Michel Onfray, Filosofia del viaggio

Possibile che esista una filosofia del viaggio? Possibile che dietro un atto apparentemente comune e diffuso come il mettersi in viaggio oggi, possa esserci tanta teoria, tanta filosofia appunto? Pensare un viaggio dal punto di vista teorico è anche più difficile nell’era in cui viviamo, abituati al “tutto e subito”, al “prendo e parto”, al “vado e torno”. Così leggere queste pagine, a tratti molto difficili, a tratti visionarie, a tratti non totalmente d’accordo con il mio personale modo di interpretare il reale e il mondo in cui vivo, apre degli orizzonti, fa riflettere su quanto si svolge, o si dovrebbe svolgere, a livello inconscio dentro ciascuno di noi, da quando si sceglie di partire a quando si fa ritorno, cosa ci muove, cosa ci stimola.

Organizzato come lo spartito di una sinfonia – il sottotitolo del libro è “poetica della geografia” – questo volumetto di filosofia del mondo contemporaneo apre con un’Intrada: volere il viaggio. Qui si parla del nomade, dell’incomprensione di fondo tra nomadi e società civile,  e di quello spirito nomade che, però, è colui che guida lo spirito di chi si mette in viaggio. Segue la prima parte: scegliere la destinazione. Non sbagliavo affatto nei miei post – sicuramente naif – sull’abc del viaggio, quando dicevo che viaggiando si impara qualcosa di più su se stessi, fin dalla scelta stessa della meta. Il mio discorso era terra terra, ovviamente, ma inconsapevolmente poggiato, scopro ora, su una solida base teorico/filosofica. E ciò non può farmi che piacere. Davanti all’immensità, ormai ridotta dalla modernità, del globo, la scelta della destinazione è una chiamata, quasi una vocazione: viene letto a rovescio il rapporto tra me e la meta prescelta: non sono io che scelgo, ma lei che mi sceglie, che mi incuriosisce e mi attrae, non io che cerco, ma lei che si mostra. Il rapporto diventa passivo per il futuro viaggiatore, e ineludibile.

Scelta la meta a livello emozionale, il comune viaggiatore si documenta su di essa: la Guida, l’Atlante, la prosa dei racconti di viaggio, la poesia hanno il compito di accrescere il desiderio. Partire a questo punto non è altro che verificare l’esistenza reale di ciò che si è letto e intravisto attraverso immagini. Segue un I intermezzo, che corrisponde al periodo di tempo che corre tra quando ci chiudiamo la porta di casa alle spalle e quando arriviamo a destinazione: in sostanza è il viaggio di andata, carico di aspettative e di incontri.

Durante il viaggio si avverte l’importanza di “realizzare l’amicizia”; Onfray sostiene che il modo migliore di viaggiare sia in due: da soli si è costretti ad affrontare se stessi, il gruppo, al contrario, non consente di isolarsi. In due invece si crea solidarietà, complicità, scambio e condivisione. E amicizia. Durante il viaggio i nostri 5 sensi, tesi alla scoperta del nuovo, si dilatano, raccogliendo una massa di informazioni che è compito nostro sistematizzare e ordinare, dimenticando il superfluo, concentrandosi su punti di riferimento vividi; in due parole, di ammaestrare la memoria, di guidarla e, magari di aiutarci a fissarla con la tecnica a ciascuno più congeniale: a me per esempio stendendo un diario di viaggio, a Lorenzo con la fotografia. Ma, ammonisce Onfray, non c’è niente di peggio, nella nostra società dell’immagine, di una sovrabbondanza di foto: delegando ad esse di riportare il ricordo, vediamo attraverso l’obiettivo quindi non vediamo dal vero realmente ma attraverso uno schermo, e i nostri ricordi saranno i soli scatti, nulla di più.

Durante il viaggio, il viaggiatore si espone all’incontro con i luoghi comuni che in genere identificano la meta: esemplari in tal senso alcune pagine dei racconti di viaggio di donne inglesi nella Sicilia dell’800, da cui traspaiono gli stereotipi sui briganti, sui Siciliani calorosi e ospitali, sulla Grecità classica in contrasto con l’arretratezza del momento ecc. È importante invece non avere pregiudizi quando si viaggia, per non rischiare di riportare un’immagine distorta del proprio incontro con l’altro. È per una nuova più acuta sensibilità, che si distingue il viaggiatore dal turista il quale, invece, troppo concentrato su se stesso, tanto da comparare e giudicare il nuovo con le sue categorie mentali. Questa sensibilità viene definita dall’Autore innocenza, e inventare un’innocenza significa avere un’attitudine alla visione senza però necessariamente rimanere legati all’idea del viaggio a piedi o a dorso di cammello. Le nuove tecniche e tecnologie nella nostra era della globalizzazione non alterano il viaggio nella sua essenza. Così l’aereo ha una sua propria filosofia o poetica, in quanto la sua velocità modifica la percezione dello spazio e contribuisce alla sua riduzione. Quest’aspetto, del pianeta ridotto, se è un problema per un antropologo come Marc Augé, è addirittura esaltato qui in 4 o 5 paginette il cui tono, sebbene più placato e meno violento, è degno di un manifesto futurista. Il volo aereo insegna geografia, è simbolo stesso della velocità che caratterizza il nostro mondo. E non limita chi viaggia, anzi.

aereo

L'aereo ha cambiato la percezione delle distanze e dei modi di viaggiare. Per questo ispira un vero e proprio pensiero filosofico

Durante il viaggio, un altro aspetto importante è incontrare se stessi, la propria soggettività. Il viaggio è anzi scoperta di sé attraverso la scoperta dell’altro e degli altri.

Il II intermezzo è quello del ritorno: “Non si dà viaggio senza ricongiungimento a Itaca, che conferisce senso anche allo spostamento.” Una frase molto bella, voglio fare mia: “Non mi si addicono né l’esistenza bloccata alla maniera di una farfalla costretta da uno spillo nell’estasi entomologica, né la vita instabile e vacillante della quotidianità priva di destinazione”(p. 86). Rientrare dal viaggio significa ritrovare un luogo, il luogo della propria casa e della propria quotidianità che è necessaria alla nostra identità, perché ne è il fondamento. Tornati a casa è il momento del ricordo: in cosa ci scopriamo più ricchi rispetto a prima? Cosa abbiamo scoperto di brutto invece? È questa l’anticamera del “dopo”, dove racconto e memoria combinati insieme concorrono a cristallizzare una versione che è il nostro personalissimo racconto di viaggio. Gli strumenti moderni, le nuove tecnologie, serbano i nostri ricordi al posto nostro. Di fatto rischiamo di non esercitare più la memoria. Ma ecco che però la memoria va esercitata, andando a riguardare i supporti ai quali durante il viaggio affidavamo via via le nostre impressioni. Ed è così che sorge il racconto: organizzando la mole di dati accumulata. La memorizzazione si realizza con un ritmo quasi musicale. La narrazione è musica e poesia. Nel racconto emerge la nostra capacità di dire il mondo: che vuol dire saperlo leggere geograficamente innanzitutto, e paesaggisticamente. “Una poetica della geografia presuppone quest’arte di lasciarsi impregnare dal paesaggio, e poi una volontà di comprenderlo, di vederne le concatenazioni (…)” (p. 108).

Infine la coda: progettare un seguito, perché la passione del viaggio non abbandona chi l’ha sperimentato già una volta. Si ripartirà dunque. Una nuova meta ci attirerà a sé come api su un fiore giallo. Buon viaggio!

Libro che non si fa apprezzare immediatamente, tono non da filosofo ma da opinionista piuttosto, tirate anticlericali gratuite e spesso fuori luogo, descrizioni che spesso vogliono tendere ad una prosa poetica. La filosofia del titolo viene richiamata nelle numerose citazioni di Socrate e dei Presocratici, di Platone e di Parmenide, ma quella che leggiamo, più che filosofia è una ragionata – e entusiasticamente proclamata – riflessione sul significato di viaggiare da parte di un filosofo che, in quanto tale, può permettersi di definire “filosofia”, “teoria”, il suo pensiero. Io sono più umile.  Ma forse nella vita bisogna osare. E allora, filosofia del viaggio sia!

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