Perché visitare Palazzo Barberini a Roma

Palazzo Barberini a Roma è una delle pinacoteche più importanti d’Italia, non solo di Roma. Famosa per i dipinti di Caravaggio e la Fornarina di Raffaello che fanno parte della collezione permanente, ha anche altre frecce al suo arco. Io ho individuato almeno 7 motivi per cui vale la pena di visitare Palazzo Barberini.

Pietro da Cortona e non solo: i soffitti dipinti

Lo so, sono strana. Però io nei musei non guardo solo le opere esposte, ma mi soffermo sulle architetture, sulle sale, sui soffitti. E sì, alcuni soffitti di Palazzo Barberini meritano davvero più di uno sguardo distratto. Naturalmente, il principe dei soffitti dipinti di Palazzo Barberini è esso stesso un’opera d’arte degna di competere con Caravaggio: è il “Trionfo della Provvidenza Divina”.

Questo affresco di proporzioni davvero grandi fu realizzato da Pietro da Cortona e allievi tra il 1632 e il 1639. La composizione celebra la famiglia Barberini, con la rappresentazione di oltre 100 personaggi inseriti in uno spazio aperto che supera i limiti imposti dall’architettura. Addirittura agli angoli, certe figure sono talmente tridimensionali da sembrare statue e rilievi in marmo aggettante. La meraviglia. Al centro siede la Divina Provvidenza che comanda alla Fama di incoronare lo stemma della famiglia Barberini, ben riconoscibile per via delle tre api dorate (le api ricorrono spesso nel palazzo). Anche se siamo solo nella prima metà del Seicento, questo grande affresco, così composito, così illusionistico e così scenografico, è uno dei più precoci e compiuti esempi della pittura barocca.

Il grande soffitto affrescato da Pietro da Cortona – Salone di Pietro da Cortona

Potrei restare ore e ore a soffermarmi su ogni singolo dettaglio. Ma altri soffitti distolgono la mia attenzione: l’Allegoria della Divina Sapienza di Andrea Sacchi, per esempio: rappresenta la Divina Sapienza, per l’appunto, circondata da 11 figure femminili che incarnano altrettanti attributi divini. Il riferimento è sottile, ma programmatico: la Divina Sapienza si collega al Libro della Sapienza scritto, secondo la tradizione, da Re Salomone alle cui qualità di sovrano saggio e illuminato papa Urbano VIII – Barberini – si ispira. Non solo, ma le figure, segnate da stelle dorate, raffigurano la carta del cielo proprio al momento dell’elezione del papa Urbano VIII, nel 1623.

La Divina Sapienza sul soffitto di Palazzo Barberini

Tornando al piano terra, è la Sala delle Scimmie, dipinta da Marco Tullio Montagna e Simone Lagi, che invita lo sguardo ad alzarsi. Su una balaustra illusionistica una scimmia vestita cerca il contatto con un’anatra. Anche prima che arrivasse Darwin a spiegarcelo, era stata notata la somiglianza tra certe scimmie e l’uomo. Le scimmie, quindi, erano considerate caricature dell’uomo, simboli del vizio e della lussuria; la raffigurazione della scimmia si evolve, poi, e diventa caricatura dell’uomo e delle sue vanità. Come in questo caso.

La scimmietta sul soffitto della prima sala al piano terra del museo

La diva del museo: la Fornarina di Raffaello

C’è poco da fare: la Fornarina è una delle donne più famose della storia dell’arte. Innanzitutto di lei sappiamo il nome, cosa non sempre possibile, dato che non si tratta di una nobile che ha commissionato un ritratto: la Fornarina, al secolo Margherita Luti, era né più né meno la figlia del panettiere che a Trastevere, presso Porta Settimiana, Raffaello aveva preso a frequentare quando era impegnato ad affrescare la vicina Villa della Farnesina, su via della Lungara. In questo dipinto straordinario, la Fornarina, moderna Venere, è ritratta in una posa allo stesso tempo pudica e sensuale: vorrebbe nascondere ciò che in realtà mostra, non ha il volto perfetto della Venere del Botticelli, ma è più terrena, più carnale. Il bracciale con l’iscrizione “Raphael Urbinas” indica il vincolo amoroso che legava il pittore a lei. Per questo, e per la storia d’amore sottesa – che pare avesse portato Raffaello quasi alla mania – la tela de La Fornarina è uno dei capolavori della storia dell’arte italiana. Perché oltre all’arte in sé c’è anche il contesto in cui è inserita e la storia che racconta. Non è di poco conto.

Raffaello Sanzio, la Fornarina – Palazzo Barberini

L’orrore e il dramma: Giuditta e Oloferne di Caravaggio

Semplicemente pazzesco. Mi si perdoni il linguaggio non adatto alla storia dell’arte, ma non avrei altro aggettivo per definire la tempesta di emozioni che scatena la vista de “Giuditta e Oloferne” di Caravaggio.

Tutti conosciamo Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio. Definito “il pittore della luce”, in realtà è il pittore che gioca con la luce, riuscendo a creare dei contrasti decisamente forti e carichi di drammaticità. Il soggetto, poi, completa il discorso. In questo caso abbiamo un momento davvero pieno di pathos: la giovane Giuditta sta spiccando la testa dal collo di Oloferne, il generale assiro che sta assediando le terre degli Ebrei e che lei ha ingannato, fingendosi sua alleata. In tutto il dipinto ciò che più colpisce non è tanto il volto estremamente espressivo di Oloferne sorpreso e morente (così perfetto da sembrare una fotografia), non è la pelle della giovane Giuditta, tutta concentrata nella decollazione del nemico, ma è il volto della vecchia. Costei sarebbe l’ancella di Giuditta, Abra: attraverso la sua espressione così potente, così orripilata, noi veicoliamo il nostro sguardo: guardiamo prima lei, poi seguiamo ciò cui le sue pupille dilatate e la sua bocca semiaperta stanno assistendo e ci sconvolgiamo con lei. Se non è un capolavoro questo, allora ditemi voi qual è.

Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, Giuditta e Oloferne, particolare del volto della nutrice – Palazzo Barberini

Le vedute di Van Vittel

Cambiamo decisamente genere e passiamo a qualcosa di molto più leggero.

Siamo nell’epoca del Grand Tour: giovani aristocratici, studiosi eccentrici e curiosi letterati partono da Francia, Germania, Inghilterra alla volta dell’Italia, attratti dalle antichità e dall’arte. Il più famoso tra tutti i viaggiatori del Grand Tour è senz’altro Wolfang Goethe che col suo “Viaggio in Italia” racconta la sua lunga permanenza in Italia, dal Trentino alla Sicilia passando per Venezia, Roma, Napoli e Palermo. Oltre ai viaggiatori stranieri, c’erano anche molti artisti stranieri che venivano in Italia sia per vedere dal vivo le opere migliori della storia dell’arte antica e rinascimentale, sia per lavorare essi stessi. Tra questi Kaspar Van Vittel – italianizzato in Vanvitelli – ha lasciato davvero il segno.

Kaspar Van Vittel, Veduta di Ripa Grande e Ponte Rotto

Siamo nel Settecento, un’epoca in cui si diffonde tantissimo il vedutismo che, declinato a Roma e simili si trasforma in ruinismo, ovvero pittura di rovine. I pittori si scatenano, chi dipingendo ad esempio il Colosseo in decandenza, chi qualche monumento qua e là, chi, come Panini, inventa dei veri e propri “pasticci” in cui inserisce architetture antiche di invenzione e la statua del Marco Aurelio che sta sulla piazza del Campidoglio.

Van Vittel dedica a Roma, la città che lo ha adottato, una serie cospicua di vedute. Molte sono viste di monumenti, il Colosseo tra tutti; molte sono viste del Tevere; altre sono vedute di quartieri particolari di Roma, come la Veduta di Roma dalla Piazza del Quirinale, dove di diverso da oggi, potrei dire, ci sono soltanto le carrozze trainate da cavalli. Io amo perdermi nei dettagli minuti e altamente descrittivi delle vedute di Van Vittel. Ma le sue opere sono interessanti soprattutto perché fotografano una Roma che non esiste più.

La mostra in corso: “L’ora dello spettatore”

Attualmente è in corso a Palazzo Barberini la mostra “L’ora dello spettatore. Come le immagini ci usano” che ha come scopo quello di indagare il rapporto che si instaura tra la tela e l’osservatore, ovvero di capire ciò che il pittore ci vuole trasmettere coinvolgendoci in prima persona. Il tema è senza dubbio interessante: soprattutto ci propone un metodo di interpretazione delle opere: cosa sta dicendo a me direttamente? Quanto mi coinvolge? Come mi sento mentre vedo quest’opera? Che reazioni ho? Visitando la mostra, opera dopo opera capiremo che l’occhio dello spettatore è parte integrante dell’opera d’arte stessa. Come nella performing art tanta parte la fa il pubblico (si pensi a The Artist is present, di Marina Abramovich, dove la performance artistica era basata sullo sguardo scambiato col visitatore di turno – a sua volta performer), perché l’arte visiva ha bisogno comunque di un riscontro: se lascia indifferenti evidentemente non funziona.

E se Marte vi sorprendesse mentre state ammirando la sua amante Venere nuda? Frattanto Cupido vi ha già scoccato un dardo d’amore… – Guercino, Venere, Marte e Amore – Galleria Estense – in mostra a Palazzo Barberini

Ci sono pittori che si sono posti il problema del coinvolgimento dello spettatore nelle proprie opere, di instaurare un vero e proprio dialogo e talvolta consapevolmente, talvolta meno, sono riusciti nell’intento. Lo spettatore allora di volta in volta è complice, voyeur, indiscreto. In alcune opere lo spettatore è invitato a guardare e a partecipare, in altre è stuzzicato, in altre ancora è coinvolto suo malgrado.

Avete presente quel capolavoro che è Las Meninas del pittore spagnolo Diego Velasquez? Ecco, se avete presente la scena, tutti i personaggi raffigurati stanno guardando direttamente lo spettatore, pittore compreso: e dunque chi sta ritraendo il pittore? Me stessa, che osservo il quadro, forse? Ecco che lo spettatore è direttamente coinvolto: ed è ciò che vuole spiegare questa mostra. Ah, se ve lo state chiedendo: no, Las Meninas non è in mostra: è esposta al Museo del Prado di Madrid.

Le opere in mostra sono molto esemplificative del concetto che si vuole esprimere: lo spettatore è attore della rappresentazione artistica, lo spettatore è l’elemento tridimensionale che viene attratto dalla tela bidimensionale e viceversa. D’ora in avanti guardare e analizzare le opere d’arti ponendosi in questa prospettiva mi darà delle grandi soddisfazioni, ne sono certa. La mostra è temporanea, tuttavia insegna un metodo, tale per cui potremo noi tutti visitare una pinacoteca, porci davanti all’opera di turno e capire fino a che punto siamo spettatori coinvolti.

Lavinia Fontana, Marte e Venere: quando il marito Vulcano non c’è i due amanti si divertono. Ma Venere guarda il voyeur di turno, cioè noi: faremo la spia col marito?

La scala elicoidale del Borromini

Non solo capolavori della pittura cinque-seicentesca: Palazzo Barberini è anche un’eccellenza architettonica: prova ne sono i suoi due scaloni. L’uno, a pozzo quadrato, è progetto del Bernini mentre l’altro, elicoidale, più piccolo, ma sicuramente spettacolare, è progetto del Borromini.

La scala conduceva agli ambienti del cardinale Francesco Barberini ed era destinata a una circolazione più privata rispetto allo scalone del Bernini. È elicoidale, ed è a pianta ovale, il che consente una salita più agevole rispetto alle scale a pianta circolare. Ogni girata è composta da 12 colonne doriche binate, il cui capitello è decorato con piccole api, simbolo della famiglia Barberini che si ritrova altrove nel palazzo. Questa scala è al tempo stesso un esercizio di stile e un capolavoro dell’architettura barocca.

Lo scalone elicoidale del Borromini – Palazzo Barberini

La comunicazione social delle Gallerie Barberini Corsini

Come sono entrata nella prima sala di Palazzo Barberini, la sensazione è stata quella di sentirmi a casa. Ho visto la scimmietta sul soffitto della Sala delle scimmie e l’ho riconosciuta. Ho esclamato proprio “Ah, ma guarda, sta qui!“. La stessa sensazione, di incontrare una vecchia conoscenza e di sapere cosa raccontava e qual era il suo segreto l’ho avuta per molte opere. Questo non perché io sia una grande esperta di storia dell’arte, ma perché seguo su instagram e su facebook l’account @barberinicorsini delle Gallerie Barberini e Corsini. Un post dietro l’altro, senza perdersi in facili acchiappa-like, in meme, in leziosità che fanno scena oggi ma di cui domani ci saremo già dimenticati, post dopo post, dicevo, istilla il seme della conoscenza. Fa vera divulgazione. Sono arrivata davanti al dipinto “Davanti al ritratto” di Jacob van Oost il Vecchio e mi son detta “Ma certo! Ecco dove ti avevo già visto!” e ho potuto verificare di persona la potenza del coinvolgimento dello spettatore descritta nella caption su instagram (l’opera è attualmente esposta alla mostra “L’ora dello spettatore”). Ma non è l’unica.

Jacob van Oost il Vecchio, Davanti al cavalletto – Londra, National Gallery – in mostra a Palazzo Barberini

Sono davvero pochi i musei – e lo dico con cognizione di causa – che sono in grado con i loro contenuti social di disseminare vera conoscenza. I post di @barberinicorsini – che possono sembrare lì per lì pure troppo approfonditi per un canale social – in realtà hanno la capacità di colpire, di farsi ricordare cosicché, nel momento in cui io visito la pinacoteca riconosco le opere e magari mi ricordo anche perché sono degne di nota.

Un plauso dunque alla gestione dei social di Palazzo Barberini (tra l’altro, chi cura i contenuti è un’amica, Nicolette Mandarano, autrice di Musei e media digitali edito da Carocci: la mia non è piaggeria, però, ma assoluta constatazione del vero). La comunicazione di Palazzo Barberini, lo dico convinta, va proprio nella direzione giusta: mostrare e informare, preparare alla visita. Ed è proprio questo che i social dovrebbero fare.

17 risposte a "Perché visitare Palazzo Barberini a Roma"

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  1. Ogni volta mi stupisco della capacità che avevano gli artisti i un tempo di realizzare dettagli incredibili: il volto della nutrice è qualcosa di pazzesco!

  2. È veramente una pinacoteca importantissima e dobbiamo dire grazie a una famiglia che, tra l’altro, devastò il Colosseo per costruire i propri palazzi: quello che non hanno fatto i barbari, lo hanno fatto i Barberini! (così diceva la prof. d’arte)

  3. Sai Marina, mi ha fatto tanto sorridere il finale del tuo articolo, quando hai fatto riferimento alle capacità del museo di diffondere e divulgare arte coinvolgendo. Mi ha fatto tanto sorridere perché io in realtà Palazzo Barberini non l’ho mai visitato e non ho neppure mai seguito la loro pagina social, però le caratteristiche che descrivi sono le stesse che io rivedo in te. Non è affatto facile per una persona poco esperta dell’arte seguire articoli particolarmente tecnici e dettagliati. Ciò che ritrovo nei tuoi articoli è un’estrema capacità di unire le conoscenze effettive dei luoghi di cui parli (storia e arte), al coinvolgimento delle persone. Detto in poche parole, mi fai sempre appassionare a luoghi o opere d’arte senza appesantire e ti assicuro che con me non è per niente facile riuscire in questa impresa! Quindi, ora la voglia di visitare Roma per bene e di inserire Palazzo Barberini con l’inquietante quanto emozionante quadro del Caravaggio!

    1. Ti ringrazio tanto Simona! Ritengo che per ogni contesto ci voglia il linguaggio giusto. Anch’io come sai gestisco i social di un Luogo della Cultura e curo in parte i contenuti del sito web. Con Nicolette di Palazzo Barberini condividiamo lo stesso modo di vedere e di intendere la comunicazione social dei musei e ne abbiamo fatto la nostra mission.

  4. Non ci sono mai stata e si, vale davvero la pena andarci. A me piace molto Caravaggio e in generale la pittura rinascimentale e degli impressionisti. Tornerò a Roma e farò un tour completo dell’arte.

  5. Ci siamo state anni fa!! Noi siamo rimaste sbalordite anche solo dalla struttura del palazzo.. e gli affreschi sono davvero qualcosa di meraviglioso. A volte pensiamo che artisti del passato erano dei veri e propri “alieni”

  6. Sono stata più volte a Roma ma non ho mai visitato questa interessante pinacoteca. Devo complimentarmi con te per come spieghi argomenti e tecniche pittoriche di quelle meravigliose opere. Sei riuscita a tenermi incollata al video per scoprire maggiori dettagli.

  7. Questo palazzo l’ho scoperto grazie a Geo e me ne sono innamorata totalmente! Mi piacerebbe proprio perdermi tra i suoi affreschi e dipinti e vagare insieme ai grandi artisti tra le bellezze dell’arte!

  8. Palazzo Barberini è uno dei musei che preferisco a Roma, quindi con me sfondi una porta aperta. Ci porto tutti perché merita per la bellezza dell’edificio, per le opere che custodisce e per la capacità del suo personale di diffondere sapientemente la conoscenza in un modo mai scontato.

  9. Venere Marte e Amore del Guercino l’avevo già visto nella sua collocazione originale ed ero rimasta incantata. Dal vero è spettacolare! Che dire di Palazzo Barberini, solo per Caravaggio e la Fornarina già vale la pena entrare. E le mostre temporanee sono sempre valide

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