Grandi fotografi: i miei miti assoluti: Lewis Hine, Sebastião Salgado e Steve McCurry

Amo scattare fotografie. Anche se non so nulla di tecnica fotografica e mi ostino a non volerci capire nulla, mi piace comunque fotografare ciò che mi circonda. Soprattutto quando viaggio o quando esco per fare qualche gita fuoriporta o per qualche visita particolare in città, porto sempre con me la mia fida mirrorless Canon Eos M10, ormai un po’ datata, ma comunque un’ottima compagna al mio fianco. Mi piace fotografare probabilmente perché non so disegnare, ma in qualche modo sento l’esigenza di fissare su un supporto (un tempo analogico, oggi digitale) ciò che vedo.

Per approfondire: Fotografare in viaggio: smartphone o fotocamera?

Da buona amante della fotografia, non posso non apprezzare la storia della fotografia: una tecnica – e un’arte – ben recente, se pensiamo che il dagherrotipo, antesignano della fotografia, è nato alla metà dell’Ottocento. Inoltre, per deformazione professionale (sono responsabile dell’Archivio Fotografico del Parco archeologico di Ostia antica) ho cominciato a prestare attenzione alle macchine fotografiche d’epoca, addirittura a quelle che utilizzavano le lastre su vetro, quando ancora la Kodak non aveva inventato il rullino.

L’interesse per i grandi fotografi mi è nato qualche anno fa, visitando alcune mostre monografiche o retrospettive. In quelle occasioni ho capito che le mostre di fotografia non hanno niente da invidiare alle mostre d’arte e anzi, forse perché le fotografie rappresentano e allo stesso tempo interpretano il reale, vanno dritte al cuore del visitatore.

Tra le varie mostre di fotografia che ho visitato nel corso degli anni ho individuato alcuni fotografi che per me sono dei miti assoluti e incontrastati. Due di essi, Sebastião Salgado e Steve McCurry, sono ancora viventi e molto noti al grande pubblico e ai media. Il terzo, Lewis Hine, è uno di quelli che ha fatto la storia della fotografia non tanto per la sua tecnica fotografica, quanto per le tematiche che ha affrontato nel corso della sua vita. Un’altra differenza c’è tra i primi due e il terzo: Salgado e McCurry sono anche e soprattutto fotografi di reportage che hanno girato il mondo in lungo e in largo per realizzare i loro lavori. Hine invece non si è mai mosso dagli Stati Uniti, ma uno dei suoi campi di interesse fu fotografare chi aveva viaggiato a lungo per arrivare fin lì: gli emigranti che partivano dall’Europa e dall’Italia alla volta di New York in cerca di un futuro migliore. Proprio da lui e dai suoi progetti fotografici voglio iniziare: ecco a voi Lewis Hine.

Lewis Hine: migranti, bambini, grattacieli

Ho scoperto Lewis Hine diversi anni fa (nel 2013) a New York all’International Centre of Photography, che ospitava proprio una mostra dedicata a lui. La mostra su Lewis Hine di New York era una retrospettiva dedicata ai grandi progetti fotografici di Hine. Egli era un uomo impegnato nel sociale, ma al tempo stesso entusiasta della modernità. Ciò traspare tantissimo nel suo lavoro, che possiamo sintetizzare in tre grandi progetti.

Lewis Hine e i migranti

Lewis Hine dedica una serie di reportages all’arrivo dei migranti europei a Ellis Island. Sono i primi decenni del Novecento e dall’Europa, in particolare dall’Italia, dall’Irlanda e dalla Russia, ma anche da altre nazioni, giungono come un flusso continuo persone che cercano in America un futuro migliore, lasciandosi alle spalle una vita di miseria. Le vicende per sommi capi le conosciamo tutti: i migranti una volta sbarcati a Ellis Island prima di entrare negli Stati Uniti dovevano passare un periodo di quarantena e rischiavano di essere rispediti indietro se non dimostravano di avere le carte in regola, dopodiché venivano lasciati allo sbando: se potevano appoggiarsi a qualche parente bene, altrimenti si dovevano arrangiare.

In Italia il museo “La Nave della Sila” a Camigliatello (CS) racconta molto bene il viaggio dei migranti e la vita non facile che dovevano affrontare una volta sbarcati. Non per tutti il sogno americano si rivelava poi davvero tale.

Anche il Galata Museo del Mare di Genova ha un’intera sezione interattiva dedicata all’emigrazione: un modo per meglio comprendere le peripezie che i migranti dei primi decenni del Novecento dovevano affrontare. Giunti a Ellis Island rischiavano anche di essere reimbarcati indietro!

Lewis Hine è testimone di quel flusso continuo di persone, uomini, donne con bambini, intere famiglie che, raccolti i propri averi in rozze valigie di cartone, lasciavano il passato per costruirsi un futuro migliore.

Fotografa corpi stanchi, bambini spauriti, volti dimessi, bambini curiosi delle novità. Il suo obiettivo riesce, con garbo, a rompere la distanza tra quelle persone e gli statunitensi, mostra volti umani stanchi del viaggio, ma fortemente motivati. Vorrebbe creare empatia, di fatto costruisce un documento storico imprescindibile per chiunque voglia studiare il fenomeno della migrazione europea verso gli Stati Uniti all’inizio del Novecento.

Tra i tanti immigrati che fotografa, una delle foto più significative – perché è stato possibile individuare il soggetto – è quella che ritrae una donna italiana con i suoi tre figli. Lei si chiama Anna Sciacchitano, lo leggiamo sulla valigia chiusa da giri e rigiri di corde ed è probabilmente uno dei pochissimi volti ritratti da Lewis Hine, o da altri fotografi in quel periodo, cui sia stato possibile attribuire un’identità. Grazie alla fotografia di Lewis Hine Anna Sciacchitano è passata alla Storia, quale simbolo delle donne italiane migranti.

Anna Sciacchitano e i figli a Ellis Island, fotografati e resi immortali dall’obiettivo di Lewis Hine

L’interesse per i migranti di Lewis Hine non si esaurisce a Ellis Island. Hine infatti comincia a girare per i quartieri abitati dagli immigrati, per Little Italy e dintorni, per vedere se effettivamente quelle persone provenienti dall’altra parte del mondo sono riusciti a realizzare il loro sogno americano. Ebbene, la risposta è no: vede situazioni di miseria, case – se così le si possono definire – sovrabitate, con rischi di ogni tipo legati all’igiene, alla salute e alla sicurezza. vede situazioni di vagabondaggio e di accattonaggio che stringono il cuore, vede situazioni di infanzia sfruttata, perché tutti devono lavorare e racimolare qualche soldo per essere considerate bocche da sfamare: lustrascarpe e strilloni, i bambini in città devono lavorare per guadagnarsi da vivere. Ma anche, e soprattutto nelle campagne e nelle industrie della provincia americana. Così Lewis Hine dedica a questo tema un altro suo reportage che tocca il cuore degli statunitensi più sensibili.

Lewis Hine e i bambini

I bambini, e le condizioni di degrado e di sfruttamento in cui vivono sono un tema che colpisce molto Hine e il suo impegno non solo lavorativo, ma civile. Perché non esiste lo sfruttamento del lavoro minorile solo tra le classi disagiate degli immigrati, ma esiste anche e soprattutto, a livello sistemico, nelle regioni interne degli Stati Uniti, dove torme di bambine e bambini sono impiegate nelle sartorie, nelle piantagioni di cotone, in virtù delle loro manine piccole che possono svolgere lavori delicati rischiando meno degli adulti di farsi male. I bimbi lavorano in miniera, nelle piantagioni di tabacco, e non importa quanto siano minuti e fragili, sono materiale umano da sfruttare. Lo sguardo stanco e sperso di questa bambina è uno tra i tanti immortalati da Hine: il lavoro minorile, negli Stati Uniti dell’inizio del Novecento è una piaga sociale da debellare.

Una bambina impiegata in una fabbrica di cotone, Lewis Hine.

In una società americana che si sta industrializzando e che vede nel profitto e nella crescita economica il faro cui puntare, l’attenzione ai diritti umani (che ancora non si chiamano così) viene portata alta da alcuni gruppi sociali ristretti, ma che col tempo riescono ad avere un seguito e un peso. Sono gli anni in cui la giornalista Nellie Bly sotto mentite spoglie si è fatta internare in un manicomio femminile per dimostrare le disastrose condizioni di vita in cui le ospiti – meglio, prigioniere – sono costrette a vivere e la sua risonanza sull’opinione pubblica ha fatto sì che certe cose migliorassero. Così esistono anche associazioni di cittadini che vedono nello sfruttamento del lavoro minorile una piaga sociale in forte contrasto con la democrazia americana e con l’ideale di progresso che in molti hanno. Hine sposa la causa ed eccolo in giro per le piantagioni di cotone e per le fabbriche a raccontare, attraverso il suo obiettivo, attraverso gli occhi e le espressioni di quei bimbi sfruttati, una realtà davvero inimmaginabile oggi. La sua è una vera e propria “fotografia sociale” e il suo progetto sullo sfruttamento del lavoro minorile è realizzato per il Child National Labor Comitteee, che cercava di far approvare una legge che eliminasse questa piaga sociale. Ma in molti non davano credito al lavoro del Comittee, ritenendo che certi racconti fossero esagerati. Per questo Hine si impegnò a fondo, girando gli Stati Uniti, entrando di soppiatto nelle fabbriche e nelle piantagioni, documentando situazioni orripilanti. Lo muoveva non tanto il lavoro affidatogli, quanto una mission che aveva fatto sua. E alla fine il lavoro del Child National Labor Comittee e il lungo reportage fotografico di Lewis Hine, furono ripagati. Dal 1905, anno in cui Hine iniziò a inseguire storie di lavoro minorile, la legge fu approvata nel 1916. La fotografia sociale di Lewis Hine aveva sensibilizzato gli animi, si era rivelata un eccezionale strumento di comunicazione.

Lewis Hine e i grattacieli

“Men at work” si intitola il progetto fotografico di Lewis Hine sul cantiere dell’Empire State Building.

Sono passati diversi anni dal reportage sui bambini sfruttati: siamo all’inizio degli anni Trenta sul cantiere di quello che per lungo tempo avrebbe mantenuto il primato di grattacielo più alto del mondo.

Anche se documentare la costruzione del grattacielo più alto del mondo potrebbe apparire in aperto contrasto con l’impegno sociale della fotografia degli anni precedenti, in realtà Hine attraverso le grandi opere celebra chi fa sì che esse siano tali: non gli ingegneri, non gli architetti, nemmeno i finanziatori, ma gli operai. Quelli che ogni giorno rischiano la vita sui ponteggi sospesi all’ottantesimo piano, quelli che stringono senza posa bulloni, quelli che manovrano gru e movimentano grossi blocchi di acciaio.

Lewis Hine, come molti fotografi del suo tempo, era affascinato dal nuovo paesaggio urbano che si andava delineando a New York, ma al tempo stesso sapeva che dietro quel miracolo urbanistico si celava il lavoro quotidiano di migliaia di operai che andavano considerati veri eroi. Il libro “Men at work” è un vero manifesto celebrativo della classe lavoratrice e operaia. E in questo sta davvero la forza del suo lavoro. Le fotografie ancora una volta non solo documentano, ma veicolano un messaggio, politico e sociale al tempo stesso. Gli operai che costruiscono grattacieli, scale, ponti, lavorano in miniera, sono i nuovi pionieri, quelli grazie al cui sacrificio gli Stati Uniti usciranno migliori, moderni, efficienti. Hine non guarda al fenomeno in sé, guarda a chi vi sta dietro e fa sì che ciò accada. “Le città non si costruiscono da sole” scrive nel suo libro.

Lewis Hine, Power house mechanic working on steam pump, 1920

E i suoi soggetti, gli operai, i men at work, sono ripresi in pose che richiamano certe divinità greche: sono muscolosi, a petto nudo, avvitano bulloni con una concentrazione di muscoli e di attenzione che davvero li rende delle figure mitologiche, lavorano a cavalcioni delle impalcature sospesi a centinaia di metri d’altezza. All’epoca non esisteva il concetto di sicurezza sul lavoro, né vi erano norme per garantirlo: e gli operai lavorano a mani nude, unica protezione sul capo un baschetto o una bandana.

Lewis Hine ci racconta più di uno spaccato della società americana del primo Novecento. Con garbo, con attenzione, con sensibilità, con denuncia sociale ma anche con esaltazione degli ultimi, la sua “fotografia sociale” ha segnato un’epoca e gettato le basi per la futura fotografia di reportage.

Sebastião Salgado: natura sublime, migrazioni, il sale della terra

Il suo bianco e nero colpisce l’attenzione e difficilmente lo si dimentica. Ho scoperto Sebastião Salgado in occasione di una mostra all’Ara Pacis qualche anno fa (2013): Genesi, una monografica su un progetto fotografico bellissimo del fotografo brasiliano il cui concetto di fondo è esprimere la grandezza della natura e delle sue manifestazioni naturali e cercare quei luoghi incontaminati nei quali la natura e l’evoluzione dell’uomo sono rimaste allo stato di Adamo ed Eva e dunque in condizioni di perfetta coesistenza e simbiosi.

Colonia di albatri sopracciglio nero sulle Willis Islands. Georgia del Sud 2009

Sebastião Salgado e la natura sublime

Il bianco e nero di Salgado è al tempo stesso poesia, epica e distacco. Il suo obiettivo fotografico è interessato a luci e ombre, a contrasti forti, purché si celebri la potenza della natura. Il lato naturalista e ambientalista è sempre stato forte in Salgado: brasiliano di nascita, ha acquistato in anni recenti una tenuta enorme nella foresta amazzonica per cercare di contrastare in qualche modo la distruzione del polmone verde del pianeta. Ma tutto ciò che è elemento naturale lo interessa, si tratti di animali, di piante, di fiumi impetuosi, di nuvole e di pioggia: l’obiettivo di Salgado cattura tutto e trasforma in poesia fenomeni naturali, voli di uccelli e foglie di palma mosse dal vento. Io la definisco la poesia del sublime.

Di Salgado conosco due progetti dedicati alla natura e allo stato di natura. Uno è Genesi, già citato, nel quale il fotografo ha raccolto immagini fotografate in tutti i continenti, dalla sua America del Sud all’Africa, all’Europa, all’Oceania, all’Asia e all’Antartide, con l’obiettivo, sempre, di mostrare che una realtà alternativa a quella occidentale e consumistica c’è ed è ugualmente degna di interesse, ma al tempo stesso deve restare immutata e inviolata, pena la distruzione di tutti.

Genesi è il progetto in cui Salgado seleziona immagini che parlano all’uomo della bellezza di ciò che ci sta intorno e che rischiamo di perdere realizzate ai quattro angoli del globo, anche nei luoghi più inospitali del pianeta, come l’Antartide. Ma anche qui la bellezza toglie il fiato, e gli scatti che realizza sono pazzeschi.

L’altro grande progetto in cui la natura sublime e lo stato di natura sono protagonisti assoluti è Amazonia, al quale è stata recentemente dedicata una mostra al MAXXI di Roma. Qui la ricerca si è limitata – si fa per dire – alla grande foresta che occupa la gran parte del territorio del Brasile, sconfinando negli stati limitrofi tra cui in Perù. La mostra è divisa in due sezioni: quella propriamente naturalistica, in cui la fanno da padroni montagne, panorami infiniti e cieli immensi, palme, mangrovie e fiumi; l’altra sezione invece è dedicata all’elemento umano, ovvero ai gruppi umani che vivono nella foresta amazzonica, in perfetta simbiosi con essa (un po’ meno invece con gli umani di città).

Sebastião Salgado, Amazonia, n. 79 – la foresta pluviale

Vediamo indios nei loro abiti tradizionali, a caccia o di ritorno da essa, bambini e donne, volti fieri e di una bellezza sconcertante. Questa sezione ha indubbiamente un risvolto di denuncia sociale: su schermi scorrono le interviste a capi tribù che raccontano i problemi che affrontano dovendosi rapportare con lo Stato brasiliano e le sue istituzioni, dicendo quanto lo Stato sia distante, quando non ostile e quanto sia stato fatto poco per le comunità indigene durante il lockdown. Il caso, giunto agli onori della cronaca negli scorsi giorni di quel giovane di etnia Zo’é che, novello Enea, ha trasportato il padre sulle spalle per diversi km per potergli assicurare il vaccino, rende l’idea di quanto queste comunità siano isolate anche in situazioni di gravità quale è la pandemia.

S. Salgado, Amazonia – Indiani Yawanawa in costume tradizionale

Sebastião Salgado e le migrazioni

Dopo Genesis, giustamente, viene Exodus.

Il grande progetto fotografico per il quale Salgado è diventato davvero uno dei fotografi di reportage più importanti è legato alle grandi migrazioni dei gruppi umani nel mondo contemporaneo, in particolare negli anni ’80-90. Migrazioni spontanee, migrazioni coatte, migrazioni dovute ai cambiamenti climatici. Ecco, Salgado ha affrontato il tema dei cambiamenti climatici dal punto di vista sociale prima ancora probabilmente che nascesse Greta Thunberg. Con le sue fotografie ha documentato i disagi, la disperazione e al tempo stesso la determinazione, la vita nei campi profughi, le lunghe marce attraverso la foresta pluviale. Il suo è stato un obiettivo imparziale, eppure estremamente comunicativo. Lo sguardo velato di una donna tuareg cieca racchiude in sé tutta l’umanità che affronta sfide spesso oltre le proprie possibilità. Un’immagine che è al tempo stesso tragica e lirica, carattere comune a molte fotografie di Salgado dedicate al tema delle migrazioni.

Salgado. Una donna tuareg cieca e tutta la disperazione per un futuro che non può vedere

Salgado col suo obiettivo racconta diverse migrazioni umane. Ma certo, quella che lo colpisce di più è alla base del progetto Sahel, dove il deserto, le tempeste di sabbia e le colonne umane che incerte avanzano, reggendosi a stento, sono al tempo stesso l’immagine della disperazione più assoluta e della forza d’animo più grande. Ma la ricerca di Salgado va molto oltre: ci fa vedere la quotidianità, il ripetersi di situazioni, ci fa ricordare che l’Homo Erectus, nostro ancestrale antenato, con le sue migrazioni fuori dal continente africano ha permesso di popolare l’Europa e l’Asia e a seguire il resto dei continenti emersi. Le migrazioni non sono un fenomeno di costume e non sono un fenomeno contemporaneo. Le migrazioni hanno mille origini dovute, innanzitutto alle condizioni di vita naturali e in seconda battuta a quelle politiche/sociali. Non dimentichiamolo mai quando pensiamo ai “migranti” considerati un problema dall’Europa (e non solo).

Sebastião Salgado e “Il sale della terra”

Salgado è stato ed è un personaggio talmente impegnato, con le sue battaglie per l’Amazzonia, la sua forte sensibilità verso le tematiche naturalistiche, le popolazioni che vivono allo stato di natura, e verso ciò che l’Umanità deve affrontare come le migrazioni o il lavoro in condizioni a volte disumane a volte troppo eroiche, che non poteva passare inosservato. Non all’occhio attento di un regista quale Wim Wenders che insieme al figlio di Sebastião ha realizzato un documentario perfettamente cucito sul fotografo: in bianco e nero, senza toni esagerati, molto poetico e lirico a tratti, sempre fermamente coerente e concreto allo stesso tempo. Salgado si confessa, racconta se stesso e il suo lavoro decennale, racconta aneddoti anche drammatici legati a suoi reportages. “Il sale della terra” è un documentario che non si può non amare. E insieme ad esso non si può non amare la fotografia di Sebastião Salgado.

Sebastião Salgado – Il Sale della Terra

Steve McCurry, i ritratti, l’Oriente, il blog

Steve McCurry è il più famoso dei tre fotografi di cui parlo qui. Il suo ritratto della ragazza afgana con gli occhi verdi in un’espressione mista tra il curioso e lo spaventato è stata la copertina di migliaia di pubblicazioni ed è stata riprodotta talmente tante volte da essere stata considerata la Monnalisa del XX secolo, data la sua espressione enigmatica.

Ragazza che ha un nome, Sharbat Gula, e che è stata ritratta nuovamente da adulta non tantissimi anni fa di nuovo da McCurry, il quale andò in Afghanistan, a Peshawar a cercarla; oggi, con le vicende politiche che hanno interessato l’Afghanistan negli ultimi mesi, Sharbat Gula è stata portata in Italia grazie ad un corridoio umanitario organizzato dal nostro Paese. Quando una foto ti salva la vita.

Steve McCurry, Sharbat Gula, Peshawar 1984

Ma non è certo per un ritratto fortunato che si diventa fotografi famosi.

Steve McCurry è fotografo del National Geographic fin dai primi anni ’80 (la foto alla giovane Sharbat Gula è del 1984). Ha girato il mondo fotografando l’estrema varietà del genere umano. “Se non mi dedicassi alla fotografia farei il nomade di professione” dice di se stesso, indicando quale sia la sua maggiore propensione: viaggiare, vedere il mondo, conoscerlo e osservarlo con occhi sempre nuovi.

Lo affascina l’Oriente e la sua spiritualità: Nepal, Tibet, India, oltre all’Afghanistan e alle altre regioni dell’Asia centrale, Cambogia, Myanmar, Sri Lanka attireranno per anni le sue attenzioni e i suoi reportages. Lo stimola l’interesse verso il Buddismo, fatto ancora più cogente dopo l’incontro col Dalai Lama. La sua diventa quasi una missione.

Non dimenticherò mai la prima mostra che vidi, monografica su Steve McCurry: Viaggio intorno all’Uomo al Palazzo Ducale di Genova. In un allestimento molto ben riuscito quei volti brillavano quasi, e le situazioni drammatiche entravano dritte nell’animo. Non dimenticherò mai due fotografie: il mago indiano di etnia Rabari, con i suoi capelli e la barba arancioni, e la foto drammatica del bimbo peruviano che, in lacrime, si punta una pistola alla tempia. Fotografie che hanno fatto il giro del mondo più e più volte, e che non mi stancherò mai di guardare.

Steve McCurry, Yanesha, Perù, 2004

Steve McCurry e i ritratti

Sicuramente Steve McCurry è maestro del ritratto. Maestro della luce, maestro nel cogliere attraverso l’espressione la personalità dell’individuo. Così attraverso i volti possiamo immaginarci le storie dietro le persone, dietro lo sguardo di chi la sa lunga del trasportatore di cammelli nel Kashmir, dietro lo sguardo sereno di una donna anziana in un monastero di Lhasa in Tibet (fino a non molto tempo fa la Città proibita agli Occidentali e soprattutto alle donne), dietro il volto risoluto e fermo di un giovanissimo monaco tibetano. Nei miei studi di arte romana si parla a un certo punto di ritratto fisiognomico: quel ritratto cioè, in scultura, che unisce alle caratteristiche fisiche (naso adunco, occhi allungati, rughe, capigliatura) quei dati che contribuiscono a fornire dati sul carattere dell’individuo: le labbra più o meno serrate, gli occhi più o meno contratti, l’espressione arcigna o al contrario rilassata… tutto ciò contribuisce a creare il vero ritratto dell’individuo, che è fatto sì di caratteri fisici, ma anche di un’espressione nella quale si legge il carattere.

Steve McCurry, Srinagar, Kashmir, 1995, un portatore di cammelli etnìa Kuchi

Ecco, tutta questa digressione per dire che McCurry in fotografia riesce a fare questo: a parlarci del carattere delle persone, a farci capire quante imprese hanno dovuto affrontare e se hanno ancora voglia di lottare o se, piuttosto, si lasciano sopraffare. In una parola: la storia. La capacità di McCurry di cogliere con il suo obiettivo i tormenti o i bisogni degli esseri umani davanti a lui ne fa un uomo dall’altissima sensibilità e capacità.

Steve McCurry e l’Oriente

Come dicevo più sopra, l’Asia ha sempre affascinato Steve McCurry. Alla ricerca del Buddismo e dei suoi ritratti perfetti, non ha tralasciato di realizzare veri e propri reportages nelle terre che ha visitato. Alcune foto sono diventate iconiche, come i pescatori sui trampoli dello Sri Lanka, o la foto del ragazzino che durante un’inondazione in India mette in salvo la teiera (foto iconica che ho raccontato nel post Il teatime e la fotografia d’autore) o ancora i giovanissimi monaci buddisti che giocano spensierati, facendo emergere il loro lato umano, di bambini, che convive con la vita austera e silenziosa del monastero tibetano.

Anche Steve McCurry è un poeta dell’immagine. Egli usa tutta la potenza del colore per raccontare luoghi e persone. Più i colori sono accesi, anzi, più la fotografia ne guadagna in drammaticità, in tutti i significati che questa parola contiene. Nella sua carriera quasi quarantennale fotografa un Oriente caleidoscopico, in ragione di tutte le etnie che vi sono, ognuna col proprio portato, ognuna con le proprie attività e abitudini, ognuna con i suoi abiti tradizionali, le sue feste, i suoi lavori. Talvolta McCurry racconta anche piccoli e grandi drammi dei singoli, calati però nella realtà sociale del Paese in cui si trova, contribuendo a costruire una narrazione per immagini che forse vale più di mille parole.

Steve McCurry e il blog

Blog, ma anche profilo instagram e in genere un business che fa sì che Steve McCurry sia il fotografo di reportage più interpellato per realizzare reportages promozionali.

Mi spiego meglio. Anni fa visitai la mostra “Sensational Umbria” a Perugia: una mostra fotografica realizzata con le fotografie scattate da Steve McCurry durante un suo soggiorno nella nostra piccola regione italiana.

Non ci volle poco per capire che il progetto fotografico era stato commissionato a McCurry dalla Regione Umbria: il fotografo, col suo obiettivo, doveva raccontare la regione attraverso i più variegati aspetti che la caratterizzano: l’arte antica al Museo archeologico nazionale dell’Umbria, l’arte contemporanea, la natura selvaggia a Castelluccio di Norcia, le feste popolari, la musica e le tradizioni familiari. Le fotografie sono oggettivamente molto belle, ma spesso si capisce che sono costruite come dei veri e propri set e che i personaggi ritratti sono degli attori (o modelli). La foto più bella di tutte, per me, un momento di convivialità a casa per il “pranzo della domenica” che per noi Italiani è sacro, è un’immagine costruita alla perfezione, per dare quel senso di spontaneità che i pranzi in famiglia hanno, col brindisi, le risate, la voglia di stare insieme.

mccurry sensational umbria
La foto che il grande fotografo Steve McCurry ha scattato per il suo progetto Sensational Umbria è un ritratto assolutamente italiano: il pranzo della domenica, l’aria di festa, il capofamiglia che versa il vino

Tornando al progetto fotografico, però, esso colpì nel segno: la Regione Umbria organizzò una mostra in cui paradossalmente si promuoveva McCurry che promuoveva l’Umbria. Uno strano artificio per promuovere la regione a livello internazionale. E credo, dato il successo che la mostra ebbe, a Perugia, che lo scopo sia stato raggiunto.

Ma veniamo al blog.

Io leggo sempre con piacere il blog di Steve McCurry. In esso egli crea ogni volta dei percorsi tematici che legano fotografie scattate in anni diversissimi in luoghi lontanissimi gli uni dagli altri. Può essere il gioco del calcio, può essere la pioggia, può essere l’amore di una madre, può essere il treno. Ogni volta l’immenso patrimonio fotografico realizzato da McCurry in 30 anni di carriera viene rimodulato per creare infinite narrazioni. Io trovo sempre molto stimolanti queste “raccolte”. Mi commosse, nell’aprile 2020, la gallery che dedicò sul blog all’Italia, che per prima aveva subito la grande batosta della pandemia. Le immagini degli ospedali lombardi avevano fatto ormai il giro del mondo. Lui ci fece un omaggio nel solo modo, forse, di cui è capace: una gallery di immagini scattate in Italia per raccontare a tutti the soul of Italy, l’animo italiano, quanto siamo belli quando stiamo bene. Ricordo che mi commossi non poco, ritrovai le immagini dell’Umbria che già conoscevo, ne scoprii di nuove che mi scaldarono il cuore.

Come dicevo prima, anche su instagram Steve McCurry continua a promuovere le sue fotografie creando ogni volta nuove narrazioni, nuove contestualizzazioni. Io lo seguo sia perché è un grande fenomeno, ma anche perché attraverso le sue descrizioni posso capire cosa si cela dietro quelle immagini, e come possono essere reinterpretate oggi alla luce degli avvenimenti contemporanei. Steve McCurry ha fatto e sta facendo la storia della fotografia. Non mi voglio perdere nemmeno un passaggio delle sue lezioni.

Vi ho parlato dei miei fotografi preferiti, i miei miti assoluti. Quali sono i vostri? Ci sono fotografi che amate e dei quali visitate le mostre? Discutiamone insieme nei commenti o sulla pagina facebook Maraina in viaggio.

14 risposte a "Grandi fotografi: i miei miti assoluti: Lewis Hine, Sebastião Salgado e Steve McCurry"

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    1. Eh io pigio il tasto del click e faccio foto. Per il resto so riconoscere un bravo fotografo quando lo vedo e mi emoziono davanti a uno scatto ben riuscito e ben studiato.

  1. Seguo Steve Mc Curry già da un po’ ma non sapevo di questo progetto della regione Umbria , davvero interessante . I suoi ritratti sono così espressivi che sembra di vedere quei volti dal vivo

    1. Sì, Steve McCurry ha fatto dei progetti più commerciali rispetto agli altri due fotografi, però la sua capacità rimane invariata di cogliere l’essenza dei luoghi

  2. I fotografi che hai raccontato, sono veri poeti. Trascinano negli abissi dell’inferno, o ti fanno volare come una libellula. La loro forza espressiva è talmente potente da lasciare senza fiato.

  3. Come te condivido il profondo amore per la fotografia e l’ammirazione per i grandi maestri: per me McCurry non ha rivali sulla ritrattistica e se parliamo di natura non posso che menzionarti Jonathan e Angela Scott: li conosci per caso?

  4. Non sono appassionata di fotografia, ma ho visto la mostra dedicata a Steve McCurry qualche anno fa alla Mole Vanvitelliana di Ancona. Ovviamente conoscevo le sue opere più importanti e proprio all’interno dell’esposizione proiettavano un video in cui si raccontavano le vicende della ricerca della donna ritratta forse nella sua foto più famosa.

  5. Conoscevo Salgado ma mi sono innamorata ancora di più della sua fotografia dopo aver visto il documentario Il sale della terra. McCurry invece è uno dei miei fotografi preferiti! Purtroppo non sono ancora riuscita a vedere una sua mostra.

    1. Ogni tanto ciclicamente in Italia ci sono delle mostre di McCurry. Comunque è molto attivo su instagram e sul suo blog, quindi le sue fotografie sono fortunatamente sempre a portata di mano

  6. Sono un’ex fotografa e ho studiato i grandi maestri della professione. Confesso che non ricordavo il nome di Lewis Hine anche se ho visto i suoi scatti. Il mio mito però è Eugene Smith!

  7. Ho visto da poco due bellissime mostre fotografiche a Torino, una di Steve McCurry intitolata “Animals” con alcune delle sue spettacolari fotografie come quella straziante delle anatre che nuotano nel mare di petrolio durante la Guerra del Golfo. Tutte fotografie molto forti che ti colpiscono subito appena le guardi.
    L’altra mostra fotografica è stata quella di Vivian Meyer, che non conoscevamo, e ci ha fatto innamorare del suo modo di mostrare, attraverso i suoi scatti “rubati”, l’America degli anni ’50. Se ti capita di trovare una sua mostra vai perché merita veramente!

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