Enrico Brizzi, Nessuno lo saprà

VIAGGIO A PIEDI DALL’ARGENTARIO AL CONERO recita il sottotitolo, riassumendo tutto l’itinerario che il protagonista con gli accompagnatori che via via si alternano segue da una costa all’altra dell’Italia. Tutto il racconto è occupato dal viaggio, dall’accurata descrizione dei luoghi, dei percorsi, dei dettagli della vita da campeggio. La descrizione è così viva e minuziosa, gli episodi narrati e gli incontri così reali, da dare a tutta la narrazione un’aria più che autobiografica. Efficacissima l’impostazione alla II persona singolare: tu che leggi sei per forza di cose trascinato dentro, sin da quel “Ma” che è la prima parola dell’incipit e che ti trascina dentro con forza, e ora sei tu che arranchi in salita, tu che muori di sete, tu che senti sulle ginocchia tutta la fatica, tu che studi la kompass per orientarti e per capire quale sentiero dovrai seguire. Il viaggio nella natura è occasione di riflessione per tutti i protagonisti: per l’autore, che vuole compiere tutt’intera quest’impresa titanica, questa fatica di Ercole, per sentirsi pronto, a 30 anni, ad affrontare la sua nuova vita di marito e padre; il fratello, un giovane precario dell’Università, un dottorato in storia con un ruolo però rassicurante, comprensivo, da fratello, insomma; poi c’è il Viet, l’anima pazza di quest’avventura, con una personalità ingarbugliata e che non passa sicuramente inosservata; quindi Galerio, con i piedi più per terra, che media tra la pazzia del Viet e il rigido “Duri alla meta” dell’autore. E infine l’entusiasta Leo, un soggetto che per estrazione sociale è quanto di più diverso e lontano ci possa essere dal nostro gruppo di camminatori (o forse no), ma che in questo microcosmo che è la discesa a piedi dall’Appennino verso l’Adriatico gioca l’importante ruolo di “tenere alto il morale delle truppe”.

Scritto benissimo, scorrevole e incalzante nonostante l’intreccio non sia di quelli che ingenerano suspence. Nessuno lo saprà, letto in questo momento, all’inizio della primavera, quando le giornate si allungano, il clima migliora e le temperature si alzano, fa decisamente venire voglia di indossare gli scarponi da trekking, prendere e partire: non importa attraversare l’Appennino, compiere chissà quale impresa: anche un sentiero di tre ore che porta ad un laghetto o a qualche pieve nascosta tra i boschi o ad un pascolo di montagna.

Traspare da questo racconto un amore incondizionato per il territorio. Territorio che non è solo natura incontaminata, ma è anche cultura. Cultura contadina, cultura dei piccoli borghi dell’Appennino ancora miracolosamente tagliati fuori dal traffico delle grandi arterie di circolazione che attraversano la penisola. Non è un caso se l’asfalto è quanto di peggio ci possa essere per chi ama camminare a lungo. Importante l’osservazione che l’autore fa mentre transitano sull’antica Via Francigena, che se un tempo era poco più di un sentiero selciato, oggi soffoca sotto un potente strato di cemento.

Un aspetto su cui insiste l’autore è la fatica fisica perché, perdonatemi il gioco di parole, affrontare una camminata di questo tipo non è una passeggiata. Non sono dei supereroi, i ragazzi di cui seguiamo il percorso, ma sono ragazzi di 30 anni come me, come te, che sanno di compiere una traversata difficile, che si definiscono “i Pionieri della Strada dei Due Mari”, e che ci credono fino in fondo e portano il loro proposito avanti con forza e determinazione. Forza, determinazione, coraggio, curiosità, fermezza: tutti caratteri e sentimenti da viaggiatori, da esploratori, con la remota speranza che quest’impresa sia come un’iniziazione, un rito di passaggio per consentire loro di tuffarsi nell’età adulta e nelle responsabilità che essa comporta.

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