Itinerari nel Lazio: cosa vedere a Subiaco in un giorno

Subiaco è una meta ideale per una gita di un giorno da Roma.

Ma soprattutto è uno scrigno di storia, arte e natura. Un giorno a Subiaco vuol dire immergersi in un territorio incastonato tra le montagne dell’Appennino laziale, un territorio amato, e poi temuto, già dell’imperatore Nerone, scelto da San Benedetto per istituire la sua Regola “Ora et Labora“, luogo di nascita di Lucrezia Borgia e borgo che il futuro papa Pio VI avrebbe fatto crescere in prosperità e servizi, tanto da meritarsi un arco monumentale apposto dalla popolazione entusiasta.

Ma andiamo con ordine, o forse no. In ogni caso andiamo a Subiaco.

Subiaco, vista del borgo dalla Rocca Abbaziale

Raggiungere Subiaco: informazioni pratiche

Per raggiungere Subiaco occorre percorrere l’autostrada A24 Roma-L’Aquila, prendere l’uscita Vicovaro Mandela e percorrere una via di fondovalle che tra piccoli centri, boschi e alture, dopo poco più di 20 km conduce a Subiaco, percorrendo la via Sublacense.

Il borgo sorge in fondovalle, da un lato le rive del fiume Aniene e la montagna alta e boscosa e quasi a strapiombo, dall’altra il paese che si accoccola alle pendici dell’altura su cui sorge la Rocca Abbaziale.

Subiaco: un salto nella storia

Quest’itinerario di un giorno non è certo cronologico. Ma prima di partire nel nostro itinerario fissiamo alcuni capisaldi cronologici, per orientarci poi nella visita al borgo. La storia del territorio inizia in età romana, quando l’imperatore Nerone fa costruire un’immensa villa dalla storia molto sfortunata (la vedremo dopo); è grazie a San Benedetto a partire dal VI secolo d.C. che il territorio diviene sede di monasteri: il più antico e l’unico a continuare la sua attività fino a oggi è quello di Santa Scolastica. Quando nel XI secolo viene realizzato dall’Abate di Farfa (l’Abbazia di Farfa si trova nel Reatino) il Monastero di San Benedetto, sul luogo della grotta in cui Benedetto aveva trascorso 3 anni di eremitaggio, contestualmente viene eretta la Rocca Abbaziale, sotto la quale si svilupperà il borgo medievale. Partiamo da qui, nel nostro itinerario di un giorno a Subiaco.

Subiaco, la Rocca domina dall’alto il borgo

Cosa vedere a Subiaco: la Rocca Abbaziale

Arrivando a Subiaco dalla via Sublacense non si può non notare la Rocca con la torre dell’orologio che domina il borgo. La Rocca Abbaziale è stata eretta fin dall’XI secolo dai monaci Benedettini e per secoli fu il segno tangibile della presenza benedettina nel territorio. Un territorio che estendeva i suoi domini ben oltre Subiaco, ai borghi vicini; da Jenne a Marano a Agosta, ad altri borghi del circondario.

Nel XV secolo però il papa decide di avocare direttamente allo Stato della Chiesa il territorio di Subiaco, lasciando ai Benedettini soltanto il Monastero di Santa Scolastica e il Monastero di San Benedetto. Si istituisce così la Commenda di Subiaco, retta di volta in volta da personaggi di tutto rispetto, o che comunque hanno fatto la Storia: commendatario di Subiaco, per esempio, fu Rodrigo Borgia, passato alla storia come papa Alessandro VI, padre di Lucrezia Borgia che proprio a Subiaco nacque, il 18 aprile del 1480.

Tra gli altri commendatari celebri si annovera il futuro papa Pio VI, papa nella seconda metà del Settecento e che fece grandi cose per Subiaco, come la costruzione di un tratto della via Sublacense, la costruzione della Cattedrale di Sant’Andrea e dell’Ospedale. A lui gli abitanti di Subiaco dedicarono l’arco onorario posto all’ingresso del borgo (impossibile non notarlo), sul modello degli antichi archi onorari romani, per celebrare le opere volute dal commendatario e papa Pio VI.

La visita della Rocca Abbaziale

Al piano terra , se così lo si può definire, della Rocca si trova l’Appartamento Colonna, risalente al Cinquecento. La famiglia Colonna fu influente nelle sorti dello stato della Chiesa nel Cinquecento. Gli arredi e soprattutto le decorazioni sui soffitti delle stanze dell’Appartamento Colonna testimoniano di questo potere. La visita inizia dalla sala da pranzo, sala di rappresentanza che sulle pareti presentava le figure delle virtù e sul soffitto lo stemma della famiglia Colonna – che, ovviamente, è una colonna in stucco a rilievo – circondato da un pergolato di frutta e fiori, segno di abbondanza e prosperità, con due scenette mitologiche.

Subiaco, Rocca Abbaziale, la Sala da pranzo dell’Appartamento Colonna

La sala successiva è decorata a grottesche, secondo la moda che dal momento della scoperta degli affreschi di età romana nella Domus Aurea a Roma furono sdoganati da Raffaello Sanzio nell’arte rinascimentale del tempo. Servirà la Controriforma, nella seconda metà del Cinquecento, per vietarne l’esecuzione su soffitti e pareti degli appartamenti papali e clericali, nell’ottica del perseguire una qual certa sobrietà nella decorazione delle stanze. Segue poi la Sala dello Zodiaco nella quale, sul soffitto, abbiamo lo stemma Colonna circondato dalle personificazioni dei pianeti: come a dire che la famiglia Colonna, vero “sole” dell’Universo, fa ruotare intorno a sé i pianeti. Galileo Galilei doveva ancora venire, e questo tipo di narrazione simbolica faceva gioco alle importanti famiglie nobili di Roma.

Rocca Abbaziale, il soffitto della Sala delle Grottesche

Al secondo piano salutiamo il Cinquecento e i Colonna e passiamo alla seconda metà del Settecento e a Pio VI.

L’appartamento di Pio VI si apre con una serie di tre stanze sulle cui pareti sono riportate le vedute dei borghi facenti parti della Commenda di Subiaco: a partire da Subiaco, passando da Jenne, Marano, Agosta e altri piccoli borghi. Le vedute sono realizzate dal pittore Liborio Coccetti che unisce alla raffigurazione dei borghi anche piccole scenette di vita comune: i giochi dei bimbi, il pittore che dipinge, i pastori con la mandria, che dipinge con fare miniaturistico. Una curiosità: la veduta di Subiaco occupa un’intera parete, comprese le ante di una porta che dà su un piccolo sgabuzzino. In anni recenti le ante sono state rubate e un pittore si è offerto di rifarle, a gratis, per non lasciare incompiuta un’opera che invece è elegante e significativa. Ma ha fatto una cosa, per far vedere che la sua non è opera originale, né una copia: ha aggiunto alcune figurine, tra cui se stesso, vestite in abiti moderni, per firmare la propria opera e per raccontare allo stesso tempo questa operazione di recupero di un’opera indebitamente sottratta.

Rocca Abbaziale, appartamento di Pio VI – affresco raffigurante Subiaco, Liborio Coccetti

Seguono le sale di rappresentanza di Pio VI, che vedono il papa assoluto protagonista nell’autocelebrazione che di lui si fa sul soffitto voltato e dipinto. Infine, anche la Stanza da letto, l’alcova, è comunque un luogo di celebrazione, in cui si fondono immagini simboliche e pagane. Poi, finalmente, abbiamo nella piccola camerina da letto, le uniche raffigurazioni a carattere religioso di tutta la Rocca. Non male, per essere stato fin dall’origine un palazzo per personaggi dell’alto clero.

Cosa vedere a Subiaco: il Monastero di Santa Scolastica

Scolastica era la sorella gemella di Benedetto. Nati a Norcia, in realtà i due ragazzi presero strade diverse. Mentre Benedetto fu eremita a Subiaco e poi fondò i 12 monasteri, Scolastica non mise mai piede da queste parti. Ma i due si ricongiunsero, e morirono nello stesso anno, a MonteCassino. Ma allora perché il monastero è intitolato a Scolastica?

Inizialmente infatti, San Benedetto aveva intitolato il monastero a San Silvestro. Solo dopo il monastero fu intitolato ai due gemelli Benedetto e Scolastica e quando fu fondato il Monastero presso il Sacro Speco, esso rimase intitolato a San Benedetto, mentre Santa Scolastica rimase a quest’altro monastero.

La lunga facciata in pietra è stata distrutta durante i bombardamenti della II Guerra Mondiale, per cui lì per lì non entusiasma il grande fronte d’ingresso. Ma il Monastero di Santa Scolastica ha una storia antichissima. Primo tra i monasteri benedettini ad essere fondato da San Benedetto in persona nel 520 d.C., è anche l’unico dei 12 monasteri benedettini delle origini ad essere sopravvissuto. Ci troviamo appena fuori dal borgo medievale di Subiaco.

Subiaco, il Monastero di Santa Scolastica

Una cosa importante da sapere: qui fu prodotto il primo libro a stampa, grazie all’opera di due monaci tedeschi provenienti da Magonza e allievi di Guttemberg, l’inventore della stampa a caratteri mobili. La prima opera a stampa prodotta qui e custodita nella bella biblioteca del monastero – al momento chiusa al pubblico – è il De Oratore di Cicerone, realizzata nel 1465. Un primato italiano di tutto rispetto.

La visita al Monastero di Santa Scolastica

La visita consente di visitare il monastero andando a ritroso percorrendo 3 chiostri successivi: il chiostro rinascimentale, quello gotico e quello romanico. Il chiostro rinascimentale in realtà fu distrutto dai bombardamenti della II Guerra Mondiale, una statua nel mezzo ricorda la brutalità dell’accaduto.

Il Chiostro gotico ha il suo perché: vi si accede tramite un arco “flamboyant“, ovvero in stile gotico fiammeggiante: molto slanciato, con l’ogiva che lo avvicina più a un arco moresco che a un’architettura cristiana, questo elemento architettonico è considerato il segno del carattere di centralità nell’Europa cristiana che il Monastero aveva nel Trecento; non a caso San Benedetto è patrono d’Europa: egli fece proseliti e sulla sua scia furono fondati monasteri benedettini in tutto il Continente.

Il Monastero di Santa Scolastica, il chiostro Gotico

Nel chiostro si trova poi un pozzo/cisterna, realizzato in materiali architettonici marmorei di reimpiego, provenienti dai resti in abbandono della Villa dell’Imperatore Nerone. Ne parleremo tra poco.

Dal Chiostro Gotico si accede alla Chiesa gotica. La sola facciata vale da sola la visita: su livelli differenti si articolano alcune scene affrescati da maestri di Scuola Senese, presumibilmente gli stessi che troveremo al Sacro Speco (e che vedremo tra poco).

Ma il chiostro più bello è il Chiostro romanico, o meglio, il porticato che lo circonda e che è affrescato sulle pareti con vedute medievalissime dei possedimenti dei Benedettini nel territorio, mentre sul soffitto, tra i tondi dei 4 evangelisti che decorano la chiave di volta delle crociere, si conserva, inquietante e magnifico, un San Matteo che ci segue con sguardo curioso e inquisitore.

Monastero di Santa Scolastica, Chiostro Romanico, San Matteo

Cosa vedere a Subiaco: il Monastero del Sacro Speco di San Benedetto

Se io volessi fare l’eremita dove vorrei vivere? Ma in una grotta sospesa su uno strapiombo, certo! E come mi procurerei da vivere? Beh, avrei l’asso nella manica: un monaco, Romano, che diventerà San Romano, che quotidianamente mi cala in un cesto i beni per sopravvivere.

Siamo all’indomani della caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.). L’assetto politico dell’Italia, e del Lazio nello specifico, è allo sbando. Benedetto nasce a Norcia come civis romanus, ma intorno a lui tutto sta cambiando. Dopo un primo miracolo fugge ed è a Subiaco che il monaco Romano lo indirizza alla vita eremitica.

Il Monastero del Sacro Speco di San Benedetto – esterno

Vivrà da eremita solo 3 anni (gli inverni in Appennino sono rigidi), dopodiché stabilisce la Regola e fonda il primo monastero cenobitico – ovvero la prima comunità formata da un gruppo di uomini – monaci – della storia. La Regola è quella, famosa, dell’ “Ora et Labora“, prega e lavora, una regola abbastanza dura che, soprattutto sulle prime, non mancherà di suscitare problemi allo stesso Benedetto in persona.

La visita al Monastero del Sacro Speco di San Benedetto

Per apprendere tutta questa storia occorre andare là dove tutto ebbe inizio, ovvero al Monastero di San Benedetto / Santuario del Sacro Speco. Incastonato nella montagna, il monastero, costruito a partire dall’XI secolo e poi ulteriormente ampliato e decorato, ingloba e monumentalizza la sacra grotta nella quale il giovane Benedetto trascorse i suoi tre anni di eremitaggio.

La visita al Monastero segue un percorso a ritroso rispetto alla nascita ed evoluzione del sito. Si parte dalla Chiesa Superiore. Pavimenti cosmateschi ottenuti nel Duecento riducendo in piccoli pezzi di forma geometrica marmi provenienti dalla vicina villa di Nerone, decorano il piano su cui camminiamo. Ma non è il pavimento dei Maestri Cosmati la vera meraviglia. Le pareti, il soffitto della Chiesa Superiore, tutto ci lascia a bocca aperta. Io personalmente non so su quale dettaglio soffermarmi. Uno c’è: nella scena della Crocefissione di Cristo non vi sono soldati romani a fare la parte dei cattivi, perché sostituiti da Saraceni, qui intenti a giocarsi le vesti di Gesù: siamo nel Trecento quando i Maestri Senesi dipingono questa e le altre scene della vita di Gesù, e chiaramente contestualizzano al mondo loro contemporaneo, ritraendo i nemici dell’epoca: gli infedeli, per l’appunto.

Sacro Speco, Chiesa Superiore; Crocefissione di Cristo: al posto dei soldati romani ci sono i Saraceni a giocarsi le vesti di Gesù

Nella seconda campata della Chiesa Superiore le pitture sono posteriori, del Quattrocento, opera di maestri umbro-marchigiani, e cominciano ad apparire inquietanti episodi della vita di San Benedetto: come di quella volta che i frati tentarono di avvelenarlo, ma lui benedicendo il calice lo spaccò in due, oppure di quella volta del monaco “malato” che fu guarito a furia di bastonate dal santo in persona. Li chiamano miracoli. Ma in realtà non doveva essere un personaggino facile facile con cui avere a che fare, eh?

Sacro Speco, Chiesa Superiore: i miracoli di San Benedetto (lo sventato avvelenamento e la guarigione del monaco “debole” a suon di bastonate)

La meraviglia ci accompagna dalla Chiesa Superiore alla Chiesa inferiore. Qui troviamo affrescate alle pareti scene della giovinezza di Benedetto, un prequel, per così dire, della sua attività monastica. Compaiono la nutrice alla quale fece un miracolo e San Romano che seppe cogliere in lui le doti giuste per diventare un grande uomo di Dio.

Basta scendere una scaletta, circondati dalle opere dei maestri Senesi e del Magister Consulus che, prima di Giotto, riusciva a dipingere scenari degni del più illustre artista ducentesco, e possiamo accedere alla grotta.

Sacro Speco, la grotta che accolse il giovane Benedetto in eremitaggio e la statua di Antonio Raggi

Qui davvero ci rendiamo conto che ci troviamo in un luogo in parte costruito e in parte addossato alla montagna. Io personalmente mi sento piccola piccola e un po’ timorosa. Nella grotta però ci sono alcuni elementi di distrazione: la bianchissima statua in marmo del giovane Benedetto, opera di Antonio Raggi allievo del Bernini, che raffigura il santo nell’estasi mistica, anche se contenuta, tanto cara a certe opere del maestro: chi non ricorda l’estasi di Santa Teresa del Bernini? Ecco, anche qui abbiamo un giovane uomo in estasi, anche se certo, molto meno enfatica.

Da qui si scende al livello della Scala Santa. Scala Santa che inizialmente andava percorsa in ginocchio dal basso verso l’alto, ma che oggi percorriamo al contrario. E l’occhio, scendendo la scala, non può non sentirsi osservato dalla malefica figura della Morte a Cavallo che colpisce secondo suo gusto, come ben esprime nel fumetto iscritto sulla parete. La Morte è una figura di donna scheletrica coi capelli lunghi scarmigliati e va a galoppo colpendo un giovane ricco che è in conversazione con un suo pari: gli occhi si vanno chiudendo, mentre l’amico gli parla: la Morte ha colpito. Sotto il cavallo, vediamo che la Morte non ha risparmiato nessuno, neppure monaci. Il tema è quello del trionfo della morte, che non guarda in faccia alla classe sociale o alla moralità dell’individuo, ma colpisce indistintamente. L’affresco viene realizzato nel corso del Trecento quando la Peste impazza e miete vittime in tutta Europa. Dunque il tema del Memento Mori era decisamente contemporaneo e azzeccato.

Sacro Speco, la Scala Santa

Cosa vedere a Subiaco: i ruderi della villa di Nerone

Passandoci davanti in macchina direte “Tutto qui?” e sarete pure un po’ schifati. O magari non li noterete neppure quei quattro muri addossati alla parete rocciosa. Ma ciò che vedete è solo una minima parte dell’immensa villa voluta dall’imperatore Nerone, costruita e finita nel 56 d.C. e abbandonata subito dopo. Perché?

Subiaco, l’area archeologica della Villa di Nerone: soltanto una piccolissima porzione di ciò che doveva essere l’intero complesso

Perché durante un banchetto un fulmine attraversò la sala da pranzo e colpì il calice che Nerone teneva in mano. Potete capire quale pessimo presagio quest’evento potesse rivelare; pertanto l’imperatore decise che mai sarebbe tornato in quel luogo, nonostante i soldi spesi (suoi o pubblici, non a differenza) per farlo costruire. Ma non tutto è perduto: pare che il modello della villa di Subiaco abbia funzionato da prototipo per costruire ben altra residenza di Nerone: la Domus Aurea, nel pieno centro di Roma, dopo il famoso incendio del 64 d.C..

Così, ciò che oggi sopravvive a Subiaco è piccola cosa rispetto alla residenza enorme che doveva essere e della quale rimane però poco e niente, perché fin dal suo abbandono la villa divenne cava di materiali da costruzione. Tra i reimpieghi più nobili va segnalato quello che fece l’imperatore Traiano per la sua villa di Arcinazzo Romano, non molto distante: in essa furono reimpiegate decorazioni architettoniche e capitelli provenienti proprio dal complesso neroniano (i capitelli sono esposti nel portico del chiostro gotico del Monastero di Santa Scolastica).

Santa Scolastica, i capitelli provenienti dalla villa di Nerone esposti nel chiostro gotico di Santa Scolastica

Dalla villa di Nerone provengono – esposti a Santa Scolastica – anche sarcofagi strigilati di III secolo d.C., segno che a un certo punto nei ruderi della villa si installò se non una comunità, quantomeno una necropoli.

Ma il massimo del reimpiego e della distruzione si ha con San Benedetto, il quale instaura i suoi 12 monasteri originari in quelli che un tempo erano stati, ambienti della villa di Nerone. Così per esempio, sappiamo che i resti della villa che vediamo lungo la strada, in realtà si sono conservati perché occupati per un certo periodo dal monastero di San Silvestro. Ma pietre, materiali da costruzione, qualunque cosa potesse essere cavata per costruire altro fu fatta oggetto di rapina e di prelievo. Così oggi dell’immensa villa di Nerone rimangono pochi muretti in opus reticulatum, mentre il resto è stato variamente reimpiegato in edifici più o meno nobili, più o meno religiosi, più o meno duraturi, del territorio.

Subiaco in un giorno: una visita breve, ma intensa

Mi rendo conto che mi sono fatta prendere la mano. Tuttavia valeva la pena di entrare nel dettaglio delle descrizioni e dei monumenti. Mi piacerebbe suscitare con le mie parole e le mie fotografie la stessa emozione che ho provato io sul posto. Siccome so che non può essere così (non credo di avere questo dono) vi invito a recarvi di persona a Subiaco e di verificare di persona ciò che ho scritto.

Infine, fatemi sapere se siete d’accordo con me nell’affermare che Subiaco sia un luogo magnifico.

4 risposte a "Itinerari nel Lazio: cosa vedere a Subiaco in un giorno"

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  1. Non immaginavo che Subiaco avesse una storia così rilevante! Il reimpiego dei materiali poi, mi ha sempre affascinato! Scoprire un capitello romano in una chiesa, ad esempio!

  2. Ne ho sentito parlare tante volte, ma non l’avevo mai visitato né visto così da vicino. Grazie delle informazioni, spero di poterci andare al più presto.

  3. Devo confessarti che non ho mai sentito parlare di Subiaco – conosco pochissimo il Lazio – per cui ti ringrazio per questo tuo articolo molto dettagliato. Ho in programma un soggiorno a Roma e se riesco a organizzarmi, cercherò di visitare questo comune. I ruderi della villa di Nereno mi incuriosiscono.

    1. Subiaco è una perla nascosta, in effetti. Fuori dal Lazio credo che sia molto poco nota, a meno che non interessi il turismo religioso e si sia appassionati di San Benedetto.

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