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Il Castello di Giulio II a Ostia antica

A Ostia antica non c’è soltanto Ostia antica. O meglio, non c’è soltanto la città romana di Ostia antica. Appena al di fuori degli scavi c’è un piccolissimo borgo, davvero pittoresco, dominato dall’imponente e rassicurante Castello di Giulio II.

Un castello papale

In realtà il Castello risale molto più indietro nel tempo rispetto a papa Giulio II (lo stesso papa che in Vaticano fece affrescare la Cappella Sistina a Michelangelo e le “Stanze Vaticane” a Raffaello), così come il borgo, che risale all’età altomedievale: qui infatti si stanziarono gli abitanti dell’antica città di Ostia, ormai abbandonata e indifesa, per volere del papa Gregorio IV nel IX secolo: il borgo fortificato si chiamò Gregoriopoli e sorse intorno alla chiesa paleocristiana di S.Aurea.

Il piccolo borgo di Ostia antica con la chiesa di S.Aurea visti dal Castello di Giulio II

Nel corso dei secoli il castello si accrebbe per iniziativa di vari papi, che da qui dovevano passare per imbarcarsi quando lasciavano Roma: la foce del Tevere non è poi molto distante. L’area su cui sorse il castello era strategica, in quanto costituiva una prima difesa dal mare contro eventuali nemici che avessero voluto attaccare Roma per questa via. Per questo i papi lo tenevano in gran conto.

Il Castello di Giulio II nella cartografia cinquecentesca, quando ancora si affacciava sul Tevere, prima che il fiume cambiasse il corso

In realtà il Castello ha affrontato varie vicissitudini e fasi costruttive. Inizialmente, infatti, si presentava diversamente da come è oggi: innanzitutto affacciava direttamente sul Tevere, le cui acque scorrevano nel fossato che proteggeva il castello dall’esterno. Poi un’alluvione verso la metà del Cinquecento fece cambiare letto al fiume che si allontanò e prese il corso attuale. Giulio II diede dunque al castello l’aspetto attuale, modificando l’aspetto ancora “medievale” che gli aveva conferito un altro papa, Martino V.

Tra la fine del Settecento e i primi decenni dell’Ottocento, in piena verve da scavi archeologici, il Castello fu sfruttato per ospitare i galeotti costretti ai lavori forzati a scavare nella città romana di Ostia antica che all’epoca stava venendo alla luce. All’epoca gli scavi erano degli sterri, importava soltanto tirar fuori dalla terra muri, statue e oggetti antichi di pregio, per cui non serviva personale qualificato, anzi: il lavoro duro era fatto fare ai carcerati, in condizioni durissime.

Carcerati ai lavori forzati sugli scavi archeologici (da A.J.B. Thomas, Un an à Rome et dans ses environs, 1823)

In tempi molto più recenti, quando lo Stato della Chiesa si ridusse alla sola città del Vaticano, in seguito alla presa di Porta Pia che sancì l’ingresso a Roma delle truppe italiane e la scelta di Roma Capitale, il Castello fu venduto a privati i quali, indegnamente, lo trasformarono in stalla. Inutile dire in quali condizioni di degrado versasse quando finalmente ne fu riconosciuto il valore storico e furono avviati lavori di restauro, ormai nella I metà del Novecento. Allora il castello fu restituito all’antico splendore, e le sue mura possenti, e la sua torre rotonda imponente, tornarono a caratterizzare gagliarde il paesaggio.

Visitare il Castello di Giulio II

Il mastio del castello

Oggi il Castello di Giulio II è un Luogo della Cultura statale ed è aperto solo il sabato e la domenica. La prima domenica del mese l’ingresso è gratuito (ma nelle altre giornate si paga 3 €, eh?). Si accede dal borgo di Ostia antica, si passa il ponte levatoio e si trova la biglietteria. Da qui si accede alla corte centrale. Potete visitare liberamente oppure con visita guidata a orario prestabilito. Naturalmente con la guida potete vedere stanze in cui da soli non potreste entrare e potete scoprire molti più dettagli sulla storia del luogo che da soli non potete cogliere. Al primo piano in alcune sale sono allestite vetrine con foto d’epoca e vasellame del XV-XVI secolo: il castello era un luogo vissuto, abitato e frequentato. Qui è narrata la storia dell’edificio. Se continuate a salire le scale soffermatevi a guardare i soffitti dipinti dello scalone: sono a grottesche, lo stile che si affermò nel Cinquecento a Roma dopo la scoperta degli affreschi della Domus Aurea di Nerone: siccome quelle sale erano sottoterra da secoli furono definite grotte, da cui il nome di “stile a grottesche”.

Infine, sul camminamento esterno, che gira intorno per tutto il perimetro del Castello, potete godervi il panorama. Ma per vederlo meglio dovete salire in cima alla grande torre del mastio: da qui la vista spazia per km e km. Tira un po’ di vento, quassù, ma ne vale la pena.

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Dubai non è solo lusso

Pochi giorni fa su facebook mi sono imbattuta nell’ennesima discussione: “Ma a Dubai cosa c’è da fare oltre allo shopping di lusso?

Mi prendo la briga di rispondere.

Dubai not only luxury

Premesso che shopping di lusso lo si può fare ovunque, sia in Italia (Milano: via Montenapoleone; Firenze: via Tornabuoni; Reggello (FI, Toscana): The Mall; Roma: via Condotti) che all’estero (Parigi: Place Vendôme; New York: Fifth Avenue), non si può pensare a Dubai solo ed esclusivamente come a una meta dello shopping di lusso. È riduttivo e ingiusto nei confronti di un Emirato dalle grandi potenzialità e soprattutto dall’offerta (turistica, culturale ed esperenziale) diversificata.

Non è la prima volta che scrivo sull’argomento. La prima volta, in “Dubai, le 10 cose da sapere prima di partire” ho spiegato in pochi, rapidi, essenziali punti, gli aspetti di Dubai da conoscere prima di intraprendere un viaggio verso l’Emirato. Un’altra volta, invece, ho raccolto i sette miti da sfatare che incombono su Dubai e che condizionano l’opinione pubblica.  Nel mio diario di viaggio a Dubai ho spiegato cosa mi spinse a partire e cosa trovai, e, di conseguenza, perché secondo me Dubai non è solo lusso, ma molto molto di più.

Ho parlato di Dubai, dei suoi falsi miti e della sua bellezza anche recentemente in un’intervista a Radio Agorà 21 con Elisa Midelio di Viaggiare con Serendipità: qui trovate il podcast.

I luoghi dello shopping a Dubai

Visto che volete sentir parlare di shopping, iniziamo da qui. Shopping.

Una vetrina nel souq dell’oro di Dubai

A Dubai vi sono due differenti poli: da un lato abbiamo i grandi centri commerciali, Dubai Mall e Mall of the Emirates, nei quali si trovano effettivamente le boutiques dell’alta moda accanto, però, a negozi più a buon mercato. Dall’altro abbiamo i souq. Eh già, siamo in un paese arabo, e qui da che mondo è mondo, lo “shopping” si fa in queste strette vie coperte sulle quali affacciano le piccole botteghine dei commercianti. A Dubai, nella città vecchia, troviamo il souq delle stoffe, il souq delle spezie e il souq dell’oro. Ecco, al souq dell’oro sì che si fa shopping di lusso! Certo, non troveremo le boutiques di Cartier o di Bulgari, ma gli ori di cui risplendono le vetrine di questo centro commerciale tipicamente arabo fanno risplendere gli occhi e i sorrisi. E comunque io preferisco di gran lunga il souq delle spezie, frequentato dalle donne dubaite, e non solo; nel souq delle stoffe invece ho comprato un paio di babbucce da mille e una notte tutt’altro che di lusso, ma decisamente d’effetto!

Non di solo shopping vive Dubai

Burj Khalifa Dubai

Burj Khalifa, il grattacielo più alto del mondo

Davvero pensate che a Dubai ci sia solo da ronzare nei centri commerciali rimbalzando da una vetrina di Jimmy Choo  a una di Valentino, incappando incidentalmente in una pista da sci coperta o in un acquario? Sarebbe veramente poca cosa, non credete? E infatti Dubai è molto di più.

Basta solo uscire dal Dubai Mall per rendersene conto: nel cuore di Downtown Dubai, il cuore pulsante della città, accanto al centro commerciale si erge, altissimo, maestoso, elegante, il Burj Khalifa, la torre più alta del mondo. At the Top” è l’attrazione delle attrazioni, il grattacielo che tutto il mondo invidia. E ve ne potete rendere conto proprio entrando nel Burj Khalifa: un’introduzione iniziale vi mostra la storia dei grattacieli e delle torri moderne che hanno fatto la storia, dalla Tour Eiffel all’Empire State Building alle Petronas Twin Towers di Kuala Lumpur: se da un lato vi fa tenerezza questa spasmodica ricerca dell’uomo di arrivare fino al cielo e di battere i record ogni volta (come se fosse una gara a chi ce l’ha più lungo, anzi più alto), dall’altro non potrete non ammirare l’ingegno, le architetture, lo studio delle leggi fisiche e l’incredibile capacità dell’uomo di assecondarle al proprio scopo. A me affascina questo di Dubai: la continua ricerca di superare i limiti non fine a se stessa, ma come conquista e innovazione per l’umanità.

Dubai vive dunque di innovazione, di tendenza al massimo, all’eccellenza nei campi dell’ingegneria, dell’urbanistica e dell’architettura. Con un occhio alla tradizione, da una parte, e al lusso (è vero) dall’altra. Dubai in effetti è divenuta famosa in Occidente quando fu inaugurato il Burj-al-Arab, l’hotel a vela, come è stato ribattezzato da noi. E poi ha continuato a stupirci con la creazione di Palm Jumeirah, un intero quartiere/arcipelago a forma di palma costruito nel Golfo Persico, e ci ha fatto sognare con The World, l’arcipelago a forma di planisfero, in cui ogni isoletta, privata, è a forma di Stato, isola o continente del nostro pianeta. Dal Burj Khalifa voi vedete tutto dall’alto, così come dall’alto, sulla parte opposta del panorama, vedete il deserto che incombe, cui l’Emirato strappa ogni giorno metri e metri, ma senza il quale Dubai non sarebbe Dubai.

Dubai per tutti

Ski Dubai

Ski Dubai, Mall of the Emirates

Dubai continua ad apparire stereotipata agli occhi degli Italiani e degli Occidentali in genere. È percepita come troppo costosa, come preclusa a noi comuni mortali perché si ha la sensazione che tolti i luoghi del lusso e dello shopping di lusso non ci sia modo di fare altro. Ebbene, questo è un grossolano errore e non mi stancherò mai di ripeterlo. Dubai offre possibilità a tutti. Vuoi andare al mare sul Golfo Persico? Dubai ha la lunghissima spiaggia di Jumeirah. Vuoi andare all’acquario? Un grande complesso si trova presso l’Atlantis Hotel, in cima al Palm Jumeirah. Come lo raggiungi? Con un bus Hop on- Hop off, per esempio, come consiglio qui, che in una metropoli come Dubai è davvero necessario. Sei più tradizionalista? La città vecchia, con il quartiere di Bastiakija, il Dubai Museum, e ancora i souq di Dweira sapranno soddisfarti. Ti interessa la religione mussulmana? La Grand Mosque di Jumeirah organizza visite guidate improntate proprio alla diffusione della conoscenza dell’Islam. Se ti attira il deserto, infine, in tantissimi organizzano escursioni in jeep sulle dune: le puoi prenotare già dall’Italia o direttamente sul posto.

E per mangiare?

Si trovano cibi, ristoranti, ristori per tutte le tasche. Persino nei grandi mall si riesce a mangiare con pochi dirham, la moneta degli Emirati.

E per dormire?

Tranquilli, il Burj-al-Arab non è l’unico hotel di Dubai; nemmeno l’Atlantis Hotel, e nemmeno l’Armani Hotel nel Burj Khalifa lo sono. In tutta la metropoli si trovano hotel per tutte le tasche che, come vuole la nostra epoca globalizzata, concedono camere in offerta su siti come Booking.com e simili.

DownTown Dubai

Downtown Dubai al tramonto

Io amo Dubai, e non mi stancherò mai di parlarne e di promuoverla. Ora tocca a voi, però: cosa non vi convince di Dubai? Cosa vi lascia perplessi? O al contrario cosa vi entusiasma? Scrivetelo nei commenti!

650 post e non sentirli: il mio travelblog da record!

650 post e non sentirli. Davvero! Questo è davvero un travelblog da record!

Giunta sulla pagina admin di wordpress dedicata a “tutti gli articoli” ho finalmente fatto caso al numero di post che ho scritto fin qui: 650. Questo nello specifico è il 651°. 650 post dal 2011.

Era l’aprile del 2011, infatti, quando aprii questo blog su wordpress. All’epoca si chiamava Viaggimarilore, e lo aprii perché da un giorno all’altro la piattaforma Megablog (chi la ricorda?) su cui avevo il mio blog di viaggi Viaggimarilore chiuse i battenti da un giorno all’altro, portando via con sé tutti i contenuti che avevo prodotto e pubblicato fin dal 2006. Eh sì, non sono proprio una blogger novellina 😉

Non mi persi d’animo, dunque, e mi rivolsi a WordPress, molto più affidabile e su cui nel 2010 avevo aperto un altro blog, Il mio té. Ho dovuto ricostruire tutto daccapo, molti contenuti sono andati perduti per sempre (e mi piange il cuore ogni volta che ci penso), ho dovuto ricostruire una platea di lettori.

Oui c’est moi, alla scoperta del territorio: in questo caso un castagneto a Migliana (PO)

Negli anni sono cresciuta, come blogger e come viaggiatrice. Come viaggiatrice, ho avuto l’opportunità non solo di viaggiare fino all’altra estremità del pianeta (in Australia) e di visitare vere icone del nostro mondo, come New York, Macchu Picchu, Petra e Dubai, ma anche di esplorare in maniera approfondita il bel territorio italiano, al quale mi accosto ogni volta con lo stesso spirito che anima i miei viaggi in terra straniera: scoprire il nostro territorio, gli angoli più nascosti, le sue tradizioni più intime nel corso di una semplice gita fuoriporta ci trasforma in esploratori tanto quanto navigare lungo il Rio delle Amazzoni o nuotare in mezzo agli squali nella Great Barrer Reef australiana.

La scoperta del territorio è un tema che mi è caro da sempre, da prima che i blogtour o gli instameet consentissero ai blogger di approfondire le tradizioni locali. Negli anni, poi, si è diffuso l’interesse per il turismo culturale e quest’anno che si sta concludendo, il 2017, è stato “l’anno dei Borghi”, segno che finalmente le piccole realtà locali stanno venendo all’attenzione del pubblico più ampio.

Ma torniamo ai 650 post. Devo dire, a mo’ di premessa, che è solo dall’agosto del 2015 che ho iniziato a darmi una regolata, obbedendo a un calendario editoriale che mi costringesse a pubblicare a scadenze prestabilite, creando un appuntamento con il lettore e con me stessa. Da novembre 2015, infine, ho stabilito le date fisse in cui pubblicare: ogni 5 giorni, il 3, l’8, il 13, il 18, il 23, il 28 di ogni mese. Si tratta di sei articoli al mese. Sei.

Sei articoli al mese non sono pochi.

Spesso quando visito le mostre prendo appunti: mi serviranno poi per redigere un post dedicato

Presuppongono idee, tempo a disposizione per prepararli sia quanto a testo (curato al dettaglio, che di frasi sconnesse e sgrammaticate non abbiamo bisogno) che per l’apparato grafico e fotografico (in questo, Canva è stato una grande conquista).

Molti mi chiedono “Quando trovi il tempo?“: ebbene, lo ricavo dal mio tempo libero, nelle serate o nei pomeriggi in cui non lavoro, davanti al pc: non ho difficoltà a dire che scrivere è il mio passatempo preferito, per cui appena posso apro il computer.

Molti mi dicono “Ehi, ma sei sempre in giro!” perché vedono sempre nuovi contenuti e pensano perciò che io sia appena tornata da qualche viaggetto qua e là. In realtà è vero, appena posso, la gita fuoriporta ci scappa. È vero anche che molte occasioni me le ha date la mia città, per cui basta davvero una passeggiata, alle volte, per fornire l’ispirazione e il materiale per un post.

E poi c’è la fatidica domanda: “Ma quanto scrivi! Ma come fai a mantenere questo ritmo? Come fai ad avere tante idee?“. La mia risposta è che non viaggio così tanto come vorrei, ma traggo ugualmente tante ispirazioni. Soprattutto uso quelle ispirazioni in maniera costruttiva, ovvero cerco di diversificare i contenuti e i livelli di approfondimento.

Qui vi racconto dove trovo argomenti per scrivere i post per il travelblog:

Itinerari

In genere, se percorro un itinerario di due o più giorni, dedico un post più lungo alla descrizione e alla narrazione dell’itinerario, più un certo numero di post dedicati all’approfondimento dei singoli luoghi o città. Un esempio di questo metodo sono i post dedicati al mio recente viaggio in Istria: un itinerario generale, e poi focus su alcune delle città visitate, come ad esempio Dignano. In altri casi, di itinerari più lunghi, ho distinto i post per giornate, più un focus introduttivo che fa da cappello: è il caso del mio itinerario in Camargue, per esempio.

Pirano è stata una tappa del nostro itinerario in Slovenia cui ho dedicato anche un post specifico

Spesso una fonte di ispirazione è una delle foto scattate durante il viaggio che, riguardata a distanza di tempo, mi dà delle sensazioni; oppure è proprio l’impressione immediata che mi fa un luogo a ispirare immediatamente un post: come ad esempio la prima volta che vidi l’Africa; può anche essere un aneddoto (ad esempio la mia recente esperienza a Pirano).

La propria città

La propria città può essere una fonte costante di ispirazione: un monumento, una chiesa, un museo (ad esempio il Bargello a Firenze) una piazza, un locale storico, una passeggiata in centro o al contrario in collina, un giardino pubblico, una mostra (come quella, attualmente in corso a Palazzo Strozzi, Il Cinquecento a Firenze). Si può anche fare (e gli amanti della SEO saranno contenti) una serie di elenchi: ad esempio, 7 giardini di Firenze che non tutti conoscono.

Gli elenchi

Gli elenchi, che tanto piacciono alla SEO (e anche ai lettori a caccia di informazioni, in effetti) possono essere fatti anche per città, paesi e luoghi diversi da casa nostra. Possono riguardare qualsiasi cosa: le 10 cose da sapere prima di partire (l’ho scritto per Dubai ed è in assoluto il post più letto del mio blog); le 7 cose da sapere per organizzare una visita a Pompei; le 10 imperdibili esperienze into the wild in Australia.

Insomma, gli elenchi possono essere i più variegati: sta a voi trovare le sette, le dieci, le 12 o le 5 cose da fare, da vedere, da mangiare, secondo ciò che avete più familiare o su cui vi sentite più preparati. Sbizzarritevi, e divertitevi anche a creare o a riportare delle classifiche: le 10 città più belle d’Europa, le 5 spiagge più belle della Sardegna, ecc.

Libri di viaggio e consigli

Chi viaggia in genere legge almeno la guida utile per organizzare il suo itinerario: avete una collana di guide preferita? Impiegate un post per spiegare il perché; leggete narrativa o letteratura di viaggio? Recensite le vostre ultime letture.

Se poi pensate di avere ormai una discreta esperienza in fatto di viaggi, scrivete post di consigli agli altri viaggiatori: cosa mettere in valigia, come rinnovare il passaporto, quale fotocamera usare, come condividere i viaggi sui social… se pensate che i vostri consigli possano essere utili, non abbiate paura di pubblicarli.

Natale è passato, ma è giunto il momento di farvi un regalo (un altro, dopo il Calendario dell’Avvento che avrete sicuramente scaricato dalla pagina fb di Maraina in viaggio): visto che abbiamo parlato di idee per i post per un travelblog, vi lascio un’infografica con alcuni suggerimenti e idee per scrivere sempre nuovi post, con contenuti utili, soddisfacenti sia per chi scrive che, soprattutto, per chi legge. Anzi, vi chiedo un parere: aggiungereste qualcosa a questa lista?

Viviano Dominici, a cena coi cannibali

Pronti a partire in esplorazione? Pronti a vivere avventure da veri pionieri? Io partirei anche ora se potessi. Intanto, mi sono limitata a rileggere questo libro, una raccolta di reportages di esplorazioni del giornalista Viviano Dominici.

Viviano Dominici nella sua introduzione a questo libro scrive che da piccolo voleva fare l’archeologo, poi è finito a fare un mestiere che l’ha gratificato ancora di più. Ecco, a me, archeologa, piacerebbe fare il mestiere di Viviano Dominici: giornalista culturale, reporter che, un po’ per i casi della vita, un po’ per le sue indubbie capacità, è riuscito a fare l’esploratore in un’epoca in cui si potrebbe pensare che non ci sia più bisogno di esploratori: cosa è rimasto da esplorare ancora, del resto? Cosa è rimasto da scoprire?

Eppure Dominici ci accompagna con sé nelle missioni della Fondazione Giancarlo Ligabue per le quali svolgeva il ruolo del giornalista che documenta i passaggi salienti per raccontarli al grande pubblico, dalle pagine dei quotidiani nazionali. America Latina, Oceania, Africa e Asia: l’antropologo ancora oggi va alla ricerca di nuove informazioni sulle popolazioni “altre” da noi e sulle loro culture, talvolta millenarie.

Acquistai il libro all’epoca del mio viaggio in Australia, attirata dal racconto di un’esplorazione nel Kakadu National Park, dove poi sarei andata anch’io. La differenza fu che io partecipai ad un’escursione organizzata nel Kakadu che, tra le varie attrazioni, prevedeva la vista di fenomenali pitture rupestri aborigene vecchie di migliaia di anni; Dominici invece andò con un team a scoprirne di nuove, nascoste e mai viste: una vera avventura esplorativa come chiunque di noi sogna ad occhi aperti.

Viviano Dominici tra i cannibali. Credits: radiceunodicento.it

La narrazione di Dominici è fresca, immediata, anche perché all’epoca scrisse subito questi reportages che oggi leggiamo tutti insieme raccolti in un volume. Per lui che ha vissuto queste imprese in prima persona, l’esperienza è ancora vivida: lo immagino che ancora non ha ripulito gli scarponi dal fango, ma ha già messo mano alla macchina da scrivere (o computer? I viaggi risalgono anche a qualche decennio fa) per raccontare ai lettori quei dettagli che altrimenti perderebbero di efficacia se non registrati subito.

Bello il mestiere del reporter-esploratore, l’ho già detto?

Dal Chiapas in Messico al Kakadu in Australia, dal deserto dei Gobi in Mongolia alla Polinesia, dai Boscimani alla tribù di cannibali che dà il titolo al libro: cosa ci può essere più pericoloso e terrificante che intervistare il capo di un villaggio di cannibali?

pitture rupestri kakadu

Le pitture rupestri al Kakadu National Park

Il suo libro non è semplicemente una raccolta di vecchi articoli riveduti e adattati alla forma di libro, ma ha lo scopo di raccontarci, attraverso racconti scelti con cura, quel meraviglioso mondo che si trova là fuori, ben lontano dalla nostra società occidentale, dalla nostra confort zone e dai nostri punti di riferimento. Luoghi e popolazioni che ci sembrano lontanissimi e in effetti lo sono, e non solo geograficamente. Popolazioni e culture tanto distanti ma proprio per questo da tutelare nella loro unicità. La conoscenza è la prima forma di tutela, e questo vale sia per i beni culturali che per il patrimonio culturale immateriale mondiale. E le culture così distanti dalla nostra, come può essere anche quella dei cannibali, perché no, sono a tutti gli effetti parte del nostro patrimonio culturale immateriale mondiale.

Conoscere per tutelare, conoscere per condividere a nostra volta conoscenza, conoscere per conservare, conoscere per apprezzare l’altro e conoscere per voler continuare a scoprire e a conoscere: questo è il significato che leggo tra le pagine di questo libro, questo il motivo per cui ringrazio Viviano Dominici di averlo scritto.

Elizabeth Gilbert, Mangia, Prega, Ama

Sono rari i casi in cui un film mi piace più del libro da cui è tratto. Però in questo caso è stato così. Mangia, prega, Ama di Elizabeth Gilbert non mi ha entusiasmato.

E lo so che non dovrei dirlo sotto Natale, quando siete a caccia di idee regalo per amiche viaggiatrici/sognatrici e state cercando consigli utili invece che stroncature. Però forse proprio per questo anche leggere una recensione negativa può essere utile, no?

Oddio, poi proprio negativa negativa la recensione non è. In sé la vicenda, autobiografica, non è male: una donna, giornalista, con un matrimonio finito alle spalle e un forte desiderio di spiritualità che le arde dentro decide di affrontare un periodo di 9 mesi fuori dalla confortevole New York per sperimentare tre modi diversi di vivere e di conoscere altri luoghi: Roma e l’Italia per il benessere del corpo, un Ashram in India per il benessere spirituale, e a Bali per… per riscoprire l’amore, anche se lei non lo saprà fino alla fine.

La parte iniziale mi ha colpito come un boomerang, per le troppe analogie con la mia storia personale. Quindi ho divorato queste pagine dense di autobiografici disagi e disperazioni interiori, di senso di inutilità e di inettitudine. Senza essere spirituale come lei, e senza aver patito tutti i problemi che ha affrontato, però quel senso di inadeguatezza e di “dove ho sbagliato?” mi è suonato molto familiare. Per questo mi sono affezionata a Elizabeth. Per questo mi è dispiaciuto, nel prosieguo della lettura, annoiarmi da morire.

Tanto quanto i tre mesi a Roma: ci racconta un modo di fare italiano che secondo me, da italiana, è un po’ stereotipato, ma in fondo è quello che si aspettano i lettori americani da noi: un popolo accogliente, che ti spalanca le porte di casa, uomini che fanno i latin lover per forza e cucina ottima e abbondante. Tutti i film americani ambientati in Italia ci mostrano lo stesso identico quadretto, dunque perché qui dovrebbe essere diverso?

Poi Elizabeth va in India. E qui mi dispiace, massimo rispetto per chi pratica yoga e soprattutto lo pratica seriamente, a livelli elevati di meditazione e di ricerca di sé. Ma la lettura mi ha annoiato da matti. Elizabeth non riesce a trasmettermi la bellezza della meditazione e non riesce a spiegarmi perché era proprio necessario andare in India. Anche perché è vero che finalmente nell’ashram riesce a trovare la spiritualità, ma se lo fa è solo perché stimolata dall’amico che vi incontra. Personaggio che se avesse incontrato a New York le avrebbe fatto lo stesso effetto.

Infine la terza parte, Bali. Molto toccante la parte su Tutti, la ragazzina figlia della dottoressa del villaggio dove vive e di cui diventa amica e confidente. Interessante, finalmente, la descrizione della situazione politica e ideologica dei Balinesi, belli e sempre sorridenti, ma in realtà fortemente rigidi nella loro mentalità e cruenti nei loro modi di farla rispettare. Bali, però, arriva dopo tutta la parte centrale sull’India, e francamente rispetto a quella, sarebbe più entusiasmante anche la lettura di un verbale di polizia.

Una scena del film. Per scoprire i luoghi in cui è girato leggi qui: http://www.circuitoturismo.it/luoghi-del-film-mangia-prega-ama

Molto meglio allora il film, con Julia Roberts che interpreta, come solo lei sa fare, la giovane donna che riscopre se stessa in giro per il mondo. Viene anche in mente che per una Elizabeth che ha la possibilità di viaggiare (lo fa per lavoro, sia chiaro, non per disponibilità economiche sue) quante donne ci sono che devono ricostruire la propria vita andata in frantumi senza la possibilità di confrontarsi con mondi diversi dal proprio?

Nel racconto Elizabeth ogni tanto accenna al fatto che qualcuno le dice che sta viaggiando per “scappare” dalla sua situazione. Non credo che si tratti di scappare, ma piuttosto di avere nuovi stimoli, di rendersi conto che una vita nuova è possibile, uscendo dalla propria comfort zone per vedere luoghi e mentalità diverse dalla propria. E allora, parafrasando Proust, viaggiare non è solo scoprire nuove terre, ma avere anche nuovi occhi con cui riscoprire se stessi.

#2017bestnine: le mie foto su instagram che vi sono piaciute di più nel 2017

#2017bestnine è l’hashtag di questo dicembre. Ogni anno Bestnine.com calcola per noi la Top 9 delle nostre foto su instagram, ovvero quelle che hanno totalizzato il maggior numero di ♥.

Il mio bestnine 2017: Al primo posto Galleria Sciarra a Roma; uno scatto dalla mostra Pompei e i Greci (cui ho partecipato in anteprima come blogger accreditata), la chiesa diroccata di Bussana Vecchia, uno scorcio di Dignano, gabbiani in volo a San Bartolomeo al Mare, Civita di Bagnoregio, #fallfoliage a Bussana Vecchia, il ponte di Zuccarello (SV), #fallfoliage a Levade, in Istria.

Come ogni anno scopro questa graduatoria con un mix di curiosità e di meraviglia. Non sempre infatti le mie aspettative coincidono con la realtà dei numeri, perché foto che secondo me sono molto valide spesso non incontrano il favore del pubblico di instagram: pubblico che è formato sia da followers affezionati (che ringrazio perché sono sempre presenti!) e da utenti che si imbattono nella mia foto cercando un hashtag particolare.

Rispetto alla mia #bestnine2016 i ♥ sono quasi raddoppiati, mentre il numero delle foto non è aumentato poi così tanto: da 211 nel 2016 a 223 finora nel 2017 (manca ancora buona parte di dicembre, però!)

Una delle mie foto più apprezzate dagli utenti: due porticine in via di Santa Reparata a Firenze

Rispetto agli anni scorsi instagram ha cambiato un po’ alcune sue regole. Innanzitutto ragiona sempre più come facebook perché essendo aumentati in maniera spropositata gli utenti, non mostra più le ultime foto caricate, ma direttamente quelle più popolari. Sulla mia timeline tendono a comparire le immagini caricate da utenti con i quali ho interagito, con un ♥ o con un commento, mentre altri utenti che non vedo da un po’ li vedrò sempre meno, proprio in virtù dell’algoritmo che privilegia le interazioni tra utenti e la popolarità delle foto con più cuori.

Sono particolarmente soddisfatta di questa foto. Peccato che non abbia ricevuto invece tanti cuori!

Il 2017, poi, ha portato una grande novità in instagram: le instagramstories. Queste consentono di caricare foto, o brevi video, della durata di 24 ore: con esse si può raccontare la propria giornata, oppure pubblicare contenuti che completano l’esperienza che si sta svolgendo e della quale magari si pubblica un’immagine sul proprio profilo instagram. In questo modo si crea coinvolgimento in coloro che seguono le stories ed è così più probabile che la nostra foto compaia sulla loro timeline (o che la cerchino).

Non sono un’espertissima di instagram. Non faccio grandi numeri, anche se piano piano stanno crescendo. Soprattutto, mi sono resa conto di aver subito una brutta battuta d’arresto quest’estate, che non sono riuscita a spiegarmi lì per lì, ma che ho cercato di risolvere lavorando sulle instagramstories, sui testi di accompagnamento delle immagini, sugli hashtag e, non ultimo, sui rapporti interpersonali: lasciare un commento (appropriato, ovviamente) e mettere cuori a foto che effettivamente ci piacciono sia di coloro che già seguiamo che, per ampliare il nostro giro, di foto trovate cercando particolari hashtag. I risultati non sono immediati, ma pian piano stanno arrivando. Finché instagram non cambierà nuovamente qualcosa! Per capire qualcosa sul suo funzionamento, per capirne i giochetti e per capire come riuscire ad incrementare i propri risultati vi consiglio questo post di Marco de I viaggiascrittori: come crescere su instagram senza imbrogliare. Perché molti, su instagram, ingannano…

La Centrale Montemartini di Roma è un fantastico set fotografico!

Per quanto riguarda la qualità delle mie foto, invece, ritengo che sia migliorata. Merito della mia fotocamera, la Canon eos M10 di cui ho parlato anche qui, che mi consente, tra l’altro, di inviarmi con wifi sullo smartphone le foto che intendo condividere subito sui social.

Tornando alle mie foto vincitrici, sono contenta di vedere che, perfettamente in mezzo, si colloca la mia foto preferita: gabbiani in volo in spiaggia a San Bartolomeo al Mare, il mio paesello ligure di origine. Altra foto di cui sono contenta è la seconda classificata, scattata ai reperti esposti alla mostra Pompei e i Greci che ho visitato all’anteprima della sua inaugurazione. Da archeologa sono contenta che sia tra le mie foto più apprezzate dell’anno. Della prima classificata, Galleria Sciarra a Roma, ho notato che essa anche su twitter ha avuto un grandissimo successo, con ben 92 retweet e 191 like: un risultato incredibile per il mio profilo twitter @viaggimarilore. Sono molto contenta di vedere la foto di Dignano (anche secondo me è molto bella), mentre sono stupita di vedere ben due foto di Bussana Vecchia in graduatoria: queste, insieme alla foto di Zuccarello, penultima nel mio #2017bestnine risalgono al mio ultimo viaggio in Liguria. Segno che voglio interpretare positivamente, come una ripresa del mio profilo. Speriamo che il 2018 porti un nuovo incremento dei risultati. A me le mie foto piacciono molto, cerco di scegliere sempre l’immagine più significativa del momento, del luogo o della giornata. Non ritraggo mai me stessa e in generale cerco di non inserire persone. È una mia scelta stilistica.

 

Sopravvivere al jetlag

Sono mezza malaticcia in questi giorni. Una volta con 39 di febbre neppure mi accorgevo di stare male, ora invece basta poco più di un raffreddore per buttarmi giù. Sono imbambolata, stanca, mi dà fastidio la luce, mi sembra di essere appena rientrata da un volo intercontinentale e di aver subito il jetlag. E il tutto senza aver fatto il viaggio intercontinentale, che disdetta.

Proprio questo pensiero mi ha riportato in mente quelle volte che ho subito pesantemente il jetlag, vittima del fuso orario dopo 22 ore di volo: esatto, quando volai in Australia. Arrivammo a Sydney alle 6 del mattino, mentre in Italia era sera, per cui non ci mise molto il fuso orario a farsi sentire. Ci ritrovammo addormentati su una panchina sul Darling Harbour, il porto di Sydney, completamente esausti, intorno alle 5 del pomeriggio, ora locale.

Il jetlag è oggettivamente un impedimento abbastanza forte per chi viaggia: che si tratti di un viaggio di affari, di lavoro o di piacere, l’essere trasportato da un fuso orario a un altro in pochissimo tempo sconvolge e non poco sia il nostro corpo che il nostro umore. Mi sono chiesta: possibile che non si possa fare nulla per contrastarlo?

Ho trovato una risposta: sì. Si può fare qualcosa, c’è chi ci ha già pensato. All’Aeroporto di Oslo, per esempio, la Scandinavian Airlines Systems in collaborazione con Philips Lighting ha realizzato uno spazio Lounge Experience fatto apposta per controbattere in maniera efficace e soft il jetlag. Come? Ve lo spiego subito.

Arrivate da un viaggio intercontinentale a Oslo prima di ripartire. Siete cotti per tutte le ore di volo che avete affrontato e che vi attendono ancora. La Scandinavian Airlines Systems vi mette a disposizione un Lounge in cui, a seconda di ciò che più vi fa stare bene (una luce soft per la lettura, una luce energizzante per non farvi crollare) potete personalizzare l’illuminazione nel modo a voi più congeniale. Si tratta di Philips HUE, un sistema di illuminazione a led connessi.

Per farlo, nelLounge sono a disposizione vari dispositivi progettati da Philips Lighting. Con l’impiego di 80 lampade industriali Philips LuxSpace Accent, di due muri luminosi, lunghi 11 e 4 m, e di 5 pannelli luminosi governati da un sistema chiamato Dynalite Philips, che permette di controllare l’illuminazione dell’ambiente, è assicurato al viaggiatore il maggior comfort possibile, per attenuare meglio gli effetti del jetlag. Come una camera di decompressione, ma luminosa.

Al momento questo sistema è utilizzato, oltre che a Oslo, anche in altri 19 aeroporti del Nord Europa e degli USA in cui opera la Scandinavian Airlines, e naturalmente è riservata a chi può permettersi di entrare nel salotto Lounge (solitamente chi viaggia in business class). È probabile però che presto o tardi, chiunque viaggi, per lavoro o per piacere, potrà godere dei benefici di questo luminoso contrasto al jetlag.