AUSTRALIA: IN LUNA DI MIELE DALL’ALTRA PARTE DEL MONDO – 07/10/11

Great Ocean Road, lungo la via del surf

Per andare all’aeroporto dalla Central Station percorriamo a ritroso i passi compiuti il primo giorno all’arrivo: prendiamo l’airport train che dopo 15 minuti circa ci lascia al terminal “Domestic” destinato ai voli interni. In Australia, almeno per i voli interni, il check-in si fa da sé, dalla stampa della carta d’imbarco fino alla spedizione della valigia: in fondo si tratta di attaccare alla valigia quella lunga striscia con indicata la destinazione. Non saremo tranquilli finché non la rivedremo a Melbourne sul nastro trasportatore. Il volo dura un’ora e mezzo, non c’è fuso orario da Sydney a Melbourne, recuperiamo senza intoppi e con un sospiro di sollievo le valigie, ma qui una nuova sfida ci attende: il noleggio dell’auto alla Hertz e la guida a sinistra in autostrada, tanto per cominciare in allegria. Ci viene data una bellissima Toyota Camrey Alise, modello superelegante di berlina che in Italia non esiste, ma che qui ha successo dato che il 90% delle auto che si vede in giro è una berlina. Il pilota nei prossimi giorni sarà Lorenzo, che guiderà lungo la Great Ocean Road, da qui a Melbourne, quindi a Ballarat e di nuovo nel traffico di Melbourne, prima di rientrare alla Hertz. Alcuni momenti di tensione dovuti alla prima volta col cambio automatico, quindi all’ingresso in autostrada e all’iniziale difficoltà ad abituarsi alla guida a sinistra, dopodiché via, si imposta il navigatore, verso Torquay, capitale del surf e si fa vela verso la costa.

Chissà che mi aspettavo di vedere a Torquay: una località di mare, ristorantini di pesce e una passeggiata lungo la spiaggia? Oh no, non c’è niente di tutto ciò: una strada su cui si affacciano da un lato e dall’altro piccole casette prefabbricate indipendenti che costituiscono altrettanti negozi per il surf; la spiaggia è lontana, l’oceano non si vede, niente fa pensare di essere in un centro cittadino, tranne un McDonald e il Torquay Visitors Centre. Ci rechiamo qui: non siamo tipi da surf, siamo piuttosto tipi da museo. E infatti visitiamo il museo del Surf! Forse un po’ troppo costoso (10 aud sono effettivamente tanti…), questo simpatico museo fa piuttosto la storia di Bell’s Beach, la spiaggia che da quasi un secolo attrae surfisti da tutto il mondo (nonché quella dov’è girata la scena finale del film Point Break) e dei surfisti che di anno in anno hanno vinto l’annuale gara di surf, le tavole da surf vincitrici delle gare e una sezione che mostra l’evoluzione della tavola, da quella semplice in legno a quella ultra sofisticata, attuale in poliuretano e vetroresina. Si scopre così che il surf l’hanno inventato gli abitanti delle isole Samoa chissà quante migliaia di anni fa, ma è solo nel 1900 che si comincia a praticarlo in California e dopo pochi anni arriva in Australia. Da qui è un crescendo, e Bell’s Beach, e con essa Torquay, vede formarsi un turismo legato al surf, e la sua fama cresce anno dopo anno. Oggi però siamo ancora all’inizio della primavera, fa freddo e la giornata non invoglia certo a scendere in acqua. C’è poca gente, infatti, e se non vogliamo saltare il pranzo, l’unico posto aperto sembra essere il McDonald. Qui due vecchine di 80 anni che a stento riescono a camminare e che erano qui quando il surf è arrivato, si mangiano beate una fettona di torta, e mi strappano un sorriso.

museo del surf torquay

L'allestimento del Museo del Surf a Torquay

Ci mettiamo in marcia, la Great Ocean Road ci attende. La strada è bellissima, a tratti segue la costa, a tratti rientra, ad Anglesea ci delizia della vista di un canguro che bruca nel giardino di una casa che dà sulla strada. Dopo Anglesea iniziano le spiagge e i punti panoramici da cui vedere la costa. Sono pochi i temerari che si azzardano a cavalcare l’onda. Le onde, poi, non sono quelle ideali per fare surf: troppo blande, troppo poche. Ci fermiamo ogni tanto ad ammirare la costa, che è piuttosto frastagliata, un susseguirsi di spiagge più o meno ampie, di calette, di scogliere, di “cliffs”, le scogliere a picco sul mare, mentre sul lato interno della strada incombono già i boschi di eucalipti, le colline, i “creeks” che si scavano la via fino al mare. Si vede che questa strada è frequentata da turisti, e turisti stranieri: ad ogni immissione da una piazzola panoramica, delle frecce direzionali sull’asfalto indicano in quale corsia bisogna guidare, e il cartello “Drive on left in Australia” non lascia dubbi al riguardo. Dopo un lungo tratto di strada, e numerose soste fotografiche, giungiamo a Lorne. Questa località di mare posta lungo la Great Ocean Road, ridente d’estate, non lo è altrettanto d’inverno. Oggi per esempio, quando arriviamo noi, col cielo plumbeo che minaccia pioggia, Lorne sembra più una stazione sciistica anni ’70 che una località balneare. In questo clima freddo e invernale mi stupisce e non poco veder volare sopra le nostre teste alcuni kakatua bianchi con la cresta gialla, che si vanno ad aggiungere ai pappagallini rossi che abbiamo incrociato più volte lungo la via. Devo rivedere la mia concezione di uccello tropicale, evidentemente. Gli uccelli qui in Australia sono tantissimi, nei centri abitati se ne vedono molti di più e di molte più specie rispetto all’Italia: tolti i piccioni, i gabbiani e qualche passerotto a Sydney, gli altri sono stati una continua scoperta; e vedere in un clima freddo com’è questo lungo la Great Ocean Road ora i pappagalli che vivono spontanei nelle foreste e nei centri abitati non lascia indifferenti. A Lorne c’è un campetto attrezzato per le evoluzioni con lo skateboard. Ma ci sono anche bambini, che avranno 4 o 5 anni!, che volano sul monopattino! E i genitori poco distante che li guardano distrattamente chiacchierando tra loro. In Itali i bimbi vanno sull’altalena, qui sullo skateboard… uhm…

great ocean road

La Great Ocean Road comincia da qui...

Riprendiamo la via, che a tratti abbandona la costa addentrandosi nella foresta, a tratti torna a guardare il susseguirsi di spiagge e scogliere. La strada è bella, ad ogni curva regala nuovi scorci spettacolari, di una bellezza infinita. Peccato per il tempo, per il cielo sempre più grigio. Talmente grigio che quando alle porte di Apollo Bay deviamo per raggiungere la Guesthouse che ci ospiterà per la notte, il Claerwen Retreat, la strada che si inerpica su per la collina, poi dentro la boscaglia, poi in mezzo a pascoli di pecore, sembra più una strada di montagna che altro. Siamo molto, molto perplessi mentre saliamo sempre più su in collina, intorno a noi la nebbia non ci permette di scorgere il panorama. Finalmente arriviamo: davanti a noi, nel nulla visto che oltre non si vede niente, si para una casa, la nostra Guesthouse. Sul nostro volto si legge ancora la perplessità quando ci viene ad aprire la proprietaria che col suo sorriso, la sua gentilezza, la sua dolcezza, vince ogni nostro dubbio. Siamo gli unici ospiti questa sera, e veniamo coccolati come si conviene. Ceniamo qui: affrontare nuovamente la strada, con la nebbia, al buio e con il pericolo di incrociare qualche animale non è un’idea che ci alletta. Passiamo così una gradevole serata, intima, in un posto che è una chicca, l’ideale per la luna di miele.

claerwen retreat

Claerwen Retreat Guesthouse

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One thought on “AUSTRALIA: IN LUNA DI MIELE DALL’ALTRA PARTE DEL MONDO – 07/10/11

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