ERNEST HEMINGWAY, VERDI COLLINE D’AFRICA

“Vivere veramente, non puramente trascorrere i giorni”

In questa frase è riassunto lo spirito che anima le pagine di questo racconto e l’avventura stessa di Hemingway: vivere veramente, provare emozioni ed esperienze, non restare lì fermi, ma affrontare ciò che gli si presenta davanti.

Hemingway avverte i lettori in apertura: per questa volta egli narrerà una storia vera, di cui egli stesso è protagonista. Si vuole cimentare con quest’esperienza autobiografica, il racconto di un viaggio-safari in Africa, per valutare se il racconto di una storia vera può essere ugualmente emozionante di una storia romanzata.
Come sempre, gli spunti per narrare eventi autobiografici vanno cercati nelle esperienze eccezionali di chi, avendole vissute, vuole rendere loro omaggio mettendole per iscritto, raccontandole ad altri, in certo senso eternandole. Chi più chi meno lo facciamo noi tutti che amiamo i viaggi e che amiamo serbarne il ricordo. A maggior ragione lo fa uno che scrive di mestiere, uno come Hemingway. Lo dice chiaramente, nel bel mezzo di un dialogo nell’accampamento in mezzo alla savana: esprime l’intenzione di voler narrare di questo viaggio-safari, dell’emozione della caccia, della sua personalissima esperienza in Africa. La cosa difficile, dice, non è tanto scrivere, quanto trasmettere su carta, e ai lettori, quelle stesse emozioni che lui ha provato. Un po’ come fa un fotografo davanti ad un paesaggio: non scatta e basta, ma vuole catturare il momento, l’emozione, perché chi vede la foto possa provare quella stessa emozione.
Già nel titolo io personalmente colgo una nota personalissima dell’autore: verdi colline d’Africa. Ma come, non siamo abituati a immaginare, e a vedere in tv, la savana arida e sabbiosa? E le verdi colline dove sono? Ma è proprio questo il bello: nel narrare la sua esperienza in Africa, Hemingway ha colto un dettaglio paesaggistico che se da un lato sa di banale, dall’altro spiazza. Da ignorante quale sono, mi aspetterei come più credibile un titolo “Aride colline d’Africa”. Aride, e non verdi. Solo leggendo capiamo che spesso la troupe di cacciatori, Hemingway in testa, si acquatta nell’erba alta, per nascondersi alla vista degli animali; solo leggendo capiamo che siamo quasi a ridosso della stagione delle piogge, quando la pioggia (ma come, piove in Africa? un altro luogo comune sconfessato!) comincia a rendere un pantano la terra che fino a due minuti prima era sabbiosa.
Quanto può essere interessante il racconto di una lunghissima battuta di caccia? Eppure Hemingway si dilunga a raccontare la caccia al leone, al rinoceronte, poi al kudù, poi all’antilope nera, con una passione coinvolgente. Racconta la vita dell’accampamento, l’organizzazione dell’équipe di caccia, con i cercatori di piste e i portatori Masai (che tra l’altro ho rivisto in tv pochi giorni fa a Geo&Geo, emozionandomi perché li ho riconosciuti nella descrizione di Hemingway), riporta i dialoghi più o meno frivoli, non si vergogna di ammettere le sue debolezze e le sue spacconate. Un racconto autobiografico a tutti gli effetti, sullo sfondo di un’Africa di cui l’autore si innamora perdutamente, giorno dopo giorno, fino al punto di arrivare a fantasticare di volercisi trasferire perché solo nella Savana, cacciando, egli si sente veramente realizzato.
Hemingway riesce così nell’intento di portare fuori di sé quell’Africa che sente sua, la fa uscire, la trasmette a chi legge, con immediatezza e freschezza. Siamo con lui mentre imbraccia il fucile, mentre prende la mira per sparare alla sua preda, siamo con lui mentre beve birra ghiacciata per rinfrescarsi dalla calura africana e mentre trangugia whisky per annebbiarsi consapevolmente la mente, siamo con lui quando incontra i Masai, siamo con lui quando abbozza qualche parola in swahili, siamo con lui mentre ci trascina nell’intrico dei suoi pensieri, pensieri che vanno dalla guerra, sempre presente, alla caccia, all’America e, naturalmente, all’Africa.

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2 thoughts on “ERNEST HEMINGWAY, VERDI COLLINE D’AFRICA

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