Viaggio in Perù: esploratori nell’antica terra Quechua – 27/08/2012

La vita segreta delle monache di Arequipa

Oggi dedicheremo tutta la giornata alla visita di Arequipa. Cominciamo dal suo monumento/complesso più importante e rappresentativo, il Monasterio de Santa Catalina. Fondato nel 1580, il convento di suore di clausura dedicato a S. Caterina da Siena è immenso e visitarlo richiede almeno un paio d’ore.

Uno dei chiostri del Monastero di Santa Catalina, Arequipa

Per evitare l’eventuale ressa dei turisti ci presentiamo appena dopo l’apertura e infatti, almeno per la prima parte, il monastero è tutto per noi. La visita consente di ammirare i chiostri e le celle, più simili ad abitazioni, delle suore. Le pareti esterne hanno colori vividi, rosso e blu, mentre tutto è costruito nella tipica pietra bianca vulcanica locale, il sillar. Tra chiostri, vie e celle, sembra di essere in una città nella città, e così doveva essere nei secoli scorsi. Nelle celle spesso è ricostruito l’arredamento e molto suggestive sono le cucine, dai caratteristici forni a cupola, le pareti annerite e il comignolo sul tetto. A proposito di cucine, molto grande era quella, ricavata in una cappella precedente, che al suo interno ospita anche un pozzo.

Una delle cucine delle celle nel monastero di Santa Catalina

Non mancano lanterne, pentole, paioli, bollitori e grattugie, per mostrare gli oggetti d’uso comune nella vita quotidiana delle consorelle. I chiostri hanno sempre le lunette tra le arcate affrescate: il Chiostro delle Novizie ha le litanie della Madonna, il Chiostro degli Aranci ha i pensieri di Sant’Ignazio de Loyola, il Chiostro Maggiore ha scene della vita di Cristo. Vi è anche una sezione a museo, dove sono accolte opere pittoriche a tema religioso dell’Escuela Cusqueña.

Il monastero ci piace molto; la visita, lasciata libera (si può anche prendere una guida), ci permette di curiosare in ogni cella e in ogni anfratto, di osservare i dettagli e di immaginare come potesse essere la vita all’epoca. Nel monastero vivono ancora le suore di clausura: è dunque un monumento che vive, con la doppia valenza, funzionale e di documento storico.

Una lanterna per fare luce nelle celle buie del monastero di Santa Catalina

All’ombra del vulcano

Usciti dal monastero ci rechiamo nella poco distante chiesa di S. Francisco, che all’esterno appare come un imponente edificio realizzato nella pietra bianca locale, il sillar. Entriamo durante la messa, proprio mentre, durante la predica, il sacerdote dice ai devoti di trattare con grazia e amore “los hermanos turistas”. E con questa benedizione proseguiamo il tour della città.

Arequipa si stende alle pendici dei vulcani Chacani e El Misti

Il traffico, per le strette vie del centro, è tremendo: un’infinità di taxi che suonano il clacson in continuo, che non si fermano mai alle strisce pedonali, ma che inevitabilmente si piantano ogni volta che il primo della fila si ferma per far salire dei passeggeri. Andiamo in Plaza de Armas, che brulica di gente, ragazze e mamme con bambini per la maggior parte: la piazza, e in generale la città, è molto vissuta dai suoi abitanti. Passeggiando sotto i portici, però, è un continuo dire “no gracias” alle continue offerte di bus, tour, escursioni, taxi, bar, ristoranti: è tanto l’affanno verso il turista. Entriamo invece in un mercatino di artigianato al quale si accede dai portici dove invece non c’è anima viva. Ed è un piacere rovistare tra le bancarelle di tessuti tipici, di lana di alpaca e di statuette di ceramica. Pranziamo in un locale nella via dietro la cattedrale, il Mixto’s, che ha una terrazza da cui si gode la vista sui vulcani Chacani e El Misti, dalle cime innevate. Qui proviamo il cheviche, pesce crudo marinato principalmente in abbondante limone.

Uno scorcio della cattedrale di Arequipa da Plaza de Armas

Trascorriamo il resto della giornata a zonzo. Visitiamo la cattedrale e il suo museo (10 soles più 5 di visita guidata obbligatoria a testa). La visita è interessante: la nostra guida in italiano, giovane carina e simpatica, ci illustra dapprima la cattedrale e i suoi elementi principali, come l’enorme organo belga che non fu possibile accordare per 150 anni perché era stato montato male, e le statue degli apostoli in legno, coperte di gesso bianco e laccate col miele a dare l’aspetto e la lucentezza del marmo, provenienti dall’Italia; ci mostra poi i pezzi salienti del museo, come un ostensorio in diamanti, un enorme ostensorio in oro e argento con pietre preziose, quindi gli abiti talari dei vescovi che si avvicendarono alla guida dell’arcidiocesi di Arequipa nell’800. Infine, la visita termina sul tetto della cattedrale, da cui si domina la vista sulla città e sui vulcani che la incorniciano, quindi passiamo sotto la grande campana di uno dei due campanili, che suona solo in occasioni speciali, come per la festa dell’Assunta, il 15 di agosto. Da qui si abbraccia con lo sguardo la sottostante Plaza de Armas, che appare ancora più brulicante di vita. La nostra guida per salire sul tetto – non più di 10 minuti al massimo – indossa il cappello. Le chiediamo se è davvero così forte il sole e lei sì, ci risponde, è tremendo, fa male alla pelle. Non ci rendiamo conto, ma qui siamo a 2300 m slm e il sole picchia molto forte.

la plaza de Armas di Arequipa

Il nostro pomeriggio prosegue con una sosta in un bar dove prendiamo una Inka Cola, una bibita gassata gialla molto dolce che sembra uno sciroppo per la tosse da bambini e che qui in Perù è più bevuta della coca cola. Concludiamo il pomeriggio con un ultimo passaggio in un mercatino artigianale, quindi andiamo a cena al ristorante El Viñedo, dove nuovamente prendo l’alpaca accompagnandola con una Cerveza Arequipeña.

Plaza de Armas all’imbrunire

Domani sveglia presto, si parte per Puno, sul lago Titicaca.

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