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AUSTRALIA: IN LUNA DI MIELE DALL’ALTRA PARTE DEL MONDO

sunrise

I monti Katatjuta all'alba - Red Centre. Pic by Lorenzo

Finalmente vede la luce la Divina Commedia dei diari di viaggio, non certo perché abbia scritto un capolavoro, ma per le dimensioni che il diario ha assunto e di cui solo ora, che l’ho pubblicato, mi rendo conto: 22 post, uno per ogni giorno di viaggio! Avrei potuto riassumere molto, fare magari un rapido elenco, un racconto a volo d’uccello, come potrei fare in una normalissima conversazione. E invece no. Ho voluto registrare tutto, il più possibile, per lo meno, perché niente vada perduto di ciò che io e Lorenzo abbiamo visto e vissuto in queste tre settimane magiche e meravigliose Down Under.

Il viaggio più importante ha coinciso col nostro viaggio di nozze. Motivo di più per portarne sempre nel cuore i ricordi più belli e intensi.

Se siete curiosi, interessati, volete progettare un viaggio in Australia, questo lungo diario è quello che fa per voi. Organizzato sin nel dettaglio da Lorenzo (ci siamo comunque appoggiati ad un’agenzia di viaggio italiana con contatti con tour operator locali), il viaggio vi viene raccontato con tutte le informazioni che ho ritenuto utili riportare. Se nel corso della lettura, però, vi sorge qualche dubbio o qualche ulteriore richiesta, non esitate a chiedere: sono qui per questo!
Buona lettura!
Marina

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AUSTRALIA: IN LUNA DI MIELE DALL’ALTRA PARTE DEL MONDO – 03/10/11

Il non-senso del tempo

QUESTA È UNA FREGATURA!

Siamo sul volo verso Sydney, mancano per la precisione 4 ore e 26 minuti al nostro arrivo in terra australiana ma…c’è qualcosa che non mi torna: siamo partiti con volo Quantas da Francoforte ieri notte, 2 ottobre, alle 23.50, siamo atterrati per scalo tecnico (che consiste nello scendere tutti dall’aereo, quindi rifare il metal detector al gate prima di reimbarcarsi) a Singapore, da cui siamo ripartiti alle 19.50 ora locale ma 13.50 ora italiana. E ora, che in terra australiana è l’1.40 del 4 ottobre, il mio orologio – che coincide ancora con l’orologio biologico italiano – segna le 16.40! Ho finito ora di pranzare, per quanto mi riguarda, ma in realtà ci hanno servito la cena, visto che atterreremo a Sydney alle 6 del mattino! Il senso del tempo sarà pure una costruzione mentale, ma temo che il jet lag sia quanto di più reale e fisiologico possa esistere! Non posso far altro che dormire, di qui alle prossime 4 ore!

ultimate travelfonte immagine: The beat brochure blog

AUSTRALIA: IN LUNA DI MIELE DALL’ALTRA PARTE DEL MONDO – 04/10/11

Per cominciare… tutti allo zoo!

In aeroporto a Sydney la prima sorpresa: non ci sono controlli antiterrorismo o roba simile: qui si preoccupano che non si importino in Australia alimenti e in genere generi deperibili per evitare qualsiasi forma si contaminazione da funghi e batteri. I danni che sono stati fatti storicamente dall’immissione dei conigli hanno fatto storia, ed ora i sistemi sono piuttosto restrittivi. Se si importa del cibo, bisogna che sia chiuso industrialmente, e comunque bisogna dichiararlo. Non c’è male, come primo impatto!

Sydney non ci accoglie senz’altro con una bella giornata: cielo plumbeo che minaccia pioggia, aria fredda e venticello che ci lasciano alquanto perplessi, noi che ne arriviamo da un fine settembre italiano decisamente troppo caldo. Dopo la sistemazione in hotel (Ibis su Pitt St, che non è un granché, ma che è in ottima posizione, lungo una via centrale vicina alla Central Station da un lato e strategica per raggiungere facilmente i punti di interesse della città) scendiamo in strada, pronti a conoscere da vicino la nostra prima meta.

È decisamente presto, le 8.30, un orario non da turisti, e infatti in giro lungo i marciapiedi di George St si vede solo gente ben vestita che va a lavorare, in mano il proprio bel caffè da asporto. Il modello è quello americano, stile New York: grande traffico, tanta gente che cammina veloce, grattacieli… ma proprio nell’organizzazione urbanistica di questa zona di Sydney c’è qualcosa che la differenzia da New York: le strade tutto sommato strette, per cui è impensabile paragonare Gorge St alla V Avenue, e la prima cosa che si nota è che accanto ai grattacieli più alti e moderni si trova sempre un qualche edificio palesemente più vecchio (antico è termine che non si addice a Sydney), magari in mattoni, col tetto a falde o con la facciata intonacata, per cui il contrasto è come un pugno in un occhio in chi non c’è abituato.

la baia di Sydney dal Taronga Zoo

La nostra sortita mattutina ha uno scopo: vogliamo vedere subito e in un colpo solo, i due simboli di Sydney: l’Opera House e l’Harbour Bridge. Ed eccoli, finalmente: due opere eccezionali di architettura l’uno, di ingegneria l’altra, che si guardano da un lato all’altro dello stretto porto da cui partono i battelli che collegano questo capo di Sydney con le altre baie e insenature che caratterizzano la costa della città. Effettivamente Sydney, con i suoi quartieri e i suoi sobborghi si espande tutto intorno alla frastagliata baia quasi chiusa su cui sorge. Un assaggio lo abbiamo già oggi, perché decidiamo, come prima cosa, dopo aver ammirato lo skyline che si affaccia qui sull’imbarcadero di Circular Quay, di visitare il Taronga Zoo, lo zoo di Sydney, che si trova sull’altra sponda della baia. Prendiamo dunque il battello, che esce nel Sydney Harbour, passa davanti all’Opera House, ai Botanic Gardens, quindi attraversa lo stretto e attracca al molo dove un bus ci attende per portarci allo zoo. Veniamo allo zoo con uno scopo: vedere bene, e da vicino, tutti insieme, gli animali che caratterizzano la fauna australiana: non abbiamo ancora idea, infatti, di quali e quanti ne potremo vedere nelle prossime settimane. Lo zoo è molto bello: innanzitutto, tranne in alcuni casi, non si avverte la brutta sensazione degli animali in gabbia. La prima impressione si ha da subito, entrando nell’habitat di alcuni piccoli, e nascosti, uccelli australiani, per vedere i quali si entra in una grande immensa voliera. Talmente grande che stando al suo interno non la si percepisce. Al Taronga Zoo vediamo tutti gli animali che contano: il koala, il vombato, il canguro e il wallaby, il diavolo della Tasmania, l’ornitorinco e l’echidna, il kokaburra, l’emù e il casuario. Il koala è tenerissimo, aggrappato al suo eucalipto mentre se la ronfa beato, ma il più tenero è il vombatto, che se ne sta rintanato nella sua tana sottoterra. Il diavolo della Tasmania è tanto piccolo quanto feroce: lo vediamo in azione in una dimostrazione in cui si avventa sulla finta carcassa di un wallaby al cui interno è stata agganciata della carne. Lo guardiamo mentre la divora, cerca di strapparla, spezza le ossa con i suoi denti aguzzi e affilati. Non vorrei trovarmelo davanti, ma tanto non c’è pericolo: il diavolo della Tasmania è ahimé in via d’estinzione, come molti altri animali australiani.

casuario taronga zoo

il casuario al Taronga Zoo

A zonzo per Sydney

Restiamo allo zoo fino alle 3 p.m., poi riprendiamo il battello e torniamo a Circular Quay. Qui acquistiamo, per l’indomani, i biglietti per il Whale Watching. Al largo i Sydney, in pieno oceano, passa infatti annualmente la migrazione delle megattere, e quale migliore occasione di questa per vederle dal vivo? L’esperienza costa, 85 aud a testa, ma lo spettacolo sarà di quelli che non si dimenticano.

Già che ci siamo, decidiamo di passeggiare lungo Circular Quay, per godere al meglio della vista sul Sydney Harbour, dello skyline che vi si affaccia, dell’Harbour Bridge e ancora dell’Opera House. Un timido eppure già caldo sole primaverile illumina e dà nuova luce a tutto l’insieme. L’imbarcadero si popola di gente, l’atmosfera è ritmata da alcuni artisti di strada, più o meno aborigeni, che suonano il didgeridoo – strumento a fiato tipico aborigeno – a tempo di musica house. Sono questi gli unici presunti aborigeni che vediamo a Syney; rimaniamo invece stupiti dall’alta percentuale di asiatici che vivono qui, pur sapendo che negli anni passati c’è stata una forte migrazione dall’estremo oriente (che da qui effettivamente non è così lontano). Sydney è così una città cosmopolita, dai caratteri estremamente occidentali. Sembra incredibile che siamo dall’altra parte del mondo!

opera house

Il simbolo di Sydney, l'Opera House

Andiamo a rendere omaggio all’Opera House, da vicino, saliamo le scalinate senza entrare, anche se c’è la possibilità di visitarne l’interno. Da qui torniamo in centro, costeggiando dapprima i Botanic Gardens lungo Macquarrie St, quindi imbocchiamo Bridge St, da qui passiamo in George St e la discendiamo. Esploriamo la bella piazza pedonale di Martin Pl, quindi continuiamo, notando come qui vi siano solo grandi uffici, banche e coffe bar, mentre i negozi sono tutti raccolti in grandi centri commerciali che si aprono ogni poco lungo lla via. Entriamo, per cominciare, nel più significativo di essi: Queen Victoria Building. È uno splendido edificio liberty che ha mantenuto il suo spazio, un isolato oltre il quale su tutti i lati svettano grattacieli. L’interno è favoloso, un mondo a sé fatto di sfarzo, belle boutiques ed eleganti café. Da qui ci spostiamo, a qualche isolato di distanza, in Hide Park, elegante parco popolato, come tutti i parchi e giardini pubblici di Sydney, dagli ibis, grossi uccelli dal becco lungo e affusolato che razzolano qua e là come i piccioni. Da qui prendiamo Liverpool St e la seguiamo tutta sino a sbucare sul fondo di quel luogo bellissimo di Sydney che è il Darling Harbour. È questo forse il luogo più in di Sydney, comunque uno dei più frequentati: si sviluppa intorno al Cocle Bay, che funge da approdo per i battelli che servono la baia, ed ha sul lato tutta una serie di ristorantini e dall’altro un centro commerciale. Davanti, la vista sulla baia è interrotta da un ponte pedonale che collega le due estremità di Darling Harbour, sopra il quale passa la Monorail: un trenino essenzialmente turistico che fa il giro intorno a Darling Harbour. Il punto migliore per godere il panorama è su questo ponte oppure dal lato del centro commerciale, Harbour Side, perché anche qui come a Circular Quay è lo skyline disegnato da grattacieli che caratterizza e rende unico questo paesaggio urbano. Ceniamo all’Hard Rock Café questa sera (i ristorantini per quanto bellini sono tutti molto cari. In effetti quello dei pasti è un tasto dolente, pranzi di Sydney a parte), che offre una vista stupenda proprio su questo bel fronte del porto. E con l’immagine dei grattacieli illuminati di notte, ce ne torniamo in hotel. La prima giornata di Sydney è conclusa. Siamo stanchi morti, il fuso orario si è fatto accusare già a metà pomeriggio. Un sonno ristoratore è proprio quello che ci vuole.

darling harbour

Darling Harbour

AUSTRALIA: IN LUNA DI MIELE DALL’ALTRA PARTE DEL MONDO – 05/10/11

Il mare è pieno di pesci… e non solo!

La sveglia è di buon mattino, ma la lunga dormita di questa notte ci dà il sollievo di esserci rimessi in sesto. Alle 9.15 parte la missione Whale Watching! Siamo in pochi sulla barca – una sorta di catamarano leggero e veloce, che prende le onde in modo folle facendoci ringraziare di non aver fatto colazione. La gita in barca è un modo per noi di renderci conto della conformazione della costa – un susseguirsi di baie più o meno ampie e profonde, di scogliere a picco e di spiaggette, quindi l’uscita in mare aperto, fuori dalla baia di Sydney, ma con l’inconfondibile skyline sullo sfondo. Ed è proprio sullo sfondo di Sydney che vediamo sbuffare la prima megattera. È una, poi 2 poi 3, 4, 5 e forse addirittura 6. si muovono in gruppo, respira una, poi l’altra poi l’altra, mostrano il loro dorso, qualcuna più espansiva anche la coda. Non saltano fuori dall’acqua, ma è già una grande emozione poterle vedere da così vicino. Già, perché la barca si avvicina tantissimo, tanto che si possono vedere quelle strane protuberanze che le megattere hanno sulla testa, le loro pance e soprattutto, sentiamo lo spostamento d’acqua che il loro passaggio provoca. Loro stanno migrando, e nella loro migrazione passano al largo della costa effettivamente non credevo potessero avvicinarsi così tanto alla terra emersa, pensavo piuttosto che saremmo dovuti andare ancora più in mare aperto, invece distiamo dalla costa, se gli occhi non ci ingannano, non più di 2-3 km.

whalewatching sydney

whalewatching al largo della costa fuori dalla baia di Sydney

Rientriamo a Darling Harbour decisamente soddisfatti del nostro incontro con i giganti del mare. È ora di pranzo nel frattempo (il whale whatching dura 3 ore), e siccome la nostra giornata è dedicata agli abitanti dell’oceano, andiamo a pranzo al Fish Market. Il mercato del pesce di Sydney è spettacolare: è un mercato coperto organizzato in una serie di ristoranti e di pescherie/bistrot in cui poter gustare il pesce fresco pescato nella notte. Li vediamo, i pesci che popolano l’oceano: il barramundi, tipico australiano, lo snapper, il red emperor, le cui squame rosa brillanti lo rendono la star del banco del pesce, e poi i più “globali” salmone, pesce spada, sogliola – che da queste parti si chiama curiosamente John Dory –  e poi ostriche, gamberi e gamberoni, aragoste e baby octopus. Mangiamo al Fish Market Café un fritto misto oceanico: totani, tranci di barramundi, surimi e gamberoni in pastella, più due ostriche e un assaggio di baby octopus grigliato: che bellezza! E dopo pranzo, poiché non siamo ancora soddisfatti da tutti questi pesci, andiamo all’acquario, al Darling Haarrbour. L’acquario di Sydney in sé non è un granché, per noi abituati all’acquario di Genova, ma ci accoglie con un ornitorinco (in inglese platypus), ci stupisce con il granchio gigante del Giappone (simpaticamente chiamato Crabzilla), ci intenerisce con il grande e grosso dugongo e ci affascina con gli squali che ci nuotano accanto e sulla testa. Il dugongo è in realtà l’unico motivo che mi spinge a entrare, ma la visita risulta comunque piacevole, e completa il ciclo di conoscenza diretta con la fauna australiana iniziato ieri con il Taronga Zoo e proseguito stamani con le megattere.

dugongo

Il dugongo all'acquario di Sydney

Dopo l’acquario andiamo a piedi fino a The Rocks, il centro storico, se così si può definire un nucleo di edifici costruiti a partire dalla seconda metà dell’800, caratterizzato da casette in mattoni rossi, debitamente restaurate, basse, che ospitano café e botteghine. Da qui saliamo fino alla collinetta dell’osservatorio astronomico, che guarda tutto il Darling Harbour, quindi ridiscendiamo, imbocchiamo Gorge St, poi svoltiamo per andare a cena, anche questa sera, al Darling Harbour, ove troviamo un bel locale al piano terra del centro commerciale Harbour Side. Anche stasera si mangia burger. E temo che non sarà l’ultimo…

AUSTRALIA: IN LUNA DI MIELE DALL’ALTRA PARTE DEL MONDO – 06/10/11

Il verde dei Botanic Gardens

Il nostro ultimo giorno a Sydney prevede un programma più soft: al mattino Nicholson Museum, museo universitario di archeologia classica, e al pomeriggio Botanic Gardens. Facciamo colazione con un hot milk tea, bevanda molto simile al bubbole tea che avevamo provato a suo tempo a New York,  e ci dirigiamo lungo Broadway St fino al bel parco che sta davanti all’università. Entriamo quindi nel campus universitario, dove plessi moderni si alternano ad edifici in stile neogotico. Il Nicholson Museum si trova proprio in uno di questi edifici neogotici. È un museo archeologico che deve la sua esistenza alla passione antiquaria o archeologica di tale Sir Charles Nicholson, un inglese dal multiforme ingegno amante dell’archeologia del Mediterraneo: e infatti abbbiamo reperti egizi, greci, romani ed etruschi. E proprio agli Etruschi è dedicata una mostra qui in museo basata sui pezzi acquistati sul mercato antiquario a metà ‘800 da Nicholson, la mostra è un semplicistico tentativo di spiegare agli Australiani chi furono gli Etruschi. Il risultato: è un’infarinatura piuttosto superficiale e banalotta sulla civiltà etrusca. Ma è utile per capire come gli Australiani considerano l’archeologia del Mediterraneo. È lecito chiedersi “Ma perché se sei in Australia vai a vedere una mostra sugli Etruschi?” Ma il punto è proprio questo: cercare di capire quale sia la percezione che gli Australiani hanno della cultura occidentale. Un esperimento sociologico che, potendo farlo, valeva la pena di condurre.

nicholson museum sydney

il Nicholson Museum, Sydney

È tarda mattinata quando lasciamo il Nicholson Museum. Il Fish Market è vicino, quindi è lì che andiamo a pranzo. Oggi ci lanciamo alla scoperta dei pesci locali, il famoso baramundi e lo snapperr, che soddisfano particolarmente il nostro palato. Dal Fish Market prendiamo poi la MetroLightWay, il trenino urbano, fino alla Central Station. Da qui proseguiamo a piedi, risalendo Hyde Park, entrando a vedere la Cattedrale di Santa Maria (neogotica all’esterno, luminosa all’interno), quindi da Macquarie St entriamo nei Botanic Gardens.

Sydney è piena di verde e di giardini. I Botanic Gardens però sono qualcosa in più: sono uno spazio ricreativo, pubblico, di pace; la prima parte è un orto botanico vero e proprio mentre man mano che ci si avvicina al mare i giardini diventano sempre più parco, dove gli abitanti di Sydney vanno a correre, giocano a nascondino, prendono il sole (quando c’è, non oggi). Le piante sono belle, non c’è che dire, ma io resto di sasso quando mi rendo conto che sopra le nostre teste volteggiano le volpi volanti: sono grossi pipistrelli che si attaccano ai rami degli alberi a testa in giù, come vuole tradizione. Ma sono tantissimi, e così riuniti sui rami ancora spogli, danno vita a uno spettacolo lugubre e affascinante al tempo stesso.

botanic gardens sydney

L'Harbour Bridge incornicia l'Opera House in questa veduta prospettica dai Botanic Gardens

Passiamo buona parte del pomeriggio ai Botanic Gardens, arrivando fino al loro sbocco sul Sydney Harbour, da dove si gode la famosa vista da cartolina dell’Opera House incorniciato dall’’Harbour Bridge. E qui la foto ricordo è d’obbligo. La giornata non è delle migliori, pioviggina e non invoglia certo a restare all’aria aperta. Rientriamo in centro, lungo George St. e dintorni, scendiamo sottoterra in una delle tante food court della città, dove una serie di take away, dal caffè alla cucina indiana, al basso prezzo. La scelta è sicuramente ampia, e i numerosi avventori possono sedere ai tavolini comuni nel centro della court; peccato però che chiudano alle 8 PM: ma del resto i take away servono il pranzo alla gente che lavora e uno spuntino, una merenda o un pasto vero e proprio a chi va per shopping. Sono le 5 PM e le strade si riempiono di giovani che si riversano nei centri commerciali. Quando entriamo al Myer, il più grande, quasi non si cammina dalla folla brulicante che c’è. Passiamo il resto del pomeriggio saltando da un centro commerciale a un altro, entriamo nell’elegante N°1 Martin Place, una corte interna che ospita ristoranti, quindi andiamo a cena. Anche stasera al Darling Harbour in un bel locale, costoso off course, dove per una volta non mangio hamburger ma un bello snapper al cartoccio accompagnato da una birra stout australiana, che mi rimette in pace con le abitudini alimentari che hanno da queste parti. La pioggia non ci concede un ultimo giro del Darling Harbour e così torniamo in hotel, non prima di aver preso un buonissimo black milk tea (non proprio digestivo!) al Worldsquare, il centro commerciale/food court vicino all’hotel. Si conclude così il nostro ultimo giorno a Sydney. Domani si parte, destinazione Melbourne.

AUSTRALIA: IN LUNA DI MIELE DALL’ALTRA PARTE DEL MONDO – 07/10/11

Great Ocean Road, lungo la via del surf

Per andare all’aeroporto dalla Central Station percorriamo a ritroso i passi compiuti il primo giorno all’arrivo: prendiamo l’airport train che dopo 15 minuti circa ci lascia al terminal “Domestic” destinato ai voli interni. In Australia, almeno per i voli interni, il check-in si fa da sé, dalla stampa della carta d’imbarco fino alla spedizione della valigia: in fondo si tratta di attaccare alla valigia quella lunga striscia con indicata la destinazione. Non saremo tranquilli finché non la rivedremo a Melbourne sul nastro trasportatore. Il volo dura un’ora e mezzo, non c’è fuso orario da Sydney a Melbourne, recuperiamo senza intoppi e con un sospiro di sollievo le valigie, ma qui una nuova sfida ci attende: il noleggio dell’auto alla Hertz e la guida a sinistra in autostrada, tanto per cominciare in allegria. Ci viene data una bellissima Toyota Camrey Alise, modello superelegante di berlina che in Italia non esiste, ma che qui ha successo dato che il 90% delle auto che si vede in giro è una berlina. Il pilota nei prossimi giorni sarà Lorenzo, che guiderà lungo la Great Ocean Road, da qui a Melbourne, quindi a Ballarat e di nuovo nel traffico di Melbourne, prima di rientrare alla Hertz. Alcuni momenti di tensione dovuti alla prima volta col cambio automatico, quindi all’ingresso in autostrada e all’iniziale difficoltà ad abituarsi alla guida a sinistra, dopodiché via, si imposta il navigatore, verso Torquay, capitale del surf e si fa vela verso la costa.

Chissà che mi aspettavo di vedere a Torquay: una località di mare, ristorantini di pesce e una passeggiata lungo la spiaggia? Oh no, non c’è niente di tutto ciò: una strada su cui si affacciano da un lato e dall’altro piccole casette prefabbricate indipendenti che costituiscono altrettanti negozi per il surf; la spiaggia è lontana, l’oceano non si vede, niente fa pensare di essere in un centro cittadino, tranne un McDonald e il Torquay Visitors Centre. Ci rechiamo qui: non siamo tipi da surf, siamo piuttosto tipi da museo. E infatti visitiamo il museo del Surf! Forse un po’ troppo costoso (10 aud sono effettivamente tanti…), questo simpatico museo fa piuttosto la storia di Bell’s Beach, la spiaggia che da quasi un secolo attrae surfisti da tutto il mondo (nonché quella dov’è girata la scena finale del film Point Break) e dei surfisti che di anno in anno hanno vinto l’annuale gara di surf, le tavole da surf vincitrici delle gare e una sezione che mostra l’evoluzione della tavola, da quella semplice in legno a quella ultra sofisticata, attuale in poliuretano e vetroresina. Si scopre così che il surf l’hanno inventato gli abitanti delle isole Samoa chissà quante migliaia di anni fa, ma è solo nel 1900 che si comincia a praticarlo in California e dopo pochi anni arriva in Australia. Da qui è un crescendo, e Bell’s Beach, e con essa Torquay, vede formarsi un turismo legato al surf, e la sua fama cresce anno dopo anno. Oggi però siamo ancora all’inizio della primavera, fa freddo e la giornata non invoglia certo a scendere in acqua. C’è poca gente, infatti, e se non vogliamo saltare il pranzo, l’unico posto aperto sembra essere il McDonald. Qui due vecchine di 80 anni che a stento riescono a camminare e che erano qui quando il surf è arrivato, si mangiano beate una fettona di torta, e mi strappano un sorriso.

museo del surf torquay

L'allestimento del Museo del Surf a Torquay

Ci mettiamo in marcia, la Great Ocean Road ci attende. La strada è bellissima, a tratti segue la costa, a tratti rientra, ad Anglesea ci delizia della vista di un canguro che bruca nel giardino di una casa che dà sulla strada. Dopo Anglesea iniziano le spiagge e i punti panoramici da cui vedere la costa. Sono pochi i temerari che si azzardano a cavalcare l’onda. Le onde, poi, non sono quelle ideali per fare surf: troppo blande, troppo poche. Ci fermiamo ogni tanto ad ammirare la costa, che è piuttosto frastagliata, un susseguirsi di spiagge più o meno ampie, di calette, di scogliere, di “cliffs”, le scogliere a picco sul mare, mentre sul lato interno della strada incombono già i boschi di eucalipti, le colline, i “creeks” che si scavano la via fino al mare. Si vede che questa strada è frequentata da turisti, e turisti stranieri: ad ogni immissione da una piazzola panoramica, delle frecce direzionali sull’asfalto indicano in quale corsia bisogna guidare, e il cartello “Drive on left in Australia” non lascia dubbi al riguardo. Dopo un lungo tratto di strada, e numerose soste fotografiche, giungiamo a Lorne. Questa località di mare posta lungo la Great Ocean Road, ridente d’estate, non lo è altrettanto d’inverno. Oggi per esempio, quando arriviamo noi, col cielo plumbeo che minaccia pioggia, Lorne sembra più una stazione sciistica anni ’70 che una località balneare. In questo clima freddo e invernale mi stupisce e non poco veder volare sopra le nostre teste alcuni kakatua bianchi con la cresta gialla, che si vanno ad aggiungere ai pappagallini rossi che abbiamo incrociato più volte lungo la via. Devo rivedere la mia concezione di uccello tropicale, evidentemente. Gli uccelli qui in Australia sono tantissimi, nei centri abitati se ne vedono molti di più e di molte più specie rispetto all’Italia: tolti i piccioni, i gabbiani e qualche passerotto a Sydney, gli altri sono stati una continua scoperta; e vedere in un clima freddo com’è questo lungo la Great Ocean Road ora i pappagalli che vivono spontanei nelle foreste e nei centri abitati non lascia indifferenti. A Lorne c’è un campetto attrezzato per le evoluzioni con lo skateboard. Ma ci sono anche bambini, che avranno 4 o 5 anni!, che volano sul monopattino! E i genitori poco distante che li guardano distrattamente chiacchierando tra loro. In Itali i bimbi vanno sull’altalena, qui sullo skateboard… uhm…

great ocean road

La Great Ocean Road comincia da qui...

Riprendiamo la via, che a tratti abbandona la costa addentrandosi nella foresta, a tratti torna a guardare il susseguirsi di spiagge e scogliere. La strada è bella, ad ogni curva regala nuovi scorci spettacolari, di una bellezza infinita. Peccato per il tempo, per il cielo sempre più grigio. Talmente grigio che quando alle porte di Apollo Bay deviamo per raggiungere la Guesthouse che ci ospiterà per la notte, il Claerwen Retreat, la strada che si inerpica su per la collina, poi dentro la boscaglia, poi in mezzo a pascoli di pecore, sembra più una strada di montagna che altro. Siamo molto, molto perplessi mentre saliamo sempre più su in collina, intorno a noi la nebbia non ci permette di scorgere il panorama. Finalmente arriviamo: davanti a noi, nel nulla visto che oltre non si vede niente, si para una casa, la nostra Guesthouse. Sul nostro volto si legge ancora la perplessità quando ci viene ad aprire la proprietaria che col suo sorriso, la sua gentilezza, la sua dolcezza, vince ogni nostro dubbio. Siamo gli unici ospiti questa sera, e veniamo coccolati come si conviene. Ceniamo qui: affrontare nuovamente la strada, con la nebbia, al buio e con il pericolo di incrociare qualche animale non è un’idea che ci alletta. Passiamo così una gradevole serata, intima, in un posto che è una chicca, l’ideale per la luna di miele.

claerwen retreat

Claerwen Retreat Guesthouse

AUSTRALIA: IN LUNA DI MIELE DALL’ALTRA PARTE DEL MONDO – 08/10/11

I koala! So cute!

Il risveglio al mattino ci regala una giornata di sole e finalmente l’agognata vista panoramica dalla Guesthouse: dolci verdi colline e sullo sondo la costa e l’oceano, tutto molto bucolico. Oggi scendere per quella strada che porta ad Apollo Bay è piacevole e allegro, l’opposto di ieri sera; si apre davanti a noi un paesaggio dolcissimo, di pascoli che scendono sino al mare.

Arriviamo ad Apollo Bay; è sabato e, ci hanno detto alla Guesthouse, è giorno di mercato: 4 bancarelline di prodotti naturali autoprodotti, dalle piantine di pomodoro alle conserve, un banchino di gioielli e poco altro! Nella struttura Apollo Bay è come Lorne, ovvero una strada che da un lato ha i giardini che arrivano in spiaggia e dall’altro le basse palazzine dei negozietti di souvenir, articoli sportivi e bar; solo che a differenza di ieri che a Lorne c’era un tempo da lupi, oggi il bel sole fa apparire Apollo Bay una cittadina carina e tranquilla. Da qui parte il Great Ocean Walk, 91 km di percorso a piedi lungo la costa. Noi invece riprendiamo l’auto e partiamo.

Dopo numerose curve che lasciano il promontorio per attraversare l’entroterra, arriviamo alla nostra prima tappa: è il Mait’s Rest, un percorso di 20 minuti a piedi all’interno della foresta pluviale – rain forest – per scoprire, tra eucalipti immensi e felci che sembrano palme, qual è la vegetazione spontanea tipica della zona. Siamo all’interno dell’Oatway National Park che preserva una buona fetta di territorio lungo la Great Ocean Road. Il percorso ha un che di magico: ascolti il vento tra le fronde, avverti il ruscellare dell’acqua da qualche parte là in basso, senti il richiamo di tanti uccelli diversi senza riuscire a scorgerne uno. Bellissimo, fatato, al tempo stesso rilassante, perché stai attraversando un’oasi di pace e di pura immersione nella natura, la prima da quando siamo arrivati. Ci rimettiamo in macchina come purificati da questa boccata di ossigeno e ripartiamo lungo la Great Ocean Road.

Mait's Rest

Il percorso nella foresta Mait's Rest

Prossima deviazione è, sempre all’interno dell’Oatway National Park, la strada che conduce all’Oaway Lighthouse, il faro posto a segnalazione di questo tratto di costa. Non arriveremo al faro, ma abbiamo avuto una dritta: la strada attraversa una foresta di eucalipti popolati da … koala! Ed eccoli, finalmente: prima una mamma col piccolino sulla schiena, immagine tipica del koala, poi una serie di esemplari più o meno dormienti sul loro ramo, quindi una scena da documentario: vediamo in diretta l’accoppiamento tra due koala giocato tutto sui rami di eucalipto. E poi ancora, e ancora, e ancora: ti verrebbe voglia di fermarti ogni volta che ne vedi uno, li vorresti fotografare tutti! È incredibile come siano tenerissimi e dolcissimi a vedersi, coi loro occhietti, il loro nasone nero e il cucciolino che fa capolino dal marsupio: adorabili! Staresti qui ad ammirarli, a bearti della loro presenza tutto il giorno, ma non è possibile: altre avventure ci attendono.

koala great ocean road

Tra i grattacieli della foresta e i Dodici Apostoli

Riprendiamo dunque la Great Ocean Road, che in alcuni tratti si addentra e costeggia pascoli di mucche. Ci fermiamo ancora ad un punto panoramico molto suggestivo, Castle Cove, dove da un lato c’è la costa con l’oceano e dall’altra ci sono i pascoli, quindi abbandoniamo la strada e deviamo verso l’interno, perché vogliamo fare il Tree Top Walk.

Siamo nel bel mezzo di una arresta dominata dagli svettanti eucalipti Mountain Ash, i più alti di tutti, secolari, forse millenari, e dalle ferns, felci grandi quanto palme. Il percorso inizia ai piedi della foresta, dopodichè un lungo camminamento metallico sopraelevato ci porta al di sopra delle felci, che dall’alto sembrano verdi ombrelloni aperti, e al livello delle chiome degli alberi più bassi: stiamo praticamente camminando sospesi sulla foresta! Intorno a noi svolazzano i pappagallini rossi che a quest’altezza – 20 m da terra circa – hanno i nidi. Il percorso sospeso arriva fino ad una torre, alta 47 m, sulla quale si sale attraverso una stretta scala a chiocciola. La vista in cima è strepitosa: si domina tutta la foresta e anche se non siamo alti quanto i Mountain Ash più alti, il nostro sguardo può spaziare a volo d’uccello su tutto il bosco. Dalla torre si vede anche quanto il camminamento appena percorso sia sospeso nel vuoto. La sensazione a senz’altro impressione: poter vedere la foresta dall’interno e con gli occhi di un uccello è un bel modo di calarsi nella natura. Lungo il percorso, poi, vengono illustrate le piante, gli animali, l’ecosistema, tutto per meglio calarci, con convinzione e consapevolezza, nell’immensità della natura.

treetop walk

la passerella sospesa del treetop walk nell'Oatway National Park

Terminiamo il Tree Top Walk che è già pomeriggio. Dobbiamo ritornare sulla Greatt Ocean Road perché ci manca l’ultima fondamental tappa su questo itinerario: i Twelve Apostles, i 12 Apostoli, come vengono chiamati i faraglioni che caratterizzano questo tratto di costa mozzafiato prima di arrivare a Port Campbell. C’è la possibilità di vedere i 12 Apostoli – che ormai sono rimasti 8 – dall’elicottero. Noi però preferiamo il percorso panoramico che si srotola lungo la falesia: questi grossi pinnacoli che spuntano dall’acqua, che resistono alla furia delle onde, non sono altro che i testimoni di una millenaria attività di erosione da parte dell’oceano, e ci mostrano quanto la linea di costa in origine fosse molto più avanzata. Il promontorio per parte sua è una parete di roccia assolutamente verticale in questo tratto di costa, gialla e rossastra che risalta particolarmente con questa calda luce pomeridiana. Oggi è stata unna giornata densa di emozioni, in cui la natura protagonista assoluta ci ha fatto capire ancora una volta quant’è bella e potente. Noi siamo solo moscerini al suo cospetto, e come tali svolazziamo, da una parte e dall’altra, riuscendone a cogliere solo alcuni aspetti, ma rendendoci comunque conto, in qualche modo, della sua immensità.

Twelve Apostles - dodici apostoli

I Dodici Apostoli, l'attrazione naturale più nota della Great Ocean Road

A Port Campbell abbandoniamo la Great Ocean Road e ci inoltriamo nell’entroterra, lungo la via del ritorno che attraverso Colac giunge a Melbourne. Attraversiamo boschi e pascoli, io sono convinta di aver visto una piccola echidna a lato della strada, mentre per fortuna nessun wallaby o canguro ci attraversa la strada come invece ammoniscono i cartelli. Colac è evidentemente il classico paesotto dell’interno, con la solita serie di edifici bassi occupati da negozi e di casette più o meno gradevoli che fanno tanto provincia americana.

Melbourne ci accoglie in un frastuono di luci e colori. È sera quando arriviamo, e la città ci accoglie con uno skyline già illuminato. Abbiamo l’hotel, una pessima stanza in un pessimo Mercure Hotel, in centro, e per raggiungerlo passiamo davanti all’eccezionale Arts Centre, con la sua torre illuminata che sembra una Tour Eiffel in miniatura, e davanti a Federation Square, la piazza più eccentrica che si sia mai vista, asimmetrica, senza un centro o l’andamento regolare tipico delle nostre piazze. Piuttosto recente, questa piazza è il luogo di ritrovo per definizione della città, mentre i palazzi, anch’essi dall’architettura bizzarra, ospitano musei d’arte e l’Australian Centre for the Moving Imagine. Guidare in città non è semplice, anche perché il navigatore fa non poche bizze. Per fortuna però l’hotel è veramente vicino, in una traversa della principale Swanston Road. E così, dopo il check-in, ancora un po’ scossi ci buttiamo in Swanston Street e qui veniamo travolti dalla folla di giovani che invadono il centro il sabato sera. Dobbiamo cenare, ma è tardi e i locali cino-giappo-thailandesi ci sembrano squallidini e caotici. Finiamo al QV, il Queen Victoria Villane, o almeno in uno dei suoi plessi. Qui c’è una food-court come quelle di Sydney, che però sta chiudendo, per cui finiamo in un postaccio nella QV Square dove, per non mangiare l’ennesimo burger, mangio un’insalata che ha più maionese che verdura, un incubo. Facciamo un breve giro lungo la trafficata Swanston Road, ma siamo troppo stanchi per sopportare la calca. Prendiamo un milk-tea da TenRen, catena che a suo tempo avevamo trovato a New York, e ce ne scappiamo in hotel.

melbourne

Lo skyline di Melbourne lungo lo Yarra River