La Nave della Sila 

Il museo dell’emigrazione italiana si trova nel cuore della Sila, terra che fu interessata da un massiccio fenomeno di emigrazione verso l’America a fine Ottocento, e in Belgio nel secondo Dopoguerra. L’ho visitato, affrontando così finalmente un percorso a 360° sull’emigrazione. Cosa spinse tanta gente a lasciare la propria casa? Come affrontò il viaggio? Come si sistemò nella nuova patria? Una risposta univoca non c’è, e sono tante le storie che si potrebbero raccontare.

Il Museo "La nave della Sila" evoca la forma di un transatlantico come quelli che tra fine Ottocento e inizi Novecento trasportavano i nostri migranti verso l'America

Il Museo “La nave della Sila” evoca la forma di un transatlantico come quelli che tra fine Ottocento e inizi Novecento trasportavano i nostri migranti verso l’America

Non si viaggia solo per piacere, per curiosità o per spirito di conoscenza e avventura. Si viaggia, e si viaggiava, per necessità, si lascia, e si lasciava, la terra natìa nella speranza di trovare altrove un mondo migliore, una vita migliore, un riscatto. In Calabria lo sanno bene cosa significhi mollare tutto per partire verso il Nuovo Mondo, verso una nuova vita. Alcuni ce l’hanno fatta, e l’America è stata davvero la terra delle possibilità. Ma per molti è stata un’esperienza terribile e molti ancora non sono riusciti a vedere questa novella Terra Promessa.

Il museo La Nave della Sila si trova poco fuori Camigliatello (CS)

Il museo La Nave della Sila si trova poco fuori Camigliatello (CS)

Di tutte queste storie si fa portatore il Museo Narrante La Nave della Sila. Si trova fuori Camigliatello, sulla Sila,  nel Parco Old Calabria, e narra il perché e il per come migliaia di italiani decisero di partire per trovare una vita migliore. In questo grande racconto corale emergono tante storie personali, storie di povera poverissima gente, misera gente, talmente disperata da essere costretta a lasciare la propria casa per affrontare l’ignoto. Le singole vicende sono davvero drammatiche: come la storia di quella bambina di 7 anni che, morta di febbre, fu strappata dalle braccia della madre e buttata nell’oceano con una pietra al collo, o come la storia di quel transatlantico, il Remo, partito da Genova e diretto in Brasile che il Brasile non lo raggiunse mai perché gli fu vietato l’approdo, dato che sulla nave si era sviluppata un’epidemia di colera che aveva già mietuto vittime, e ancora ne continuò a mietere fino al ritorno in Italia. Già all’epoca era evidente il paragone con le navi dei negrieri per la tratta degli schiavi e forse, sospettavano già all’epoca, le condizioni erano pure peggiori. Il business del viaggio oltreoceano era altissimo, gli armatori e gli equipaggi non erano meno carnefici degli scafisti di oggi, interessati solo al guadagno, senza tenere in nessun conto la vita umana. Il rischio di epidemie, ma anche di naufragi era altissimo, e l’oceano custodisce tante storie di morte in cui i primi a morire erano i passeggeri di terza classe.

Un manifesto invita al viaggio nel Nuovo Mondo

Un manifesto invita al viaggio nel Nuovo Mondo

Tuttavia queste storie non sono, non tutte almeno, cadute nell’oblio. Sono storie di povera gente che si conoscono tramite foto, articoli di giornale dell’epoca, manifesti che evocano da un lato la fiducia nella prospettiva di una nuova vita, dall’altro i disagi dell’esperienza vera del viaggio.

Non si parla solo di migrazione in America, nel museo della Nave della Sila. Si parla anche di migrazioni in Belgio (come dimenticare Marcinelle?) e in Svizzera e Francia, di storie vere come quella narrata nel film “Il cammino della Speranza” di Pietro Germi (1950), in cui un gruppo di migranti siciliani fu salvato dai Carabinieri sulle Alpi: storie di disperazione, storie che fanno parte della nostra Storia di Italiani, ma che spesso dimentichiamo. La Domenica del Corriere, nelle sue bellissime e drammatiche illustrazioni, riporta lampante la gravità di quei momenti: in assenza di fotografie, è una fonte molto utile per capire come certi eventi venissero recepiti dall’opinione pubblica.

Famosissima quest'immagine che ritrae una famigliola italiana appena sbarcata negli Stati Uniti

Famosissima quest’immagine che ritrae una famigliola italiana appena sbarcata negli Stati Uniti

Arrivati in America, poi, non è che immediatamente si trovava l’Eldorado: la Statua della Libertà era solo l’anticamera di Ellis Island, dove gli immigrati venivano sottoposti a quarantena e a test psicoattitudinali non semplici che davano modo agli Americani razzisti di parlare di inferiorità razziale e culturale. Superata quell’ennesima prova, allora, finalmente si entrava in America. A New York Little Italy, oggi quartiere caratteristico di Manhattan, con ristoranti e pizzerie italiane, all’inizio del Novecento era un quartiere poverissimo, dove vivevano in 1300 persone per 132 stanze, dove il povero approfittava del più povero per sbarcare il lunario. Ad esempio i musicanti si circondavano di bambini (acquistati in modo illecito) perché girassero loro intorno per fare tenerezza ai passanti in modo da ottenere l’elemosina. Non so quale fosse la sorte peggiore di quest’infanzia distrutta: se i sciuscià, i bimbi che lucidavano le scarpe agli angoli delle strade, o se le bambine che con le loro dita delicate potevano meglio raccogliere il cotone e filarlo nelle industrie tessili degli Stati Uniti di inizio Novecento. Fatto sta che era un’infanzia sfruttata, così come documentato e denunciato anche da associazioni filantropiche e da fotografi dell’epoca (uno per tutti Lewis Hine del quale ebbi la fortuna di vedere una mostra qualche anno fa a New York).

Se le cose in America andavano così, non è che chi migrava in Europa se la passasse meglio. Foto ritraggono bambini a vivere in un ex-campo di concentramento negli anni dopo la Seconda Guerra Mondiale: è evidente che ancora nei decenni più vicini a noi le condizioni di vita fossero indecenti. In Belgio l’immigrazione italiana fa rima con miniere. Conosciamo tutti il tragico caso di Marcinelle e non ci vuole chissà che sensibilità per capire quanto dovesse essere duro lavorare nelle gallerie a metri di profondità per troppe ore al giorno. E cartoline d’epoca ci dicono che anche le donne lavoravano in miniera, negli anni Cinquanta.

Una cartolina degli anni Cinquanta pubblicizza le miniere di carbone del Belgio

Una cartolina degli anni Cinquanta pubblicizza le miniere di carbone del Belgio

Il viaggio della Nave della Sila prosegue poi raccontando quanto questo grandissimo numero di persone che giunse tra fine Ottocento e inizio Novecento in America fu tutt’altro che una massa di accattoni: furono operai, lavoratori, braccia che contribuirono allo sviluppo urbanistico, infrastrutturale e quindi economico degli Stati Uniti. Segue poi, una sezione sugli Italiani noti che, nel bene e nel male, fecero parlare di sé la stampa dell’epoca e che sono entrati di diritto nei libri di storia: Sacco e Vanzetti, Al Capone, ma anche Primo Carnera, e Antonio Meucci.

A fine percorso, un’installazione video molto ben riuscita e coinvolgente racconta le migrazioni di oggi. Se un tempo sono stati gli Italiani a dover partire, a subire diffidenze razziste e a dover svolgere i lavori più umili e sottopagati, oggi sono altre genti che giungono in Italia e vivono analoghe situazioni di disagio. Il video vuole sensibilizzare su questo tema, con immagini forti, racconti autobiografici, scene di repertorio che molti di noi hanno visto anche in tv. Mai come in questi ultimi tempi il tema dell’immigrazione è di attualità. Allora, conoscere meglio il nostro passato ci aiuta a conoscere, e ad accettare, il presente e, magari, a trovare soluzioni per il futuro.

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