Non scambierei mai un gamberetto con una cavalletta, ma…

Premetto che quando vado in viaggio all’estero tendo a non mangiare mai Italiano, sia perché non voglio rischiare di mangiare pasta scotta o pizza gommosa – per quanto si potrebbe discutere sul fatto che può essere interessante vedere come all’estero la cucina italiana viene ricordata e interpretata – sia perché sono più interessata a conoscere e provare i piatti della cucina del Paese che mi ospita.
Oggi ho incrociato una foto instagram di Thelma Cesarano che ha per soggetto un bel banchino di streetfood a base di spiedini di insetti piuttosto grossi! Leggevo allora la conversazione che ne é nata, tra chi guardava disgustato ma divertito l’immagine e chi faceva notare, senza avere poi così torto, che noi mangiamo i gamberetti senza problemi, ma quanto orrore ci farebbe vedere un’aragosta sgambettare nel prato? Per non parlare delle lumache, aggiungo io, che nel prato ci stanno già…
Non ha poi tutti i torti: in fondo quello che noi mangiamo è frutto di una selezione culturale operata non solo dalle tradizioni locali di agricoltura, allevamento, caccia, pesca e raccolta, quindi dalla disponibilità di materie prime, ma anche condizionata dall’igiene e dal concetto religioso/morale del “non si mangia perché impuro” che dall’igiene comunque si origina. In effetti sarebbe interessante approfondire il rapporto cibo/cultura, e non é escluso che prima o poi lo farò.
In TV vediamo ogni tanto trasmissioni come “Orrori da gustare” che per una volta che ti parlano della cocacola fritta, altre 10 ti propinano insetti croccanti o viscidi molluschi. Ogni volta il presentatore, per poter mandar giù il boccone, fa un’operazione di astrazione da sé e dalla sua impostazione culturale e di tanto in tanto riesce anche a dire “buono” (bisogna diffidare invece quando dice “saporito” o quando si aggiunge un po’ di salsa piccante…). Una volta persino Alberto Angela ha parlato di una tribù della savana africana che prepara delle sorte di hamburger di moscerini approfittando della pesante migrazione di questi milioni di esserini neri e volanti che vengono a nidificare proprio in quella regione dell’Africa (Angela in quell’occasione magnificò – seppur con voce un po’  dubbiosa – la ricchezza di proteine di un piatto del genere).
Allora la domanda sorge spontanea: a fronte di questi piatti tipici “esotici”, che nascono dall’utilizzo di materie prime che la natura offre, né più né meno, come mi comporterei io se mi offrissero uno spiedino di millepiedi o un topo allo spiedo?
É proprio di questo che voglio parlare.
Fermo restando che negli ultimi anni ho ripreso a mangiare le lumache – anche se, devo dire, non mi fanno impazzire – e che sono attratta da prodotti esotici, sia frutta e verdura che carne (l’altra sera da Italo’s ad Andora sono impazzita per la grigliata mista con carne di facocero!), l’idea di poter mai assaggiare insetti non mi fa impazzire, anzi mi disgusta proprio! Però.. però il topo, o qualcosa di molto simile, l’ho mangiato. Giudicate voi stessi se non lo sembra:

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É il Porcellino d’India, in inglese Guinea Pig, in peruviano Cuy. É un tenerissimo roditore pelosissimo che in Perù viene allevato proprio per la sua carne: il cuy al horno é un piatto tipico dei villaggi intorno a Cusco, così come il cuy al palo, allo spiedo, lungo il Valle Sagrado. In realtà di carne non ne resta molta, una volta che viene scuoiato, e proprio l’aspetto da “nudo” lo fa sembrare più simile a un topo che altro.

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Ebbene sì, l’ho fatto. Ho mangiato il cuy. L’ho mangiato a Cusco, al ristorante Los Tomines, ma avrei potuto mangiarlo in molti altri ristoranti della città. Costa abbastanza – é un piatto prelibato da queste parti – e viene servito, e questo é l’aspetto raccapricciante della cosa – intero, spellato ma con la testa completa di orecchie e le zampine. Un misto di disgusto e pena appena ti viene servito. Ma poi lo assaggi, e scopri che é delizioso!
E proprio mentre lo mangiavo discutevo del fatto che se invece di avvicinarlo mentalmente a un topo lo avessi avvicinato ad un coniglio non avrei avuto proprio nessun senso – totalmente mentale, peraltro – di repulsione.
A questo punto ho un po’ di timori per il futuro, perché l’andazzo é questo: più che vado lontano, più che mi viene la tentazione di assaggiare cose strane (già! Sempre in Perù ho assaggiato la totora, il giunco che gli Uros, oltre a mangiare, usano per costruire le loro Islas Flotantes nel lago Titicaca!). Se vado avanti così rischierò davvero un giorno di trovarmi a scegliere tra un piatto di gamberetti e una grigliata di cavallette e prendere, consapevolmente, la seconda. In realtà, però, e lo dico con tutto il cuore, spero proprio che non succeda!

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5 thoughts on “Non scambierei mai un gamberetto con una cavalletta, ma…

  1. Pingback: Viaggio in Perù: esploratori nell’antica terra Quechua – 3/09/2012 « Viaggimarilore

  2. Da mia cognata ho mangiato qualche anno fa in Brasile (stato del Paranà) il “tatu galinha” in umido con manioca, ossia l’armadillo. Consiglio di provarlo, è veramente delizioso: il sapore è quello di pollo ruspante, ma più delicato.

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