Roma caput mundi: un week-end archeologico/culturale nella città eterna – Domenica archeologica 2 – San Clemente

Ci allontaniamo dalla zona dei fori e dalla valle del Colosseo e prendiamo via di San Giovanni in Laterano. La nostra meta però non è la famosa basilica, ma un’altra basilica, più piccina, ma non meno importante, anzi: è San Clemente, basilica paleocristiana sorta al di sopra di un santuario dedicato al dio Mitra e al quartiere che probabilmente in età imperiale ospita la Moneta, ovvero la zecca di Roma, dove vengono coniate le monete che poi circolano per l’Impero. La chiesa attuale è costruita dal XII secolo sopra una chiesa più antica, di V secolo d.C., la quale a sua volta sorge sul quartiere di età imperiale. Scendere le scale equivale a percorrere a ritroso la scala del tempo, ogni gradino indica un secolo di vita e di vite che si sono intrecciate in questi luoghi. Fulcro di tutta la visita è il santuario al Dio Mitra. Mitra è una divinità orientale misterica, ovvero per la quale occorreva tutta una preparazione che culminava in un rito di iniziazione. Gli adepti del culto si riunivano in piccoli santuari, i Mitrei, e qui praticavano i loro culti. Mitra ha le sembianze di un giovane che è ritratto solitamente nell’atto di sacrificare un toro, e così lo vediamo anche nel Mitreo sotto San Clemente. L’altro momento importante della visita, e forse quello per cui San Clemente è più famosa, è però, all’interno della prima chiesa, paleocristiana, vedere le pareti affrescate con episodi della vita di San Clemente e di altri santi. Tra gli affreschi, uno in particolare ha sempre attirato i curiosi: in esso si narra l’episodio in cui un patrizio romano, Sisinnio, cieco e sordo, che non vuole che la moglie assista alla messa celebrata dal Vescovo Clemente, vuole farlo arrestare, e ordina ai suoi schiavi di catturarlo e portarlo da lui. I suoi schiavi però, al posto di Clemente si ritrovano a legare e a trasportare, con incredibile fatica e lentezza, una colonna. Da qui la stizzita e imperiosa frase di Sisinnio, incisa per sempre sulla parete della chiesa “Traite, fili de le pute”, ovvero “Tirate, figli di…”. Siamo in presenza di una delle prime frasi in lingua ormai non più latina ma volgare (decisamente! J) e di una parolaccia, che ci rende senza dubbio simpatico e indimenticabile tutto l’episodio. San Clemente è una di quelle perle che non tutti conoscono e che, una volta a Roma, non è detto che riesca ad essere inclusa nei percorsi turistici. Ma ad onor del vero, diversi gruppi di turisti stranieri con tanto di guida passano di qui, segno che la sua importanza, o particolarità, è quasi più conosciuta all’estero che in Italia. Noi non possiamo far altro che consigliarne la visita.

Usciti da San Clemente ritorniamo verso la valle del Colosseo, costeggiamo il Circo Massimo per raggiungere Santa Maria in Cosmedin, vicino al Tevere, fin troppo nota per la Bocca della Verità. Qui orde di ragazzetti americani starnazzanti fanno una coda sconquassata per potersi fotografare accanto alla Bocca della Verità. Sinceramente non credevo che essa godesse di tutta questa notorietà all’estero, ma del resto non abbiamo intenzione di farci disturbare l’anima da questi fanciulli esagitati usciti da High School Musical. Perciò proseguiamo. Poco più in là si trovano i due templi del Foro Boario, il mercato del bestiame che si teneva in età repubblicana lungo il Tevere, ad uno dei suoi approdi. Uno dei due templi, dedicato ad Ercole, è rotondo, l’altro, dedicato al dio Portuno, è a pianta rettangolare, con 4 colonne in facciata e le pareti laterali e posteriore scandite da semicolonne, ad imitazione dei templi greci che hanno le colonne su tutti e 4 i lati (questa tipologia di tempio è tipicamente romana e si chiama pseudoperiptero, mentre i templi greci che, come ad esempio il Partenone, hanno colonne su tutti i 4 lati, si chiamano peripteri). Risaliamo ancora e arriviamo in prossimità del Teatro di Marcello, teatro costruito in età augustea e trasformato in un palazzo dalla curiosa pianta semicircolare in età medievale/moderna. Accanto si trovano le ormai scarse vestigia del tempio di Apollo Sosiano, anch’esso di età augustea, e del portico di Ottavia. Qui si può percorrere una breve passeggiata tra le rovine, si possono vedere da vicino i grandi frammenti di decorazioni architettoniche che ornavano gli edifici. Oltre il portico di Ottavia si apre l’area storica del ghetto ebraico di Roma: nelle vicinanze sorge la Sinagoga e una serie di ristorantini kosher anima i vicoli.

Ritorniamo sulla strada principale, lato Campidoglio, e saliamo sulla cima del colle Capitolino, che oggi è una piazza dominata dalla statua a cavallo dell’imperatore Marco Aurelio (è la copia: l’originale è negli adiacenti Musei Capitolini). Da qui si può scendere sia verso il Foro Romano, attraverso l’arco di Settimio Severo, sia verso via dei Fori Imperiali, costeggiando il Foro di Cesare. Noi scegliamo quest’ultima soluzione, perché abbiamo un duplice scopo: sederci e rinfrescarci nello storico locale di Angelino ai Fori, che si trova a metà di via dei Fori Imperiali; prendere da qui via Cavour e arrivare alla Stazione Termini dove prenderemo il treno del ritorno. Credo che Angelino ai Fori sia un’istituzione a Roma. Sicuramente il suo gelato, anche se si fa attendere, ci rimette al mondo. Verso la fine di via Cavour decidiamo di fare l’ultima deviazione: entriamo in Santa Maria Maggiore, enorme e ricchissima basilica che nel 2000 era chiesa giubilare insieme a San Pietro, San Giovanni in Laterano e San Paolo fuori le mura, dunque di tutto rispetto. In stazione ci dirigiamo subito al binario e prendiamo posto in carrozza. E io, fedele al mio incarico, comincio a scrivere questo diario.

foro romano

Una vista sul Foro Romano

In chiusura che dire? Conoscevamo già Roma, essendoci stati già entrambi anche separatamente più di una volta. Questo week-end è stato perciò l’occasione per decidere consapevolmente di vedere o rivedere determinate cose e di scartarne volutamente altre. Per questo abbiamo evitato luoghi strafrequentati come Piazza di Spagna, la Fontana di Trevi o il Quirinale. Abbiamo scelto un grande museo, i Vaticani, mentre abbiamo voluto approfondire una volta per tutte quell’immenso patrimonio che sono i Fori Imperiali., rendendoci conto però che la maggior parte dei turisti vede le rovine ma non le sa capire, perché, a meno che non abbia una guida preparata che glieli spiega, non ha gli strumenti per capirli. Per questo motivo noi abbiamo scartato il foro romano – che è un bellissimo parco dove poter passeggiare, ma nel quale il visitatore comune ha ben poche possibilità di capire qualcosa – e il Palatino – dove, eccetto per gli ambienti dipinti della Casa di Augusto, si propone lo stesso problema al visitatore comune. Ci siamo riproposti per il futuro di rivisitare anche queste aree con l’occhio attento che abbiamo avuto per i Fori Imperiali, ma per quest’occasione ci è bastato così. Meglio fare a piccole dosi, ma capirle, piuttosto che mettere tanta carne al fuoco, tante bandierine sulla cartina, ma non avere idea di cosa si sta guardando. Speriamo anche, con questo itinerario che abbiamo seguito e che in qualche tratto si discosta dai percorsi più comuni, di poter dare qualche idea a chi deve affrontare un week-end a Roma e non sa bene cosa andare a vedere. Il consiglio è: scegliete magari poche cose, ma assicuratevi di farle bene, assicuratevi di assimilarle e di impararne qualcosa. Roma è la base della nostra cultura, del nostro essere italiani ed europei, la sua storia è la nostra storia e viceversa, e questo è tanto più importante nell’anno del 150° anniversario dell’unità d’Italia. Perché se l’Italia come entità politica è giovane – e anche un po’ turbolenta – come entità storica e culturale è tra le più antiche d’Europa, e quella che ha inciso maggiormente su tutta la storia e la base culturale di fondo del nostro continente. Bisogna tenerlo ben presente, e visitare Roma con l’occhio attento e recettivo che la città si merita.

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