Dal palazzo di Erode al castello di Kerak, da Giovanni Battista alle crociate

28-02-08

Oggi ci trasferiamo a Sud. Carichiamo armi e bagagli in pulmann e partiamo alla volta di Macheronte, attuale Mukawir, il palazzo di Erode che ha visto la danza dei Sette veli di Salomé e la conseguente decapitazione di Giovanni Battista. Per arrivare, il pulmann si inerpica per montagne desertiche, fino ad arrivare su una collinetta da cui i resti del palazzo sembrano lontanissimi. Da qui in avanti si va a piedi. Per la prima volta, eccetto tre minuti a Madaba, il pulmann non ci scarica direttamente davanti al sito, e questo mi mette particolarmente di buon umore: finalmente quattro passi per vedere con i miei occhi a 360° l’ambiente che mi circonda. Sembrerà strano, ma vedere il panorama attraverso un finestrino non è la stessa cosa: vedere il paesaggio e insieme camminarvi all’interno a mio parere fa vivere meglio i luoghi, piuttosto che guardare attraverso la mediazione di un vetro che permette la visione in una sola direzione. Ciò non toglie che il panorama finora visto dal finestrino sia splendido ed emozionante. È che camminare guardandosi intorno dà un qualcosa in più. La nostra salita verso il palazzo di Macheronte è abbastanza ripidi e per noi intorpiditi dalle scorse giornate di pulmann, arrivare in cima è una conquista. Del palazzo, un tempo protagonista di pagine del Vangelo oltre che, ovviamente, di pagine di storia, è rimasto poco, giusto il peristilio, ovvero il cortile interno circondato da colonne, e le terme, di  cui però resta ben poco. Stimolata dalla presenza di coccetti sul terreno, e dato che, non dimentichiamolo, questo è un viaggio per appassionati – anche molto competenti, tra l’altro – l’archeologa si lancia in una lezione open air sulla ceramica romana: la ceramica è infatti importantissima per gli archeologi, perché è l’elemento in base al quale si datano gli strati, quindi le strutture, quindi intere fasi di vita di un edificio e di conseguenza di un sito archeologico. Quando ritorniamo al pulmann un giordano cu accoglie con una teiera e ci serve un buon té alla salvia e menta, un blend nuovo per me.

Macheronte, Palazzo di Erode

Ciò che rimane del Palazzo di Erode, dove si svolse la danza di Salomè e la decollazione del Battista. Queste pietre trasudano di storia!

Ora partiamo per Kerak e mentre saliamo e scendiamo per montagne desertiche incontaminate e perciò incredibilmente belle, la nostra guida giordana ci racconta, da un punto di vista filopalestinese, la storia dei contrasti tra Israele e Palestina, il che ci fa riflettere su come sia recepita nel mondo arabo, islamico, la presenza di Israele in TerraSanta. Giungiamo a Kerak per l’ora di pranzo e qui ho la (s)ventura di assaggiare il montone: mai mangiata una carne che sa così di selvatico: il gusto mi ha alquanto sconcertato, anche perché pare che sia una prelibatezza da queste parti…(ciò mi fa anche riflettere su quanto la cucina “araba” mangiata in questi giorni sia in realtà “mediata” per avvicinarla ai gusti occidentali…).

Kerak è un importante castello crociato che ha fatto da sfondo a eventi cruciali nella storia delle crociate: da qui sono passati il re Baldovino e il feroce Saladino, qui si sono scritte dense pagine di storia delle Crociate. La fortezza domina tutta la rocca su cui è costruita, aveva il controllo delle alture circostanti ed era così ben difesa. La struttura è ovviamente poderosa, data la sua destinazione principalmente militare. Passare sotto i suoi ambienti voltati e bui, i camminamenti militari, dà l’idea di un’imponenza incredibile e dell’orgoglio di un complesso davvero inespugnabile; gli ambienti di servizio, invece, come la cucina, riportano invece alla dimensione “umana” di questa roccaforte, alla vita che vi si svolgeva all’interno.

kerak

Una coppia giordana visita il castello crociato di Kerak

Ci rimettiamo in marcia, ma l’autobus rimane imbottigliato nelle viuzze della cittadina di Kerak: un’automobile parcheggiata male ci blocca per ¼ d’ora. La nostra guida giordana probabilmente impreca, ma noi affamati di vedere finalmente la popolazione locale che passeggia per le vie e tra i bazar, ne approfittiamo per guardarci intorno con attenzione, per vedere i volti, l’abbigliamento, soprattutto le donne col velo e gli uomini con la kefia, le botteghe, in particolare una in cui due donne cardano la lana: dopo tanti siti archeologici, bellissimi, ma privi oggi di vita, questo tuffo, questo contatto fortuito con la città e con la società attuale ci entusiasma e incuriosisce non poco.

Finalmente riusciamo a dribblare le auto parcheggiate in doppia fila (cioè in mezzo alla strada e perciò applausi all’autista!) e usciamo dall’intasamento di Kerak movendo verso Sud alla volta di Petra, che è ben lontana. Il paesaggio è brullo, desertico, piuttosto piatto, interrotto qua e là da qualche piccolo centro abitato, con greggi di pecore al pascolo e l’immancabile moschea. Ci fermiamo a metà strada in un altro supermercato di souvenirs che di nuovo lascia l’amaro in bocca (anche perché l’unica cosa degna di nota è uno splendido scialle che costa la bellezza di 35 dinari, ovvero 35 euro, decisamente troppo per la mia concezione di souvenir).

Ripartiamo e pian piano si fa sera. Non riusciamo perciò ad andare a Beidha., la Piccola Petra caratterizzata da tombe e ambienti scavati interamente nella roccia, che avrebbe rappresentato un’introduzione, un progressivo avvicinamento a Petra, la protagonista di domani. Pazienza. Un cartello stradale con l’indicazione di attraversamento dromedari mi fa ulteriormente ricordare quanto questa parte del mondo sia così diversa da quella cui sono abituata io.

Arriviamo, ormai di notte, nell’hotel che ci ospiterà qui a Petra. È semplicemente bellissimo, realizzato in un vecchio centro abitato restaurato e riadattato, per cui ogni stanza è in realtà un appartemento di una casetta. E il complesso è organizzato come un paesello, con le viuzze, la via dei bazar (che verrà puntualmente assaltata!), il ristorante in uno splendido salone voltato. Il riposo sarà più gradito, in un’atmosfera così caratteristica. Perciò belli felici andiamo a dormire, in attesa di domani.

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