Il Paradiso a Firenze: il Grande Museo del Duomo

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La costruzione del Duomo di Firenze è un racconto corale

Il Paradiso era, a Firenze, il tratto di piazza compreso tra l’ingresso al Duomo, Santa Maria del Fiore, e il Battistero. Non a caso la porta del Battistero rivolta verso il Duomo si chiama proprio Porta del Paradiso. La costruzione di questo grandissimo complesso fu un’opera corale che coinvolse per più secoli tantissimi artisti e architetti. I loro nomi ci sono tutti noti: alcuni più famosi di altri, come Brunelleschi e Lorenzo Ghiberti, altri meno, ma tutti hanno contribuito in egual misura alla Fabbrica del Duomo.

A raccontarne la storia spettacolare in una maniera altrettanto spettacolare è oggi il Grande Museo del Duomo, riallestito recentemente sulle “ceneri” del Museo dell’Opera del Duomo e fulcro di un circuito museale che comprende anche la visita alla Cupola del Brunelleschi, al Battistero, al Campanile di Giotto e alla cripta di Santa Reparata, sotto il pavimento di Santa Maria del Fiore.

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Entrando in Paradiso

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Arnolfo di Cambio, la Madonna con gli occhi di vetro

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La Pietà di Michelangelo, dettaglio di Nicodemo, ritratto dell’artista

Il Paradiso è qui,  e noi vi siamo dentro: questa è la sensazione che si ha nella grande sala del Paradiso, che ci accoglie quasi all’inizio del percorso di visita: è riprodotta a grandezza naturale la facciata del Duomo di Firenze con le sculture (originali laddove possibile, copie negli altri casi) realizzate da Arnolfo di Cambio e altri artisti del suo calibro.

Ma le sorprese non finiscono qui, anzi sono appena cominciate. Svoltato l’angolo in due sale successive si incontrano due capisaldi della storia dell’arte italiana: la Maddalena Penitente di Donatello, scultura in legno di una crudezza sconcertante, e la Pietà di Michelangelo, nella quale si autoritrae lo stesso artista, ormai anziano, nella figura di Nicodemo che sostiene Gesù deposto dalla croce. Due opere così diverse, eppure entrambe intense e capaci davvero di commuovere.

Procedendo nella visita, arriviamo al Campanile di Giotto e al suo programma scultoreo: ciò che sul campanile si sviluppa in altezza, ovvero la disposizione di tutte le predelle raffiguranti le arti e le statue dei profeti a ricordarci a un tempo la grandezza della creatività umana e le virtù religiose dell’uomo, ci scorre qui davanti ai nostri occhi in orizzontale, passo dopo passo, così che finalmente abbiamo un’idea completa di tutto l’apparato iconografico del campanile. La scultura fu scelta all’epoca come mezzo comunicativo: e anche oggi ci racconta tantissimo, nelle predelle raffiguranti Eva che nasce dalla costola di Adamo, Orfeo che ammansisce le belve con la sua musica, lo scultore che dal marmo trae una statua.
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Nella sala attigua parliamo del grande capolavoro di ingegneria e architettura che è la cupola. Tra ricostruzioni della cupola, progetti di rivestimento del tamburo, macchinari edilizi dell’epoca, l’idea di essere sul cantiere della fabbrica del Duomo è quasi completa.

Proseguendo, va in scena la musica, con i Cori realizzati da Donatello e da Luca Della Robbia, ode a Dio come recitano i salmi, in una commistione di elementi decorativi classicheggianti e religiosi.

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La sala della cupola

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Il belvedere sul Paradiso

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E infine uscimmo a riveder la cupola

Si fatica un po’ per arrivarvi, ma verso la fine del percorso troviamo ben due, anzi tre punti panoramici. Uno dà sulla sala della Cupola, che vista dall’alto fa davvero un bell’effetto.

L’altro belvedere, il più suggestivo senz’altro, è quello che affaccia sulla Sala del Paradiso. Il senso di aria, di luce, di bello che si propaga da questa sala è tanto più evidente dall’alto, in quanto si percepisce tutta la visione d’insieme.

Infine, la terza vista panoramica è fuori, sulla terrazza, e affaccia, neanche a dirlo, sulla cupola del Duomo, quella vera. La visione, disturbata dai tetti degli edifici medievali qui davanti, dà quel senso di vista rubata e inconsueta che mi piace molto, che mi fa avere l’illusione, per un attimo, di poter godere di un qualcosa di unico, riservato a pochi. Un gioiello che potrei serbare solo per me, e che invece, anche questa volta, voglio condividere. Perché la bellezza è di tutti.

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