Lewis Hine in mostra all’International Centre of Photography di New York

Lewis Hine, Power house mechanic working on steam pump, 1920

Ultimamente abbiamo visitato numerose mostre dedicate a fotografi di respiro internazionale, vere pietre miliari della storia e del presente della fotografia: in ordine sparso Salgado, McCurry, Doisneau, Cartier-Bresson… solo per citare i più noti anche al grande pubblico. Personalmente mi sto affacciando da poco alla storia della fotografia e ai suoi protagonisti, così quando a New York abbiamo visitato l’International Centre of Photography non conoscevo ancora Lewis Hine, al quale è dedicata una monografica che sarà visitabile fino a gennaio. Ebbene, è stato una rivelazione. Anzi, vi dirò che pochi come lui mi hanno colpito a tal punto da guardarmi poi intorno con un occhio diverso. Incredibile? No, e adesso vi spiego il perché.

Lewis Hine è fotografo attivo a New York nei primi decenni del ‘900, periodo di grandi cambiamenti per una città che già all’epoca è metropoli e che si trova a gestire problemi sociali di non poco conto, come lo sfruttamento del lavoro minorile e la forte immigrazione dall’Europa, e al tempo stesso comincia a cogliere la modernità nell’avvento delle macchine impiegate nell’industria  e nell’architettura, con la comparsa dei grandi grattacieli destinati a caratterizzare per sempre la sua immagine. Lewis Hine è testimone di tutti questi fenomeni del suo tempo. Ha uno spirito di osservazione e di attenzione ai disagi sociali e all’uomo che ne fa un pioniere: i suoi reportages sul lavoro minorile sono utilizzati all’epoca dalle associazioni di difesa dei diritti dei minori perché egli, con lo sguardo da documentarista, non si fa problemi a mostrare gli occhi stanchi della bimba che dovrebbe giocare con le bambole invece che stare in una filanda.

Una delle foto-simbolo di Hine sul lavoro minorile negli Stati Uniti.

Con lo stesso sguardo, che non dà giudizi, ma documenta e lascia a chi guarda il compito di giudicare, fotografa le condizioni degli emigranti che arrivavano a frotte dall’Italia, dalla Russia, dall’Europa in generale. I volti delle famiglie ritratte sono quasi inespressivi, sono stanchi, stremati dal viaggio e dai primi tempi di permanenza sul suolo americano. Né vanno meglio le condizioni di coloro che, ormai sistematisi a New York, passata la quarantena e il resto, vivono però in sistemazioni estremamente disagiate. Le foto di Hine, sia nel caso degli emigranti che dei bambini al lavoro, sono di denuncia sociale: si potrebbe dire che le sue foto siano uno strumento di lotta per i diritti civili in un momento in cui l’opinione pubblica aveva ben poca sensibilità verso questi temi e anzi andava educata in questo senso.

Animate da un diverso spirito sono le foto dedicate agli operai in fabbrica. Qui si celebra il lavoro dell’uomo che ha inventato le macchine e che usa le macchine a proprio vantaggio seguendo la scia inevitabile del progresso e della modernità che avanza. L’operaio è un eroe nel senso mitologico del termine, usa la forza fisica per piegare la macchina al suo volere e il tono della fotografia è epico, in quanto celebra l’epopea della modernità attraverso i suoi attori principali, gli operai che fanno funzionare le macchine. Una visione del lavoro che certo si fatica a immaginare per gli anni ’20 del Novecento.

Ma il lavoro di Hine che più ha colpito la mia immaginazione è la serie di foto realizzata per documentare la costruzione dell’Empire State Building. Di nuovo, l’interesse del fotografo è rivolto agli operai che si tendono dalle funi, che si arrampicano sulle impalcature, che avvitano bulloni in equilibrio precario. Eppure tutto assume un’aria epica, come se fosse naturale per questi eroi lavorare a centinaia di metri da terra come se niente fosse. Il fotografo passa il tempo con loro, e anche le pause diventano momenti da immortalare. Di nuovo, si celebra il lavoro dell’uomo che è artefice della modernità e protagonista assoluto. Bello, davvero bello, soprattutto se si pensa ai primi decenni del ‘900 e al ruolo delle classi sociali più basse nella società.

Lewis Hine, Icarus, 1931

Ora, la foto che tutti conoscono degli operai sospesi su una gru nella costruzione di un grattacielo, la famosa “Lunchtime atop a skyscraper” non è di Lewis Hine, perché l’edificio è diverso: è il GE Building, la torre del Rockfeller Center (qui ho recuperato la storia di questo scatto, interessantissima). Il nostro Hine dunque non ha realizzato lo scatto più famoso sul tema dei grandi lavori, ma ha contribuito a creare il genere, o forse l’ha creato egli stesso. Fatto sta che, uscita dall’International Centre of Photography, mi sono accorta di aver sviluppato una nuova sensibilità, una nuova curiosità: ho scoperto che mi attraggono i cantieri dei grattacieli di New York. Perché, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, a New York costruiscono grattacieli di continuo. E, oggi come ieri, ci sono gli operai, i Men at Work, che si sporgono dalle impalcature, legati a cavi d’acciaio, sicuramente in condizioni di sicurezza migliori che agli inizi del ‘900… ma la poesia, epica naturalmente, che dai loro movimenti si propaga è incredibile, l’emozione di poter vedere qualcosa che prende forma – e che forma! – sotto i nostri occhi! Proprio questa scena, davanti alla quale non avrei reagito allo stesso modo se non avessi visto le foto di Lewis Hine, l’abbiamo colta alla fine della High Line: questa sopraelevata termina proprio davanti ad un grande cantiere di grattacielo che oggi è in costruzione, ma domani sarà già tutto vetri e acciaio: e gli operai al lavoro fanno venire voglia di prendere la macchina fotografica e trasformarsi in novelli Lewis Hine. Con tutto il rispetto, naturalmente.

Men at Work su un grattacielo in costruzione a Manhattan. Ottobre 2013

Men at Work su un grattacielo in costruzione a Manhattan. Ottobre 2013

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2 thoughts on “Lewis Hine in mostra all’International Centre of Photography di New York

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