AUSTRALIA: IN LUNA DI MIELE DALL’ALTRA PARTE DEL MONDO – 19/10/11

Cape Tribulation, che tribulation!

Missione odierna è un’escursione a Cape Tribulation, splendida spiaggia che prende il nome da una vicenda che interessò il Capitano Cook nel 1770. non credo anzi di sbagliare se dico che è uno dei primi toponimi che furono assegnati all’Australia e che furono segnati sulle carte geografiche. Dopo aver lasciato Botany Bay, dove più tardi sarebbe sorta Sydney, Cook per continuare l’esplorazione del continente appena scoperto, fece rotta con la sua nave, l’Endeavour, verso Nord. Giunto in prossimità di quello che sarebbe diventato Cape Tribulation, la nave si incagliò nella barriera corallina e subì parecchi danni. Per riuscire a ripararla, Cook e il suo equipaggio dovettero risalire il corso del vicino fiume Daintree e dopo un lungo periodo di tribolazioni qui, finalmente, poterono ripartire. Dalle tribolazioni di Cook venne il nome Cape Tribulation. E, considerata la giornata che ci aspetta, mai nome fu più azzeccato.

Per quest’escursione abbiamo la guida in italiano: è Giuseppe, per gli anglosassoni Joe, che ci viene a prendere in hotel alle 7.20 del mattino. A fare la gita siamo 3 coppie di italiani, una delle quali soggiorna nella bella località balneare di Palm Cove, e 2 coppie di inglesi che recuperiamo a Port Douglas. Il povero Joe, che somiglia in modo imbarazzante a Mel Brooks, si deve così barcamenare tra le spiegazioni in italiano e in inglese. Intanto piove, e parecchio. Noi arriviamo alla prima tappa, il Mossmann Gorge, che dovrebbe essere una bella passeggiata nella foresta pluviale, fino ad arrivare ad un bel laghetto che si apre tra la vegetazione lussureggiante dove, volendo, si potrebbe anche fare il bagno. Uso il condizionale perché in realtà quando scendiamo dal pulmino sta già piovendo. Cerchiamo di ironizzare: cosa c’è di meglio di vedere la foresta pluviale sotto la pioggia? Il problema è che la pioggia diventa uno scroscio incredibile e incessante. Joe non si ferma. Ci deve portare fino al laghetto a qualunque costo. E intanto noi ormai siamo zuppi completi. La mia macchina fotografica prende il raffreddore e si rifiuta di funzionare per il resto della giornata. La comitiva di italiani è incazzata nera, io piango la mia fotocamera. Durata di questa tappa: 5 minuti. Un vero peccato, perché la foresta, così intricata e verde, varrebbe la pena di un’osservazione più entusiasta, e il Mossman Gorge dev’essere bellissimo, dietro il muro d’acqua che ci prendiamo tutto sulla testa.

…e piove…

La tappa successiva è una gita in battello lungo il Daintree River. Siamo all’interno del Daintree National Park, un’immensa area di foresta pluviale, la più antica del mondo, dove vive ancora libero il casuario, che solo qui ormai trova l’unica pianta di cui lui si ciba – ma che per noi è tossica – la cassowary plant. Il Daintree River, che attraversa la foresta, ha le rive popolate da mangrovie che affondano direttamente in acqua le loro radici, e da coccodrilli. Oggi, però, che il fiume è già ingrossato dalle abbondanti piogge di ieri e di oggi, non si vedranno molti coccodrilli. E infatti ne vediamo uno solo. Ma non importa (almeno a me e a Lorenzo che abbiamo già incontrato i coccodrilli al Kakadu), perché la foresta di mangrovie è qualcosa di bello, imponente, verde, vitale. Stiamo un’ora in battello sotto la pioggia più o meno forte, a guardare la natura che si riprende dalla stagione secca che sta evidentemente finendo. Vediamo anche un serpentello, piccolo piccolo giallo e verde che si confonde tra i rami di mangrovia. Un vero peccato questa pioggia.

coccodrillo daintree river

Un coccodrillo sulla riva del Daintree River

Il pranzo a Heritage Lodge, parecchio oltre il Daintree River. Il fiume non ha ponti che lo attraversino: c’è una chiatta che a avanti e indietro da una sponda all’altra.  È su questa che il pulmino sale, pronto a riprendere la corsa dentro la Deintree Forest. Qui la strada si fa tortuosa: passiamo dentro la foresta più intricata, la patria del casuario, e in effetti la strada è costellata da segnali stradali che avvertono dell’attraversamento di casuari. Lo stesso Joe/Giuseppe ci dice di tenere pronta la fotocamera, perché è molto probabile vederne uno. Ma andiamo talmente veloce con questo pulmino che è impossibile individuarne. E infatti niente casuari. Prima di arrivare all’Heritage Lodge la foresta si apre in una radura, occupata da una grande piantagione di tè: è il Daintree Tea, un tè interamente australiano, coltivato in un’area che climaticamente è perfetta, grazie al clima e alle piogge abbondanti.

Finalmente, dopo alcune curve, arriviamo all’Heritage Lodge, dove pranziamo immersi nella foresta pluviale. Talmente immersi che, di ritorno da una brevissima escursione lungo un sentiero in mezzo alla vegetazione fino al creek che scorre qui, Lorenzo si ritrova una sanguisuga attaccata al pollice: più immersi nella natura di così! Niente panico: per toglierla, visto che è agganciata con i suoi minuscoli dentini che iniettano un anestetico, basta gettarci sopra un po’ di sale; lei si risente, molla la presa sulla pelle, e può essere scacciata via senza problemi. Joe mi mostra la Cycas più vecchia d’Australia: un fossile vivente che deve avere 3000 anni, mi dice, considerato che è molto alta, e che le cycas – piante antichissime, relitti dell’epoca dei dinosauri – crescono di 1 cm l’anno.

Daintree National Park

Un tratto di foresta pluviale nel Daintree National Park

…e piove…

Nel pomeriggio ricominciamo la folle corsa del pulmino sotto la pioggia lungo la strada tortuosa della foresta: ancora i segnali di attraversamento casuari, fino a Cape Tribulation. Qui si consuma la tragedia. Perché a Cape Tribulation stiamo solo 3 minuti. Il tempo di scendere dal pulmino e si riversa sulle nostre teste il diluvio universale. Cape Tribulation è una bella spiaggia su cui si affaccia la foresta. Col sole dev’essere bellissima, ma ora non riusciamo a cogliere nulla di diverso dal senso di Tribulation che provò il Capitano Cook. E allora niente passeggiata sulla spiaggia, solo una corsa al pulmino per cercare riparo dall’ennesimo scroscio contro cui l’ombrello non può nulla. Non ci si può fare niente. Il tempo atmosferico è questo, c’è poco da fare. E riprendiamo la via, questa volta per il ritorno. Ripercorriamo a ritroso la foresta e le curve, le strade dissestate, i creeks ormai in piena per le troppe piogge, capiamo finalmente cosa vuol dire esattamente quel cartello “flooding road” che si incontra ogni tanto: non pioveva così tanto per due giorni di fila a metà ottobre da 47 anni, ci assicurano. Son soddisfazioni! Avrei preferito non entrare nel Guinness dei Primati e godermi meglio la giornata, ma pazienza!

L’ultima tappa, oltre ad un lookout sulla foce del Daintree River che oggi con la nebbia perde il suo fascino, è il Discovery Centre. È una sorta di TreeTopWalk nella foresta pluviale con tanto di torre centrale che ad ogni piano illustra quali uccelli abitano a quel livello della foresta. Ma di nuovo, o meglio, ancora, piove, quindi uccelli non se ne vedono. C’è la foresta, con tutto il suo fascino di vegetazione incontaminata ma, anche se riconosciamo che è bellissimo (il Discovery Centre non ricostruisce la foresta pluviale, ma vi è realizzato all’interno), tuttavia non riusciamo ad entusiasmarci, perché la pioggia che abbiamo preso tutto il giorno è veramente troppa. Peccato.

Il viaggio di ritorno è lungo, e sotto una pioggia incessante. Di nuovo attraversiamo sulla chiatta il Daintree River e poi via, verso Port Douglas, Palm Cove e infine Cairns. Torniamo in hotel dopo le 6.30 PM. Joe/Giuseppe ci consiglia, se non vogliamo prendere altra pioggia andando in centro, di andare accanto all’hotel, da Charlie: prezzo modico (26 Aud) e cena a buffet. Consigliabile un brodino calo, anche se in realtà mangio tutt’altro. E domani si parte per Heron Island, sulla barriera corallina: tempo, ti prego, migliora!

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