E tu, conosci davvero il tuo borgo natìo?

Questo post inizia dal titolo con una domanda un po’ provocatoria, ma di fatto vi racconta cosa ho scoperto oggi nel mio paese. Paese in cui ho vissuto si può dire per 30 anni, e nel quale torno saltuariamente, ormai. E che, forse proprio per questo, ho iniziato ad osservare con più attenzione. Non mi basta più percorrere quelle quattro strade consuete che percorrevo sempre, cerco qualcosa che stuzzichi la mia curiosità, e mi soffermo sui dettagli. Mi spingo oltre, ed è spingendomi oltre che ho scoperto davvero un borgo dentro al borgo, un angolo antico e, perché no, romantico, dietro San Bartolomeo.

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Premessa: San Bartolomeo al Mare è un paese a vocazione turistica: tre strade principali, la via Aurelia lungo la quale si dispone il paese; la Passeggiata a Mare, Lungomare delle Nazioni, una via pedonale su cui affacciano tutti gli hotel e che guarda sugli stabilimenti balneari e sulla spiaggia libera (e oggi sul porticciolo); la via, infine, che dal casello autostradale scende all’Aurelia. E ringraziamo il cielo che San Bartolomeo ha l’uscita dell’autostrada, perché altrimenti sarebbe nell’anonimato più totale, stretta com’è tra Cervo, borgo medievale tra i Più belli d’Italia, e Diano Marina, cittadina a vocazione turistica ultimamente molto “in”, molto piacevole sia d’estate che d’inverno.

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Descritta così, San Bartolomeo al Mare sembrerebbe un paese sorto apposta per il boom economico/edilizio/turistico dagli anni ’60 in avanti, eppure non è così. Perché San Bartolomeo è l’unione di due piccoli piccolissimi borghi, uno gravitante intorno ad un santuario, il santuario della Madonna della Rovere, che a sua volta sorge molto probabilmente su un luogo di culto pagano, e il borgo di San Bartolomeo, che sorge intorno alla chiesa parrocchiale di San Bartolomeo. Io ho sempre vissuto alla Rovere, per cui ho sempre esplorato poco il borgo di San Bartolomeo. Gravissimo errore.

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Dietro la chiesa di San Bartolomeo c’è una piazza, piazza Verdi, che è chiusa sul suo lato di fondo, da un palazzo con un portico. Ho sempre pensato, da piccola, che la piazza fosse chiusa lì. Non sapevo invece, che il portico proseguiva, da un lato e dall’altro, in una stradina. Ho sempre pensato che la piazza fosse come una quinta teatrale, che dietro non ci fosse niente; invece c’era un borgo del XV secolo che si conserva tutt’oggi, e che è abitato e vissuto, variamente, tutt’oggi.

Oggi mi sono spinta oltre, ho scoperto la stradina che passa dietro il piccolo borgo (perché di un piccolo piccolissimo borgo si tratta), sono discesa lungo il vicolo in pendenza che scende a Est, in direzione del torrente Steria, lungo la Via degli Orti. Qui, superata l’ultima casa, rigorosamente in pietra, rigorosamente addossata alla casa precedente, iniziano effettivamente gli orti, terrazzati. Su un lato della stradina, che ora diventa un sentiero, in un campo si trova un pozzo a bilanciere in muratura, apprestamento tipico degli orti liguri nei secoli passati, mentre dall’altra parte si trova un bellissimo, e ahimè abbandonato, frantoio ad acqua. Si può esplorare questo frantoio, visto che non è recintato sul lato della strada. D’altro canto le strutture sono ancora molto ben conservate, ed esplorarlo è un’esperienza incredibile di conoscenza: il frantoio ha sede in un edificio in mattoni; dietro la casa un pozzo, che inizialmente doveva essere anch’esso a bilanciere, forniva di acqua un beodo, cioè un canale artificiale di irrigazione, il quale però non serviva per irrigare, ma per alimentare un mulino ad acqua.
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Questo, col suo movimento, azionava tutti i marchingegni necessari all’azionamento del gumbo, ovvero del frantoio vero e proprio, con la pietra che, ruotando, produceva la prima spremitura dell’olio. Questo avveniva in un ambiente interno; il liquido passava poi in un ulteriore vasca circolare, esterna, dalla quale il liquido, ancora molto impuro, scorreva attraverso una piccola canaletta, in alcune successive vasche di decantazione, sempre più basse: le impurità ristagnavano sul fondo di ogni vasca, mentre l’olio più raffinato passava nella vasca successiva. Tutto questo complesso lavoro avveniva, ed è ricostruibile, in pochissimi metri quadri. Ed è un peccato che un impianto di questo tipo non venga recuperato, ripulito se non proprio musealizzato: è un aspetto della cultura materiale ligure che è bello conoscere e promuovere, è parte proprio del DNA dei liguri di queste parti.

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Torno sui miei passi, entusiasta della scoperta, e riprendo l’esplorazione. Questa volta vado verso Nord, verso il cavalcavia dell’autostrada, che passa qui vicino, esattamente dove finisce l’intervento dell’uomo e inizia un sentiero sporco che si inerpica nella boscaglia. Prima di raggiungere la boscaglia, però, incontro un amico, anzi due: l’asinello Pepe e la capretta Lola: vivono in un cortile che gode di una certa vista sulla vallata e che è cullato dal continuo passare delle auto e dei camion in autostrada: un incontro molto simpatico, e soprattutto inaspettato: perché tutto mi sarei aspettata, ma non di trovare la vecchia fattoria in piena San Bartolomeo al Mare.

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Io oggi ho scoperto qualcosa in più del mio paese natale, qualcosa che mai mi sarei aspettata. Pensavo di sapere tutto di San Bartolomeo al Mare, e invece no. E tu, conosci davvero il tuo borgo natìo?

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