AUSTRALIA: IN LUNA DI MIELE DALL’ALTRA PARTE DEL MONDO – 13/10/11

L’alba su Uluru

Quando arriviamo all’area panoramica per vedere l’ala su Uluru c’è già una discreta folla già piazzata e armata di fotocamera. Fa freddino, com’è giusto che sia nel deserto, di cui è nota la notevole escursione termica. La luna sta tramontando dietro i lontani monti Kata Tjuta, ma già albeggia. E quando finalmente sorge il sole Uluru si colora del suo bel rosso fiammante. L’alba è un attimo, di nuovo, poi, come per il tramonto, la folla si disperde. Anche noi risaliamo in macchina perché vogliamo percorrere tutto il perimetro del monolito prima di andare via. Ciò che non abbiamo potuto completare a piedi lo facciamo ora a bordo della jeep. Percorriamo l’intero giro intorno a quest’enorme roccia tutta uguale eppure sempre diversa. È affascinante l’idea che per ogni spaccatura, ogni anfratto, ogni irregolarità della superficie rocciosa esista un mito che ne spiega l’origine. Sono tutti miti che hanno come fine l’insegnamento del Tiukjurpa, la legge fondamentale del popolo Anangu, un codice fatto di leggi di natura che se vengono infrante sono fatali. Così spesso i miti non hanno lieto fine, perché i protagonisti, siano essi animali o uomini, infrangono per negligenza, per stupidità o per cattiveria la legge, con esiti catastrofici. Abbandoniamo definitivamente, con questo giro panoramico, Uluru.

uluru at the sunrise

L'alba su Uluru

La nostra jeep, orgogliosamente targata Outback, ci porta lungo la Lasseter Highway  e devia lungo Luritja Road, per un totale di 320 km circa di strada asfaltata in mezzo al deserto. Piatto. Sempre uguale. Terra rossa, arbusti bassi, numerosi – effettivamente – alberi, qualche raro rilievo all’orizzonte, come il M.te Conner, una montagna dalla cima piatta che si può fotografare da un apposito lookout lungo la Lasseter Highway. Il paesaggio si vivacizza man mano che ci si avvicina a Kings Canyon, nell’ultimo tratto della Luritja Road. Qui aumentano i rilievi, colline, altipiani, e la terra rossa si colora del nero della cenere. Gli aborigeni conducono da sempre in queste zone la loro opera  di fuochi controllati per evitare che la boscaglia di spinnifex e acacie prenda fuoco da sola, con le temperature mostruose che raggiunge il deserto in estate. Il risultato è: terra rossa e nera, tronchi di alberi bruciati, ma erba verde che rinasce dalle ceneri. Il sapere aborigeno conosce il modo per far rifiorire il deserto. Qui siamo in effetti in territorio tradizionale aborigeno: già ieri sera al Resort di Ayers Rock abbiamo avuto il nostro primo fugace incontro con aborigeni che risiedono lì: facevano tranquillamente la spesa al supermarket e sedevano fuori, per terra a gambe incrociate, gente che è stata costretta ad accettare modi di vita “civili” ma che, se potesse, tornerebbe di corsa al “Tempo del sogno”.

Dopo circa 3 ore di macchina, incontrando ben pochi altri automezzi lungo il percorso, arriviamo al Kins Canyon Resort. Qui pranziamo, compriamo un cappellino che ci sarà estremamente utile nell’escursione pomeridiana, quindi check-in e poi, alle 2.30 PM, ci rimettiamo in macchina per Kings Canyon, fiore all’occhiello del Watarka National Pak e altra meta da non perdere qui nel Red Center.

Esploratori sul tetto del mondo

Il Kings Canyon è, lo dice il nome, una spettacolare catena montuosa attraversata in un tratto da un fiumiciattolo, il Kings Creek, che ha scavato tutto un percorso e ha creato una gola tra le rocce. Questo, unito alla forte erosione subita dalla roccia, cosiddetta Sandstone Meerenie, ha creato pareti scoscese, guglie e pinnacoli di roccia rossa. Esistono vari percorsi per esplorare il Canyon; noi scegliamo il Kings Canyon Rim Walk, un percorso piuttosto lungo, 3,5 ore circa, che scala il Kings Canyon, regala vedute panoramiche da urlo, scende verso il Garden of Eden, l’oasi creaa da Kings Creek, e infine ridiscende ai piedi della formazione rocciosa, completando una sorta di percorso semicircolare intorno, e sopra, alla gola.

kings canyon

La vista mozzafiato dall'alto del Kings Canyon

Il percorso inizia con una salita ripidissima: una scalinata ricavata nella roccia, fatta di gradini irregolari che va su, sempre più su. Si fa una certa fatica e il fiatone è immenso quando si arriva in cima, se come noi non si è allenati. Ma da lassù… che vista! Si domina il panorama sconfinato del deserto, mentre scopriamo che anche qua in cima crescono alberi e cespugli di spinnifex, che offrono riparo a lucertolone e forse anche a gonne e a tanti e vari uccelli, il più curioso dei quali è il piccione crestato, un piccione selvatico che ha colori splendidi sul grigio-marrone e una curiosa crestina sulla testa da cui il nome. Ogni tanto si aprono sul percorso punti panoramici tanto belli quanto pericolosi, visto che ovviamente non ci sono parapetti. Ma tenendosi a debita distanza si riesce ugualmente a vedere l’altra parete del Canyon e tutta la vista.

kings canyon

Il percorso ad un certo punto, dopo essere passato da Lilliput, la città perduta, il cui nome è dovuto alle numerose creste coniche risparmiate dall’erosione millenaria e che sembrano disposte ad arte, quasi fossero tante capanne di una città dimenticata, arriva sul limitare del canyon, dove esso è tagliato dal corso del Kings Creek. È questo il giardino dell’Eden, un’oasi con cycas e palme, eucalipti, una vegetazione rigogliosa che si accalca intorno all’unica polla d’acqua di tutto il canyon. Più in là infatti il torrente è asciutto. Si può scegliere di scendere fino a riva, per vedere da vicino la vegetazione lussureggiante, oppure di continuare il percorso sulla cima del canyon, dall’altra parte del torrente.

kings canyon

Il Giardino dell'Eden, l'"oasi" di verde intorno alla sorgente del Kings Creek

Quassù tira un vento piuttosto forte che, anche se mi fa volare il cappello, comunque ci procura due indubbi vantaggi: innanzitutto non ci fa avvertire tutto il calore dei 37° di temperatura odierna, sotto il sole cocente, e in secondo luogo, ma non meno importante, tiene lontane le fastidiosissime mosche. Intorno a noi incontriamo guglie e pinnacoli di roccia rossa, i saliscendi su improvvisati gradini naturali, le vedute panoramiche sull’altro lato del canyon, gli arbusti di spinnifex e gli alberi bruciati dal sole, tronchi neri ormai morti, che restano come scheletri a caratterizzare questo sublime paesaggio. Impieghiamo 2 ore e mezzo a compiere l’intero percorso, senza andare di fretta, anzi, fermandoci di tanto in tanto a fare foto, a osservare, a imprimere bene nella memoria le fenditure della roccia, i colori, i suoni – il canto degli uccelli e il vigore del vento – e per placare, naturalmente, la sete: portarsi 3 bottigliette d’acqua è stato fondamentale, senza saremmo stati solo degli stupidi imprudenti.

Torniamo al Resort rinunciando alla vista panoramica del Kings Canyon al tramonto: averlo scalato è stata sicuramente un’esperienza più interessante. Il tempo di una doccia e si va a cena al BBQ del Resort, dove un improbabile duo musicale intrattiene gli avventori tra canzoni e coinvolgimenti del pubblico. Mangiamo salsiccia di emù questa sera, e beviamo birra australiana nell’adiacente bar che ha un nome significativo: “The thirsty dingo”: da queste parti i dingo ci sono, e tutta una serie di cartelli suggerisce cosa fare per evitali, dato che sono feroci e mortalmente pericolosi. Al BBQ troviamo un bel numero di coppiette in luna di miele che percorrono, con qualche variante, magari, il nostro giro.

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