Fotografia Europea 2013

Anche quest’anno siamo stati a Reggio Emilia per farci un po’ di cultura fotografica a Fotografia Europea 2013, una manifestazione, giunta alla sua 8° edizione, che dura tutto il mese di maggio e metà di giugno (fino al 16 giugno 2013) e che occupa alcuni degli edifici più importanti della città. Si tratta dunque di un percorso itinerante, a tappe, ciascuna delle quali ospita una o più mostre dedicate ad un fotografo specifico, o portfolio su determinati progetti. Le scelte espositive quest’anno sono state veicolate dal tema: “Cambiare – fotografia e responsabilità”, ovvero il fotografo testimone attivo, che utilizza la sua tecnica, la sua arte, il suo sguardo per lanciare un messaggio o per denunciare il cambiamento.

I chiostri di San Pietro, che fungono da biglietteria, i chiostri di San Domenico, la Biblioteca Panizzi, lo Spazio Gerra, la Sinagoga, la Galleria Parmeggiani sono solo alcune delle sedi della manifestazione, cui si aggiunge anche un circuito OFF, che si sviluppa in negozi, alberghi, ristoranti, e che contribuisce ad animare un centro urbano particolarmente attivo e reattivo ad eventi di questo tipo.

Tanti gli artisti, tante le mostre, impossibile raccontarvele tutte. Vi segnalo però quelle che più mi hanno colpito per la vicinanza con temi a me cari o per la tematica scelta in sé, o per la tecnica…

Comincio con Philippe Chancel che con la sua “Datazone” ci mostra alcune città del mondo nelle quali il cambiamento, o il suo contrario, è palpabile, ma non positivo. Naturalmente mi ha attratto perché tra i suoi soggetti ha inserito Dubai, città del cambiamento per eccellenza, dove la supermodernità a danno della tradizione e soprattutto la metropoli di grattacieli, vetro e acciaio che si fa strada nel deserto sono il simbolo della testardaggine dell’uomo che vuole conquistare, che vuole imprimere il suo segno sulla terra, una terra che non è più natura, ma che è un ostacolo da rimuovere per fare spazio al nuovo che avanza. Da contraltare alle foto di scheletri di grattacieli in mezzo al nulla o di strade costruite tra le dune fa una sezione della mostra dedicata ai volti anonimi degli operai degli Emirati. Perché non bisogna dimenticare che la grandezza di pochi si costruisce sulle spalle e col sudore di molti senza nome.

Philippe Chancel, “Datazone”, Emirates

Di tutt’altro genere, ma accanto a Philippe Chancel nella sede dei Chiostri di San Pietro è la mostra di Cristina De Middel, “The Afronauts” che racconta, attraverso un ben riuscito storytelling piuttosto ironico e con i toni dei b-movies anni ’60 la storia, incredibile ma vera, di un professore di scienze dello stato africano dello Zambia che desiderava inserirsi, nel 1964, nella rincorsa allo spazio all’epoca appannaggio esclusivo di Stati Uniti e Russia. Inutile dire che non se ne fece nulla, ma il sogno di quell’uomo e le prove che fece all’epoca, e che furono documentate, riunite insieme ci dicono che in fondo tutti noi esseri umani, da qualunque parte del mondo veniamo, abbiamo gli stessi sogni.

Cristina De Middel, “The Afronauts”

L’altra mostra interessante è quella di Thierry Cohen, “Darkened Cities” nella quale sono raggruppate alcune vedute di metropoli del mondo di notte, buie, che vengono illuminate da cieli particolarmente stellati: il concetto è quello di recuperare il cielo originale, quello che si potrebbe vedere nei deserti, spegnendo le megalopoli che invece soffrono di un inquinamento da illuminazione artificiale che annulla completamente le stelle del cielo.

Thierry Cohen, “Darkened cities”, San Francisco

Infine, segnalo la mostra di Sergey Shestakov, “Journey into the future”, che torna a riproporre il tema, da non dimenticare mai, delle disastrose conseguenze di Chernobyl dopo l’esplosione della centrale nucleare nel 1986. Immagini di quotidianità interrotte, e il titolo che riprende un libro per bambini, dal titolo, simbolico, “viaggio nel futuro”: un futuro in cui non c’è spazio per la speranza o per la ricostruzione, e con il dito puntato contro l’unico vero colpevole: l’uomo.

La fotografia può essere usata per documentare e denunciare, per far riflettere, per osservare: questo il messaggio di fondo di Fotografia Europea 2013. Ah dimenticavo: siamo a Reggio Emilia, e l’anno scorso, di questi tempi, l’Emilia Romagna era scossa dal terremoto; il pensiero, e anche alcuni lavori presentati, riflettono sulla vita che riprende dopo un disastro di questo tipo, cercando di far riflettere sul cambiamento, sulla necessità di rialzarsi e di reagire ad una situazione di forte disagio, come il post-terremoto ha comportato.

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2 thoughts on “Fotografia Europea 2013

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