Il Cinquecento a Firenze: la mostra di Palazzo Strozzi

Ogni mostra di Palazzo Strozzi è un successo. Che si tratti di arte contemporanea (come le recenti su Ai Weiwei e Bill Viola) o di arte rinascimentale o moderna, le mostre di Palazzo Strozzi sono sempre eccezionali sia per le opere esposte che per il percorso espositivo, sempre denso di significati.

Ho visitato la mostra attualmente in corso, “Il Cinquecento a Firenze” prendendo parte ad una bella iniziativa su twitter che ha visto impegnati blogger di archeologia e di storia dell’arte: #5sguardi. Per la spiegazione di questo evento vi rimando al mio post specifico sul mio blog di archeologia e alla conversazione su twitter. Vi dico solo che ognuno dei blogger interpretava un ruolo: il mio era quello dell’archeoviaggiatrice, chissà perché 😉

Jacopo Zucchi, La Creazione

Qui vi racconto la mostra e perché vale la pena visitarla: non solo per le opere incredibili, ma per la quantità di spunti di riflessione e di conoscenza che offre su un periodo, quello del pieno Cinquecento, caratterizzato nel mondo artistico dagli effetti della Controriforma. È un periodo che risente dei grandi artisti della generazione precedente, primo tra tutti Michelangelo, e che deve confrontarsi con dettami religiosi rigidi, ma allo stesso tempo con una committenza, principalmente la famiglia Medici, che ama i colti e raffinati riferimenti classici e abbraccia la filosofia neoplatonica: ecco che le opere si riempiono di significati allusivi, non sempre di facile interpretazione e anche una semplice “Deposizione di Cristo” contiene molto più di quanto non ci dica ad un primo sguardo.

La mostra si apre con un forte impatto cromatico e visivo: in primo piano il Dio fluviale di Michelangelo, la statua priva di testa di un nudo semisdraiato, palese riferimento all’antico, e dietro la vivace “Pietà di Luco” di Andrea del Sarto, dipinta dal pittore quando fuggì dalla peste che si era sviluppata a Firenze intorno agli anni ’40 del Cinquecento.

Il Dio fluviale di Michelangelo e la Pietà di Luco di Andrea del Sarto, prima sala della mostra

Si procede con una sala densa di grandi pale di grandi artisti. Vasari con l’Assunzione, e poi le deposizioni di Pontormo, di Rosso Fiorentino e del Bronzino, ognuno con la sua storia, ognuno con i suoi dettagli, ognuno con le sue scelte cromatiche e stilistiche. La Deposizione di Pontormo, con le sue tinte pastello così inconsuete per un dipinto cinquecentesco, e con i suoi volti così caratterizzati, è a buon diritto il dipinto scelto per rappresentare la mostra.

La Deposizione di Cristo del Bronzino. Realizzata inizialmente per la Cappella degli Appartamenti di Eleonora di Toledo in Palazzo Vecchio, fu regalata al Segretario particolare di Carlo V e portata in Francia, a Besançon

Ma si procede, e la sala che segue è ancora più eccezionale, almeno per me. I temi delle rappresentazioni non variano molto, sono sempre a tema religioso, tuttavia mutano gli esiti, perché gli artisti hanno formazione differente, provenienza differente, e committenze differenti da rispettare. L’incontro tra Cristo e l’Adultera di Alessandro Allori è un capolavoro: lei è così contrita, pudica nel suo atteggiamento, e vestita così bene che non può non attirare la mia attenzione. La crocefissione di Giovanni Stradano, un pittore fiammingo dal nome italianizzato che nei dettagli grotteschi mostra le sue origini artistiche, è un’altra delle opere che mi colpisce. Davanti ai miei occhi si pongono il crocefisso in bronzo del Giambologna, ormai defunto, e dietro ad esso, oltre alla Crocefissione di Stradano, si colloca la Resurrezione di Santi di Tito. Così il triduo pasquale, di passione, morte e risurrezione si completa in tre opere eccezionali.

Il Crocefisso del Giambologna, la Crocefissione di Giovanni Stradano e la Resurrezione di Santi di Tito

Il ritratto del piccolo Sinibaldo Gaddi

Segue una sezione sui ritratti. Vediamo i committenti del tempo. Il piccolo Sinibaldo Gaddi, in braccio al suo servetto nero, ci racconta di una famiglia ricchissima, quella dei Gaddi in Firenze, che si poteva permettere il lusso di un servo “esotico” oltre a una collezione di mirabilia provenienti dalle Americhe. Il povero Sinibaldo, che nel dipinto sembra così sicuro di sé nonostante la tenerissima età, morirà pochi anni dopo e non godrà né delle ricchezze della famiglia né delle gioie della vita: la ricchezza da sola non basta ad assicurare la vita nella seconda metà del Cinquecento.

Procedendo, la sala successiva ci introduce Giambologna, lo scultore che tanto ha fatto a Firenze (le statue per il giardino della villa medicea di Castello, il colosso dell’Appennino per la villa medicea di Pratolino, il Ratto delle Sabine per la Loggia dei Lanzi e il Mercurio del Bargello). Tra i dipinti segnalo, perché mi ha molto colpito, la Creazione di Jacopo Zucchi, un piccolissimo quadretto pregno di significati: Dio crea l’uomo perché sia posto a custodia della natura; la supremazia dell’uomo sulla natura è uno dei fondamenti del pensiero neoplatonico che anima la fine del Cinquecento e il programma iconografico dello Studiolo di Francesco I in Palazzo Vecchio (quella piccola e favolosa stanzina a lato del Salone dei Cinquecento).

La statua di Fata Morgana, Giambologna

Andando avanti, è ancora Giambologna che guida il nostro sguardo con le sue potenti sculture: Ercole e Anteo e la Venus Fiorenza realizzate per la villa di Castello, la Fata Morgana che abbelliva la Fonte di Fata Morgana nel territorio di Bagno a Ripoli (un luogo molto suggestivo nel contado di Firenze). Tra i dipinti, Venere e Amore di Alessandro Allori è così dolce, così incantevole da suscitare il sorriso.

Ci avviamo alla fine della mostra. Abbiamo percorso un secolo di arte, sia pittorica che scultorea, in un equilibrio bilanciato tra soggetti religiosi, mitologici e “umani” per così dire. Si tratta sempre di committenze ricche, come la famiglia Medici e altri grandi personaggi influenti del Cinquecento fiorentino, e committenze religiose, attente agli aspetti più dogmatici della Controriforma. Resta la sensazione di aver assistito a qualcosa di grande, di importante, ad un percorso che lascerà il segno nella storia dell’arte successiva e nella storia artistica della città. Di fatto, buona parte delle opere viene da chiese di Firenze. Quindi sarà bello riconoscerle nelle varie chiese una volta che la mostra sarà terminata. In fondo il senso di una mostra è proprio questo: dare degli spunti e degli approfondimenti, focalizzare su determinati aspetti e creare dei collegamenti con le nostre conoscenze. Palazzo Strozzi riesce sempre a costruire contatti con la città. E infatti un bel programma di approfondimenti fuorimostra è previsto e in corso di svolgimento a Firenze.

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