McCurry. Viaggio intorno all’uomo. Ed è scoperta, vertigine, poesia, stupore, memoria.

Palazzo Ducale di Genova ospita fino al 24 febbraio 2012 la mostra McCurry. Viaggio intorno all’uomo, monografica sul fotografo più famoso del National Geographic, l’autore del famoso ritratto della ragazzina afgana che dal 1984 in avanti ha fatto il giro del mondo e che tutti almeno una volta nella vita hanno visto. Ma se quella foto è la più nota, tutte le altre fanno capire che non si è trattato di un caso.

Steve McCurry, Sharbat Gula, Peshawar 1984

Steve McCurry, il ritratto di Sharbat Gula, Peshawar 1984, esposto in mostra a Palazzo Ducale, Genova

Steve McCurry è fotografo di reportage. Nella sua lunga carriera di fotografo ha girato il mondo, viaggiato in ogni angolo del pianeta. Come dice lui stesso, nel viaggio ha trovato la sua dimensione.

Steve McCurry, un mago dell'etnìa nomade Rabari, Rajastan, in mostra a Palazzo Ducale, Genova

Steve McCurry, un mago dell’etnìa nomade Rabari, Rajastan, in mostra a Palazzo Ducale, Genova

Fotografo che ama il ritratto, attraverso di esso racconta storie. La prima sezione della mostra, Scoperta, è proprio incentrata sul ritratto. Scopriamo così che la ragazzina afgana, Sharbat Gula, che McCurry ritrasse a Peshawar, in Pakistan, per raccontare attraverso il suo sguardo spaventato l’orrore della deportazione del popolo afgano dei primi anni ‘80, è solo il volto più noto di un lavoro ventennale del fotografo che, ovunque va, lascia il segno e soprattutto trova segni: in India, ad esempio, è affascinato dai nomadi Rabari che vivono nel Rajastan, le cui abitudini e tradizioni stanno scomparendo, travolte dall’avanzare della modernità; così il mago nomade dalla barba arancione tinta con l’henné, e dall’aspetto maestoso e commovente, testimonia di un mondo che sta scomparendo, mentre un nomade Kuchi, pastore di cammelli, incontrato a Srinagar, capitale del Kashmir nel 1995, anch’egli con la barba arancione, sembra quasi un autoritratto di Van Gogh. Non esiste posto migliore dell’India, dice McCurry, per incontrare soggetti interessanti. Dietro ogni ritratto si nasconde una storia, che può essere commovente, bizzarra, divertente, tragica. Compito del fotografo è tirare fuori quella storia attraverso i gesti, lo sguardo, l’attimo che viene impresso per sempre nella pellicola fotografica.

Steve McCurry, Srinagar, Kashmir, 1995, un portatore di cammelli etnìa Kuchi

Steve McCurry, Srinagar, Kashmir, 1995, un portatore di cammelli, etnìa Kuchi, in mostra a Palazzo Ducale, Genova

Se la prima sezione della mostra è fatta di scoperta – scoperta dell’altro, scoperta del mondo, scoperta del bello – la seconda sezione ci sconvolge. Intitolata Vertigine, racchiude in una sola stanza tutto ciò che non vorremmo mai vedere, e intanto non possiamo far altro che restare a guardare: dall’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, che Steve McCurry per un fortuito caso riuscì a documentare, al disastro petrolifero della Guerra del Golfo, alla distruzione a seguito dello Tsunami in Giappone, il tutto corredato da immagini di bambini in armi di cui, i più eloquenti sono un bambino a Kabul nel 1985, armato di fucile e tenuto ben saldo da un adulto, e un altro bambino, in Perù, che piange disperato mentre si punta una pistola (finta, direi) alla tempia: in entrambi i casi una situazione agghiacciante. A concludere l’immagine meno violenta, più comune, se vogliamo, ma forse proprio per questo tragica, di una mamma con bambino che, a Delhi, chiedono l’elemosina al taxi di McCurry fermo al semaforo. E lui, in quell’immagine che scatta d’impulso, non può far altro che leggere la miseria della popolazione in contrasto con la sua presenza lì.

Steve McCurry, Yanesha, Perù, 2004

Steve McCurry, Yanesha, Perù, 2004

La sezione successiva ci distrae dagli orrori evocati dalle immagini di vertigine: siamo nella Poesia, poesia che è data dal saper cogliere il bello e il buono in scenette, scatti, situazioni. Moltissimi sono gli scatti, alcuni di una bellezza da lasciare a bocca aperta, alcuni evocativi, altri significativi perché raccontano una storia: come quella della locomotiva a vapore che passava davanti al Taj Mahal e che oggi non vi passa più, oppure come la foto scattata in Bangladesh sotto la pioggia nel 1983, dove il grigio intenso del cielo monsonico fa risaltare il verde dell’erba accanto alla ferrovia sulla quale marciano i personaggi ritratti.

Steve McCurry, Bangladesh 1983

Steve McCurry, Bangladesh 1983

La sezione Stupore propone invece scene inconsuete che come prima impressione suscitano un “ohibò!”, un mix di incredulità e di divertimento: alcuni scatti sono celebri, come il vecchino indiano che in un’inondazione aveva messo in salvo la sua unica fonte di reddito, una macchina da cucire, e che grazie a questa foto fu contattato dai produttori di quella macchina da cucire e aiutato a riprendere l’attività, oppure i pescatori che pescano sui trampoli a Weligama, nello Sri Lanka.

Weligama, Sri Lanka 1995

Ogni foto racconta una storia, che McCurry racconta con dovizia di particolari, come se fossimo tutti seduti con lui intorno ad un focolare. L’ultima sezione, Memoria, è un video, nel quale McCurry parla e attraverso la sua voce fa parlare le sue foto.

Se le fotografie sono bellissime, l’allestimento non è da meno (e soprattutto, cosa non scontata, si possono scattare foto): nella prima sezione i ritratti in grande formato sono alternati in corridoi neri semitrasparenti, attraverso i quali si vedono anche le fotografie nei corridoi circostanti, in un continuo rimando di sguardi e di persone; la sezione vertigine è un affastellarsi quasi eccessivo di foto di grande formato contro la parete, perché ovunque ti giri tu non possa trovare pace; la sezione Poesia invece offre tanti piccoli quadretti, come piccole foto di famiglia tratte dall’album dei ricordi; la sezione stupore, infine, vede tornare immagini di grande formato che questa volta sbucano da ogni dove, da sopra, da sotto, da destra, da sinistra, in un insieme disordinato che contribuisce a creare il senso di “ohibò!”.

L'allestimento della sezione "Scoperta" della mostra: i ritratti posti su piani sfalsati appaiono sullo sfondo in un continuo rimando di sguardi. Molto suggestivo

L’allestimento della sezione “Scoperta” della mostra: i ritratti posti su piani sfalsati appaiono sullo sfondo in un continuo rimando di sguardi. Molto suggestivo.

Colpisce, negli scatti di McCurry, il fatto che niente è scontato. Colpisce il fatto che è riuscito spesso a ottenere lo scatto perfetto senza l’ausilio del digitale, che fino a pochi anni fa, tutto sommato, non esisteva. Colpisce il fatto che non è mai banale, che un volto non è solo un volto, ma una storia, colpisce la presenza continua dell’uomo, nel bene e nel male. Colpisce che le sue immagini hanno avuto in qualche caso un impatto mediatico talmente forte da riuscire a cambiare il corso delle cose: è il caso che citavo del vecchio indiano con la macchina da cucire, ma anche il caso della stessa Sharbat Gula, l’icona per eccellenza di McCurry. Fotografata da bambina, nessuno fu più in grado di dire che fine avesse fatto, fino a quando nei primi anni 2000 McCurry non tornò a Peshawar: lì fece una vera e propria caccia al tesoro che alla fine lo portò da Sharbat Gula; e lei, invecchiata, sciupata perché la vita non le deve essere stata per niente facile, di nuovo si è fatta fotografare. Questa volta è stata aiutata, dice McCurry con orgoglio: in qualche caso un semplice scatto può cambiare la vita delle persone.

Anni dopo il primo scatto a Sharbat Gula, McCurry tornò a Peshawar a cercare quegli occhi. Qui la ritrovò, adulta, e poté ricostruirne la storia (fonte: National Geographic)

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