Val di Non: itinerario di tre giorni nella terra delle mele, dei laghi e dei castelli

Un po’ per caso, un per curiosità, abbiamo deciso di esplorare la Val di Non, in Trentino. Sono stati tre giorni davvero interessanti e inediti. Abbiamo scoperto luoghi incredibili, monumenti ricchi di storia, paesaggi spettacolari, luoghi pieni di pace e in grado di rimetterci in linea con noi stessi.

La Val di Non è perfetta per staccare dalla nostra routine e farci avvolgere da atmosfere nuove e senza tempo.

Giorno 1 – Castel Thun

Il primo incontro con la Val di Non avviene alle pendici di un castello. E che castello! Castel Thun, un antico maniero che da torre fortificata divenne, secolo dopo secolo, castello, poi residenza fortificata e infine residenza signorile tout-court.

Il castello sorge su un poggio da cui si domina un paesaggio fatto di alture pettinate interrotti qua e là da piccoli borghi dai quali svetta un campanile aguzzo. Anche alle pendici di Castel Thun sorge una chiesina graziosa, rivolta verso la valle.

Il panorama sulla Val di Non da Castel Thun

Castel Thun è aperto al pubblico. Per visitare l’interno e la bella mostra sulle carrozze è necessario acquistare il biglietto (e eventualmente l’audioguida). Se invece non interessa l’interno, si può visitare il castello dall’esterno, lungo la cinta muraria e i giardini meridionali senza pagare nulla.

Naturalmente vi consiglio di fare la visita all’interno. L’audioguida è un piacevole intrattenimento. Sala dopo sala è direttamente la voce del Conte Thun ad accompagnarci. L’audioguida non è didascalica, piuttosto ci aiuta a notare dettagli che, da soli, non noteremmo. E lo storytelling è carino, con qualche fantasma o presunto tale che sbuca qua e là.

Il percorso di visita si sviluppa su tre livelli: il piano terra e i due piani superiori. Al piano terra si comincia dalla Sala delle Guardie, molto medievale e rude nell’allestimento, con due grandi vasche in pietra con iscritti motti in latino e in tedesco cari ai Thun. Adiacente a questa sala vi è l’ambiente del forno, occupato da un grande forno in muratura di forma circolare. La stanza accanto è quella dei pistoria, dove sono riunite le “formine” (le matrici, meglio) che decoravano pani e ostie.

Da qui si esce in un cortile interno, dopodiché la visita prosegue nella piccola cappella di Santa Barbara.

La cappella è affrescata su ogni parete e sul soffitto con storie di santi, della crocifissione e del martirio di Santa Barbara. Gli affreschi risalgono all’inizio del XVI secolo e conservano ancora vividi colori ed espressioni dei personaggi. Da trascorrere un’ora solo qui dentro a indovinare i dettagli e a perdersi in essi.

Affreschi nella cappella di Santa Barbara, Castel Thun

La sala attigua è multimediale. Viene mostrato un video, decisamente importante e interessante, nel quale si illustrano tutte le fasi di vita dell’edificio, con ricostruzioni 3d decisamente convincenti sia dal punto di vista scientifico che di resa grafica e estetica.

Si sale al primo piano, quello delle cucine. Abbiamo una “cucina vecchia”, magnifica, nella quale si trovano tutti gli utensili in rame, un grande forno, un bel mobile in legno e stoviglie magnifiche. Abbiamo una “cucina nuova”, caratterizzata da una grande cucina economica che farebbe invidia alle moderne cucine a isola. Il colore prevalente di questa seconda cucina è il bianco. E certi enormi macinacaffè, per la gioia degli appassionati.

Castel Thun, la Sala da pranzo con lampadario di design: raffigura una sirena, non proprio diffusa in Trentino

Si sale ulteriormente e si arriva al piano nobile vero e proprio, allestito e arredato nel Settecento. Si susseguono sale di rappresentanza, studioli, camere da letto. Sempre si noteranno delle grandi stufe rivestite in piastrelle di ceramica: sono una caratteristica tipica delle residenze settecentesche, di manifattura altoatesina. Si alternano sale dalle pareti affrescate a sale zeppe di ritratti o di nature morte alle pareti a sale, infine, dove vince la carta da parati. Ogni sala è un mondo a sé, con le sue regole, il suo mobilio (sempre di pregio), i suoi colori dominanti.

Una menzione a parte merita la mostra sulle carrozze. Realizzata in quello che era il ricovero delle carrozze dei conti Thun, la mostra è molto ben fatta grazie alla commistione tra oggetti reali (le carrozze, i calessi, le slitte) e il ricorso alle proiezioni in videomapping sulle pareti. Il risultato è davvero interessante e divertente.

Carrozze originali e installazioni in videomapping: la mostra sulle carrozze dei Thun è piccola ma molto ben fatta.

Giorno 2 – Lago di Tovel; Cles

Il Lago di Tovel è un gioiellino verde smeraldo incastonato tra le dolomiti di Brenta. Per raggiungerlo bisogna percorrere la strada che dal borgo di Cles supera Tuenno e si inoltra tra le montagne, alte, dalle vette aguzze, le pareti scoscese e le rocce nere.

Ho detto gioiellino verde smeraldo. In realtà il motivo per cui è famoso questo lago è proprio il colore che assumeva fino a qualche decennio fa. Diventava rosso, grazie a un’alga che faceva assumere all’acqua, in particolari momenti dell’anno, proprio questa colorazione. Ora è da almeno 50 anni che questo fenomeno non si verifica più: una grave perdita per la biodiversità, ma anche un potenziale per gli studi di biologia che infatti si svolgono nelle sue acque.

Lungo la via per arrivare al lago si incontra dapprima un ristorante, Al Capriolo, che è punto di partenza e di arrivo di ogni escursione. Poi si procede e in mezzo al bosco si aprono varie radure che sono piccoli parcheggi. Il parcheggio più vicino è chiaramente quello indicato da google, ma in estate, dato il grande numero di turisti, conviene parcheggiare nei parcheggi più esterni e armarsi di scarpe comode e adatte alla camminata per raggiungere il lago (o, in alternativa, arrivare al lago già alle 7 del mattino).

Si può percorrere il lungolago per tutto il suo perimetro. Io ho percorso soltanto il primo tratto, della durata di una mezz’ora, fino alla spiaggia bianca. Il percorso è decisamente facile, eccetto pochi tratti in salita e in discesa che sono però coadiuvati da transenne alle quali attaccarsi. Il lago è magnifico, i panorami che offre sono eccezionali.

Il Lago di Tovel dalla Spiaggia Bianca, raggiungibile a piedi mediante un sentiero di facile percorribilità

Pranzare “Al Capriolo” è la soluzione perfetta: cucina tipica, simpatia e un ambiente familiare che mette immediatamente a proprio agio. Salvatore, l’altra metà del blog, faceva il compleanno il giorno che abbiamo pranzato qui. E’ bastata una mezza parola per far scattare la festa in sala.

Questo mio racconto del Lago di Tovel è, mi rendo conto, abbastanza breve. Ma se volete informazioni dettagliate vi consiglio di leggere l’esaustivo post sul Lago di Tovel di Spunti di viaggio.

Di ritorno ci fermiamo nella cittadina di Cles, che domina il lago di Santa Giustina. Questo è un lago artificiale, realizzato negli anni Cinquanta del Novecento allagando la profondissima e stretta valle su cui si affacciano, oltre a Cles, anche altri borghi, come Revò e Brez, per citarne un paio. I pendii che scendono fino al lago sono coltivati a meli, eccetto pochissimi ettari, a Revò, coltivati a vite: qui si produce il Groppello, un vino eroico, antico anche, che proprio la creazione della diga stava per cancellare completamente.

Il medievale Castello di Cles domina l’artificiale e novecentesco Lago di Santa Giustina

A Cles una splendida terrazza panoramica, in fondo ai giardinetti con i giochi per i bimbi, consente di godere di una vista spettacolare su tutto il lago e sulle montagne che vi si tuffano dentro. Sotto di noi scorre la ferrovia, e ogni tanto qualche regionale interrompe la quiete. Davanti a noi, sulla sinistra, l’imponente castello di Cles attira decisamente lo sguardo. Si tratta di una struttura che affonda le sue origini nel medioevo, all’inizio del XII secolo, anche se forse a sua volta si imposta su strutture romane: la cosa non deve sorprendere: nel 1869 proprio a Cles fu rinvenuta la Tabula Clesiana, una lastra in bronzo che riporta un’iscrizione. Ma non un’iscrizione qualsiasi, bensì l’editto col quale l’imperatore Claudio, nel 46 d.C. concedeva la cittadinanza romana alle popolazioni della valle, che entrarono a far parte del municipium di Tridentum (Trento). Un documento importante, custodito oggi al Castello del Buonconsiglio di Trento, mentre a Cles è esposta la copia, nel Palazzo Assessorile.

Il Palazzo Assessorile è l’altra architettura civile degna di nota di Cles. Si trova nel centro cittadino ed è un edificio tardogotico fortificato, formatosi intorno a una torre del XII secolo. Il Palazzo nelle sue forme attuali risale al Quattrocento. Dopo essere stato destinato per secoli a funzioni giudiziarie, nel corso del Novecento è diventato la sede del Comune di Cles.

Giorno 3 – Eremo di San Romedio; laghetti di Coredo e di Tavon

Dedichiamo l’ultimo giorno in Val di Non a un luogo davvero suggestivo: l’Eremo di San Romedio.

Per raggiungerlo percorriamo la via che attraversa il piccolo paese di Malgolo che segnalo per il bellissimo castello immerso nei campi di meli in fiore ben visibile dalla strada.

Il Castello di Malgolo immerso tra i meli in fiore

Più avanti si incontra il paese di Sanzeno e da qui si prende la via che conduce a San Romedio. Siccome la via si addentra in una stretta gola boscosa, molti decidono di fare la passeggiata a piedi. Noi invece siamo arrivati in macchina fino al piccolo parcheggio ai piedi dell’altura su cui sorge l’eremo. una strada di 500 m in salita e arriviamo anche noi alle porte di questo suggestivo luogo di culto.

San Romedio, chi era costui?

Romedio vive nei primissimi decenni in cui il Cristianesimo è considerata una religione libera di essere praticata nell’Impero Romano. Nasce infatti nel 330 d.C., 17 anni dopo l’Editto di Milano promulgato dall’imperatore Costantino che rendeva libera la professione del culto cristiano nei territori dell’Impero. Romedio, nato in Alto Adige, in età adulta compie un pellegrinaggio fino a Roma insieme al vescovo di Trento Vigilio (che a sua volta diventerà santo). Di ritorno dal pellegrinaggio, Romedio dona tutti i suoi beni e si ritira in eremitaggio nel luogo in cui, più tardi, sorgerà il luogo di culto.

Il culto di San Romedio si diffonde nell’VIII secolo d.C. e Romedio diventa famoso per aver reso mansueto un orso. E infatti nell’iconografia San Romedio viene rappresentato accanto a un orso. Non è un caso, allora, forse, che proprio ai piedi dell’Eremo, ci sia un’oasi protetta per accogliere orsi indifesi. Ma ne parliamo dopo.

L’ingresso all’Eremo di San Romedio

L’Eremo di San Romedio è un luogo meraviglioso. Immerso nel verde, dall’ingresso principale si accede in un piccolissimo spazio che conduce a una scaletta dalla quale si accede all’eremo vero e proprio. Una serie di piccole cappelle, di chiesette e, nei corridoi, tantissimi ex-voto, nella forma di fotografie, di ricami all’uncinetto, di bigliettini che affidano i neonati al santo, di persone che ringraziano per la vita scampata a incidenti drammatici. Vedere queste manifestazioni di devozione mi fa sempre un certo effetto.

L’eremo di San Romedio consiste in una serie di piccole cappelle sovrapposte, fino ad arrivare al belvedere che dà su una gola scoscesa: l’effetto è pazzesco, sembra di potersi tuffare, e quindi schiantare sulle rocce aguzze del dirupo, ma l’effetto è decisamente straniante.

Da basso, un brevissimo sentiero conduce al luogo più triste – e al tempo stesso più commovente – che la geografia ricordi. Siccome San Romedio è legato all’orso, qui è stata allestita una piccola area che ospita orsi in cattività, o meglio orsi che per le proprie vicende pregresse non sono più in grado di vivere liberi in natura. Ora ospite dell’oasi ai piedi dell’Eremo è Bruno (oh, wow! Un orso che si chiama Bruno! Che fantasia! Eh, lo so…). Il povero Bruno viveva in cattività in condizioni disumane, anzi disorsane, a Palestrina, nella tenuta di un privato collezionista di animali selvaggi che è stato chiaramente denunciato (e spero arrestato). Il povero Bruno dapprima è stato portato nel Parco Nazionale d’Abruzzo, poi, viste le sue condizioni di totale inabilità alla vita selvatica è stato traslato nell’oasi di San Romedio. Per quel poco che ho potuto vedere – e che mi ha riempito il cuore di tristezza – il povero Bruno quando non dorme gira in tondo su se stesso anche perché, forse, disturbato dalle persone che lo guardano come un animale da circo (me compresa). Gli scoiattoli gli si fanno vicini – visto con i miei occhi! – e non lo temono minimamente anche perché Bruno, non avendo mai vissuto in libertà, non ha idea di cosa sia l’istinto della caccia. E’ terribile ciò che l’uomo riesce a fare intorno a sé, condizionando sia le singole belve che interi ecosistemi.

Bruno, l’orso ospite dell’oasi di San Romedio

Salutato l’orso Bruno, siamo andati a mangiare all’Agritur Agostini, che in linea d’aria dista pochi km, ma che per raggiungerlo in macchina da San Romedio ci vuole un buon quarto d’ora. La distanza non avrebbe particolare valore, se non fosse che la cucina chiude alle 13.45 e noi partiamo da Sanzeno alle 13.30. Una corsa, dunque, ma che vale la pena dello sforzo: la migliore carne salada del pianeta, nelle due versioni cruda e cotta. E possiamo dire di aver reso onore alla cucina della Val di Non.

Dall’Agritur Agostini un breve sentiero nel bosco conduce ai due laghetti artificiali di Coredo e di Tavon. Un altro sentiero conduce invece a San Romedio che effettivamente in linea d’aria non dista poi molto.

I due laghetti sono una meta apprezzata innanzitutto dai locali, che qui vengono a cercare – e trovano – un’atmosfera di pace e di tranquillità immersi nel verde e circondati dalle rassicuranti montagne. Qui si possono incontrare i pescatori con la loro canna da pesca, i bambini che corrono nel prato, i soffioni che si piegano al vento. I due laghetti sono l’ideale per fare una passeggiata, per andare in bicicletta, per stendersi sul prato e rilassarsi un attimo.

Il lago di Coredo

I laghi di Coredo e di Tavon sono la giusta conclusione di un breve itinerario in Val di Non, alla scoperta di luoghi tranquilli, anche fuori dai consueti percorsi del Trentino, tra castelli, meleti e laghi incantevoli.

Vuoi avere qualche idea sulla Val di Non prima di partire? Ecco qui qualche spunto: Val di Non: le cose da sapere prima di partire

Una risposta a "Val di Non: itinerario di tre giorni nella terra delle mele, dei laghi e dei castelli"

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  1. Sono davvero molto felice che la Val di Non ti sia piaciuta! Ti consiglio di tenere nel periodo della raccolta delle mele… I profumi ed i colori sono ancora più intensi!
    Un grande grazie anche per la menzione speciale sul Lago di Tovel, un vero smeraldo verde !
    Un abbraccio …
    Mimì

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