Velia, la città dalle due vite

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Città romana e ancora prima magnogreca, Velia, la città dalle due vite inizialmente si chiamava Elea, fondata addirittura nel VI secolo a.C. Diede i natali a quel filosofo geniale che fu Parmenide il quale, agli albori della Filosofia, interrogandosi sulla realtà delle cose, volendo definire l’Essere giunse a dire che l’Essere è e il Non essere non è. Questo enunciato, tanto semplice quanto indecifrabile, ha segnato il mio studio della filosofia al Liceo.

Erma raffigurante il filosofo Parmenide di Elea, rinvenuta nel Criptoportico di Velia

Erma raffigurante il filosofo Parmenide di Elea, rinvenuta nel Criptoportico di Velia

Pensavo proprio a Parmenide mentre, in una giornata uggiosa e minacciosa varcavo l’ingresso dell’area archeologica. Un’area che è scomoda da raggiungere, una cosa che bisogna volere fortemente, soprattutto ora che la strada principale è interrotta dai soliti lunghi lavori all’italiana. Ci arrivo da Paestum grazie ad una gita organizzata che colgo al volo.

Della città greca di un tempo, nella quale Parmenide aveva la sua scuola, alla quale si formarono altri filosofi,tra cui Zenone, rimane ben poco. Ma questo è normale, in una città che passò da essere magnogreca alla sfera d’influenza romana da un giorno all’altro. Come la vicina (si fa per dire) Poseidonia divenne Paestum, così Elea divenne Velia e, allo scoccare de I secolo d.C., si dotò di tutti gli edifici che rendono tale una città romana. Inizialmente Elea sorgeva sul mare. Col tempo l’area si interrò (e alla fine causò la crisi della città) e i Romani vi realizzarono una necropoli con grandi mausolei. Sono questi che ci danno il benvenuto, mentre percorriamo la strada basolata che conduce dentro la città.

Velia, il mosaico a soggetto marino sul pavimento di un ambiente delle terme romane

Velia, il mosaico a soggetto marino sul pavimento di un ambiente delle terme romane

Varcata la Porta Marina, un grande edificio, o ciò che resta di esso, doveva essere qualcosa di molto importante: il ritrovamento di un’erma, una testa di statua, raffigurante Parmenide, aveva fatto inizialmente credere che qui vi fosse la Scuola di filosofia creata dal Maestro. In realtà è un grande complesso di culto di età romana imperiale, di cui si fa fatica ad immaginare le proporzioni. Una gatta, Mirtilla, ci segue nella nostra passeggiata archeologica. Ci accompagna lungo il basolato fino alle terme romane, in posizione lievemente sopraelevata, con i suoi pavimenti decorati a mosaico. E proseguiamo, inerpicandoci su per la collina: sulla destra il santuario dedicato ad Asclepio, mentre ancora più in su, lungo questa scalinata lastricata incontriamo la Porta Rosa.

Velia, la Porta Rosa

Velia, la Porta Rosa

Non si può proseguire oltre. Ma tornando sui nostri passi ad un certo punto deviamo su un sentiero sterrato.

Ecco, qui la semplice visita archeologica ha qualcosa a che fare con l’esplorazione e con il viaggio d’avventura: il sentiero in salita è in terra battuta, e la pioggia ha scavato dei rivoletti in cui scorre l’acqua. A lato, una selva di rovi mi fa pensare che se lavorassi qui passerei l’estate a raccogliere more e a farne crostate e marmellate… alla fine della salita vengo distratta da ciò per cui valeva la pena salire fino qui: tra gli olivi si apre la cavea, la platea, di ciò che resta di un piccolo teatro alla greca, scavato nella parete della collina. Risalendo ulteriormente il pendio, arriviamo in prossimità del piccolissimo antiquarium, ma soprattutto del castello medievale che si installa sui resti, distrutti, spogliati, crollati, dell’antico tempio dell’Acropoli di Elea. E qui, da questo punto panoramico che spazia da un lato sul mare, dall’altro domina la città antica, vedo ancora meglio la continuità dei luoghi nel tempo. Da luogo di culto a posto di controllo e difesa del territorio.

È bellissimo stare quassù: non mi ero resa conto, impossibile, che il mare fosse così vicino, mentre la montagna, dietro le mie spalle, incombe.

Velia, il tempio dell'Acropoli

Velia, il tempio dell’Acropoli

Non vorrei più andare via, è in assoluto il posto più bello: quei blocchi di pietra che furono le fondazioni dell’antico tempio sono ancora lì a testimoniare di quanto la caparbietà dell’uomo abbia voluto costruire grandi opere in un’area impervia. Ne valeva certamente la pena. E se quei blocchi oggi sono ancora lì, vuol dire che gli Dei ai quali erano dedicati hanno apprezzato.

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