Innamorarsi di Rodin a Roma: un “amore profondo come i sepolcri”

Oggi, 25 maggio 2014, chiude a Roma, alle Terme di Diocleziano, la mostra “Rodin. Il marmo. La vita“.

La cornice è senz’altro splendida e suggestiva, le Grandi Aule delle Terme di Diocleziano, straordinario complesso architettonico ancora in parte ben conservato, degli inizi del IV secolo d.C., in assoluto il più grande impianto termale mai realizzato dai Romani, che amavano le Terme e che negli ambienti e nelle piscine trascorrevano gran parte del loro tempo, intrattenendo relazioni sociali e curando oltre che il corpo, lo spirito.

Oggi le Terme di Diocleziano sono ancora un complesso monumentale impressionante ed ospitano il museo delle Terme di Diocleziano; ma esse erano davvero immense e col tempo sono state occupate in parte da differenti edifici e aree urbane: la basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri e il Chiostro Michelangiolesco sono solo due degli edifici che si impostano sull’area delle antiche Terme.

Ma veniamo a Rodin. Non mi capita spesso, ma questa volta l’ho fatto: ho visitato la mostra due volte. La prima ero da sola, poi sono tornata a casa estasiata ed entusiasta al punto da far dire a Lorenzo “voglio vederla anch’io”. E così ieri, quasi fuori tempo massimo, siamo scesi a Roma per condividere insieme l’esperienza di un artista le cui opere parlano, davvero!

Il Bacio, o Amore profondo come i sepolcri, Auguste Rodin

Il Bacio, o Amore profondo come i sepolcri, Auguste Rodin

A me almeno è successo così: la prima impressione che ho ricevuto trovandomi davanti, di botto, la grande scultura “Il Bacio” o “L’amore profondo come i sepolcri” è stata una botta totale al petto, come se qualcuno o qualcosa mi avesse colpito. Potentissima, vibrante, i due corpi che si baciano esprimono una passione dirompente, che personalmente mi ha trafitto. Cosa che non mi era mai successa. E cosa puramente soggettiva, perché a Lorenzo, per dire, non ha fatto assolutamente la stessa impressione. Ma andiamo avanti. La mostra, allestita come se fosse la bottega dello scultore, che infatti aveva organizzato una vera e propria bottega per far fronte alle committenze che gli arrivavano sempre più numerose negli anni tra il 1880 e il 1910 circa, e ben illuminata dal sole che filtra attraverso le grandi aperture nelle murature romane (le terme dovevano essere illuminate il più possibile, per questo avevano ampi finestroni le cui aperture nelle pareti in mattoni si sono conservate e sono sfruttate ancora oggi per la luce), racconta il percorso di Rodin scultore di marmo negli ultimi decenni dell’800, quando con le sue creazioni si discostava dall’Accademia che continuava a scolpire il nudo alla maniera classica, realizzando opere in cui il non-finito è la caratteristica principale. Il non-finito in Rodin è al tempo stesso una soluzione per creare figure intrappolate nella materia e per creare dei rilievi altamente pittorici. Il forte contrasto tra le superfici lisce, perfettamente levigate dei corpi umani con il blocco grezzo in cui si vede il segno dei chiodini e delle scalpellature tipiche dell’avanzamento del lavoro crea dei giochi che non sono solo di chiaroscuro, ma che nascondono anche dei significati. La “Mano di Dio” (al primo posto nelle preferenze di Lorenzo, al secondo nelle mie) è proprio altamente concettuale e ben esprime questo contrasto: da un blocco grezzo di marmo si alzano le due bellissime enormi mani di Dio che tengono una zolla di terra, ovvero di marmo non lavorato, dalla quale si stanno staccando Adamo ed Eva, non ancora del tutto liberi dalla materia.

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La mano di Dio, Auguste Rodin

In mostra tanti ritratti, busti e gruppi scultorei di piccole dimensioni. Solo due sono di grandi dimensioni, l’Arianna e l’Amore profondo come i sepolcri (preferisco chiamarlo così, piuttosto che semplicemente Il bacio, perché per me rende molto di più l’idea). Ma quest’ultimo da solo per me vale il prezzo del biglietto, e non a caso sono venuta due volte a vederlo. Ne abbiamo discusso a lungo io e Lorenzo, perché – ed è giusto che sia così – abbiamo avuto due percezioni totalmente opposte: laddove io mi sono davvero innamorata, trovando questa scultura di una potenza espressiva incredibile, lui al contrario l’ha trovata poco curata, abituato alla scultura di nudo classica e poi michelangiolesca e poi ancora di Canova, dove i corpi sono perfetti. É vero: i nudi di Rodin non sono perfetti, le muscolature non sono quelle cui ci ha abituato Fidia e il non-finito nel quale esse si fondono permette a Rodin di non seguire pedissequamente i canoni della bellezza classica e accademica. Cosa con cui, in effetti, Rodin si pone consapevolmente e volontariamente in contrasto.

La mostra oggi chiude. Rodin torna a casa e di una cosa sono certa: voglio approfondire questo scultore. Prossima volta che passo da Parigi il Museo Rodin sarà una tappa imprescindibile!

Chi di voi ha visitato questa mostra? Siete stati colpiti anche voi dalla potenza del Bacio o, come Lorenzo, preferite altri modi di scolpire la figura umana nel marmo?

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3 thoughts on “Innamorarsi di Rodin a Roma: un “amore profondo come i sepolcri”

  1. 3 volte al Museo Rodin vorranno pur dire qualcosa… Per me sono semplicemente vive. Quanto al resto… Bello, mi piace il nuovo tema, quasi mi pare di averlo già visto! ;-P

  2. Pingback: Baci (artistici) per San Valentino | Maraina in viaggio

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