AUSTRALIA: IN LUNA DI MIELE DALL’ALTRA PARTE DEL MONDO – 20/10/11

Heron Island, l’isola degli uccelli

Macché! Ci alziamo alle 3.15 AM per andare in aeroporto in tempo utile per prendere l’aereo per Bissane e da qui a Gladstone. Tempo coperto ovunque. A Gladstone ci imbachiamo su un catamarano che in 2 ore ci porta a Heron Island. Sono le 2 ore più lunghe della nostra vita: il catamarano balla, salta sulle onde di un mare che così non l’avevo visto mai. Impossibile non soffrire il mal di mare, tra onde così alte che schiaffeggiano la barca, scrosci di pioggia che ogni tanto arrivano tanto per rallegrare gli animi e un continuo vai e vieni di pacchettini per il vomito. Riesco a resistere solo perché mi aggrappo con tutta me stessa al documentario in DVD sulla barriera corallina che viene trasmesso con l’evidente scopo di distrarre. Quando finalmente sbarchiamo ad Heron Island piove, fa freddo, siamo tutti verdi dalla nausea. Non era così che mi ero immaginata l’arrivo su un’isola tropicale.

heron island

L'approdo a Heron Island

Comunque ci accolgono, ci fanno pranzare, ci assegnano il bungalow (che è privo di chiavi, per gli oggetti di valore rivolgersi alla reception) quindi la nostra permanenza sull’isola può dirsi cominciata. E noi cominciamo.

Il tempo è quello che è, c’è vento e pioviggina, cosa che non ci si aspetterebbe da un’isola che fa parte di Capricornia, la regione così chiamata perché sta sul Tropico del Capricorno. Così, tra le attività proposte dal Resort, partecipiamo al Bird Walk, una passeggiata alla scoperta degli uccelli che popolano l’isola. Heron Island è infatti famosa, o famigerata a seconda dei punti di vista, per l’abbondante presenza di uccelli: il ristorante è una voliera, nel senso che i clienti del resort mangiano dentro la voliera, per evitare di essere disturbati dagli uccelli. Sull’isola è un continuo gracchiare di gabbiani e di sterne. Una di queste sterne, il black noody, è particolarmente diffuso sull’isola: sono a migliaia e particolarmente attivi in questo periodo, perché stanno costruendo i nidi. Piccoli, neri con la testa bianca, il becco nero lungo e sottile, i piedi palmati, colano bassi senza preoccuparsi degli umani che intralciano loro il passo. E soprattutto riempiono l’isola – e gli umani di passaggio – dei loro escrementi. Tutto sommato però son simpatici, a differenza del muttonbird, o shearwater, un altro uccello marino il cui nido è una tana scavata parecchio in profondità, che sta a pescare tutto il giorno sull’oceano, dopodiché a notte torna al nido, e intona il suo straziante lamento, un mix tra un ululato lamentoso e il pianto di un neonato. Lo shearwater (nome scientifico: puffinus pacificus) c’è ma non si vede, la notte intona concerti da film dell’orrore: devi sperare di addormentarti prima che lui torni al suo nido. Sull’isola ci sono poi i gabbiani, antipatici qui come in ogni parte del mondo, e striduli per poter competere col continuo verso del black noody. Altri uccelli sono le sterne, grigio-cianche col ciuffo in testa nero, i martin pescatore, pochissimi esemplari bellissimi, 2 aquile di mare, maestose dalle ali nere e la testa e la pancia bianche. Il premio simpatia lo vincono però delle piccole gallinelle che razzolano tranquille, anche tra i tavoli del ristorante, senza fare rumore e senza lanciare escrementi al loro passaggio, discrete. Il bird walk risulta una passeggiata interessante, sotto la guida di una ragazza dello staff del resort. Al termine di essa sappiamo riconoscere i vari abitanti alati di quest’isola, e conosciamo le loro abitudini.

black noody

un esemplare di black noody vola lungo il bagnasciuga a Shark Bay, Heron Island

Romantica passeggiata sulla spiaggia corallina…

Decidiamo ora di fare una bella passeggiata sulla spiaggia di quest’isoletta, il cui perimetro sarà 1,5 km: c’è vento e fa freddo per potersi stendere a prendere che il sole (che non c’è), ma una bella camminata a piedi nudi sulla spiaggia non ce la neghiamo. La sabbia di Heron Island è tutta interamente costituita da corallo disfatto. È un’isola corallina, nel senso che è a tutti gli effetti l’estremità più alta della barriera, che ormai non viene più coperta dalla marea. Non è quindi un’isola continentale, se scavamo una buca nel centro dell’isola non troviamo terra, ma ancora formazioni coralline ormai, ovviamente, morte. Il vento, il mare, gli agenti atmosferici, gli uccelli di passaggio portano col tempo (migliaia di anni) semi che riescono comunque ad attecchire e a dare vita alla foresta di pisoniae nel centro dell’isola, al pandanus, una grossa palma che produce frutti che da lontano sembrano ananas ma che non hanno niente a che vedere e che ha tutta una serie di radici aeree che partono dal tronco per sostenerlo nel terreno instabile e sabbioso, e di casuarina equisitifolia, che sorge più vicina alla riva. Le piante fanno fotosintesi, perdono le foglie, producono humus, ospitano gli uccelli sempre più numerosi che nidificano, mentre attivano le tartarughe che hanno scelto quest’isola e la vicina Wilson Island, per deporre le loro uova.

heron island

La spiaggia è un continuo veder conchiglie e coralli più o meno grandi, più o meno elaborati, a seconda di cosa si deposita giorno dopo giorno con la marea. Li guardiamo entusiasti, questi coralli, ormai ridotti a fossile di ciò che erano un tempo: organismi viventi senza i quali la barriera non esisterebbe, veri protagonisti di un ecosistema quanto mai vario com’è quello, appunto, della barriera corallina, che coinvolge non solo coralli e spugne, ma invertebrati, alghe, pesci, granchi, fino alle razze, agli squali e alle tartarughe marine. Ci limitiamo a guardare ciò che la spiaggia offre: Heron Island è parco nazionale, per cui nulla può essere portato via. Vi immaginate se da un’isola corallina ogni ospite del Resort infilasse in valigia 1, 2, 3 souvenirs di questo tipo? Scomparirebbe la spiaggia! Lasciamo questi gioielli naturali al loro posto e continuiamo il periplo dell’isola.

un bellissimo corallo sulla spiaggia di Heron Island. Da ammirare, e posare dove si è raccolto

All’imboccatura del porto un relitto della II Guerra Mondiale – che non è naufragato qui, ma c’è stato portato dal fondatore del Resort – ha il compito di contrastare in parte la marea, per tenere pulito l’accesso all’imbarco, e contribuisce a creare un’immagine romantica, anche se finta, della nave senza tempo arenata su un’isola senza tempo, che non può più fare ritorno al proprio porto. La passeggiata sulla spiaggia è molto bella, l’acqua è di un colore incredibile, un azzurro che fa luce anche quando è nuvolo. In lontananza si vedono le onde del mare aperto che si frangono sulla barriera, come se fosse già essa la terraferma. È già ora di cena: andiamo a mangiare nella voliera: stasera cena a buffet che accompagneremo con un vino bianco neozelandese che troviamo ottimo, il Kapuka Sauvignon, profumato e incantevole. Dopo cena il cielo coperto non ci consente di vedere le stelle. Pazienza. Andiamo nella nostra casetta. Il canto dei Black Noody si è parzialmente attenuato, ma siamo già a letto quando sentiamo l’ululato lamentoso, continuo, senza fine, dello shearwater. Come un uccello possa emettere questi versi è un mistero. Ma siamo stanchi. Lo straziante canto dello shearwater ci fa da ninnananna. A domani. E speriamo faccia bello.

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