BILL BRYSON, America perduta

Leggete questo libro di Bryson, e appariranno davanti ai vostri occhi gli States come mai avreste pensato potessero essere. Allora vi cadranno numerosi miti, anzi probabilmente vi passerà la voglia (o forse no) di fare quel viaggio Coast-to-Coast che è il sogno nel cassetto di tutti noi. Con Bryson gli Usa vengono messi a nudo, e l’impressione che si ha è che non siano poi così eccezionali come li si dipinge. Poco infatti viene risparmiato dalla sua vena sarcastica e dissacrante: Bryson è dell’Iowa, e il viaggio che compie attraverso gli Stati Uniti, in realtà in parte l’ha già compiuto quando, da piccolo, andava in vacanza con la famiglia. Il racconto del suo viaggio è infarcito, dalla prima all’ultima pagina, di tanta autoironia e di ridicoli aneddoti della sua infanzia che affiorano alla sua mente, mentre rivede dopo tanto tempo quei luoghi che aveva già visitato. Ora però, alla ricerca della sua “Amalgama-City” – la città perfetta, che riunisce in sé tutti i pregi e i caratteri che dovrebbe avere una città americana – nulla lo soddisfa, e il suo viaggio diventa una critica irriverente della società statunitense, società di cui lui stesso fa parte, anche se ormai vive a Londra da anni. Forse proprio per questo si permette di essere così duro nei suoi giudizi: Bryson si sente proprietario degli USA, in cui è nato e vissuto, come un qualsiasi cittadino americano, e vedere lo squallore delle città dell’interno, l’eccessivo turismo in alcune aree, che turba l’equilibrio dei centri abitati e danneggia oltremodo il paesaggio circostante, lo fa imbestialire, perché si sente privato di un qualcosa che gli appartiene: “si stanno portando via il mondo pezzo dopo pezzo. E questo, scusate, mi fa proprio incazzare”.

C’è dunque un fondo di amarezza, neanche troppo latente, che accompagna la Chevette guidata da Bryson lungo interminabili strade sempre tutte uguali, attraverso paesini con stazioni di servizi e motel squallidi, e con la compagnia delle radio che alle volte è persino fastidiosa.

Però un qualche spunto positivo c’è: il libro, scritto alle soglie degli anni ‘90, mostra uno spaccato di America che si fa fatica ad immaginare, con le cittadine rimaste gli anni ‘50, col drive-in, per esempio, e con l’ossessivo appropriarsi di qualsiasi testimonianza della breve storia americana per trasformarla in museo. Questi sono a parer mio i due caratteri più distintivi della provincia americana e che, se vogliamo, la distinguono dal resto del mondo.

Per il resto già il titolo “America Perduta” fa capire come andrà a finire: e sarei curiosa di ripercorrere oggi lo stesso tragitto che Bryson ha fatto 20 anni fa, per vedere cosa è cambiato o se qualcosa magicamente è rimasto come lui l’ha visto.

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3 thoughts on “BILL BRYSON, America perduta

  1. SI, L’HO LETTO. NON E’ PROPRIO SCRITTO DA UN KEROUAK MA è DAVVERO UNA RISPOSTA ALLE NOSTRE CURIOSITà… DA LEGGERE

  2. Pingback: Bill Bryson e la storia del té | Il mio te Blog

  3. Pingback: Bill Bryson, Una città o l’altra | Maraina in viaggio

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