A Tarquinia sulle orme degli Etruschi. Visitare la Necropoli dei Monterozzi e il Museo Archeologico Nazionale

Tarquinia è sinonimo di Etruschi. Borgo di “frontiera” tra la Toscana e il Lazio, in età preromana era il luogo in cui gli Etruschi prosperavano: un centro importante lungo la costa, in stretto collegamento con altri centri etruschi del Lazio, come Vulci e Cerveteri, o la vicina Tuscania. Anche se oggi Tarquinia ha l’aspetto di un bel borgo medievale in altura, ma poco distante dal mare, è il suo passato etrusco il motivo per cui vale la pena visitarla.

Una giornata etrusca a Tarquinia non può prescindere da due Luoghi della Cultura importanti: la Necropoli dei Monterozzi, poco fuori dal centro abitato, e il Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia, allestito in uno splendido palazzo storico del borgo. Entrambi sono Luoghi della Cultura statali, fanno capo quindi alla Direzione Regionale Musei del Lazio – MiC – Ministero della Cultura – Direzione Generale Musei.

Tarquinia, Necropoli dei Monterozzi, Tomba della Caccia e della Pesca

Tarquinia etrusca: la Necropoli dei Monterozzi

Spesso sentirete dire che degli Etruschi conosciamo molto bene gli usi funerari – quindi le tombe – molto meno le città e la vita civile. Se è vero che delle città etrusche, e dunque delle case, dei templi, degli edifici funzionali, molto poco è giunto fino a noi, è pur vero però che dalle tombe, e da ciò che esse ci raccontano, noi possiamo conoscere molti aspetti della vita degli Etruschi, o quantomeno delle élites aristocratiche: quelle famiglie, cioè, che erano sufficientemente ricche da poter commissionare una tomba familiare scavata nel ventre della terra (le cosiddette tombe a camera) e da farla affrescare con scene che rimandassero ad un Oltretomba gioioso, in cui il defunto celebra un eterno banchetto animato da musica, danze e buon vino.

L’usanza del banchetto e dei suoi oggetti, che gli Etruschi acquisiscono dai Greci con cui intrattenevano contatti commerciali e politici, era in effetti diffusa presso le famiglie aristocratiche etrusche in ogni parte dell’Etruria: da Spina sul mare Adriatico a Marzabotto sull’appennino tosco-emiliano, da Populonia a Volterra, da Cortona a Chiusi, da Sovana a Tarquinia, da Cerveteri a Vulci, a Veio e fino a Pontecagnano, in Campania, le famiglie aristocratiche etrusche vivono l’evento del banchetto, del simposio, come momento importante della loro vita sociale. Gli oggetti del banchetto, a partire dallo spiedo in ferro per cuocere le carni, al reggivasi in bronzo sul quale appoggiare le coppe a scolare, al vasellame in ceramica di importazione dall’Attica – cioè dalla zona di Atene, in Grecia – erano considerati oggetti di lusso talmente importanti in vita, che il defunto proprietario li portava con sé nella tomba: e basta fare un giro al Museo archeologico nazionale di Firenze oppure al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma per farsene un’idea.

Tarquinia, Necropoli dei Monterozzi, Tomba dei Leopardi: la più efficace rappresentazione degli Etruschi a banchetto

Agli Etruschi in anni recenti è stata dedicata una mostra a Bologna. Per approfondire: Etruschi, viaggio nelle terre dei Rasna: la mostra

Ma un conto è vedere degli oggetti esposti nelle vetrine di un museo o in mostra, un conto è entrare nei luoghi in cui questi oggetti erano deposti, insieme ai defunti che li avevano posseduti, e che facevano scopa con ciò che era raffigurato sulle pareti.

Tarquinia, la Necropoli dei Monterozzi: la visita

La Necropoli dei Monterozzi di Tarquinia si presenta come una collinetta verde che in primavera si colora di giallo e di lilla dei fiori spontanei e del rosso dei papaveri. All’inizio del percorso ci imbattiamo nelle tombe di età villanoviana, ovvero di sepolture precedenti alla civiltà etrusca, datate al X-IX secolo a.C. All’epoca le sepolture consistevano in una fossa in terra, nella quale era posto un contenitore in pietra nel quale si trovava il cinerario, i pochi oggetti di corredo che qualificavano il defunto come uomo (e allora il cinerario era coperto da un elmo in bronzo, come si possono vedere al Museo archeologico nazionale di Tarquinia) o donna, e che era chiuso da un cippo di forma conica che fungeva al tempo stesso da segnacolo.

Tarquinia, Necropoli dei Monterozzi: la necropoli villanoviana

Le tombe a camera invece sono successive: le più antiche risalgono al VI secolo a.C., quando la società etrusca si è ormai formata e affermata nell’Italia centrale. Nel percorso di visita della Necropoli dei Monterozzi incontriamo 20 tombe a camera. Le individuiamo perché il loro ingresso è al tempo stesso enfatizzato e protetto da un casottino in cemento armato che somiglia più a un bunker della II Guerra Mondiale che non a una soluzione per la fruizione archeologica. Il sistema è senza dubbio efficace, tuttavia a mio modestissimo parere inficia la percezione del luogo.

In ogni caso, belli o non belli che siano questi casottini, ogni volta che apriamo la porta per entrare e scendere al livello della camera sepolcrale è un tuffo al cuore. La discesa agli Inferi – è il caso di dirlo – è molto suggestiva. Una porta a vetri ci separa dalla camera sepolcrale vera e propria, che si illumina con una luce a tempo. Non possiamo dunque entrare nelle camere sepolcrali, né osservare da vicino certi dettagli pittorici che a me personalmente potrebbero anche interessare, ma va bene così: è più importante che queste pitture si preservino piuttosto che io ci arrivi a un cm di distanza da loro.

Tarquinia, Necropoli dei Monterozzi, Tomba delle Leonesse, dettaglio della danzatrice

La prima impressione quando sono scesa nelle tombe? Avevo sempre avuto la percezione, per aver visto le più famose in fotografia, che fossero più grandi. Invece no, sono camere davvero piccole. Lo spazio raccolto e ridotto non fa che ampliare la sorpresa e la percezione di trovarsi davanti a qualcosa di unico.

Tutte le tombe sono ugualmente degne di attenzione, tuttavia ne indico qui alcune delle 20 della Necropoli dei Monterozzi, che assolutamente non si possono perdere.

  • La tomba della Caccia e della Pesca: è in assoluto una delle più famose tra tutte le tombe etrusche di tutta l’Etruria. La raffigurazione più bella è quella sulla parete di fondo della seconda camera – dunque la più lontana da noi – sulla quale è raffigurato uno stormo di uccelli in volo mentre al di sotto di essi una barca di pescatori sta svolgendo la sua attività.
  • La tomba dei Leopardi: vi è raffigurato il banchetto etrusco per antonomasia: sui tre letti – i triclinia – sono raffigurate tre coppie di uomini e donne, distinguibili principalmente per il colore dell’incarnato – bianco nelle donne – mentre schiavi, suonatori di doppio flauto e danzatori allietano la scena. La tomba prende però il nome dai due leopardi che si guardano nella parte superiore della parete di fondo della tomba.
  • La tomba della Pulcella: a prescindere dalla sua decorazione pittorica, è l’unica tomba della quale è stato mantenuto il dromos – ovvero il corridoio di accesso – originale, scavato tra due pareti rocciose verticali e incombenti. Davanti alla tomba si stende il territorio collinare e agricolo della Tuscia: lo sguardo spazia per km e km. E lo stesso sguardo avevano gli Etruschi che popolavano queste lande nel VI-V secolo a.C.
  • La tomba Moretti: non è tra le più famose, ma la figura di danzatore raffigurata su uno dei lati della camera è davvero sublime: la muscolatura e i dettagli anatomici del corpo, delle mani e dei piedi gli danno tridimensionalità ed eleganza. Si data al 500-490 a.C. La scena principale vede la defunta, avvolta in ricche vesti, che riceve le attenzioni di un uomo con una coppa e di un suonatore di flauto.
  • La tomba del Cacciatore: qui non siamo a banchetto, ma siamo sotto il tendone da caccia di un signore etrusco. Il tendone è reso realisticamente: l’impalcatura vuole evocare il legno, il tetto vuole evocare un tessuto pesante a scacchi rossi bianchi e blu, mentre il tendaggio delle pareti è più leggero, a quadretti, ma trasparente. All’interno del nostro tendone sono appese le prede di questa battuta di caccia aristocratica. La tomba si data al 510-500 a.C.
  • La tomba dei Caronti: qui abbandoniamo l’idea di un aldilà gioioso dove la musica e il banchetto regnano eterni, ma ci troviamo piuttosto davanti ad una porta, la porta dell’Aldilà, che è vegliata da demoni mostruosi, figure infernali. Si tratta di Caronte, replicato due volte sulle pareti di questa tomba, per due differenti camere sepolcrali. In entrambi i casi il demone è raffigurato come un vecchio con l’espressione minacciosa, il naso adunco, in mano un martello. Siamo nel 150-125 a.C.: le cose ormai sono cambiate, la civiltà etrusca sta tramontando e con essa l’ideologia del banchetto aristocratico lascia spazio alle paure di un avvenire incerto, in cui ormai è ineluttabile la dominazione di Roma.

Tarquinia, Necropoli dei Monterozzi – lo straordinario danzatore della Tomba Moretti

Questa descrizione è senz’altro molto leggera e non rende l’idea della complessità della civiltà etrusca e dell’ideologia funeraria che accompagnava gli Etruschi (di Tarquinia e non solo). Per avere un’idea più completa vi consiglio di guardare la puntata di Ulisse che Alberto Angela ha dedicato agli Etruschi partendo proprio dalla Necropoli dei Monterozzi di Tarquinia.

Tarquinia etrusca: il Museo archeologico Nazionale

Nel borgo medievale di Tarquinia, il palazzo Vitelleschi è senza dubbio l’edificio più bello e importante della città, costruito a metà del Quattrocento per volere del Cardinale Giovanni Vitelleschi. Al suo interno, si sviluppa su tre piani l’esposizione del museo archeologico nazionale, totalmente incentrata sul passato etrusco di Tarquinia e del territorio.

Museo archeologico nazionale di Tarquinia, il cortile interno

Al piano terra l’esposizione si concentra sui sarcofagi etruschi. Sarcofagi sui cui coperchi sono raffigurati distesi i defunti; solo in un secondo tempo, infatti, il defunto viene raffigurato recumbente, ovvero semisdraiato sul letto funebre (il coperchio del sarcofago). Tra i vari sarcofagi si distinguono alcuni esempi dipinti, tra cui un sarcofago dipinto che ricorda molto il Sarcofago delle Amazzoni del Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Non per nulla la proprietaria del sarcofago ora a Firenze, Ramtha Hucznai, è una nobildonna di Tarquinia. Tutto torna, sempre.

Questo sarcofago dipinto, chiamato il Sarcofago del Sacerdote, è molto particolare: la scena raffigurata è il sacrificio dei prigionieri troiani perpetrato da Achille per vendicare la morte di Patroclo: si tratta di un episodio della Guerra di Troia che a Tarquinia ebbe una certa fortuna, soprattutto quando, nel 357 a.C. i Tarquiniesi uccisero 307 prigionieri Romani dopo la prima guerra con Roma. I Romani furono così assimilati ai Troiani e i Tarquiniesi ai Greci vincitori.

Il Sarcofago del Sacerdote, con scena di sacrificio dei Troiani

Al secondo piano l’esposizione affronta la storia degli Etruschi attraverso l’evoluzione del vasellame e della cultura materiale. Si tratta sempre di oggetti provenienti dalle tombe, tuttavia attraverso di essi si coglie l’evoluzione artistica e gli apporti greci attraverso i secoli, dall’età villanoviana all’età orientalizzante, arcaica e oltre. Vi sono diversi oggetti e produzioni degni di nota, ma senz’altro i vasi attici – greci – con le loro figurazioni colpiscono l’attenzione. In particolare i vasi a soggetto erotico suscitano oggi come allora la stessa curiosità.

Vaso attico a soggetto erotico, Tarquinia, Museo archeologico nazionale

Prima di salire al terzo piano due rinvenimenti davvero di pregio occupano due sale: il gruppo di cavalli che doveva essere posto sul tetto del tempio dell’Ara della Regina di Tarquinia, e una statua del dio Mitra, divinità orientale che ben più tardi dell’età etrusca si impose nel mondo romano. L’importanza di questa statua sta nel fatto che è stata recuperata da un’operazione dei Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale nel territorio di Tarquinia. Senza la loro indagine questa straordinaria opera d’arte romana sarebbe oggi in mano di un chissà quale collezionista privato che ci avrebbe privato così di poter fruire pubblicamente di questo capolavoro. La statua di Mitra è l’unica opera non etrusca del Museo, tuttavia è giusto che sia stata esposta qui: un monito e una testimonianza di quanto sia importante vegliare su un patrimonio che, in quanto tale, appartiene a tutti e non a pochi mercanti d’arte e collezionisti senza scrupoli.

La statua di Mitra esposta al Museo archeologico nazionale di Tarquinia

Il terzo piano è interamente e giustamente occupato dal Santuario dell’Ara della Regina di Tarquinia. Un luogo che già all’epoca doveva essere fortemente suggestivo per tutto l’alone di sacralità che da esso promanava. Il santuario si trova su una collina fuori dal centro abitato di Tarquinia, in posizione sopraelevata posta a controllo del territorio. Un controllo che era sì umano, ma soprattutto sacrale. La società etrusca teneva in gran conto l’interpretazione di segni, di volo di uccelli e di qualsiasi altro segnale potesse comportare gioie o al contrario dolori alla comunità. Il santuario dell’Ara della Regina, antichissimo, svolgeva questo ruolo di controllo e al tempo stesso di preveggenza nei confronti della comunità.

Il tempio dell’Ara della Regina è il più grande dei templi etruschi noti. La sua costruzione risale al VII secolo a.C., ma la fase conservata risale al IV secolo a.C. quando Tarquinia ebbe il ruolo guida della confederazione delle città etrusche. Nonostante le sue dimensioni monumentali, il tetto del tempio era in legno, e il frontone decorato in statue di terracotta: i cavalli alati che abbiamo visto prima provengono proprio da qui e in particolare dovevano essere posti sull’angolo sinistro. L’insieme doveva essere magnifico a vedersi.

La straordinaria statua in terracotta dei cavalli alati dal frontone del tempio dell’Ara della Regina di Tarquinia

2 risposte a "A Tarquinia sulle orme degli Etruschi. Visitare la Necropoli dei Monterozzi e il Museo Archeologico Nazionale"

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  1. Adoro gli Etruschi e ho puntato questo sito da un pò. il mio sogno è visitare tutti i siti etruschi in Italia. Quelli in Campania li ho visitati tutti e te li consiglio, soprattutto quello di Pontecagnano degli Etruschi di frontiera.

    1. Pontecagnano ispira molto anche me. Ho avuto modo di vedere alcuni oggetti provenienti da Pontecagnano in mostra a Bologna l’anno scorso e ho notato delle differenze con gli Etruschi della Toscana e del Lazio. Il ho lavorato per anni al Museo archeologico nazionale di Firenze, lo conosci?

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