglia per 3 giorni, da venerdì 11 novembre 2016 a domenica 13, e che attraverso stand tematici ed eventi eccezionali celebra non solo l’olio, ma tutte le preziose peculiarità della regione, agricole, alimentari, naturali. Imperia a 360°, è il caso di dire, nel momento in cui si celebra l’olio nuovo. Nell’entroterra, se fate un giro, in questo momento sotto gli olivi sono ancora sistemate tutte le reti per la raccolta. Anch’io quand’ero piccola, qualche volta ho aiutato a raccogliere le olive. No, non è vero, giocavo lì nel mezzo mentre gli adulti si spaccavano la schiena, ma avevo l’impressione di essere utile, di partecipare ad una grande festa corale.

Gradite del fritto di pesce? Io sì, grazie!

Gradite del fritto di pesce? Io sì, grazie!

Trovate il programma, denso di eventi, al sito web di PromImperia.

Le attività spaziano dall’attenzione ai più piccoli, con la fattoria didattica per bambini che vogliono diventare piccoli grandi agrichef, alla cucina, con showcooking, “ricette, cibo e narrazione” e focus su alcune preparazioni tipiche del territorio, come l’acciuga sotto sale o lo strudel di pesce (che non ho mai mangiato, ma detto così mi sembra buonissimo!) o ancora il coniglio alla ligure (questo, modestamente, mi riesce molto bene in cucina 😉 ); spazio anche allo sport, con la Baby Run e la Family Run che si svolgeranno domenica a Oneglia. Inoltre sono previste presentazioni di libri, incontri e conferenze a cura del Lions Club locale, una mostra tematica presso la Biblioteca Civica Berio di Oneglia, dal titolo “Porto Maurizio e Oneglia – Capitali mondiali dell’olio d’oliva” e il LaboratOlio al Museo dell’Olivo di Oneglia, uno splendido museo tematico, di proprietà dell’azienda produttrice di olio Fratelli Carli.

Oggetti legati al commercio dell'olio nel passato. Credits: Museodellolivo.com

Oggetti legati al commercio dell’olio nel passato. Credits: Museodellolivo.com

Il Museo dell’Olivo è una bellissima realtà, voluta fortemente dal fondatore dell’azienda per esporre al pubblico la ricca collezione di famiglia legata a tutto ciò che dall’antichità ad oggi è legato all’olio, non solo come alimento, ma come lubrificante e portatore di luce. Ecco che ci troviamo trasportati nell’età romana, quando le anfore solcavano il Mediterraneo nelle grandi navi onerarie piene del prezioso liquido, e quando l’olio stesso era impiegato per accendere le lucerne; poi voliamo attraverso i secoli e troviamo la ricostruzione di un gumbo, il frantoio la cui pietra era azionata spesso a trazione animale.

Non solo olio, ma olive in salamoia e altri derivati dell'olivo. credits: promimperia.it

Non solo olio, ma olive in salamoia e altri derivati dell’olivo. credits: promimperia.it

I gumbi si trovano ancora nell’entroterra: in molti casi sono stati preservati e musealizzati o valorizzati in qualche modo (magari rendendoli parte dell’allestimento di qualche ristorante o agriturismo); le ricerche di archeologia urbana che ogni tanto sono condotte nella stessa Imperia al seguito di lavori pubblici, hanno portato in luce lungo l’Argine destro del torrente Impero, un vero e proprio oleificio del XIX secolo, molto esteso e che per qualche tempo dovette avere una grande produzione di olio. Un piccolo tassello della storia della città, legato saldamente alle sue radici, è emerso casualmente al di sotto di pavimentazioni attuali che ne avevano cancellato la memoria, ed ha contribuito a scrivere la storia della vocazione all’olio di Imperia.

L'olio è uno degli ingredienti del pesto. Credits: promimperia.it

L’olio è uno degli ingredienti del pesto. Credits: promimperia.it

Proprio la visita ad un frantoio tradizionale dell’entroterra è un’altra delle attività in programma con Olioliva: prevista per sabato 12, è sicuramente un’esperienza interessante per entrare in contatto con un saper fare tanto antico e, in rarissimi casi, ancora praticato.

Gli stand di Olioliva si dispongono lungo le vie di Oneglia. In particolare i portici di Calata Cuneo, lo splendido fronte del porto di Oneglia, sono lo sfondo più adeguato per questa manifestazione, ma anche l’arteria cittadina dei Portici di via Bonfante si riempie di banchini di prodotti tipici, di piante e di sementi, e ogni passo in più è un’occasione nuova di scoperta.

Nei giorni di Olioliva Imperia diventa ancora più bella. È bella l’atmosfera che vi si respira, piena di gente, di incontri, di scoperte e di riscoperte, di natura e di tradizione, di storia locale e di sguardo al futuro. La festa dell’olio nuovo in Liguria ha un sapore diverso, fatto dai produttori che si presentano al pubblico, ci mettono la faccia, raccontano in prima persona i loro prodotti, la loro attività, la loro fatica, perché no, in uno scambio di esperienze che è vincente per mantenere vive le tradizioni.

 

Barbie the Icon: al Vittoriano la mostra che mi ha fatto tornare bambina

Ebbene sì, lo ammetto. Ho un amore viscerale per le Barbie. L’ho sempre avuto, e finché ero bambina tutto bene. Poi sono cresciuta, ho smesso di giocarci, ma non di tenermi informata su tutto ciò che le riguarda. Quando finisco nel reparto giocattoli al supermercato è inevitabile che io vada a guardarmi tutto lo scaffale dedicato. Osservo le nuove tendenze, i vestiti, le collezioni particolari, esprimo giudizi. Ad esempio, non sono d’accordo con la nuova linea di Barbie fashionistas, curvy e bassine. Perché per me Barbie è quella con cui sono cresciuta: alta, corpo perfetto, bellissima. A prescindere dal colore della pelle. Ah, ed elegantissima, naturalmente, una vera icona della moda.

Barbie the Icon è la mostra in corso a Roma al Vittoriano che racconta la Barbie in quanto icona fashion dagli anni ’60 ai giorni nostri. 380 bambole, esposte come se fossero in passerella, sfilano nei loro meravigliosi outfit, dal primo costume della prima barbie del 1959 alle creazioni più stravaganti ad opera di stilisti visionari degli anni più recenti.

Barbie the Icon. Rende l'idea questo collage?

Barbie the Icon. Rende l’idea questo collage?

La prima sezione è una galleria tutta rosa (il colore di Barbie per eccellenza), in cui si traccia la storia del mondo degli ultimi 65 anni dal punto di vista della moda e del costume. Si parla principalmente degli Stati Uniti, dove la Barbie nasce come bambola dall’intuizione di una madre che vede che la figliola, Barbara, vuole imitare nei suoi giochi il mondo dei grandi.

Barbie astronauta

Barbie astronauta

L’idea di questa madre rivoluzionerà per sempre il mondo dei giochi delle bambine delle generazioni successive. La Barbie diviene da subito specchio della società che la produce: se deve riflettere la donna moderna, allora ne deve imitare lo stile e, perché no, in qualche caso anche precorrerlo. Alcune pietre miliari nella storia di Barbie sono anche pietre miliari dell’emancipazione femminile, come la Barbie astronauta, che arriva subito dopo la prima donna astronauta della storia o come la Barbie presidente degli Stati Uniti: un invito alle future donne a credere nelle proprie aspirazioni e a lottare per avere uguaglianza di diritti nel lavoro e in genere nella società.

Gli stilisti di alta moda, dapprima fonte di ispirazione per gli abiti più glamour di Barbie, diventano essi stessi disegnatori di modelli per la bambola più famosa di sempre. Barbie è un personaggio che può rivestire infiniti ruoli, ma quello che più le si addice è quello di icona della moda. E come tale viene considerata, da Benetton a Christian Loboutin.

Barbie fashion vestite da Christian Loboutin

Barbie fashion vestite da Christian Loboutin

Scorrono sotto i miei occhi come in passerella le Barbie più rappresentative dal 1959 a oggi: la prima Barbie, quella col costume zebrato e l’espressione un po’ sofisticata (e antipatica, diciamocelo), la Barbie che va a fare il picnic con tanto di lenza per pescare, la Barbie che invece vive la città e indossa stupendi abiti da sera. Poi c’è la serie delle Barbie anni ’80, nei loro vestiti da principessa: Barbie Luce di Stelle e Barbi Fior di Pesco, sempre splendide a distanza di 30 anni, roba da commuovermi quando me le sono trovate davanti, le mie barbie dei giochi d’infanzia. E poi si prosegue con gli anni ’90 e il nuovo millennio, fino ai giorni nostri.

Uptown Chic Barbie, 1998

Uptown Chic Barbie, 1998

Dobbiamo sempre tener presente il contesto storico di riferimento: quello di una società americana, ed europea di riflesso, che muta in continuazione, che raggiunge l’agiatezza, la sicurezza economica.

Il “sogno americano” si riflette su Barbie: le bambine devono sapere che vivono nel Paese delle possibilità.

La storia di Barbie continua, arriva al millennio e lo supera, deve lottare con una concorrenza agguerrita. Barbie, forse un po’ sotto pressione, va in crisi con Ken, lo lascia e si mette con il surfista australiano Blaine: un colpo al cuore! Mi ero persa questo divorzio epocale! Ma tranquille, tutto torna come prima, dopo che Ken in Times Square a NYC manda in onda un video in cui chiede a Barbie di tornare insieme. La parentesi di Blaine è finita. Ma Ken in Times Square ci dà la misura di quanto Barbie sia più che un giocattolo, quasi un personaggio pubblico. Vogue le dedica una copertina: Barbie è moda e lifestyle.

La serie di 10 bambole in tubino nero del 2010 è solo l’anteprima della sfilata di moda cui assisteremo nella seconda sezione della mostra.

Qui in una lunga vetrina vediamo le Barbie vestite dai grandi stilisti. C’è la mia Barbie Benetton, per esempio, ma ci sono grandi grandissimi nomi, creazioni eccentriche al limite del fiabesco. Si tratta di esemplari in edizione limitata, veri gioielli che sono stati riuniti insieme apposta per farci sognare, ancora una volta.

Barbie icona fashion, amata dagli stilisti degli ultimi 50 anni

Barbie icona fashion, amata dagli stilisti degli ultimi 50 anni

Poi le serie diventano tematiche: le barbie di ogni tempo che svolgono un mestiere, dal più incredibile, come l’astronauta, al più normale per la ragazza americana degli anni ’70, come la ragazza di un fast food, alla barbie in divisa militare dei tempi della Guerra del Golfo. Segue poi la serie delle Barbie dal mondo: l’italiana, la messicana, la spagnola, l’olandese, l’indiana e la marocchina: tutte edizioni speciali per celebrare la bellezza e la varietà di culture ed etnie. Infine, la serie dei personaggi famosi, del cinema e non solo: la coppia di sposi William e Kate, Cleopatra impersonata da Liz Taylor e Rossella O’hara in tutte le sue versioni, Marylin Monroe e persino Cher. Un universo variegato e da sogno per ogni ragazzina (ed ex-ragazzina) che si rispetti. Una gioia per gli occhi, ma anche un tema di estremo interesse: come una bambola sia al tempo stesso protagonista e testimone della storia del costume occidentale degli ultimi 65 anni.

Info: Barbie the Icon, Roma, Museo del Vittoriano, fino al 30 ottobre 2016

Capolavori a Villa La Quiete

Dal 26 luglio al 15 gennaio 2017 Villa La Quiete apre al pubblico la sua collezione di capolavori rinascimentali.

Siamo sulla collina di Castello, appena fuori Firenze, area amata dai Medici che qui costruiscono alcune loro residenze, come la Villa della Petraia e la villa di Castello stessa. Qui sorge anche Villa La Quiete. Passando da fuori, da via di Boldrone, non ci si rende conto di cosa ci sia oltre l’alto muro che isola la Villa dall’esterno. Ma ve lo dico subito: oltre alla villa c’è un grande giardino all’italiana, ben nascosto alla vista, ma proprio per questo tanto più prezioso.

Il giardino all'italiana di Villa La Quiete

Il giardino all’italiana di Villa La Quiete

Villa La Quiete fu di proprietà medicea, ma ha legato la sua storia a importanti figure femminili di Firenze: a Cristina di Lorena, che fece dipingere La Quiete che pacifica i venti, da cui il nome della villa, a Eleonora Ramirez de Montalvo, che qui istituì un istituto per l’educazione laica delle giovani figlie delle illustri famiglie fiorentine, e infine all’Elettrice Palatina, che qui si fece allestire un appartamento privato. Le Montalve avevano un istituto anche in città, in via della Scala, che fu però dismesso e occupato da una caserma a seguito dell’Unità d’Italia. L’unica sede divenne allora Villa La Quiete che ricevette così anche le opere d’arte custodite nella sede cittadina e in quella del monastero di San Jacopo di Ripoli.

Ridolfo del Ghirlandaio, Michele Tosini, Sposalizio mistico di Santa Caterina e santi

Ridolfo del Ghirlandaio, Michele Tosini, Sposalizio mistico di Santa Caterina e santi

Oggi vengono esposte al pubblico alcune tra le principali opere di questa preziosa collezione: un’Incoronazione della Vergine di Botticelli (e bottega) è forse l’opera più nota: fece scalpore la polemica di qualche tempo fa per cui era stata accusata l’Università (ente gestore di Villa La Quiete) di tenere nascosto un Botticelli in cantina; risposta migliore non poteva arrivare: il Botticelli è oggi esposto al pubblico, e la schiera di santi che fa da contorno all’incoronazione della Vergine accoglie quanti si affacciano al Refettorio, l’ambiente che ospita la mostra.

Dettagli: la splendida veste azzurra a gigli d'oro di uno dei santi testimoni dell'Incoronazione della Vergine di Botticelli (e bottega)

Dettagli: la splendida veste azzurra a gigli d’oro di uno dei santi testimoni dell’Incoronazione della Vergine di Botticelli (e bottega)

Sette opere in tutto: oltre a Botticelli, Ridolfo del Ghirlandaio è l’altro pittore noto del quale sono esposte tre opere, due Sposalizio mistico di Santa Caterina, nelle quali si ripete con qualche variante la scena dell’unione mistica della Santa a Cristo, simboleggiata dal Bambin Gesù che le mette l’anello al dito, e la grande tavola con i Santi Onofrio, Cosma, Damiano e Sebastiano. Vi è poi una Madonna con bambino di pittore fiammingo, un San Domenico della Scuola di San Marco e una curiosa composizione: una pala d’altare, di Michele Tosini, raffigurante Santa Maria Maddalena abbracciata alla Croce di Cristo e una suora domenicana immerse in un paesaggio spoglio nel quale, in lontananza, si distingue un villaggio; alla croce dipinta, è applicato un crocifisso vero, in legno, a ricalcarne in tutto e per tutto la posizione. L’effetto tridimensionale è garantito, colpisce l’immaginazione ed è molto scenografico.

Le opere sono illuminate benissimo, l’impatto d’insieme è molto suggestivo, mentre i faretti dedicati a ciascuna opera fanno risaltare i colori e i particolari. Due postazioni touchscreen raccontano i dettagli e la storia di ogni singola tela, le immagini si possono ingrandire fino a scorgere dettagli che rischiano di sfuggire anche ad occhio nudo.

Baccio da Montelupo, Crocifisso; Michele Tosini, Santa Maria Maddalena e suora domenicana

Baccio da Montelupo, Crocifisso; Michele Tosini, Santa Maria Maddalena e suora domenicana

La mostra è il primo passo verso l’apertura al pubblico di un percorso museale di Villa La Quiete che vedrà il suo completamento nel 2017. La villa in sé è in effetti ricca di storia e di arte. Ho curiosato qua e là in anteprima e ho scoperto alcuni angoli davvero interessanti.

Il Gigante Appennino della villa di Pratolino sulle pareti della sala di Villa La Quiete

Il Gigante Appennino della villa di Pratolino sulle pareti della sala di Villa La Quiete

Innanzitutto il giardino all’italiana che si stende davanti alla villa e che rimane però chiuso, isolato rispetto all’esterno, una serie di aiuole curatissime e di viottoli regolari che non dialogano col paesaggio circostante. All’interno della villa alcuni ambienti sono notevoli: la farmacia ad esempio, è un piccolo sgabuzzino nel quale sono stipate bottigline di essenze, erbe e medicamenti. Poi vi è il Salone Robbiano, nel quale sono accolte alcune lunette e altri rilievi in terracotta dei Della Robbia, scultori fiorentini rinascimentali riconoscibilissimi per i loro rilievi in bianco e blu, spesso e volentieri a soggetto religioso. Infine ho scovato una chicca: una sala con le pareti affrescate con vedute di ville e possedimenti medicei nei dintorni di Firenze. Ho riconosciuto il Gigante Appennino del Giambologna, protettore della villa medicea di Pratolino (oggi villa Demidoff): e ritrovarlo lì, dove meno me l’aspettavo mi ha fatto quasi l’effetto di aver incontrato un vecchio amico.

La mostra è visitabile dal 26 luglio al 31 agosto il martedì e il sabato dalle 17 alle 20, il giovedì dalle 17 alle 23; dal 1 settembre al 30 ottobre sarà visitabile il sabato e la domenica dalle 10 alle 19. Per ogni ulteriore informazione v. www.villalaquiete.unifi.it

PS: ringrazio Alba Scarpellini dell’Università di Firenze che mi ha invitato all’anteprima della mostra, col ruolo di instagramer. Se volete vedere le foto su instagram cercate #villalaquiete oppure seguitemi: sono @maraina81.