Il paradosso del turista ambientalista

Prima che gli ambientalisti (veri, per i quali nutro il massimo rispetto) si scaglino contro di me, voglio dire da subito che per ambientalista intendo il senso più ampio possibile del termine, ovvero colui che ama la natura, che protesta contro il surriscaldamento globale, che si indigna per l’abuso delle risorse energetiche inquinanti guardando con interesse alle energie rinnovabili, che guarda con apprensione alle specie in via d’estinzione, che è contento ogni volta che viene salvato un falchetto ferito e che si dispiace quando il pastore in Tirolo spara all’orsa. Insomma, ciascuno di noi, me compresa.

Questo post mi nasce dall’aver letto un interessante studio che voglio condividere con voi, sul turismo nella Barriera Corallina Australiana. L’articolo, che mi è stato segnalato dalla giornalista e amica Cinzia Dal Maso, ha suscitato in me più di una riflessione. Vi racconto per sommi capi l’articolo, scientifico e in lingua inglese, che si intitola “Last Chance Tourism and the Great Barrer Reef“.

La Barriera Corallina Australiana è una delle mete favorite dal Last Chance Tourism

La Barriera Corallina Australiana è una delle mete favorite dal Last Chance Tourism (credits: ACFonline.org.au)

Last Chance Tourism è una vera e propria tipologia di turismo: si tratta di mete o di ecosistemi che sono in pericolo di distruzione/estinzione: la Barriera Corallina Australiana, il Circolo Polare Artico dove vive l’Orso Bianco, l’Antartide, le Galapagos, sono esempi di questo tipo di meta, che attira il turista in quanto “potrebbe essere l’ultima possibilità per vederlo prima che scompaia“. Così vengono organizzati tour verso queste mete con l’intento di mostrare questi paradisi naturali prima che di paradisiaco non rimanga più nulla. E in tanti sono attratti dalla prospettiva di fare un’esperienza del genere: gli amanti della natura vanno in visibilio all’idea di poter vedere da vicino l’orso bianco, o la tartaruga marina che depone le uova, o di poter fare immersioni accanto ai pesci pagliaccio, tra le razze, le mante e le stelle marine. In più la componente ambientalista è sempre presente in questi viaggi: chi raggiunge queste mete è messo in guardia fin dall’inizio che non dovrà intralciare nel modo più assoluto la vita di quell’ecosistema. Poi sta all’intelligenza di ognuno seguire queste indicazioni oppure no. E sempre, durante queste escursioni, si pone l’accento sul rischio di scomparsa di questi ecosistemi. Lo stesso concetto di Last Chance Tourism è visto come un’arma a doppio taglio dagli esperti del settore: vuole essere un tipo di turismo sostenibile ma di fatto rischia di essere esso stesso causa, nel lungo periodo, della scomparsa degli ambienti naturali che propone con lo slogan “to see it before it is gone“.

I motivi per cui ecosistemi o ambienti naturali, con il loro contorno di specie animali e vegetali, scompaiono, è dovuto, per larghissima parte, all’impatto dell’inquinamento sul pianeta. Il surriscaldamento globale è la piaga che ci affligge e per la quale non riusciamo/vogliamo trovare soluzione.

Il catamarano che porta a Heron Island sulla Great Barrier Reef è già di per sé un produttore di inquinamento

Il catamarano che porta a Heron Island sulla Great Barrier Reef è già di per sé un produttore di inquinamento

Già, il surriscaldamento globale; le emissioni di CO2 nell’atmosfera; l’inquinamento, gli scarichi di idrocarburi, oli e gasoli nei mari, per non parlare dei rifiuti più o meno tossici che si riversano ogni momento nelle nostre acque e nei nostri terreni. Tutto ciò influisce sull’andamento degli ecosistemi più delicati e pian piano li va distruggendo.

I viaggiatori, o turisti, che si recano in uno dei tanti paradisi naturali in pericolo sono consapevoli di quale sia la causa del degrado di quei luoghi: lo sanno perché vengono informati del fatto che inquinamento e surriscaldamento globale sono le prime cause di rovina. Loro stessi, magari, sono venuti proprio con l’intento di vederli prima che scompaiano, e commenteranno le foto delle vacanze con gli amici dicendo “peccato che tra qualche anno non sarà più così“. Ciò di cui non si rendono conto, mentre preoccupati annuiscono al sentire di quant’era estesa la Barriera Corallina Australiana fino a 50 anni fa e di come si sia ridotta oggi, è che la loro stessa presenza sulla Barriera Corallina è responsabile del processo di distruzione in atto. Perché quei turisti sono arrivati in aereo, poi in catamarano, quindi hanno preso mezzi di trasporto che emettono gas inquinanti che, sommati a tutti i gas emessi contemporaneamente nel mondo, contribuiscono all’inquinamento, al surriscaldamento globale e alla lenta morte della Barriera Corallina.

L'impatto del Last Chance Tourism sugli ecosistemi minacciati

L’impatto del Last Chance Tourism sugli ecosistemi minacciati (credits: Last Chance Tourism and the Great Barrer Reef)

È questo il paradosso del turista ambientalista: va sulla barriera corallina: osserva, si meraviglia, si innamora di questo paradiso naturale così fragile, se ne innamora ancora di più proprio perché è fragile, viene sensibilizzato sulla necessità di preservarne il più possibile l’integrità e a sua volta sensibilizza chi gli sta intorno sulla necessità di fare qualcosa per evitare che tutto ciò vada perduto, e non si rende conto che la sua stessa presenza è parte integrante del processo di distruzione.

Io sono stata sulla Barriera Corallina Australiana, la Great Barrer Reef, ad Heron Island, ho fatto snorkeling tra i Lemon Shark (che paura, tra l’altro!), ho fatto reef walk vedendo da vicino la tridacna, le stelle marine, i coralli, molti dei quali ormai morti, ho visto le impronte lasciate sulla sabbia dalle tartarughe marine, e ho camminato sulla riva fotografando le razze a due passi da me. Non ero andata con lo spirito del “last chance tourism“, ma sull’isola ci veniva detto costantemente che non dovevamo in alcun modo arrecare danno all’ecosistema, e che si trattava di un ambiente naturale in pericolo. Ricordo forte e chiaro il messaggio, so anche di averlo riportato nei miei post e nei miei tweet sull’argomento eppure neppure una volta mi ha sfiorato il pensiero che il mio solo essere là fosse complice del processo di distruzione in atto. Questa presa di coscienza la faccio ora, a 5 anni di distanza, perché l’articolo scientifico che vi dicevo in apertura mi ha aperto gli occhi. A pensarci bene è di una banalità sconcertante: il processo è il seguente:

La barriera corallina è in pericolo per colpa dell’inquinamento ⇒ gli aerei e le navi inquinano ⇒ io per arrivare fin qui ho preso più di un aereo e una nave ⇒ io inquino la barriera corallina.

heron island

Heron Island: due razze si avvicinano a riva durante l’alta marea

L’articolo che mi ha ispirato queste riflessioni poco lusinghiere nei miei riguardi mi dice che sono in buona compagnia: se sono tantissimi coloro che scelgono mete come la Barriera Corallina proprio perché si tratta di un ambiente naturale che prima o poi andrà perduto, nessuno di essi ha la consapevolezza della propria corresponsabilità nel danno ambientale cui la Barriera Corallina è sottoposta. L’articolo ci mette davanti a questo dato: il last chance tourism tira tantissimo; la gente che vi prende parte è consapevole della fragilità dei luoghi che visita, quindi è (almeno in teoria) educata all’ambiente e sta attenta a seguire le regole di buon comportamento richieste, ma non sa di essere essa stessa una concausa della fragilità dei luoghi.

Come fare per risolvere questo impasse? Perché è evidente che è un serpente che si morde la coda: voglio vedere questo posto prima che scompaia ⇒ la mia presenza in questo posto contribuisce alla sua scomparsa. L’articolo non dà risposte in merito, fa piuttosto un’analisi di questo fenomeno. L’unica conclusione che si può trarre è che i governi, cui è affidata la responsabilità ambientale di questi ecosistemi fragili, elaborino delle politiche di turismo il più sostenibile possibile, mettendo da parte il profitto in favore della salute dell’ambiente. Difficile, molto difficile, ma auspicabile. E quanto a noi, viaggiatori ambientalisti, apriamo gli occhi, diventiamo consapevoli del nostro peso nel precario, difficilissimo equilibrio degli ecosistemi più delicati del mondo!

Ora però chiedo il vostro parere: cosa pensate del Last Chance Tourism? Vi fate attrarre dalla possibilità di vedere un luogo prima che esso scompaia? Siete consapevoli che la vostra presenza in un paradiso naturale mina la sua salute per il solo fatto che voi lì ci siete arrivati? Mi farebbe piacere sapere la vostra opinione e la vostra esperienza.

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