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Il Cinquecento a Firenze: la mostra di Palazzo Strozzi

Ogni mostra di Palazzo Strozzi è un successo. Che si tratti di arte contemporanea (come le recenti su Ai Weiwei e Bill Viola) o di arte rinascimentale o moderna, le mostre di Palazzo Strozzi sono sempre eccezionali sia per le opere esposte che per il percorso espositivo, sempre denso di significati.

Ho visitato la mostra attualmente in corso, “Il Cinquecento a Firenze” prendendo parte ad una bella iniziativa su twitter che ha visto impegnati blogger di archeologia e di storia dell’arte: #5sguardi. Per la spiegazione di questo evento vi rimando al mio post specifico sul mio blog di archeologia e alla conversazione su twitter. Vi dico solo che ognuno dei blogger interpretava un ruolo: il mio era quello dell’archeoviaggiatrice, chissà perché 😉

Jacopo Zucchi, La Creazione

Qui vi racconto la mostra e perché vale la pena visitarla: non solo per le opere incredibili, ma per la quantità di spunti di riflessione e di conoscenza che offre su un periodo, quello del pieno Cinquecento, caratterizzato nel mondo artistico dagli effetti della Controriforma. È un periodo che risente dei grandi artisti della generazione precedente, primo tra tutti Michelangelo, e che deve confrontarsi con dettami religiosi rigidi, ma allo stesso tempo con una committenza, principalmente la famiglia Medici, che ama i colti e raffinati riferimenti classici e abbraccia la filosofia neoplatonica: ecco che le opere si riempiono di significati allusivi, non sempre di facile interpretazione e anche una semplice “Deposizione di Cristo” contiene molto più di quanto non ci dica ad un primo sguardo.

La mostra si apre con un forte impatto cromatico e visivo: in primo piano il Dio fluviale di Michelangelo, la statua priva di testa di un nudo semisdraiato, palese riferimento all’antico, e dietro la vivace “Pietà di Luco” di Andrea del Sarto, dipinta dal pittore quando fuggì dalla peste che si era sviluppata a Firenze intorno agli anni ’40 del Cinquecento.

Il Dio fluviale di Michelangelo e la Pietà di Luco di Andrea del Sarto, prima sala della mostra

Si procede con una sala densa di grandi pale di grandi artisti. Vasari con l’Assunzione, e poi le deposizioni di Pontormo, di Rosso Fiorentino e del Bronzino, ognuno con la sua storia, ognuno con i suoi dettagli, ognuno con le sue scelte cromatiche e stilistiche. La Deposizione di Pontormo, con le sue tinte pastello così inconsuete per un dipinto cinquecentesco, e con i suoi volti così caratterizzati, è a buon diritto il dipinto scelto per rappresentare la mostra.

La Deposizione di Cristo del Bronzino. Realizzata inizialmente per la Cappella degli Appartamenti di Eleonora di Toledo in Palazzo Vecchio, fu regalata al Segretario particolare di Carlo V e portata in Francia, a Besançon

Ma si procede, e la sala che segue è ancora più eccezionale, almeno per me. I temi delle rappresentazioni non variano molto, sono sempre a tema religioso, tuttavia mutano gli esiti, perché gli artisti hanno formazione differente, provenienza differente, e committenze differenti da rispettare. L’incontro tra Cristo e l’Adultera di Alessandro Allori è un capolavoro: lei è così contrita, pudica nel suo atteggiamento, e vestita così bene che non può non attirare la mia attenzione. La crocefissione di Giovanni Stradano, un pittore fiammingo dal nome italianizzato che nei dettagli grotteschi mostra le sue origini artistiche, è un’altra delle opere che mi colpisce. Davanti ai miei occhi si pongono il crocefisso in bronzo del Giambologna, ormai defunto, e dietro ad esso, oltre alla Crocefissione di Stradano, si colloca la Resurrezione di Santi di Tito. Così il triduo pasquale, di passione, morte e risurrezione si completa in tre opere eccezionali.

Il Crocefisso del Giambologna, la Crocefissione di Giovanni Stradano e la Resurrezione di Santi di Tito

Il ritratto del piccolo Sinibaldo Gaddi

Segue una sezione sui ritratti. Vediamo i committenti del tempo. Il piccolo Sinibaldo Gaddi, in braccio al suo servetto nero, ci racconta di una famiglia ricchissima, quella dei Gaddi in Firenze, che si poteva permettere il lusso di un servo “esotico” oltre a una collezione di mirabilia provenienti dalle Americhe. Il povero Sinibaldo, che nel dipinto sembra così sicuro di sé nonostante la tenerissima età, morirà pochi anni dopo e non godrà né delle ricchezze della famiglia né delle gioie della vita: la ricchezza da sola non basta ad assicurare la vita nella seconda metà del Cinquecento.

Procedendo, la sala successiva ci introduce Giambologna, lo scultore che tanto ha fatto a Firenze (le statue per il giardino della villa medicea di Castello, il colosso dell’Appennino per la villa medicea di Pratolino, il Ratto delle Sabine per la Loggia dei Lanzi e il Mercurio del Bargello). Tra i dipinti segnalo, perché mi ha molto colpito, la Creazione di Jacopo Zucchi, un piccolissimo quadretto pregno di significati: Dio crea l’uomo perché sia posto a custodia della natura; la supremazia dell’uomo sulla natura è uno dei fondamenti del pensiero neoplatonico che anima la fine del Cinquecento e il programma iconografico dello Studiolo di Francesco I in Palazzo Vecchio (quella piccola e favolosa stanzina a lato del Salone dei Cinquecento).

La statua di Fata Morgana, Giambologna

Andando avanti, è ancora Giambologna che guida il nostro sguardo con le sue potenti sculture: Ercole e Anteo e la Venus Fiorenza realizzate per la villa di Castello, la Fata Morgana che abbelliva la Fonte di Fata Morgana nel territorio di Bagno a Ripoli (un luogo molto suggestivo nel contado di Firenze). Tra i dipinti, Venere e Amore di Alessandro Allori è così dolce, così incantevole da suscitare il sorriso.

Ci avviamo alla fine della mostra. Abbiamo percorso un secolo di arte, sia pittorica che scultorea, in un equilibrio bilanciato tra soggetti religiosi, mitologici e “umani” per così dire. Si tratta sempre di committenze ricche, come la famiglia Medici e altri grandi personaggi influenti del Cinquecento fiorentino, e committenze religiose, attente agli aspetti più dogmatici della Controriforma. Resta la sensazione di aver assistito a qualcosa di grande, di importante, ad un percorso che lascerà il segno nella storia dell’arte successiva e nella storia artistica della città. Di fatto, buona parte delle opere viene da chiese di Firenze. Quindi sarà bello riconoscerle nelle varie chiese una volta che la mostra sarà terminata. In fondo il senso di una mostra è proprio questo: dare degli spunti e degli approfondimenti, focalizzare su determinati aspetti e creare dei collegamenti con le nostre conoscenze. Palazzo Strozzi riesce sempre a costruire contatti con la città. E infatti un bel programma di approfondimenti fuorimostra è previsto e in corso di svolgimento a Firenze.

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Blogger Recognition Award: sono stata nominata!

Questo 2017 si sta rivelando molto fruttuoso dal punto di vista della mia bloglife: ho iniziato a partecipare a blogtour con più frequenza che in passato, ho stretto una rete di contatti con tanti travelblogger, ho avviato tante collaborazioni di scrittura su magazine online e altri blog, ho visto pubblicare e premiare alcuni miei racconti (non solo di viaggio) e presto andrò ospite in radio. C’è di che essere contenti per davvero: sono piccoli risultati che però per me vogliono dire tanto, perché ricompensano dell’impegno quotidiano che riverso qui nel blog. Anche se non pubblico tutti i giorni, infatti, ogni giorno dedico un po’ di tempo alla promozione sui social, oppure alla manutenzione e ammodernamento di alcuni post vecchi che hanno bisogno di una ventata di freschezza, alla scrittura e revisione dei post in bozza: che mica si fa tutto in uno schiocco di dita!

Il Blogger Recognition Award arriva in un momento di fervente attività. Considerato che viene conferito da colleghi blogger, questo assume un valore speciale: tra travelblogger ci leggiamo, ci commentiamo e ci seguiamo sui social; non ci facciamo concorrenza, sarebbe stupido. Piuttosto ci supportiamo a vicenda, consapevoli che l’unione fa la forza.

Ho ricevuto la nomination per il Blogger Recognition Award da ben 4 blog!

Marika di Cocco on the road è stata la prima che ha creduto in me. Quasi immediatamente è giunta Selene di Viaggi che mangi, quindi Giorgia e Giulia de La Doppia G Travelblog e infine Benedetta di Viaggi Imperfetti. A tutti voi va il mio grazie più sincero!

Cos’è il Blogger Recognition Award

Il Blogger Recognition Award nasce proprio con lo scopo di promuovere i blog: ogni nominato deve, oltre che ringraziare il blogger che gli ha conferito la nomination, nominare a sua volta 15 blog ai quali dovrà poi notificare la nomina. 15 blog sono tanti, e sicuramente qualcuno all’interno di una stessa rete riceve più nomination, ma lo scopo è far sì che magari qualche lettore non blogger, a caccia di nuovi spunti, possa scovare blog che non conosceva e iniziare a seguire pure quelli. Io grazie al Blogger Recognition Award sto conoscendo davvero tanti altri blog: siamo tanti, tantissimi, tutti veramente motivati e con una nostra caratteristica particolare. Nelle nomination che ho ricevuto io, per esempio, spesso nella motivazione è emersa l’attenzione alla cultura e il fatto che sono archeologa: evidentemente è questo il carattere del mio blog che più emerge.

Come nasce Maraina in viaggio

Ora, il Blogger Recognition Award prevede che il blogger premiato racconti com’è nato il suo blog. Se parlo di me, però, andiamo a perderci nella notte dei tempi! Questo blog nasce nel 2011, ma sulle ceneri del compianto primo blog Viaggimarilore (aperto nel 2006!) che viaggiava su piattaforma Megablog. Un giorno Megablog chiuse i battenti, blog compreso, e fu durissima recuperare anche solo una parte dei post. Dovetti ricominciare daccapo, ma piano piano ho recuperato le forze. Il nome del blog fino a 3 anni fa era Viaggimarilore, i viaggi di Marina e Lorenzo. Nel blog troverete spesso, nei post più vecchi e nei diari, il riferimento a me e Lorenzo, non ultimo nel viaggio di nozze in Australia. Ma ahimè, le cose non vanno mai come ce le aspetteremmo, e un bel momento sono rimasta da sola a viaggiare. Ecco perché ho cambiato il nome del blog in Maraina in viaggio (anche se ho mantenuto la URL vecchia, per ora). In realtà non sono sola sola, ho un altro compagno di viaggio. Ma nel frattempo ho cambiato modo di intendere il blog e il tipo di contenuti che inserivo, per cui Maraina in viaggio, con un nome così personale, è il titolo che mi rappresenta di più.

Consigli ai blogger

Il Blogger Recognition Award chiede di dare a questo punto dei consigli ai blogger più giovani o meno esperti. Beh, io non sono una tigre del SEO né del webmarketing, ma mi ritengo ugualmente un’esperta, tanto che su un altro blog che gestisco, di archeologia, ho una sezione apposita dedicata al webwriting (in campo culturale, ma si può applicare benissimo a tutte le categorie di blog). Io credo fortemente nei blog, credo nei blog quando rendono davvero un servizio, quando pubblicano contenuti interessanti, verificati, completi e curati. Odio quei post che nel titolo promettono chissà che e poi hanno contenuti scarsi e superficiali; odio quei post raffazzonati e buttati là, non riletti e pieni di errori grammaticali; se scriviamo assicuriamoci di conoscere la grammatica e soprattutto rileggiamo ciò che abbiamo messo in bozza prima di pubblicare: va bene scrivere di pancia, ma se la pancia scrive con una sintassi errata, non possiamo far finta di niente, perché ne risente innanzitutto la qualità del nostro lavoro e il favore dei nostri lettori. Nessuno vuole perdere tempo su un testo scadente. Infine, la costanza: non apro un blog se poi non sono in grado di dedicargli tempo. Tempo vuol dire pubblicare con regolarità, vuol dire curare l’aspetto e la forma, vuol dire curare la comunicazione sui social. Il blog va coccolato e curato: è più simile a un animale da compagnia che ad una pianta grassa che può sopravvivere per un po’ se pure ci dimentichiamo di lei; di sicuro il blog non è un soprammobile, non è un prendipolvere.

Veniamo infine alle 15 nominations!

Piccoli Grandi Viaggiatori: Elisa è una cara amica dai tempi del liceo. Mamma di due splendidi bambini, ha sempre avuto la grande passione per i viaggi e ha la fortuna di avere un marito che condivide con lei questa passione e la sprona a metterci il cuore; se non fosse così sarebbe un problema, visto che il blog si rivolge a famiglie con bambini, con una filosofia: guai a chi ha paura di viaggiare con i più piccoli, perché non sono un impedimento, ma una risorsa, con un punto di vista totalmente diverso sul mondo.

Un Sardo in giro: ho conosciuto Daniele qualche anno fa, quando viveva a Roma e mi raccontava della sua Sardegna. Ora è tornato a vivere nella sua terra natale e attraverso il suo blog promuove in maniera esemplare la sua isola. Fa un ottimo lavoro in particolare su instagram: ogni volta le sue foto mi fanno venir voglia di tuffarmi nel mare di Golfo Aranci, davanti all’isola Tavolara!

Love Cetraro: puoi dedicare un blog solamente ad un paese (e al suo territorio) della Calabria vivendo a Milano? Certo che puoi, se ti chiami Laura e ami la tua terra di un amore viscerale, che emerge ad ogni singolo post, ad ogni singolo tweet e ad ogni singola foto su instagram. Le sue instagram stories non vanno guardate prima dell’ora di pranzo! Fanno sempre venire una fame i manicaretti che ci mostra!

Jamaluca Blog: Maria Rita è un’altra blogger calabrese che parla soprattutto della sua terra, ma anche di altre mete. Sta molto attenta alle tradizioni, al folklore, persino al turismo religioso, che è una nicchia di viaggi cui solitamente non pensiamo, ma in realtà molto diffusa e sentita (non solo al Sud).

Il Miraggio: Katia vive a Trento, ma ha vissuto anche all’estero e lavora nel settore turistico. Gira l’Italia e l’Europa, cerca mete meno note ed è attenta all’aspetto culturale delle sue mete. Il motto del suo blog è bellissimo: Nessuna strada ha mai condotto nessuna carovana fino a raggiungere il suo miraggio, ma solo i miraggi hanno messo in moto le carovane. Niente di più vero.

Pietrolley: Pietro è ligure, e io da buona ligure non posso non sostenere la #liguritudine! Viaggiatore in solitaria, prende parte e va. Io che finora non ho mai viaggiato da sola ammiro e un po’ invidio questa capacità e possibilità di farlo. Su Instagram, Pietro gestisce il profilo @Liguriamoremio, sul quale condivide i migliori scatti che immortalano angoli di Liguria con l’hashtag #Liguriamoremio: un bel modo di promuovere il territorio.

Destinazione mondo 20: Angelica, che si definisce travelteller e Christian, fotografo per passione, non potevano non dare vita ad un blog dinamico nel quale girano il mondo e ci portano con loro. Ho avuto la possibilità di collaborare con Angelica ad un post, scritto a 4 mani con Elisa di Piccoli Grandi Viaggiatori, per la sua rubrica con gli occhi di un local: ecco ciò che intendo quando parlo di fare rete tra blogger!

Il giro del mondo attraverso i libri: Chiara è una grandissima lettrice. Attraverso le sue recensioni ci porta in un mondo fatto di pagine e di inchiostro, dal quale però emerge il nostro mondo reale attraverso gli occhi e la penna, però, dei tanti autori che l’hanno raccontato. Non solo e non necessariamente letteratura di viaggio, ma anzi una ricca biblioteca di letteratura mondiale nella quale trovare idee e spunti per il prossimo libro da leggere.

Viaggiare con gli occhiali: Giulia fa dei Il mio plauso a lei va perché ha il coraggio di dedicare una categoria dei suoi post alle disavventure di viaggio. Tutti noi puntiamo, al ritorno dai nostri viaggi, a tacere o minimizzare sugli imprevisti o sugli episodi brutti, e ad enfatizzare le imprese eccezionali. Ma viaggiare, e dare consigli di viaggio, vuol dire anche avere il fegato di dire cosa non è andato e cosa si è sbagliato. E quindi brava Giulia!

A spasso per Firenze: Francesca è una cara amica che vive a Firenze ed esplora la città il più possibile. Non è il solito blog su Firenze, questo è piuttosto il luogo in cui lei registra gli eventi cui partecipa e i luoghi che visita, dai musei alle SPA. Fornisce informazioni pratiche, i suoi post non sono zeppi di “incredibile”, “meraviglioso”, “sublime”: aggettivi superlativi che non aggiungono nulla alle informazioni e di cui invece i blog sovrabbondano; lei ti dice se una cosa è utile o inutile, se è organizzata bene o male, se costa tanto o costa poco.

The Art Post Blog: Caterina è un’artblogger. L’ho conosciuta grazie ad un evento organizzato da lei al Museo Bagatti Valsecchi di Milano: fu un’occasione per conoscere altre blogger e per parlare di didattica museale e di promozione dei musei attraverso la rete. Caterina scrive tantissimo di mostre da visitare e visitate, e di città d’arte, con info pratiche sempre utili a chi deve organizzare i propri itinerari culturali. Sulle sue Instagram Stories racconta quotidianamente il suo lavoro e le sue giornate: chiacchiera tantissimo, e viene voglia di fare un video di risposta per interagire con lei!

ViaggiArteTurismo: Claudia è una storica dell’arte artblogger che ho conosciuto l’anno scorso a Paestum, alla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico. Ha recentemente rinnovato il blog, che ha il pregio di accogliere, oltre alle informazioni su mete d’arte e di turismo culturale, anche articoli di tipo professionale per gli operatori del settore.

My take it blog: questo è il blog di My Take it, un progetto giovane di piattaforma turistica per prenotazioni online. Al blog a breve inizierò a collaborare anch’io, e sono molto emozionata!

Girandolina: è il blog di Elisa e Alessio. Viaggiano tantissimo, scrivono tantissimo ed hanno una propria trasmissione di viaggi su White Radio, un’emittente di Prato (alla quale farò un’ospitata tra qualche tempo). Hanno girato davvero tutto il mondo, dalla Toscana dove vivono all’Oceania. Sul blog tante info pratiche oltre al racconto dei viaggi.

PassoinIndia: il blog del tour operator Passo in India è una fonte continua di sogni ad occhi aperti per me! Curiosità (come il matrimonio tra rane), narrazioni, informazioni su India, Nepal, Ceylon. L’India è una regione così affascinante e carica di promesse e di contraddizioni! Quando voglio leggere qualcosa di totalmente diverso mi rifugio in questo blog, e so che non mi delude.

Tu chiamale, se vuoi, “arti minori”: visita al Bargello che non ti aspetti

Ho visitato recentemente il Museo Nazionale del Bargello a Firenze. Chissà perché per tutto questo tempo l’ho snobbato. Entrarci invece è stato una scoperta continua, un’emozione senza pari, un’immersione nella bellezza dalla prima all’ultima sala.

 

I due David di Donatello esposti al Bargello

Sì, il Bargello è quello del David di Donatello: la statua in bronzo che raffigura il giovane eroe biblico dopo aver sconfitto il gigante Golia. Il tema piaceva molto alla Firenze rinascimentale, e infatti troviamo varie sculture realizzate dai più insigni artisti del tempo: Donatello, per l’appunto, ma anche Andrea del Verrocchio (che fu maestro di Leonardo da Vinci) e Michelangelo. Donatello addirittura ne realizza due di David: si trovano entrambi nel Salone di Donatello, al primo piano del Bargello.

Ma non è certo il David di Donatello che mi colpisce, né il Bacco di Michelangelo, né il Mercurio e le altre statue più o meno note del Giambologna (scultore che nella Firenze dei Medici ebbe grandissima fortuna: avete presente il Colosso dell’Appennino nella villa medicea di Pratolino, oggi Villa Demidoff?), ma sono quelle che vengono definite in Storia dell’Arte “Arti minori“.

Avori intarsiati, sculture in bronzo e smalto, oreficerie, legni dipinti, medaglie, terrecotte policrome e smaltate, porcellane, armi e armature da parata, reliquiari, brocche in smalto: dal medioevo al XVI secolo e oltre al Bargello è data dignità a tutte quelle produzioni di artigianato artistico che negli altri musei difficilmente trovano spazio. L’ambientazione, poi, è notevole: un palazzo medievale (che fu la prigione di Firenze) che anche nella successione delle stanze, delle logge e degli arredi mantiene la sua medievalità. Originale è la Cappella della Maddalena (sulla cui parete di fondo, tra i vari personaggi fiorentini rappresentati, si trova pure Dante Alighieri), mentre nelle altre sale sono inseriti ad arte arredi che provengono da altri palazzi medievali o rinascimentali fiorentini e non solo (come il camino di Palazzo Borgherini del 1515).

Museo del Bargello, Sala Carrand

Tondo in avorio, scena di assedio al Castello d’Amore, Francia, XIV sec.

Ciò che più mi riempie di meraviglia sono gli avori, ai quali è dedicata un’intera sala. Predelle, dittici, cofanetti, pomelli, elementi degli scacchi, pettini e statuine: capolavori in miniatura che vanno da un’epoca anche piuttosto remota, il IV-V secolo d.C., dunque l’età bizantina, fino al XVII secolo. All’epoca più antica appartengono i dittici: due elementi rettangolari che dovevano essere legati insieme e sui quali sono solitamente rappresentate scene a soggetto religioso; erano solitamente doni a vescovi o da vescovi per personaggi eminenti. L’avorio era anche utilizzato per i cosiddetti “oggetti da toeletta” (come vengono definiti in disascalese, cioè sulle didascalie dei musei): specchi, pettini e cofanetti. I soggetti rappresentati abbandonano allora il tema religioso per diventare mitologici, oppure cavallereschi: nel Medioevo troviamo spesso raffigurato il Castello di Amore, assaltato da nemici che si sfidano a singolar tenzone. Prodotti in Francia e Germania, questi oggetti sono davvero eleganti e dettagliatissimi.

Lucerna in bronzo

La Sala Carrand, che ospita la collezione donata al Bargello da un collezionista francese di nome Carrand, è vastissima e molto varia: si va dalla lamina di Agilulfo, un elemento decorativo dell’elmo del re longobardo, che si data alla fine del VI secolo d.C. alle brocche in rame e smalto, passando per chiavistelli e chiavi che sono veri capolavori del ferro, ad acquamanili in bronzo a forma di cavallo e cavaliere (cos’è un acquamanile? un vaso per versare l’acqua, né più né meno), a laminette in vetro e oro: molto belle quelle che rappresentano la parabola dei vignaioli tratta dal Vangelo. Bellissimo anche un cofanetto in legno per le spezie, che contiene ancora i suoi piccoli barattolini in vetro. E poi ancora vetri soffiati e artistici, e lucerne in bronzo dalle forme… ecco… particolari, come quella che ritrae un uomo nudo tutto piegato: la fiamma doveva uscire da… proprio da lì, ci siam capiti.

Un’altra produzione del tardo medioevo/Rinascimento che apprezzo particolarmente è la terracotta smaltata con cui venivano realizzate per la maggior parte sculture a rilievo. Gli artisti più noti per questa forma d’arte sono Luca e Andrea Della Robbia, che riescono a creare dei capolavori con l’uso, essenzialmente, di 3, 4 colori al massimo: il bianco, per le figure umane, l’azzurro per lo sfondo, il verde e il giallo per gli elementi vegetali. Si tratta solitamente di scene a soggetto religioso (e infatti spesso decoravano lunette, o altari) vivacissime, ma al tempo stesso molto delicate: i volti delle Madonne, o quelle dei Bambin Gesù sono di una dolcezza rara.

Terracotta smaltata con la deposizione di Cristo dalla croce

In Toscana queste terrecotte ebbero grande diffusione: oltre che nelle varie chiese di Firenze, si trovano fino a La Verna, dove decorano la chiesa del monastero presso il quale San Francesco aveva ricevuto le stigmate.

Accanto alle terrecotte artistiche non può non trovare spazio la ceramica artistica, intesa come piatti, brocche, bicchieri e bacili: un’intera sala è dedicata a produzioni che vanno dal Medioevo (fin dal IX secolo d.C. con una brocchetta a “vetrina pesante”, passando poi per le maioliche arcaiche) fino al XVII secolo: luoghi di produzioni sono la Toscana, Montelupo in particolare, Faenza, Urbino e Savona; alcuni oggetti sono davvero notevoli, perché dipinti da veri artisti.

La sala della piccola scultura in bronzo è molto interessante: in essa trovano spazio tante piccole opere che avevano il loro modello in opere note dell’antichità o degli artisti rinascimentali: il Laocoonte, ad esempio, o il Toro Farnese, oppure varie rappresentazioni di Venere, di Marte, di Ercole che compie qualcuna delle sue Fatiche. Si tratta di opere che copiano pedissequamente oppure che reinterpretano le iconografie antiche dando loro una nuova vitalità, in linea anche col gusto contemporaneo. Osservare queste piccole sculture permette di comprendere qualcosa di più sul gusto rinascimentale per l’arte e per l’antico.

Armatura da parata del piccolo Cosimo III Medici

Una sala è dedicata ad oggetti di produzione islamica: armi, avori, ma anche stoffe, piatti e piastrelle in ceramica a lustro, ovvero decorate con colori che hanno una forte componente metallica brillante. Questo vasellame ebbe una buona diffusione nel medioevo in Italia. Le piastrelle, poi, non sono tanto diverse dagli azulejos spagnoli, le piastrelle, cioè, che decoravano l’Alcazar di Siviglia e l’Alhambra a Granada.

Infine le armi e le armature. Non sono un’amante del genere, ma trovarmi al cospetto di selle da parata in avorio (non proprio comode per sedersi, mi viene il dubbio) di scudi con la testa di Medusa e delle armature da parata appartenute ai rampolli del casato Medici, come Cosimo III, per esempio, mi mette lievemente in soggezione.

Dalla finestra, intanto, sbuca l’onnipresente Cupola del Duomo di Firenze. Una presenza rassicurante, un punto di riferimento sempre e comunque in questa città che si conferma, ogni giorno, una fonte inesauribile di spunti culturali.

La Cupola del duomo vista dal Bargello

Itinerari d’arte in Toscana: la villa medicea di Cerreto Guidi

Era una casina di caccia, la Villa Medicea di Cerreto Guidi. Voluta da Cosimo I de’ Medici, era il luogo in cui il Signore di Firenze veniva a svagarsi, lontano dalla città, andando a caccia nelle sue terre, nei suoi boschi, nei suoi territori: siamo nei pressi del Padule di Fucecchio, area da sempre ricca di fauna.

Per questo la Villa ospita il Museo Storico della Caccia e del Territorio, insieme a una bella e importante collezione artistica risalente al Cinque-Seicento.

Nonostante sia una casina di caccia, non sorge isolata, ma in cima al borgo di Cerreto Guidi, sui resti dell’antico castello dei Conti Guidi, una famiglia medievale nobile che in Toscana diede impulso alla costruzione di molti borghi e castelli e che ricoprì spesso ruoli politici e storici importanti, nel bene e nel male, nei confronti di Firenze.

Il salone principale al primo piano della villa

L’accesso alla villa è incredibilmente gratuito. Il percorso di visita si articola su due piani, più il giardino che guarda sul vasto panorama circostante.

L’interno della villa è un gioiello, un susseguirsi di piccole stanze una più preziosa dell’altra, vuoi per gli arredi, vuoi per le pareti affrescate, vuoi per i dipinti e per gli oggetti da collezione. Al pianoterra è notevole la camera da letto di Isabella d’Aragona, e il Salottino delle Dame, con le pareti affrescate con bei paesaggi classicheggianti, ma a mio parere le sale migliori si trovano al primo piano.

Il Salottino delle Dame, pianoterra della villa medicea di Cerreto Guidi

Salita la rampa di scale, incontriamo due ballatoi. Nel primo alcuni resti di decorazioni architettoniche medievali che non hanno a che fare con la Villa, ma che io adoro: capitelli figurati antichi, appartenuti alla collezione medicea. Perché, come scoprirò nelle sale successive, anche qui, lontano dalla bella e colta Firenze, i Medici si circondavano di antichità, delle quali erano grandi estimatori. Una sala in particolare, chiamata non a caso, la Sala dell’Archeologia, accoglie alcuni reperti archeologici (tra cui il coperchio di un’urnetta cineraria etrusca femminile, per esempio, come se ne possono vedere anche al Museo Archeologico Nazionale di Firenze) mentre alle pareti si susseguono affreschi bellissimi ed evocativi rappresentanti l’Antico Egitto, il Colosseo, e altri panorami archeologici, il tutto sotto l’austera supervisione delle Muse: l’ispirazione all’antico è forte e potente. Nella sala successiva invece la collezione si concentra sulle armi bianche (una katana giapponese e varie spade preziosamente cesellate fanno bella mostra di sé) mentre in quella successiva sono le armi da fuoco a catturare l’attenzione: tra le pistole pure una pistola da bambini, chissà se un giocattolo o semplicemente più piccola: siamo nel XVII secolo, in fondo, e l’educazione del “giovin signore” era sicuramente diversa da quella dei bimbi attuali.

Uno degli affreschi della Sala dell’Archeologia nella villa medicea di Cerreto Guidi

Il ballatoio affrescato

Il secondo ballatoio è a mio parere l’ambiente più bello di tutta la villa: le pareti sono affrescate illusionisticamente con un paesaggio antico in rovina, ruderi semidiroccati di palazzi antichi, che danno un senso di austerità, ma anche di decadenza, in linea con la corrente pittorica ruinista che nel Sei-Settecento si diffuse in Italia. La villa dopo essere stata di proprietà dei Medici continuò ad essere usata per lungo tempo. A completare l’atmosfera antichizzante alcune opere d’arte antica, statue in marmo e rilievi. L’insieme risulta molto elegante, per nulla pesante o eccessivo. Da qui si gode, poi, una bella vista sul giardino e sul Montalbano, l’area collinare nei pressi della quale sorge Cerreto Guidi.

Proseguendo da questo ballatoio, una sorta di anticamera, nella quale è esposto un presepe in statuette di legno e un dipinto di Andrea Mantegna, immette in un affaccio sulla chiesa del borgo di Cerreto Guidi, alla quale la villa si appoggia: da qui, non visti, i signori della villa potevano assistere alle funzioni religiose in tutta tranquillità, senza subire la calca dei fedeli.

Il giardino non è particolarmente grande: aiuole ben disegnate, da autentico giardino all’Italiana e statue in terracotta che rappresentano le stagioni sono l’aspetto più rappresentativo di questo spazio verde, che guarda sul panorama delle colline del Montalbano e allo stesso tempo isola dal resto del borgo che si stende ai piedi della villa.

E vediamolo, questo panorama: fatto di vigneti che si stendono a perdita d’occhio. Siamo nella zona vinicola del Montalbano, ma da qui la strada più veloce per raggiungere Firenze passa per Fucecchio e per l’Empolese. Il panorama cambia, in men che non si dica ci ritroviamo a risalire il corso dell’Arno. Una bella valle, chiusa tra alture dominate da castelli: Fucecchio, San Miniato, poi Montelupo e Signa. Territori intrisi di medioevo e di Rinascimento, territori ancora fortemente poetici e tradizionali, territori che vale la pena di approfondire, in una bella gita domenicale.

Lasciando Cerreto Guidi verso Empoli, il territorio di dolci colline è coltivato a vigneti. Sullo sfondo si individua l’inconfondibile torre di San Miniato

#desertislandrecords: la playlist per viaggiare

Siamo circondati da musica. Fin da quando mi sveglio la mattina ho un motivetto che canticchio in testa. Qualche volta diventa un vero tormento addirittura levarselo di torno e allora come lo scaccio? Con un’altra canzone, ovvio! e avanti così, tutto il giorno…

Accolgo la nomination di Elisa di Piccoli Grandi Viaggiatori per #desertislandrecords, la quale mi chiede cosa ascolto quando sono in giro. In particolare, mi chiede 5 dischi da portare su un’isola deserta.

Difficile scegliere. Ho pensato di fare una cosa diversa, però: ho scelto album, o canzoni, che mi riportano ai viaggi; viaggi che ho fatto in passato e che mi sono rimasti nel cuore, viaggi cantati dalle canzoni. I 5 dischi da portare su un’isola deserta hanno tutti un qualche significato particolare. Ah, e naturalmente appartengono a generi totalmente differenti l’uno dall’altro!

1) Franco Battiato

Non vi sembra di essere in una canzone di Battiato con questo treno a vapore?

Lo so, abbiamo detto un album e le regole vieterebbero di inserire raccolte o gratest hits. Però come si fa a non riunire tutte insieme le canzoni di Battiato che parlano dei viaggi? Strade dell’Est, Mal d’Africa, Gli Uccelli, I treni per Trozeurs sono solo alcune delle canzoni che raccontano un viaggio, o parlano di viaggi, reali o immaginati. Le parole delle canzoni di Franco Battiato hanno la capacità di trasportarmi nei luoghi che descrive, che si tratti di Alexander Platz a Berlino o della Prospettiva Nevskij a San Pietroburgo: in pochi versi mi trascina con sé nei posti che descrive, e io li vedo con i miei occhi.

Dovendo scegliere una canzone, scelgo Gli Uccelli, vero inno alla libertà di viaggiare e di scoprire il mondo da un altro punto di vista: “Aprono le ali, scendono in picchiata, atterrano meglio di aeroplani, cambiano le prospettive al mondo“.

2) Madonna

giordania wadi rum

La montagna dei Sette Pilastri della Saggezza, Wadi Rhum

L’album di Madonna “Confessions on a dance floor” è in assoluto il mio preferito della cantante, anche se devo dire che nel corso dei decenni ha regalato capitoli di musica davvero notevoli: come dimenticare i tempi di Frozen o di You’ll see? O ancora, tornando indietro nel tempo, de La Isla Bonita? Però è l’album di Jump e Sorry il mio preferito, nonché quello che mi accompagna davvero in macchina quando guido da Firenze per tornare a Imperia: allora sono da sola in macchina, e canto a squarciagola.

Di tutto l’album, due canzoni amo particolarmente: una è Forbidden Love; l’altra, invece, è Isaac: sonorità arabeggianti e un ritornello in lingua araba mi portano lontano da ovunque mi trovi e mi catapultano nel deserto, presso una tenda beduina, nel Wadi Rhum, magari, il deserto giordano.

3) Fabrizio De André

Negozio di frutta in via del Campo, un angolo caratteristico dei vicoli di Genova

Con De André nelle orecchie torno a Genova ogni volta. Il poeta e cantore genovese ha saputo meglio di chiunque altro raccontare i vicoli della sua città, le vite umili di gente comune: storie che danno sempre i brividi. Ai quartieri dove “il sole del buon dio non dà i suoi raggi” De André ha dedicato tantissimo della sua poetica, e passando ancora oggi per gli stretti vicoli sembra di risentire nelle orecchie stralci delle sue canzoni. In via Del Campo, proprio nel cuore dei vicoli, il Museo De André è un piccolo spazio dove sono esposti strumenti musicali, foto d’epoca, album, e dove si possono acquistare cd e libri su di lui e sugli altri cantautori genovesi.

E proprio Via del Campo è la canzone di De André che scelgo: parla della mia Genova, città che amo e dove torno sempre volentieri e sempre troppo poco. Perdersi nei suoi vicoli, oltre a farci scoprire stralci di umanità altrimenti nascosta, vuol dire anche scoprire edifici, scorci, architetture e decorazioni da lasciare a bocca aperta. Genova è di una bellezza timida, intima, che si svela solo a chi pervicacemente vuole scoprirla.

4) Tribalistas

Il tucano ospite del Lodge nella Foresta Amazzonica

Ricordi del mio interrail del 2003 quando con un’amica di La Spezia e un amico brasiliano partimmo d’estate alla volta dell’Europa, tutta l’Europa. Fu per me la prima volta che uscii dal guscio e dalla mia confort zone, mi misi in gioco, visitai nel giro di un mese Vienna, Berlino, Parigi, Amsterdam, Madrid, Siviglia, Granada e Barcellona. Nel mezzo una settimana in Portogallo, tra Coimbra, Fatima e Nazaré al mare. Ne porto un ricordo ancora vivido e non perdo occasione per parlarne, sempre con gli occhi a cuore. La canzone dell’estate quell’anno era Ja sei namorar dei Tribalistas, trio brasiliano che con le sue sonorità aveva fatto breccia nel mio cuore come in quello di tanti altri. Il mio amico brasiliano l’aveva tradotta per noi. Aggiungiamo poi che quell’estate, in Portogallo ebbi un’avventura estiva con il nostro ospite portoghese, un ragazzo che aveva a sua volta fatto l’erasmus a Genova, Ja sei namorar non poteva che essere la colonna sonora ideale.

Ormai la ascolto poco, ma quando capita, ricordo ancora a memoria le parole di Ja sei namorar: ritorno al mare a Nazaré, al Monastero di Belen a Lisbona, lungo il fiume a Porto. Ja sei namorar mi ricorda il mio primo vero incredibile viaggio.

5) Buddha Bar

Lo so, si è detto niente raccolte, e Buddha Bar invece è una raccolta. Anzi, più raccolte. Sonorità indiane, africane, orientali, tutte capaci di portarmi esattamente là dove le note mi stanno suggerendo. Su un’isola deserta in effetti vorrei avere l’illusione di trovarmi altrove, che sia Marrakesh in un giorno di festa, che sia lungo il fiume Indo o durante una cerimonia buddhista in Tibet. Non conosco i singoli titoli, ma ogni brano mi trasporta lontano, come se fossi sul tappeto volante di Aladdin (avete presente? Quello con le nappine che si muovono mentre Aladdin canta a Jasmine “Il mondo è tuo“: cose che chi non è cresciuto a pane e cartoni animati Disney non può capire).

Tangeri

Tra tutte le canzoni scelgo Le Tatouage bleu di Ben Onono, per me una bellissima canzone in lingua francese che se non fosse stato per Buddha Bar non avrei mai potuto ascoltare. Invece mi trascina con sé, in una storia d’amore contrastata, appassionata, che vedo ambientarsi perfettamente a Tangeri: all’inizio della canzone, quando recita “Si elle le suit, il la fuit, s’il la suit, elle le fuit” (se lei lo insegue, lui fugge, se lui la insegue lei fugge), mi immagino proprio due innamorati che si inseguono, perdendosi, e ritrovandosi, negli strettissimi vicoli bianchi e azzurri della Casbah di Tangeri. E tutto diventa estremamente romantico, e struggente.

Non c’è niente di più soggettivo della musica: i gusti musicali sono così personali! E basta una parola, una sonorità, un accordo a farti decidere che quella è la canzone perfetta. Queste sono le mie 5 scelte per la mia isola deserta (la voglio ai Tropici, a proposito). Ora invece sono curiosa di sapere quali sono le vostre!

Nomino perciò 5 blog, che spero vorranno cimentarsi e condividere i loro gusti musicali:

Love Cetraro

Jamaluca

Il Miraggio

Viaggiando con Bea

Attimi e pillole di viaggio

Autostrada del Mediterraneo, la guida agli Itinerari lungo la Salerno – Reggio Calabria

Repubblica in collaborazione con Anas ha pubblicato quest’estate un’interessantissima guida che corre parallela al tracciato dell’autostrada Salerno – Reggio Calabria.

Nota e anzi famigerata per i lavori sempre in corso, per il suo cattivo stato (non è vero! Ormai il tratto calabrese almeno fino a Cosenza – oltre non so – è ottimo) e per le code durante le partenze intelligenti sotto il sole estivo, la Salerno – Reggio Calabria è a tutt’oggi un lunghissimo tratto autostradale gratuito ed è la via che attraversa Campania e Calabria con un breve intermezzo nella Basilicata tirrenica.

Viaggiando in autostrada, io amo osservare il panorama. Adoro scoprire colline, montagne, borghi e castelli e cercare di indovinarne il nome sulla base della vicinanza ad un casello o a quell’altro. L’autostrada è del resto il mezzo più veloce per raggiungere in auto qualsiasi meta prefissata, ma è anche bello decidere di punto in bianco di uscire per fare un’escursione nel territorio.

La guida Autostrada del Mediterraneo serve proprio a questo: stai viaggiando, vedi il nome della prossima uscita: Fisciano, per esempio. E la domanda sorge spontanea: cos’è Fisciano? Vale la pena fermarsi e vederla? E intorno cosa c’è? E per mangiare? E se ci piace la zona e volessimo addirittura pernottare?

Ecco che la guida fornisce, a partire dalle singole uscite autostradali, una serie di itinerari di volta in volta naturalistici, culturali, marini, proponendo monumenti imperdibili e borghi incantevoli, suggerendo un’ampia scelta di ristoranti/osterie e di hotel/b&b per soggiornare.

Inutile dire che la guida sia ricca di spunti e che ogni pagina che sfoglio mi invogli ad abbandonare l’autostrada alla prima uscita utile per andare a esplorare cosa ci sia all’intorno.

Credits: StradeAnas.it

Grande merito di questa guida è quello di segnalare tante piccole realtà meno note, ma ugualmente importanti: come la Nave della Sila, il museo dedicato all’emigrazione italiana nel corso dell’8-900, e il Museo della Memoria Internazionale di Ferramonti, entrambi in Calabria.

Paestum, il tempio di Cerere al tramonto

Tra le tante escursioni proposte, qualcuna la conosco già per averla già percorsa per conto mio: a Paestum, per esempio, torno spesso; sono stata a Velia (che è proposta in un itinerario proprio insieme a Paestum); a Battipaglia esco spesso proprio per fare un pitstop energetico a base di mozzarella di bufala 😉 . Entrando in Calabria sono stata a Morano Calabro e ho già percorso sia la costa tra Paola e Diamante che la Sila. Insomma, qualche spunta sull’indice della guida posso dire di averla messa. Ma tanti sono gli itinerari che mancano all’appello e che ugualmente mi ispirano. Per esempio la Certosa di Padula è una delle mete che mi ispirano, così come il Volo dell’Angelo in Basilicata… Chissà che durante la mia discesa verso la Calabria non soddisfi qualcuna delle mie curiosità…

La Guida Autostrada del Mediterraneo era in vendita con Repubblica all’inizio di luglio. Tuttavia, trattandosi di un inserto a parte, lo potete trovare anche a sé in edicola (non è detto, ma a me fortunatamente è successo così). Costa 1,90 €, davvero un’inezia, e invece è una preziosissima compagna di viaggio. Online è attivo il sito web AutostradadelMediterraneo.it e un’app che accompagna lungo il percorso: tutto da scoprire.

Una passeggiata a Galatina, la capitale del “tarantismo”

In Puglia di questi tempi si svolge la Notte della Taranta, una serie di serate, di concerti che culmineranno nella serata finale del 26 agosto a Melpignano. Si tratta di una manifestazione musicale molto seguita e intensa, durante la quale accanto a gruppi locali che continuano a portare avanti la tradizione della pizzica, si esibiscono ospiti noti al grande pubblico e internazionali. Negli anni la Notte della Taranta è diventata un appuntamento da non perdere nelle serate salentine.

Ma se molti conoscono la Notte della Taranta, pochi sanno da dove essa ha origine. Tutto nasce a Galatina, cittadina del Salento, ai margini della Grecìa. Andiamo a fare un giro da quelle parti.

il centro storico di Galatina

La basilica di Santa Caterina d’Alessandria a Galatina

La basilica di Santa Caterina d’Alessandria è il monumento più rappresentativo della cittadina, e soprattutto della sua storia. Essa deve il suo aspetto attuale alla presenza dei monaci francescani inquisitori qui, voluti da Raimondello Orsini del Balzo, il signore del luogo. L’interno della chiesa è una meraviglia del Gotico Internazionale che ricorda, per certi versi, la basilica superiore di Assisi (non per nulla è una chiesa francescana), attraverso la cui lettura si capiscono tante cose della storia sia di Galatina che dell’arrivo dell’affermarsi del Credo cattolico di rito romano qui. Sì, perché prima dell’arrivo dei Francescani, nel XV secolo, nel Salento si celebravano le funzioni religiose secondo il rito greco bizantino (che non è ortodosso, attenzione!). Questo rito però era osteggiato da Roma in quanto non era esattamente quello dettato dal papa (ma nel rito greco bizantino l’autorità del papa non è messa in discussione!). Alcuni centri, tra cui Galatina, accolsero quasi subito il rito cattolico, altri invece, come la vicina Soleto, rimasta nella Grecìa salentina, resistettero molto più a lungo. Insomma, sottilissime questioni teologiche sono la chiave di lettura degli affreschi di questa chiesa.

Alcuni affreschi della basilica di Santa Caterina a Galatina. Credits: http://www.basilicaorsiniana.it/

Sono accesissimi racconti per immagini: innanzitutto troviamo le storie dell’Apocalisse, tanto per far capire subito ai fedeli come andranno le cose una volta che arriveremo alla fine del mondo. Immagini allegoriche, terribili, create apposta per restare impresse negli occhi e negli animi dei fedeli di Galatina. Colori vividi che un recente restauro ha enfatizzato. Mostri come la bestia a sette teste, erano destinati a popolare gli incubi dei più sensibili, sicuramente; la raffigurazione del terremoto era un altro orrore da temere, simbolo della fine del mondo.

Si procede poi con le storie della Bibbia, da Adamo ed Eva (il serpente ha, ovviamente, testa di donna, e il Giardino dell’Eden è chiuso da mura, mentre l’albero del frutto proibito dispensa datteri e non il consueto “pomo”) alla Torre di Babele, che è l’occasione per mostrare il mestiere dei costruttori del tempo. Vi sono poi le storie di Cristo, tra le quali la tentazione nel deserto, in cui Satana tentatore è raffigurato con piedi d’uccello e abito da frate domenicano,  e nella navata laterale le Storie della Vergine con la rappresentazione di storie apocrife della vita della vergine, tra cui i funerali di Maria.

palazzi storici a Galatina

La chiesa è dedicata a Santa Caterina d’Alessandria, alla quale è dedicata la campata dell’abside e della quale è custodita una reliquia, per l’esattezza un dito che pare essere stato strappato a morsi da Raimondello del Balzo Orsini in persona dalla sua salma custodita nel monastero di Santa Caterina sul Sinai: certo un metodo inconsueto di procurarsi una reliquia, ma evidentemente in certi casi il fine giustifica i mezzi.

La cittadina si presenta con i suoi bei palazzi signorili in pietra bianca leccese. È un bel borgo, piacevole, con strade ampie e fiori alle finestre. Il pasticciotto, dolce tipico salentino, pare essere stato inventato qui, nel 1740, nella pasticceria Ascalone.

La cappella di san Paolo e il Tarantismo

Ma l’edificio più singolare, non tanto per l’architettura in sé, quanto per la storia che custodisce, è la piccolissima cappella di San Paolo.

Narra la leggenda che San Paolo, sbarcato in Salento e giunto a Galatina, qui sia stato ospitato da 3 sorelle alle quali in cambio dell’ospitalità egli donò il potere di guarire dal morso degli animali velenosi. Ormai anziana, l’ultima delle 3 sorelle per non disperdere questo potere sputa nell’acqua di un pozzo. A questo pozzo verranno per secoli le fanciulle tarantate a bere l’acqua dopo aver compiuto il rituale di purificazione nella adiacente cappella di San Paolo.

Un avviso nella cappella si San Paolo a Galatina vieta di ballare la Taranta all’interno

Un cartello all’ingresso di questa minuscola cappella fa capire il tenore delle celebrazioni che vi si svolgevano: “è assolutamente vietato danzare in questa chiesa e/o arrampicarsi sull’altare“. Perché, potrebbe succedere? Oggi no, ormai non più, ma fino a poche generazioni fa poteva essere probabile

Il Tarantismo

Il pozzo di San Paolo dietro la Cappella di San Paolo a Galatina

Nei secoli passati nelle campagne della Grecìa salentina, e in particolare a Galatina, le fanciulle che andavano nei campi venivano morse dalla tarantola. Per espellere il veleno del ragno, che le faceva cadere dapprima in uno stato di torpore e di indolenza, dovevano ballare, ballare e ballare fino allo sfinimento, in modo da sudare e in questo modo sperare di guarire. Un’orchestrina si riuniva e la fanciulla al suono costante e incalzante ballava e ballava, entrando in uno stato di trance finché non crollava, sfinita. Il rituale, che è un rituale di possessione, perché la ragazza è “posseduta” dal ragno, è noto, scritto, fin da documenti del XIV secolo. In occasione del 29 giugno, festa di San Paolo, le tarantate si recavano alla cappella di San Paolo a Galatina e chiedevano la grazia della guarigione ballando nuovamente (ecco il perché del cartello).

Questo rituale è andato avanti fino agli anni ’60/70 del Novecento. Appena pochi anni prima che scomparisse, un antropologo, Ernesto De Martino, venne appositamente in Salento a studiare il fenomeno del tarantismo. È evidente che nessuna ragazza sia mai stata morsa effettivamente da un ragno, ma essa andava comunque davvero in trance e ballava e credeva fermamente in quello che faceva, perché vi era stata indotta dal suo contesto culturale di riferimento.

Oggi che sono mutati i riferimenti culturali, più nessuna ragazza soffre di tarantismo e la Notte della Taranta è diventata una lunga festa che coinvolge varie località del Salento e richiama un vasto pubblico da tutta Italia oltre che artisti di richiamo sia locale che nazionale. Una festa ampiamente sentita e con un’ampia risonanza in tutto lo Stivale. E credo che sia sempre bello scoprire da cosa hanno origine le feste attuali, no?

(Questo post nasce a seguito della splendida visita guidata a Galatina cui ho partecipato durante il blogtour #santilumi17. Gli altri articoli li trovate qui)