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#desertislandrecords: la playlist per viaggiare

Siamo circondati da musica. Fin da quando mi sveglio la mattina ho un motivetto che canticchio in testa. Qualche volta diventa un vero tormento addirittura levarselo di torno e allora come lo scaccio? Con un’altra canzone, ovvio! e avanti così, tutto il giorno…

Accolgo la nomination di Elisa di Piccoli Grandi Viaggiatori per #desertislandrecords, la quale mi chiede cosa ascolto quando sono in giro. In particolare, mi chiede 5 dischi da portare su un’isola deserta.

Difficile scegliere. Ho pensato di fare una cosa diversa, però: ho scelto album, o canzoni, che mi riportano ai viaggi; viaggi che ho fatto in passato e che mi sono rimasti nel cuore, viaggi cantati dalle canzoni. I 5 dischi da portare su un’isola deserta hanno tutti un qualche significato particolare. Ah, e naturalmente appartengono a generi totalmente differenti l’uno dall’altro!

1) Franco Battiato

Non vi sembra di essere in una canzone di Battiato con questo treno a vapore?

Lo so, abbiamo detto un album e le regole vieterebbero di inserire raccolte o gratest hits. Però come si fa a non riunire tutte insieme le canzoni di Battiato che parlano dei viaggi? Strade dell’Est, Mal d’Africa, Gli Uccelli, I treni per Trozeurs sono solo alcune delle canzoni che raccontano un viaggio, o parlano di viaggi, reali o immaginati. Le parole delle canzoni di Franco Battiato hanno la capacità di trasportarmi nei luoghi che descrive, che si tratti di Alexander Platz a Berlino o della Prospettiva Nevskij a San Pietroburgo: in pochi versi mi trascina con sé nei posti che descrive, e io li vedo con i miei occhi.

Dovendo scegliere una canzone, scelgo Gli Uccelli, vero inno alla libertà di viaggiare e di scoprire il mondo da un altro punto di vista: “Aprono le ali, scendono in picchiata, atterrano meglio di aeroplani, cambiano le prospettive al mondo“.

2) Madonna

giordania wadi rum

La montagna dei Sette Pilastri della Saggezza, Wadi Rhum

L’album di Madonna “Confessions on a dance floor” è in assoluto il mio preferito della cantante, anche se devo dire che nel corso dei decenni ha regalato capitoli di musica davvero notevoli: come dimenticare i tempi di Frozen o di You’ll see? O ancora, tornando indietro nel tempo, de La Isla Bonita? Però è l’album di Jump e Sorry il mio preferito, nonché quello che mi accompagna davvero in macchina quando guido da Firenze per tornare a Imperia: allora sono da sola in macchina, e canto a squarciagola.

Di tutto l’album, due canzoni amo particolarmente: una è Forbidden Love; l’altra, invece, è Isaac: sonorità arabeggianti e un ritornello in lingua araba mi portano lontano da ovunque mi trovi e mi catapultano nel deserto, presso una tenda beduina, nel Wadi Rhum, magari, il deserto giordano.

3) Fabrizio De André

Negozio di frutta in via del Campo, un angolo caratteristico dei vicoli di Genova

Con De André nelle orecchie torno a Genova ogni volta. Il poeta e cantore genovese ha saputo meglio di chiunque altro raccontare i vicoli della sua città, le vite umili di gente comune: storie che danno sempre i brividi. Ai quartieri dove “il sole del buon dio non dà i suoi raggi” De André ha dedicato tantissimo della sua poetica, e passando ancora oggi per gli stretti vicoli sembra di risentire nelle orecchie stralci delle sue canzoni. In via Del Campo, proprio nel cuore dei vicoli, il Museo De André è un piccolo spazio dove sono esposti strumenti musicali, foto d’epoca, album, e dove si possono acquistare cd e libri su di lui e sugli altri cantautori genovesi.

E proprio Via del Campo è la canzone di De André che scelgo: parla della mia Genova, città che amo e dove torno sempre volentieri e sempre troppo poco. Perdersi nei suoi vicoli, oltre a farci scoprire stralci di umanità altrimenti nascosta, vuol dire anche scoprire edifici, scorci, architetture e decorazioni da lasciare a bocca aperta. Genova è di una bellezza timida, intima, che si svela solo a chi pervicacemente vuole scoprirla.

4) Tribalistas

Il tucano ospite del Lodge nella Foresta Amazzonica

Ricordi del mio interrail del 2003 quando con un’amica di La Spezia e un amico brasiliano partimmo d’estate alla volta dell’Europa, tutta l’Europa. Fu per me la prima volta che uscii dal guscio e dalla mia confort zone, mi misi in gioco, visitai nel giro di un mese Vienna, Berlino, Parigi, Amsterdam, Madrid, Siviglia, Granada e Barcellona. Nel mezzo una settimana in Portogallo, tra Coimbra, Fatima e Nazaré al mare. Ne porto un ricordo ancora vivido e non perdo occasione per parlarne, sempre con gli occhi a cuore. La canzone dell’estate quell’anno era Ja sei namorar dei Tribalistas, trio brasiliano che con le sue sonorità aveva fatto breccia nel mio cuore come in quello di tanti altri. Il mio amico brasiliano l’aveva tradotta per noi. Aggiungiamo poi che quell’estate, in Portogallo ebbi un’avventura estiva con il nostro ospite portoghese, un ragazzo che aveva a sua volta fatto l’erasmus a Genova, Ja sei namorar non poteva che essere la colonna sonora ideale.

Ormai la ascolto poco, ma quando capita, ricordo ancora a memoria le parole di Ja sei namorar: ritorno al mare a Nazaré, al Monastero di Belen a Lisbona, lungo il fiume a Porto. Ja sei namorar mi ricorda il mio primo vero incredibile viaggio.

5) Buddha Bar

Lo so, si è detto niente raccolte, e Buddha Bar invece è una raccolta. Anzi, più raccolte. Sonorità indiane, africane, orientali, tutte capaci di portarmi esattamente là dove le note mi stanno suggerendo. Su un’isola deserta in effetti vorrei avere l’illusione di trovarmi altrove, che sia Marrakesh in un giorno di festa, che sia lungo il fiume Indo o durante una cerimonia buddhista in Tibet. Non conosco i singoli titoli, ma ogni brano mi trasporta lontano, come se fossi sul tappeto volante di Aladdin (avete presente? Quello con le nappine che si muovono mentre Aladdin canta a Jasmine “Il mondo è tuo“: cose che chi non è cresciuto a pane e cartoni animati Disney non può capire).

Tangeri

Tra tutte le canzoni scelgo Le Tatouage bleu di Ben Onono, per me una bellissima canzone in lingua francese che se non fosse stato per Buddha Bar non avrei mai potuto ascoltare. Invece mi trascina con sé, in una storia d’amore contrastata, appassionata, che vedo ambientarsi perfettamente a Tangeri: all’inizio della canzone, quando recita “Si elle le suit, il la fuit, s’il la suit, elle le fuit” (se lei lo insegue, lui fugge, se lui la insegue lei fugge), mi immagino proprio due innamorati che si inseguono, perdendosi, e ritrovandosi, negli strettissimi vicoli bianchi e azzurri della Casbah di Tangeri. E tutto diventa estremamente romantico, e struggente.

Non c’è niente di più soggettivo della musica: i gusti musicali sono così personali! E basta una parola, una sonorità, un accordo a farti decidere che quella è la canzone perfetta. Queste sono le mie 5 scelte per la mia isola deserta (la voglio ai Tropici, a proposito). Ora invece sono curiosa di sapere quali sono le vostre!

Nomino perciò 5 blog, che spero vorranno cimentarsi e condividere i loro gusti musicali:

Love Cetraro

Jamaluca

Il Miraggio

Viaggiando con Bea

Attimi e pillole di viaggio

Autostrada del Mediterraneo, la guida agli Itinerari lungo la Salerno – Reggio Calabria

Repubblica in collaborazione con Anas ha pubblicato quest’estate un’interessantissima guida che corre parallela al tracciato dell’autostrada Salerno – Reggio Calabria.

Nota e anzi famigerata per i lavori sempre in corso, per il suo cattivo stato (non è vero! Ormai il tratto calabrese almeno fino a Cosenza – oltre non so – è ottimo) e per le code durante le partenze intelligenti sotto il sole estivo, la Salerno – Reggio Calabria è a tutt’oggi un lunghissimo tratto autostradale gratuito ed è la via che attraversa Campania e Calabria con un breve intermezzo nella Basilicata tirrenica.

Viaggiando in autostrada, io amo osservare il panorama. Adoro scoprire colline, montagne, borghi e castelli e cercare di indovinarne il nome sulla base della vicinanza ad un casello o a quell’altro. L’autostrada è del resto il mezzo più veloce per raggiungere in auto qualsiasi meta prefissata, ma è anche bello decidere di punto in bianco di uscire per fare un’escursione nel territorio.

La guida Autostrada del Mediterraneo serve proprio a questo: stai viaggiando, vedi il nome della prossima uscita: Fisciano, per esempio. E la domanda sorge spontanea: cos’è Fisciano? Vale la pena fermarsi e vederla? E intorno cosa c’è? E per mangiare? E se ci piace la zona e volessimo addirittura pernottare?

Ecco che la guida fornisce, a partire dalle singole uscite autostradali, una serie di itinerari di volta in volta naturalistici, culturali, marini, proponendo monumenti imperdibili e borghi incantevoli, suggerendo un’ampia scelta di ristoranti/osterie e di hotel/b&b per soggiornare.

Inutile dire che la guida sia ricca di spunti e che ogni pagina che sfoglio mi invogli ad abbandonare l’autostrada alla prima uscita utile per andare a esplorare cosa ci sia all’intorno.

Credits: StradeAnas.it

Grande merito di questa guida è quello di segnalare tante piccole realtà meno note, ma ugualmente importanti: come la Nave della Sila, il museo dedicato all’emigrazione italiana nel corso dell’8-900, e il Museo della Memoria Internazionale di Ferramonti, entrambi in Calabria.

Paestum, il tempio di Cerere al tramonto

Tra le tante escursioni proposte, qualcuna la conosco già per averla già percorsa per conto mio: a Paestum, per esempio, torno spesso; sono stata a Velia (che è proposta in un itinerario proprio insieme a Paestum); a Battipaglia esco spesso proprio per fare un pitstop energetico a base di mozzarella di bufala 😉 . Entrando in Calabria sono stata a Morano Calabro e ho già percorso sia la costa tra Paola e Diamante che la Sila. Insomma, qualche spunta sull’indice della guida posso dire di averla messa. Ma tanti sono gli itinerari che mancano all’appello e che ugualmente mi ispirano. Per esempio la Certosa di Padula è una delle mete che mi ispirano, così come il Volo dell’Angelo in Basilicata… Chissà che durante la mia discesa verso la Calabria non soddisfi qualcuna delle mie curiosità…

La Guida Autostrada del Mediterraneo era in vendita con Repubblica all’inizio di luglio. Tuttavia, trattandosi di un inserto a parte, lo potete trovare anche a sé in edicola (non è detto, ma a me fortunatamente è successo così). Costa 1,90 €, davvero un’inezia, e invece è una preziosissima compagna di viaggio. Online è attivo il sito web AutostradadelMediterraneo.it e un’app che accompagna lungo il percorso: tutto da scoprire.

Una passeggiata a Galatina, la capitale del “tarantismo”

In Puglia di questi tempi si svolge la Notte della Taranta, una serie di serate, di concerti che culmineranno nella serata finale del 26 agosto a Melpignano. Si tratta di una manifestazione musicale molto seguita e intensa, durante la quale accanto a gruppi locali che continuano a portare avanti la tradizione della pizzica, si esibiscono ospiti noti al grande pubblico e internazionali. Negli anni la Notte della Taranta è diventata un appuntamento da non perdere nelle serate salentine.

Ma se molti conoscono la Notte della Taranta, pochi sanno da dove essa ha origine. Tutto nasce a Galatina, cittadina del Salento, ai margini della Grecìa. Andiamo a fare un giro da quelle parti.

il centro storico di Galatina

La basilica di Santa Caterina d’Alessandria a Galatina

La basilica di Santa Caterina d’Alessandria è il monumento più rappresentativo della cittadina, e soprattutto della sua storia. Essa deve il suo aspetto attuale alla presenza dei monaci francescani inquisitori qui, voluti da Raimondello Orsini del Balzo, il signore del luogo. L’interno della chiesa è una meraviglia del Gotico Internazionale che ricorda, per certi versi, la basilica superiore di Assisi (non per nulla è una chiesa francescana), attraverso la cui lettura si capiscono tante cose della storia sia di Galatina che dell’arrivo dell’affermarsi del Credo cattolico di rito romano qui. Sì, perché prima dell’arrivo dei Francescani, nel XV secolo, nel Salento si celebravano le funzioni religiose secondo il rito greco bizantino (che non è ortodosso, attenzione!). Questo rito però era osteggiato da Roma in quanto non era esattamente quello dettato dal papa (ma nel rito greco bizantino l’autorità del papa non è messa in discussione!). Alcuni centri, tra cui Galatina, accolsero quasi subito il rito cattolico, altri invece, come la vicina Soleto, rimasta nella Grecìa salentina, resistettero molto più a lungo. Insomma, sottilissime questioni teologiche sono la chiave di lettura degli affreschi di questa chiesa.

Alcuni affreschi della basilica di Santa Caterina a Galatina. Credits: http://www.basilicaorsiniana.it/

Sono accesissimi racconti per immagini: innanzitutto troviamo le storie dell’Apocalisse, tanto per far capire subito ai fedeli come andranno le cose una volta che arriveremo alla fine del mondo. Immagini allegoriche, terribili, create apposta per restare impresse negli occhi e negli animi dei fedeli di Galatina. Colori vividi che un recente restauro ha enfatizzato. Mostri come la bestia a sette teste, erano destinati a popolare gli incubi dei più sensibili, sicuramente; la raffigurazione del terremoto era un altro orrore da temere, simbolo della fine del mondo.

Si procede poi con le storie della Bibbia, da Adamo ed Eva (il serpente ha, ovviamente, testa di donna, e il Giardino dell’Eden è chiuso da mura, mentre l’albero del frutto proibito dispensa datteri e non il consueto “pomo”) alla Torre di Babele, che è l’occasione per mostrare il mestiere dei costruttori del tempo. Vi sono poi le storie di Cristo, tra le quali la tentazione nel deserto, in cui Satana tentatore è raffigurato con piedi d’uccello e abito da frate domenicano,  e nella navata laterale le Storie della Vergine con la rappresentazione di storie apocrife della vita della vergine, tra cui i funerali di Maria.

palazzi storici a Galatina

La chiesa è dedicata a Santa Caterina d’Alessandria, alla quale è dedicata la campata dell’abside e della quale è custodita una reliquia, per l’esattezza un dito che pare essere stato strappato a morsi da Raimondello del Balzo Orsini in persona dalla sua salma custodita nel monastero di Santa Caterina sul Sinai: certo un metodo inconsueto di procurarsi una reliquia, ma evidentemente in certi casi il fine giustifica i mezzi.

La cittadina si presenta con i suoi bei palazzi signorili in pietra bianca leccese. È un bel borgo, piacevole, con strade ampie e fiori alle finestre. Il pasticciotto, dolce tipico salentino, pare essere stato inventato qui, nel 1740, nella pasticceria Ascalone.

La cappella di san Paolo e il Tarantismo

Ma l’edificio più singolare, non tanto per l’architettura in sé, quanto per la storia che custodisce, è la piccolissima cappella di San Paolo.

Narra la leggenda che San Paolo, sbarcato in Salento e giunto a Galatina, qui sia stato ospitato da 3 sorelle alle quali in cambio dell’ospitalità egli donò il potere di guarire dal morso degli animali velenosi. Ormai anziana, l’ultima delle 3 sorelle per non disperdere questo potere sputa nell’acqua di un pozzo. A questo pozzo verranno per secoli le fanciulle tarantate a bere l’acqua dopo aver compiuto il rituale di purificazione nella adiacente cappella di San Paolo.

Un avviso nella cappella si San Paolo a Galatina vieta di ballare la Taranta all’interno

Un cartello all’ingresso di questa minuscola cappella fa capire il tenore delle celebrazioni che vi si svolgevano: “è assolutamente vietato danzare in questa chiesa e/o arrampicarsi sull’altare“. Perché, potrebbe succedere? Oggi no, ormai non più, ma fino a poche generazioni fa poteva essere probabile

Il Tarantismo

Il pozzo di San Paolo dietro la Cappella di San Paolo a Galatina

Nei secoli passati nelle campagne della Grecìa salentina, e in particolare a Galatina, le fanciulle che andavano nei campi venivano morse dalla tarantola. Per espellere il veleno del ragno, che le faceva cadere dapprima in uno stato di torpore e di indolenza, dovevano ballare, ballare e ballare fino allo sfinimento, in modo da sudare e in questo modo sperare di guarire. Un’orchestrina si riuniva e la fanciulla al suono costante e incalzante ballava e ballava, entrando in uno stato di trance finché non crollava, sfinita. Il rituale, che è un rituale di possessione, perché la ragazza è “posseduta” dal ragno, è noto, scritto, fin da documenti del XIV secolo. In occasione del 29 giugno, festa di San Paolo, le tarantate si recavano alla cappella di San Paolo a Galatina e chiedevano la grazia della guarigione ballando nuovamente (ecco il perché del cartello).

Questo rituale è andato avanti fino agli anni ’60/70 del Novecento. Appena pochi anni prima che scomparisse, un antropologo, Ernesto De Martino, venne appositamente in Salento a studiare il fenomeno del tarantismo. È evidente che nessuna ragazza sia mai stata morsa effettivamente da un ragno, ma essa andava comunque davvero in trance e ballava e credeva fermamente in quello che faceva, perché vi era stata indotta dal suo contesto culturale di riferimento.

Oggi che sono mutati i riferimenti culturali, più nessuna ragazza soffre di tarantismo e la Notte della Taranta è diventata una lunga festa che coinvolge varie località del Salento e richiama un vasto pubblico da tutta Italia oltre che artisti di richiamo sia locale che nazionale. Una festa ampiamente sentita e con un’ampia risonanza in tutto lo Stivale. E credo che sia sempre bello scoprire da cosa hanno origine le feste attuali, no?

(Questo post nasce a seguito della splendida visita guidata a Galatina cui ho partecipato durante il blogtour #santilumi17. Gli altri articoli li trovate qui)

Lavanda: 7 cose che ho imparato viaggiando

Lavanda mon amour. Da metà giugno a metà luglio i campi si riempiono di fiori lilla profumatissimi e i blog di foto che li immortalano per condividere, con chi non li può vedere dal vivo, questi pacati e meravigliosi spettacoli della natura.

 

In questo post vi voglio raccontare 10 cose che ho scoperto sulla lavanda nel corso dei miei viaggi e delle mie esplorazioni, l’ultima delle quali poco tempo fa in Liguria. Ogni viaggio, si sa, insegna qualcosa. Bisogna partire con la mente aperta, pronta a ricevere qualsiasi input, qualsiasi informazione riusciremo a captare. Anche informazioni trasversali, raccolte un po’ qua e un po’ là, ma che messe insieme, costituiscono un bagaglio notevole.

Così, le mie esperienze di viaggio che mi hanno portato sui campi di lavanda nel corso degli anni, mi hanno permesso di trarre 7 preziosi insegnamenti che, naturalmente, voglio condividere con voi.

1) Quando fiorisce la lavanda.

Non è che si può cercare la lavanda tutto l’anno. Non è che si può andare a Valensole in Provenza ad agosto sperando che ci sia ancora qualche campo lilla. No. La lavanda fiorisce tra metà giugno e metà luglio. Fine luglio è già troppo tardi per coglierla.

2) Dove fiorisce la lavanda in Provenza

La Provenza è di gran voga ultimamente per le sue coltivazioni di lavanda. Ne ha ben donde: campi smisurati a Valensole e dintorni si distendono sotto i nostri occhi, una distesa lilla e profumata che non ha eguali. Se vi piace la fotografia di paesaggio siete nel posto giusto, e al Plateau du Claparèdes troverete di che essere soddisfatti. Ma se volete fare il colpaccio, raggiungete, in una valle stretta e chiusa tra i monti, l’abbazia di Sénanque: la chiesa medievale chiude sullo sfondo un grande e storico campo di lavanda, il più amato dagli appassionati. Si tratta di un vero e proprio pellegrinaggio: tutti in adorazione del fiorellino lilla e profumato!

Sénanque

L’abbazia di Sénanque, immersa nella lavanda

3) Lavande e lavandin: c’è una bella differenza!

In Provenza, nei negozi di souvenir e nelle profumerie, vi imbatterete in tanti prodotti a base di lavanda. State attenti, però: spesso troverete scritto lavandin (ad esempio “huile essentiel de lavandin“) invece che lavande. Nessuna truffa, per carità, semplicemente il lavandin (non so quale sia il corrispettivo in italiano) è un ibrido della lavanda, molto resistente e dalla resa molto abbondante, pertanto coltivato con una certa intensità accanto alla lavanda Angustifolia, la lavanda “vera”, per capirci. Come sempre, il discrimine è il prezzo: i prodotti a base di lavanda Angustifolia sono più pregiati e quindi costosi, quelli a base di lavandin sono più a buon mercato e sono quelli che si trovano nei negozi di souvenir.

Valensole, Provenza

Campi di lavanda a Valensole

4) Lavanda in Italia

Non è necessario andare fino in Provenza per trovare la lavanda. Anche l’Italia ha i suoi campi di lavanda che poco hanno da invidiare ai nostri vicini d’Oltralpe. Il più conosciuto è il Lavandeto di Assisi: immaginate una distesa lilla ai piedi dell’altura sulla quale sorge la città medievale di San Francesco. A Castelluccio di Norcia, poi, la lavanda è il fiore che dà il colore lilla in quella distesa variopinta che è l’altopiano di Castelluccio tra fine giugno e inizio luglio.

In Liguria la lavanda è coltivata nel più profondo entroterra di Imperia, in piccoli campi localizzati in altura, quasi in montagna: Drego e Carpasio nella valle Argentina, Cosio d’Arroscia, Pornassio e Nava nell’Alta Valle Arroscia. In Piemonte, nella montagna della provincia di Cuneo, a Valdieri (vicino Borgo San Dalmazzo) si trova un Museo della Lavanda: siamo nel cuore del Parco Naturale delle Alpi Marittime dove la coltivazione della lavanda è stata reintrodotta in tempi recenti, dopo un periodo in cui si era persa.

Il campo di lavanda di Drego (IM)

5) Passeggiare in mezzo alla lavanda: istruzioni per l’uso

I campi di lavanda sono di proprietà privata, sempre, per cui non è piacevole per il proprietario scoprire che qualcuno vi si è intrufolato. Se il campo non è cintato, però, la tentazione è forte: chi non vorrebbe camminare immerso nel profumo, e scattare fotografie e fotografie all’ampia distesa, o di dettaglio, all’ape che impollina i fiori? A proposito di api: se voi non vi agitate, loro nemmeno si accorgono della vostra presenza, intente come sono a volare di fiore in fiore. Perciò se decidete di camminare tra i filari di lavanda sappiate che non sarete soli, ma avrete una grande compagnia ronzante intorno. Camminate con estrema calma e tranquillità, godetevi la passeggiata aromatica. Le piante di lavanda sono piantate in filari ordinati, equidistanti, in modo da consentire un’adeguata e regolare irrigazione, da lasciare spazio sufficiente allo sviluppo della pianta e, infine, per rendere più semplice e veloce la raccolta dei fiori con mezzo meccanico. I campi sono simili a onde lilla. Che ronzano, e profumano.

Plateau du Claparèdes, Provenza

Un campo di lavanda lungo il Plateau du Claparèdes

6) Prodotti a base di lavanda

un mazzetto di lavanda appena colto

L’olio essenziale è forse il prodotto più noto che si ottiene dalla lavanda: estratto tramite distillazione (come viene fatto ad esempio ad Agaggio, nella Valle Argentina, dall’Azienda Agricola le Cugge), può avere molteplici usi nell’aromaterapia. Basta una goccia su un gessetto per sprigionare il profumo.

Chi non ricorda poi i cassetti profumati delle nonne? I sacchettini di lavanda si ottengono proprio mettendo i fiori in sacchettini cuciti che, una volta nei cassetti sprigionano il loro profumo floreale e fresco.

In cucina la lavanda profuma il miele e le composte. In Provenza non sarà difficile trovare del miele alla lavanda: con tutte quelle api nella piana di Valensole!

7) A cosa serve la lavanda

Non solo profuma, non solo sono belle da vedere le distese lilla: la lavanda ha diverse proprietà. È una pianta officinale che ha proprietà calmanti e lenitive, e agisce sul sistema nervoso: per questo l’olio essenziale di lavanda è molto ricercato. Esso agisce in caso di mal di testa, ma anche di ansia e di stress. Inoltre è un lenitivo contro le punture di zanzare: e quest’informazione so che piacerà a molti 😉

E voi? Avete scoperto altre cose sulla lavanda nel corso dei vostri viaggi? Scambiamo informazioni nei commenti!

Visitare Pompei di notte: Una notte a Pompei

Ve lo dicevo nel primo post dedicato a Pompei che sarei presto tornata a parlare di questa straordinaria città antica. Non immaginavo però che l’avrei fatto grazie ad un evento cui sono stata invitata da Enel Group*, ovvero l’inaugurazione del nuovo percorso di illuminazione realizzato proprio da Enel per la fruizione e valorizzazione di Pompei in notturna. Tutto per la serie di eventi “Una notte a Pompei” che quest’estate 2017, dall’8 luglio fino al 24 agosto il martedì e il giovedì, animerà le serate pompeiane (per info: pompeiisites.org).

Il tempio di Apollo illuminato, mentre una voce narrante racconta i Ludi, i giochi in onore del dio

Luci a led per il risparmio energetico, innovazione tecnologica che si sposa con la sostenibilità data dai bassi consumi.

Tuttavia non si tratta di aver cambiato quattro lampadine e poco più, ma della creazione di un percorso integrato, visivo e sonoro, nel quale il visitatore viene coinvolto, immerso, avvolto. Le suggestioni che la città antica al chiaro di luna già da sola può dare vengono amplificate dalle voci narranti, che ci portano nella bottega di un panettiere lungo Via Marina, nella domus di Trittolemo, nel tempio di Apollo, per poi sbucare nella piazza del foro sul cui lato di fondo si staglia ciò che resta del capitolium dietro il quale l’inconfondibile silhouette scura del Vesuvio ci dice subito com’è andata a finire.

Il percorso prende avvio da Porta Marina, risale la via Marina fino al foro. Qui, nell’ampio spazio che fino a pochi mesi fa era animato dalle statue di Mitoraj, solo il Centauro, bellissimo, resta a vegliare, e si staglia anch’esso contro il cielo all’imbrunire.

Si susseguono frattanto le voci narranti: storie di bottega, scene di vita privata in casa, devozione nel culto, la confusione del mercato, il lavoro quotidiano. Piccole singole narrazioni che, tutte insieme, costruiscono il racconto della normale vita a Pompei.

Il Centauro di Mitoraj si staglia nella luce del crepuscolo

La piazza del foro, illuminata, è stupenda: le colonne del portico resistono ancora, in piedi, come monito al tempo che passa; del capitolium si è detto: quell’ombra cupa, quella presenza forte alle sue spalle, il Vesuvio, è il simbolo dell’ineluttabile destino cui la città è condannata. Il tempio del Genius Augusti, con la sua ara per il culto davanti al piccolo podio, mi ricorda gli anni di studio all’università, e mi fa tenerezza. Il macellum mostra ancora, nella penombra, alcuni affreschi: nella parete dipinta si distinguono dei quadretti figurati, delle piccole narrazioni incredibilmente giunte fino a noi. Il macellum, luogo del mercato, è deserto: immaginatelo zeppo di gente, invece, durante il giorno. Immaginate i nostri mercati coperti, oggi, durante l’orario di apertura e poi dopo la chiusura: il silenzio, la quiete, laddove fino a poco prima tutto era confusione e rumore. E poi c’è la porticus di Eumachia, dono di un edificio pubblico fatto alla città da una donna, Eumachia, che ha reso immortale il proprio nome per sempre. Donne forti di altri tempi.

Il capitolium di Pompei illuminato

Infine la basilica: su una parete sono trasmesse immagini 3D che ci portano all’interno delle case più note, a contemplare le pareti affrescate più mirabili: come il giardino dipinto nella casa del Bracciale d’Oro di Pompei.

Al termine della visita rimane la sensazione di aver preso parte a qualcosa di nuovo per la vetusta Pompei. Un parco archeologico che ha sofferto negli scorsi decenni di incuria e di manutenzione non efficace, tanto da essere additata come scandalo per l’intera Italia. Oggi Pompei è invece il simbolo di una ripartenza, il simbolo di una sfida vinta, per usare le parole del ministro del MiBACT Dario Franceschini proprio l’altra sera all’inaugurazione. Non resta che approfittare di quest’opportunità.

foro di Pompei: il capitolium si staglia contro lo sfondo del Vesuvio. Il Centauro di Mitoraj vigila sulla piazza.

* sono stata invitata in qualità di archeoblogger, grazie al lavoro di comunicazione dell’archeologia che svolgo sul mio blog Generazione di Archeologi e attraverso i miei canali social, twitter in particolare con l’account @maraina81. Data però la portata dell’evento, non potevo non parlarne anche qui, con un taglio, ovviamente, un po’ diverso.

Andar per vicoli a Genova: da via Giustiniani alla Collina di Castello

I Vicoli: Patrimonio dell’Umanità (e mio grande amore)

Ho vissuto per anni a Genova, e per me i “vicoli” erano quelli che percorrevo ogni giorno per andare a piedi da casa alla mia facoltà di Lettere in via Balbi. Dunque erano i vicoli di via San Luca, via Luccoli, via del Campo. Si tratta dei vicoli chiusi tra Sottoripa, i palazzi medievali affacciati sul Porto Antico, via San Lorenzo e, lato monte, dalla bella Strada Nuova, ovvero via Garibaldi con i suoi “Palazzi dei Rolli”, i palazzi signorili della Genova che conta(va): Palazzo Tursi, Palazzo Bianco, Palazzo Rosso. Era una passeggiata bellissima ogni volta, e l’aspetto più interessante era provare a cambiare stradina, rischiando seriamente di perdersi, ma scoprendo sempre nuove suggestioni e nuovi dettagli del quartiere più caratteristico e autentico di Genova.

Negozio di frutta in via del Campo, un angolo caratteristico dei vicoli di Genova

Via San Lorenzo, la grande arteria che dal Porto Antico sale verso la Cattedrale di San Lorenzo e ancora più su fino a Palazzo Ducale e alla chiesa del Gesù, divide letteralmente in due il quartiere dei vicoli di Genova. Esiste infatti un altro versante della città medievale, ancora più autentico, se vogliamo, che dalle traverse di via San Lorenzo si protende da un lato verso il porto, dall’altro risale fino a Porta Soprana (fuori della quale si colloca la Casa di Cristoforo Colombo) e risale la collina di Castello, l’area più antica della città.

Girovagando nei vicoli si incontrano palazzi di grande bellezza, come questo, a pochi passi da San Lorenzo

La collina di Castello, infatti, è il luogo sul quale sorgeva dapprima l’emporio ligure frequentato dagli Etruschi in età preromana: un luogo naturalmente fortificato, in altura ma con sbocco sul mare. Questa sua posizione strategica piacque anche ai Romani, per cui il primo nucleo di Genua sorse sempre in questi luoghi, anche se poi, col tempo, la città si espanse. Ma è nel Medioevo che Genova diventa finalmente se stessa. La conosciamo fin dalle scuole elementari come Repubblica Marinara al fianco e in perenne contrasto con Venezia, Pisa e Amalfi. La “Superba”, come verrà definita, scende dalla collina di Castello, si espande intorno alla darsena, costruisce un porto degno di una potenza marinara che trionferà sui mari per secoli (la storia di Genova sul mare è ben raccontata nella prima sezione del Galata – Museo del Mare di cui parlo qui).

Del suo passato medievale, nonché della sua vocazione come fondaco mercantile, come dicevo, rimane ampia traccia nel tessuto urbano dei vicoli: viuzze strette dove “il sole del buon dio non dà i suoi raggi” come cantava De Andrè.

I vicoli alle pendici della Collina di Castello

uno scorcio di via dei Giustiniani

Se i vicoli che nominavo all’inizio, via San Luca e dintorni, ormai hanno perso parte dell’atmosfera antica, zeppi come sono di negozietti moderni (anche se bisogna pensare che i vicoli abbiano sempre avuto vocazione commerciale, trovandosi vicino al porto), i vicoli di là da San Lorenzo, che ridiscendono lungo via dei Giustiniani e poi salgono, parallelamente alla linea di costa, fino alla Collina di Castello, sanno ancora di antico e sono davvero suggestivi. Perdetevi ad ammirare i dettagli architettonici, le madonne sospese sui muri, gli archetti che decorano le pareti e gli archi che collegano i palazzi, così alti e così vicini che dalle finestre dirimpetto ci si può toccare.

Uno degli angoli più incantevoli di questo settore dei vicoli è la piccola piazza San Giorgio, sulla quale affacciano le due chiese apparentemente gemelle di San Giorgio e San Torpete. San Giorgio è intonacata in giallo, San Torpete in verde ed è una chiesa di rito ortodosso. Infatti, sulla piazzetta, una bottega di prodotti “dell’Est” ci dice che evidentemente qui fa capo una comunità russa. La raffigurazione di San Giorgio con il drago si trova sul portale di un palazzo qui nelle vicinanze, mentre un portale qui accanto alla chiesa è in pietra e sui lati ha, uno per lato, due medaglioni con due grandi teste-ritratto ad imitazione dei ritratti degli Antichi: una decorazione che si ritrova spesso a Genova sui portali d’ingresso dei palazzi storici.

Le due chiese di Piazzetta San Giorgio

Risalendo da qui ci teniamo il mare sulla destra (non lo vediamo, ma c’è), incontriamo in uno scorcio la piccola chiesa dei SS. Cosma e Damiano, poi salendo ancora, di vicolo in vicolo, ci troviamo davanti alla chiesa di Santa Maria di Castello. A lato di essa l’alta Torre degli Embriaci.

Un rilievo di San Giorgio e il drago su una porta vicino a Piazzetta San Giorgio

Si può visitare la chiesa di Santa Maria di Castello con la guida gratuita (a offerta) di un volontario che si spende perché questo scrigno di arte nel cuore della sua città venga conosciuto. Ha ragione. La chiesa è piuttosto antica, di età romanica, e reimpiega, nelle navate, colonne e capitelli appartenenti a chissà quali sontuosi edifici della Genua romana ormai non più conservati e impossibili da localizzare. Ogni cappella laterale è una scoperta: c’è quella di San Vincenzo Ferrer, quella di San Tommaso d’Aquino, nella quale si trova un polittico con decorazioni minute in oro che ne fanno più un oggetto scultoreo che non pittorico, quella di San Giovanni dei Fiorentini, decorato con piastrelle realizzate in Toscana, nello stile di Montelupo.

L’Annunciazione di Giusto di Ravensburg in Santa Maria di Castello

Ma ciò che davvero vale la pena di vedere di Santa Maria di Castello non è in chiesa, ma fuori, in un balcone che affaccia sul chiostro, dedicato ai santi dell’ordine domenicano cui la chiesa ad un certo momento della sua storia appartenne. Qui, sotto un soffitto a volte a crociera decorato con i profeti, i santi, i più importanti padri domenicani, sulla parete si trova una bellissima Annunciazione quattrocentesca del pittore tedesco Giusto di Ravensburg: intensa, coloratissima, vivace, ci mostra l’angelo vestito come un arcivescovo e la casa della Madonna arredata come le case signorili del Quattrocento genovese. Tanti dettagli su ognuno dei quali ci si potrebbe soffermare per ore! La chiesa per un certo tempo fu convento domenicano, per questo si trovano tanti riferimenti a quest’ordine monastico sulle pareti e un po’ ovunque nella chiesa. Il complesso occupava più edifici. Visitiamo solo la chiesa e ci affacciamo sul chiostro: nessun contatto con l’esterno, tutto racchiuso in se stesso.

la Torre degli Embriaci

Fuori della chiesa la Torre degli Embriaci, altissima, in pietra, ci racconta una storia che risale all’epoca delle Crociate, quando Guglielmo Embriaco tornò vincitore dalla presa di Gerusalemme del 1099 e dalla conquista di altre città con le cui ricchezze contribuì a finanziare la costruzione del Duomo di San Lorenzo. La torre, alta 41 m, è l’unica rimasta delle tante torri che nel medioevo costellavano il centro di Genova e delle quali fu decretato l’abbassamento con un editto del 1196. La grande fama di cui godeva ancora dopo un secolo l’Embriaco fece sì da risparmiare la sua torre, che oggi si staglia al di sopra dei palazzi, medievali anch’essi, che la racchiudono.

Proseguendo la salita si arriva al Castello e ancora più avanti incontriamo la sede della Facoltà di Architettura. Al termine della salita siamo a Sant’Agostino, dove si trova il museo dell’arte medievale e moderna della città, ospitato all’interno del convento dei monaci Agostiniani.

Per tornare su via San Lorenzo, al termine del nostro percorso, possiamo discendere lo Stradone Sant’Agostino che conduce alla chiesa medievale di San Donato (“ma quante chiese ci sono a Genova?” vi chiederete: tante, una più preziosa dell’altra); in alternativa, potete imboccare via di Ravecca, percorrerla tutta e arrivare a Porta Soprana con le sue due torri: l’estrema propaggine del centro storico.

Strade panoramiche nell’entroterra ligure: da Andagna a Rezzo

Ho parlato spesso nei miei post dell’entroterra della Provincia di Imperia: è un territorio variegato, nel quale si incontrano oliveti, pinete, boschi, piccoli borghi e chiesette, monti scoscesi dai quali, però, si vede il mare.

La strada di cui vi racconto oggi è davvero una chicca molto poco nota agli stessi abitanti del Ponente Ligure: collega il piccolo paesello di Andagna, nella Valle Argentina, con Rezzo, un altro piccolo borgo dal quale si raggiunge invece facilmente Pieve di Teco e da qui la Valle Arroscia, che scende verso Albenga, e la Valle Impero che scende, invece, verso Imperia.

Questo è un bel percorso da fare in moto. Consigliato soprattutto se vi piacciono i bei panorami e i boschi.

Poco prima di entrare in Molini di Triora, nella Valle Argentina, prendete il bivio per Andagna. Dopo poche curve giungerete al paesino di Andagna. Si tratta di un piccolo borgo dalle case in pietra strette le une alle altre, con una via stretta che lo attraversa nel quale a malapena passa un’auto. Il consiglio infatti è, se lo volete visitare, di parcheggiare all’ingresso del borgo, dove si trova un piccolo parcheggio. Vi conquisterà la vista sulla valle e sulle montagne, costellate di minuscoli paesini arroccati dei quali spiccano sempre i campanili.

Il panorama da Andagna

All’ingresso di Andagna si inforca la strada per Rezzo, segnalata dal cartello: non potete sbagliare. Cominciate a salire. Curva dopo curva, tornante dopo tornante, la strada vi stupirà, regalandovi viste mozzafiato e una selvaggia ma umile flora locale, la tipica flora spontanea dell’entroterra ligure, lilla dei cardi e gialla delle ginestre, qua e là bianca per le margherite.

La cappella di San Bernardo di Andagna

Incontrate, quale prima forma della presenza dell’uomo, la piccola cappella di San Bernardo. San Bernardo era nel Medioevo il patrono dei viandanti. Così, non stupisce che essa sia intitolata proprio a questo santo: l’architettura è molto semplice, e tipica delle chiesette di campagna liguri: un’aula unica, il tetto a spiovente, l’ingresso coperto da un ampio portico completo di panchine, in modo da concedere il riposo a chi, camminando, giungeva qui nei pressi. Nella facciata, solitamente si aprono due finestrine ed è da queste che si può spiare l’interno, visto che la chiesa è chiusa: la cappella di San Bernardo è affrescata su entrambe le pareti lunghe: sono rappresentate le vicende della passione di Cristo e poi su un lato le sette virtù teologali, sull’altra, in una magnifica rappresentazione, i sette vizi capitali, immaginati come personaggi maschili e femminili ben vestiti e a dorso d’asino, incatenati gli uni agli altri che inevitabilmente finiscono nelle fauci aperte di un drago/demonio. Proprio al di sopra di questa drammatica rappresentazione, in netto contrasto ideologico, sta la figura del Cristo risorto, al quale i viandanti e i pellegrini devono affidarsi se non vogliono finire divorati da Satana. Gli affreschi risalgono al Quattrocento e sarà curioso scoprire, alla fine di questo percorso, che la stessa raffigurazione dei Vizi Capitali si ritrova nel Santuario della Madonna Bambina di Rezzo.

La cavalcata dei vizi capitali affrescata all’interno della cappella di San Bernardo di Andagna

La cappella di San Bernardo si trova in una splendida posizione panoramica. Poco più avanti, la cappella di Santa Brigida svolgeva analoga funzione.

Ruderi a Drego

Tornante dopo tornante, si giunge nella piccola località di Drego. Oggi le sue due casine in pietra sono state riattate come agriturismo; quest’area, in posizione panoramica importante di controllo sulla vallata, è frequentata sin dall’età protostorica. Casette e ricoveri per i pastori, ormai ridotti a rudere si incontrano ancora. Qui, sul crinale, c’è ancora il pastore che durante il giorno manda al pascolo le pecore. Tra i fiori spontanei, stupisce la presenza della lavanda. Anzi, no, non ci stupisce: perché proprio qui a Drego c’è un piccolo campo di lavanda organizzato sulle fasce sul crinale: un angolo tutto lilla all’inizio dell’estate di cui ho parlato in questo post.

La lavanda a Drego

Ancora un bello spiazzo panoramico (da cui si vede il mare!) dove portersi fermare ed eventualmente intraprendere un sentiero, poi la strada entra, finalmente, in un grande grandissimo bosco: è il bosco di Rezzo, una grande faggeta abitata da molte specie selvatiche. La strada è un po’ sporca dalle tante foglie degli alberi e in molti punti è piena di buche: addirittura dalle buche più profonde emerge la mulattiera sottostante.

Km e km nel bosco non vi devono né scoraggiare né far credere di aver sbagliato strada: incontrerete ogni tanto un fontanello, un’azienda agricola, un monumento ai caduti durante la Guerra di Liberazione (il territorio fu interessato da tante azioni partigiane nel periodo ’43-’45). Infine, molte curve dopo, si arriva a Rezzo.

Prima di entrare in paese, una deviazione sulla sinistra vi conduce un po’ più in là, al Santuario della Madonna Bambina.

I Dannati dipinti sulla parete del Santuario di Rezzo

Questa chiesa romanica è molto ben conservata; soprattutto, conserva sulla parete destra due cicli pittorici notevoli. Uno, il più antico, risalente al primo Quattrocento, raffigura il Giudizio Universale: vi è raffigurato Satana con il volto mostruoso di Bes e le gambe aperte, un dannato condannato ad essere cotto allo spiedo, un altro è condannato alla ruota, il tutto tra fiamme e fiammelle; sembra di sentire il fuoco scoppiettare e i dannati urlare tanto è vivida, anche se ingenua, questa rappresentazione. Alla base la cavalcata dei Vizi Capitali, nuovamente incatenati gli uni agli altri e sontuosamente vestiti, non possono non andare a finire in bocca al demonio affamato. Sopra le loro teste, a mo’ di didascalia è indicato chi è l’Ira, chi l’Avarizia, chi la Gola.

La crocifissione dipinta da Guido da Ranzo nel Santuario di Rezzo

L’altro ciclo pittorico, immediatamente seguente, raffigura episodi della vita e della passione di Cristo, tra cui l’ingresso a Gerusalemme nella Domenica delle Palme, l’Ultima Cena, la lavanda dei piedi, l’arresto, la fustigazione, la Pietà e culmina nella bellissima crocifissione centrale, col Cristo tra i due ladroni e un centurione che gli conficca la lancia nel costato. Il pittore è Guido di Ranzo, pittore locale (Ranzo è un paese nelle vicinanze di Rezzo) molto attivo nella vallata tra il XV e il XVI secolo. Le sue figure (oggetto di un restauro recente) sono vivacissime, espressive, un trionfo di colori. Una vera narrazione per immagini, fatta apposta per una comunità che trovava di più facile comprensione i disegni che non le prediche dei prelati.

Il paese di Rezzo si trova più a valle rispetto al Santuario. La sua chiesa parrocchiale, col suo campanile, è comunque il monumento più eclatante, intorno al quale si dispone il resto del borgo medievale. La statua di un cavagnaro, ovvero di un costruttore di cavagni, cesti in legno di nocciolo col manico che si portavano sul braccio, ci racconta che gli abitanti di Rezzo ne erano abili costruttori.

La statua di un cavagnaro a Rezzo

Quest’itinerario termina qui. Ma nella valle di Rezzo sorgono anche i due borghi di Cenova e Lavina. Volete non visitarli? Aaah, mi pareva! Ma quest’altra gita, al momento, la rimandiamo ad un’altra occasione 😉