WHASHINGTON IRVING, L’Alhambra al chiaro di luna

Attirata dal titolo di questo piccolo librino, l’ho comprato senza pormi troppe domande su chi l’avesse scritto, quando e in quali circostanze. Poi appare chiaro: l’autore è un noto scrittore americano nato all’indomani della Rivoluzione Americana con la quale gli Stati Uniti si erano resi indipendenti dalla madrepatria Inghilterra. Ma Irving preferisce comunque l’atmosfera europea, tant’è che fin da giovane si allontana dalla terra natìa e se ne va in Europa.

Senza dubbio rimane affascinato dall’Andalusia, e senza dubbio l’Andalusia deve a lui se Granada è così famosa, conosciuta, celebrata. Di fatto Irving, con questo librino di appena 77 paginette riesce a trasmettere tutta la magia e la bellezza di un luogo, qual è la fortezza dell’Halhambra che all’epoca in cui lui la frequentava si stava appena cominciando a sollevare da secoli di rovina in cui era caduta per l’abbandono.

Con una prosa molto versatile, che va dalla narrazione avvincente anche per i più miseri episodi alla cura descrittiva, mai comunque esagerata, ma che dimostra un’attenzione alle piccole cose forse anche accentuata, il nostro autore ci accompagna attraverso questo viaggio in Andalusia e a Granada in particolare.

Dalle sue pagine senza dubbio si alza un grande senso di ammirazione per l’opera dei Mori, per questa perla dell’architettura araba, che gli suscita qualche considerazione su quanto siano effimere le cose umane, visto che anche le più belle opere cadono in rovina.

Leggendo le sue pagine, mi è tornato in mente il mio passaggio a Granada, durato appena una notte di qualche agosto fa: tutta la notte a passeggiare tra i vicoli profumati di incensi e di spezie arabe: se i Mori non ci sono più, qui sono comunque rimasti i loro profumi. E ricordo che avevo potuto ammirare l’Alhambra solo da lontano, perché la notte era chiusa, tanto che mi ero ripromessa all’epoca, di tornarci una volta di giorno, così da poterla finalmente vedere. Leggere questo libricino, che è un resoconto di viaggio così come potrei scriverlo io, senza pretese di sorta, molto intimo per questa sua attenzione alle piccole cose, è stata l’ulteriore conferma che devo tornare a Granada prima o poi, e devo visitare l’Alhambra.

Le descrizioni di Irving ogni tanto si fanno trasportare da quel senso del sublime che si andava diffondendo nell’Europa Romantica dei suoi tempi, e gli ambienti, i giardini del palazzo, il panorama, sono descritti non per come sono, ma per come lui li vede. Ed egli vuole condividere le sue immagini, la sua permanenza all’Alhambra (uomo fortunato, vi ha abitato per qualche mese) con qualcuno, perciò ecco che ad un certo punto si scatena: “Se dunque lettore mi accompagni, seguimi in questo vestibolo…non entreremo là dentro, ma gireremo sulla sinistra…Eccoci giunti alla terrazza, possiamo prendere fiato…Avviciniamoci ai merli…Sussulti? non è che uno sparviero che abbiamo fatto fuggire spaventato!” E immediatamente il lettore è catapultato dentro le pagine del libro, è con l’autore, passeggia con lui, guarda il panorama, osserva compiaciuto i fiori del giardino, si specchia nell’acqua della fontana.

Ma l’immagine più bella di tutto il racconto è la frase conclusiva, in cui l’autore descrive un passatempo alquanto inconsueto della povera gente di Granada: questi personaggi poverissimi, che non posseggono nulla usano la canna da pesca, seduti sul tetto delle case, per catturare invece che i pesci, i rondoni e gli uccelletti a caccia di insetti: in poche parole, hanno inventato una cosa bellissima che è, per dirla alla Irving, “l’arte di pescar tra le nuvole”: credo non esista al mondo immagine più poetica di questa, anche perché a noi, figli del cinema e della TV, a leggere queste parole non può non venire in mente il logo della Dreamworks, col bambino che, guardacaso, pesca tra le nuvole. Ora so chi ha inventato quest’immagine, e gli faccio tutti i miei complimenti.

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