AUSTRALIA: IN LUNA DI MIELE DALL’ALTRA PARTE DEL MONDO – 14/10/11

La nostra Parigi-Dakar…

Oggi la nostra jeep, la nostra Toyota Prado, dovrà dare prova di tutte le sue doti: affronteremo infatti quella lunga arteria sterrata che è la Meerenie Loop, un percorso lungo 125 km nel deserto rosso. Per poter percorrere la strada, che attraversa una terra aborigena, occorre un permesso che costa 5,50 euro e che si acquista al General Store del Kings Canyon Resort – che costituisce l’ultima forma di abitato umano che incontreremo per le prossime ore. In realtà nessuno ci chiede di mostrare il permesso, ma è molto probabile che se per caso un ranger che passa lungo la Meerenie Loop Road ti trova sprovvisto, possano esserci dei problemi.

Meerenie Loop Road

La Meerenie Loop Road

Comunque, senza altri indugi, si parte! 125 km di sterrato più i seguenti 100 (forse?) che scopriamo esserci alla fine della strada, non sono uno scherzo: la strada è comunque sconnessa in qualche punto, spesso in corrispondenza di qualche creek – ora asciutto – dove si avvalla fortemente; a volte si allarga, a volte si restringe, ai lati è piuttosto scoscesa: non è facile tenere la sinistra, anche se la tentazione di stare in mezzo alla carreggiata c’è: non passa anima viva, incrociamo solo 3 auto nel tratto finale. La strada è stupenda. Da quando sale i primi e unici tornanti per posizionarsi sull’altipiano è un continuo mutamento del paesaggio. Di uguale resta lei, la strada rossa, la polvere che si solleva dietro, la superficie irregolare per noi abituati all’asfalto liscio, ma che qui sarebbe come un’enorme ferita in questo immenso e sublime territorio. Il paesaggio è a tratti piatto, a tratti brullo, a tratti bruciato dai fuochi controllati dagli aborigeni, il popolo degli Arrernte, che ha la gestione di queste terre. È interessante notare anzi come, ora che finalmente è stata riconosciuta agli Aborigeni la proprietà tradizionale dei loro antichi territori, si sia creata una sinergia tra Stato – lo stato dei bianchi, per capirci – e la comunità aborigena per la gestione e il rispetto degli ampi parchi nazionali. Il paesaggio poi ogni tanto si popola di qualche rilievo più o meno pronunciato all’orizzonte, poi più vicino, di nuovo più lontano. La strada ci conduce sempre oltre. Non ci sono molti punti dove sostare, giusto uno all’inizio, che fa da punto panoramico e al massimo due o tre più avanti; non si può campeggiare ovviamente anche perché qui, oltre a tutto il resto, vivono i dingo, che anche se sembrano dei docili cagnolini, in realtà sono né più né meno che lupi, ovvero cani selvatici che cacciano in gruppo, aggressivi per natura; e anche perché è pericolosissimo accendere fuochi in un’area in cui tutto va a fuoco per un niente: i fuochi aborigeni servono per pulire il bush in funzione preventiva, per evitare che esso vada a fuoco da sé.

meerenie loop road

La bianca missione di Hermannsburg

La Meerenie Loop Road è parte della più lunga Larapinta Drive, che conduce fino ad Alice Springs. La strada continua sterrata ancora per un po’, con nostro profondo disappunto (anche perché sì, bello, divertente lo sterrato, ma dopo un po’ … un bel gioco dura poco!), ma poi la Larapinta Drive diventa asfaltata, anche perché siamo nei pressi del primo centro abitato di queste parti: Hermannsburg. Poco prima di Hermannsburg la segnaletica indica la casa di Albert Namatjira, un artista aborigeno, il primo che raggiunse l “successo” nell’Australia della prima metà del ‘900, che fece riflettere sulle potenzialità dell’arte aborigena ma che, accettato lui solo in una società che invece non accettava li altri aborigeni, compresi i suoi figli, finì in miseria i suoi giorni. Non ci fermiamo a visitare la sua casa-museo, ma andiamo a Hermannsburg, dove egli nacque e trascorse la sua giovinezza.

Hermannsburg oggi è un centro abitato esclusivamente, per quanto mi è stato dato di vedere, da aborigeni. Ma inizialmente fu una missione, fondata da un pastore luterano tedesco che portò agli aborigeni del territorio il Cristianesimo, la scuola, l’idea occidentale di civiltà. Oggi un atteggiamento del genere sarebbe sbagliato ed esecrabile, ma nel 1878 c’era ancora l’idea di redimere il buon selvaggio e di “civilizzarlo”. La missione di Hermannsburg oggi è un sito storico nazionale, Hermannsburg Historic Precinct, gestito dagli Aborigeni figli dei figli degli educandi nella missione, all’interno del Finke National Park. Decidiamo di visitarla e vediamo come era organizzata una missione che ebbe continuità di vita dagli anni 70 dell’800 fino alla prima metà del ‘900, con alterne vicende.

Hermannsburg

La missione di Hermannsburg

Fulcro del sito è la chiesina bianca, posta al centro, così semplice da essere il ricordo tipico che si porta via da questo luogo. Si può entrare negli altri edifici che facevano parte della missione, e che furono costruiti e ricostruiti per tutto il periodo di attività di questo luogo tranquillo nel deserto, in mezzo agli eucalipti. Di alcuni ambienti, come l’officina del fabbro, che è l’edificio originale più antico, del 1882, sono ricostruiti e riarredati gli interni. L’abitazione del pastore capo della missione è arredata con suppellettili d’epoca e ospita inoltre un piccolo museo sulla storia della missione e sulla sensibilità del pastore di capire l’importanza della lingua aborigena e del suo mantenimento, facendo tradurre la Bibbia in aborigeno, invece di costringere gli aborigeni ad abbandonarla. Di fatto, la lingua del popolo Arrernte, cui gli aborigeni di Hermannsburg appartengono, è una delle poche che è riuscita a sopravvivere e che è stata recuperata pressoché per intero. Il museo ospita anche una galleria ‘arte aborigena e una sala da tè che pare essere molto rinomata (forse perché è l’unica nel raggio di centinaia di km?!). Nell’area si trovano poi altri edifici, la scuola, la macelleria, le abitazioni… Il tempo si è fermato, qui. Tutto è silenzio, e profumo di eucalipto.

Riprendiamo la Larapinta Drive che è mezzogiorno; la strada per Alice Sprins è ancora lunga, e attraversa ancora il deserto, che ora è più vaio, solcato da parecchi creek, ora asciutti, circondato da rilievi più o meno pronunciati e, man mano che ci si avvicina, popolato da una foresta di eucalipti che prendono il posto del bush bruciato che ci ha fatto compagnia sin qui. Arriviamo ad Alice Springs alle 2 PM, in tempo utile per il check-in all’Aurora Resort, un bell’hotel con un’oasi verde al suo interno che contrasta piacevolmente col deserto circostante.

Dal deserto vero al Desert Pak

Non ci fermiamo: andiamo al Desert Park, una sorta di zoo circoscritto alla fauna del deserto, che del deserto – nelle sue differenti sezioni, i creeks, il deserto vero e proprio e la foresta “secca” – riproduce l’ambiente naturale; si ha quasi l’impressione di camminare davvero nel deserto in cui ci troviamo da due giorni, senza però il pericolo di incrociare un dingo o un serpente velenoso. Il percorso alterna dunque sentieri nell’ambiente naturale ricostruito a voolier4e per ammirare gli uccelli – tantissimi e molto belli, alcuni dei portentosi cantanti – a un ternario per gli animali notturni e i rettili – alcuni dei quali assurdi, come il Thorny Devil – mentre tra i mammiferi vediamo il Mala (l’animale-totem che dà il nome e il mito al Mala Walk di Uluru), una via di mezzo tra un grosso topo e un wallaby – infine al recinto in cui, se si è fortunati come lo siamo stati noi si passa così vicino ai canguri da poterli quasi toccare (cosa che non si fa!). Il Desert Park ci regala così un bel pomeriggio interessante e piacevole, quello che ci voleva dopo la corsa in macchina di stamani.

desert park

Canguri al Desert Park

Rientriamo ad Alice Springs alle 6 PM, e i negozi sono già tutti chiusi! Facciamo comunque un giro quantomeno nel mall, il centro dello shopping cittadino, il corso principale: tutto sommato la cittadina è gradevole, si vede lo sforzo per rendere abitabile e piacevolmente turistico un centro che è sul Tropico del Capricorno nel centro del deserto e nel centro geografico dell’Australia.

A cena canguro nel ristorante dell’hotel che è anche ristorante di richiamo della città, l’Ochre. Qui scopriamo che di notte la città si popola di scarafaggi di ogni forma e dimensione per cui subito dopo cena, complice anche la stanchezza accumulata, filiamo in hotel, e buonanotte!

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