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Giro d’Italia… del vino: 20 regioni tutte da bere

Va l’aspro odor de’ vini l’anime a rallegrar…

giro d'italia del vino

Ottobre: periodo di vendemmia, uno dei momenti più importanti dell’anno agricolo. Per l’Italia tutta, da Nord a Sud, una stagione intensa. Sì, perché il nostro Paese ha una vastissima produzione vinicola, che dalla Val d’Aosta e dal Trentino percorre lo Stivale fino ad arrivare alla Calabria, alla Puglia e alle “Isole comprese”.

Il vino, il vero signore della tavola italiana, è davvero da sempre un prodotto d’eccellenza. Voglio raccontarvelo regione per regione, percorrendo un vero Giro d’Italia del vino.

Giro d’Italia del Vino. Il Nord Italia

Nord Italia. Tu diresti che bevono giusto la grappa per difendersi dal freddo e la birra per la vicinanza con l’oltralpe di natura tedesca. E invece.

1 Val d’Aosta

Già la Val d’Aosta regala gioie. Innanzitutto esiste una route des vins, una strada dei vini che attraversa la regione toccando i dolci pendii che ospitano vigneti. Perché la Val d’Aosta non è solo alta montagna e vette innevate. C’è anche spazio per i vigneti. E che vigneti.

Nel mio itinerario in Val d’Aosta di qualche anno fa mi è capitato di assaggiare vini autoctoni, come il Torrette, un rosso ottenuto da uve petit rouge, oppure il Vallèe d’Aoste DOC. Sui vini valdostani trovo molto interessante il post di Valle d’Aosta – Guida turistica.

2 Piemonte

vino rosso e castagne

vino rosso e castagne: un abbinamento top!

Il Piemonte è terra di eccellenza del vino! Tra Langhe e Monferrato, territori di Alba e di Asti, il Piemonte ha una ricchissima carta dei vini! Tutti i vitigni si collocano al di sotto del Po, in un paesaggio dolcissimo di colline. Immaginatevi collinette pettinate a vigneti al mattino in quel po’ di nebbia tipica del Basso Piemonte: ecco, un incanto.

I vini piemontesi d’eccellenza sono per la maggior parte rossi.  Il Barbera e il Barolo sono due vini corposi, di sostanza, perfetti per la cucina piemontese. Accanto ad essi non mancano i vini dolci: il Dolcetto d’Asti e il Dolcetto d’Alba per esempio, ma anche la Freisa, il Brachetto (che da giovincella mi faceva impazzire!) e la Bonarda. Uh, quant’è bona la Bonarda!

Diciamo che i Piemontesi con i dolci ci sanno fare, perché il piemonte è terra di moscato! Chi non ha mai assaggiato il Moscato d’Asti può pure lasciare questa pagina. E correre nella più vicina enoteca a procurarsene una bottiglia!

3 Lombardia

In Lombardia è l’Oltrepo pavese a farla da padrone. Qui sono stata un anno fa esatto e ho apprezzato la cultura del vino, le colline anche qui pettinate in filari regolari e con le foglie di vite già rosse per l’autunno. In molti però mi hanno detto che a differenza di altre regioni d’Italia, l’Oltrepo non sa fare sistema e i vigneti producono uve che servono a “ingrassare” la produzione piemontese di vini. Un peccato, perché una regione con un’identità così distinta merita di essere riconosciuta a livello nazionale.

oltrepo pavese

Vigneti a Oliva Gessi (Oltrepo pavese)

Tra i vini più noti abbiamo il Pinot grigio e il Riesling per quanto riguarda i bianchi, il Buttafuoco, il Pinot nero, la Bonarda e il Rosso dell’Oltrepo per quanto riguarda i rossi. Una produzione quanto mai ricca e generosa, che mi auguro potrà fare presto “il salto” e guadagnarsi una fetta di mercato più ampia e più dignitosa.

Ma Lombardia vuol dire anche Franciacorta. Nella provincia di Brescia si trova questa regione vinicola che è il must nella produzione di spumanti brut. Il Franciacorta di fatto è un nome rinomato ovunque anche all’estero, un vero simbolo del Made in Italy.

4 Veneto

vino bianco

Un prosecchino in riva al mare: cosa volere di più?

Per me Veneto è sinonimo di Prosecco di Conegliano – Valdobbiadene: una terra che non ho mai visitato di persona, lo ammetto, ma che conosco perché spesso nel bene e nel male è protagonista di trasmissioni tv discordanti tra loro: si va infatti da chi loda ed esalta la grande produttività di queste terre a chi invece ne mette a nudo i problemi in termini di sostenibilità ambientale, scoperchiando un vaso di Pandora che probabilmente è comune a molte altre realtà vinicole – e non solo – italiane. In ogni caso, il Prosecco di Conegliano – Valdobbiadene è un altro marchio del Made in Italy noto nel mondo, un prodotto d’eccellenza. Non a caso si chiama Prosecco Superiore.

Nella zona di Verona invece si produce il Valpolicella, un vino rosso la cui produzione risale indietro nei secoli. La regione fin dal Medioevo è dedita alla coltivazione di viti e dunque alla produzione di vino. Nella stessa zona, oltre al Valpolicella DOC si produce il Recioto, un vino dolce, da dessert, e l’Amarone, un vino pregiato, pastoso, importante, che si sposa con i piatti tradizionali della cucina veneta dell’interno.

5 Trentino Alto Adige

Terra di GewurtzTraminer e di Müller Thurgau, il Trentino Alto Adige da qualche anno ha sposato anche la pratica dell’Eiswein, cioè l’Icewine, la vinificazione di grappoli congelati vendemmiati tardivamente. Pratica molto diffusa in Canada, anche se pare che l’illustre precedente risalga all’età romana, e dunque sia nato in Europa, ha trovato terreno fertile (si fa per dire) in Germania, Ungheria, Austria e, ovviamente, in Alto Adige. Il vino che si ottiene è particolarmente dolce, ma soprattutto perché sia tale occorre che l’uva sia ghiacciata direttamente sulla pianta, non congelata poi. Sennò sarebbe troppo facile.

castel mareccio

Castel Mareccio a Bolzano è sede di una prestigiosa azienda vinicola

Ma torniamo ai vini a noi più noti. Il Traminer nasce addirittura nel XII secolo, dunque ha una tradizione antichissima di produzione e  vinificazione. Piuttosto aromatico, tanto che si chiama Traminer aromatico, il Gewurtztraminer è di un bel colore giallo paglierino ed è un vino davvero mittleuropeo: dall’Alsazia all’Ungheria, passando per l’Austria e la Slovenia, è prodotto su un areale piuttosto vasto.

Il Muller Thurgau è anch’esso un vino mittleuropeo, che in Trentino Alto Adige ha trovato il suo luogo d’elezione. Vino da pasteggio delicato e profumato, è di colore giallo verdolino. Deve il suo nome, e questa è la curiosità, al suo inventore, tal sig. Muller e alla sua città d’origine, Thurgau in Svizzera a partire da un vitigno riesling.

6 Friuli Venezia Giulia

Tocai friuli

Un bicchiere di Tocai a Muggia, Trieste, al confine con la Slovenia

Che cosa vuoi dire ad una regione che ha addirittura un paese, vicino a Trieste, che si chiama Prosecco?

In realtà il paese di Prosecco è semplicemente un sobborgo di Trieste. Sicuramente però ci gioca sull’ambivalenza del nome, ed è sintomatica dell’intenzione del luogo di identificarsi con la propria produzione vinicola. Il termine prosecco significa “borgo tagliato”, ovvero landa riservata all’agricoltura e, quindi, alla coltivazione della vite. Anche qui infatti si produce vino, prosecco nella fattispecie. Come abbiamo visto, comunque, il prosecco con la P maiuscola ormai è quello di Valdobbiadene in Veneto. Però l’idea che il prosecco, almeno nel nome, sia nato qui, è molto suggestiva.

In Friuli i vini principali sono il Tocai, il Colli Orientali del Friuli e il Carso. La regione in realtà ha una grandissima vocazione vinicola e, vi assicuro, è una regione di grandi bevitori! Io qui voglio solo sottolineare il Ramandolo, un vino bianco dolcissimo che è la cosa più buona che io abbia mai assaggiato a Trieste.

7 Liguria

bianco lumassina

La lumassina, vino bianco ligure, accompagna i piatti della tradizione locale, come i fiori di zucca ripieni

Cambiamo fronte, torniamo a Nord Ovest. In Liguria distinguiamo un estremo Ponente interno, territorio di vini rossi, e un Ponente e Levante marittimi, dove invece regnano i bianchi.

Nell’estremo ponente i due rossi d’eccellenza sono il Rossese di Dolceacqua e l’Ormeasco di Ormea. Il Rossese è una produzione limitata alla Val Nervia lungo la quale sorge il borgo medievale di Dolceacqua, caratterizzato dal suo bel ponte medievale a schiena d’asino. L’Ormeasco è una produzione di montagna, limitata ai colli alti di Pornassio, Nava e Ormea, a cavallo delle Alpi Liguri, dalla tradizione piuttosto antica.

I bianchi sono il Vermentino, vitigno comune ad altre regioni di mare tirreniche, la Lumassina e il Pigato. Ecco, il Pigato è un vitigno tipico della Piana d’Albenga e del Ponente marittimo che ha un sapore aspro e un colore giallo-rosato. La piana d’Albenga è l’unica vera pianura della Liguria che, confrontata con pianure degne di questo nome, scompare. Del resto si sa, la Liguria è caratteristica proprio per i suoi monti che arrivano quasi fino al mare. Nel Levante è talmente reale questa situazione che addirittura nelle Cinque Terre il vino da cui trarre Vermentino e il vino dolce Sciacchetrà è ottenuto da uve coltivate su colline scoscese che vengono raggiunte solo con funivie in grado di scalare il dislivello. Paesaggisticamente incredibili, le vigne del Levante ligure non rendono certo la vita facile al viticoltore.

Giro d’Italia del vino – il Centro

8 Emilia Romagna

Terra di Lambrusco, innanzitutto, l’Emilia Romagna non si distingue per un suo prodotto particolare (lambrusco a parte, ovvio), ma vino viene prodotto sui Colli Bolognesi, Colli d’Imola, Colli di Parma, Colli di Scandiano e Canossa.

Il Lambrusco, neanche a dirlo è il vino amabile più noto d’Italia. Accompagna saggiamente, con leggerezza e spirito quei piatti non proprio leggeri come il bollito o altre gustose ricette della ben nota cucina emiliana. Ricordo ancora di quella volta che a Reggio Emilia mangiai bollito servito col lambrusco! Sono esperienze che vanno provate, almeno una volta nella vita.

brisighella

Le colline intorno a Brisighella sono coltivate a vigneti

Ma poi, non vogliamo parlare del Sangiovese? Il vitigno è uno dei più diffusi in Italia, utilizzato per la produzione di molti altri vini regionali e infatti è coltivato anche in Toscana e fino in Campania. È l’uva impiegata anche per la produzione di un vino importante come il Brunello, per dire. Il nome, tanto per dare un’idea, pare derivi da Sanguis Giovis, Sangue di Giove, il Padre degli Dei nel mondo romano.

9 Toscana

festa del vino impruneta

La Festa del vino dell’Impruneta è un grande evento del vino in Toscana

Eccoci alla principessa delle regioni vinicole italiane. Lo so, sono di parte, ma la Toscana oggettivamente ha una ricchezza e una varietà uniche. Soprattutto, ha saputo farne un vero marchio di qualità. Il Chianti è il biglietto da visita della Toscana vinicola nel mondo: un territorio totalmente vocato al vino in un’area ampia che si estende dalle colline fuori Firenze fino a lambire l’Aretino e il Senese. Non mi pare poco. L’areale comprende tantissimi borghi, da Greve a Panzano, a Radda in Chianti. La festa del vino di Panzano è un’istituzione attesa da un anno all’altro; idem la festa del vino dell’Impruneta, per la quale un corteo di carri in stile carnevale attraversa il borgo per esibirsi nella piazza della Chiesa.

Poco più a Nord incontriamo i Vini del Montalbano, la piccola area collinare che separa il Val d’Arno dal Pistoiese, e il Carmignano, un vino che ricevette la DOC insieme al Chianti poco più di 300 anni fa direttamente da Cosimo III Medici. Una grande festa tra Prato, Artimino e Carmignano, un paio di anni fa, ha celebrato proprio quel grande, importante evento.

artimino

Vigneti di Carmignano DOC ad Artimino (PO)

In Val d’Orcia abbiamo poi i principi dei vini toscani: il Rosso e il Nobile di Montepulciano, ma soprattutto il notissimo Brunello di Montalcino. Spostandoci sulla costa e in Maremma abbiamo il Morellino di Scansano e il Bolgheri tra i rossi, mentre il Vermentino di Toscana è il re dei bianchi.

vigneti Certaldo

Vigneti Chianti nel territorio di Certaldo

10 Umbria

Anche l’Umbria nel suo piccolo territorio produce vini di un certo pregio. La zona di Orvieto è terra, ad esempio è una bella zona collinare pettinata a vigneti che danno vita all’Orvieto, classico e superiore. Ma altri territori umbri si prestano alla produzione di vini: nell’area del Lago Trasimeno si producono i vini Colli del Trasimeno bianco, rosato e rosso; vino si produce anche nel territorio di Assisi, sui Colli Martani, Colli Altotiberini e della Sabina.

mccurry sensational umbria

La foto che il grande fotografo Steve McCurry ha scattato per il suo progetto Sensational Umbria è un ritratto assolutamente italiano: il pranzo della domenica, l’aria di festa, il capofamiglia che versa il vino

Si distinguono poi il Torgiano rosso, prodotto nel Perugino, e il Sagrantino di Montefalco, un vitigno che risale al XVI secolo e il cui disciplinare prevede la produzione in un territorio ristretto a pochissimi comuni di un vino che può essere sia secco che passito.

11 Marche

Anche le Marche, territorio in gran parte collinare, sono dedite alla produzione del vino. Il Verduzzo dei Castelli di Jesi, il Pecorino e la Passerina sono i tre bianchi più noti della regione.

Tra i rossi invece, ricordiamo il Rosso Piceno e il Rosso Conero, ma una menzion d’onore merita la Lacrima di Morro d’Alba, prodotta nella provincia di Ancona, nel territorio comunale di Morro d’Alba e limitrofi. È proprio la varietà di uva nera che si chiama lacrima, da cui il nome del vino, e che è nota almeno dal XII secolo: una storia piuttosto lunga, per un vino rosso rubino intenso, adatto a vari piatti della cucina tradizionale marchigiana; anche se è un rosso, alcuni lo consigliano anche in abbinamento al brodetto all’anconetana, una ricetta a base di pesce.

12 Lazio

frascati bianco

Un bicchiere di Frascati bianco, Cantina San Simone

Evviva il vino de li castelli“: chi non ha mai sentito Nino Manfredi cantare questo stornello in romanesco? La zona dei Castelli Romani è rinomata da sempre per la sua produzione di vini, oltre che per il suo territorio particolare: collinare, intorno ai laghi vulcanici di Nemi e di Albano intorno ai quali sorgono i centri di Castel Gandolfo, Nemi, Ariccia e, un po’ più in là Frascati. Proprio il Frascati bianco è il vino di punta di questo territorio, le cui vigne di produzione occupano le colline dei dintorni: lungo la strada Frascati-Colonna si incontrano numerose cantine e le vigne indubbiamente caratterizzano il territorio.

Anche il viterbese è terra di vini. Come dimenticare l’Est Est Est? Un vino prodotto a Montefiascone, sul lago di Bolsena, alla cui origine è legato un aneddoto particolare (raccontato sull’etichetta del vino) legato all’espressione “Est! Est! Est!” cioè “Est (bonum)” il vino al punto da esclamarlo per ben tre volte!

Sulla costa si segnala a nord il Cerveteri e a sud il Circeo come areali di produzione che danno origine a DOC bianchi, rosati e rossi.

13 Abruzzo

L’Abruzzo si distingue per tre vini in particolare: il Montepulciano d’Abruzzo, il Trebbiano e il Cerasuolo. Il Montepulciano è un vino rosso prodotto con uve Montepulciano ed è prodotto nell’areale di Teramo. Il Trebbiano è invece un bianco che si accompagna a primi in bianco, a pesce e a carni bianche. Il Cerasuolo è una derivazione del Montepulciano, distinto da esso in quanto cambia l’areale di produzione, più esteso rispetto a quello del Montepulciano, ma la sua dignità di DOC è piuttosto recente: anni 2010/2011.

14 Molise

bicchieri vuoti

Bicchieri in attesa di essere riempiti…

Anche il Molise produce vino. In particolare si distingue la produzione del Biferno nella provincia di Campobasso e del Pentro nella provincia di Isernia.

Anche il piccolo Molise sa farsi rispettare, quando si tratta di portare il vino in tavola.

Vitigno autoctono del Molise è la Tintilia, un antico vitigno a bacca nera che stava lentamente ma inesorabilmente scomparendo e che solo in anni recenti è stato recuperato. Il motivo del suo scarso successo? Ha una scarsa produttività, anche se le piante sono piuttosto resistenti, sopravvivendo alle basse temperature della montagna molisana. Della Tintilia esiste anche la versione rosé, delicata e con note speziate.

Giro d’Italia del vino – il Sud Italia

15 Campania

Fin dall’antichità il vino campano è noto e apprezzato. Già i Romani conoscevano e bevevano il Falerno. La Campania Felix era una terra fertile e rigogliosa che non per caso fece da subito gola ai Greci e agli Etruschi. Entrambe le due civiltà basavano sul vino il rituale del simposio, un evento che non era semplicemente un pranzo o una cena, ma un fatto sociale. Non stupisce dunque la vocazione vinicola di lunga tradizione di questo territorio.

tomba del tuffatore paestum

Sulla tomba del Tuffatore, Paestum, V secolo a.C., è raffigurata una scena di simposio

Oggi i vini di punta della Campania sono il Taurasi e l’Aglianico del Taburno, rossi, il Fiano d’Avellino, il Greco di Tufo e la Falanghina del Sannio, bianchi.

Se andiamo sulle isole, il Biancolella è il vitigno tipico di Ischia, a bacca bianca, introdotto in tempi antichissimi dalla Corsica, che ama i terreni vulcanici tipici delle isole campane. I Borboni poi ne ampliarono il territorio di produzione, portandolo in continente sulla costiera amalfitana e sorrentina.

16 Basilicata

Il vino più noto della Basilicata, terra montana che riesce ad avere due sbocchi al mare, e però aspra e impervia in molte sue parti, è l’Aglianico del Vulture. Anche il Grottino di Roccanova è una produzione locale, della provincia di Potenza, ottenuto da uve cabernet-sauvignon, malvasia e montepulciano.

17 Puglia

uva nera

Grappoli d’uva direttamente sulla pianta

Vi dico solo Negroamaro e Primitivo. E subito vi viene in mente un vino rosso intenso, sapido, aspro come la terra arida della Puglia, ma generoso come la sua cucina e la sua gente. Il Negroamaro del Salento è un vitigno endemico della Puglia. L’uva è bacca nera, ma da essa si ricava anche il rosato: il Salice Salentino.

Il Primitivo di Manduria è l’altro vitigno tipico e notissimo della Puglia. Un altro vino rosso, quasi violaceo, che ben si adatta ai piatti della cucina pugliese. Ricordo certe cene ad Alberobello accompagnate dal soave tocco di un Primitivo…

Infine il Nero di Troia, un’altra varietà autoctona diffusa nell’area centro settentrionale della Puglia. A questo vino, e alla sua gradazione alcoolica, è legata una leggenda relativa ad un importante episodio della storia pugliese: la disfida di Barletta. In quest’occasione, infatti, che vide contrapposti 13 cavalieri francesi contro altrettanti italiani guidati dal celebre Ettore Fieramosca, pare che i Francesi si siano dati al bere vino rosso di Barletta – vinificato a partire da uve di Troia – e che quindi non del tutto lucidi siano stati tremendamente sconfitti dai prodi eroi italiani.

18 Calabria

Calabria è sinonimo di Cirò. Sullo Jonio c’è un territorio, quello delle terre di Cirò, in cui i vigneti arrivano fin sul mare. Il Cirò è sia bianco che rosato che rosso. Tante le cantine, che si sono anche consorziate, e che producono ottime etichette di cui tenere conto. Tra Cirò e Melissa si collocano i vigneti, dalle colline al mare, e il salmastro si coglie fin nel bicchiere, nel bianco che accompagna il pesce, o nel rosato che sa quasi di vaniglia.

terre di Cirò

Vigneti nelle terre di Cirò

Il rosso Terre di Cosenza è invece prodotto nelle colline a nord di Cosenza, in una zona collinare a metà strada tra la Sila e il Pollino, i due grandi massicci montuosi della regione. Si tratta in ogni caso di vini gagliardi, pieni di carattere, ottenuti a partire da uve gaglioppo e da uve magliocco, due vitigni endemici della regione.

Infine, va ricordato un vino dolce delle pendici del Pollino: il Moscato di Saracena, di cui parla Jamaluca sul suo blog.

Giro d’Italia del vino – “isole comprese”

19 Sicilia

Anche la Sicilia ha una storia vinicola piuttosto antica, che risale all’età greca.

Il vino più famoso fuori dall’isola è il Nero d’Avola, un vino rosso notevole, originario dell’areale di Siracusa. Tra i vini bianchi invece l’Inzolia e il Grillo sono i due vini più noti. Ma la Sicilia è terra di vini dolci: chi non ha mai assaggiato lo Zibibbo o il Passito di Pantelleria? Vini da dessert unici, dolci e zuccherini come solo la Sicilia sa essere.

Tra i vini da meditazione si colloca il Frappato, un vitigno autoctono, del Ragusano che dà un prodotto di color rosso rubino dalle profumate note floreali.

Ringrazio Benedetta di Viaggimperfetti.com per i suoi consigli in fatto di vini siculi. E lei, siciliana, è un’esperta!

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20 Sardegna

Infine, la Sardegna. Ultima ma non ultima, la Sardegna sa imporsi sul mercato del vino italiano con almeno due produzioni importanti: il Cannonau per il rosso e il Vermentino di Sardegna per il bianco. Questi sono i vini più noti in continente. Il Cannonau, lo ispira anche il nome, è un vino potente, fortemente alcoolico, a gradazione piuttosto alta, che ben si accompagna con i piatti di carne della cucina sarda dell’interno (un porceddu al mirto con cosa lo vuoi accompagnare, altrimenti?); al Vermentino è lasciato il compito, invece, di accompagnare i piatti di pesce della cucina costiera della Sardegna. Per i dolci sardi, come i sospiri, le tilicche, i pabassini, i gueffos e le seadas, si consiglia invece la Vernaccia di Oristano, un vino dolce ma non stucchevole.

vini d'italia

La mappa dei vini d’Italia

Lunghetto questo tour dell’Italia del vino, eh? D’altronde, però, ognuna delle 20 regioni italiane ha le sue specificità in fatto di vino. Spero in questo post di aver dato un’idea della vastità e varietà della produzione vinicola italiana, per quanto in modo incompleto: la varietà è infatti grandissima, ed è facile confondersi tra vitigni, vini e areali di produzione. Si fa presto ad andare al ristorante e prendere un vino qualunque: anche dietro al rosso o al bianco della casa, infatti, può nascondersi una lunga tradizione e un prodotto di pregio anche se non da etichetta.

Spero con questo post ad alta gradazione alcoolica di averti dato una mappa con cui orientarti nell’intricato mondo dei vini italiani. Tu che esperienza hai in fatto di vini? Bevi vino ai pasti? Cosa scegli? Parliamone nei commenti oppure sulla pagina facebook di Maraina in viaggio!

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Autunno a Roma: due mostre da non perdere

L’autunno porta con sé sempre alcune novità: l’inizio della scuola, l’avvio di nuovi progetti (per me è sempre così, almeno), la programmazione culturale che riparte dopo il rallentamento estivo. Così succede a Roma dove, dopo l’agosto romano in cui gli abitanti si dileguano, da settembre riprendono pian piano le attività culturali.

Nel giro di due giorni hanno inaugurato a Roma, nell’ultima settimana di settembre, due mostre estremamente diverse l’una dall’altra, entrambe assolutamente da non perdere, ognuna per un motivo preciso.

autunno a roma due mostre da vedere

Palazzo Barberini, La stanza di Mantegna

Non fatevi fuorviare dal titolo: la “stanza” non è davvero una stanza, ma un luogo astratto, un luogo dell’anima, un luogo, parafrasando Dante, che è ricettacolo di arte, e dunque arte all’ennesima potenza. La mostra, in realtà piuttosto piccola, ospita poche ma significative opere, prestito del Musée Jacquemart-André di Parigi, e di queste solo due sono state dipinte da Mantegna.

Andrea Mantegna, Ecce Homo

Ecce Homo Andrea Mantegna

Andrea Mantegna, Ecce Homo

L’Ecce Homo di Mantegna è un’opera pazzesca, ha una potenza espressiva che intender non la può chi non la prova. Davanti ai nostri occhi abbiamo Cristo, con la corona di spine, una corda intorno al collo, le mani legate, che guarda verso di noi con aria esausta, sofferente. Alle sue spalle, che lo cingono, ma lo spingono alla gogna, due figuri brutti, loschi, grotteschi. Uno di essi in particolare, mi ricorda certi volti volutamente imbruttiti di Peter Bruegel il Vecchio: il naso adunco, i denti storti, gli occhi incavati, tutto sta a connotare un personaggio negativo. La banda scritta al di sopra di esso, come un fumetto, recita ossessivamente “Crocifige Eum“, Crocifiggilo.

E tutto diventa chiaro.

Cristo si trova sofferente, legato, davanti a Ponzio Pilato. I personaggi alle spalle, che lo spingono in avanti, urlano “Crocifiggilo, crocifiggilo” così come narra il Vangelo. La scena è  fin troppo nota. Manca solo un personaggio a completare il quadro, ovvero Ponzio Pilato.

E improvvisamente ci accorgiamo che siamo noi astanti, che osserviamo il dipinto e veniamo trafitti dagli occhi semichiusi del Cristo, ad essere il Ponzio Pilato della situazione. Come reagiamo davanti all’incalzante ritmo dell’urlo “Crocifiggilo!“? Daremo retta alle voci di condanna o, proprio come fece Ponzio Pilato, ce ne laveremo le mani?

C’è abbastanza in questo dipinto per scrivere un trattato di arte, di teologia e di psicologia allo stesso tempo. Dipinto intorno al 1500 (Mantegna morirà nel 1506) quest’opera è estremamente moderna nel coinvolgimento emotivo che riesce a trasmettere a chi guarda. Perché qui non si tratta di dire “è un quadro bello; è un quadro brutto”: qui si tratta di verificare quanto siamo coinvolti noi spettatori, quanto diventiamo parte dell’opera. Personalmente lo trovo meraviglioso.

Terme di Diocleziano, Je suis l’autre. Giacometti, Picasso e gli altri. Il Primitivismo nella cultura del Novecento

Nella splendida cornice delle Terme di Diocleziano, che è insieme monumento antico, museo di se stesso e museo di arte romana e di archeologia protostorica, trova la sua degna esposizione la mostra Je suis l’autre.

terme di diocleziano

Le Terme di Diocleziano ospitano nell’autunno 2018 la mostra Je suis l’autre

Una mostra suggestiva prima ancora che educativa, una mostra che viaggia su due livelli: l’arte cosiddetta primitiva, o tribale, che trova più spazio negli studi di etnografia e antropologia che non in quelli di storia dell’arte; e la corrente artistica del Primitivismo che, nel Novecento ha visto straordinari esiti in scultura, nonché straordinari rappresentanti: Giacometti e Picasso sono gli autori di grido, richiamati fin nel titolo della mostra. Ma poi c’è George Bracques, Arnaldo Pomodoro, Mirko Basaldella, Joan Mirò, Marino Marini.

je suis l'autre Marino Marini

La Danzatrice di Marino Marini in mostra alle Terme di Diocleziano

Il percorso espositivo è articolato in sezioni che seguono i temi dell’arte etnografica, per così dire: la vita, il sogno, la magia, la morte. Sul filo della narrazione tracciato dalle opere tribali, che provengono variamente dall’Oceania, dall’Indonesia, dalle isole del Pacifico, dal Sud America, si innestano veri e propri confronti con le opere degli autori del Novecento i quali, nel loro approcciarsi all’arte “primitiva” riflettono su se stessi, sul senso della propria ispirazione, sull’arte in generale. Illuminanti, a tal proposito, sono le citazioni poste in apertura della mostra: l’artista riflette sempre su ciò che elabora, e liquidare semplicemente con un “è arte…” ciò che non capiamo significa non tenere conto del fatto che ogni artista conduce una propria riflessione, un proprio pensiero, un proprio scopo. Così, il “Visage” di Picasso non è altro che un volto disegnato, ma piegato per dargli tridimensionalità: appare totalmente astratto ai nostri occhi, eppure nasconde una ricerca personale dell’artista che vuole andare oltre la concezione normale del ritratto.

Altre opere, come la Danzatrice di Marino Marini in apertura di mostra, sono già più vicine al nostro modello occidentale. La ballerina, tra l’altro, a me ricorda nella posa, la Ballerina scolpita da Degas con tanto di tutù. Questa di Marino Marini, però, non ha il tutù né le scarpette, ma ha volto e forme allungate e sproporzionate che si avvicinano a certe opere di arte tribale che effettivamente le sono poste intorno. Tutto torna, tout se tient.

Maschere di legno che raffigurano figure ibride, diaboliche e mostruose. Vi sembrano esotiche? Niente affatto, sono svizzere.

La mostra è realizzata in collaborazione con Electa, che ha curato lo splendido catalogo.

Due mostre da non perdere. Due musei da non perdere

Le due mostre di cui ho brevemente parlato qui, La stanza di Mantegna e Je suis l’autre, sono ospitate in due musei che a loro volta sono due eccezionali istituzioni e monumenti.

Palazzo Barberini

nascita del battistia

Nascita del Battista, Maestro dell’Incoronazione di Urbino, prima metà del XV secolo, Palazzo Barberini, Roma

Palazzo Barberini è la sede della Galleria Nazionale che conta opere che vanno dal Medioevo puro, quello delle Madonne dipinte su fondo oro, all’epoca della Controriforma di cui è protagonista Caravaggio col suo Narciso, passando per la Fornarina di Raffaello. Opere e autori che hanno fatto la storia dell’arte; uno splendido palazzo di cui potrete notare la magnificenza negli splendidi soffitti affrescati del pianoterra e nelle sale magnifiche del primo piano, tra cui il grande salone affrescato da Pietro da Cortona. Un palazzo che è innanzitutto palazzo storico con una sua precisa identità: edificio barocco, di proprietà della famiglia papale dei Barberini, alla sua realizzazione hanno lavorato, insieme a Carlo Maderno, sia Bernini che Borromini, i due architetti eterni rivali nella Roma del Seicento. Tra di essi non poteva correre buon sangue, ognuno impegnato com’era ad affermare se stesso rispetto all’altro per averne fama, gloria, onori, ma soprattutto lavori.

Museo Nazionale Romano – Terme di Diocleziano

Monumento assoluto, della romanità, dell’architettura antica, dello scorrere dei secoli e testimone di come un intero quartiere possa adeguare se stesso alle strutture preesistenti di un complesso davvero enorme. Le Terme di Diocleziano furono l’edificio pubblico più grande dell’impero romano e occupavano uno spazio immenso, tale da condizionare la struttura dell’attuale Piazza della Repubblica, così perfettamente circolare, e gli edifici circostanti; tale da condizionare la pianta (e pure la facciata) della chiesa di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, che è ricavata in alcuni ambienti delle antiche terme; tale da coinvolgere addirittura Michelangelo nella realizzazione di un grande chiostro retrostante la chiesa (per me uno dei luoghi più belli di tutta Roma, tra l’altro).

terme di diocleziano chiostro michelangiolesco

Il Chiostro michelangiolesco ricavato all’interno delle Terme di Diocleziano

Il museo è dedicato principalmente alla scultura romana, accoglie una ricca sezione epigrafica, cioè dedicata alle iscrizioni latine, e inoltre ospita, al piano superiore, un’intera sezione dedicata alla protostoria del Lazio, ovvero ai ritrovamenti relativi all’età del bronzo e del ferro e ai corredi delle tombe, alcuni dei quali davvero ricchi.

USA for dummies: tre cose da sapere prima di partire per gli Stati Uniti

Io voglio prima o poi, ma soprattutto prima, tornare negli Stati Uniti. Sono stata solo a New York, per due volte (ho pubblicato il diario del viaggio proprio su questo blog), ma mi manca tutto il resto! Per esempio, mi ispira tantissimo la città di Chicago! A te no? Io ne sono molto attratta, così a tempo perso mi guardo un po’ intorno per capire come fare per prepararmi al meglio.

usa for dummies

Ora, è da tanto che non compio un viaggio intercontinentale, per cui devo riprendere in mano veramente l’ABC di come si progetta un’impresa di tale portata. Studiando studiando, sono giunta a queste tre cose fondamentali da sapere prima di partire per gli Stati Uniti. Cose veramente basic, proprio for dummies, ma credo sia sempre meglio ripetere le cose più semplici, perché sono quelle che poi rischiamo di perdere di vista.

Dovendo riassumere, ti parlo molto brevemente di passaporto, di ESTA, il visto per entrare negli Stati Uniti, e di assicurazione di viaggio.

Passaporto

Il mio passaporto: dall’Australia al Perù passando per NYC, Dubai, Giordania e Marocco

Beh, il passaporto è necessario in tutti i Paesi fuori dall’Unione Europea. In Gran Bretagna, poi, è caldamente consigliato (anche se non ci sarebbe stretto bisogno): all’arrivo in aeroporto la carta d’identità italiana non piace, anche se in realtà è valida. All’aeroporto di Stansted, se fate caso, è proprio scritto, in italiano, di esibire il passaporto. Curiosi questi British, eh?

A maggior ragione per gli USA il passaporto è necessario, e va fatto per tempo, onde evitare di rimanere a terra mentre il tuo volo parte perché, semplicemente, non hai potuto imbarcarti. Negli Stati Uniti la Carta d’Identità italiana non è valida. O Passaporto o puoi pure ritornartene a casa ad orecchie basse. Il passaporto è il passaporto elettronico, come normalmente ormai viene rilasciato in Italia.

Il passaporto in Italia si richiede in Questura, e la domanda va corredata dal pagamento di un bollettino postale da 42,50 € e da una marca da bollo da 73,50 €. Costicchia, ma dura 10 anni, è un investimento e un invito a sfruttarlo il più possibile 😉

ESTA

Esta è il lasciapassare elettronico. Senza ESTA non si può entrare negli USA. Semplice e inesorabile. Appurata questa dura verità, vediamo come procurarcelo.

L’Electronic System for Travel Authorization è un sistema elettronico online elaborato dal Governo degli Stati Uniti per controllare preventivamente l’identità dei viaggiatori che intendono soggiornare negli USA. È un’autorizzazione che viene concessa a chi viaggia per turismo o per lavoro e che non soggiorna più di tre mesi negli USA. Pertanto, se vuoi entrare negli Stati Uniti devi necessariamente avere l’autorizzazione ESTA. Tutti, e dico tutti, neonati inclusi, devono esserne muniti, anche se si fa semplicemente scalo negli USA diretti altrove. L’ESTA è valido due anni e si richiede davvero in pochi semplici passaggi online dal sito apposito: https://www.evisaonline.com/it/usa/esta.html. Hai tempo fino a 72 ore prima della partenza per richiederlo. Io però non mi ridurrei all’ultimo, fossi in te.

Assicurazione di viaggio

L’assicurazione di viaggio non è obbligatoria, ma è caldamente consigliata. Ne esistono varie, come ad esempio l’Assicurazione di viaggio AIG, la quale nel pacchetto inserisce anche l’importante assicurazione sanitaria USA. Importante perché ti posso assicurare che se all’estero ti senti male, ti rompi una gamba, ti succede qualsiasi cosa che abbia a che fare con la salute, se non hai una copertura sanitaria le cure ti costano l’ira di dio. Gli USA non sono da meno, per cui avere un’assicurazione che ti copre interamente è un investimento sicuro. Spesso pensiamo che l’assicurazione di viaggio serva per precauzione se andiamo in Paesi più “esotici”, diciamo, o meno sicuri secondo i parametri e le comodità occidentali; invece anche una banale storta che ci immobilizza la caviglia a New York può rovinarci il viaggio, sia in termini di tempo che, soprattutto, economici.

usa for dummies

E tu che consigli mi proponi? Di cos’altro devo assolutamente tenere conto quando inizio a progettare un viaggio negli USA?

(Post sponsorizzato)

Ti presento MARTA: il Museo Archeologico Nazionale di Taranto

Chi è Marta?

Marta è l’acronimo di Museo Archeologico Taranto. Il museo che ha l’onore e la responsabilità di raccontare la storia più antica della città. E assolve al suo compito benissimo.

museo archeologico taranto

Il Museo si trova in pieno centro, superato il Ponte Girevole che collega la città vecchia, medievale, arroccata, con la parte ottocentesca, ordinata, strade larghe rettilinee e piazze. Il MARTA è uno dei musei archeologici più grandi d’Italia: una collezione archeologica vastissima, che va dalla preistoria all’età romana e altomedievale, passando, e soffermandosi soprattutto, sull’epoca più importante: quella greca.

Visitare il MARTA

Si parte dal terzo piano per visitare il MARTA. Al terzo piano infatti inizia il percorso espositivo. Nella prima sala, ad accoglierci, un vip dell’archeologia: lo Zeus di Ugento: una statuetta in bronzo del dio posto nell’atto di scagliare, con misurato equilibrio, il fulmine che lo contraddistingue. Per me un’emozione trovarmi inaspettatamente al suo cospetto.

zeus di Ugento

Lo Zeus di Ugento al MARTA Museo archeologico nazionale di Taranto

La preistoria

Il percorso espositivo inizia dall’inizio, ovvero dalla Preistoria. Quando l’uomo viveva o si riparava in grotta, quando non esistevano ancora insediamenti urbani, ma l’uomo pian piano imparava a plasmare l’argilla e la cuoceva per farne contenitori, quando iniziava a coltivare e quindi diveniva stanziale. Due Veneri paleolitiche dalla Grotta delle Veneri a Parabita (LE) sono la testimonianza di un culto della fertilità che era estremamente diffuso 20mila anni fa circa.

veneri paleolitiche taranto

Veneri Paleolitiche al Marta – Museo archeologico nazionale di Taranto

MARTA TAranto

idolo neolitico, MARTA – Museo archeologico nazionale Taranto

Il Neolitico segna la svolta: l’uomo con l’agricoltura addomestica la terra, ma a sua volta ne è addomesticato e da nomade si ferma nei luoghi che meglio rispondono alle sue necessità. Sorgono i primi insediamenti, anche se continuano ad essere utilizzati i ripari in grotta, come la grotta dei Cervi di Porto Badisco, vicino a Otranto o come ad Arnesano, dove una tomba ha restituito un idolo, una statuetta con il volto a civetta. Siamo tra il 4300 e il 4000 a.C.

Insieme all’agricoltura, l’uomo inizia a plasmare la terra e a cuocerla: l’invenzione della ceramica è un altro grande passo per l’umanità. La terracotta segna davvero la svolta perché i vasi consentono di conservare cibi e liquidi; hanno scopo pratico ma anche rituale, iniziano ad essere decorati.

Poi l’uomo scopre i metalli. Il rame, innanzitutto, poi il bronzo e a seguire il ferro. L’età del Bronzo segna per la Puglia l’incontro con le popolazioni dell’Egeo, da Creta prima e dalla Grecia continentale poi. Iniziano le importazioni di ceramiche minoiche (cretesi) e poi micenee (greche). I primi contatti con il mondo greco si collocano tra il 1300 e il 1000 a.C. Ma il vero incontro con la Grecia arriverà qualche secolo più tardi, con la fondazione della colonia spartana di Taras.

Taras, la colonia greca

Ogni colonia greca ha il suo fondatore, l’ecista, e il suo eroe mitologico di riferimento. Nel caso di Taranto l’eroe è Taras, figlio del dio del mare Poseidone che un giorno, nella terra dove poi sarebbe sorta Taranto, stava compiendo sacrifici quando dal fiume comparve un delfino. Considerato un segno propizio della benevolenza degli dei, Taras ordinò che lì fosse fondata una città. Poi Taras un giorno scomparve in mare e si narrò che il padre lo avesse preso con sé. Fin qui il mito. Il fondatore storico di Taranto, invece, fu Falanto, che guidò un gruppo di spartani alla ricerca di una nuova terra (dopo essere stati scacciati, così dice il mito, dalla città natale) e la chiamò Taras in memoria dell’eroe figlio di Poseidone. La città iniziò a battere moneta, e sulle sue monete figurava l’eroe Taras in groppa al delfino.

taranto tempio dorico

Ciò che resta dell’imponente tempio dorico di Taranto: due imponenti colonne

La città greca è narrata, in museo, attraverso i segni tangibili che ha lasciato: non così diffusi come penseremmo, ma siccome la città è cresciuta su se stessa, con una continuità di vita che non ha visto interruzioni, è difficile scavare interi quartieri, mentre nel corso del tempo non sono mancati i rinvenimenti sporadici, sparsi qua e là per la città, sufficienti però a delineare un’idea dell’organizzazione dello spazio urbano. Nella città vecchia, poi, non possono sfuggire le due imponenti e tozze colonne doriche del tempio dorico, di VI secolo a.C.

Gli edifici religiosi erano abbelliti con decorazioni architettoniche varie; tra tutte le antefisse sono le più interessanti: a testa di Gorgone, o Medusa, vanno dalle più antiche, dal volto mostruoso, a quelle più recenti, in cui un bel volto di donna è agitato da serpenti tra le ciocche dei capelli. Altre antefisse rappresentano il dio Ermes, oppure i Sileni, oppure donne con la testa coperta da un velo. La varietà è notevole, così come i colori.

museo archeologico taranto

Un’antefissa a testa femminile velata, Museo Archeologico Nazionale di Taranto

La devozione alla divinità, però, non occorre dimostrarla per forza con i templi, ma anche con doni votivi, come statuette che raffigurano divinità oppure offerenti. Offerte nei santuari, erano raccolte in stipi votive, dei pozzetti che fanno la gioia degli archeologi, quando ne rinvengono uno.

museo archeologico taranto

Una statuetta di recumbente (semisdraiato) in terracotta, offerta votiva in un santuario del IV secolo a.C. Museo Archeologico Taranto

Le statuette fittili, la mia passione

Si chiama coroplastica, in termine tecnico, la produzione di sculture e rilievi in terracotta. Si tratta di una produzione di artigianato artistico che a Taranto dà esiti incredibili! Per tutta l’antichità, dall’età greca ai primi secoli dell’occupazione romana (quella che viene definita età ellenistica) le statuette in terracotta, raffiguranti fanciulle, attori, ballerine, divinità – in particolare Venere – sono diffusissime. Non è chiara la funzione: se ex voto, bambole, rappresentazioni divine o altro. Io semplicemente le adoro: erano coloratissime, le fanciulle indossano abiti e copricapi strepitosi. Sono eccezionali.

museo archeologico taranto

Non è meravigliosa questa statuetta in terracotta dipinta? In realtà sono due che si intersecano: la Nereide, una divinità marina, e l’ittiocentauro, una creatura marina fantastica che vi si inserisce. Trovo il tutto meraviglioso. Museo archeologico Taranto

I vasi apuli

Taranto era un centro di produzione di vasellame molto importante. I vasi apuli, imponenti, a vernice nera e figure rosse sono dei capolavori di artigianato artistico. I vasi avevano differenti destinazioni: segnacoli funerari, contenitori per il vino nei banchetti, coppe per bere, vasi specifici per i matrimoni, contenitori più piccoli per unguenti e profumi. La produzione tarantina di vasi è vastissima. Sulle pareti spesso sono rappresentate scene mitologiche anche complesse. Tantissime figure animano i vasi, come se i pittori avessero paura di lasciare degli spazi vuoti. Le scene rappresentate possono essere molto note, come la Amazzonomachia (la battaglia tra i Greci e le Amazzoni) o la nascita di Dioniso dalla coscia di Zeus(v. video in fondo al post); ma sono anche scene particolarissime e che ci fanno sorridere, perché ci fanno vedere come, in fondo, non sia cambiato proprio niente: la scena con Afrodite che minaccia di picchiare il piccolo figlioletto Eros col sandalo non è familiare a molti di noi?

museo archeologico taranto

Lebete apulo a figure rosse. Il lebete è un vaso nuziale, femminile. La scena è un riferimento al ruolo di madre che a noi suscita immediatamente un sorriso: Afrodite sembra dire “Ti tiro ‘na ciavatta!”. Museo Archeologico Taranto

La conquista romana

Prima Pirro, poi Annibale. Taranto ha sempre cercato di evitare la conquista romana, ma un bel momento essa fu inevitabile. Ciononostante la conquista romana non ha significato un cambiamento drastico immediato nella cultura e nella mentalità tarantina. I Romani sapevano creare le condizioni per non imporre la propria cultura, ma solo la propria organizzazione amministrativa. Il processo di romanizzazione fu lento ma costante ovunque, per cui per molto tempo dopo la conquista effettiva la popolazione locale continuò a mantenere le proprie consuetudini. Per Taranto questo tempo coincise all’incirca con tutta la durata dell’età ellenistica(fine IV-inizio I secolo a.C.).
In età imperiale, invece, case e terme sono ormai tipologie edilizie prettamente romane. I pavimenti a mosaico di certi edifici fanno invidia ad analoghi pavimenti di Roma, Ostia e Pompei, per fare dei raffronti.

museo archeologico taranto

Uno degli splendidi mosaici che decoravano i pavimenti di domus e terme di Taranto romana. Museo archeologico Taranto

Focus on: le oreficerie

Nella Taranto greca un ruolo importante riveste la produzione orafa. Orecchini, corone così finemente cesellate e così moderne! Ma anche portagioie a forma di conchiglia: capolavori di cesello che fanno invidia a certi oggetti moderni. Gli orecchini sono davvero moderni: quelli con pendenti a forma di Eros sono i miei preferiti.

museo archeologico taranto

Le meravigliose oreficerie tarantine. Museo archeologico Taranto

Perché visitare il MARTA

La straordinaria storia di Taranto emerge grazie ai ritrovamenti archeologici fatti nel corso di decenni. Si tratta spesso di rinvenimenti sporadici, fatti qua e là in varie contrade della città, nel corso di scavi urbani, non in seguito a campagne di scavo mirate. Nella città vecchia di Taranto l’unico sito archeologico visibile è il tempio dorico, mentre tutto il resto della città antica è stato seppellito, eraso, coperto dalla città che nel corso dei millenni ha continuato a costruirsi su se stessa.

Per chi non è di Taranto è difficile capire da dove provengano i bellissimi reperti archeologici esposti in museo. Per chi è di Taranto, invece, può essere una scoperta vedere che vicino casa è stato trovato qualcosa di antico. Non so, io all’idea sarei elettrizzata!

Scoprire Taranto vuol dire anche conoscerne la storia più antica. Il MARTA, Museo Archeologico Nazionale di Taranto, è la tappa fondamentale per conoscere la città. Assolutamente da non perdere.

Capo Colonna. Perché visitare uno dei siti archeologici più belli della Calabria

Forse non tutti sanno che la Calabria è una regione ad altissima concentrazione di siti archeologici grandi e importanti. Tutta colpa dei Greci, che tra il VIII e il V secolo partivano dalle loro città d’origine e approdavano sulle coste del Sud Italia per fondare nuove città, colonie in una terra straniera. La Magna Grecia, così è nota l’Italia meridionale: dalla Campania alla Puglia passando per Calabria e Basilicata (anche la Sicilia è interessata da quest’ondata di colonizzazione, ma non viene inserita nella denominazione di Magna Grecia, rimane a sé stante).

perché visitare capo colonna

Tra tutte le città greche della Calabria, Crotone è una delle più importanti, storicamente parlando. Dal punto di vista archeologico, possiamo trovare testimonianze della città greca sia in città, nel Museo Archeologico Nazionale di Crotone, che a Capo Colonna, dove sorgeva il santuario di Hera Lacinia. Qui si trova il Parco Archeologico di Capo Colonna, con annesso Museo archeologico. Ed è proprio di questo parco e del suo museo che vi voglio parlare qui.

Perché visitare Capo Colonna, uno dei siti archeologici più belli della Calabria

Per raggiungere Capo Colonna bisogna lasciarsi alle spalle Crotone e proseguire verso Sud, lungo un promontorio panoramico che regala splendide vedute (e splendide calette, giù in fondo). Il territorio è brullo (ahimè inquinato da rifiuti indegni), arso dal sole, contrassegnato dai bunker della 2° Guerra Mondiale, oggi muti testimoni dell’orrore che fu.

promontorio capo colonna

Il panorama costiero da Capo Colonna

Il Parco Archeologico di Capo Colonna è gratuito.

Si parcheggia l’auto e si prosegue a piedi (ricordate un cappellino, acqua e crema solare, se venite in estate). La prima parte è un sentiero in un giardino mediterraneo popolato da carrubi, oleandri e arbusti di mirto; poi ci si ritrova davanti al muro di cinta del santuario di Hera Lacinia.

Il tempio di Hera Lacinia

Capo Colonna

Capo Colonna. Santuario di Hera Lacinia

La prima cosa che salta agli occhi, notissima, per averla vista tante volte in fotografia, è la colonna che dà il nome a Capo Colonna: unica colonna rimasta in piedi di un grande tempio che contava la bellezza di 48 colonne sul suo perimetro (quella che con termine tecnico si chiama peristasi). Una sola colonna, di 48 che erano, testimonia la grandezza del tempio che fu.

Il tempio, che sorgeva – come oggi del resto – sulla punta del promontorio, dunque in un luogo strategico e simbolico per il controllo del passaggio e dell’arrivo di navi per il commercio o nemiche, era dedicato alla dea Hera Lacinia, da Lacinion, il toponimo che aveva anticamente questo promontorio. Il tempio, in stile dorico, fu eretto nel VI secolo a.C. e si trovava all’interno di un santuario costituito da più edifici, di servizio o funzionali al culto.

Il tempio, o meglio la colonna, è noto da parecchio tempo. Dal Cinquecento in avanti sono molti gli scrittori/viaggiatori che citano il sito nelle loro memorie di viaggio, permettendoci di ricostruire, almeno in parte, il paesaggio nei secoli. Possiamo apprendere, così, che se del tempio si è conservata una sola colonna è perché nel corso dei millenni è stato spoliato del materiale edilizio e architettonico, variamente reimpiegato per la costruzione di case ed edifici nei dintorni. Del resto, il tempio, tegole del tetto comprese, era in marmo: e il marmo, materiale pregiato e da importare, faceva gola ai costruttori locali.

Poco distante dalla colonna del tempio dorico si erge il faro moderno, bianco, bello, da cartolina. Ma la cartolina migliore è senza dubbio offerta dalla colonna che si staglia contro il blu del mare e del cielo.

capo colonna faro

Il faro di Capo Colonna

Dopo i Greci: la città romana, la Torre Nao, la chiesa di S. Maria, il bunker della 2° Guerra Mondiale

Già il santuario di età greca subisce dei rimaneggiamenti e delle mutazioni in età romana: anche chi non è un esperto può riconoscere nel grande muro di cinta, inserite in mezzo ai grandi blocchi originari, delle porzioni di muro dal paramento a rombi: è il cosiddetto opus reticolatum romano, una tecnica muraria in voga a Roma e nell’Impero nei primi due secoli della nostra era. Quando vedete da qualche parte un muro fatto così non potete sbagliare: è assolutamente e incontrovertibilmente un muro romano.

capo colonna santuario hera lacinia

Stratificazioni: un muro romano in opus reticolatum si imposta sul muro greco a blocchi: fai bella figura con i tuoi, facendo notare questo dettaglio 😉

I resti della città romana di Croto

Allontanandosi dal santuario e proseguendo la passeggiata si costeggia un’area recintata, non particolarmente spettacolare: le strutture archeologiche sono conservate ad un’altezza limitata dal suolo, non sono eclatanti a vedersi, né particolarmente fotogeniche, a meno che non amiate il genere. Ci troviamo in presenza di alcuni edifici della città romana di Croto, in particolare le Terme. Ma più avanti, dietro la Torre Nao, si trova il nucleo più cospicuo. Qui infatti è venuta in luce una domus, ovvero una casa privata appartenuta a qualche illustre personaggio crotoniate, oltre ad altri edifici. Dalla parte opposta, sotto la piazza oggi pavimentata e a lato della chiesa di S. Maria, invece sono venuti in luce i resti di un edificio pubblico di rappresentanza, con pavimenti a mosaico che però oggi sono coperti. Per fortuna la pannellistica (insieme ai reperti in museo) viene in nostro soccorso e ci aiuta a comprendere un contesto altrimenti difficilmente leggibile.

capo colonna archeologia

i resti della domus signorile dell’antica Croto alle spalle della Torre Nao e della chiesa di S. Maria

La Torre Nao

Ad un certo punto della sua storia, questo promontorio prende il nome di Capo Nao, dove Nao significa tempio, in greco: tutto torna, dunque. Traccia di questo toponimo rimane nella torre costruita sotto gli Aragonesi, chiamata Torre Nao. Si tratta di una turre (detto in calabrese) del XVIII secolo, posta nel punto migliore del promontorio per controllare chi attraversava lo Jonio diretto verso la costa o più a nord verso Taranto. La torre è un corpo quadrangolare contraffortato nella parte inferiore, al quale si accedeva grazie ad una scala piuttosto alta che immetteva ad un piano rialzato e che era collegata ad essa da un ponte di legno, retraibile in caso di necessità. Le merlature della torre hanno le caditoie aperte per colare pece o olio bollente, o qualunque altro deterrente che potesse frenare gli eventuali assalitori. E no, non doveva essere facile vivere lungo la costa jonica calabrese tra medioevo ed età moderna: la grande torre di Torre Melissa, più a Nord, è un esempio eloquente.

Capo Colonna Torre Nao

Ambientazione da Far West nel mezzogiorno torrido di agosto a Capo Colonna. Torre Nao svetta, accanto a lei la candida chiesetta di Santa Maria

La chiesa di Santa Maria

Piuttosto rimaneggiata in tempi anche recenti, la chiesa di Santa Maria è una pittoresca chiesina bianca che sorge accanto alla torre. Narra la leggenda che nel corso di un assalto di pirati turchi al promontorio, essi provarono a bruciare la tela raffigurante la Madonna che sovrastava l’altare. La tela, miracolosamente ignifuga, però, restò intonsa. La tela della Madonna in questione oggi si trova nella cattedrale di Crotone, ma ogni anno in occasione della festa una processione arriva fin qui, dove la fortuna di questo dipinto ebbe inizio. In chiesa, un dipinto realizzato in anni recenti racconta le circostanze del miracolo.

capo colonna santa maria

Un dipinto recente nella chiesa di Santa Maria racconta con una chiarezza degna degli affreschi medievali il miracolo della tela della Madonna che non prende fuoco tra le fiamme degli infedeli

Il bunker della 2° Guerra Mondiale

Poco distante dalla chiesa e da Torre Nao, sempre lungo il promontorio e all’interno del perimetro del Parco Archeologico, si trova un piccolo bunker della 2° Guerra Mondiale. Una casamatta di cemento armato, a cupoletta, con quattro feritoie sui lati per il posizionamento dei mitra e una piccola porta per consentire ingresso e uscita del soldato di turno, rimane qui a testimonianza di una guerra che fu intensa, soprattutto dopo lo sbarco in Sicilia, ma anche prima, durante l’occupazione della Grecia da parte italiana (se avete visto il film Mediterraneo sapete di cosa parlo). Il litorale crotoniate, e in generale jonico, è cosparso di bunker che stanno lì, sospesi, sopravvissuti sia alla memoria che alla dimenticanza, spesso sconosciuti a chi vi abita vicino, spesso incompresi, soprattutto dalle generazioni successive alla guerra.

capo colonna bunker 2 guerra mondiale

Un bunker della 2° Guerra Mondiale nel Parco archeologico di Capo Colonna

Il museo archeologico nazionale di Capo Colonna

museo capo colonna

Museo di Capo Colonna: la sezione dedicata all’archeologia subacquea

Anche il museo archeologico nazionale di Capo Colonna è gratuito. Un bel museo, nuovo, ben spiegato e ben allestito. E soprattutto è il completamento necessario, ideale e reale della visita al Parco archeologico. Se fin qui infatti abbiamo visto strutture, spazi e soprattutto assenze (cioè tutto ciò che nel tempo è andato distrutto, come gli elevati degli edifici), in museo troviamo gli oggetti della vita quotidiana (soprattutto quelli relativi alla città romana), alcuni arredi architettonici e scultorei del santuario greco, una ricostruzione a video del tempio di Hera Lacinia come doveva essere e come si integrava nel contesto circostante. C’è poi una esaustiva pannellistica che spiega il territorio, lo specifico delle produzioni ceramiche, le sculture, gli arredi, la costruzione e la funzione degli edifici. Tutto ciò che all’esterno, nel Parco, non si trova.

Infine, una bella sezione del museo è dedicata all’archeologia subacquea, ovvero al rinvenimento di relitti di età romana affondati nei pressi di punta Scifo, poco distante. Un relitto in particolare, il Relitto Orsi, dal nome dell’archeologo che lo scoprì, è interessante perché il suo carico era costituito principalmente da elementi architettonici, quali colonne, basi, grandi bacini, e scultorei – tra cui una statua di Amore e Psiche incompleta, perché solo a destinazione avrebbe ricevuto le rifiniture. Un tuffo virtuale sul fondo del mare, e pare proprio di nuotare in un mare senza tempo, in un tempo che ci è stato restituito per poter conoscere qualcosa di più sul nostro passato.

Salento divino. 3 chiese salentine assolutamente da visitare

Lu mare, lu sule, lu ientu, le tradizioni radicate e la religiosità insita nell’Italia e negli italiani. Una religiosità che si confonde con la storia, con la storia dell’arte, con l’architettura. Un patrimonio assolutamente da scoprire.

salento divino

Il Salento è davvero divino: vi parlo di tre chiese salentine assolutamente da visitare e da conoscere per comprendere a fondo questa terra che non è solo mare e turismo, ma è passione, è cultura, è tradizione. Andiamo a Galatina, poi a Otranto e infine a Gallipoli, a conoscere le rispettive basilica e cattedrali.

Basilica di santa Caterina a Galatina

santa Caterina Galatina

La tentazione del frutto del bene e del male, ovvero un dattero: Basilica di Santa Caterina, Galatina

In una terra di tradizione greca, com’era il Salento fino al XIV secolo circa, viene costruita una basilica che si pone come nuova frontiera della chiesa cattolica di tradizione latina. Per farlo vengono chiamati artisti dal centro italia: è il momento del Gotico Internazionale, è il momento in cui i francescani stanno emergendo come ordine monastico e proprio loro vengono chiamati a “colonizzare” questo angolo di Puglia. Il modo migliore per evangelizzare è spiegare attraverso le immagini le storie della Bibbia, del vangelo e della Santa Caterina, cui è intitolata la chiesa.

Il ciclo pittorico della basilica di Santa Caterina è incredibile; può essere tranquillamente paragonata a San Francesco d’Assisi per l’impegno pittorico, per il ciclo di affreschi e anche per certi rimandi che non si possono sottovalutare: come il blu di sfondo alle scene. Si inizia con l’Apocalisse sulla controfacciata, in cui la fine del mondo vicina è narrata attraverso le immagini forti e vivide raccontate nel testo di San Giovanni Evangelista. Poi abbiamo le storie della Bibbia, con Adamo ed Eva, la cacciata dall’Eden perché entrambi mangiano dall’albero del bene e del male (che è un dattero, e non il pomo che comunemente conosciamo). Quindi ci sono le storie della vita di Cristo, e, nell’abside, le storie e il martirio di Santa Caterina, la cui figura sembra essere la trasposizione in chiave cristiana della figura di Ipazia, la filosofa di Cirene che fu perseguitata dai Cristiani, seviziata e uccisa. Santa Caterina sembra subire le stesse mortificazioni, ma in chiave opposta. Molto ci sarebbe da dire sulle storie dei martiri cristiani, ma non è questo il luogo. Certo, è curioso tutto ciò, così com’è curioso che Santa Caterina, seppellita sul monte Sinai, sia stata depredata di un dito, che le fu strappato a morsi da Raimondello del Balso, signore di Galatina, che qui portò la preziosa reliquia. L’orrore regna sovrano.

santa caterina galatina

parte del soffitto voltato e interamente affrescato di Santa Caterina a Galatina

La navata laterale è dedicata alla Madonna. Storie della Vergine, prese anche dai vangeli apocrifi, e finalmente la firma di uno degli artisti, Franciscus de Arretium, che ci dice la provenienza dei pittori della basilica.

Cattedrale di Otranto

La cattedrale di Otranto è famosissima per il suo mosaico pavimentale, che ricopre totalmente il pavimento della chiesa, sia le tre navate che l’abside centrale. Realizzato dal monaco Pantaleone nel XII secolo, non è semplicemente una Bibbia per immagini, come si potrebbe immaginare, ma in realtà è molto di più e molto di diverso.

otranto

Otranto, la piazza della Cattedrale alle 2 del pomeriggio: quando non c’è nessuno.

La narrazione è complicatissima. Nella navata centrale abbiamo l’albero della vita. Un albero alla cui base si trova Alessandro Magno (e voi direte: che c’entra con la cultura cristiana? C’entra però con la cultura greca di cui Pantaleone era portatore). In cima all’albero, invece, c’è la cacciata dall’Eden di Adamo ed Eva, cui fanno seguito i 12 cerchi dei mesi, individuati dai lavori dell’uomo. Tra le figure rappresentate compare Re Artù, la cui raffigurazione spiazza perché non ha a che vedere con la religione cristiana, ma piuttosto con il ciclo epico cavalleresco di storie e racconti che si tramandavano all’epoca. Nel mezzo animali reali e fantastici, dromedari e grifi, tutto fa sì che questo pavimento sia un bestiario medievale piuttosto articolato, una narrazione con significati molto criptici, che ancora in parte sfuggono a chi oggi li studia.

mosaico cattedrale otranto

Il “gatto con gli stivali” è solo una delle creature fantastiche rappresentate da Pantaleone nel pavimento a mosaico della cattedrale di Otranto

La Cattedrale di Otranto accoglie anche la cappella dei Martiri di Otranto, che furono giustiziati a centinaia dai turchi Ottomani quando Otranto fu occupata, verso la fine del Quattrocento, e la popolazione maschile rifiutò di convertirsi. La cappella è un grande ossuario, un po’ lugubre se vogliamo, che celebra per l’appunto i martiri che si opposero al nemico infedele.

Infine, al di sotto, una splendida cripta retta da colonnine di reimpiego e capitelli variamente decorati, alcuni romani, altri medievali, completa la visita di questa splendida cattedrale.

Cattedrale di Gallipoli

cattedrale gallipoli

Linterno della cattedrale di Gallipoli

Di solito le grandi chiese affacciano su grandi piazze. Invece la facciata della Cattedrale di Gallipoli è stretta su una via, neanche uno spiazzo. Dedicata a Sant’Agata, la chiesa è un trionfo di barocco e grandi tele di pittori importanti della Puglia e del Sud Italia. La sua costruzione risale al XVII secolo, 1629 per l’esattezza, ma si tratta della riedificazione di una chiesa precedente, romanica, dedicata a S. Giovanni Crisostomo. L’interno della chiesa è maestoso e splendido: per vederlo comodamente da casa potete fare il tour virtuale che viene proposto qui.

A Sant’Agata è dedicato un ciclo pittorico importante, sul soffitto della chiesa, che riporta i passaggi salienti dell’arrivo della sacra reliquia della mammella sulla spiaggia di Gallipoli. Le tele raccontano di come la mammella fosse stata più o meno volutamente abbandonata sulla spiaggia, di come una mamma con una bambina passassero di lì per caso, di come la mamma si fosse addormentata e di come la bambina, trovata la mammella, se la fosse messa in bocca per succhiarla, di come nel frattempo la mamma fosse stata avvertita in sogno e di come poi alla fine si fosse diffusa la voce del miracolo.

Una chiesa davvero interessantissima sotto molteplici punti di vista, non ultimo il fatto che, insieme al Castello di Gallipoli costituisce un’attrazione culturale importante nella quale distrarsi, sia mai che qualcuno si stanca di andare al mare 😉

Il Salento è molto più che mare e spiagge: è turismo culturale. Nei miei post sul Salento cerco di raccontarlo il più possibile, di dare una visione di questa terra che mostri il suo lato genuino e storico, non massificato né esasperato. Spero di fare bene e di farlo bene.

Nicola Attadio, Dove nasce il vento. Vita di Nellie Bly

Più che una viaggiatrice, più che una giornalista: un libro per scoprire Nellie Bly

Da quando ho scoperto la figura di Nellie Bly non ho più potuto fare a meno di citarla ogni volta che si tratta di parlare di donne pioniere dei viaggi. In effetti Nellie Bly è diventata famosa in tutto il mondo per aver compiuto in 72 giorni quel giro del mondo che Jules Verne aveva raccontato in 80.

nellie bly

Ma Nellie Bly è stata molto di più. E leggendo la biografia che ne ha scritto Nicola Attadio sono rimasta impressionata a scoprire pagina dopo pagina una femminista ante litteram, una coraggiosissima reporter, una donna che metteva se stessa in quanto donna davanti a tutto ciò che faceva. Una donna che ha sempre voluto dimostrare che le donne devono essere indipendenti se si vogliono affermare o semplicemente realizzare (a free american girl, si definisce).

Vita di Nellie Bly

nellie bly attadio

Nicola Attadio, Dove nasce il vento. Vita di Nellie Bly

Nicola Attadio percorre tutta la vita di Nellie Bly, al secolo Elizabeth Cochran, dall’infanzia felice all’adolescenza drammatica: da qui la consapevolezza che se vuole sopravvivere con le sue sole forze deve fare affidamento su se stessa. Il primo passo da donna indipendente è fare la giornalista a Pittsburgh. La sua penna e il suo stile piacciono, nonostante lei sia giovanissima. E scomoda, perché è una donna in un ambiente maschile.

Il primo viaggio, visto che in questo blog si parla di viaggi, lo fa in Messico come reporter alla scoperta di quello stato così vicino agli Stati Uniti e così lontano. Per ottenere di poter andare si fa accompagnare da sua madre: due donne sole in una terra sconosciuta.

Quando rientra è scontenta del ruolo che riveste al “Dispatch” di Pittsburgh, così fa le valigie e si presenta a New York, dove nientepopodimenoché Joseph Pulitzer, quel Pulitzer, è proprietario del “World”. Proprio per questa testata giornalistica andrà a lavorare, proponendo per prima cosa un reportage memorabile: trascorre 10 giorni in un ospedale psichiatrico femminile per denunciarne le atrocità. La sua indagine fa scoppiare un putiferio che ha come conseguenza il miglioramento delle condizioni di queste strutture e del trattamento delle pazienti. Un punto a favore e una presa di coscienza: il giornalismo può migliorare le condizioni di vita delle persone.

Non sto a raccontare qui tutta la vita di Nellie Bly. Ma vi dico solo che il giro del mondo che lei compie in 72 giorni è ben poca cosa rispetto a ciò che mette a segno nella sua vita, tanto che negli Stati Uniti diviene una vera celebrità, sia tra i contemporanei che a seguire. Degno di nota, di questo suo viaggio, però, è a mio parere l’incontro con Jules Verne, ormai anziano. L’altro aspetto è che l’impresa viene seguita con grande interesse proprio dai media dell’epoca, tanto che al suo ritorno la giovane reporter viene accolta trionfalmente. Ma ciò non basta a placare la sua costante ricerca di affermazione e di voglia di denuncia.

Un altro grande viaggio compie, come reporter: sarà l’incaricata di seguire la Prima Guerra Mondiale sul fronte austro-ungarico per la stampa americana. Una posizione privilegiata, da un lato, ma terribile dall’altro, perché la porta davvero a contatto con la morte e le sofferenze atroci dei giovani soldati nelle trincee. E certo, quando fa ritorno in America, torna cambiata, oltre che ormai più che cinquantenne, e attenta alle condizioni dei più deboli non solo scrivendo per sensibilizzare, ma aiutando fisicamente i bambini disagiati di New York.

Una donna incredibile, dunque, sotto tanti punti di vista. Nicola Attadio alterna la narrazione a passaggi di articoli scritti dalla Bly che meglio di qualunque altra cosa fanno comprendere il suo pensiero e la sua azione. Un’azione che, ripeto, va ben oltre la sua attività di viaggiatrice.

Nota sullo stile della narrazione

Devo fare un appunto a questa biografia, che comunque ha l’indubbio pregio di aver portato alla conoscenza del pubblico italiano generalista una figura di donna davvero importante: non mi ha convinto fino in fondo lo stile. In alcuni passaggi la narrazione scorre molto bene, veloce e incalzante. Inoltre va sottolineata la nota bibliografica, importante se si vuole approfondire ulteriormente la figura eccezionale di questa donna. Ma vi sono alcune parti, come le introduzioni ai singoli capitoli, in cui l’autore ha la pretesa di mettere per iscritto i pensieri di Nellie Bly, rivolgendosi a lei alla seconda persona singolare, come se volesse interpretarne la coscienza, o come, nel corso della narrazione, quando Attadio ritorna troppo spesso a ripetere gli stessi concetti, in maniera un po’ retorica. Ecco, la retorica rovina a mio parere questa altrimenti splendida biografia. Ma se a voi quest’aspetto non dà noia, vi consiglio vivamente di scoprire la figura di Nellie Bly nelle pagine di Dove nasce il vento. Vita di Nellie Bly, di Nicola Attadio.