Marocco: 10 curiosità che forse non sai (ma che se le racconti, potrai fare bella figura)

Sono stata in Marocco in due occasioni, una volta solo per un giorno, a Tangeri, l’altra per una settimana a Marrakech, ospite di una famiglia local. In quest’occasione io e i miei compagni di viaggio siamo stati coccolati e accompagnati per la città e non solo. Grazie a queste esperienze ho fatto alcune scoperte interessanti, che mai avrei saputo se non fossi andata fin laggiù.

Arrivare in Marocco via mare

Arrivare in Marocco via mare è facilissimo e velocissimo: basta partire da Tarifa o da Algeciras nel sud della Spagna, in direzione dei due porti di Tangeri. Nello specifico da Algeciras si arriva a Tangeri Med, il porto moderno che rimane però distante dalla città vecchia, mentre da Tarifa si arriva al porto tradizionale di Tangeri. Il viaggio da Tarifa si svolge proprio lungo una linea storica e simbolica di navigazione: le Colonne d’Ercole: esiste al mondo una suggestione più forte di questa? Per me ha un richiamo fortissimo, ed è per questo che mi sono imbarcata una mattina senza indugi.

Dalla strada verso Tarifa si vede l’Africa: una grande emozione

Ed ecco cosa c’è da sapere: la traversata via mare da Tarifa a Tangeri non è particolarmente esosa: A/R sono circa 70 euro per passeggero. A Tarifa ci sono le agenzie turistiche che vendono i biglietti, in modo che si possa andare in porto il giorno e all’ora convenuti senza dover fare l’acquisto alla stazione marittima. Occorre portare con sé il passaporto, naturalmente, perché il Marocco non solo è un Paese extraeuropeo, ma sta proprio in un altro continente, ha un’altra lingua e un’altra moneta. E ha un altro fuso orario.

Il mio passaporto timbrato a Tangeri

Per approfondire: Passaporto for dummies: come richiedere il passaporto senza farsi prendere dal panico

Sì, c’è un’ora di differenza tra Tarifa e Tangeri, tra la Spagna e il Marocco. A Tangeri l’orologio va indietro di un’ora. Questo aspetto è da calcolare sia per pianificare la partenza (se si arriva troppo presto a Tangeri si rischia di bighellonare perché è tutto chiuso e di essere vittima di perdigiorno che vorranno diventare tua guida a tutti i costi) sia il ritorno.

Telefono casa: come connettersi a internet con lo smartphone in Marocco

Ormai comunicare via internet per noi è più importante che bere acqua pura e respirare. Non possiamo sopportare di restare disconnessi per più di un’ora perché “se mi hanno scritto su whatsapp?” Esagerazioni a parte, è pur vero che se viaggiamo vogliamo comunque mantenere una qualche forma di contatto con il nostro luogo di partenza, con i nostri familiari e con ciò che ci è più caro e necessario.

Se per viaggiare in Europa ormai non ci sono problemi e il roaming internazionale fa sì che possiamo navigare in Francia, in Italia o in Germania con la stessa tariffa dell’operatore di partenza, in Marocco non è così. La soluzione che molti adottano per poter navigare e telefonare in tranquillità a una tariffa agevole e senza sorprese è acquistare una sim-card del posto.

L’acquisto si può fare – anzi è consigliato – direttamente in aeroporto a Marrakech. Appena recuperato il bagaglio si può acquistare la sim a un botteghino dove alcune gentilissime ragazze mostreranno come installare la sim e far sì che funzioni. E in effetti non ci sono sorprese, la sim funziona che è una meraviglia, com’è giusto che sia, e noi possiamo navigare e telefonare in tutta tranquillità.

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La bella architettura dell’aeroporto di Marrakech

Ti dirò di più, però. Ormai il wi-fi è piuttosto sdoganato, per cui se dormi in hotel, mangi in determinati ristoranti oppure vai in determinati mall troverai spesso il wi-fi e non avrai bisogno di acquistare la sim. Inoltre, se viaggi in coppia, puoi acquistare un’unica sim facendo sì che il telefono con la sim locale funga da hotspot per l’altro smartphone: tanto non ti metterai a guardare serie tv mentre sei in viaggio, no?

La moneta marocchina è il dirham marocchino. L’equivalenza è 1 euro = 10,70 dirham circa. Se vai a Tangeri per un giorno soltanto non vale neanche la pena di cambiare gli euro: gli euro vengono tranquillamente accettati o in alternativa puoi usare il bancomat. Se invece prevedi di fermarti di più nel Paese allora ti conviene rivolgerti a qualche cambiavalute. A Marrakech il più onesto si trova immediatamente alle spalle di Place Jemaa-el-Fna, dietro il palazzo delle Poste. Dico il più onesto perché ci sono stata portata da un local che sicuramente non prendeva nessuna commissione sul cambio.

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Da quest’arco ci si immette in Place Jemaa el-Fna. Sarebbe vietato l’accesso ai motorini, come in tutti i souk, ma naturalmente nessuno rispetta il divieto. Da questa parte dell’arco, però, si trova il cambiavalute presso il quale ci siamo riforniti noi.

Il tè alla menta: la bevanda nazionale

La bevanda nazionale del Marocco, si può dire, è il tè alla menta. Tuttavia vanno fatte alcune precisazioni su questa bevanda. Innanzitutto il tè alla menta nasce come semplice infuso alla menta. Il tè, che si ricava dalle foglie e germogli della pianta della camellia sinensis infatti non è una materia prima del Marocco, che non ha proprio le condizioni climatiche per coltivare piantagioni di tè. Il Marocco pertanto è un grandissimo importatore di tè verde cinese, in particolare Gunpowder (polvere da sparo), il tè verde cinese più noto e diffuso. In Marocco ci sono diversi marchi che commercializzano il tè verde d’importazione, necessario per preparare il tè alla menta.

Tè alla menta bevuto in un ristorante sopra Place Jemaa-el-Fna

Se vuoi saperne di più, sul blog Il mio tè, che è il mio blog personale dedicato al tè, parlo spesso e volentieri del tè alla menta. Ecco qualche spunto di approfondimento:

Per approfondire: Il mio té a Tangeri

Per approfondire: Tutti i tè alla menta che ho bevuto a Marrakech

Per approfondire: Il mio tè a Marrakech

Il té alla menta nasce dunque dall’infusione di té verde e ramoscelli e foglie di menta. Di per sé ne esce una bevanda decisamente amara e forte. E infatti viene servita con abbondante zucchero nei bei bicchieri di vetro variamente damascati. Già, non tazze di ceramica, ma bicchieri di vetro per bere il tè alla menta. E le teiere?

Le teiere marocchine sono molto particolari: in peltro, argento o acciaio, hanno una forma sinuosa e inconfondibile. Molti esemplari hanno una bella decorazione sulla pancia. Si reggono su tre piedini corti e sul fondo spesso hanno il marchio di fabbrica. La forma sinuosa del beccuccio fa sì che coloro che preparano il tè riescano a fare vere evoluzioni riuscendo a versare nel bicchiere di vetro – alto e stretto – la bevanda alzando e sollevando la teiera e senza versare neppure una goccia. Io ci ho provato e sono scarsissima, ma ho visto local versare il té da un metro di altezza e non versare neppure una goccia. Sono rimasta davvero ammirata da tanta bravura.

Servizio da tè marocchino in una casa local

Per approfondire: Storia di una teiera marocchina

Le teiere marocchine marchio Manchester: Made in England oppure no?

Già, le teiere. A Tangeri notai in alcuni negozi delle teiere marocchine marchiate Manchester. Possibile? Manchester è una città della Gran Bretagna, che c’entra con le teiere marocchine? Ebbene, facendo alcune ricerche ho scoperto che la forma attuale della teiera marocchina, dalla pancia ampia e il coperchio a punta, in realtà è nata davvero a Manchester, ad opera di un produttore, peraltro ebreo, tal Richard Wright, nel 1770. Lui, dalla fine del Settecento e fino alla metà dell’Ottocento, marchia i suoi prodotti (non solo teiere, ma interi servizi da té) “Richard Wright Manchester“.

Si sa, quando un prodotto funziona e si impone sul mercato locale, viene imitato dai produttori del luogo. Così il marchio Manchester si impone ed è tra i più diffusi nei souq e nei negozi delle città del Marocco. Ma non bisogna pensare che si tratti di un banale “made in England“, quanto piuttosto di una produzione marocchina che si fregia dell’origine della forma della tradizionale teiera marocchina. Questa, ve lo dico, è una chicca che sanno davvero in pochi e su cui sono in corso studi accademici da parte di ricercatori, archivisti e archeologi modernisti.

Teiere marchiate Manchester nel souq di Tangeri

Per approfondire: Le teiere di Tangeri e il mistero del marchio “Manchester”

Il Marocco è un produttore di vini: possibile?

Nei ristoranti e nei caffè delle città marocchine in generale non troverete MAI delle bevande acooliche, mai birra né vino. Io in una settimana in Marocco l’ho trovato soltanto in un’occasione, in un ristorante a Essaouira dove, si sa, molti europei vengono a praticare surf: è quindi, probabilmente, la città più “occidentalizzata” del Marocco.

A Marrakech non ho trovato nessun locale che servisse vino, neppure nel quartiere assolutamente occidentalizzato in cui avevo l’hotel. Neppure se si faceva capire che si era disposti a pagare qualunque cifra per avere un bicchiere. Eppure, proprio a due passi dal mio hotel ho scovato un’enoteca. Non volevo credere ai miei occhi. E ho rischiato lo svenimento quando, al suo interno, ho trovato un intero settore dedicato ai vini prodotti in Marocco.

Il Marocco dunque, a dispetto della tradizione religiosa che non vuole si consumino bevande alcooliche, dimostra di avere le condizioni climatiche – almeno in alcune sue regioni – per coltivare vigneti, e poi di avere le possibilità di produrre vini. Io sono rimasta sconvolta. E per essere certa di non aver sognato, ho acquistato una bottiglia che ho portato con me in Italia:

Del resto, la produzione di vini nell’area, almeno lungo la costa mediterranea, risale a ben prima che il divieto religioso imposto dall’Islam nel vietasse il consumo: in età romana nel territorio di Volubilis (Meknés) i vigneti erano diffusi. Non solo, il vino era prodotto fin dai tempi dei Fenici, dunque ben prima dell’avvento dei Romani sulle coste africane. Nonostante la conquista mussulmana e il suo divieto di bere vino, la coltivazione della vite fu portata avanti, e l’uva consumata come frutto da tavola.

Vino di produzione marocchina in vendita in un’enoteca di Marrakech

E se la popolazione mussulmana non poteva bere vino, ciò non vuol dire che le minoranze di altre religioni, ebraica e cristiana, non lo potessero fare. Ecco che molti proprietari di vigne erano ebrei o cristiani e gli emiri arabi tolleravano che producessero e consumassero vino, a patto di non commercializzarlo presso i mussulmani.

Nel XX secolo la dominazione francese ha implementato le coltivazioni di vite; nell’ultimo secolo invece una battuta d’arresto dovuta allo stop delle importazioni da parte dell’Europa nei confronti del Marocco ha decretato il decadimento di questa produzione che internamente chiaramente non ha un grosso mercato. Ma negli ultimissimi anni essa ha ripreso vigore e va sempre più perfezionandosi.

Tutti i mille usi dell’argan

Donne in ascolto, a voi probabilmente non dirò niente di nuovo, ma io, che non sto particolarmente dietro ai temi beauty, non ho mai dato troppa importanza al famoso olio di argan. Ho dovuto farlo per forza durante il mio viaggio a Marrakech, anche perché sono andata a finire in una cooperativa femminile di produttrici di prodotti cosmetici e alimentari a base di argan.

Ma che cos’è l’argan?

L’argan è un albero originario del Marocco, che qui cresce spontaneamente in vere e proprie foreste nelle aree desertiche della regione. Pare che sia una pianta antichissima, che risalga a 80 milioni di anni fa. Per capirci, quando sulla Terra c’erano i dinosauri. Inimmaginabile. Il suo frutto è una mandorla ovale che all’interno del guscio contiene il frutto vero e proprio. Da questo frutto si trae il famoso olio, attraverso un processo lungo e faticoso, appannaggio da sempre delle donne.

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Donne di una cooperativa femminile di produzione di olio di argan nella bottega/atelier della Kasbah di Marrakech

La mandorla viene privata del guscio e tritata dal girare costante di una mola che ne estrae l’olio. In realtà esistono due tipi d’olio: quello cosmetico, più chiaro, e quello per uso alimentare che differisce per il fatto che è tratto da semi tostati di argan.

L’olio per uso alimentare è molto delicato ed etereo. Si accompagna bene con le pietanze (in primis una sorta di crepes dall’impasto un po’ più spesso) della colazione marocchina, perché dà quel tocco di profumo, e tuttavia resta leggero. Un esperimento culinario molto interessante.

Unito a mandorle tritate e miele, l’olio di argan è l’ingrediente essenziale dell’amlu, una composta impiegata anch’essa per la colazione marocchina (aggiungo io: buonissima, dolce e corroborante) che viene anche chiamata miele di argan. Ma con il procedimento del miele non ha niente a che vedere: il miele è infatti un ingrediente aggiunto. Nelle famiglie tradizionali l’amlu viene preparato in casa e ogni madre di famiglia ha la sua ricetta segreta.

colazione marocchina
Alcune leccornie della colazione marocchina tradizionale: crepes marocchine fatte in casa e miele di argan: l’amlu

L’olio di argan cosmetico ha svariate proprietà: in particolare ha effetti anti-invecchiamento sulla pelle, allevia gli eczemi e si può usare sui capelli per nutrirli. Dall’olio di argan si ricava una serie di infiniti prodotti come le saponette, le creme per il viso, i detergenti e chi più ne ha più ne metta. La cosa importante è il prezzo: sicuramente in Marocco pagherete una boccetta di olio di argan meno che in Italia. Occhio però a non farvi fregare nelle varie trappole da turisti che incontrerete a giro: fatevi prima un giro su internet per capire qual è il giusto prezzo per acquistare olio di argan vero e originale (occhio alle contraffazioni, sempre in agguato).

Anche la pasta di scarto ricavata dalla spremitura dei semi di argan, nonostante venga buttata, se applicata sulla pelle dà subito morbidezza e sollievo, provare per credere.

Come si svolge un matrimonio berbero: dal tramonto all’alba

Ho avuto la fortuna durante il mio soggiorno a Marrakech di essere invitata ad un matrimonio in stile berbero. Mi spiego meglio: sono andata a Marrakech proprio per partecipare a quel matrimonio. Non mi sarei persa l’occasione per nessuna ragione al mondo. E ad oggi è stata una delle esperienze più importanti della mia vita da viaggiatrice.

Il matrimonio berbero cui ho assistito si è svolto in una grande sala arredata in uno stile che potrei avvicinare a Bollywood più che a una tenda nel deserto. Tuttavia, location a parte, la serata ha seguito una serie di veri e propri rituali che hanno intrattenuto gli ospiti e mostrato gli sposi dal tramonto all’alba.

Esatto: dal tramonto all’alba. Abbiamo preso posto ai tavoli all’ora di cena, ci siamo alzati per andar via alle 7 del mattino dopo. Sonno? No, impossibile addormentarsi durante la notte: le note, i canti e le percussioni impedivano alle palpebre di calare. E anche l’assenza di alcool ha senz’altro contribuito a non rilassare i sensi.

Matrimonio in stile berbero: alla sposa viene praticato il rito dell’Henné

La serata è scandita da una serie di ingressi trionfali e sfilate che fa dapprima lo sposo, poi la sposa, poi entrambi. La sposa è magnifica, indossa il Kaftan tradizionale. Per la verità durante la sera cambia più di un abito, ma è sempre ugualmente magnifica. Alla prima apparizione, tre donne che la accompagnano tra urli e canti tradizionali le tatuano le mani con l’henné. Lei arriva seduta su una portantina portata a spalla da personaggi che mentre avanzano si muovono ritmicamente a tempo di musica, le loro favolose babouches gialle ai piedi, e mostrano la sposa facendola girare su se stessa perché tutti possano vederla.

Lo sposo no, lo sposo arriva a cavallo. In sella al suo cavallo bianco egli incarna lo spirito del principe berbero, trionfante e maestoso, proprio come noi ex bambine occidentali ci aspettiamo il principe azzurro. Finalmente incontra la sua sposa, e finalmente ballano. E quando ballano loro, ballano anche i commensali.

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Ecco lo sposo sul cavallo bianco!

Ma si mangia anche? Sì, si mangia, ma solo a partire dall’1 di notte! Dapprima una pastilla, una sorta di torta salata ripiena di pesce o carne e speziata, e poi a seguire il piatto forte: una tajine di carne speziatissima e molto aromatica cucinata in un orcio in terracotta.

Per completare il pasto ci sono quei fenomenali dolcetti marocchini a base di pasta fillo, miele e acqua di fiori d’arancio che a me personalmente fanno impazzire! Ricordo che non c’è una goccia di vino o di birra ad accompagnare i pasti. Solo acqua (o bibite analcoliche, ma mi pare davvero un delitto sporcare tutto con la coca-cola).

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La carne viene servita direttamente dall’orcio in cui ha cotto nella tajine in centro al tavolo.

Intanto gli sposi fanno altri ingressi in sala cambiandosi d’abito, finché non si fanno le 6 del mattino e non viene servita la colazione: tè alla menta, naturalmente, e dolcetti vari, mentre si fa l’alba e capiamo il significato di una festa che dura tutta la notte: il matrimonio è l’inizio di una nuova vita, il sorgere di un nuovo giorno di felicità e prosperità per gli sposi.

Una notazione divertente: al matrimonio ci sono decisamente più donne che uomini. Questo perché gli uomini si annoiano, mentre le donne amano ballare per tutta la notte!

Per approfondire: Matrimonio a Marrakech dal tramonto all’alba

Le capre sugli alberi

Eeeeh, io finché non le ho viste non ci ho creduto. Lungo la strada che conduce verso la costa atlantica, verso Essaouira, si attraversa un territorio naturalmente brullo e secco, nel quale si innalzano alberi di argan qua e là. E su questi alberi, qua e là, si inerpicano le caprette bianche, in cerca dei germogli più teneri.

Sono una delle cartoline più note del Marocco: dimostrano la secchezza della terra e la caparbietà dei suoi abitanti. E per certi versi è simbolico. Ma c’è un ma.

goat tree
Goat Tree, l’albero delle capre che mangiano le bacche di argan. Un fenomeno naturale che è diventato sfruttamento animale a fini turistici

L’immagine è senza dubbio d’impatto e in natura così dev’essere stato per molto tempo. Peccato però che sia diventato uno sfruttamento senza senso. Le povere capre oggi sono costrette a salire sugli alberi e a restare lì in equilibrio, spesso legate al ramo, per il pubblico godimento dei turisti i quali, per fare foto e selfie, devono naturalmente pagare un obolo all’allevatore che “del tutto casualmente” si trova presso quell’albero lungo la strada.

L’orrore e il raccapriccio. Da turisti dovremmo condannare queste pratiche e boicottarle, perché sono un inutile sfruttamento degli animali. Se vogliamo viaggiare in un mondo dove vi sia turismo sostenibile, dobbiamo fare anche noi la nostra parte.

Tangeri città di perdizione (letteraria e non)

Hai mai letto Il tè nel deserto di Paul Bowles? Questo romanzo dalle tinte molto fosche e torbide è una storia di perdizione, nella quale i fumi dell’hashish sono una scusa e il deserto è psichico oltre che reale. Del resto Paul Bowles scrisse il romanzo proprio durante il suo soggiorno a Tangeri e di Tangeri era succube: la droga, sotto forma di hashish, era la dea che annebbiava le menti di molte persone; molti artisti d’altro canto arrivavano qui attratti proprio dalla possibilità di sperimentare cose che nel mondo occidentale, inquadrato da leggi e passibile di punizioni, non si potevano vivere liberamente.

Scorcio di Tangeri

Non solo Bowles, ma diversi artisti tra la fine dell’Ottocento e fino agli anni ’60 e oltre hanno frequentato Tangeri e si sono fatti sedurre dalla città bianca: da Henri Matisse a Albert Camus, da Truman Capote a Ian Fleming, da Mick Jagger a Rudolf Nureyev: tutti sedotti da questa città così sensuale.

La fama di Tangeri in realtà si diffuse all’inizio del Novecento, quando divenne “area a regime internazionale”, ovvero una sorta di porto franco in cui chiunque poteva sostare e nessuno chiedeva conto di nulla. Così non solo artisti, ma affaristi, spie, ricche ereditiere annoiate e star del cinema si trovavano qui. I caffè di Tangeri divennero i luoghi di incontro, di ispirazione, mentre certi retrobottega nei souq divennero luoghi di perdizione, malfamati, ma dotati di una così forte attrattività da creare il mito di questa città.

Per approfondire: Tutte le suggestioni di Tangeri

Per approfondire: Il tè nel deserto, Paul Bowles

Un libro da leggere: Marocco, Romanzo di Tahar Ben Jelloun

Ho iniziato a leggere questo libro prima di partire per il mio viaggio a Marrakech, e ho finito di leggerlo al mio ritorno. Se prima di partire avevo cominciato ad intuire qualcosa delle atmosfere, al mio ritorno ho capito decisamente molte cose, molti comportamenti, molte situazioni descritte nel libro.

Marocco, Romanzo, di Tahar Ben Jelloun

Anche se il titolo dice Marocco, Romanzo, di romanzato c’è ben poco: Tahar Ben Jelloun (autore noto in Italia per aver scritto “Il razzismo spiegato a mia figlia”, nonché artista piuttosto affermato), compone questo volume con brevi, rapidi episodi di vita vissuta da lui o da altri, fatti principalmente di incontri, di situazioni, di dialoghi, di scenette. Lo scopo è quello di raccontare una terra che non si rivelerà mai del tutto allo straniero, e che è disposta a svelare solo una parte di sé, nascondendo però la sua anima. L’impressione che avevo avuto dapprima a Tangeri, poi riconfermata a Marrakech è proprio questa: un Paese sensuale, con una forte carica di attrazione, ma allo stesso tempo respingente. Una sensazione che ho provato spesso, che mi ha lasciato davvero perplessa, ma che alla fine ho accettato, come se fossi un’amante respinta.

Molti episodi narrati nel libro potrei citare che Tahar Ben Jelloun racconta per spiegare il Marocco secondo lui. Tra i vari, mi ha colpito quello del medico che in un villaggio sperduto sulle montagne dell’Atlante non può visitare una donna perché il marito gli impedisce di farlo, per cui si crea la situazione assurda in cui sarà il marito a visitare la donna per conto del medico il quale, rimasto fuori della porta non potrà far altro che raccogliere informazioni di terza mano e sulla base di esse formulare la diagnosi. Ma altri ce ne sono come le frequentazioni dell’autore con artisti anche europei, anche omosessuali, come per lui sia una cosa assolutamente naturale l’omosessualità nelle persone, mentre le autorità puniscono tale comportamento.

In viaggio verso Essaouira: attraversando una cittadina in macchina

E ancora e ancora. Non posso dire che sia semplice da leggere. Non posso dire che sia scorrevole. Però oggettivamente, Marocco, Romanzo di Tahar Ben Jelloun fornisce delle chiavi di lettura importanti per comprendere questa terra. Nuovamente, Ben Jelloun si fa “traduttore” di comportamenti: dopo “Il razzismo spiegato a mia figlia” scrive una sorta di “Il Marocco spiegato agli Occidentali”.

Un murales a Essaouira

Queste sono le 10 curiosità che più mi hanno colpito della mia esperienza in Marocco e che ho voluto condividere con te. Sicuramente ci sono molte altre cose interessanti da sapere su questa nazione, ma queste sono a parer mio le cose più curiose e gli aneddoti più interessanti. Tu hai altre esperienze o curiosità da raccontare sul Marocco? Lasciami un commento qui o sulla mia pagina facebook Maraina in viaggio!

4 risposte a "Marocco: 10 curiosità che forse non sai (ma che se le racconti, potrai fare bella figura)"

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  1. Il Marocco è un Paese che mi affascina molto – ci sono stata già tre volte e ora vorrei tanto tornarci una quarta. Non conoscevo il libro che hai menzionato, per cui ti ringrazio per lo spunto di lettura 🙂

    Per quanto riguarda le curiosità, invece, mi ha molto colpita quella su come si svolge un matrimonio in stile berbero – deve essere molto interessante assistere a questa cerimonia molto diversa dalla nostra.
    Mentre per le capre sugli alberi è un vero e proprio peccato che siano diventate una mera attrazione turistica. Non essendo stata nella zona di Essaouria, non le ho viste, ma ho letto e sentito che occorre pagare per vederle lì arrampicate sui rami… che tristezza!

    1. Il matrimonio berbero per me è stata un’esperienza veramente strana, ma sono stata veramente grata perché ho avuto davvero modo di vivere una festa tradizionale dall’interno e non come turista. È stato molto bello.

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