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Castro, la perla del Salento

Arriviamo a Castro nel pomeriggio inoltrato di una calda giornata di inizio giugno. Non sappiamo cosa aspettarci, io personalmente non avevo proprio idea che di lì a poco avrei scoperto la “perla del Salento”.

Comincio dalla fine: Castro è davvero una perla; un gioiello, qualcosa di bello, prezioso e puro. La perla del Salento, appunto.

Cosa fare e cosa vedere a Castro

Castro

Non è adorabile questo scorcio di Castro?

Per arrivare a Castro, se ci fate caso, non ci sono semafori. La vita scorre lenta e tranquilla, la gente sta seduta con le sedie in strada, i bambini scorrazzano e giocano a pallone in piazza; si conoscono tutti e tutti rivolgono un sorriso ai forestieri. Nel giorno del Corpus Domini il borgo si ferma per il passaggio della processione.

Il primo impatto con Castro è una splendida terrazza vista mare. La costa albanese, che si intravvede, dista da qui appena 60 km: non vogliamo farla una nuotata fin là? Magari domani, intanto stasera godiamoci il borgo.

Il borgo di Castro non è particolarmente esteso. Ordinato, curato, tranquillo, regala alcuni angolini notevoli. In queste vie si incontra la gente del luogo, che prende il fresco nel tardo pomeriggio; si può pure osservare da vicino un’artigiana che lavora al tombolo, un’antica lavorazione con cui oggi produce gioielli artistici: le dita scorrono ad una velocità incredibile, acchiappano e intrecciano fili senza che si riesca a seguire il movimento. Stupendo.

La (doppia) chiesa della S.S. Annunziata

La chiesa dell’Annunziata è il primo luogo di interesse che incontriamo, anche se per raggiungerla passiamo accanto al castello, che domina l’intero borgo.

La chiesa sta sul lato di fondo di una piazza spaziosa, luogo di ritrovo e di chiacchiere, luogo vissuto dagli abitanti di Castro.

Castro

La piazza della chiesa di Castro

Dalla chiesa, che risale al XIV secolo – contemporanea all’incirca di Santa Caterina a Galatina – fa la sua comparsa, sul lato, ciò che resta della chiesa precedente: un curioso caso di sovrapposizione di luoghi di culto: della piccola chiesa bizantina, del IX secolo a.C., restano tracce di archi affrescati con volti di santi. C’è un che di magico in quest’apparizione.

Per il resto la chiesa non ha nulla dei grandi decori delle cattedrali di Gallipoli e Otranto, o della basilica di Galatina. Ha ha avuto molti rimaneggiamenti nel corso dei secoli, dovuti anche alle invasioni dei Turchi, che qui sono giunti ben due volte.

L’attiguo spazio è stato adibito a museo della chiesa. Da qui si gode di una straordinaria vista sul mare antistante.

castro

Museo diocesano con vista

Gli scavi archeologici di Castro

Poco distante dalla chiesa, sul fianco dell’altura che dolcemente scende verso il mare, si trovano gli scavi archeologici che hanno interessato negli ultimi anni Castro e che hanno portato in luce quello che sembra, con tutta probabilità, un santuario di epoca greca, risalente al IV secolo a.C., sito nei pressi delle antiche mura messapiche.

scavi archeologici castro

Castro, scavi archeologici vista mare

Gli archeologi hanno infatti individuato dei poderosi muri e delle aree in cui sicuramente erano stati compiuti dei sacrifici. In alcune fosse, poi, erano stati deposti anticamente degli oggetti di culto, tra cui la colossale statua di una dea, forse Atena, che oggi è esposta al castello. Il santuario, del quale sta emergendo il grande altare , fu devastato alla fine del III secolo, forse in concomitanza col passaggio di Annibale. In quest’area non si trovano tracce di età romana, eppure il luogo doveva essere noto: qui Virgilio nell’Eneide fa sbarcare Enea, chiamando la località Castrum Minervae.

L’area di scavo non è particolarmente grande e i resti monumentali continuano al di sotto della Castro attuale, ma ciò non diminuisce né l’interesse né il fascino per questo scavo vista mare. Perché da qui, davvero, la vista è eccezionale.

Il castello e il museo di Castro

Castro

La statua della dea Atena al Museo di Castro

Il grande castello che domina il borgo e il panorama circostante ospita al pianoterra il museo allestito per esporre i reperti emersi nel corso degli scavi che abbiamo appena visto. Non è così scontato che i materiali di uno scavo (peraltro ancora in corso) vengano musealizzati in così breve tempo. Vero è che i ritrovamenti sono davvero eccezionali e coprono un arco cronologico che va a ritroso nel tempo dal tardo medioevo fino al IV secolo a.C., epoca cui risale il santuario, le decorazioni architettoniche e la statua di Atena. Molti sono i reperti venuti in luce che raccontano lo scavo e attraverso di esso ricostruiscono il passato più antico di questo luogo.

Il castello è un monumento davvero poderoso; dalla sua terrazza lo sguardo spazia sul tratto di costa che scende fino a Santa Maria di Leuca, l’estremità del tacco dello Stivale. Dalla sua posizione preminente sul paesaggio vigila sul territorio a 360°: da un lato il mare e la costa albanese, dall’altro l’entroterra con le sue colline. Fermarsi qui è davvero un sogno. Se poi il sogno si alimenta con un aperitivo a base di taralli e vino rosso, ancora meglio.

Castro

Sulla terrazza del Castello di Castro

Questa è Castro, davvero una sorpresa per me che non la conoscevo. L’ho scoperta però grazie all’Educational tour #festivalinutile cui ho partecipato all’inizio di giugno, realizzato in collaborazione con Coolclub.it, #WeareinPuglia e SwapMuseum. Un grazie particolare, per la splendida accoglienza va al comune di Castro, agli assessori che ci hanno accolto, ad Alessandra Nastrini che ha gestito egregiamente la nostra presenza e a Emanuele Ciullo, la nostra guida attraverso la storia e l’archeologia di questo straordinario borgo.

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Elliott Erwitt in mostra a Lecce

Il Castello di Carlo V di Lecce ospita fino al 9/09/2018 la mostra “Elliott Erwitt – Personae, una retrospettiva dedicata a questo grande fotografo del secondo Novecento, del quale sono esposte sia le stranote fotografie in bianco e nero che le meno conosciute e in gran parte inedite fotografie a colori.

elliott erwitt personae

Era da anni che non visitavo una mostra dedicata ad un grande fotografo. E in effetti dopo aver visto mostre dei grandi Henry Cartier-Bresson, Robert Doisneau, Lewis HineRobert Capa, Helmut Newton, e dei contemporanei Sebastião Salgado e Steve McCurry, Erwitt era uno dei grandi nomi che ancora mancava al mio appello.

Elliott Erwitt

Elliott erwitt personae

Il primo impatto con Elliott Erwitt, in mostra a Lecce

Nato a Parigi e vissuta la sua infanzia a Milano, fu costretto con la famiglia a lasciare l’Italia a causa del Fascismo e a trasferirsi negli USA. Qui muove i suoi primi passi nel campo della fotografia fin dall’immediato dopoguerra e già negli anni ’50 è un fotografo affermato i cui lavori spaziano dai reportages alle campagne pubblicitarie.

Spesso le sue opere sono percorse da una grande ironia; in altre è l’amore che prende il sopravvento; in ogni caso i suoi scatti parlano sempre al cuore delle persone. Percorsa da grande ironia, ad esempio, è la serie delle foto con i cani, che nasce in realtà da una campagna pubblicitaria di calzature femminili e che adotta come punto di vista quello basso del cagnolino che di volta in volta accompagna le caviglie della signora di turno.

Le fotografie in mostra

Le foto in bianco e nero

La mostra apre con lo scatto più noto in assoluto di Erwitt: Parigi, Tour Eiffel, due innamorati si abbracciano incuranti della pioggia e dei loro ombrelli girati, un ballerino spicca un grand jeté, una sorta di spaccata in aria, tenendo l’ombrello aperto. Una composizione ovviamente costruita, che è pura poesia.

elliott erwitt

Elliott Erwitt, Santa Monica, California, 1955

Altra foto arcinota, e inno all’amore, è California Love, scattata a Santa Monica nel 1955: due innamorati si baciano all’interno di un’auto parcheggiata sulla scogliera, ricolta al mare. Ma il fotografo è fuori dall’auto e ritrae i due amanti riflessi nello specchietto. Applausi a scena aperta per questo scatto del quale Erwitt non riusciva a spiegarsi il successo.

Tra le foto in bianco e nero è molto nota anche la serie Museum Watching, del 1995. La foto che Erwitt scatta nella sala della Maja desnuda al Museo del Prado suscita una certa ironia: giudicate un po’ voi se non è così:

elliott erwitt

Museum Watching, Prado Museum 1995

Di tutt’altro genere, invece, è il ritratto di un ragazzino di colore così sorridente e allegro… peccato che si stia puntando una pistola alla tempia: tantissime sono le riflessioni che suscita, mentre a me scatta immediato un parallelo con un’altra foto di un’altro bambino che si punta una pistola alla tempia, ma questa volta piange: l’autore è Steve McCurry, le sensazioni che entrambe le fotografie suscitano sono le medesime.

Elliott Erwitt, Usa, East Hampton, New York, 1983

E ancora, la foto di denuncia razziale, scattata in un bagno pubblico del North Carolina negli anni ’50, dove sono messi accanto due lavandini, uno per gli uomini “white” e l’altro, terrificante e mezzo rotto, per i Neri: proprio un uomo di colore sta cercando di bere, scomodissimo, chinato con la testa piegata e rivolta proprio verso il lavandino per bianchi. Uno scatto di grande riflessione sociale.

Di tutt’altro genere, invece, irriverente ed ironica, è la foto della famiglia americana bene degli anni ’60: un ritratto borioso, in cui ogni personaggio recita la sua parte: la bella signora cotonata e strizzatissima nel suo vestito, il marito sornione e soddisfatto, il figlio più grande con sguardo e posa da duro e il figlio più piccolo, con il sorriso goduto di chi ha appena mangiato una ciambella.

Le foto a colori

Passiamo alle foto a colori: un archivio vastissimo che lo stesso Erwitt non ha mai finito di mettere a posto. Tra le serie di fotografie abbiamo i reportage, come quello da Cuba nel corso del quale riesce a fotografare sia Fidel Castro che Che Guevara, oppure in Polonia durante la Guerra Fredda. E quella foto, storica, in cui immortala la coda per la confessione dei fedeli in mezzo alla pubblica via, vale più di mille parole.

elliott erwitt cuba

Le tre foto di Cuba: un ritratto di Fidel Castro, uno del Che e una foto corale

 

elliott erwitt

La foto che Elliott Erwitt scatta a Czestochova, Polonia, inviato per documentare l’Est Europeo durante la Guerra Fredda

Quindi abbiamo i ritratti di personaggi famosi, tra cui un giovane Arnold Schwarzenegger, una splendida Sofia Loren, Alfred Hitchcook. Di Marylin Monroe i ritratti sono ancora in bianco e nero, così come in bianco e nero è un ritratto di JFK paparazzato, è il caso di dirlo, mentre fuma un sigaro cubano in tempi di embargo e uno della moglie Jacqueline Kennedy il giorno del funerale; infine una menzione speciale meritano le fotografie pubblicitarie: ha del geniale la pubblicità di un’automobile con 100 cavalli che viene messa in mezzo ad un branco di 100 cavalli; oppure lo scatto pubblicitario per promuovere il turismo americano in Francia, e che contiene tutti i possibili e immaginabili cliché del caso. Provocatoria e dissacrante, ma assolutamente di successo: se fosse stata scattata oggi, sarebbe diventata virale.

Sarà che ho visitato la mostra nel corso di un educational tour pensato per blogger e influencer, ma tutte noi che abbiamo visto la mostra abbiamo convenuto sulla capacità di Erwitt di creare inquadrature geniali, fatte apposta per attirare consensi (quelli che oggi sono diventati i like su instagram).

Per visitare la mostra sono fornite audioguide che danno alcune suggestioni sulle fotografie esposte. Pochi imput, perché il resto deve scaturire dalle nostre personali riflessioni. L’occhio del fotografo vede e interpreta la realtà, ma la differenza la fa la sensibilità di chi osserva.

Il Castello di Carlo V

Castello carlo V Lecce

Il Castello di Carlo V a Lecce

Con l’occasione della mostra vale senz’altro la pena di visitare il Castello di Carlo V, il complesso nel quale la mostra è allestita e che ha a sua volta un percorso espositivo volto a raccontare la storia dell’edificio e, attraverso di esso, la storia della città di Lecce.

Costruito nel XII secolo, deve il suo nome al re spagnolo Carlo V, al quale si deve la fase di ristrutturazione più ampia, che ha conferito al castello l’aspetto attuale. Gli scavi, visibili nella corte centrale, raccontano invece l’organizzazione degli spazi del castello in età medievale.

Il castello ospita il Museo della Cartapesta, un’arte tipicamente leccese durante il XIX secolo. Le statue in cartapesta di Lecce e del Salento hanno goduto di grande fama nazionale e non solo e ancora oggi per le strade del centro storico si possono incontrare delle botteghe artigiane ancora intente a questa antica arte.

La Certosa monumentale di Calci

Dalla Certosa di Calci la torre di Pisa e la cupola del Battistero si intravvedono, laggiù in fondo. Pisa non dista molti km, in effetti, eppure qui siamo in piena campagna, addossati alle antiche linee di difesa pisane (quelle che Firenze voleva conquistare a tutti i costi e che naturalmente prese), vicino a fonti di acque termali miracolose (Uliveto Terme: sì, esatto, proprio quella dell’acqua Uliveto), in mezzo al verde. Siamo a Calci, un piccolo borgo che è sorto accanto alla grande Certosa monumentale. È proprio qui che siamo stati di recente, in una delle nostre esplorazioni della Toscana, una delle tante gite fuoriporta che si possono fare in una bella giornata di sole.

certosa monumentale calci

Visitare la Certosa Monumentale di Calci

certosa calci

La Certosa monumentale di Calci (PI)

La Certosa Monumentale di Calci risale al XIV secolo. L’ordine dei Certosini, fondato da San Bruno, affonda le sue radici nel medioevo. Un ordine i cui monaci, chiamati “Padri” erano dediti principalmente alla preghiera. Altre persone, i “Fratelli”, erano coloro che provvedevano ai bisogni materiali dei Padri, ovvero a procurare loro il cibo, innanzitutto, coltivando i campi intorno alla Certosa. I Padri vivevano invece ciascuno nella propria cella, un piccolo appartamento all’interno della Certosa, e coltivavano un loro giardino.

La visita guidata, obbligatoria per visitare il complesso della Certosa di Calci, dura un’ora e mezza. Il percorso è obbligato, prevede la visita del primo piano, al quale si trovano la chiesa, le cappelle private, il refettorio, l’uscita sul chiostro/cimitero, le celle dei Padri ed altre sale di rappresentanza. Andiamo con ordine.

Superato il cancello, sulla destra del quale si trova la biglietteria, ci si immette in un ampio spazio aperto: un prato su cui affaccia la Certosa. Entriamo.

certosa di Calci

Lo sapevate? I gatti certosini si chiamano così proprio perché… vivevano nelle Certose!

Ci accoglie, dipinto sulla parete che imita false architetture prospettiche, un gatto grigio. Si tratta di un gatto certosino, nientemeno: eh sì, perché, ci racconta la guida, i gatti certosini, originari del medioriente, furono portati in Europa dai cavalieri crociati, e donati alla Certosa di Grenoble, casa madre dei Padri Certosini. Ecco perché il gatto con quel bel pelo grigio argento si chiama Certosino. Sulla facciata della Certosa di Calci si aprono, in basso, quattro piccole fessure: sono gattaiole, attraverso le quali i gatti del convento entravano e uscivano a loro piacimento.

Saliti al piano nobile, veniamo introdotti nella chiesa: la parte del coro, con i sedili in legno per i Padri che cantavano le lodi, è è attualmente in restauro. Ma i soffitti dipinti sono ben visibili: una decorazione ricca, barocca, con la visione prospettica e illusionista di una cupola dalla quale si affacciano santi. Nelle stanze attigue vi sono altre cappelle, private questa volta, per la preghiera solitaria. Una in particolare, dedicata alla Madonna, è molto elegante e luminosa. Anch’essa ha il soffitto dipinto, e un altare elegante. Rispetto alla chiesa barocca, questa cappella si distingue perché pur con decorazioni diffuse, è più sobria ed elegante: il pittore che la affresca è considerato un anello di congiunzione tra il barocco e il neoclassicismo.

Dopo aver pregato bisogna pur mangiare! E infatti la stanza successiva è il Refettorio, l’ambiente nel quale i Padri consumavano i pasti, in rigoroso silenzio mentre uno di loro leggeva brani della Bibbia. Sulla parete di fondo, la principale, è rappresentata l’Ultima Cena; sulle altre pareti si alternano pranzi biblici (come le nozze di Caana) a pranzi “storici”, come quello al quale presenziò Cosimo III de’ Medici, ospite gradito: Cosimo III fu un grande benefattore per la Certosa, per cui l’omaggio in Refettorio è dovuto.

certosa di calci

Il refettorio della Certosa di Calci

Usciamo nel chiostro. La sorpresa è che laddove penseremmo di trovare un bel prato, troviamo un cimitero. La sorpresa è ancora più grande se pensiamo che su questo chiostro affacciano le celle, meglio gli appartamenti, dei Padri. Ognuno di questi appartamenti prevede un piccolo giardino interno, che ogni Padre curava con amore e dedizione. L’appartamento non è una cella, ma è piuttosto articolato e confortevole: in effetti i Padri venivano tutti da nobile famiglia e un minimo di agio, seppur nella semplicità, dovevano averlo.

certosa Calci

il chiostro della Certosa

Il percorso di visita prosegue attraverso altri corridoi, altre sale e altri affacci su giardini e lo splendido panorama che spazia fino alla piccola torre di Caprona: in questa zona vi era tutto un sistema di fortificazioni strategico, perché gravitante sulla valle dell’Arno e su Pisa. I Pisani la tenevano in grande considerazione, e a Firenze faceva molta gola.

Il Museo di Storia Naturale di Calci

museo storia naturale di calci

Signore e signori la pirite!

Conclusa la visita della Certosa, si può visitare, con un biglietto a parte, il Museo di Storia Naturale di Calci allestito in una parte della Certosa.

Interessantissima la sezione di mineralogia: dedicata alla Toscana, raccoglie ed espone tutti i minerali che alcune cave o miniere della Toscana, dall’Elba all’Amiata al Casentino, restituiscono. Dalla pirite alla malachite, dal quarzo alla calcopirite alla galena, fino ad arrivare al meteorite! Ebbene sì, un frammento di meteorite rinvenuto in Toscana: una meraviglia extraterrestre!

Tra i vari percorsi, quello sui mammiferi è, per me, il più bello: ho una predilezione per i mammiferi, tra tutto il mondo animale: fin da quando ero piccola, e facevo le raccolte di figurine, avevo una certa predilezione per gli ungulati (antilopi, gazzelle, cervi e orici) e per i carnivori (felini vari, il ghepardo primo tra tutti, e poi pantera nera, leone, leopardo, puma, oselot, lince e giaguaro). Trovarmeli davanti tutti insieme mi ha fatto effettivamente tornare bambina. Ci sono poi i marsupiali e gli animali dell’Oceania, una sezione dedicata alle scimmie e soprattutto la bellissima e completa collezione di scheletri di cetacei: dai delfini alla balenottera azzurra passando per l’orca, il Leviatano di Melvilliana memoria (per chi ha letto Moby Dick), il capodoglio e alcune specie di cetacei meno noti e più rari. Si tratta della grande collezione messa in piedi nel XIX secolo da Sebastiano Richiardi: in un video è proprio Richiardi che ci racconta alcuni aneddoti su quest’esposizione, davvero unica e completa nel suo genere.

museo storia naturale calci

lo scheletro di balenottera azzurra nella sezione dedicata ai cetacei

Con questo articolo partecipo all’iniziativa “Raccontami la Toscana” del blog Destinazione Toscana

Visitare il Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Non si può andare a Napoli senza visitare il suo Museo Archeologico Nazionale. Anzi, io sono andata a Napoli solo per quello!

Uno dei più importanti musei archeologici d’Italia fuori Roma si trova proprio a Napoli e deve la sua importanza a tre collezioni uniche al mondo: la collezione di antichità proveniente dagli scavi settecenteschi di Ercolano, in particolare della Villa dei Papiri, la collezione di antichità provenienti dagli scavi settecenteschi di Pompei, in particolare affreschi e mosaici, e la collezione Farnese, proveniente in realtà da Roma, costituita dalle colossali sculture che decoravano le Terme di Caracalla e che giunse a Napoli a seguito della famiglia Farnese.

museo archeologico nazionale napoli

Oggi ripercorriamo questi tre nuclei principali del Museo Archeologico Nazionale di Napoli: la collezione ercolanese, quella pompeiana e quella Farnese. Attraverso le opere principali ripercorriamo non solo la storia del museo, ma la storia di due città, Pompei ed Ercolano, della loro scoperta e degli scavi, e con essa impariamo a conoscere qualcosa di noi stessi: il nostro modo di intendere l’arte è assolutamente debitore, infatti, a quella grande stagione di scoperte che fu la seconda metà del Settecento

Villa dei Papiri

corridore villa papiri ercolano

La statua in bronzo del Corridore dalla Villa dei Papiri di Ercolano

Una delle collezioni più importanti del museo è costituita dai materiali provenienti dallo scavo della Villa dei Papiri di Ercolano. Da quando fu scoperta, a metà del Settecento, Ercolano fu scavata per cunicoli e gallerie: la spessa coltre di lava che aveva ricoperto la città antica sigillandola e preservandola era piuttosto dura da scavare, pertanto fu creata una fitta rete di cunicoli che andavano nella direzione dei “tesori” che venivano in luce. Statue, affreschi, mosaici, oggetti di uso quotidiano e di pregio: ogni cosa fu prelevata dagli scavatori. In particolare gli oggetti in bronzo destarono parecchia ammirazione e sorpresa: mai come ad Ercolano (e Pompei) furono rinvenute così tante opere in bronzo. Il perché è presto detto: il bronzo è sempre stato un materiale richiesto e reimpiegato nel corso della storia, ed è per questo che si conservano pochissime opere d’arte antiche in questo materiale, a fronte della grandissima diffusione che invece aveva avuto sia nell’arte greca che in quella romana.

Uno dei motivi per cui la Villa dei Papiri è eccezionale è proprio la grande quantità di opere d’arte in bronzo che gli scavatori del XVIII secolo vi trovarono. Opere arcinote, come il corridore, opere di una potenza plastica incredibili, come le danzatrici, o danaidi, opere di una potenza espressiva notevole, come il satiro ebbro, con gli occhi spiritati e la bocca lasciva.

Ma la Villa dei Papiri deve il nome all’importantissimo ritrovamento di tantissimi rotoli di papiro, i libri dell’epoca, rinvenuti arrotolati e illeggibili. Qualcuno all’epoca si inventò persino un ingegnoso macchinario per srotolarli e leggerli, ma è solo in decenni recenti, con tecnologie sofisticate, che si sono individuati i testi: opere di Epicuro e di filosofia, principalmente.

danaidi ercolano

Una delle Danaidi dalla Villa dei Papiri di Ercolano

Affreschi pompeiani

Saffo Pompei

La cosiddetta Saffo, da Pompei, al Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Pompei è famosa in tutto il mondo per due motivi: innanzitutto per l’eruzione del 79 d.C. che la seppellì e sigillò completamente. Successe nella stessa occasione di Ercolano, ma Pompei fu scavata quasi interamente, e restituì testimonianze di un’immediatezza e di una drammaticità tali, come i famosi calchi in gesso che ricalcano le sagome di persone e animali sorpresi dalla pioggia di lava e lapilli, da renderla immortale. Inoltre, da Pompei proviene la maggior parte delle testimonianze della pittura romana. Infatti, anche se in pochi conoscono gli affreschi delle case di Ostia antica e di Roma (in particolare la Casa di Augusto), tutti al mondo identificano Pompei con le sue pitture straordinarie. Non a caso chi studia la storia dell’arte antica si imbatte ad un certo punto nei “quattro stili pompeiani”: quattro stili pittorici che gli studiosi hanno identificato analizzando le pitture pompeiane conservate.

Al Museo Archeologico Nazionale di Napoli sono esposti tantissimi affreschi pompeiani. Voi direte: ma perché stanno al MANN e non si trovano a Pompei? Perché all’epoca (XVIII-XIX secolo) tutti gli affreschi pompeiani che venivano in luce nel corso degli scavi erano considerati proprietà del re di Napoli. Quindi venivano letteralmente tagliati e strappati dalla propria parete i quadretti o le porzioni più significative, venivano assemblate insieme a seconda dei casi, venivano regalate a diplomatici e aristocratici stranieri in visita di cortesia.

teseo pompei

Lepisodio di Teseo, Casa del Poeta Tragico, Pompei, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Oggi noi abbiamo una straordinaria pinacoteca antica (mi si passi questa definizione) costituita da quadretti e quadri più o meno grandi che raffigurano miti, scene di genere, paesaggi, ritratti. Abbiamo i quadretti di paesaggio nella casa di Agrippa Postumo, le scene mitologiche legate ad amori tragici della Casa di Giasone, abbiamo la Saffo pensosa con la penna in mano e abbiamo gli affreschi della Casa del Poeta Tragico che raccontano alcuni episodi del ciclo troiano, tra cui il notissimo Achille e Briseide, episodio della Guerra di Troia nel cui affresco Achille con gli occhi spiritati osserva la giovane Briseide mentre gli viene strappata via, ciò che sarà all’origine dell'”Ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei” come recita Omero nella traduzione di Vincenzo Monti che noi tutti abbiamo studiato a scuola, oppure l’episodio dell’eroe Teseo che libera i giovani ateniesi dal Labirinto di Creta dopo aver ucciso il Minotauro.

Di Pompei non ci restano solo gli affreschi, ma anche i mosaici: chi non ha presente il notissimo “Cave Canem” con il cane rappresentato a mosaico, a mo’ di zerbino o di nostro cartello “attenti al cane”? Tra i tanti mosaici di Pompei esposti al MANN uno in particolare si distingue per le dimensioni e per il soggetto rappresentato: è il Mosaico di Alessandro, nella Casa del Fauno. Si tratta di un grande mosaico che rappresenta il momento saliente di una battaglia, con tutta probabilità la Battaglia di Isso tra Alessandro Magno e l’esercito greco contro i Persiani e re Dario. Nel mosaico è raffigurato il clou della battaglia, quando tra morti ammazzati e cavalli a terra il re Dario sta fuggendo sulla sua biga, volto all’indietro con sguardo spaventato, mentre lo incalza il giovane Alessandro, con gli occhi grandi e l’espressione risoluta. Purtroppo il mosaico è lacunoso, ma per la maggior parte si conserva e costituisce un unico nel suo genere.

mosaico di Alessandro

Il Mosaico di Alessandro dalla Casa del Fauno di Pompei. Napoli, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Altri oggetti meravigliosi che Pompei ha restituito agli scavatori del XVIII secolo sono le argenterie della Casa del Menandro: un intero servito da tavola completo di piatti, coppe, bicchieri, vassoi, portauovo e quant’altro finemente cesellato in argento: ognuno di questi oggetti da tavola è un autentico capolavoro, altro che i servizi d’argento di oggi!

argenterie casa del menandro

Una delle preziose coppe in argento, parte delle argenterie della Casa del Menandro di Pompei, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

La collezione Farnese

Al piano terra, nell’ala destra del museo, una serie di statue colossali ci osserva dall’alto mentre percorriamo il corridoio e le varie sale. Si arriva infine in un’ala nella quale non si sa da che parte voltarsi: a destra, dove si trova il magnifico Ercole Farnese, o a sinistra, dove si consuma il supplizio di Dirce, meglio noto come Toro Farnese?

toro farnese

Il supplizio di Dirce, meglio noto come Toro Farnese. Napoli, Museo Archeologico Nazionale

Andiamo a sinistra intanto. Definito da Michelangelo la “montagna di marmo”, il cosiddetto Toro Farnese è un gruppo scultoreo immenso e complesso, nel quale è rappresentato il supplizio di Dirce. Il mito è piuttosto complesso, ma cercherò di riassumerlo brevemente. Una giovane, sedotta da Zeus, trova rifugio presso una coppia. In realtà la donna della coppia, tale Dirce, tratta malissimo la giovane e alla nascita dei gemelli di cui è incinta, la sbatte fuori di casa ed espone i due bambini. Naturalmente passa un pastore il quale salva i due bimbi. Questi crescono, un giorno incontrano la madre e intenzionati a ottenere vendetta, trovata Dirce, colei che li aveva condannati all’esposizione, fanno per legarla ad un toro inferocito che ne farà scempio delle membra. Sul più bello la madre dei due giovani (che sono figli di Zeus, ricordiamolo) chiede pietà per Dirce. Se il mito si conclude positivamente, il gruppo scultoreo rimane un passo indietro, rappresentando il momento della massima drammaticità, quando i due giovani, nudi, legano al toro inferocito Dirce la quale invoca pietà. Dietro, la figura della madre dei due giovani sta ad indicare l’atto di pietas che salverà la vita a Dirce.

Ercole Farnese

Ercole Farnese, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Andiamo a destra, ora. Incontriamo la gigantesca mole dell’Ercole in riposo. L’Ercole Farnese infatti è raffigurato fermo, stante, poggiato alla sua clava sulla quale è poggiata la sua pelle di leone, la Leonté. Il nostro Ercole, massiccio, barbuto, si sta giustamente riposando dopo aver compiuto l’ultima delle sue imprese, il furto dei Pomi delle Esperidi che reca ancora nella mano destra, portata dietro la schiena. La statua, firmata dall’artista greco Glicone di Atene, è un capolavoro nella resa della volumetria del corpo e della muscolatura, massiccia, rilassata ma non troppo. Anche questa statua, come il Toro Farnese, proveniva dalle Terme di Caracalla.

Questo breve tour non è certo esaustivo della grandissima mole di reperti e di collezioni che il Museo Archeologico Nazionale di Napoli vanta. Ma spero di avervi suscitato interesse e curiosità. Tante, tantissime sono le opere esposte. In una sola mattina non si riesce a visitarlo tutto, tant’è la densità di capolavori che si affastellano nelle sale, una dopo l’altra. Il consiglio? Visitarlo con calma, prendendosi tutto il tempo necessario. Se vi va di visitarlo in una maniera alternativa, poi, potete scaricare il videogame Father and Son, che ha per soggetto, oggetto e protagonista proprio il MANN: un modo divertente e interattivo per scoprire il museo, la sua storia e le sue collezioni.

Roma barocca: 3 chiese per scoprirla

Roma è una città che non finirà mai di stupirmi.

Una città stratificata dove, da 2000 e più anni fa fino a noi è stata vissuta, costruita, ricostruita; è stata sempre capitale, che fosse dell’impero romano, o del Papato, o d’Italia, Roma è sempre stata il centro del mondo. Questa sua centralità si avverte in ogni tempo, nella monumentalità dei suoi resti romani, nella grandiosità delle sue chiese, delle sue piazze, delle sue fontane, dei suoi giardini e dei suoi palazzi pubblici e privati. In mezzo scorre il Tevere, placido ma non troppo, testimone silenzioso di tutti i cambiamenti che la città ha vissuto e vive fin dal 753 a.C., anno convenzionale della sua fondazione.

Oggi voglio parlare di 3 chiese barocche di Roma. Sì, perché il Barocco è stato a Roma un momento di grande sviluppo artistico in tutte le arti, dall’architettura alla scultura alla pittura e alle arti decorative. Le chiese sono le migliori rappresentanti di quest’epoca, che si colloca tra il Seicento e il Settecento.

Come in un itinerario, visiteremo Sant’Andrea della Valle su via Vittorio Emanuele, San Luigi dei Francesi, alle spalle di Piazza Navona, e Sant’Ignazio di Loyola, alle spalle di via del Corso.

Sant’Andrea della Valle

Questa chiesa è nota per essere l’ambientazione del primo atto dell’opera lirica Tosca di Giacomo Puccini, nel quale il pittore Mario Cavaradossi, uno dei protagonisti, sta affrescando una cappella.

In realtà la chiesa accoglie gli affreschi di due grandi nomi della pittura italiana: Domenichino e Mattia Preti. Quest’ultimo, calabrese di nascita, operò per lungo tempo a Roma prima di approdare a Napoli dove divenne uno dei maggiori esponenti della pittura napoletana. Per la chiesa di Sant’Andrea della Valle affresca l’abside con le tre scene del martirio di Sant’Andrea: il santo, raffigurato anziano, ma con il corpo forte e vigoroso, viene legato ad una croce i cui bracci a X sono quelli con cui si identifica la famosa “croce di Sant’Andrea”, quella che un tempo si trovava ai passaggi a livello dei treni.

Sant'Andrea della Valle

L’abside di Sant’Andrea della Valle con i dipinti di Mattia Preti che raffigurano il martirio del santo

La volta dell’abside, con le storie della vita del Santo è invece affidata ad un altro grande pittore, il Domenichino, mentre la decorazione della cupola è affidata a Giovanni Lanfranco. Di Domenichino, al secolo Domenico Zampieri, si dice fosse molto timido e introverso, da cui il diminutivo nel nome. La sua timidezza non gli impedì di mostrare la sua arte, così lavorò per alcune importanti commissioni in varie chiese e palazzi pubblici di Roma; inoltre, com’era abitudine per molti pittori del suo tempo, si spostò in altre città d’Italia, come Bologna e Volterra, e ovunque realizzò dipinti su commissione dei nobili e degli alti prelati del luogo.

sant'andrea della valle

La cupola di Sant’Andrea della Valle

La chiesa appare al suo interno dorata e vivace. Stucchi dorati alle pareti, animate da tante cappelle laterali, dorature anche al soffitto, dipinto anch’esso: per goderne in comodità sono stati sistemati due specchi nel mezzo della navata, in modo da ammirare i dettagli senza farsi venire il torcicollo.

Per meglio conoscere la chiesa si può ascoltare l’audioguida che per una decina di minuti accompagna il visitatore nel percorso di visita. L’audioguida, messa a disposizione da un gruppo di giovani volenterosi, è gratuita, anche se è consigliato, giustamente, lasciare un’offerta.

San Luigi dei Francesi

Questa chiesa è nota per una cappella, ed è infatti di quella che vi parlo: la Cappella di San Matteo i cui tre dipinti portano la firma di un pittore d’eccezione della Roma dell’età della Controriforma: Michelangelo Merisi detto il Caravaggio.

san matteo caravaggio

La Cappella di San Matteo dipinta dal Caravaggio nella chiesa di San Luigi dei Francesi

Questo pittore gode di una grandissima fortuna ancora oggi: vita trascorsa tra genio e, soprattutto, sregolatezza, punta la sua arte su alcuni aspetti che sono la sua firma: il forte chiaroscuro e lo studio della luce, che anima i suoi soggetti con un forte intento drammatico; come se fosse l’occhio di bue che si utilizza a teatro, il soggetto principale è sempre colpito da una luce che mette in ombra tutto il resto. Intorno si dispone la scena e i vari personaggi, variamente colpiti dalla luce a seconda della loro funzione e importanza nel dipinto.

Nella Cappella di San Matteo si trovano 3 dipinti dedicati alla vita del Santo: la vocazione, la scrittura del Vangelo e il martirio.

La vocazione di San Matteo è forse uno dei dipinti più noti di Caravaggio. In esso è rappresentato il futuro santo al tavolo con altri avventori mentre conta i soldi (Matteo nel Vangelo è un pubblicano, ovvero un esattore delle tasse). Dalla parte opposta Gesù lo indica con un dito. Da dietro di lui, seguendo il suo dito, un fascio di luce si distende ad evidenziare il volto di Matteo, il quale sembra dire “Ma chi, io?“. La luce viene da un punto preciso, in alto a destra. Vedremo poi perché.

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La Vocazione di San Matteo, Cappella di San Matteo in San Luigi dei Francesi

Il secondo dipinto, centrale nella Cappella, è San Matteo che scrive il Vangelo seguendo l’ispirazione dell’Angelo. In una prima versione l’angelo proprio conduceva la mano dell’Evangelista. In questa invece l’Angelo gli suggerisce cosa scrivere. Lui, col volto lievemente piegato all’insù ha lo sguardo attento di chi deve memorizzare qualcosa di importante per poterlo riferire. La luce, nel dipinto, promana dall’angelo, posto in alto nella rappresentazione.

Il terzo dipinto, infine, sulla parete destra della Cappella, rappresenta il martirio di San Matteo. Il santo è a terra, nella sua veste bianca, colpito da un fascio di luce che irradia da sinistra, investe il personaggio seminudo, il carnefice. Questo personaggio ha il volto feroce di chi sta compiendo un efferato omicidio e la scena stessa, così cruda, sembra la rappresentazione di un volgare assassinio. La scena sembra inclinata verso lo spettatore, che si sente ancora più coinvolto.

san matteo caravaggio

La Cappella di San Matteo dipinta da Caravaggio in San Luigi dei Francesi

La luce naturale, nella cappella, entra da una finestra posta in alto al centro, sopra la scena dell’Angelo che detta il vangelo a San Matteo, e si irradia sui due lati della cappella scendendo obliquamente, dall’alto verso il basso. Così si spiega la direzione dei fasci di luce che illuminano i dipinti: Caravaggio ha realizzato le tre opere appositamente per questa cappella, tenendo conto proprio della luce naturale. Oggi per meglio cogliere i dettagli, è richiesto un obolo: 50 cent, 1 o 2 € per poter illuminare artificialmente la cappella e meglio godere dei dettagli dei dipinti di Caravaggio.

Sant’Ignazio di Loyola

La terza chiesa di questo percorso nel Barocco è dedicata a Sant’Ignazio di Loyola, il santo fondatore della Compagnia di Gesù. Quest’ordine religioso si identifica con i missionari che dal Seicento in avanti andavano nelle Americhe al seguito delle truppe spagnole e imponevano in maniera più o meno forzosa la religione cristiana alle popolazioni quechua del Perù e amerindie dell’Amazzonia. Ma furono missionari in tutto il mondo, anche in Asia e in Africa.

Sant'Ignazio di Loyola

Una parte del soffitto affrescato di Sant’Ignazio di Loyola

La chiesa di Sant’Ignazio fu voluta dal cardinale Ludovico Ludovisi che era nipote del papa che aveva canonizzato Ignazio di Loyola: un modo per confermare la devozione in un grande uomo di chiesa e la forte vicinanza alla politica papale.

Sant'Ignazio di Loyola

Parte del soffitto affrescato con la falsa cupola e in fondo l’abside. Sant’Ignazio è una potenza del barocco romano

La Compagnia di Gesù in pochissimo tempo era diventata molto influente presso tutte le corti d’Europa ed aveva acquisito un certo potere, tanto da riuscire a imporsi nella scelta di architetti e artisti nella realizzazione della chiesa: inizialmente affidata al Domenichino, la realizzazione del progetto fu invece data al gesuita Orazio Grassi – architetto e scienziato acerrimo avversario di Galileo – il quale, in un clamoroso plagio, utilizzò due disegni del Domenichino che ad un primo esame dei Gesuiti erano stati scartati e presentò così il suo progetto. Domenichino era timido, ma non stupido, e si ritirò dal lavoro sbattendo la porta.

La chiesa è famosa per il suo soffitto dipinto, la cosiddetta “Quadratura” di Andrea Pozzo: rappresenta in maniera prospettica un altro tempio, sovrapposto alla chiesa di Sant’Ignazio, come se fosse un tempio celeste sovrapposto a quello terrestre, animato da tante figure variopinte e dalla scena della Gloria di Sant’Ignazio. Le architetture di questo tempio celeste richiamano le grandiose architetture romane del passato, idealizzate: architetture potenti, gloriose, bianche e splendenti, dalle quali si affacciano figure di santi e di sante, angeli e profeti; il cielo, azzurro, è solcato da qualche nuvoletta, come spesso accade nei cieli barocchi.

Ancora Andrea Pozzo rappresenta, più avanti, l’interno della falsa cupola, dipingendo in maniera prospettica una cupola che in realtà non esiste, non essendo mai stata realizzata. Questo soprattutto è un bel gioco di illusionismo che frega letteralmente gli occhi di chi osserva.

Trionfo del barocco romano, anche questa chiesa, come le altre due di cui ho parlato qui, è una delle tappe imperdibili per scoprire la Roma del Seicento.

Canaletto 1697-1768: la mostra sul pittore veneziano al Museo di Roma Palazzo Braschi

Il Museo di Roma Palazzo Braschi ospita fino al 19 agosto 2018 la mostra Canaletto 1697-1768.

L’ho visitata appena ne ho avuto l’occasione, perché ammiro tantissimo Canaletto per la sua capacità di dipingere, come in una fotografia, i minimi dettagli di persone, edifici, luoghi e luce. Poi, amo per mia deformazione professionale, le vedute di antichità, quei “Capricci” che piacevano tanto ai pittori a cavallo del Settecento. E anche in questo campo Canaletto si è saputo distinguere.

mostra canaletto palazzo braschi

La mostra, infatti, si apre con un giovane Canaletto, al secolo Antonio Canal, che trovandosi a Roma per realizzare le scenografie di due spettacoli teatrali, ne approfitta, tra il 1719 e il 1720, per farsi suggestionare dalle antichità romane, per assimilarle e per riproporle in alcune opere che ritraggono architetture di fantasia, ma nelle quali è incredibile l’attenzione al dettaglio realistico: come nel “Capriccio architettonico” del 1723, nel quale inserisce una colonna in marmo, antica, restaurata con due grappe metalliche che fanno sì che resti in piedi. Sono proprio i dettagli a fare la differenza nelle opere di Canaletto.

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Canaletto, Capriccio architettonico, 1723 Credits: museodiroma.it

Del periodo romano, però, è notevole un altro grande dipinto, che realizza insieme a Bernardo Canal: Santa Maria d’Aracoeli e il Campidoglio, del 1720, dove la nostra attenzione è attratta da quel filo di panni stesi in uno dei punti più monumentali, da sempre, di Roma.

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Bernardo Canal e Canaletto, Santa Maria in Aracoeli e il Campidoglio, 1720. Credits: museodiroma.it

Ma naturalmente Canaletto è famoso nel mondo per le sue vedute di Venezia. Il pittore dipinge Venezia in tutte le sue forme, celebrandone la monumentalità, la bellezza, l’intensa vitalità, e i grandi eventi, come Il ritorno del Bucintoro nel giorno dell’Ascensione. Il Bucintoro è la grande barca del Doge, ricchissima di ori e di decorazioni, uno dei simboli della Repubblica di Venezia. Sarà barbaramente e miseramente depredato degli ori e distrutto durante l’occupazione napoleonica, che qui fece gravissimi danni al patrimonio artistico (lo racconta molto bene Alessandro Marzio Magno nel suo Missione Grande Bellezza).

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Canaletto, Il ritorno del Bucintoro nel giorno dell’Ascensione, 1729. Credits: commons.wikimedia.org

Canal Grande, con i suoi affacci e i suoi ponti, in particolare Rialto, sono i suoi soggetti preferiti. Piazza San Marco, Santa Maria della Salute, i luoghi più noti di Venezia sono stati catturati dal pennello attentissimo di questo grande vedutista. “Va sempre sul loco e forma tutto sul vero” dicono di lui i suoi contemporanei.

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Canaletto, La Torre dell’Orologio in piazza San Marco, 1730. Credits: museodiroma.it

Negli anni diventa un punto di riferimento per i collezionisti stranieri, sia ambasciatori che aristocratici che compivano il Grand Tour. Anzi, acquistare un dipinto del Canaletto nel corso del proprio viaggio in Italia, diventa un vanto per ogni viaggiatore aristocratico. Per questa clientela altolocata egli dipinge alcune opere davvero significative. Tra queste si distingue Il molo verso Ovest, con la colonna di San Teodoro a destra, del 1738, nella quale Canaletto indulge su dettagli cui pochi darebbero importanza, come le gabbie degli animali del mercato che evidentemente si stava tenendo lì. Anche La Torre dell’Orologio in piazza San Marco è un notevole esempio di estrema attenzione ai dettagli minuziosi. Inoltre, in quest’ultimo si coglie tantissimo la profondità dell’immagine.

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Canaletto, Il molo verso ovest con la torre di San Teodoro, 1738. Credits: Museodiroma.it

La cosa che più mi colpisce e mi intenerisce è la presenza, in ogni dipinto, di almeno un cagnolino. Evidentemente a Canaletto piacevano gli animali da compagnia! Li ho notati in quasi tutte le opere e quest’aspetto mi ha stupito. In altre, nel dipingere le tante persone che si affastellano nelle sue scene, inserisce qualche volta un pittore, come se fosse egli stesso a introdursi nella scena. Non per niente in mostra è stata scelta proprio una figurina di pittore per accompagnare il visitatore nel percorso di visita.

Dopo Venezia, Canaletto giunge a Londra, nientemeno. Qui dipinge alcune vedute, tra cui una lunga veduta del Tamigi, che fu poi divisa in due, ed oggi è stata riunita in occasione della mostra: i due proprietari, però, vivono da un capo e dall’altro del mondo.

Negli ultimi anni di attività Canaletto torna a Venezia, e di nuovo ne dipinge con dovizia di particolari la monumentalità e i dettagli di vita quotidiana. Proprio osservando Piazza San Marco, Procuratie nuove, un uomo con in mano una tazzina da caffè ci suggerisce il Caffé Florian, ancora oggi storico caffé veneziano, aperto dal 1720!

Canaletto muore il 20 aprile 1768 e la morte si conclude con l’inventario redatto a mano dei beni a lui appartenuti in vita.

La mostra Canaletto 1697-1768 vi piacerà se amate il Canaletto, i pittori vedutisti e Venezia. A me personalmente piace molto la corrente pittorica settecentesca del Vedutismo, caratterizzata da un’attentissima cura dei dettagli delle vedute di paesaggio, siano essi paesaggi naturali, urbani o antichi. Dal punto di vista di chi semplicemente osserva questi dipinti, essi stupiscono per l’incredibile ricchezza di particolari e per la bellezza di luci e colori che in alcuni casi, come ad esempio Canaletto, si avvicinano alle fotografie. Dal punto di vista dello storico o di chi ama il passato, essi sono invece fonti notevoli di informazioni su come erano i luoghi, come vestivano le persone, come si svolgevano le feste. Tantissime informazioni racchiuse in un’unica tela.

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Canaletto, Il Ponte di Rialto da Nord, 1725. Credits: Museodiroma.it

La mostra Canaletto 1697-1768 ha solo un difetto: non si possono scattare fotografie alle opere! Gli unici fortunati che hanno potuto farlo sono coloro che hanno partecipato all’anteprima per blogger e giornalisti e che hanno utilizzato l’hashtag #CanalettoRoma per taggare le foto. Questo hashtag, tra l’altro, si trova sul dépliant della mostra, come a invitare i visitatori a utilizzarlo a loro volta. Ma come si può fare se è vietato fotografare? Misteri e contraddizioni tra social e mondo reale. A prescindere dalle foto (che poi si recuperano in rete, al sito web stesso del Museo di Roma di Palazzo Braschi come ho fatto io) la mostra merita, anche per la location: è allestita in un palazzo bellissimo che affaccia su Piazza Navona!

In viaggio con Jules Verne

Quando penso alla letteratura di viaggio, immediatamente mi viene in mente Jules Verne. Perché proprio lui? Ve lo spiego subito.
in viaggio con jules verne

In realtà Jules Verne non ha mai viaggiato. O quantomeno, non ha mai partecipato a nessun viaggio dei quali scrive, spesso in prima persona. Ha sempre scritto i suoi romanzi comodamente seduto alla sua scrivania. Ma, cosa incredibile, con i suoi racconti ha fatto viaggiare, dalla seconda metà dell’800 a oggi, migliaia di lettori, grandi e piccini.

Jules Verne è solitamente considerato un autore di letteratura per ragazzi. In effetti, io ho letto tantissimi dei suoi romanzi d’avventura tra la fine delle Elementari e per tutto l’arco delle scuole Medie. Ma in realtà Verne può dare tanto anche agli adulti, e in questo post cercherò di dimostrarlo.

Io e Jules Verne

Il primo romanzo di Jules Verne che ho letto è stato “Viaggio al centro della terra. Meraviglioso. Ricordo ancora le immagini che mi suscitava mentre leggevo, anzi divoravo, pagina dopo pagina, questo volume (edizione Mursia, con illustrazioni a colori e soprattutto una fantastica copertina rigida che già da sola mi faceva sognare). Amai tantissimo quel racconto, la storia fantastica di uno studioso di vulcani che si vuole calare all’interno di un vulcano islandese e che scopre un mondo incredibile! Chi non vorrebbe fare l’esploratore da piccino? Jules Verne dava la possibilità di diventarlo, di immedesimarsi nei suoi protagonisti, di condividere paure, speranze, pericoli e gioie. Per me era eccezionale.

bambina legge libro

Potrei essere io, questa bimba intenta a leggere un libro. E se stesse leggendo Jules Verne?

Sono seguiti L’isola misteriosa, I figli del Capitano Grant, Un capitano di 15 anni, Dalla terra alla luna, La sfinge dei ghiacci e Il superbo Orinoco, Mathias Sandorf, Michele Strogoff, Ventimila leghe sotto i mari (versione fumetto, ma vale uguale), Il vulcano d’oro, Il giro del mondo in 80 giorni, Cinque settimane in pallone e persino il racconto incompiuto, Lo zio Robinson, che ha curiose affinità con l’Isola misteriosa.

Direi che ne ho letti parecchi, eh? Eppure sono pochi rispetto all’impressionante mole di romanzi, racconti, pièces teatrali che Verne scrisse nel corso della sua lunga e prolifica carriera letteraria. Solo la collana dei Viaggi Straordinari, di cui fanno parte i più noti, contava 54 romanzi. Poi vi sono i romanzi scientifici, e persino una biografia di Cristoforo Colombo (che a questo punto voglio leggere assolutamente!). Un autore che aveva una fantasia sterminata, una grandissima capacità di scrittura e una cultura vastissima, che gli consentiva di scrivere storie verosimili.

I romanzi più noti di Jules Verne

cinque settimane in pallone verne

La copertina di Cinque Settimane in Pallone, ed. Mursia

A fronte di una produzione sterminata di racconti di viaggio e di avventura, i capolavori per cui Jules Verne è ricordato si riducono a pochi ma significativi titoli: il già ricordato Viaggio al centro della terra, quindi Ventimila leghe sotto i mari, L’isola misteriosa, Cinque settimane in pallone e, soprattutto, Il Giro del Mondo in 80 giorni.

Per questi romanzi, occorre fare dei distinguo: vi sono infatti alcune opere che raccontano storie palesemente fantastiche: il viaggio dentro il vulcano, il viaggio a bordo del Nautilus col Capitano Nemo, i naufraghi dell’Isola sconosciuta, la Sfinge dei ghiacci che attrae come una calamita (e che si ispira ad un racconto di E.A. Poe), sono tutte vicende assolutamente fantasiose anche se trattate con una certa verosimiglianza. Cinque settimane in pallone e Il giro del mondo in 80 giorni, invece, potrebbero essere tranquillamente delle storie vere.

Cinque settimane in pallone, in effetti, si basa sui dispacci di un viaggio in mongolfiera realmente avvenuto sui cieli d’Africa. Una missione esplorativa realmente programmata ed effettuata da Zanzibar al Senegal offrì a Verne, viaggiatore della fantasia, di inventare il proprio resoconto sul sorvolo dell’Africa in pallone aerostatico. Il viaggio reale certamente impressionò i contemporanei, e Verne non perse tempo per scrivere la sua versione dei fatti, anzi: il suo romanzo ebbe successo proprio perché intorno all’impresa reale dei due esploratori si era creata una grandissima attesa e curiosità. Verne scrisse il romanzo giusto nel momento giusto. Non solo, lo fece con una dovizia di particolari, basati questi non sulla sua immaginazione, ma su resoconti di esploratori vari, da conquistarsi la fiducia dei lettori. L’esplorazione dell’Africa all’epoca, (Cinque settimane in pallone è del 1863) suscitava sull’opinione pubblica europea un fascino e un mistero senza pari: l’ignoto, il selvaggio, l’inesplorato; una nuova mitologia si era creata intorno alla ricerca delle sorgenti del Nilo, intorno alle tribù di Masai e intorno a leoni, elefanti e gorilla. C’era bisogno di un narratore che trasformasse in favola paure e notizie che giungevano da molto lontano.

Quanto a Il Giro del Mondo in 80 giorni, ne ho già parlato qui sul blog. Qui mi preme sottolineare che Jules Verne concepì un viaggio immaginario, ma effettivamente realizzabile che colpì a tal punto l’immaginario collettivo da spingere numerosi personaggi ad intraprendere viaggi simili nel tentativo di abbattere il record degli 80 giorni. Ci riuscì Nellie Bly, giornalista statunitense che partì, da sola, alla volta del resto del mondo e compì il giro, percorrendo lo stesso itinerario di Phileas Fogg, in soli 72 giorni. Nellie Bly è una delle donne viaggiatrici che noi tutte dovremmo prendere a modello: non fu semplicemente una viaggiatrice, ma fu una giornalista d’inchiesta in un’epoca in cui questo mestiere era appannaggio principalmente maschile.

Una scena del film “Il giro del mondo in 80 giorni” del 1956. Credits: film-review.it

In viaggio con Jules Verne

verne viaggio al centro della terra

Una delle stravaganti ambientazioni naturalistiche “al centro della terra”

Alla domanda “Quale autore ti ha trasmesso l’amore per la lettura?” Io rispondo “Jules Verne”

Se mi chiedono “C’è un autore che ti ha trasmesso l’amore per i viaggi?” Io ancora rispondo “Jules Verne”!

Uomo dal multiforme ingegno, riuscì a scrivere di luoghi senza esserci mai stato. Ci riuscì perché si documentava e riusciva a trarre delle descrizioni davvero verosimili, tanto che ancora oggi, quando le leggiamo gli crediamo. Io personalmente credo anche che nel centro della terra, al di sotto del vulcano islandese, vi sia un luogo senza tempo in cui vivono i dinosauri, presso un lago sotterraneo, un piccolo mondo in miniatura ristretto e isolato dal resto. Allo stesso modo, Verne sa essere molto convincente quando racconta le strategie per la sopravvivenza di quello strano gruppo che finisce sull’Isola misteriosa. Addirittura, ipotizza con fare quasi profetico, la possibilità che l’uomo avrà un giorno di fare un viaggio Dalla terra alla luna. Io trovo tutto questo meraviglioso. Ammiro lo scrittore talentuoso, ammiro la sua fantasia, ma anche la sua capacità di trovare soluzioni verosimili, di documentarsi, di portarci dentro avventure e viaggi credibili, possibili, anche se assolutamente impensabili.

Perché leggere Jules Verne

Leggere Jules Verne da adulti ci pone davanti a riflessioni molto diverse a quelle che abbiamo fatto da ragazzi. Notiamo, da adulti, che le trame forse sono un po’ traballanti, che i dialoghi sono poco realistici e che i personaggi sono tagliati con l’accetta, privi di quei dissidi interiori e di quelle complessità d’animo che caratterizzano i personaggi dei romanzi del Novecento. Ma è indubbio il ritmo incalzante delle narrazioni ed è indubbia la capacità di Verne di portarci con sé in viaggio, di farci notare ora un dettaglio, ora l’altro, di calarci totalmente nella jungla, nella foresta, a bordo di un sommergibile futuribile, su un’isola deserta con un solo coltellino a disposizione. Noi adulti spesso perdiamo la capacità di sorprenderci. I racconti di Verne in questo senso ci aiutano. E poi c’è un aspetto fondamentale: il viaggio. I personaggi di Verne viaggiano, partono, lasciano la propria casa vuoi per scommessa, vuoi per perseguire un interesse scientifico, vuoi perché i casi della vita li fanno naufragare. Le avventure che vivono sono vere prove di formazione, di crescita personale. Alla fine non si conclude semplicemente un viaggio, ma i protagonisti stessi ne escono arricchiti, e non solo in moneta, come nel caso di Phileas Fogg.

jules verne illustrations

Un’illustrazione da Il giro del mondo in 80 giorni

Jules Verne è stato il primo scrittore che mi ha instillato la voglia di viaggiare, di conoscere, di avventurarmi altrove. No, non andrò mai ventimila leghe sotto i mari, non esplorerò mai il centro della terra (a meno che non finisco in una buca di Roma), non naufragherò mai su un’isola sconosciuta. Ma mi piacerebbe fare il giro del mondo una volta, anche in meno di 80 giorni.