La Fotografia ai Musei in Comune a Roma: dove, cosa, come

Roma è decisamente la città d’Italia in cui il ruolo della fotografia come forma d’arte e d’espressione è sentito di più. Così accade che contemporaneamente in giro per la città ci siano anche 3 o 4 mostre dedicate a fotografi o a temi fotografici di un certo livello.

Io e Lorenzo siamo stati a Roma ormai 2 settimane fa, in tempo utile per visitare il World Press Photo, che ha chiuso i battenti il 26 maggio 2013, e con l’occasione abbiamo visto anche “Genesi” di Salgado all’Ara Pacis e “Helmut Newton. WWhite women / Sleepless nights / Big Nudes” al Palazzo delle Esposizioni. In più qualche giorno dopo, io da sola, ho approfittato di una pausa per visitare “T.R.I.P. Travel Routes in Photography” ai Mercati di Traiano. A questa serie già lunga di mostre fotografiche si andrebbero ad aggiungere ancora “Luigi Ghirri. Pensare per immagini” al MAXXI e “LIFE. I grandi fotografi” all’Auditorium Parco della Musica. Abbiamo saltato Ghirri e Life: del resto tutto non si può fare…

Africa, gli uomini Dinka partono con la mandria verso i grandi laghi e i canali alimentati dal Nilo nella stagione delle piogge. Sud Sudan 2006

La prima mostra che abbiamo affrontato è stata Genesi di Sebastião Salgado al Museo dell’Ara Pacis. Una riflessione per immagini sulla ricerca dello stato originale e incontaminato della natura, intesa come paesaggi e animali, ma anche come gruppi umani che ancora vivono mantenendo intatte tradizioni ancestrali che non sono state influenzate dai cosiddetti uomini civilizzati. Uomini, in sostanza, che vivono ancora allo stato di natura, sia esso in Amazzonia, in Africa, nella tundra siberiana o in Indonesia. Scopriamo gruppi umani dei quali ignoravamo l’esistenza, come quelli che si costruiscono le case sugli alberi o quelli, in Amazzonia, che si infilano nella carne sotto il labbro inferiore, un pezzo di corno, come se fosse una barba posticcia; in Etiopia le donne si infilano dei piattelli nel labbro inferiore – pratica che a noi occidentali fa impressione, ma della quale ci sfugge la logica e la motivazione – mentre in Siberia i ritmi della vita dei nomadi sono legati al pascolo delle mandrie di renne.

Quanto agli ambienti propriamente naturali, se sono spettacolari e da togliere il fiato le ampie distese delle montagne del NordAmerica, la galleria di foto più impressionante è quella dedicata agli animali del continente antartico: pinguini, albatri, foche sono i sovrani assoluti di questi territori aridi, freddi e inaffrontabili per l’uomo.

Genesi è la ricerca del mondo delle origini, come ha preso forma, come si è evoluto, come è esistito per millenni prima che la vita accelerasse i propri ritmi e iniziasse ad allontanarci dall’essenza della nostra natura. È un viaggio attraverso paesaggi terrestri e marini, alla scoperta di popolazioni e animali scampati all’abbraccio del mondo contemporaneo.” Così scrive Lélia Warnick Salgado, curatrice della mostra, riassumendo perfettamente le immagini di questo grande fotografo, poeta delle immagini.

colonia di albatri sopracciglio nero sulle Willis Islands. Georgia del Sud 2009

colonia di albatri sopracciglio nero sulle Willis Islands. Georgia del Sud 2009

Di tutt’altro genere la mostra fotografica che abbiamo visto a seguire, al Museo di Roma in Trastevere: World Press Photo. World Press Photo è la più prestigiosa competizione mondiale di fotogiornalismo. L’obiettivo del World Press Photo è “informare e ispirare una comprensione del mondo, sostenere e promuovere i più alti standard di fotogiornalismo e fotografia documentaria a livello mondiale”. L’immagine vincitrice del World Press Photo di quest’anno ha fatto il giro del mondo: scattata da Paul Hansen a Gaza ritrae i cadaveri di due bambini palestinesi, uccisi durante un raid aereo il 19.11.2012, portati dagli zii alla moschea per il funerale, tra la rabbia e il dolore di chi piange lo spargimento, come sempre, di sangue innocente.

La foto di Paul Hansen che ha vinto l’ultima edizione del World Press Photo

Le categorie premiate sono molte, così come differenti sono i soggetti scelti dai fotografi in giro per il mondo. Molto bella, perché poetica, nonostante il tema non lo sia per niente, la foto di Micah Albert che ritrae una donna seduta sui sacchetti della spazzatura della discarica di Dandora, fuori Nairobi, in Kenia, una delle più grandi dell’Africa. Questa donna, come molti che vivono qui, campa cercando nella spazzatura materiali e oggetti da rivendere, dando vita, o essendo schiavi, di una serie di attività illecite che non portano niente di buono, anzi. E l’immagine della donna che nel sudiciume più totale trova un libro e si ferma a leggerlo senz’altro colpisce e fa riflettere. Un’intera sezione è dedicata poi ai recenti scontri in Siria: attraverso immagini di feriti, di bambini che piangono e di adulti che si disperano per i loro morti viene raccontata la tragedia che si sta consumando oggi, giorno dopo giorno, sotto i nostri occhi incapaci di vedere.

Una rappresentazione della realtà che è totalmente opposta a quella di Salgado, eppure ugualmente reale.

La foto di Micah Albert: una donna legge un libro in una discarica vicino a Nairobi

Terza mostra fotografica della giornata, Helmut Newton al Palazzo delle Esposizioni. Qui, ammettiamo l’ignoranza, siamo rimasti lì per lì un po’ perplessi a vedere intere sale di fotografie che ritraggono nudi femminili. Ma la verità è che la fotografia di nudo, che oggi non ci dice niente, anzi, cui siamo talmente abituati per via del bombardamento mediatico continuo che subiamo, è stata inventata proprio da Newton il quale ha portato il nudo nell’estetica fashion “ottenendo immagini così provocatorie da rivoluzionare il concetto stesso di fotografia di moda, fino a farsi testimonianza della trasformazione del ruolo della donna nella società occidentale”. Si tratta di una triplice mostra, in quanto si fa riferimento a 3 distinti progetti di Newton, White women, Sleepless Nights e Big Nudes, con i quali il nudo è diventato un’icona nella fotografia di moda.

due celeberrimi scatti di Newton dalla sua raccolta Big Nudes

due celeberrimi scatti di Newton dalla sua raccolta Big Nudes

L'allestimento di "Baobab, Tree of Generation", all'interno di T.R.I.P. ai Mercati di Traiano

L’allestimento di “Baobab, Tree of Generation”, all’interno di T.R.I.P. ai Mercati di Traiano

Infine, ho visitato, nella splendida cornice dei Mercati di Traiano, “T.R.I.P., Travel Routes in Photography”, 4 fotografi con 4 progetti fotografici in qualche modo legati al viaggio e all’on the road. Il progetto della fotografa Elaine Ling, “Baobab, Tree of Generation”, fa una riflessione sul dialogo tra uomo e natura che parte dall’osservazione dei baobab, alberi miracolosi perché grandi, immensi, millenari, che sopravvivono nelle regioni più difficili da abitare del pianeta. Nelle grandi foto della Ling i baobab sono messi a confronto con gli uomini che abitano quelle stesse regioni e che nel baobab trovano anche una fonte di sostentamento: il rapporto tra uomo e natura non è mai stato così stretto.

Il progetto “Habana cruda” di Giancarlo Ceraudo mostra invece il lato di Cuba che i turisti non vedono, quello che racconta storie di gente comune che vive e che si trascina tra l’immagine di Cuba che viene trasmessa nel mondo e la Cuba reale, della vita quotidiana, aspetto che solitamente sfugge a chi non lo vuole vedere.

Torna anche ai Mercati di Traiano Cristina de Middel con “Afronauts”, che noi abbiamo già incontrato e apprezzato a Fotografia Europea 2013 a Reggio Emilia: si narra del bizzarro progetto dello Zambia di avviare una missione spaziale negli anni ’60, quando Stati Uniti e Russia facevano la corsa alla conquista dello spazio. Una storia di sogni che si scontrano con l’impossibilità, nel mondo reale, di poter anche solo pensare di andarci, nello spazio. Ne nascono immagini evocative, a metà strada tra reale e irreale, della preparazione ad un viaggio immaginato e immaginario, che si può soltanto sognare. Perché dentro ognuno di noi, in fondo, c’è o c’è stato un astronauta.

Infine l’ultimo progetto è quello di Simon Norfolk che, dopo aver ripreso le foto di fine Ottocento del fotografo inglese John Burke, che a seguito dell’esercito inglese si era recato in Afghanistan per documentare la seconda guerra Anglo-Afghana del 1876, torna in Afghanistan oggi e cerca una correlazione tra quelle immagini e queste di oggi, andando a guardare continuità e cambiamenti in una terra che continua ad essere devastata dalla guerra, a più riprese, da 130 anni a questa parte.

2 thoughts on “La Fotografia ai Musei in Comune a Roma: dove, cosa, come

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