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Viaggio in Perù: esploratori nell’antica terra Quechua – 25/08/2012

L’arrivo a Lima

Sta per avere inizio una nuova avventura di Viaggimarilore. Quest’anno la nostra meta è il Perù, in un continente, il Sud America, totalmente nuovo per noi. Per l’organizzazione e le varie prenotazioni ci siamo affidati a Casa Yolanda, ma laggiù gireremo da soli, lungo il percorso di 15 giorni che abbiamo progettato.

Partiamo da Milano Linate alle 7.05 per Madrid. Qui alle 12.40 parte il volo intercontinentale Iberia per Lima. I passeggeri sono per la stragrande maggioranza di nazionalità peruviana che tornano a casa, e alcuni sono anche piuttosto indisciplinati! Il volo dura 12 ore, per nulla rese leggere visto che non siamo dotati degli schermi a sedile cui ci hanno abituato gli altri voli intercontinentali che abbiamo fatto fin qui.

Atterriamo a Lima alle 17.40 ora locale, ma le operazioni di sbarco e soprattutto il recupero del bagaglio fanno trascorrere un’altra ora prima di poter finalmente uscire dall’aeroporto. All’uscita ci aspetta l’autista mandato da Casa Yolanda, la guesthouse che ci ospita qui a Lima e che ci ha prenotato i futuri voli interni, spostamenti e hotel, fungendo da tour operator. Yolanda ci illustra il programma del nostro futuro viaggio, ci fa accomodare in stanza e ci accompagna presso un locale per famiglie dove ceniamo con abbondanti porzioni di pollo a la brasa. Facciamo così la nostra prima esperienza con la cucina peruviana e con le bevande: sì, perché ci lanciamo subito alla prova della chicha morada, bibita a base di mais di colore rosso e addizionata con limone e cannella di cui abbiamo letto sulla guida. Lì per lì ci lascia un po’ perplessi. Ma ne berremo di migliori nei prossimi giorni.

La serata è piuttosto fredda, Yolanda ci ha detto che è stato il giorno più freddo dell’anno. Siamo piuttosto assonnati quando torniamo a Casa Yolanda. Ci tuffiamo nel letto e ci addormentiamo all’istante.

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Viaggio in Perù: esploratori nell’antica terra Quechua – 26/08/2012

Primi incontri con l’archeologia peruviana: non ci sono solo gli Inca…

Ci alziamo con calma stamani. Del resto siamo a Lima solo di passaggio, perché alle 13.30 ci trasferiremo in aeroporto per prendere il volo per Arequipa. Yolanda ci consiglia di spendere la nostra mattinata al poco distante Museo de la Naciòn, che ha sede dentro l’immenso complesso del Ministerio de la Cultura e che ospita un’esposizione permanente, il Museo de la Historia y de la Cultura Peruana, e una mostra temporanea dedicata ai recenti scavi a Chornancap, nella regione costiera del Nord del Perù di Lambayeque, nel corso dei quali è emersa la ricca sepoltura di una sacerdotessa vissuta tra XII e XIII secolo. Un ulteriore piccolo spazio vuole sensibilizzare il pubblico riguardo la lotta al mercato clandestino di reperti archeologici, problema che dev’essere molto sentito, e non faccio fatica a crederlo. Museo interessante, perché parte da un presupposto importante: in Perù non ci furono solo gli Inca. Essi anzi furono gli ultimi ad arrivare e quelli la cui cultura durò meno. Se si pensa che l’Impero Inca durò dal 1440 al 1530, quando arrivarono gli Spagnoli… molte sono invece le culture precolombiane e preincaiche che occuparono queste terre, che svilupparono l’agricoltura, l’artigianato orafo, la produzione ceramica e artistica, ma anche e soprattutto i rituali e le usanze religiose. Tutto ciò emerge molto bene attraverso gli oggetti esposti, i vasi in ceramica dalle forme più fantasiose, animali, antropomorfe, evocanti vere e proprie scene come il sacrificio, le oreficerie, come le meravigliose maschere cerimoniali d’oro della cultura Lambayeque. Nasca, Wari, Lambayeque, Chancay, Moche, Chimu sono alcuni dei nomi di queste popolazioni che si alternarono in Perù prima dell’arrivo degli Inca e soprattutto degli Spagnoli. Il museo offre poi un prezioso spaccato sul sincretismo culturale che si determinò in Perù nel XVI secolo a seguito del contatto con gli Spagnoli, che portò all’elaborazione di nuove iconografie, soprattutto a carattere cristiano, e nuove tecniche artistiche, con l’introduzione della vetrina nella produzione ceramica. Molti artisti giunsero infatti dalla Spagna sperando di far fortuna e furono attori fondamentali in questo processo di incontro di culture. Nasce quella che viene chiamata Escuela Cusqueña, che caratterizza la produzione artistica, in particolare pittorica, dal ‘600 in avanti. L’esposizione si completa infine  con uno sguardo veloce sull’arte peruviana del XIX e XX secolo.

Una maschera d’oro della cultura Lambayeque, precolombiana

Finita la nostra visita, troviamo un mercato tradizionale, coperto, nel quale trovano posto dai negozietti di abbigliamento ai banchi di alimentari, in particolare di frutta e verdura (le pannocchie bianche non le avevo mai viste!) ai chioschetti dove poter prendere il pollo alla brasa. E a proposito, è ora di pranzo: mentre ritorniamo verso Casa Yolanda ci fermiamo nello stesso locale dove abbiamo cenato ieri sera. Un altro ¼ di pollo a la brasa, dopodichè torniamo da Yolanda, la salutiamo e andiamo all’aeroporto, dove ci imbarchiamo per Arequipa.

 

Arequipa by night

Arriviamo ad Arequipa quando ormai sta calando la notte. Mentre l’aereo si abbassa vediamo le luci della città che si stende alle pendici dei suoi vulcani: una lingua arancione nel buio, mentre ancora si stagliano nella penombra le cime dei vulcani innevati. La vista ha un che di magico.

Il nostro hotel, Hostal de las Torres de Ugarte, è in centro, a due passi dal Monasterio de Santa Catalina e da Plaza de Armas. È proprio qui che ci dirigiamo, dopo il check-in, e troviamo una bella piazza quadrata chiusa da portici su tre lati e la bella cattedrale sul quarto, giardini rigogliosi e una fontana nel centro. La piazza è ben illuminata, da un lato si diparte una strada pedonale che è il fulcro dello struscio cittadino.

La plaza de Armas di Arequipa by night

È ora di cena, per cui andiamo a cercare un ristorante. Vogliamo provare la carne di alpaca e troviamo il locale che fa per noi: il ristorante Zig-Zag, di fronte al Monasterio de San Francisco. Qui mangiamo fino a scoppiare: un antipasto “alpandino” completo di salumi, formaggi, burro aromatizzato, patate e mais bianco, che ha i chicchi più grandi e più gommosi dei nostri consueti chicchi gialli, e come piatto principale filetto di alpaca, che ci viene servito sulla pietra lavica sulla quale è cotto, accompagnato da una patata al forno con burro aromatico sopra e una serie di salsine più o meno piccanti. Non c’è modo migliore di approcciare con la cucina peruviana e, quasi rotolando, ce ne torniamo in hotel.

Viaggio in Perù: esploratori nell’antica terra Quechua – 27/08/2012

La vita segreta delle monache di Arequipa

Oggi dedicheremo tutta la giornata alla visita di Arequipa. Cominciamo dal suo monumento/complesso più importante e rappresentativo, il Monasterio de Santa Catalina. Fondato nel 1580, il convento di suore di clausura dedicato a S. Caterina da Siena è immenso e visitarlo richiede almeno un paio d’ore.

Uno dei chiostri del Monastero di Santa Catalina, Arequipa

Per evitare l’eventuale ressa dei turisti ci presentiamo appena dopo l’apertura e infatti, almeno per la prima parte, il monastero è tutto per noi. La visita consente di ammirare i chiostri e le celle, più simili ad abitazioni, delle suore. Le pareti esterne hanno colori vividi, rosso e blu, mentre tutto è costruito nella tipica pietra bianca vulcanica locale, il sillar. Tra chiostri, vie e celle, sembra di essere in una città nella città, e così doveva essere nei secoli scorsi. Nelle celle spesso è ricostruito l’arredamento e molto suggestive sono le cucine, dai caratteristici forni a cupola, le pareti annerite e il comignolo sul tetto. A proposito di cucine, molto grande era quella, ricavata in una cappella precedente, che al suo interno ospita anche un pozzo.

Una delle cucine delle celle nel monastero di Santa Catalina

Non mancano lanterne, pentole, paioli, bollitori e grattugie, per mostrare gli oggetti d’uso comune nella vita quotidiana delle consorelle. I chiostri hanno sempre le lunette tra le arcate affrescate: il Chiostro delle Novizie ha le litanie della Madonna, il Chiostro degli Aranci ha i pensieri di Sant’Ignazio de Loyola, il Chiostro Maggiore ha scene della vita di Cristo. Vi è anche una sezione a museo, dove sono accolte opere pittoriche a tema religioso dell’Escuela Cusqueña.

Il monastero ci piace molto; la visita, lasciata libera (si può anche prendere una guida), ci permette di curiosare in ogni cella e in ogni anfratto, di osservare i dettagli e di immaginare come potesse essere la vita all’epoca. Nel monastero vivono ancora le suore di clausura: è dunque un monumento che vive, con la doppia valenza, funzionale e di documento storico.

Una lanterna per fare luce nelle celle buie del monastero di Santa Catalina

All’ombra del vulcano

Usciti dal monastero ci rechiamo nella poco distante chiesa di S. Francisco, che all’esterno appare come un imponente edificio realizzato nella pietra bianca locale, il sillar. Entriamo durante la messa, proprio mentre, durante la predica, il sacerdote dice ai devoti di trattare con grazia e amore “los hermanos turistas”. E con questa benedizione proseguiamo il tour della città.

Arequipa si stende alle pendici dei vulcani Chacani e El Misti

Il traffico, per le strette vie del centro, è tremendo: un’infinità di taxi che suonano il clacson in continuo, che non si fermano mai alle strisce pedonali, ma che inevitabilmente si piantano ogni volta che il primo della fila si ferma per far salire dei passeggeri. Andiamo in Plaza de Armas, che brulica di gente, ragazze e mamme con bambini per la maggior parte: la piazza, e in generale la città, è molto vissuta dai suoi abitanti. Passeggiando sotto i portici, però, è un continuo dire “no gracias” alle continue offerte di bus, tour, escursioni, taxi, bar, ristoranti: è tanto l’affanno verso il turista. Entriamo invece in un mercatino di artigianato al quale si accede dai portici dove invece non c’è anima viva. Ed è un piacere rovistare tra le bancarelle di tessuti tipici, di lana di alpaca e di statuette di ceramica. Pranziamo in un locale nella via dietro la cattedrale, il Mixto’s, che ha una terrazza da cui si gode la vista sui vulcani Chacani e El Misti, dalle cime innevate. Qui proviamo il cheviche, pesce crudo marinato principalmente in abbondante limone.

Uno scorcio della cattedrale di Arequipa da Plaza de Armas

Trascorriamo il resto della giornata a zonzo. Visitiamo la cattedrale e il suo museo (10 soles più 5 di visita guidata obbligatoria a testa). La visita è interessante: la nostra guida in italiano, giovane carina e simpatica, ci illustra dapprima la cattedrale e i suoi elementi principali, come l’enorme organo belga che non fu possibile accordare per 150 anni perché era stato montato male, e le statue degli apostoli in legno, coperte di gesso bianco e laccate col miele a dare l’aspetto e la lucentezza del marmo, provenienti dall’Italia; ci mostra poi i pezzi salienti del museo, come un ostensorio in diamanti, un enorme ostensorio in oro e argento con pietre preziose, quindi gli abiti talari dei vescovi che si avvicendarono alla guida dell’arcidiocesi di Arequipa nell’800. Infine, la visita termina sul tetto della cattedrale, da cui si domina la vista sulla città e sui vulcani che la incorniciano, quindi passiamo sotto la grande campana di uno dei due campanili, che suona solo in occasioni speciali, come per la festa dell’Assunta, il 15 di agosto. Da qui si abbraccia con lo sguardo la sottostante Plaza de Armas, che appare ancora più brulicante di vita. La nostra guida per salire sul tetto – non più di 10 minuti al massimo – indossa il cappello. Le chiediamo se è davvero così forte il sole e lei sì, ci risponde, è tremendo, fa male alla pelle. Non ci rendiamo conto, ma qui siamo a 2300 m slm e il sole picchia molto forte.

la plaza de Armas di Arequipa

Il nostro pomeriggio prosegue con una sosta in un bar dove prendiamo una Inka Cola, una bibita gassata gialla molto dolce che sembra uno sciroppo per la tosse da bambini e che qui in Perù è più bevuta della coca cola. Concludiamo il pomeriggio con un ultimo passaggio in un mercatino artigianale, quindi andiamo a cena al ristorante El Viñedo, dove nuovamente prendo l’alpaca accompagnandola con una Cerveza Arequipeña.

Plaza de Armas all’imbrunire

Domani sveglia presto, si parte per Puno, sul lago Titicaca.

Viaggio in Perù: esploratori nell’antica terra Quechua – 28/08/2012

Giallo e blu, i colori di Sillustani

L’autobus per Puno parte dal terrapuerto di Arequipa alle 8.30. Attraversiamo un territorio montagnoso molto spoglio e pressoché disabitato, eccetto qualche minuscolo villaggio qua e là lungo la strada. Nel primo tratto la vegetazione è caratterizzata dalla presenza di grossi cereus, piante grasse alte e snelle che vivacizzano un territorio altrimenti brullo. Man mano che si sale di altitudine i cactus scompaiono, e rimangono solo sterpaglie, erba gialla e radi arbusti. Nel frattempo però compaiono le greggi di alpaca accompagnate dai loro pastori. Prima di arrivare a Puno l’autobus passa da Juliaca, città industriale del Perù che ci appare polverosa e incasinata.

il paesaggio brullo delle Ande sulla via da Arequipa a Puno

Infine arriviamo a Puno alle 2 del pomeriggio al terminal terrestre. Taxi con destinazione Sol Plaza Hotel, nel quale pernotteremo oggi e domani. Senza por tempo in mezzo, incuranti del mal di testa feroce che sale, sintomo del mal d’altura che ci sta cogliendo, ci facciamo prenotare un taxi che ci accompagni a Sillustani.

Panorama di Puno e del lago Titicaca

Sillustani è un sito archeologico scenografico che si trova a 40 minuti di auto da Puno. Attraversiamo una regione piatta dove pascolano gli alpaca e dove ogni tanto si incontra qualche casa di pastori della zona. Per visitare Sillustani occorre un biglietto di 10 soles a testa.

La piccola chiesetta del pueblo di Sillustani, alle pendici dell’omonimo sito archeologico

Il sito archeologico è sull’altura, e durante la salita, a piedi, incrociamo un gregge di alpaca guidato da una bambina che ci chiede un sol per poter fotografare. È il prezzo da pagare, ma vale il prezzo del biglietto la possibilità di passare in mezzo al gregge: non sono più grossi delle pecore, solo hanno il collo lungo e l’espressione sorridente. Qualcuna ha gli occhi azzurri.

gli alpaca a Sillustani

Staremmo qui per ore, ma la vista della prima chullpa sulla sommità dell’altura ci invita a proseguire. Le chullpas sono delle torri alte alcuni m utilizzate come sepolture per i nobili della popolazione preincaica che viveva qui e poi degli Inca quando si insediarono. Si ergono su quest’altura che domina la vista sul lago Umayo, uno specchio d’acqua blu chiuso dalle montagne. La chullpa più grande, la prima che si incontra salendo l’altura, viene chiamata Lizard Chullpa, perché su uno dei blocchi di pietra che la costituiscono è stata scolpita a rilievo una grossa lucertola. Un’altra chullpa ha un serpente in rilievo su una delle pietre. Ciò che più colpisce qui, però, non sono le chullpas in sé, quanto piuttosto come si integrano nel paesaggio, creando una visuale unica sul panorama circostante: il blu del cielo, il giallo della terra erbosa, le chullpas che si stagliano contro il cielo: tutto ciò è qualcosa di bello, una perfetta integrazione tra natura e uomo.

La Lizard Chullpa a Sillustani

Di ritorno da questo luogo magico, il taxista ci chiede se vogliamo visitare una tipica casa di pastori che vivono da queste parti. Accettiamo e veniamo portati in una casa lungo la strada dove sembra che ci stiano aspettando (senza il sembra): sono in tre, padre madre e niño di appena un anno. È il capofamiglia che ci illustra la loro casa e la loro vita, a partire dalle loro abitudini alimentari: la quinoa, le papas, il queso, la macina a mano della quinoa per ottenere la farina, l’angolo cucina, all’aperto, alla brace. Ci viene poi mostrata l’abitazione vera e propria, una stanza con un giaciglio piuttosto duro, ci dice il nostro anfitrione. Ci porta poi sul retro dove ha un piccolo orticello dove ora sta zappando. Sul tetto campeggiano due toritos, due piccole statuette a forma di toro che hanno il compito di proteggere la famiglia e di augurare l’abbondanza, usanza tipica sulle Ande. A fine visita siamo invitati ad acquistare uno dei prodotti di artigianato realizzati con la lana dei loro alpaca che stanno qui fuori: è il prezzo da pagare per quest’“attrazione”.

I toritos campeggiano sui tetti delle case andine per augurare abbondanza e prosperità

Rientriamo a Puno quando ormai è buio, alle 6 di sera. Prima di andare a cena facciamo un giro su Plaza de Armas e in quella che può essere considerata la via dello struscio, ricca di ristorantini, negozi di souvenirs e abbigliamento tipico. Scegliamo di cenare al Mojsa. Qui proviamo il rocoto relleno, un peperone ripieno di carne macinata e coperto di formaggio gratinato: un’esperienza decisamente piccante che spegniamo con una pinta di ottima chicha morada.

Viaggio in Perù: esploratori nell’antica terra Quechua – 29/08/2012

Sul lago Titicaca – las Islas Flotantes

La giornata di oggi è interamente dedicata ad un’escursione sul lago Titicaca. Ci imbarchiamo a Puno alle 7 del mattino. La prima meta è una delle 45 islas flotantes abitate dalla popolazione degli Uros. Per arrivarvi attraversiamo un canale realizzato in mezzo ai giunchi che crescono qui. La popolazione degli uros trae proprio dalla totora, il giunco, il necessario per vivere. Da quando, circa nel 1200, furono costretti ad abbandonare le montagne prospicienti il lago dall’arrivo di popolazioni più forti, gli uros si inventarono un modo di vivere totalmente nuovo: scesero nel lago e costruirono vere e proprie isole galleggianti a partire dai banchi di totora. Da allora, ogni volta che devono costruire un’isola galleggiante sezionano i banchi di totora, comprensivi di tutte le radici che sono piuttosto spesse, le trasportano nel punto in cui vogliono fermare l’isola, le ancorano con dei pali al fondo del lago. Con le radici fanno la base, con i giunchi che vengono tagliati fanno più strati, che volta volta vengono rinnovati, per rendere la superficie impermeabile. Su uno strato più alto costruiscono le capanne, anch’esse in giunchi. Chi ha inventato questo sistema dev’essere stato un genio. Tutto questo ci viene spiegato sull’isola galleggiante sulla quale sbarchiamo: l’effetto è strano, perché non sembra di essere scesi dalla barca, anzi, vediamo il “terreno” che si alza e si abbassa sotto i nostri piedi, perché di fatto galleggia!

Le Islas Flotantes nel lago Titicaca

La totora è commestibile, ne assaggiamo un pezzettino: sa vagamente di cetriolo, ma ha la consistenza di un marshmallow. Le isole galleggianti sono tuttora abitate dagli uros, che vivono di caccia, pesca e… turismo. Tutta la gita e l’arrivo sull’isola ha il sapore di una messinscena apposta per il turista, tant’è che veniamo accompagnati nelle capanne delle singole famiglie e qui si svela l’arcano: compra turista, compra a caro prezzo oggetti fabbricati da noi. Viene il dubbio che sia solo un’attrazione turistica, che non ci vivano realmente. Quale che sia la verità, qui è portato alle estreme conseguenze il rapporto col turista. È un incontro con la popolazione locale totalmente falsato.

Come si costruisce un insla flotante?

Sul lago Titicaca – Taquile

Lasciamo a metà mattina le isole galleggianti per fare rotta verso l’isola di Taquile, a 2 ore di navigazione. Ci allontaniamo dunque da questa bizzarra comunità, che ha comunque il suo fascino, per trasferirci su un’isola vera, abitata da una comunità che ha un forte senso della tradizione e che ha imposto delle regole di comportamento ai turisti che arrivano ospiti sull’isola.

L’isola di Taquile, sul lago Titicaca

L’isola è, come dire, in salita: dall’approdo una salita panoramica sul lago porta sino al villaggio di Taquile, sulla sommità. La via risale i terrazzamenti ricavati nella montagna per coltivare e per consentire alle numerose pecore di brucare. La vista spazia sul lago fino alla cordigliera andina con le cime più alte innevate, già oltre il confine boliviano. Al villaggio non c’è molto da fare se non acquistare l’ennesimo oggetto artigianale in lana.

il pueblo di Taquile

Pranziamo al ristorante locale a base di troucha, la trota pescata nel Titicaca, e chiudiamo il pasto con la muñita, un mate de muña, una sorta di mentuccia che cresce da queste parti e che ha capacità digestive. Durante il pranzo ci viene illustrata una delle peculiarità degli abitanti di Taquile: l’abbigliamento maschile. L’uomo sposato si distingue dal celibe – che corrisponde al giovane – per il copricapo, rosso, mentre il celibe lo ha bianco e rosso, per una fascia che tiene in vita e per la borsa della coca che tiene legata in vita. Quando due uomini di Taquile si incontrano, si salutano scambiandosi foglie di coca prese dalla loro rispettiva borsa. Anche la donna sposata si distingue dalla nubile: quest’ultima indossa uno scialle nero decorato da pompon multicolore, mentre la donna sposata indossa uno scialle nero con un unico pompon dal colore non troppo acceso.

L’isola di Taquile è popolata da tante greggi di pecore: sulla produzione della lana si basa l’economia isolana

La discesa dal villaggio all’approdo, compiuta per altra via, è una splendida passeggiata panoramica in mezzo ai terrazzamenti, alle pecore, agli eucalipti (introdotti in Perù nel 1868 e adattatisi benissimo alla terra e al clima), con sempre, sullo sfondo, lo splendido blu del lago Titicaca. Lungo la discesa la nostra guida, saputo che siamo italiani, pensa bene di mettersi a parlare di calcio: uomini di tutto il mondo, perché siete tutti uguali?

Dopo due ore di navigazione – durante le quali imparo a farmi il mate de coca da sola, usando 7 foglie per una tazza d’acqua calda – rientriamo a Puno. Visitiamo brevemente la bella e buia chiesa in Plaza de Armas e a cena andiamo al ristorante Tulipanis, lungo la via dello struscio, dove prendiamo la zuppa di quinoa, cereale locale, e l’alpaca cucinato con le foglie di coca. Nel frattempo in Plaza de Armas iniziano i festeggiamenti per Santa Rosa di Lima, patrona del Sudamerica.

Viaggio in Perù: esploratori nell’antica terra Quechua – 30/08/2012

Attraverso le Ande, il Perù più vero

Alle 7.20 parte dal Terminal terrestre degli autobus la nostra gita WonderPerù che ci porterà, in 10 ore di viaggio, da Puno a Cusco, facendo fermate intermedie nei luoghi di maggior interesse lungo il percorso.

E si parte. La prima città che si attraversa è Juliaca, centro industriale impressionante per quanto è diversa dalle città in cui siamo stati finora. Juliaca non è una città turistica, e si vede. Ciò che si nota è il disordine, la polvere, le strade che per la maggior parte non sono asfaltate, i mototaxi che ingolfano il traffico, i crocicchi di donne nullafacenti e i chioschetti improbabili presso cui si riuniscono capannelli di gente. Dà l’impressione di una povertà o miseria che è imbarazzante: qual è il vero Perù allora? E questa domanda oggi me la porrò spesso.

Camion parcheggiati lungo la strada a Juliaca

Mentre ci si comincia ad appressare alle Ande, ci fermiamo a Pukarà, la nostra prima tappa. Qui visitiamo il museo archeologico dedicato alla cultura di Pukarà, che si sviluppò dal 500 a.C. al 200 d.C. Poco fuori dal paese sono state scoperte 3 piramidi da attribuire a questa società preincaica, contemporanea piuttosto alla cultura di Tiahuanaco, che si sviluppa in Bolivia. Alcune delle credenze e simbologie Pukarà si riscontreranno poi pari pari nella cultura inca, come la chacana, la croce andina che rappresenta la croce del sud, e la suddivisione del mondo in mondo celeste governato dal condor, mondo terrestre governato dal puma e aldilà governato dal serpente. Altro tratto distintivo che si ritroverà negli Inca è il sacrificio umano: importante una statua di sacerdote, Hatun Ñagak, che tiene in mano la testa mozzata di un nemico. Come tutte le popolazioni andine prima e dopo di loro, i Pukarà erano allevatori di lama e alpaca, attività che, come vediamo lungo il cammino, permane tuttora.

Un reperto della cultura Pukarà nel giardino del museo

Il territorio che andiamo ad attraversare ora è molto brullo, non esistono insediamenti urbani, ma solo rare case o fattorie qua e là, e greggi di pecore e di mucche controllate da donne curve sotto il peso dei loro fardelli che sempre portano sulla schiena, o da bambini. Sembra una terra dimenticata da Dio e dagli uomini, un luogo dove il tempo si è fermato e dove l’unico tempo che conta è il passare delle stagioni, dove a nessuno interessa cosa succede nel resto del mondo perché non interessa sapere che esiste un resto del mondo. Mi chiedo quale sia il livello di alfabetizzazione in queste contrade sperdute, lande isolate, collegate solo da una strada ai centri più vicini.

Il pueblo di Puka Pukara, sulle Ande

Man mano che si sale di altitudine l’antropizzazione già scarsa diminuisce. La nostra seconda tappa è il punto più alto della strada, a 4300 m slm, che guarda al ghiacciaio Chiribamba. Siamo davvero in mezzo alle Ande. Qui al belvedere è allestito un piccolo mercato in funzione turistica, compresa una signora in abito tradizionale con bambino in groppa sulla schiena, cucciolo di alpaca in braccio e alpaca accanto, per farsi fotografare e spillare così 1 sol ai turisti.

D’ora in avanti la strada è in discesa, la  vegetazione diventa un curioso mix di conifere e agavi, mentre aumentano le case sparse, ciascuna con due o tre mucche; quindi attraversiamo veri e propri pueblos. Ci fermiamo per pranzo lungo la via, quindi riprendiamo il cammino.

2 alpaca pascolano dietro il ristorante nel quale facciamo pausa pranzo

Arriviamo a Raqchi, pueblo inca nel bel mezzo delle Ande. Ormai l’area è molto turistizzata, tuttavia alcuni sfruttano tuttora i terrazzamenti inca a fini agricoli. Il pueblo attuale si completa con una piazza attorno alla piccola chiesetta coloniale e chiusa da alcuni edifici, mentre in mezzo è allestito un mercatino: Raqchi è un rinomato centro di produzione ceramica. In epoca inca invece a Pachacutec, l’uomo che da solo intorno al 1470 diede origine alla fase imperiale dello stato inca, qui apparve il dio Wiracocha, la massima divinità dell’olimpo incarico, il dio creatore e supremo. Gli fu allora dedicato un grande tempio della cui struttura rimane solo la muraglia divisoria centrale, che separava la zona degli uomini da quella delle donne, le fondazioni laterali e le basi delle colonne in muratura che aiutavano nel sostegno del tetto. Il sito si completava con una zona agricola, alla quale corrispondevano160 qolcas, granai a pianta circolare, e una zona abitativa destinata ai sacerdoti del tempio, o comunque alla élite cittadina e alle donne della comunità scelte come concubine. Il tutto era racchiuso da una muraglia che correva sulla cima delle alture circostanti per 5 km. È questo il nostro primo incontro con l’archeologia inca, se si eccettuano le chullpas di Sillustani.

Il tempio di Wiracocha a Raqchi

Riprendiamo il cammino, che ora costeggia un fiume, il Rio Urubamba, che nasce nelle Ande, attraverserà poi la Valle Sacra degli Inca per andare a buttarsi, molto più avanti, nel Rio delle Amazzoni. Aumentano i villaggi, che sono sempre più grandi: a Occobamba è in corso la festa patronale di Santa Rosa, tutta la popolazione è in festa e in abito tradizionale.

Gente per le strade di Occobamba durante la festa patronale di Santa Rosa di Lima

A Andahuaylillas ci fermiamo. Qui c’è quella che viene definita la Cappella Sistina dell’America Latina: è la Iglesia de San Pedro del XVI-XVII secolo, nota per i suoi cicli pittorici vivaci e molto belli, espressione più alta dello stile coloniale spagnolo. È barocca, anche rococò in certe sue forme. L’altare maggiore è arricchito da specchi per riflettere la luce in una chiesa che ha poche e piccole finestre. Il tetto è dipinto a losanghe con motivi vegetali all’interno. Nella parte alta delle pareti lungo la navata sono rappresentate su tela le storie di San Paolo, opere di Escuela Cusqueña. In basso invece è un fregio a motivi di derivazione incaica. Sulla parete di fondo è dipinta un’allegoria del cammino dell’uomo verso l’inferno, su una strada larga e cosparsa di fiori, ma circondata da demoni, e il cammino verso il paradiso, che è stretto e angusto. La chiesa sorge su un tempio inca; il tempio fu distrutto e sui suoi resti, il pavimento e alcuni lacerti di muro, fu costruita la chiesa che nelle intenzioni dei cristianizzatori doveva essere il segno della conversione delle genti indigene. È questa l’ultima tappa. L’ultimo tratto in auto è l’avvicinamento a Cusco. Si intensificano e si ingrandiscono gli abitati, aumenta il traffico.

la piazza di Andahuaylillas

Cusco by night

A Cusco ci accoglie la grande statua dell’Inca Pachacutec, il fondatore dell’impero Inca che in Cusco, anzi Cosco, aveva la capitale. L’autobus arriva a destinazione, noi arriviamo al nostro hotel, Inkarri, a poca distanza dalla Plaza de Armas di Cusco. Il tempo di prenotarci per le escursioni guidate dei prossimi giorni, di rinfrescarci in hotel, e usciamo per andare a vederla, la piazza principale della città che per gli Inca era l’ombelico del mondo. La piazza è in effetti molto grande e molto bella: la cattedrale domina un lato, mentre gli altri sono occupati da portici. In mezzo sono giardini e la fontana dell’Inca, cosiddetta perché sovrastata dalla statua di un inca.

Plaza de Armas by night

Facciamo un breve giro per renderci conto che la città, che potremmo definire la Firenze del Sudamerica, è brulicante di turisti, ma anche di trappole per turisti, dal ristorante al negozietto di souvenirs. È zeppo anche di ambulanti che ti vengono incontro proponendoti la loro merce. Troppi. Cerchiamo un ristorantino che faccia cucina peruviana e non fusion Italia-Cina-Perù come sono la maggior parte dei ristoranti in Plaza de Armas. La nostra scelta cade su Los Tomines, incredibilmente poco frequentato (forse perché non è sulle guide?), che però propone piatti tipici della tradizione peruviana e cusqueña come il cuy al horno, il porcellino d’India. Ceniamo qui, spendiamo pochissimo e divertiti e soddisfatti torniamo in hotel.

Viaggio in Perù: esploratori nell’antica terra Quechua – 31/08/2012

L’ombelico del mondo

La giornata di oggi è interamente dedicata a Cusco. La mattina facciamo un giro per le vie del centro, ma per prima cosa ci procuriamo il bolleto turistico, che ci servirà nei prossimi giorni perché consente l’ingresso ai principali siti archeologici dell’area di Cusco e del Valle Sagrado. Vediamo alla luce del giorno Plaza de Armas, che fa comunque la sua bella figura, quindi saliamo fino a San Blas, il quartiere degli artigiani e degli artisti. La salita è piuttosto erta: la via costeggia dapprima la chiesa del Triumfo (che si potrebbe definire una dependance della cattedrale), poi costeggia il palazzo dell’Arcivescovado, il quale si imposta su un solido muro inca, riconoscibile per le grosse pietre perfettamente coese le une alle altre, tra le quali si distingue il grosso pietrone a 12 angoli, noto agli amanti dei misteri legati agli Inca e ai popoli antichi in generale.

La famosa grossa pietra a 12 angoli che fa bella mostra di sé in una poderosa muratura inca di Cusco

Infine, la via diventa ripidissima nell’ultimo tratto, dove sbuca poi nella piazza dominata dalla chiesa di San Blas, che a lato ospita un mercatino di artigianato dall’impronta piuttosto turistica. Ridiscendiamo verso Plaza de Armas e andiamo a visitare il Museo Inka il quale è fuori dal circuito del bolleto turistico e costa 10 soles. Il museo Inca si autodefinisce “the best museum in Cusco”, ma in realtà non ci entusiasma più di tanto. Dedica sale alle culture preincaiche Qollao (quella di Sillustani) e Pukarà; poi fa compiere al visitatore un percorso cronologico che illustra la preistoria e la storia della regione, fino agli Inca. Innanzitutto l’areale Inca si distingue in tre regioni climatiche, tre ambienti naturali in cui vive l’uomo: Yunka, che è l’ambiente forestale tropicale, Qeshwa, che è l’ambiente montano tra 2500 e 3500 m slm, ottimo per l’agricoltura, e Puna, l’ambiente montano tra 3800 e 4300 m slm, nel quale gli uomini si dedicano alla pastorizia. Le culture andine nell’areale di Cusco si sviluppano a partire dal 5000 a.C. (periodo chiamato Preceramico) con la pittura rupestre di una caccia al lama della cultura Virginniyok. Molte sono le culture che si avvicendano sul territorio prima dell’arrivo degli Inca nel 1200 e della costituzione definitiva del loro impero nel XV secolo. D’ora in avanti il museo si focalizza sugli Inca, sulle ceramiche, sull’architettura, su alcuni aspetti del culto e delle credenze. Pochi però sono gli oggetti che rimangono impressi: i crani deformati sono tra quelli. Il percorso affronta poi il periodo inca coloniale, quando dal 1532 in avanti gli Spagnoli controllano l’area imponendo il viceré e soprattutto la religione cattolica. Infine l’ultima sezione affronta il ritorno dell’idea del popolo inca e della cultura Quechua. Al piano terra, affacciato sul bel chiostro che ospita il museo, una breve esposizione parla dell’artigianato tessile, attività che è ancora svolta secondo i metodi tradizionali, con fuso, telaio e coloranti naturali. Chinchero, nel Valle Sagrado (dove andremo domani) è un centro di artigianato tessile che lavora sia la lana di pecora che di alpaca con metodi ancora tradizionali.

La cattedrale domina la Plaza de Armas di Cusco

Alle 13.30 prendiamo parte ad un tour, riservatoci dal nostro rappresentante in hotel, Carlos, dedicato a Cusco e alle rovine inca vicine alla città. La visita comincia con la Cattedrale in Plaza de Armas. Molto bella, molto ricca, la cattedrale si fa notare per il trionfo dell’oro nei suoi altari barocchi, anzi rococò, per le statue di madonne e santi che occupano gli altari, sontuosamente vestiti, e per alcune opere pittoriche dell’Escuela Cusqueña in cui si nota la caratteristica principale di questa corrente pittorica: la riproposizione in termini “andini” di temi e iconografie europee; risalta per esempio una copia di un dipinto di Velasquez in cui i Reali di Spagna rendono omaggio alla Madonna, nel quale al posto dei cavalli sono stati dipinti dei lama; in un’Ultima Cena, invece, sulla tavola, oltre al pane e al vino sono presenti prodotti tipici della cucina locale: patate, frutta e soprattutto il cuy al horno. Una cappella è dedicata al Cristo de los temblores, dei terremoti, cui la popolazione è tuttora devota, dato che Cusco è in una zona sismica piuttosto attiva.

Il Qoricancha, su cui si è installato il Monastero di Santo Domingo

Il tour prosegue con la visita al Qoricancha, tempio del sole occupato in epoca coloniale dal monastero di Santo Domingo. Il tempio del sole si caratterizza per l’andamento curvilineo del recinto, in pietre squadrate perfettamente coese, che doveva essere molto grande: del resto Cosco, l’ombelico del mondo, era la capitale dell’impero Inca e quello del sole era uno dei culti più importanti. Entriamo dentro il monastero di Santo Domingo, ma solo per vedere le strutture incaiche ancora conservate: si tratta di alcuni edifici quadrangolari con le pareti convergenti, le piccole finestre trapezoidali e le nicchie. È questa l’occasione di un primo incontro vero e proprio con l’architettura Inca, con la sua solidità e le sue caratteristiche ancora in gran parte difficilmente spiegabili. La visita ci ha appena solleticato l’appetito, ed ecco che prendiamo il bus che si inerpica per la collina sopra Cusco e ci porta nel grande complesso terrazzato e monumentale di Sacsayhuaman. Che cos’è? Una fortezza? Un complesso religioso? L’uno e l’altro o nessuno dei due?

Le imponenti murature del Sacsayhuaman, e Cusco sullo sfondo

Ancora non è chiaro (solo i terrazzamenti noti come andenes dovevano servire a fini agricoli), tuttavia è impossibile non restare stupefatti davanti agli impressionanti massi posti in opera secondo incastri perfetti e tuttavia difficili da spiegare: forse in qualche caso formano un disegno? Sembra al momento la soluzione più logica, anche se i miei occhi non riescono a leggere nulla sulle alte pareti di pietra. Poco distante da Sacsayhuaman, ancora sulle colline che incorniciano Cusco, si trova Q’enqo. Questo era sicuramente un centro di culto: innanzitutto la grossa pietra su piedistallo che sta nel mezzo di un anfiteatro che circonda il luogo rituale può essere assimilata (con un po’ di fantasia…) alla silhouette di un puma, animale sacro agli Inca. Giriamo intorno al complesso ed entriamo in una grotta angusta nella quale inequivocabile trova posto un altare di pietra. Non saliamo invece sul top del complesso, sul quale si trova scolpito un altare per sacrificio.

Un dettaglio delle murature di Sacsayhuaman

Riprendiamo il cammino, allontanandoci da Cusco, anche se rimaniamo pur sempre nelle pertinenze. I due siti, piuttosto vicini tra loro, sono Tambomachay e Puka Pukara. Tambomachay è molto bello: per raggiungerlo occorre percorrere un sentiero a piedi che si inoltra nella montagna: qui siamo ad una quota decisamente superiore a Cusco, lo capiamo dal freddo che fa, mentre ormai sta tramontando il sole. Tambomachay è una fonte sacra; meglio, intorno ad una sorgente è stato costruito un complesso che si addossa alla montagna, col solito sistema architettonico delle pietre perfettamente coese senza l’uso di malta che viene chiamato “Inca imperiale” dalla guida e che contraddistingue i complessi più importanti secondo una gerarchia dell’architettura che si ritrova ben evidente a Macchu Picchu.

La fonte sacra di Tambomachay

Raggiungiamo Puka Pukara che ormai è buio. Delle 30 persone che costituiscono la comitiva scendiamo a vederlo (quel poco che si vede) solo in 4. Peccato. Puka Pukara è una fortezza, come rivela il nome pukara che per l’appunto significa fortezza. Sulla via del ritorno ci viene offerta l’interessante esperienza di imparare a riconoscere la lana di alpaca dal tessuto sintetico: ci fermiamo in un’azienda che produce e vende prodotti in alpaca e qui scopriamo che la maggior parte dei banchini e dei negozietti di souvenir vendono prodotti sintetici spacciandoli per alpaca. I tessuti sintetici vengono cardati e pettinati per far tirare loro fuori il pelo e per renderli più morbidi, ma si sformano al primo lavaggio. L’alpaca al tatto sembra freddo, e un maglione di alpaca risulta più pesante di uno sintetico. Buono a sapersi! Ne faremo tesoro per i prossimi acquisti!

Turista, occhio alla spesa! Perché non tutto quello che ti viene venduto per lana di alpaca lo è davvero…

Quando rientriamo a Cusco è ora di cena. Non abbiamo voglia di cercare un ristorante, pertanto torniamo a Los Tomines. Qui scopro che ho un debole per la salsa di yucca. E dopo cena a nanna, ché la giornata è stata impegnativa.