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Elliott Erwitt in mostra a Lecce

Il Castello di Carlo V di Lecce ospita fino al 9/09/2018 la mostra “Elliott Erwitt – Personae, una retrospettiva dedicata a questo grande fotografo del secondo Novecento, del quale sono esposte sia le stranote fotografie in bianco e nero che le meno conosciute e in gran parte inedite fotografie a colori.

elliott erwitt personae

Era da anni che non visitavo una mostra dedicata ad un grande fotografo. E in effetti dopo aver visto mostre dei grandi Henry Cartier-Bresson, Robert Doisneau, Lewis HineRobert Capa, Helmut Newton, e dei contemporanei Sebastião Salgado e Steve McCurry, Erwitt era uno dei grandi nomi che ancora mancava al mio appello.

Elliott Erwitt

Elliott erwitt personae

Il primo impatto con Elliott Erwitt, in mostra a Lecce

Nato a Parigi e vissuta la sua infanzia a Milano, fu costretto con la famiglia a lasciare l’Italia a causa del Fascismo e a trasferirsi negli USA. Qui muove i suoi primi passi nel campo della fotografia fin dall’immediato dopoguerra e già negli anni ’50 è un fotografo affermato i cui lavori spaziano dai reportages alle campagne pubblicitarie.

Spesso le sue opere sono percorse da una grande ironia; in altre è l’amore che prende il sopravvento; in ogni caso i suoi scatti parlano sempre al cuore delle persone. Percorsa da grande ironia, ad esempio, è la serie delle foto con i cani, che nasce in realtà da una campagna pubblicitaria di calzature femminili e che adotta come punto di vista quello basso del cagnolino che di volta in volta accompagna le caviglie della signora di turno.

Le fotografie in mostra

Le foto in bianco e nero

La mostra apre con lo scatto più noto in assoluto di Erwitt: Parigi, Tour Eiffel, due innamorati si abbracciano incuranti della pioggia e dei loro ombrelli girati, un ballerino spicca un grand jeté, una sorta di spaccata in aria, tenendo l’ombrello aperto. Una composizione ovviamente costruita, che è pura poesia.

elliott erwitt

Elliott Erwitt, Santa Monica, California, 1955

Altra foto arcinota, e inno all’amore, è California Love, scattata a Santa Monica nel 1955: due innamorati si baciano all’interno di un’auto parcheggiata sulla scogliera, ricolta al mare. Ma il fotografo è fuori dall’auto e ritrae i due amanti riflessi nello specchietto. Applausi a scena aperta per questo scatto del quale Erwitt non riusciva a spiegarsi il successo.

Tra le foto in bianco e nero è molto nota anche la serie Museum Watching, del 1995. La foto che Erwitt scatta nella sala della Maja desnuda al Museo del Prado suscita una certa ironia: giudicate un po’ voi se non è così:

elliott erwitt

Museum Watching, Prado Museum 1995

Di tutt’altro genere, invece, è il ritratto di un ragazzino di colore così sorridente e allegro… peccato che si stia puntando una pistola alla tempia: tantissime sono le riflessioni che suscita, mentre a me scatta immediato un parallelo con un’altra foto di un’altro bambino che si punta una pistola alla tempia, ma questa volta piange: l’autore è Steve McCurry, le sensazioni che entrambe le fotografie suscitano sono le medesime.

Elliott Erwitt, Usa, East Hampton, New York, 1983

E ancora, la foto di denuncia razziale, scattata in un bagno pubblico del North Carolina negli anni ’50, dove sono messi accanto due lavandini, uno per gli uomini “white” e l’altro, terrificante e mezzo rotto, per i Neri: proprio un uomo di colore sta cercando di bere, scomodissimo, chinato con la testa piegata e rivolta proprio verso il lavandino per bianchi. Uno scatto di grande riflessione sociale.

Di tutt’altro genere, invece, irriverente ed ironica, è la foto della famiglia americana bene degli anni ’60: un ritratto borioso, in cui ogni personaggio recita la sua parte: la bella signora cotonata e strizzatissima nel suo vestito, il marito sornione e soddisfatto, il figlio più grande con sguardo e posa da duro e il figlio più piccolo, con il sorriso goduto di chi ha appena mangiato una ciambella.

Le foto a colori

Passiamo alle foto a colori: un archivio vastissimo che lo stesso Erwitt non ha mai finito di mettere a posto. Tra le serie di fotografie abbiamo i reportage, come quello da Cuba nel corso del quale riesce a fotografare sia Fidel Castro che Che Guevara, oppure in Polonia durante la Guerra Fredda. E quella foto, storica, in cui immortala la coda per la confessione dei fedeli in mezzo alla pubblica via, vale più di mille parole.

elliott erwitt cuba

Le tre foto di Cuba: un ritratto di Fidel Castro, uno del Che e una foto corale

 

elliott erwitt

La foto che Elliott Erwitt scatta a Czestochova, Polonia, inviato per documentare l’Est Europeo durante la Guerra Fredda

Quindi abbiamo i ritratti di personaggi famosi, tra cui un giovane Arnold Schwarzenegger, una splendida Sofia Loren, Alfred Hitchcook. Di Marylin Monroe i ritratti sono ancora in bianco e nero, così come in bianco e nero è un ritratto di JFK paparazzato, è il caso di dirlo, mentre fuma un sigaro cubano in tempi di embargo e uno della moglie Jacqueline Kennedy il giorno del funerale; infine una menzione speciale meritano le fotografie pubblicitarie: ha del geniale la pubblicità di un’automobile con 100 cavalli che viene messa in mezzo ad un branco di 100 cavalli; oppure lo scatto pubblicitario per promuovere il turismo americano in Francia, e che contiene tutti i possibili e immaginabili cliché del caso. Provocatoria e dissacrante, ma assolutamente di successo: se fosse stata scattata oggi, sarebbe diventata virale.

Sarà che ho visitato la mostra nel corso di un educational tour pensato per blogger e influencer, ma tutte noi che abbiamo visto la mostra abbiamo convenuto sulla capacità di Erwitt di creare inquadrature geniali, fatte apposta per attirare consensi (quelli che oggi sono diventati i like su instagram).

Per visitare la mostra sono fornite audioguide che danno alcune suggestioni sulle fotografie esposte. Pochi imput, perché il resto deve scaturire dalle nostre personali riflessioni. L’occhio del fotografo vede e interpreta la realtà, ma la differenza la fa la sensibilità di chi osserva.

Il Castello di Carlo V

Castello carlo V Lecce

Il Castello di Carlo V a Lecce

Con l’occasione della mostra vale senz’altro la pena di visitare il Castello di Carlo V, il complesso nel quale la mostra è allestita e che ha a sua volta un percorso espositivo volto a raccontare la storia dell’edificio e, attraverso di esso, la storia della città di Lecce.

Costruito nel XII secolo, deve il suo nome al re spagnolo Carlo V, al quale si deve la fase di ristrutturazione più ampia, che ha conferito al castello l’aspetto attuale. Gli scavi, visibili nella corte centrale, raccontano invece l’organizzazione degli spazi del castello in età medievale.

Il castello ospita il Museo della Cartapesta, un’arte tipicamente leccese durante il XIX secolo. Le statue in cartapesta di Lecce e del Salento hanno goduto di grande fama nazionale e non solo e ancora oggi per le strade del centro storico si possono incontrare delle botteghe artigiane ancora intente a questa antica arte.

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Canaletto 1697-1768: la mostra sul pittore veneziano al Museo di Roma Palazzo Braschi

Il Museo di Roma Palazzo Braschi ospita fino al 19 agosto 2018 la mostra Canaletto 1697-1768.

L’ho visitata appena ne ho avuto l’occasione, perché ammiro tantissimo Canaletto per la sua capacità di dipingere, come in una fotografia, i minimi dettagli di persone, edifici, luoghi e luce. Poi, amo per mia deformazione professionale, le vedute di antichità, quei “Capricci” che piacevano tanto ai pittori a cavallo del Settecento. E anche in questo campo Canaletto si è saputo distinguere.

mostra canaletto palazzo braschi

La mostra, infatti, si apre con un giovane Canaletto, al secolo Antonio Canal, che trovandosi a Roma per realizzare le scenografie di due spettacoli teatrali, ne approfitta, tra il 1719 e il 1720, per farsi suggestionare dalle antichità romane, per assimilarle e per riproporle in alcune opere che ritraggono architetture di fantasia, ma nelle quali è incredibile l’attenzione al dettaglio realistico: come nel “Capriccio architettonico” del 1723, nel quale inserisce una colonna in marmo, antica, restaurata con due grappe metalliche che fanno sì che resti in piedi. Sono proprio i dettagli a fare la differenza nelle opere di Canaletto.

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Canaletto, Capriccio architettonico, 1723 Credits: museodiroma.it

Del periodo romano, però, è notevole un altro grande dipinto, che realizza insieme a Bernardo Canal: Santa Maria d’Aracoeli e il Campidoglio, del 1720, dove la nostra attenzione è attratta da quel filo di panni stesi in uno dei punti più monumentali, da sempre, di Roma.

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Bernardo Canal e Canaletto, Santa Maria in Aracoeli e il Campidoglio, 1720. Credits: museodiroma.it

Ma naturalmente Canaletto è famoso nel mondo per le sue vedute di Venezia. Il pittore dipinge Venezia in tutte le sue forme, celebrandone la monumentalità, la bellezza, l’intensa vitalità, e i grandi eventi, come Il ritorno del Bucintoro nel giorno dell’Ascensione. Il Bucintoro è la grande barca del Doge, ricchissima di ori e di decorazioni, uno dei simboli della Repubblica di Venezia. Sarà barbaramente e miseramente depredato degli ori e distrutto durante l’occupazione napoleonica, che qui fece gravissimi danni al patrimonio artistico (lo racconta molto bene Alessandro Marzio Magno nel suo Missione Grande Bellezza).

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Canaletto, Il ritorno del Bucintoro nel giorno dell’Ascensione, 1729. Credits: commons.wikimedia.org

Canal Grande, con i suoi affacci e i suoi ponti, in particolare Rialto, sono i suoi soggetti preferiti. Piazza San Marco, Santa Maria della Salute, i luoghi più noti di Venezia sono stati catturati dal pennello attentissimo di questo grande vedutista. “Va sempre sul loco e forma tutto sul vero” dicono di lui i suoi contemporanei.

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Canaletto, La Torre dell’Orologio in piazza San Marco, 1730. Credits: museodiroma.it

Negli anni diventa un punto di riferimento per i collezionisti stranieri, sia ambasciatori che aristocratici che compivano il Grand Tour. Anzi, acquistare un dipinto del Canaletto nel corso del proprio viaggio in Italia, diventa un vanto per ogni viaggiatore aristocratico. Per questa clientela altolocata egli dipinge alcune opere davvero significative. Tra queste si distingue Il molo verso Ovest, con la colonna di San Teodoro a destra, del 1738, nella quale Canaletto indulge su dettagli cui pochi darebbero importanza, come le gabbie degli animali del mercato che evidentemente si stava tenendo lì. Anche La Torre dell’Orologio in piazza San Marco è un notevole esempio di estrema attenzione ai dettagli minuziosi. Inoltre, in quest’ultimo si coglie tantissimo la profondità dell’immagine.

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Canaletto, Il molo verso ovest con la torre di San Teodoro, 1738. Credits: Museodiroma.it

La cosa che più mi colpisce e mi intenerisce è la presenza, in ogni dipinto, di almeno un cagnolino. Evidentemente a Canaletto piacevano gli animali da compagnia! Li ho notati in quasi tutte le opere e quest’aspetto mi ha stupito. In altre, nel dipingere le tante persone che si affastellano nelle sue scene, inserisce qualche volta un pittore, come se fosse egli stesso a introdursi nella scena. Non per niente in mostra è stata scelta proprio una figurina di pittore per accompagnare il visitatore nel percorso di visita.

Dopo Venezia, Canaletto giunge a Londra, nientemeno. Qui dipinge alcune vedute, tra cui una lunga veduta del Tamigi, che fu poi divisa in due, ed oggi è stata riunita in occasione della mostra: i due proprietari, però, vivono da un capo e dall’altro del mondo.

Negli ultimi anni di attività Canaletto torna a Venezia, e di nuovo ne dipinge con dovizia di particolari la monumentalità e i dettagli di vita quotidiana. Proprio osservando Piazza San Marco, Procuratie nuove, un uomo con in mano una tazzina da caffè ci suggerisce il Caffé Florian, ancora oggi storico caffé veneziano, aperto dal 1720!

Canaletto muore il 20 aprile 1768 e la morte si conclude con l’inventario redatto a mano dei beni a lui appartenuti in vita.

La mostra Canaletto 1697-1768 vi piacerà se amate il Canaletto, i pittori vedutisti e Venezia. A me personalmente piace molto la corrente pittorica settecentesca del Vedutismo, caratterizzata da un’attentissima cura dei dettagli delle vedute di paesaggio, siano essi paesaggi naturali, urbani o antichi. Dal punto di vista di chi semplicemente osserva questi dipinti, essi stupiscono per l’incredibile ricchezza di particolari e per la bellezza di luci e colori che in alcuni casi, come ad esempio Canaletto, si avvicinano alle fotografie. Dal punto di vista dello storico o di chi ama il passato, essi sono invece fonti notevoli di informazioni su come erano i luoghi, come vestivano le persone, come si svolgevano le feste. Tantissime informazioni racchiuse in un’unica tela.

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Canaletto, Il Ponte di Rialto da Nord, 1725. Credits: Museodiroma.it

La mostra Canaletto 1697-1768 ha solo un difetto: non si possono scattare fotografie alle opere! Gli unici fortunati che hanno potuto farlo sono coloro che hanno partecipato all’anteprima per blogger e giornalisti e che hanno utilizzato l’hashtag #CanalettoRoma per taggare le foto. Questo hashtag, tra l’altro, si trova sul dépliant della mostra, come a invitare i visitatori a utilizzarlo a loro volta. Ma come si può fare se è vietato fotografare? Misteri e contraddizioni tra social e mondo reale. A prescindere dalle foto (che poi si recuperano in rete, al sito web stesso del Museo di Roma di Palazzo Braschi come ho fatto io) la mostra merita, anche per la location: è allestita in un palazzo bellissimo che affaccia su Piazza Navona!

Il Cinquecento a Firenze: la mostra di Palazzo Strozzi

Ogni mostra di Palazzo Strozzi è un successo. Che si tratti di arte contemporanea (come le recenti su Ai Weiwei e Bill Viola) o di arte rinascimentale o moderna, le mostre di Palazzo Strozzi sono sempre eccezionali sia per le opere esposte che per il percorso espositivo, sempre denso di significati.

Ho visitato la mostra attualmente in corso, “Il Cinquecento a Firenze” prendendo parte ad una bella iniziativa su twitter che ha visto impegnati blogger di archeologia e di storia dell’arte: #5sguardi. Per la spiegazione di questo evento vi rimando al mio post specifico sul mio blog di archeologia e alla conversazione su twitter. Vi dico solo che ognuno dei blogger interpretava un ruolo: il mio era quello dell’archeoviaggiatrice, chissà perché 😉

Jacopo Zucchi, La Creazione

Qui vi racconto la mostra e perché vale la pena visitarla: non solo per le opere incredibili, ma per la quantità di spunti di riflessione e di conoscenza che offre su un periodo, quello del pieno Cinquecento, caratterizzato nel mondo artistico dagli effetti della Controriforma. È un periodo che risente dei grandi artisti della generazione precedente, primo tra tutti Michelangelo, e che deve confrontarsi con dettami religiosi rigidi, ma allo stesso tempo con una committenza, principalmente la famiglia Medici, che ama i colti e raffinati riferimenti classici e abbraccia la filosofia neoplatonica: ecco che le opere si riempiono di significati allusivi, non sempre di facile interpretazione e anche una semplice “Deposizione di Cristo” contiene molto più di quanto non ci dica ad un primo sguardo.

La mostra si apre con un forte impatto cromatico e visivo: in primo piano il Dio fluviale di Michelangelo, la statua priva di testa di un nudo semisdraiato, palese riferimento all’antico, e dietro la vivace “Pietà di Luco” di Andrea del Sarto, dipinta dal pittore quando fuggì dalla peste che si era sviluppata a Firenze intorno agli anni ’40 del Cinquecento.

Il Dio fluviale di Michelangelo e la Pietà di Luco di Andrea del Sarto, prima sala della mostra

Si procede con una sala densa di grandi pale di grandi artisti. Vasari con l’Assunzione, e poi le deposizioni di Pontormo, di Rosso Fiorentino e del Bronzino, ognuno con la sua storia, ognuno con i suoi dettagli, ognuno con le sue scelte cromatiche e stilistiche. La Deposizione di Pontormo, con le sue tinte pastello così inconsuete per un dipinto cinquecentesco, e con i suoi volti così caratterizzati, è a buon diritto il dipinto scelto per rappresentare la mostra.

La Deposizione di Cristo del Bronzino. Realizzata inizialmente per la Cappella degli Appartamenti di Eleonora di Toledo in Palazzo Vecchio, fu regalata al Segretario particolare di Carlo V e portata in Francia, a Besançon

Ma si procede, e la sala che segue è ancora più eccezionale, almeno per me. I temi delle rappresentazioni non variano molto, sono sempre a tema religioso, tuttavia mutano gli esiti, perché gli artisti hanno formazione differente, provenienza differente, e committenze differenti da rispettare. L’incontro tra Cristo e l’Adultera di Alessandro Allori è un capolavoro: lei è così contrita, pudica nel suo atteggiamento, e vestita così bene che non può non attirare la mia attenzione. La crocefissione di Giovanni Stradano, un pittore fiammingo dal nome italianizzato che nei dettagli grotteschi mostra le sue origini artistiche, è un’altra delle opere che mi colpisce. Davanti ai miei occhi si pongono il crocefisso in bronzo del Giambologna, ormai defunto, e dietro ad esso, oltre alla Crocefissione di Stradano, si colloca la Resurrezione di Santi di Tito. Così il triduo pasquale, di passione, morte e risurrezione si completa in tre opere eccezionali.

Il Crocefisso del Giambologna, la Crocefissione di Giovanni Stradano e la Resurrezione di Santi di Tito

Il ritratto del piccolo Sinibaldo Gaddi

Segue una sezione sui ritratti. Vediamo i committenti del tempo. Il piccolo Sinibaldo Gaddi, in braccio al suo servetto nero, ci racconta di una famiglia ricchissima, quella dei Gaddi in Firenze, che si poteva permettere il lusso di un servo “esotico” oltre a una collezione di mirabilia provenienti dalle Americhe. Il povero Sinibaldo, che nel dipinto sembra così sicuro di sé nonostante la tenerissima età, morirà pochi anni dopo e non godrà né delle ricchezze della famiglia né delle gioie della vita: la ricchezza da sola non basta ad assicurare la vita nella seconda metà del Cinquecento.

Procedendo, la sala successiva ci introduce Giambologna, lo scultore che tanto ha fatto a Firenze (le statue per il giardino della villa medicea di Castello, il colosso dell’Appennino per la villa medicea di Pratolino, il Ratto delle Sabine per la Loggia dei Lanzi e il Mercurio del Bargello). Tra i dipinti segnalo, perché mi ha molto colpito, la Creazione di Jacopo Zucchi, un piccolissimo quadretto pregno di significati: Dio crea l’uomo perché sia posto a custodia della natura; la supremazia dell’uomo sulla natura è uno dei fondamenti del pensiero neoplatonico che anima la fine del Cinquecento e il programma iconografico dello Studiolo di Francesco I in Palazzo Vecchio (quella piccola e favolosa stanzina a lato del Salone dei Cinquecento).

La statua di Fata Morgana, Giambologna

Andando avanti, è ancora Giambologna che guida il nostro sguardo con le sue potenti sculture: Ercole e Anteo e la Venus Fiorenza realizzate per la villa di Castello, la Fata Morgana che abbelliva la Fonte di Fata Morgana nel territorio di Bagno a Ripoli (un luogo molto suggestivo nel contado di Firenze). Tra i dipinti, Venere e Amore di Alessandro Allori è così dolce, così incantevole da suscitare il sorriso.

Ci avviamo alla fine della mostra. Abbiamo percorso un secolo di arte, sia pittorica che scultorea, in un equilibrio bilanciato tra soggetti religiosi, mitologici e “umani” per così dire. Si tratta sempre di committenze ricche, come la famiglia Medici e altri grandi personaggi influenti del Cinquecento fiorentino, e committenze religiose, attente agli aspetti più dogmatici della Controriforma. Resta la sensazione di aver assistito a qualcosa di grande, di importante, ad un percorso che lascerà il segno nella storia dell’arte successiva e nella storia artistica della città. Di fatto, buona parte delle opere viene da chiese di Firenze. Quindi sarà bello riconoscerle nelle varie chiese una volta che la mostra sarà terminata. In fondo il senso di una mostra è proprio questo: dare degli spunti e degli approfondimenti, focalizzare su determinati aspetti e creare dei collegamenti con le nostre conoscenze. Palazzo Strozzi riesce sempre a costruire contatti con la città. E infatti un bel programma di approfondimenti fuorimostra è previsto e in corso di svolgimento a Firenze.

Visitare Pompei di notte: Una notte a Pompei

Ve lo dicevo nel primo post dedicato a Pompei che sarei presto tornata a parlare di questa straordinaria città antica. Non immaginavo però che l’avrei fatto grazie ad un evento cui sono stata invitata da Enel Group*, ovvero l’inaugurazione del nuovo percorso di illuminazione realizzato proprio da Enel per la fruizione e valorizzazione di Pompei in notturna. Tutto per la serie di eventi “Una notte a Pompei” che quest’estate 2017, dall’8 luglio fino al 24 agosto il martedì e il giovedì, animerà le serate pompeiane (per info: pompeiisites.org).

Il tempio di Apollo illuminato, mentre una voce narrante racconta i Ludi, i giochi in onore del dio

Luci a led per il risparmio energetico, innovazione tecnologica che si sposa con la sostenibilità data dai bassi consumi.

Tuttavia non si tratta di aver cambiato quattro lampadine e poco più, ma della creazione di un percorso integrato, visivo e sonoro, nel quale il visitatore viene coinvolto, immerso, avvolto. Le suggestioni che la città antica al chiaro di luna già da sola può dare vengono amplificate dalle voci narranti, che ci portano nella bottega di un panettiere lungo Via Marina, nella domus di Trittolemo, nel tempio di Apollo, per poi sbucare nella piazza del foro sul cui lato di fondo si staglia ciò che resta del capitolium dietro il quale l’inconfondibile silhouette scura del Vesuvio ci dice subito com’è andata a finire.

Il percorso prende avvio da Porta Marina, risale la via Marina fino al foro. Qui, nell’ampio spazio che fino a pochi mesi fa era animato dalle statue di Mitoraj, solo il Centauro, bellissimo, resta a vegliare, e si staglia anch’esso contro il cielo all’imbrunire.

Si susseguono frattanto le voci narranti: storie di bottega, scene di vita privata in casa, devozione nel culto, la confusione del mercato, il lavoro quotidiano. Piccole singole narrazioni che, tutte insieme, costruiscono il racconto della normale vita a Pompei.

Il Centauro di Mitoraj si staglia nella luce del crepuscolo

La piazza del foro, illuminata, è stupenda: le colonne del portico resistono ancora, in piedi, come monito al tempo che passa; del capitolium si è detto: quell’ombra cupa, quella presenza forte alle sue spalle, il Vesuvio, è il simbolo dell’ineluttabile destino cui la città è condannata. Il tempio del Genius Augusti, con la sua ara per il culto davanti al piccolo podio, mi ricorda gli anni di studio all’università, e mi fa tenerezza. Il macellum mostra ancora, nella penombra, alcuni affreschi: nella parete dipinta si distinguono dei quadretti figurati, delle piccole narrazioni incredibilmente giunte fino a noi. Il macellum, luogo del mercato, è deserto: immaginatelo zeppo di gente, invece, durante il giorno. Immaginate i nostri mercati coperti, oggi, durante l’orario di apertura e poi dopo la chiusura: il silenzio, la quiete, laddove fino a poco prima tutto era confusione e rumore. E poi c’è la porticus di Eumachia, dono di un edificio pubblico fatto alla città da una donna, Eumachia, che ha reso immortale il proprio nome per sempre. Donne forti di altri tempi.

Il capitolium di Pompei illuminato

Infine la basilica: su una parete sono trasmesse immagini 3D che ci portano all’interno delle case più note, a contemplare le pareti affrescate più mirabili: come il giardino dipinto nella casa del Bracciale d’Oro di Pompei.

Al termine della visita rimane la sensazione di aver preso parte a qualcosa di nuovo per la vetusta Pompei. Un parco archeologico che ha sofferto negli scorsi decenni di incuria e di manutenzione non efficace, tanto da essere additata come scandalo per l’intera Italia. Oggi Pompei è invece il simbolo di una ripartenza, il simbolo di una sfida vinta, per usare le parole del ministro del MiBACT Dario Franceschini proprio l’altra sera all’inaugurazione. Non resta che approfittare di quest’opportunità.

foro di Pompei: il capitolium si staglia contro lo sfondo del Vesuvio. Il Centauro di Mitoraj vigila sulla piazza.

* sono stata invitata in qualità di archeoblogger, grazie al lavoro di comunicazione dell’archeologia che svolgo sul mio blog Generazione di Archeologi e attraverso i miei canali social, twitter in particolare con l’account @maraina81. Data però la portata dell’evento, non potevo non parlarne anche qui, con un taglio, ovviamente, un po’ diverso.

I Re Magi a Firenze

Lo so, la Befana è passata, passata è l’Epifania e tutte le feste si è portate via. Però voglio ancora dedicare un post alle feste, in particolare proprio alla festa del 6 gennaio. E vi parlo di ciò che avviene e che potete trovare a Firenze.

Dalla Cavalcata dei Magi che attraversa la città il giorno dell’Epifania alla Cappella di Benozzo Gozzoli a Palazzo Medici Riccardi, passando per gli Uffizi: ecco dove trovare i Re Magi a Firenze.

  • La Cavalcata dei Magi
La Cavalcata dei Magi a Firenze

La Cavalcata dei Magi a Firenze

Ogni anno il 6 gennaio Firenze festeggia l’Epifania con un grande corteo storico che attraversa la città: parte da Palazzo Pitti, attraversa l’Arno su Ponte Vecchio e risale il centro fino ad arrivare in chiesa, nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore, fuori dalla quale è allestito un presepe; è la Cavalcata dei Magi, una tradizione che fu introdotta a Firenze proprio nel XV secolo, sotto i Medici. Esisteva allora la Confraternita dei Magi, chiamata anche La Stella (perché i Re Magi seguirono la stella) che ogni tre e poi ogni 5 anni organizzava una processione per le vie della città. I Medici erano molto devoti ai Magi, e forse è proprio in aperta reazione con la Signoria che quando essa decadde la Cavalcata dei Medici fu sospesa. Ha ripreso soltanto nel 1997. I Medici non ci sono più, ma c’è l’orgoglio tutto fiorentino per una tradizione che è davvero molto sentita. (la storia della Cavalcata dei Magi è raccontata molto bene qui).

Il corteo blocca il centro storico per qualche ora ma è uno spettacolo di tamburi, sbandieratori e sgargianti costumi rinascimentali: dame, cavalieri, paggi, rappresentano le antiche casate e gli antichi borghi e quartieri di Firenze. Gli abiti sontuosi delle dame sono meravigliosi, in tessuti di velluto e broccato, lasciano a bocca aperta. Gli abiti dei Signori sono ridicoli, visti con gli occhi di oggi, ma sono gli indumenti che indossavano banchieri, mercanti, nobili della Firenze del Cinquecento. Nel mezzo, a interrompere ogni tanto il lento procedere degli sfilanti, gruppi di sbandieratori si esibiscono nella loro nobile arte: al rullo dei tamburi fanno volteggiare le aste delle loro bandiere, disegnano coreografie, fanno volare il più in alto possibile i loro stendardi che poi tornano, miracolosamente, in mano loro.

La processione dei Magi nella cappella dei Magi di Benozzo Gozzoli in Palazzo Medici-Riccardi

La processione dei Magi nella cappella dei Magi di Benozzo Gozzoli in Palazzo Medici-Riccardi

  • La cappella dei Magi di Benozzo Gozzoli

La famiglia Medici era molto devota ai re Magi. Gli esponenti della famiglia partecipavano attivamente alle processioni del 6 gennaio. Per questo commissionarono all’artista Benozzo Gozzoli un’intera cappella in Palazzo Medici-Riccardi, un tempo la loro residenza in via Lata (oggi via Cavour), nella quale è raffigurata proprio la processione dei Magi. Realizzata nel 1459 e commissionata da Cosimo il Vecchio, questa processione raffigura proprio i rampolli della famiglia Medici, Giuliano e Lorenzo, ed è un racconto fantastico del viaggio dei Magi dalla città bianca di Gerusalemme fino a Betlemme. In un paesaggio ricchissimo di dettagli preziosi, i personaggi, che sono personaggi della famiglia Medici e della cerchia più ristretta, sono sontuosamente abbigliati. Lapislazzuli, oro e altri materiali preziosi arricchiscono la tavolozza del pittore che, avendo ricevuto una commissione tanto sontuosa, non bada a spese e realizza un capolavoro di magnificenza (una descrizione si trova qui). Si potrebbero trascorrere ore a guardare e a perdersi nel paesaggio e in ogni singolo dettaglio.

La visita della Cappella dei Magi di Benozzo Gozzoli in Palazzo Medici Riccardi è “aiutata” da una bella opera di realtà aumentata e racconto multimediale che consente di cogliere i vari elementi della narrazione del dipinto, che altrimenti andrebbero perduti senza una guida. Così veniamo invitati a soffermarci sui particolari, ad analizzare anche i singoli fiori, i drappeggi dei tessuti, a dare un nome ai personaggi rappresentati, a capire in sostanza cosa viene narrato sulle pareti della cappella: perché la processione dei Magi è un pretesto per la celebrazione della famiglia Medici, né più né meno.

L'adorazione dei Magi del Beato Angelico a San Marco, Firenze

L’adorazione dei Magi del Beato Angelico a San Marco, Firenze

  • La Cappella dei Magi a San Marco

Cosimo il Vecchio era solito recarsi nel convento di San Marco a pregare. Qui, aveva la sua cella preferita. Il convento di San Marco ha avuto tra i suoi monaci, un illustre frate, nientemeno che Fra Angelico, meglio noto come Beato Angelico (santo patrono degli Artisti): egli affrescò tutte le celle del convento con scene varie della vita di Cristo. Dedicò una cella all’Adorazione dei Magi. Indovinate qual era la cella preferita da Cosimo? Esatto, proprio la cella con l’adorazione dei Magi.

  • Adorazioni dei Magi agli Uffizi

Trasferiamoci agli Uffizi. Qui, nel Museo più importante di Firenze, per non dire d’Italia, sono esposte alcune importantissime Adorazioni dei Magi. Il soggetto era molto apprezzato sia dai pittori che dai committenti. Le scene di natività sono molto frequenti in ambito religioso e con la raffigurazione dei Magi si caricano di un valore in più, quello dell’uomo che è alla perenne ricerca di Dio. Dal punto di vista meramente artistico, poi, dipingere i Magi, re dell’Oriente, era occasione per i pittori per lanciarsi in favolose vesti e ambientazioni.

L'Adorazione dei Magi di Filippino Lippi, Uffizi

L’Adorazione dei Magi di Filippino Lippi, Uffizi

L’Adorazione dei Magi del Botticelli pone al centro della scena la sacra famiglia, mentre i personaggi di contorno, Magi compresi, si dispongono prospetticamente intorno ad essa. In questo modo, anche se i Magi sono in primo piano, davanti, ma volti quasi tutto di spalle, risalta la posizione centrale della Madonna col Bambino. Nei ritratti dei singoli personaggi si possono individuare i ritratti dei committenti del dipinto, la famiglia di Zanobi del Lama, che aveva commissionato la pala per la propria cappella privata in Santa Maria Novella. L’impostazione dell’opera di Botticelli fa da modello ad altre due natività, che si trovano sempre agli Uffizi: quella di Filippino Lippi e quella di Leonardo.

Se nell’Adorazione del Botticelli la sacra famiglia si ripara sotto un rudere in pietra e sullo sfondo si trovano ruderi antichi, nell’Adorazione di Filippino Lippi la Sacra Famiglia è ricoverata sotto una vera e propria capanna; la scena è popolata da molti più personaggi ed è lasciato più spazio al paesaggio retrostante, tutto sommato abbastanza spoglio e attraversato da schiere di cavalieri.

L’Adorazione di Leonardo va considerata a parte: innanzitutto è incompiuta, motivo per cui noi ammiriamo soltanto il disegno preparatorio (dandogli però dignità di capolavoro compiuto!). Nella composizione di Leonardo la Madonna occupa il centro della scena. Intorno si dispongono i Magi e altri personaggi in adorazione. Sullo sfondo un edificio in rovina da una parte e una scena di battaglia a cavallo dall’altra; un albero alle spalle della Madonna divide in due il fondo. Un peccato che l’opera sia rimasta incompiuta. Ma Filippino Lippi sicuramente ringraziò quest’incompiutezza, visto che a lui fu commissionata l’Adorazione, in sostituzione di questa, abbandonata da Leonardo.

L'Adorazione dei Magi di Leonardo, Uffizi

L’Adorazione dei Magi di Leonardo, Uffizi

Un viaggio breve ma intenso per Firenze, alla ricerca dei segni dei Re Magi in queste ultime giornate di festa, a Epifania ormai conclusa. Tra arte e tradizione, Firenze non dimentica i 3 re che vollero a tutti i costi seguire una stella. Il Vangelo (solo quello di Matteo, tra l’altro) dedica loro poche righe. Ma la  fama che hanno avuto nei secoli è ineguagliabile, e continua ad essere celebrata.

 

#FlightFirenze: luci sulla città

L'albero di Natale in piazza Duomo a Firenze si è acceso l'8 dicembre

L’albero di Natale in piazza Duomo a Firenze si è acceso l’8 dicembre

Firenze accende le luci sui suoi principali monumenti. Con F-light Firenze (realizzato da Associazione Mus.E Firenze con Enegan Luce e Gas) il capoluogo toscano si illumina, racconta storie, diventa un palcoscenico sul quale scorrono immagini luminose che rendono la città, se possibile, ancora più bella.

Con l’8 dicembre, anche quest’anno una serie di installazioni luminose che dureranno un mese, fino all’8 gennaio, anima le fredde serate fiorentine. Dall’albero di Natale in piazza del Duomo alle proiezioni nella Loggia del Porcellino, a Ponte Vecchio, alla facciata della chiesa di Santo Spirito, a San Firenze, la città letteralmente si accende.

Una serie di videomapping infatti decora i monumenti cittadini, donando oltre che luce, arte e racconti per immagini. Il successo è garantito: il pubblico per strada, passanti, turisti, fiorentini, sono tutti attratti dalle luci. Così, come sempre in questi casi, siamo tutti a fare foto con lo smartphone, per meglio ricordare l’evento. E a condividerlo con l’ashtag #flightifirenze.

videomapping su Pontevecchio per #flightfirenze

videomapping su Pontevecchio per #flightfirenze

Ponte Vecchio è bellissimo, una quinta perfetta per questo genere di proiezioni, che si raddoppiano nel riflesso nelle placide acque dell’Arno. Anzi, i giochi di luce sono giocati proprio su questo, sul doppio, sui colori, sui fasci di luce che diventano geometrie, poi vere opere d’arte, note e meno note, vetrate gotiche, girasoli di Van Gogh, baci di Klimt, madonne rinascimentali e quant’altro. Uno spettacolo magico, enfatizzato dalla musica in stereofonia, colonna sonora coinvolgente di queste serate fiorentine.

Non solo Ponte Vecchio è interessato dalle installazioni di luce, ma altri luoghi simbolo della città sono illuminati con storie scorrevoli. Santo Spirito, la Loggia del Porcellino, la facciata di San Firenze, Porta Romana: ogni facciata è uno sfondo su cui si proietta una storia diversa.

La facciata della basilica di Santo Spirito è uno sfondo ideale. La sua silhouette, così liscia, eppure sinuosa e inconfondibile, è amata dai Fiorentini. La piazza di Santo Spirito negli ultimi anni è diventata luogo di ritrovo e di aggregazione in Oltrarno; il suo coinvolgimento in F-light Firenze è dunque dovuto: una piazza che è vissuta dai cittadini più ancora che dai turisti.

La Loggia del Porcellino illuminata per #flightfirenze

La Loggia del Porcellino illuminata per #flightfirenze

La Loggia del Porcellino, quando scende la sera si vuota dei banchini tutti assiepati che vendono merci variopinte durante il giorno. Al loro posto variopinte coreografie si proiettano sul pavimento, sul filo conduttore del tema del “fanciullino”, l’infanzia nella sua poesia, nella sua bellezza, ma anche ahimè, nella tragedia che vive ogni volta che viene violata.

La facciata della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze è colpita dalla luce di un vero e proprio faro puntato contro: ricorda le drammatiche notti che seguirono all’alluvione quando, in una lotta contro il tempo, 24 ore su 24 i volontari lavoravano per salvare dal fango i volumi, il nostro patrimonio librario.

Queste sono solo alcune delle luci sulla città che risplendono nel periodo natalizio su Firenze. Che rendono la città, se possibile, ancora più bella.

Imperia capitale dell’olio: torna Olioliva

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Se si attraversa il territorio della provincia di Imperia, la cosa che salta agli occhi sono le colline terrazzate coltivate a olivi. Oliveti su oliveti, l’economia della regione per molto tempo si è basata sull’olio. Oggi questo prodotto tradizionale è celebrato come vera ricchezza della provincia, tanto che ogni anno si celebra a Oneglia in questo periodo, Olioliva.

oliolivaSi tratta di una manifestazione promossa da PromImperia, azienda speciale della Camera di Commercio Riviere di Liguria, che invade il centro di Oneglia per 3 giorni, da venerdì 11 novembre 2016 a domenica 13, e che attraverso stand tematici ed eventi eccezionali celebra non solo l’olio, ma tutte le preziose peculiarità della regione, agricole, alimentari, naturali. Imperia a 360°, è il caso di dire, nel momento in cui si celebra l’olio nuovo. Nell’entroterra, se fate un giro, in questo momento sotto gli olivi sono ancora sistemate tutte le reti per la raccolta. Anch’io quand’ero piccola, qualche volta ho aiutato a raccogliere le olive. No, non è vero, giocavo lì nel mezzo mentre gli adulti si spaccavano la schiena, ma avevo l’impressione di essere utile, di partecipare ad una grande festa corale.

Gradite del fritto di pesce? Io sì, grazie!

Gradite del fritto di pesce? Io sì, grazie!

Trovate il programma, denso di eventi, al sito web di PromImperia.

Le attività spaziano dall’attenzione ai più piccoli, con la fattoria didattica per bambini che vogliono diventare piccoli grandi agrichef, alla cucina, con showcooking, “ricette, cibo e narrazione” e focus su alcune preparazioni tipiche del territorio, come l’acciuga sotto sale o lo strudel di pesce (che non ho mai mangiato, ma detto così mi sembra buonissimo!) o ancora il coniglio alla ligure (questo, modestamente, mi riesce molto bene in cucina 😉 ); spazio anche allo sport, con la Baby Run e la Family Run che si svolgeranno domenica a Oneglia. Inoltre sono previste presentazioni di libri, incontri e conferenze a cura del Lions Club locale, una mostra tematica presso la Biblioteca Civica Berio di Oneglia, dal titolo “Porto Maurizio e Oneglia – Capitali mondiali dell’olio d’oliva” e il LaboratOlio al Museo dell’Olivo di Oneglia, uno splendido museo tematico, di proprietà dell’azienda produttrice di olio Fratelli Carli.

Oggetti legati al commercio dell'olio nel passato. Credits: Museodellolivo.com

Oggetti legati al commercio dell’olio nel passato. Credits: Museodellolivo.com

Il Museo dell’Olivo è una bellissima realtà, voluta fortemente dal fondatore dell’azienda per esporre al pubblico la ricca collezione di famiglia legata a tutto ciò che dall’antichità ad oggi è legato all’olio, non solo come alimento, ma come lubrificante e portatore di luce. Ecco che ci troviamo trasportati nell’età romana, quando le anfore solcavano il Mediterraneo nelle grandi navi onerarie piene del prezioso liquido, e quando l’olio stesso era impiegato per accendere le lucerne; poi voliamo attraverso i secoli e troviamo la ricostruzione di un gumbo, il frantoio la cui pietra era azionata spesso a trazione animale.

Non solo olio, ma olive in salamoia e altri derivati dell'olivo. credits: promimperia.it

Non solo olio, ma olive in salamoia e altri derivati dell’olivo. credits: promimperia.it

I gumbi si trovano ancora nell’entroterra: in molti casi sono stati preservati e musealizzati o valorizzati in qualche modo (magari rendendoli parte dell’allestimento di qualche ristorante o agriturismo); le ricerche di archeologia urbana che ogni tanto sono condotte nella stessa Imperia al seguito di lavori pubblici, hanno portato in luce lungo l’Argine destro del torrente Impero, un vero e proprio oleificio del XIX secolo, molto esteso e che per qualche tempo dovette avere una grande produzione di olio. Un piccolo tassello della storia della città, legato saldamente alle sue radici, è emerso casualmente al di sotto di pavimentazioni attuali che ne avevano cancellato la memoria, ed ha contribuito a scrivere la storia della vocazione all’olio di Imperia.

L'olio è uno degli ingredienti del pesto. Credits: promimperia.it

L’olio è uno degli ingredienti del pesto. Credits: promimperia.it

Proprio la visita ad un frantoio tradizionale dell’entroterra è un’altra delle attività in programma con Olioliva: prevista per sabato 12, è sicuramente un’esperienza interessante per entrare in contatto con un saper fare tanto antico e, in rarissimi casi, ancora praticato.

Gli stand di Olioliva si dispongono lungo le vie di Oneglia. In particolare i portici di Calata Cuneo, lo splendido fronte del porto di Oneglia, sono lo sfondo più adeguato per questa manifestazione, ma anche l’arteria cittadina dei Portici di via Bonfante si riempie di banchini di prodotti tipici, di piante e di sementi, e ogni passo in più è un’occasione nuova di scoperta.

Nei giorni di Olioliva Imperia diventa ancora più bella. È bella l’atmosfera che vi si respira, piena di gente, di incontri, di scoperte e di riscoperte, di natura e di tradizione, di storia locale e di sguardo al futuro. La festa dell’olio nuovo in Liguria ha un sapore diverso, fatto dai produttori che si presentano al pubblico, ci mettono la faccia, raccontano in prima persona i loro prodotti, la loro attività, la loro fatica, perché no, in uno scambio di esperienze che è vincente per mantenere vive le tradizioni.