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Salento divino. 3 chiese salentine assolutamente da visitare

Lu mare, lu sule, lu ientu, le tradizioni radicate e la religiosità insita nell’Italia e negli italiani. Una religiosità che si confonde con la storia, con la storia dell’arte, con l’architettura. Un patrimonio assolutamente da scoprire.

salento divino

Il Salento è davvero divino: vi parlo di tre chiese salentine assolutamente da visitare e da conoscere per comprendere a fondo questa terra che non è solo mare e turismo, ma è passione, è cultura, è tradizione. Andiamo a Galatina, poi a Otranto e infine a Gallipoli, a conoscere le rispettive basilica e cattedrali.

Basilica di santa Caterina a Galatina

santa Caterina Galatina

La tentazione del frutto del bene e del male, ovvero un dattero: Basilica di Santa Caterina, Galatina

In una terra di tradizione greca, com’era il Salento fino al XIV secolo circa, viene costruita una basilica che si pone come nuova frontiera della chiesa cattolica di tradizione latina. Per farlo vengono chiamati artisti dal centro italia: è il momento del Gotico Internazionale, è il momento in cui i francescani stanno emergendo come ordine monastico e proprio loro vengono chiamati a “colonizzare” questo angolo di Puglia. Il modo migliore per evangelizzare è spiegare attraverso le immagini le storie della Bibbia, del vangelo e della Santa Caterina, cui è intitolata la chiesa.

Il ciclo pittorico della basilica di Santa Caterina è incredibile; può essere tranquillamente paragonata a San Francesco d’Assisi per l’impegno pittorico, per il ciclo di affreschi e anche per certi rimandi che non si possono sottovalutare: come il blu di sfondo alle scene. Si inizia con l’Apocalisse sulla controfacciata, in cui la fine del mondo vicina è narrata attraverso le immagini forti e vivide raccontate nel testo di San Giovanni Evangelista. Poi abbiamo le storie della Bibbia, con Adamo ed Eva, la cacciata dall’Eden perché entrambi mangiano dall’albero del bene e del male (che è un dattero, e non il pomo che comunemente conosciamo). Quindi ci sono le storie della vita di Cristo, e, nell’abside, le storie e il martirio di Santa Caterina, la cui figura sembra essere la trasposizione in chiave cristiana della figura di Ipazia, la filosofa di Cirene che fu perseguitata dai Cristiani, seviziata e uccisa. Santa Caterina sembra subire le stesse mortificazioni, ma in chiave opposta. Molto ci sarebbe da dire sulle storie dei martiri cristiani, ma non è questo il luogo. Certo, è curioso tutto ciò, così com’è curioso che Santa Caterina, seppellita sul monte Sinai, sia stata depredata di un dito, che le fu strappato a morsi da Raimondello del Balso, signore di Galatina, che qui portò la preziosa reliquia. L’orrore regna sovrano.

santa caterina galatina

parte del soffitto voltato e interamente affrescato di Santa Caterina a Galatina

La navata laterale è dedicata alla Madonna. Storie della Vergine, prese anche dai vangeli apocrifi, e finalmente la firma di uno degli artisti, Franciscus de Arretium, che ci dice la provenienza dei pittori della basilica.

Cattedrale di Otranto

La cattedrale di Otranto è famosissima per il suo mosaico pavimentale, che ricopre totalmente il pavimento della chiesa, sia le tre navate che l’abside centrale. Realizzato dal monaco Pantaleone nel XII secolo, non è semplicemente una Bibbia per immagini, come si potrebbe immaginare, ma in realtà è molto di più e molto di diverso.

otranto

Otranto, la piazza della Cattedrale alle 2 del pomeriggio: quando non c’è nessuno.

La narrazione è complicatissima. Nella navata centrale abbiamo l’albero della vita. Un albero alla cui base si trova Alessandro Magno (e voi direte: che c’entra con la cultura cristiana? C’entra però con la cultura greca di cui Pantaleone era portatore). In cima all’albero, invece, c’è la cacciata dall’Eden di Adamo ed Eva, cui fanno seguito i 12 cerchi dei mesi, individuati dai lavori dell’uomo. Tra le figure rappresentate compare Re Artù, la cui raffigurazione spiazza perché non ha a che vedere con la religione cristiana, ma piuttosto con il ciclo epico cavalleresco di storie e racconti che si tramandavano all’epoca. Nel mezzo animali reali e fantastici, dromedari e grifi, tutto fa sì che questo pavimento sia un bestiario medievale piuttosto articolato, una narrazione con significati molto criptici, che ancora in parte sfuggono a chi oggi li studia.

mosaico cattedrale otranto

Il “gatto con gli stivali” è solo una delle creature fantastiche rappresentate da Pantaleone nel pavimento a mosaico della cattedrale di Otranto

La Cattedrale di Otranto accoglie anche la cappella dei Martiri di Otranto, che furono giustiziati a centinaia dai turchi Ottomani quando Otranto fu occupata, verso la fine del Quattrocento, e la popolazione maschile rifiutò di convertirsi. La cappella è un grande ossuario, un po’ lugubre se vogliamo, che celebra per l’appunto i martiri che si opposero al nemico infedele.

Infine, al di sotto, una splendida cripta retta da colonnine di reimpiego e capitelli variamente decorati, alcuni romani, altri medievali, completa la visita di questa splendida cattedrale.

Cattedrale di Gallipoli

cattedrale gallipoli

Linterno della cattedrale di Gallipoli

Di solito le grandi chiese affacciano su grandi piazze. Invece la facciata della Cattedrale di Gallipoli è stretta su una via, neanche uno spiazzo. Dedicata a Sant’Agata, la chiesa è un trionfo di barocco e grandi tele di pittori importanti della Puglia e del Sud Italia. La sua costruzione risale al XVII secolo, 1629 per l’esattezza, ma si tratta della riedificazione di una chiesa precedente, romanica, dedicata a S. Giovanni Crisostomo. L’interno della chiesa è maestoso e splendido: per vederlo comodamente da casa potete fare il tour virtuale che viene proposto qui.

A Sant’Agata è dedicato un ciclo pittorico importante, sul soffitto della chiesa, che riporta i passaggi salienti dell’arrivo della sacra reliquia della mammella sulla spiaggia di Gallipoli. Le tele raccontano di come la mammella fosse stata più o meno volutamente abbandonata sulla spiaggia, di come una mamma con una bambina passassero di lì per caso, di come la mamma si fosse addormentata e di come la bambina, trovata la mammella, se la fosse messa in bocca per succhiarla, di come nel frattempo la mamma fosse stata avvertita in sogno e di come poi alla fine si fosse diffusa la voce del miracolo.

Una chiesa davvero interessantissima sotto molteplici punti di vista, non ultimo il fatto che, insieme al Castello di Gallipoli costituisce un’attrazione culturale importante nella quale distrarsi, sia mai che qualcuno si stanca di andare al mare 😉

Il Salento è molto più che mare e spiagge: è turismo culturale. Nei miei post sul Salento cerco di raccontarlo il più possibile, di dare una visione di questa terra che mostri il suo lato genuino e storico, non massificato né esasperato. Spero di fare bene e di farlo bene.

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Nicola Attadio, Dove nasce il vento. Vita di Nellie Bly

Più che una viaggiatrice, più che una giornalista: un libro per scoprire Nellie Bly

Da quando ho scoperto la figura di Nellie Bly non ho più potuto fare a meno di citarla ogni volta che si tratta di parlare di donne pioniere dei viaggi. In effetti Nellie Bly è diventata famosa in tutto il mondo per aver compiuto in 72 giorni quel giro del mondo che Jules Verne aveva raccontato in 80.

nellie bly

Ma Nellie Bly è stata molto di più. E leggendo la biografia che ne ha scritto Nicola Attadio sono rimasta impressionata a scoprire pagina dopo pagina una femminista ante litteram, una coraggiosissima reporter, una donna che metteva se stessa in quanto donna davanti a tutto ciò che faceva. Una donna che ha sempre voluto dimostrare che le donne devono essere indipendenti se si vogliono affermare o semplicemente realizzare (a free american girl, si definisce).

Vita di Nellie Bly

nellie bly attadio

Nicola Attadio, Dove nasce il vento. Vita di Nellie Bly

Nicola Attadio percorre tutta la vita di Nellie Bly, al secolo Elizabeth Cochran, dall’infanzia felice all’adolescenza drammatica: da qui la consapevolezza che se vuole sopravvivere con le sue sole forze deve fare affidamento su se stessa. Il primo passo da donna indipendente è fare la giornalista a Pittsburgh. La sua penna e il suo stile piacciono, nonostante lei sia giovanissima. E scomoda, perché è una donna in un ambiente maschile.

Il primo viaggio, visto che in questo blog si parla di viaggi, lo fa in Messico come reporter alla scoperta di quello stato così vicino agli Stati Uniti e così lontano. Per ottenere di poter andare si fa accompagnare da sua madre: due donne sole in una terra sconosciuta.

Quando rientra è scontenta del ruolo che riveste al “Dispatch” di Pittsburgh, così fa le valigie e si presenta a New York, dove nientepopodimenoché Joseph Pulitzer, quel Pulitzer, è proprietario del “World”. Proprio per questa testata giornalistica andrà a lavorare, proponendo per prima cosa un reportage memorabile: trascorre 10 giorni in un ospedale psichiatrico femminile per denunciarne le atrocità. La sua indagine fa scoppiare un putiferio che ha come conseguenza il miglioramento delle condizioni di queste strutture e del trattamento delle pazienti. Un punto a favore e una presa di coscienza: il giornalismo può migliorare le condizioni di vita delle persone.

Non sto a raccontare qui tutta la vita di Nellie Bly. Ma vi dico solo che il giro del mondo che lei compie in 72 giorni è ben poca cosa rispetto a ciò che mette a segno nella sua vita, tanto che negli Stati Uniti diviene una vera celebrità, sia tra i contemporanei che a seguire. Degno di nota, di questo suo viaggio, però, è a mio parere l’incontro con Jules Verne, ormai anziano. L’altro aspetto è che l’impresa viene seguita con grande interesse proprio dai media dell’epoca, tanto che al suo ritorno la giovane reporter viene accolta trionfalmente. Ma ciò non basta a placare la sua costante ricerca di affermazione e di voglia di denuncia.

Un altro grande viaggio compie, come reporter: sarà l’incaricata di seguire la Prima Guerra Mondiale sul fronte austro-ungarico per la stampa americana. Una posizione privilegiata, da un lato, ma terribile dall’altro, perché la porta davvero a contatto con la morte e le sofferenze atroci dei giovani soldati nelle trincee. E certo, quando fa ritorno in America, torna cambiata, oltre che ormai più che cinquantenne, e attenta alle condizioni dei più deboli non solo scrivendo per sensibilizzare, ma aiutando fisicamente i bambini disagiati di New York.

Una donna incredibile, dunque, sotto tanti punti di vista. Nicola Attadio alterna la narrazione a passaggi di articoli scritti dalla Bly che meglio di qualunque altra cosa fanno comprendere il suo pensiero e la sua azione. Un’azione che, ripeto, va ben oltre la sua attività di viaggiatrice.

Nota sullo stile della narrazione

Devo fare un appunto a questa biografia, che comunque ha l’indubbio pregio di aver portato alla conoscenza del pubblico italiano generalista una figura di donna davvero importante: non mi ha convinto fino in fondo lo stile. In alcuni passaggi la narrazione scorre molto bene, veloce e incalzante. Inoltre va sottolineata la nota bibliografica, importante se si vuole approfondire ulteriormente la figura eccezionale di questa donna. Ma vi sono alcune parti, come le introduzioni ai singoli capitoli, in cui l’autore ha la pretesa di mettere per iscritto i pensieri di Nellie Bly, rivolgendosi a lei alla seconda persona singolare, come se volesse interpretarne la coscienza, o come, nel corso della narrazione, quando Attadio ritorna troppo spesso a ripetere gli stessi concetti, in maniera un po’ retorica. Ecco, la retorica rovina a mio parere questa altrimenti splendida biografia. Ma se a voi quest’aspetto non dà noia, vi consiglio vivamente di scoprire la figura di Nellie Bly nelle pagine di Dove nasce il vento. Vita di Nellie Bly, di Nicola Attadio.

Bistecca alla Fiorentina: 3 posti dove mangiarla fuori Firenze

Attenzione: post non adatto ai vegetariani!

Se vai in Toscana non puoi non mangiare la bistecca. Piatto tipico in tutto il territorio che gravita su Firenze, dal Mugello al Chianti al Valdarno, è un vero peccato non assaggiarla.

In questo post ti parlo di tre ristoranti/trattorie in cui gustare la Fiorentina a pochi km da Firenze.

Prima, però, devo dirti che cos’è la Bistecca alla Fiorentina e come va mangiata. E te lo spiego in quest’infografica:

bistecca alla fiorentina

La bistecca alla Fiorentina: cos’è essenziale sapere

Bistecca alla Fiorentina e patate al forno: cosa volere di più? Ah sì, un fiasco di Chianti!

La Fiorentina è tipica, come dice il nome, di Firenze e poco oltre. Va cotta 4 minuti per lato, più il lato dell’osso, il che consente una crostatura superficiale, ma la carne pressoché cruda (al sangue) all’interno. Però, e la bravura di chi cuoce si vede anche da questo, dev’essere servita calda, perché appena si raffredda immediatamente inizia a stuccare, cioè a dare fastidio alle papille gustative, e da un piacere della gola diventa un tormento.

Per essere tale, la Fiorentina dev’essere alta 4 dita, almeno. Più bassa è una truffa, lasciatevelo dire. Soprattutto se ve la propinano a 40 € al kg. A proposito. Il prezzo si aggira ormai tra i 40 e i 50 € al kg. Perché la Fiorentina (vera) non la si prende a porzione, ma a kg. Il taglio pregiato è quello del filetto e del controfiletto, per cui l’osso spolpato è a forma di T.

La Fiorentina solitamente viene servita con un filo d’olio, sale e pepe. O meglio. Il sale in superficie ci sta bene, l’olio crudo è uno sfizio, il pepe è un di più. Ma la cosa migliore è gustare la carne in purezza: il perfetto sapore lo raggiunge con la perfetta frollatura. E saper frollare la carne è un’arte.

Infine, con la Fiorentina si beve il vino rosso. Un bel Chianti che urla la gioia di questo territorio, fatto di colline e vigneti, fatto di tini profumati e di splendide cascine e ville padronali. Se la Fiorentina è morbida, a tratti grassa, il vino rosso ha quell’acidità che asciuga il grasso e butta giù con un bel sorso tutte le difficoltà. Se è un fiasco da litro, invece che una bordolese (la classica bottiglia da 75 cl) è ancora meglio. By the way, vietato il cappuccino. Lo so, per noi italiani è superfluo, ma all’estero non è scontato. So di un ristoratore felice perché il suo avventore americano finalmente aveva voluto la Fiorentina al sangue (di solito i turisti la vogliono ben cotta: poi non so come riescano a tagliarla e a ingoiarla), che poi però si era visto chiedere il cappuccino. E so di una trattoria in centro a Firenze (Tito, per la precisione) che dice fin sulla porta d’ingresso che la bistecca col cappuccino costa 1 milione di €. E non perché l’abbinamento sia roba pregiata, ve l’assicuro.

In ogni caso, il decalogo della bistecca alla Fiorentina senz’altro più efficace, anche perché declamato in vernacolo, è quello di Mollica’s Blog, che vi invito a leggere.

3 ristoranti fuori Firenze in cui mangiare (bene) la bistecca alla Fiorentina

Fatte queste premesse necessarie, vi porto a mangiare la fiorentina, quella bona, fuori Firenze. Perché in città, diciamolo, la sanno far tutti (‘ndo tuvvai, tu caschi da ritto, per dirla in vernacolo fiorentino). Ma se siete in giro a fare una scampagnata, e lì vi prende la voglia di bistecca, dovete sapere dove poter andare a parare! Importante: questo non è un post sponsorizzato, ma è il mio spassionatissimo consiglio. Siete liberissimi di seguirlo o meno, ma io e il mio compagno siamo due buone forchette, fossi in voi mi fiderei.

Ristorante La Ferriera, Pistoia

bistecca alla fiorentina

La bistecca de La Ferriera

Ricavato in una vecchia ferriera, di cui sono rimasti a vista i muri poderosi della struttura in grandi blocchi di pietra, il Ristorante La Ferriera si trova lungo una strada che conduce fuori Pistoia verso uno dei versanti della montagna pistoiese. Quasi nel bosco, è il caso di dire: un luogo davvero tranquillo che soprattutto d’estate è bello fresco. E il ristorante in sé è molto suggestivo. Pranzo, cena, gruppo di amici, capodanno: ci si viene volentieri in tutte le stagioni.

Il ristorante propone uno specifico Menu Bistecca oltre al menu alla carta con piatti tipici della tradizione toscana. Ottimo anche il vino rosso della casa: se chiedete qual è la cantina, non ve la riveleranno neanche sotto tortura, ma è giusto che sia così 😉

Ristorante La Ferriera, via Crespole e Fabbriche, 122, 51100 Pistoia, tel. 0573 46715

Antica Osteria Nandone, Omomorto (Scarperia e San Piero, Mugello)

Omomorto è il nome della località, lungo la strada che da Scarperia sale verso il passo del Giogo. In mezzo a boschi di castagni e di sambuco (tutto bianco a primavera), in una zona che durante la II Guerra Mondiale è stata teatro dei terribili scontri tra Tedeschi e Alleati lungo la Linea Gotica (tanti sentieri partono da qui proprio dedicati ai luoghi principali; un museo dedicato alla linea gotica si trova proprio poco fuori Scarperia: ne ho parlato qui), si apre ad un certo punto uno spiazzo: da un lato un parcheggio, dall’altra una casa, che ospita l’Antica Osteria. La carne è talmente tenera da commuovere. La bistecca è talmente alta da commuovere. Ed è talmente saporita da commuovere. Insomma, ci si commuove facilmente da Nandone, che arriva anche lì al tavolo e ti racconta come la frolla, lui di persona personalmente.

La cena si completa con una grappa che unita al vino e all’assenza di luci artif

Un’esperienza che se vai in Mugello non puoi non fare. Assicurati, però, di prenotare per tempo!

Antica Osteria Nandone, via del Giogo, 3, 50038, Scarperia e San Piero (FI), tel. 055 846198

bistecca fiorentina

la bistecca alla fiorentina di Nandone

Antica Trattoria di’ Tramway, Campi Bisenzio

bistecca fiorentina

La bistecca alla fiorentina del Tramway

Questa trattoria è antica sul serio, perché risale ai primi del Novecento, quando il tramway, cioè il tram, arrivava da Firenze fino a Poggio a Caiano. In realtà, anche se in comune di Campi, il Tramway si trova praticamente a Poggio a Caiano, il borgo sorto intorno alla villa medicea che a settembre, oggi come 500 anni fa, versa dalle fontane invece che acqua vino per il popolo!

Tornando alla Trattoria, la bistecca è ottima perché vanta una tradizione pluridecennale nella scelta delle carni e nella capacità di cucinarla a regola d’arte. Il menù del Tramway offre però altri piatti particolari, come la carne di pecora, in umido o alla griglia: una carne particolare, che non a tutti piace, e che infatti si trova di rado nei ristoranti.

Antica Trattoria di’ Tramway, via Pistoiese, 355, Sant’Angelo, Campi Bisenzio, tel. 055 877 8203

Queste tre trattorie/ristoranti si trovano in tre territori ben distinti, relativamente vicini a Firenze, ma ciascuno in una direzione diversa. Se passate a Firenze parecchi giorni e avete voglia di fare gite fuoriporta, a questi tre ristoranti corrispondono tre importanti territori peculiari e tutti da esplorare. Non avete che prendere e partire. Che l’appetito vien mangiando, e pure la fame di esplorare luoghi nuovi. 😉

 

Nemi, il borgo delle fragole, il lago della dea

Un lago che nasconde un vulcano. Già questo basterebbe a fare di Nemi un luogo magico.

Ma non c’è solo questo. C’è una storia più che millenaria, ancestrale, fatta di miti e di riti, formatisi e praticati sulla bocca del vulcano estinto; c’è una dea il cui culto ancora ci sfugge nel dettaglio, ma che sicuramente nei boschi qui intorno aleggiava col suo spirito. C’è poi l’esagerazione di un uomo, che si sentiva pari agli dei (gliel’avevano fatto credere, del resto, come avrebbe potuto dire che si sbagliavano?) e che sul lago aveva costruito due navi enormi, fatte semplicemente per stare in rada qui, come due città galleggianti. C’è poi il tempo che tutto nasconde, la memoria collettiva cui nulla sfugge, e un’altra esagerazione di un altro uomo, che voleva a tutti i costi riportare in vita quelle navi, prosciugando, dunque snaturando il lago. E chissà se la dea si è adirata, al punto da far andare in fiamme dopo solo 12 anni di aria aperta, e dopo quasi 2000 sott’acqua, quegli scafi, simbolo di un impero ormai perso per sempre.

nemi lago di nemi

Questa, in estrema sintesi, la storia del Lago di Nemi.

Siamo nella zona dei Castelli Romani. Qui vicino c’è il Lago d’Albano, un altro laghetto vulcanico su cui si affaccia Castel Gandolfo, la residenza papale estiva. Tra i due laghi invece si colloca Ariccia, nota ai più per la porchetta, a chi ama l’archeologia per il suo antichissimo passato, romano e preromano.

La strada che conduce a Nemi è la via dei Laghi, in parte panoramica in parte addentro un bosco che, si scopre, è piuttosto antico. Si arriva a Nemi dopo aver percorso a tradimento una discesa in galleria a spirale del tutto inaspettata.

Il borgo di Nemi

Nemi

Passeggiando per il borgo di Nemi

Superata questa galleria , eccoci a Nemi. Ci accoglie il manifesto “il borgo delle fragole“, e non tarderemo a scoprire perché: la fragolina di bosco è tipica di queste parti e a Nemi è protagonista di alcuni dolci e liquori: la tartelletta, il tiramisù, il fragolino. Una delizia senza pari.

Il borgo sorge in cima al cratere del vulcano, e guarda il lago dall’alto verso il basso. Un borgo medievale, con una via centrale sulla quale affacciano i vari ristorantini, negozietti e botteghe che per un verso o per l’altro ci ricordano sempre le fragole. Un borgo colorato, come colorati sono i balconi, fioriti di gerani rossi e rosa. Infatti Nemi, oltre che “borgo delle fragole” è il borgo dei fiori.

Non c’è ristorante che non offra una veranda con vista sul lago. Il panorama è oggettivamente mozzafiato: la vista spazia fin sull’altro versante del cratere, dove sorge Genzano, un altro dei Castelli Romani. In basso invece, in uno spazio pianeggiante, un doppio capannone rosa attira l’attenzione: è il museo delle navi romane di Nemi.

Le navi di Caligola

L’imperatore Caligola, che le fonti storiche ci riportano come pazzo dissennato, effettivamente qualche mania di grandezza l’aveva: per esempio, fece costruire appositamente perché stessero sul lago di Nemi, senza navigare, due grandi navi. Non si sa per quale motivo le avesse volute: due palazzi galleggianti, come se fossero una residenza estiva? Le fonti ci raccontano che sul ponte erano costruiti edifici, forse un tempio, le terme… insomma, erano due navi da crociera ante litteram, con la differenza che queste non avrebbero mai levato l’ancora!

Alla morte di Caligola, tutto ciò che questo giovane e spregiudicato imperatore aveva fatto fu cancellato dai suoi detrattori e fu condannato alla damnatio memoriae, ovvero alla cancellazione perché non ne rimanesse il ricordo: la peggiore delle punizioni per un personaggio che invece aveva voluto imporsi come pari agli dei! Il suo nome fu abraso dalle iscrizioni sui monumenti pubblici, le sue statue furono decapitate, le navi del lago di Nemi furono fatte affondare. E si adagiarono per sempre sul fondale.

museo navi nemi

L’interno del museo delle navi di Nemi oggi

Per sempre fino a un certo punto. La memoria delle navi affondate era rimasta e tornò a farsi prepotente nel Quattrocento, in pieno Umanesimo, momento di riscoperta della cultura classica: persino un personaggio del calibro di Leon Battista Alberti si impegnò a ripescare le navi. Ma più di qualche pezzo di legno dello scafo non riuscì a recuperare. Nei secoli a seguire vi furono altri tentativi ma fu in pieno regime fascista che la volontà di riportare in luce le navi si fece forte: l’ideologia fascista del rinnovato impero romano aveva bisogno anche del ripescaggio delle navi di Caligola per poter alimentare la propaganda.

Si fecero vari tentativi, alla fine si decise di prosciugare il lago per mettere in secca le navi e finalmente estrarle: fu un’operazione ingegneristica davvero senza precedenti, propaganda nella propaganda. Le navi furono quindi prelevate interamente, complete dei loro arredi bronzei. Per entrambe fu realizzato un museo specifico, sulla riva del lago, che somigliasse ad un grande cantiere navale moderno: il Museo delle navi romane. L’architetto Morpurgo, lo stesso che aveva realizzato il museo dell’Ara Pacis, fu incaricato dell’opera. E davvero realizzò un’architettura d’impatto.

Il museo delle navi romane

Le navi furono dunque esposte nel museo nel 1932. Insieme ad esse fu esposto il materiale rinvenuto a bordo: non rimaneva molto delle grandiose architetture favoleggiate dalle fonti antiche, però comunque vi era abbastanza per comprendere che si trattava di un’opera eccezionale, sia di ingegneria che di ostentazione di potenza e lusso.

Con lo scoppio della Seconda Guerra mondiale gli arredi in bronzo, più preziosi, vengono riparati altrove. Gli scafi, intrasportabili, restano al museo, protetti da quattro custodi. il 28 maggio del 1944 i Tedeschi intimano ai custodi di lasciare il museo; lo occupano loro. Il 31 maggio vi sono bombardamenti da parte degli Alleati su Nemi, ma il museo è salvo. Solo nella notte, a combattimenti finiti, avvampa l’incendio. L’indagine successiva chiarirà che le fiamme sono state appiccate dolosamente dai Tedeschi (ho raccontato tutto in questo post).

museo delle navi nemi

Lucerne votive (offerte sacre) nel santuario di Diana Nemorense. Museo delle Navi romane di Nemi

Fumo, le navi di Nemi sono andate in fumo. Dopo quasi 2000 anni placidamente sul fondo del lago, dopo 12 anni di gloria, sono andate in fumo. Oggi il Museo delle Navi romane oltre a raccontare la storia del ripescaggio e quella, meno gloriosa, dell’incendio, mostra alcuni dei materiali del fasciame delle navi (gli arredi bronzei sono invece esposti al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme a Roma). Inoltre, il museo espone i risultati delle ricerche archeologiche condotte nel territorio. Un territorio ricco da sempre di luoghi di culto e che ha restituito notevoli depositi votivi, a partire dal Santuario di Diana Nemorense, a poche centinaia di metri dal museo.

Diana Nemorense

diana nemorense

Il simulacro arcaizzante della dea Diana (copia dell’originale al Museo NY Carlsberg di Copenhagen

Diana è il nome romano della dea greca Artemide, dea vergine dei boschi e della caccia, dea in aperta contraddizione con il mondo maschile e con la società civile: non si sposa, fa divorare dai cani quel povero Atteone colpevole di averla vista nuda suo malgrado, punisce le ninfe che le si accompagnano e che ogni tanto cedono a qualche scappatella con il dio o con il mortale di turno. Divinità complessa già in Grecia, nell’Italia preromana è ancora più difficile coglierne le peculiarità. A Nemi pare che il culto fosse triplice: una triade divina, formata da Artemide, Selene (dea della Luna e dei cicli di vita) ed Ecate, dea protettrice delle nascite. Una divinità in tutto e per tutto femminile, cui le donne si rivolgevano in particolari feste nel corso dell’anno.

Intorno alle rive del lago, che veniva chiamato Speculum Dianae (specchio di Diana) si stendeva un bosco sacro alla dea. Qui, in epoca preromana si consumava il rito e insieme il mito del Rex Nemorensis: il sacerdote di Diana era uno schiavo fuggitivo che per prendere quel ruolo aveva dovuto uccidere il sacerdote precedente e doveva passare la vita a difendersi dai successivi pretendenti. Un culto complicato, vi dicevo, che però è diventato una pietra miliare negli studi di antropologia, grazie a un capolavoro letterario: Il Ramo d’Oro di James Frazer.

Di Diana Nemorense sopravvive – male – il santuario, costituito dal recinto sacro nel quale si innalzava il tempio della dea. Negli anni passati sono stati condotti scavi importanti perché hanno portato alla luce parti della statua di culto, elementi ifondamentali per definire l’architettura e le fasi di vita del tempio e dei suoi annessi. Purtroppo però, e duole dirlo, il tempio sopravvive, in abbandono, e per poterlo vedere bisogna sperare che il proprietario dell’azienda agricola, nella quale bisogna entrare per vederne i resti, sia di buon umore. Decisamente una fine ignominiosa per la grande dea e per ciò che ha significato per secoli per generazioni di fanciulle italiche e poi romane.

 

10 cose da sapere sulla Liguria (e sui Liguri) prima di partire

Caro viaggiatore, che hai deciso di trascorrere in Liguria le tue ferie estive, questo post è dedicato a te: da buona ligure di nascita, migrata altrove, ma sempre col cuore laggiù, voglio darti alcune dritte che ti saranno utili nel tuo soggiorno in Liguria.

In questo post ti spiego le dieci cose da sapere sulla Liguria (e sui Liguri) prima di partire.

Attenzione! Questo è un post semiserio! Dunque, se lo leggerai spero di strapparti un sorriso, così come spero di strappare un sorriso anche ai Liguri che leggeranno (e che anzi, invito nei commenti fin da ora a contribuire per ampliare l’elenco delle cose da sapere).

Pronto? Si parte! Destinazione Liguria!

1 Non ci sono solo le Cinque Terre

Da buona ligure expat mi è capitato spesso: quando dico che sono originaria della Liguria la risposta è “Ah, sì, certo! Le Cinque Terre! Meravigliose!” Alché la mia risposta è “ehm, ecco, io… mai stata alle Cinque Terre“.

Intendiamoci subito: le Cinque Terre sono un lembo di terra piccolissimo. Bellissimo, ma piccolissimo. Non sono TUTTA LA LIGURIA! La Liguria è una regione variegatissima, ha un Levante, un Ponente e una Genova nel mezzo che fa da chiave di volta dell’arco ligure. Le Cinque Terre, poi, d’estate sono sovraffollate: e la bellezza dei loro borghi, dei loro itinerari a piedi tra sentieri selvaggi e panorami mozzafiato, dei loro vigneti a picco sul mare viene abbrutita dalla presenza ingombrante di troppe persone. Il consiglio? Visita le Cinque Terre in primavera, o all’inizio dell’autunno: ti godrai le passeggiate senza morire di caldo e avrai il mare, il cielo, la terra e le pietre tutte per te. Ah, non pensare di arrivarci in macchina. Semplicemente, non puoi.

cinque terre

Cinque Terre all’imbrunire (ph. pixabay)

2 Il falso (ma non troppo) mito dell’ospitalità ligure

Soprattutto negli anni passati si era diffuso il mito del Ligure inospitale, quello che se vai al suo ristorante è lui che fa un piacere a te nel portarti da mangiare e non viceversa. E anzi, vedi di sbrigarti e di non essere troppo pretenzioso, che qui non si può perdere tempo dietro a te. Questa nomea noi liguri l’abbiamo perché siamo persone un po’ chiuse e magari un po’ seriose sulle prime. C’è una parodia su youtube che a me fa schiantare dalle risate, perché raccoglie esattamente gli stereotipi sull’accoglienza ligure. Effettivamente il paragone tra un ristoratore ligure e Dracula non è proprio edificante, no?

Ma ti assicuro, le cose sono cambiate. Ti assicuro anche che 10 anni fa ad Albenga ho subìto un trattamento simile a quello del video. Ma ormai le cose sono decisamente diverse e nella stessa Albenga oggi succede che in una piccola osteria l’oste si sieda a tavola coi commensali, beva il vino con loro, chiacchieri mettendo in collegamento un tavolo con l’altro e per il caffé vada a farselo fare nel bar lì vicino (successo anche questo, parola mia!). I tempi son cambiati, signora mia. Menomale, aggiungo.

3 Il vero pesto è con patate e fagiolini

Già che col video precedente eravamo al ristorante, tanto vale che ti svelo la vera ricetta del pesto ligure. Sì, lo so, ti levo la sorpresa e mi odierai per questo. Ma voglio che tu sia preparato. Siediti. Il vero pesto ligure ti arriva completo di patate e fagiolini. Non solamente il pesto di basilico, pinoli e aglio, ma l’aggiunta di patate e fagiolini bolliti.

L’olio è uno degli ingredienti del pesto. Credits: promimperia.it

Nasce infatti come piatto unico e anche abbastanza povero, ma sostanzioso, e con i prodotti che il territorio dava in abbondanza: il basilico, che a Pra, frazione di Genova, è una cultivar particolarissima a foglie piccole piccole (e che è il vero basilico da pesto DOP), i pinoli del pino marittimo, che oggi costano l’ira di dio (ma se li sostituisci con le mandorle o con le noci ti sparo a vista), l’aglio (guai se non ce lo metti!) e un mix di pecorino e parmigiano (qui alzo le mani, perché ogni nonna ligure ha la sua ricetta segreta e mai rivelerà l’esatta proporzione degli ingredienti).

Comunque, tornando a noi, se quando ordini il pesto alla genovese non ti portano un piatto completo di pesto, patate e fagiolini, ti autorizzo ad alzarti e ad andartene: stai perdendo il tuo tempo.

4 Tutte le declinazioni dell’intercalare belin

Se hai visto il video precedente, hai individuato sicuramente la parola belin, usata in varie accezioni: come esclamazione, come rafforzativo del discorso o della domanda, come verbo declinato e coniugato a seconda del significato.

Chissà se Cristoforo Colombo diceva Belìn! Ritratto del 1520 da Ridolfo del Ghirlandaio, GALATA Museo del Mare di Genova

Belìn vuol dire c…o. Ma è molto più elegante, raffinato. Usato come intercalare, a mala pena si distingue nella frase (diventa un “blìn” talmente veloce che manco te ne accorgi); usato come rafforzativo è pronunciato per bene e per esteso, quindi non hai dubbi che il tuo interlocutore ligure l’abbia detto. Ma belin può essere utilizzato con tutta una serie di significati. Ad esempio se senti esclamare “Uh belin!” puoi star certo che accanto a te si sta verificando qualcosa di eccezionale! Ma se invece, en passant, senti qualcuno che dice a un altro “me ne battu u belin“, ciò significa che il qualcuno in questione se ne frega di ciò che sta succedendo; l’espressione è addirittura più forte se diventa “me ne battu u belin in sci scheuggi“: me ne batto il belino sugli scogli (come se fosse un polpo): hai capito a che livelli siamo?

Belin viene coniugato in una serie di verbi: desbelinati! per esempio, vuol dire sbrigati! oppure datti una mossa (anche in senso figurato); mi sono imbelinato vuol dire invece che ho inciampato. Poi c’è l’aggettivo degli aggettivi: abelinato, che vuol dire, senza troppi giri di parole, cretino.

5 Ad un genovese non toccare….

genova vicoli

Uno scorcio dei vicoli di Genova

Ci sono delle cose che non devi toccare a un genovese (oltre al pesto): i vicoli, De André, la colazione a base di focaccia (fügassa) e capuccino, Cristoforo Colombo e la sua casa e la Lanterna.

Vicoli: sono i famosi carrugi, che a Genova costituiscono il cuore pulsante della città medievale e più autentica (anche se in parte oggi un po’ snaturata, ma pur sempre affascinante): palazzi antichi dai portali anche molto belli, vicoli stretti, odore di vissuto, gente che vive davvero, botteghe ormai in mano a quelli che noi chiamiamo extracomunitari ma che nei porti, come Genova, come Napoli, come qualunque porto del Mediterraneo, hanno sempre costituito la vera popolazione: genti di etnie diverse, di lingue diverse, di usanze e religioni diverse, che però convivono e commerciano. E vivono sotto lo stesso cielo.

Chi ha cantato la bellezza di quest’umanità è stato Fabrizio De André. Non toccate Faber a un Genovese: non vi dirà neanche belìn, se ne andrà proprio nell’altra direzione. Ed è giusto che sia così. Il poeta cantore di Genova, della sua vita autentica, delle sue strade e delle sue persone è la figura ancora in assoluto più amata. E non potrebbe essere diversamente.

La casa di Cristoforo Colombo a Genova. Credits: irolli.it

La colazione a base di fügassa e cappuccino o caffè a molti fa storcere il naso, ma ai genovesi no. Anzi, è l’unica colazione possibile. Che sono ‘sti cornetti e ‘ste brioches? Vuoi mettere la certezza e la fragranza di una sleppa (fetta) di focaccia appena sfornata, unta e incandescente, da pucciare nel cappuccino?

Torniamo ai miti. Cristoforo Colombo è nato a Genova. Punto. C’è pure la Casa di Colombo, ai piedi di Porta Soprana. Quindi basta con ‘sta storia che Cristoforo Colombo non era di Genova. Al MuMA, Galata Museo del Mare (di cui ho parlato qui) è esposto un documento firmato da Cristoforo Colombo in cui si parla di case e di beni di famiglia a Genova. Genova, è chiaro? Anche Barcellona e Siviglia, oltre a Genova, se lo contendono, come ho scritto qui. MA Cristoforo Colombo l’è zeneise. Punto.

La Lanterna. Oh, le cose vanno chiamate col loro nome. Non è un faro, è la Lanterna. Caratterizza il panorama da km di distanza, dal Porto antico, dall’alto di Palazzo Rosso, dalla terrazza panoramica di Castelletto. Guai a chiamarlo “Faro”: ho visto amicizie tra Genovesi e furesti rompersi proprio per questa leggerezza linguistica.

6) I Genovesi e il diritto di mugugno

Si dice che un tempo, quando Genova era ancora Repubblica ed era ancora Superba, ad un certo punto i marinai di Camogli furono messi di fronte a una scelta: aumento di salario, senza possibilità di lamentarsi degli ordini imposti dall’alto, oppure stipendio basso, ma diritto di mugugno. E secondo voi cos’avranno scelto i marinai di Camogli? Esatto, meglio la libertà di poter mugugnare, belin!

Cos’è il mugugno? È la lamentela continua, il rimbrotto a mezza voce che suona quasi come una cantilena. Così il ligure sembra di cattivo umore. In realtà il diritto di mugugno ce l’abbiamo talmente dentro che lo esercitiamo talvolta senza neanche rendercene conto. Ma è catartico, già nel momento stesso in cui ci lamentiamo stiamo esorcizzando il malessere che abbiamo dentro. Io lo trovo meraviglioso.

panorama Genova

La superba vista su “La Superba”. Là in fondo si erge la Lanterna, il faro di Genova.

7 Il Ligure braccino corto, ma anche no

La fama dei liguri è quella di essere tirchi. Loro invece ti diranno che non sono tirchi, ma parsimoniosi. La storia, o meglio l’archeologia, insegna che in realtà i Liguri sanno fare piuttosto bene i conti: non sono truffatori, ma risparmiatori! Dovete sapere, infatti, che lungo il corso di tutto il basso medioevo, siccome i mattoni venivano venduti a numero, i fabbricanti di mattoni giocavano su misure sempre lievemente differenti, per cui venivano venduti tot numero di mattoni, ma lievemente più piccoli. Per costruire la solita casa, quindi, servivano a quel punto più mattoni. Se da una parte c’erano i fabbricanti di mattoni più svegli, dall’altra c’erano i costruttori genovesi più risparmiatori che avevano subodorato la fregatura e quindi chiedevano alle autorità di intervenire. All’Archivio di Stato di Genova queste storie sono ben documentate. In archeologia si parla di mensiocronologia, ovvero di misurazione, nel tempo, dei mattoni, per calcolare e rendersi conto di queste variazioni. Questo è solo un esempio, peraltro storicamente ineccepibile, della parsimonia di materia prima da una parte, e di denaro sonante dall’altra: tutto concorre a raccontare al mondo intero della taccagneria dei Liguri.

Sottoripa, Genova

Genova. Sottoripa vista dal Porto Antico

In realtà, i Genovesi, e quindi i Liguri non sono tirchi, ma sono risparmatori: il Banco di San Giorgio, il cui bel palazzo affrescato sta oggi tra Sottoripa, il Porto Antico e la Sopraelevata, a Genova, è la Banca più antica del mondo, classe 1497.

8 Liguria, terra di poeti

chiese di Liguria

“Oh chiese di Liguria, come navi disposte ad essere varate”

Alle elementari ho imparato una poesia di Vincenzo Cardarelli. Nei suoi versi, uno dopo l’altro, chi è ligure non può non riconoscere alcuni flash della propria terra. “È gigante l’ulivo” dice uno dei versi, e non è possibile non immaginare un olivo su una fascia, il tipico terrazzamento ligure; “O chiese di Liguria, come navi disposte ad essere varate” e non può non venire in mente Cervo, con la sua chiesa dei Corallini, o anche il Duomo di Porto Maurizio al Parasio, Imperia, che così bene domina la costa e sembra davvero una nave pronta a calare in mare.

Cardarelli non è il solo poeta ad aver cantato la Liguria. Eugenio Montale nella prima metà del Novecento con i suoi Ossi di Seppia non fa che parlare della sua terra. Cosa dire di “Meriggiare pallido e assorto presso un rovente muro d’orto” alla fine della quale ci parla di quei muri che in cima hanno “cocci aguzzi di bottiglia“? Li abbiamo davanti ai nostri occhi, nei giardini che cintano i borghi liguri.

Nel Ponente Ligure abbiamo Angiolo Silvio Novaro, poeta forse poco noto fuori dalla Liguria, ma che nei suoi versi ha cantato la sua terra con un amore che può solo destare commozione.

Ma a proposito di poeti, in Liguria abbiamo il Golfo dei Poeti: da Porto Venere a Lerici. Un tratto di costa che più che poetico è pittorico, una meraviglia da vedere e da ammirare.

9 Liguria da leggere

I poeti li abbiamo visti, ma per cogliere la Liguria si possono leggere parecchi libri, magari sotto l’ombrellone.

romanzi liguria

Uno dei romanzi gialli editi da Fratelli Frilli Editore

Intanto consiglio tutta la linea dei romanzi gialli pubblicati da Fratelli Frilli Editore: da Ponente a Levante raccontano la Liguria attraverso tante storie gialle, oppure noir, ambientate tra vicoli, caruggi, spiagge ed entroterra. Chi conosce i luoghi giocherà a riconoscere le ambientazioni,  chi non li conosce, leggerà delle storie leggere e si farà affascinare dai luoghi.

Il Mare in Salita di Rosella Postorino (Contromano, Laterza) è un bel racconto, intimo, ma non troppo, della Liguria di Ponente. Anzi no, è una descrizione. Ma una descrizione personale, in cui molti si riconosceranno.

Se ti piace il romanzo storico, Il Guaritore di Maiali di Lorenzo Beccati è un noir ambientato in una Genova medievale, tra i suoi vicoli e i suoi odori acri (e i suoi mattoni di dimensioni sempre ridotte, se hai letto sopra). Il protagonista tutto sembra fuorché un personaggio limpido, ma saprà conquistare la tua fiducia.

Il Dottor Antonio di Giovanni Ruffini è un grande classico della letteratura risorgimentale e/o romantica: racconta la storia d’amore impossibile e proprio per questo romantica tra una giovane lady inglese e un irrequieto medico di Bordighera. La storia è decisamente triste, ma le sensazioni che lascia sono notevoli.

quasi giallo

Quasi giallo, di Enrico Gianichedda

Il sentiero dei nidi di ragno è un altro grande classico, di Italo Calvino, ambientato in Liguria durante la Resistenza nella Seconda Guerra Mondiale. Romanzo fino a un certo punto, è ambientato nell’entroterra di Sanremo che davvero fu teatro di notevoli scontri della Resistenza con Tedeschi e Fascisti.

Non la nomina mai, troppo intento a parlare di metodo archeologico per dire in quale città si trova, però Quasi giallo” dell’archeologo (ligure, manco a dirlo) Enrico Giannichedda si ambienta proprio a Genova, nella facoltà di Lettere (dove ho studiato pure io), nei vicoli e fino ad Albaro, il quartiere residenziale signorile: ne ho scritto una recensione qui.

(Poi ci sono i miei, di racconti, ambientati in una Liguria sempre evocata e mai nominata. Però non li ho pubblicati come si deve, se non in qualche antologia qua e là, quindi non li puoi ancora leggere)

10 Dai monti si vede il mare e altre meraviglie paesaggistiche

Cosa ti colpirà di più della Liguria? Il paesaggio: montagne da cui si vede il mare, colline coltivate a oliveti e fasce, i tipici terrazzamenti in pietra a secco fatti per guadagnare terra dai pendii scoscesi. Le strade che portano nell’entroterra sono strette e curve, tornanti che si adattano alle curve di livello delle montagne e che qua e là attraversano i torrenti impetuosi d’inverno, quasi prosciugati d’estate, che feriscono la terra per arrivare fino al mare.

No, non è mai stata una terra semplice, la Liguria: una sola piccola pianura, la Piana d’Albenga, e poi colline e alture che scendono fino al mare, coste frastagliate, terra arida, torrenti in piena d’inverno e secchi d’estate… eppure è una terra accogliente da sempre, dai tempi dei paleolitici abitanti delle Grotte di Toirano, dei Balzi Rossi (Ventimiglia) e di Finale Ligure, dai tempi dei Liguri che vivevano sui cucuzzoli a controllo del territorio contro quei Romani che poi addirittura tracciarono una strada consolare (la via Julia Augusta che oggi fino a Ventimiglia si chiama Aurelia) e costruirono città in quelle strette strisce di terra pianeggianti lungo la costa. Poi è arrivata Genova, la Superba, che si è aperta sul mare, col suo porto e le sue navi, mentre lungo la costa e nell’entroterra sorgevano campanili e intorno ad essi villaggi in pietra, con i loro caruggi, gli edifici alti e stretti, il castello qualche volta, mentre lungo i sentieri di mezza costa, sorgevano piccole pievi il cui campanile segnalava il territorio e scandiva le ore nella notte oscura.

fichi d’india e mare. Non è Sicilia, ma Liguria

La Liguria è una terra antica, e creativa allo stesso tempo. Tradizionale, ma aperta al nuovo, riservata, ma in grado di riservare grandi sorprese a chi saprà avere la pazienza di scoprirla, passo dopo passo.

Queste sono le 10 cose da sapere prima di andare in vacanza in Liguria. Cosa? Volevi info pratiche? Ok, te ne do subito una: quando condividerai su instagram le foto della tua vacanza in Liguria usa l’hashtag #emozionidiLiguria e gli altri tag che ho indicato in questo post. E buone vacanze!

5 hashtag da usare su instagram per le foto delle tue vacanze in Liguria

Hai deciso di passare le tue vacanze in Liguria. Sei già pronto a fotografare ogni momento della tua vacanza, il bagno a mare, le escursioni sui Monti Liguri, le cene a base di pesce e di pesto, il whale watching, la passeggiata nei vicoli di Genova o dei tanti borghi che puoi incontrare sul mare e nell’entroterra, e naturalmente non vedi l’ora di caricare le tue foto su instagram.

E qui ti voglio.

hashtag instagram vacanze liguria

Quali hashtag usare per condividere su instagram le foto della Liguria?

Gli hashtag, lo sappiamo bene, sono croce e delizia di ogni instagramer, ovvero di ogni utente di instagram. Sei convinto di aver scattato la foto più bella del mondo, magari ti sei impegnato a ritoccarla usando qualche app di fotoritocco (come snapseed, la mia preferita), poi la carichi e… Pochi pochissimi cuori. Pochissime persone apprezzano la tua foto e il tuo estro. Perché, ti chiedi, perché? E qualcuno ti dirà “perché non hai usato gli hashtag giusti”.

E allora vediamo brevemente, per cominciare, 5 consigli sull’utilizzo degli hashtag:

maraina81 instagram liguria

Una delle mie ultime foto su instagram a tema Liguria

1) gli hashtag descrivono la foto. Quando li scrivi devi inserirli in modo da andare dalla descrizione più stringente a quella sempre più ampia e di portata più generale. Non inserire hashtag che non c’entrano niente: non scrivere per esempio #dog se nella foto c’è un panorama, soltanto perché hai visto che è un hashtag di successo.

2) mentre digiti l’hashtag instagram ti dice quante volte quell’hashtag è già stato usato. Se da un lato questa è garanzia della popolarità della parola chiave in questione, dall’altra, se sei un instagramer con pochi follower, non riuscirai mai ad essere scovato perché ci sarà sempre qualche instagramer più grande di te che l’ha appena usato e ti fa scomparire dalla cronologia dei post più popolari. Concentrati invece su hashtag medio/bassi, dell’ordine delle decine di migliaia. Avrai più speranze che la tua foto appaia in prima linea nella cronologia dei post popolari.

3) Ultimamente instagram propone gli hashtag più popolari per te sulla base di ciò che posti: puoi prendere spunto, ma non limitarti a usare quelli. Sempre instagram ha inserito in una lista nera gli hashtag talmente tanto usati da non portare alcun beneficio. Questi anzi, se usati, sono dannosi, perché l’algoritmo di instagram automaticamente li riconosce e punisce la foto non facendola apparire tra i popolari.

maraina81 on instagram liguria

Una delle mie foto più popolari: sicuramente ho usato hashtag adeguati

4) Sicuramente anche tu ormai usi instagram, facendo la ricerca per luoghi o per hashtag geografici, per guardare i luoghi in cui hai deciso di andare in vacanza. Allo stesso modo se sei in viaggio o in vacanza, usa come hashtag il luogo in cui ti trovi, la regione, la città, l’isola o la montagna, a seconda della tua meta. In questo modo aiuterai altre persone che come te cercano immagini di quel luogo, a farsi un’idea. E se la tua foto piacerà loro, ci scapperà il ❤ .

5) Non è detto che sia necessario sempre inserire hashtag popolari. Si possono inserire anche hashtag con poche menzioni, se questi però hanno una storia dietro, come il lancio di un contest, per esempio, o di una campagna specifica. Proprio di questo ti parlo, nell’ultimo hashtag per la Liguria che ti consiglio di usare.

5 hashtag da usare su instagram per le foto delle tue vacanze in Liguria

#lamialiguria

L’hashtag ufficiale dell’ente del Turismo ligure @turismoinliguria è piuttosto popolare e permette di farsi notare proprio dall’ente in questione. Ricordati che se vuoi anche che la tua foto sia ripostata puoi taggare l’ente, il quale valuterà se ripostarti o no. Sul repost delle foto io ho espresso altrove il mio parere. Ma naturalmente è una questione di gusti.

#liguriamoremio

Questo è l’hashtag cui corrisponde @LiguriAmoreMio, profilo lanciato dal carissimo amico e blogger Pietro di Pietrolley, per promuovere la Liguria attraverso le foto degli utenti. Basta che digiti #liguriamoremio per sperare nel repost. La sua gallery, inoltre, è molto variegata, spazia da panorami a borghi da Levante a Ponente.

maraina81 on instagram

una mia foto taggata con #liguriamoremio

#igersliguria (igersimperia, igerssavona, igersgenova e igerslaspezia)

Gli Igers, o instagramers, sono coloro che attivamente creano community intorno a un luogo geografico. Ne esistono per ogni regione italiana e all’interno di essa per ogni provincia o distretto. Così in Liguria abbiamo gli @igersLiguria e, a seguire, gli igers per ogni capoluogo di provincia: @igersimperia, @igersavona, @igersgenova e @igerslaspezia. Non ho mai capito se si pronuncia Igers, Ighers o addirittura Aighers, ma poco importa, sono sul territorio le community più attive, che organizzano anche raduni, gli instameet, ai quali ci si può iscrivere per andare alla scoperta di luoghi poco noti del territorio.

#ig_liguria

Ultimamente questo hashtag sta prendendo piuttosto piede, tanto che sulla mia timeline compare spesso tra gli hashtag più popolari. L’account è @ig_liguria, e anche questo profilo riposta foto degli utenti scegliendo le foto più belle e spaziando tra borghi e ampie vedute panoramiche. D’estate, poi, un focus sul mare è quasi d’obbligo

#emozionidiliguria

#emozionidiliguria instagram

Le primissime foto di #emozionidiliguria: partecipa anche tu!

Questo hashtag è l’ultimo arrivato, e mi aspetto grandi cose da esso. Nato appena due giorni fa dall’idea di Elisa del blog Piccoli grandi viaggiatori (e rispettivo account instagram), e nel quale ha coinvolto il mio profilo, @maraina81, quello di @Pietrolley e quello di Selene, @s.scinic del blog Viaggi che mangi, è legato ad un’ispirazione: la Liguria regala emozioni, dunque, perché non raccontarle con #emozionidiliguria? Chi condivide foto usando quest’hashtag verrà ripostato sulle stories di instagram e sul profilo di @piccoligrandiviaggiatori, e alla fine dell’estate sarà scelta, a nostro insindacabile giudizio, la foto più bella che riceverà via email una sorpresa…

Io fossi in voi parteciperei al contest: farete crescere un hashtag che racchiude in sé un bellissimo concetto, farete sognare noi, soprattutto me che ormai vivo lontana dalla Liguria e, speriamo, vi divertirete.

E buone vacanze in Liguria!

12 prodotti tipici della cucina calabrese che devi mangiare quando vai in Sila

Se ti nomino la cucina calabrese tu subito pensi al peperoncino e alla n’duja. Beh, non stai sbagliando, ma la Calabria è molto variegata dal punto di vista culinario. In questo post ti racconto di ciò che puoi mangiare in una zona particolare: ti parlo dei 10 prodotti tipici (con qualche ricetta bonus) che devi mangiare quando vai in Sila.

cucina calabrese

Non ho scritto questo post da sola, ma ho chiesto aiuto ad un vero esperto, un silano doc. Puoi fidarti ciecamente dei suoi consigli, come mi fido io.

Immaginati la scena: una tavola apparecchiata con affettati, formaggi, pane casereccio, olive, e altre specialità. No, la n’duja non c’è, non è tipica della Sila. Ma scommetto che non la rimpiangerai. Pronto per assaggiare la cucina calabrese della Sila?

cucina calabrese

Una tavola apparecchiata direttamente da una cena in Sila: nient’altro da dichiarare?

Rosa marina

Il cosiddetto caviale del Sud tradizionalmente consiste negli avannotti delle alici, la cosiddetta sardella, di cui ora per legge è vietata la pesca: ultimamente quindi la sardella è stata sostituita dai bianchetti. Questi pesciolini vengono aggiustati con sale e peperoncino dolce e piccante e lasciati a macerare. Ne risulta una pasta abbastanza morbida e rossa, più o meno piccante a seconda del tipo di peperoncino e addizionata, a seconda delle aree, con finocchietto. Per servirla viene aggiunto dell’olio e consumata sul pane.

I formaggi

Caciocavallo silano: la sua forma allungata lo distingue da tutti gli altri formaggi. Viene appeso alla pertica ad asciugare, legato e sostenuto da lacci che gli conferiscono una forma caratteristica. Si trova sia fresco che stagionato. È di latte di mucca, la placida vacca podolica che pascola nei prati della Sila in estate: sicuramente la incontrerai lungo la Via delle Vette, e ti dovrai fermare per farla attraversare. Sempre che non abbia voglia di fermarsi in mezzo alla strada per un po’. Il caciocavallo è ottimo alla piastra: fa una crosticina superficiale, ma al centro rivela un cuore morbido… e incandescente: masticare con cura!

vacca podolica

La vacca podolica, tipica della Sila, dal cui latte si ricava il tipico caciocavallo silano

Pecorino crotonese: non è propriamente silano, ma siccome d’inverno gli armenti che solitamente pascolano in Sila si spostano verso il mare, quindi verso lo Jonio, ecco che non deve stupire che il pecorino crotonese sia considerato un prodotto tipico anche sull’altopiano. Più o meno stagionato, è uno dei pecorini più rinomati sulla piazza.

Ricotta affumicata: la ricotta fresca che noi tutti conosciamo, ottenuta nelle cosiddette fiscelle, delle formine allungate che le conferiscono la caratteristica forma tubolare, viene fatta essiccare su degli stenditoi in vimini e affumicata tradizionalmente col legno del caminetto.

Protìro: è un piccolo caciocavallo con sorpresa che fa sì da conservare il burro per lungo termine. Una volta fatto il burro, quello in eccesso veniva conservato in una sorta di “bottiglia” di pasta di caciocavallo che viene chiuso in alto e lasciato stagionare. Un caciocavallo dal cuore tenero, insomma.

prodotti tipici calabria

Nella mia dispensa non manca mai: caciocavallo, sarsizza, capocollo, pancetta e soppressata

Del maiale non si butta via nulla

L’allevamento del maiale in Calabria rappresentava fino a pochi decenni fa uno dei mezzo di sostentamento delle famiglie dei paesi della Sila e della presila. Ogni famiglia cresceva il suo maiale per poterlo poi macellare e ricavarne i salumi. Nulla andava perduto, perfino i peli sulla schiena, i più lunghi, venivano usati dai calzolai per cucire le scarpe!

Capocollo: è un pezzo di carne intero che viene passato nel sale e nel pepe e avvolto in una sorta di pellicola naturale che lo ricopre, quindi veniva steccato e legato stretto alla pertica per la stagionatura.

cucina calabrese

vruccule e rape e sarsizza, ovvero cime di rapa broccoletti) e salsiccia. Rigorosamente silana.

Sarsizza: salsiccia di fegato, salsiccia piccante e salsiccia dolce. Di questi tre tipi esiste sia la versione fresca che quella stagionata, che è simile, per consistenza e per come viene consumata, ai salami cui siamo abituati nel resto d’Italia. La salsiccia fresca invece viene cotta con le lenticchie, con le cime di rapa o arrosto; stagionata a fettine come il salame.

La ricetta: vruccule e’rape e sarsizza (Broccoli di rapa e salciccia): si tratta delle classiche cime di rapa (altrimenti note, a seconda della regione, come broccoletti) stufate con la salsiccia, che conferisce profumo e sapore. Certo, più la salsiccia è piccante, più l’intero piatto risulta piccante e più è aromatica, più l’intero piatto è aromatico.

Soppressata: è ricavata dai pezzi più nobili del maiale. Quella tipica ha solo il sale e non il peperoncino, anche se poi si trova in entrambe le versioni. Dolce o piccante che sia, è legata con lo spago, ed è una prelibatezza delicata, una leccornia tipica.

Prosciutto: ogni maiale restituisce due prosciutti. Innanzitutto il prosciutto è messo a mollo in salamoia in un tino insieme alla pancetta e viene curata la parte intorno all’osso (il prosciutto in Sila non viene disossato), e viene massaggiato in modo che il sale penetri all’interno e non faccia sciupare il prosciutto. Dopo questo passaggio in salamoia nel tino il prosciutto viene asciugato, lavato con l’aceto e passato nel peperoncino in polvere, in modo da fare una patina al di sopra. A questo punto il prosciutto è fatto.

cuccìa

La cuccìa, a base di grano cotto e carne di maiale

Pancetta (vusciulu): Il vusciulu è tradizionalmente riservato alla fresa: scaldato sul fuoco, il grasso si scioglieva e veniva colato sul pane e mangiato accompagnato con cipolla di Tropea. Questa è un’esperienza da fare nel bosco, naturalmente nelle aree attrezzate che si trovano in Sila.

Al momento della lavorazione del maiale, tutto quello che rimaneva andava a finire nel paiolo e veniva consumato in parte subito, in parte era conservato nei tinielli, contenitori cilindrici smaltati in terracotta.

Frisuli: ormai quasi impossibili da trovare, sono le parti magre che si staccavano durante la cottura delle rimanenza nel paiolo. Queste assumono la consistenza di un patè e si spalmano sul pane. Per chi ama il genere sono una goduria.

La ricetta: Cuccìa: è un piatto tipico di alcuni paesi della presila, a base di grano cotto e resti di maiale. L’osso del prosciutto, al quale rimaneva attaccata un po’ di carne, veniva bollito insieme alle cotiche del maiale. Il grano veniva messo in ammollo, poi lessato, quindi veniva unito ai resti di carne dell’osso di prosciutto, passato nel forno e servito.

Patate da’Sila

L’altopiano silano si presta alla coltivazione delle patate. Le patate da’ Sila, le patate della Sila, sono una cultivar tipica di queste parti. L’altitudine, unita alla bontà del terreno, regalano una patata gialla che viene venduta a cassettate dai tanti camioncini che si possono incontrare qua e là nei paesi della Sila e della presila.

patate sila

Patate prodotte in Sila vendute al supermercato

La ricetta: pasta e patate: un piatto povero, ma squisito, è la pasta e patate, un piatto tipico dei Montanari perché semplice da cucinare. Presuppone infatti l’utilizzo di una sola pentola nella quale vengono cotte le patate e poi la pasta, calcolando la giusta quantità d’acqua. Alla fine della cottura in una padella a parte veniva arrostito il peperoncino e la cipolla e il tutto veniva versato come condimento sopra la pasta e patate. Ma il touch of class era dato dalla ricotta affumicata grattata sopra, che dava il giusto sapore. Anche oggi si può riproporre quest’antica e umile ricetta. La resa è degna della tavola di un re.

La ricetta: Patate m’pacchiuse: Le campionesse in tavola. La loro realizzazione è tanto semplice quanto efficace. Eppure sono davvero in pochi coloro che la sanno preparare col giusto criterio. Ricordate la padella di cui sopra, in cui si arrostivano peperoncino e cipolla? Bene, in quella stessa padella i montanari preparavano le patate m’pacchiuse, ovvero patate tagliate a rondelle che venivano lasciate lì in padella a rosolare e rosolare e che per naturale cottura alla fine si attaccavano una all’altra. Ebbene, più le rondelle di patate sono attaccate le une alle altre e arrostite, più sono buone, avevi dubbi?

patate mpacchiuse

Un piatto completo di patate m’pacchiuse, carne, salsiccia piccante, caciocavallo alla piastra: il pranzo dei campioni in Sila!

Bene, ti ho messo appetito? Dei dolci, casomai, ne parliamo la prossima volta 😉