Fotografia Europea 2012, a Reggio Emilia

Ieri, 2 giugno, approfittando del giorno di festa nazionale, io e Lorenzo siamo andati a Reggio Emilia a visitare la manifestazione “Fotografia Europea 2012”. Una serie di mostre fotografiche di grandi fotografi di ieri e di oggi dedicate all’Europa (intesa sia come soggetto che come patria degli autori), interpretata sotto più chiavi di lettura ricondotte sotto un unico ampio tema, Vita comune.

fotografia europea logo

La mostra, che sarà visitabile fino al 24 giugno, è dislocata in diverse sedi espositive, a partire dagli splendidi chiostri di San Pietro, ai Musei Civici, alla Sinagoga: evidente dunque l’intento di far dialogare le istituzioni già di per sé votate alla cultura con un evento innovativo; evidente l’intento di avvicinare i visitatori della mostra all’offerta culturale propria della città.

Non intendo fare una descrizione pedissequa delle singole mostre fotografiche. Segnalo solo quelle – ma sono comunque un buon numero – che io e Lorenzo abbiamo apprezzato di più.

Nei Chiostri di San Pietro la chiave di lettura affrontata è il cambiamento, ben descritto nella Russia degli anni 1990-2010 immortalata dagli scatti di Igor Mukhin, che va a cercare i contrasti nella popolazione dopo la caduta del Comunismo; ma non solo: attraverso la chiave di lettura dei luoghi comuni si possono leggere le belle e grandissime foto di Massimo Vitali che descrive quell’universo caotico e specchio della società dei consumi attuale che sono i bagnanti in spiaggia, qualunque spiaggia essa sia, in una luce abbacinante e resa ancora più luminosa dal plexiglas che fa da supporto all’immagine; la chiave di lettura dedicata alla partecipazione è un’interessante, perché documentaristica, successioni di immagini dedicate al fenomeno dell’immigrazione in Italia, intitolata Sguardi d’immigrazione.

Mukhin

Igor Mukhin, Moscow 2009

A Palazzo della Frumentaria è ospitata la mostra di IRWIN, NSK State in Time, collettivo artistico sloveno che vuole fondare un nuovo stato, uno stato di pensiero completo di passaporto ma privo di territorio, in quanto i suoi confini variano in relazione alla nazionalità (reale) dei suoi cittadini. Nasce nel momento della fine della Ex-Jugoslavia, oggi ambisce a “conquistare” il mondo, con una serie di manifesti pubblicati in varie lingue, per sensibilizzare artisti e non sulla necessità di elaborare un nuovo stato.

IRWIN

“was ist kunst”, IRWIN NSK State in time, Tbilisi 2007

Pierre Bourdieu, ospitato al I piano dei Musei Civici, è richiamato attraverso un suo lavoro degli anni del Colonialismo francese in Algeria, dal titolo “In Algeria. Testimonianze dello sradicamento”. Bourdieu è un antropologo che usa la fotografia non come espressione artistica ma come strumento di documentazione del reale. Il suo lavoro mostra la società algerina mentre subisce un processo di sradicamento dalle proprie tradizioni irreversibile nel suo svolgersi, voluto e prodotto da un potere centrale, quello francese, che certo non si faceva problemi a distruggere, invece che salvaguardare, l’identità nazionale di un popolo sottomesso.

Philip Townsend è il fotografo che negli anni ’60 documenta con i suoi scattila SwingingLondon, la Londra dei Beatles e dei Rolling Stones: una Londra dorata, la capitale più alla moda del momento; ben altro soggetto è invece quello di Lisetta Carmi, che negli stessi anni andava per Genova fotografando, dunque documentando ma senza denunciare, il mondo, tutt’altro che dorato, anzi piuttosto oscuro dei travestiti dei vicoli; o quello di Anders Petersen, che immortala gli avventori di un bar di Amburgo, specchio di un’umanità derelitta in un luogo malfamato, altro che le luci della ribalta di cantanti e modelle della capitale britannica degli stessi anni. Sguardi diversi, occhi diversi su mondi diversi eppure contemporanei: il contrasto stride, ma al tempo stesso contribuisce a costruire un’immagine più completa della società di quegli anni. In entrambi i casi è storia.

Mi piace segnalare – perché diverso, perché innovativo, anche se dalla fotografia si passa direttamente all’arte contemporanea – il lavoro di Marco Bolognesi, per la sezione Differentemente, dal titolo “Humanescape”: figure femminili gigantesche che non si riconoscono in nulla di ciò che le circonda: una sorta di paesaggio interiore in cui il corpo femminile rappresenta il singolo individuo e il mondo è realizzato come tanti piccoli automi e giocattoli. Il titolo Humanescape gioca sulla doppia traduzione come paesaggio umano oppure fuga dell’uomo. Di grande impatto visivo. E di stimolo a riflettere sul contemporaneo.

humanescape

Marco Bolognesi, Humanescape

Altra mostra che dà da riflettere, nella splendida sede della Sinagoga, è “Urban changing” del fotografo tedesco Peter Bialobrzesky, il quale ha scelto come soggetto di interesse le grandi metropoli in espansione dell’Asia e in particolare del SudEst Asiatico: ciò che più lo affascina, e al tempo stesso lo spaventa, è l’architettura globale e ormai globalizzata che si sta sostituendo e sta divorando le pratiche urbane locali. Così le sue immagini ritraggono grattacieli accanto a cadenti strutture abitative, quasi effimere, spesso in stato di demolizione avanzata. Città, poi metropoli, poi megalopoli, poi addirittura megatropoli, neologismo che rende l’idea della crescita snaturata, di questi dinosauri di acciaio e cemento che sembrano quasi assumere vita propria, mentre le piccolissime, minuscole figure umane presenti sono sovrastate senza pietà, e si muovono in questo spazio uniformato. Nonostante l’aspetto delle foto, che mostrano paesaggi illuminati, quasi irreali, l’effetto documentaristico è elevato e riuscito, dato che lo sguardo si posa su eterni cantieri in costruzione e in espansione: e le immagini di Dubai del 2004 e del 2006 sono ancora più eclatanti in tal senso per me e Lorenzo che siamo stati a Dubai lo scorso febbraio, e che abbiamo visto  un panorama urbano diverso da quello fotografato da Bialobrzesky (compreso il Burj Khalifa che all’epoca non era ancora neanche stato progettato).

Bialobrzesky

Peter Bialobrzesky, Dubai 2004

Ma il pezzo forte di tutta la manifestazione è, secondo l’unanime parere mio e di Lorenzo, la mostra “Des Européens” di Henry Cartier-Bresson: fotografo di fama internazionale, tanto che a Torino è tuttora in corso una mostra, negli anni ’50 realizza una serie di viaggi per l’Europa che lo portano alla realizzazione di una raccolta di scatti che ritraggono l’Europa, i suoi paesaggi e i suoi abitanti; un ritratto intenso del Vecchio Continente nel Dopoguerra e nei decenni successivi. Henry Cartier-Bresson colpisce anche chi non lo conosce per il suo sguardo non comune, per la sua attenzione ai dettagli e all’armonia delle linee. Le sue foto, apparentemente spontanee, sono in realtà il frutto di un attento studio delle situazioni, dei giochi di luce, dei contrasti fisici e concettuali. Dimostra un certo senso dell’umorismo nel saper cogliere determinati attimi, come lo splendido scatto, ad Atene, con due vecchie signore che passano sotto un palazzo decorato con due cariatidi; ma anche sa cogliere lo spirito dei luoghi, come il lavoro dei pescatori sulla spiaggia a Nazaré, in Estremadura, Portogallo (località citata, peraltro, anche da José Saramago nel suo Viaggio in Portogallo).

cartier-bresson

Henry Cartier-Bresson, Berlino 1962

“Fotografia Europea” si compone ancora di altre mostre e di altri eventi collaterali in giro per Reggio Emilia per tutta la durata della manifestazione. Ciò che posso dire, da inesperta di fotografia quale sono, è che la fotografia, oltre ad essere e prima che essere espressione artistica, ha una forte valenza documentaria e documentaristica. E quando esigenza documentaristica ed estro artistico si incontrano prendono vita immagini che hanno un significato che va oltre la semplice immagine; alcune foto sono già portatrici di significato di per se stesse, altre acquistano un senso solo in relazione con altre foto, diventando elementi di una composizione, parole di un discorso. Così la semplice fotografia che ritrae una turista sulla Piazza Rossa a Mosca, catturata dall’obiettivo di Igor Mukhin, che di per sé è semplicemente un bello scatto, acquista ulteriore significato se messa in relazione con tutte le altre fotografie dello stesso autore che insieme ritraggono i cambiamenti della società russa nei 20 anni che seguono la caduta del Comunismo.

Questa mostra, se percorsa con l’attenzione che merita, trasmette molto, non solo sulla fotografia e sui fotografi, ma anche sul mondo che ci circonda, sulla sua complessità e sugli sguardi che possiamo posare su di essa. Un messaggio implicito è l’invito ad osservare il presente, a scattare a nostra volta fotografie che siano ragionate, non fatte tanto per fare (cosa che avviene sempre più spesso nella nostra società delle immagini e che social network come instagram stanno esasperando). I fotografi in mostra ci invitano a guardare per vedere, a riflettere su ciò che vediamo e sulle nostre esperienze, a imporre un nostro sguardo particolare sulle cose e sulle vite che ci circondano. E dato che questo è un blog di viaggi, non può mancare una riflessione sull’uso della fotografia in viaggio: come documento, ma anche come strumento di riflessione e attraverso di essa di incontro e di approfondimento dell’altro. Allora la fotografia non sarà solo un supporto ai nostri ricordi quando saremo rientrati a casa, ma sarà anche uno strumento di studio, di ragionamento, di conoscenza. E sarà quello che, ancora una volta, potrà farci fare lo scatto interiore da turisti a viaggiatori.

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