MICHAEL CUNNINGHAM, DOVE LA TERRA FINISCE

Chi come me è ignorante in geografia, leggendo le prime righe potrebbe pensare che Provincetown sia un luogo della mente più che un luogo reale. Non viene dato alcun dato geografico significativo, ma solo descrizioni ai limiti del metafisico (questa Provincetown sembra così provinciale e insignificante e tuttavia poetica e di una struggente bellezza), ma piano piano assume il rango di città reale: scopriamo che si trova nel New England, che sulle sue rive sbarcò il Mayflower, che è la meta prediletta da gay e lesbiche d’America e che sì, è una cittadina insignificante, ma cui Cunningham è molto legato. Nessuno scrittore americano, forse uno, ha mai dedicato un libro a Provincetown. Lo fa Cunningham avvertendo però il lettore che non farà una descrizione oggettiva della città ma farà la SUA descrizione della SUA Provincetown: “con questo libro spero di offrire né più né meno che la storia del mio amore personale”, dice.

Provincetown è una meta turistica d’estate, alla pari delle nostre città lungo la Riviera romagnola: viva e attiva, sovraffollata d’estate, morta e deserta d’inverno. Non un monumento che possa spingere un viaggiatore a recarvisi. E francamente, dopo aver letto questa lunga descrizione, non ho aggiunto Provincetown all’elenco dei luoghi del mondo da vedere nella vita. E non perché Cunningham non descriva bene la città: anzi, la descrive in modo mirabile, riuscendo a cogliere una poesia nelle singole piccole cose, cose che sarebbero altrimenti insignificanti, come solo pochi riescono a fare. La capacità evocativa della sua scrittura rende poetica una città che, per ammissione stessa dell’autore, poetica non è per niente.

Cunningham insiste molto sulla vocazione di Provincetown quale città frequentata da gay. Da omosessuale dichiarato, però, volutamente non cerca di rendere questo fatto come una cosa normale, ma lui stesso insiste, sottolineando più e più volte come gli eterosessuali qui siano in minoranza. Un’insistenza su cui vale la pena di riflettere: quasi come se volesse arrogarsi un diritto di conquista su questa città, come se essa fosse un baluardo, una roccaforte. Ma Provincetown è soprattutto una città di artisti; Cunningham lo spiega molto bene: da fine ‘800, quando la popolazione lasciava le campagne e in genere le terre più provinciali per cercar fortuna nelle metropoli, al contrario gli artisti rifuggivano la città e cercavano luoghi “ai confini del mondo”, in cui recuperare l’essenziale e la purezza della vita e dell’ispirazione. Prima pittori, poi scrittori e autori di commedie si stabilirono o trascorsero alcuni anni della propria vita qui, dando impulso ad una tradizione che, quando Cunningham era studente, si era trasformata in una borsa di studio per studenti aspiranti scrittori o poeti. È proprio grazie ad una di queste borse di studio che Cunningham approda la prima volta a Provincetown, rimanendone stregato.

Il suo omaggio alla città cui in assoluto è più legato è questo libro, che non è un racconto, non è una guida, non è una mera descrizione di luoghi e di fatti, ma è tutte queste cose insieme e, in alcune pagine, è pura poesia.

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