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Ricordi della foresta amazzonica (peruviana)

Guardavo poco fa oziosamente in tv un documentario sulla foresta amazzonica. Sullo schermo scorrevano immagini di animali a me noti perché visti di persona durante il nostro breve soggiorno, se così lo si può definire, nella foresta amazzonica peruviana, durante il nostro viaggio in Perù del 2012.

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Il bello dei viaggi è che lasciano dei ricordi. Ricordi che magari restano sopiti per tanto tempo, dopodiché basta un casuale risveglio della memoria per riportare a galla con potenza un’esperienza vissuta. La scossa alla mia memoria è venuta al sentire la parola “jabiru”, che è il nome della gru che vive nella foresta. Non ricordo di aver visto gru nella foresta peruviana, ma il nome lo ricordo bene ed è bastato a farmi fermare davanti al documentario. D’altronde la foresta amazzonica brasiliana, di cui si parla nel documentario, non è così diversa da quella peruviana, e infatti è stato bello ritrovare delle vecchie conoscenze: le scimmie cappuccine e il capibara, innanzitutto.
Già, il capibara: questo buffo topone che come un ippopotamo ha bisogno dell’acqua per vivere. Lo vedi lì, placido e sonnecchiante, seduto sulla riva pronto a buttarsi nel fiume (ed è così che l’abbiamo visto noi, al buio di sera), e non immagineresti mai che se un giaguaro lo punta lui scatta velocissimo e riesce a sfuggirgli.

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E le scimmie cappuccine, allora? Così a loro agio sui rami frondosi degli alberi (dove le abbiamo viste noi, su un isolotto chiamato appositamente Monkey Island), sono però costrette a scendere a terra per bere durante la stagione secca che, incredibilmente,colpisce anche la foresta amazzonica.

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Ricordo, delle nostre escursioni nella foresta amazzonica, la sensazione perenne di trovarsi all’interno di un documentario: così vedere un documentario proprio su quei luoghi ti conferma ancora di più quella sensazione! Che poi, a pensarci bene, non è una sensazione bizzarra e falsata? Eppure, siccome il nostro unico modo di conoscere la natura selvaggia e incontaminata è attraverso i documentari in tv, l’impressione di trovarcisi all’interno è quanto di più naturale e immediato.

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Comunque sia, di quel breve periodo nella foresta ricordo non solo immagini, che posso ritrovare nel documentario, ma anche sensazioni: il caldo soffocante, intanto, che attraverso un documentario non puoi percepire, e poi l’attesa di vedere qualche cosa di eccezionale, di scorgere qualche animale nascosto, e ancora la meraviglia di trovarsi a tu per tu con una natura pressoché incontaminata. Tutte queste sensazioni, che poi costituiscono il vissuto di ogni esperienza, un documentario non te le può dare. Ma te le può far tornare in mente. E così oggi è stato per me.

Svegliarsi all’alba nella foresta amazzonica

La notte è silenziosa nella foresta. Probabilmente il silenzio sarebbe rotto dall’incessante ronzare degli insetti, ma i bungalows del lodge, qui lungo il Rio Madre de Dios nella foresta amazzonica peruviana, sono forniti di zanzariere e il letto stesso é sotto un baldacchino di zanzariera, che isola i nostri corpi dall’assedio delle bestiole di qualsiasi tipo, volanti o zampettanti che siano. Il caldo umido dell’inizio della notte è pesante, chi non lo regge dorme male, ma va smorzandosi verso notte fonda, fin quando a rasentare il fresco delle prime luci dell’alba.

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Ma non è la sensazione di fresco che ci sveglia, non il brividino di piacere che ci fa rintanare sotto il lenzuolo, ma un’altra sensazione, che si insinua nel sogno, fino a catturare la nostra attenzione dormiente e a svegliarci, senza nessuna possibilità di riprender sonno. Parte piano, come un ronzio, poi cresce, si alimenta, si avvicina e ci travolge come un’onda: è la sveglia della foresta amazzonica.

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Al primo chiarore la prima cicala inizia a dare l’avviso che é l’ora di dare avvio alla giornata. Subito è imitata dalla sua vicina, e da un’altra e da un’altra ancora. In pochi minuti migliaia di cicale intonano il loro canto, un suono squillante, continuo, talmente forte da sembrare una sirena. E in effetti della sirena ha anche la funzione: avvisa tutta la foresta, avverte che “oh, è l’ora di svegliarsi!”
La sirena delle cicale avverte i pappagallini verdi che ogni mattina, poco dopo l’alba, si riuniscono alla qolqa nel bel mezzo della foresta, per far rifornimento di sali minerali sulla parete d’argilla. Ne arriva prima uno, sorvolando l’area per verificare che non vi sia pericolo, poi un altro, poi 5, 10, 30 pappagallini che si attaccano alla parete verticale di argilla trasformandola in un muro verde in perenne movimento. Mentre la maggior parte si nutre, qualcuno sta di vedetta, perché il falco, anch’esso svegliato dalla sveglia dalle cicale, deve fare colazione e la colazione dei campioni per i falchi della foresta amazzonica prevede proprio un pappagallino verde… I pappagallini hanno i minuti contati, devono fare in fretta e infatti, di punto in bianco… Flap flap, un battito d’ali e pressoché all’unisono si dileguano nel folto della foresta. Le vedette hanno visto un falco? Forse: certe mattine è talmente puntuale che i pappagallini non riescono neanche ad avvicinarsi alla qolqa. Oppure sempicemente la loro colazione è finita e come noi solitamente sparecchiamo dopo mangiato e andiamo a lavorare, loro tutti insieme partono per la loro vita quoridiana.

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Nella foresta ora è giorno fatto. Il caldo sale pian piano, man mano che il sole sale, e tra poco sarà soffocante. La foresta si riempie dei suoni di insetti e uccelli, ormai tutti intenti nelle loro attività di tutti i giorni.

Viaggio in Perù: esploratori nell’antica terra Quechua – 5/09/2012

Come in un documentario…

I pappagalli fan colazione con l’argilla. Ebbene sì, per completare la loro dieta con i necessari sali minerali al mattino presto i pappagallini verdi della foresta si danno appuntamento presso una parete verticale di argilla chiamata collpa, e beccano l’argilla per ingerire così i Sali minerali contenuti all’interno: la parete ad un certo punto diventa verde per quanti pappagalli ci sono. Poi, ad un certo punto, via: un battito d’ali, e i pappagalli spariscono nel fitto della foresta.

I pappagalli della foresta mangiano l’argilla nella collpa

La giornata di oggi è densa di emozioni: dall’isola delle Scimmie, Monkey Island, al giro nel lago Sandoval nella Reserva Nacional de Tambopata, non mancheranno le immersioni nella natura selvaggia della foresta amazzonica.

Sulle rive dell’isola delle Scimmie i cercatori d’oro dragano l’acqua e la sabbia a caccia del metallo più prezioso del mondo usando zattere che pompano sabbia mista ad acqua e la filtrano. Si tratta di una ricerca dell’oro ancora manuale, cosa che credevo non si facesse più da molto tempo. L’isola è occupata nel mezzo da una foresta florida e rigogliosa abitata da farfalle enormi e variopinte e dalle scimmie che se ne stanno rintanate sugli alberi più alti. Per poterle vedere bisogna attirarle: perciò si dispongono delle banane che possano richiamare l’attenzione. Si fanno un po’ attendere, ma alla fine arrivano: dapprima un esemplare di cappuccino bianco, poi un cappuccino marrone, una squirrel monkey e un cappuccino nero. Si tratta di scimmiette piccine, che si lanciano dai rami degli alberi e dalle liane atterrando con una precisione da acrobati, e che si dondolano dagli alberi con la coda, che usano come se fosse una quinta zampa.

un’abitante di Monkey Island sbuccia con cura la banana prima di mangiarla nel folto della foresta

Anche se sanno che ogni giorno arriva un gruppo di bipedi che le nutre, tuttavia sulle prime sono diffidenti, non si avvicinano, si fanno lanciare la banana direttamente sull’albero e la prendono al volo, dopodiché la sbucciano e la mangiano con mucho gusto. Superata la diffidenza, allora le più intraprendenti scendono a terra a procurarsi altre banane. Le scimmiette sono uno spettacolo, ci inteneriscono e ci allietano la mattinata, resa altrimenti un po’ opprimente dal troppo caldo umido. Lasciamo l’isola delle scimmie per l’ora di pranzo e in barca mangiamo un piatto tipico della zona, il Juanes, a base di riso chiuso in un involtino ottenuto da una grossa foglia della foresta.

E arriviamo alla Reserva Nacional de Tambopata. Qui un percorso di 3 km a piedi nella foresta ci conduce al Lago Sandoval, che percorriamo per un tratto in barca a remi.

In barca sul Lago Sandoval

Il lago è popolato da uccelli di numerose specie, da pesci, tra cui il noto piraña, dal caimano nero e dalla lontra. Noi vediamo solo alcuni uccelli, tra cui i bizzarri shanso, uccelli preistorici variopinti che svolazzano da un ramo all’altro emettendo un rantolo, quanto di più diverso può esistere da un cinguettìo.

la riva del Lago Sandoval, Reserva Nacional de Tambopata

Il giro in barca per me è molto piacevole, mentre Lorenzo soffre particolarmente il caldo umido. Al termine del giro altri 3 km per tornare alla barca sul rio Madre de Dios nel corso dei quali vediamo un picchio all’opera su un tronco d’albero e il cosiddetto albero del cotone, così chiamato perché produce un frutto molto simile alla noce di cocco, che quando si apre libera delle fibre morbidissime, in tutto e per tutto simili al cotone e che infatti sono utilizzate dai nativi per farne cuscini. La varietà della foresta ci stupisce una volta di più. Mentre torniamo al lodge siamo accompagnati da uno spettacolare tramonto sulla foresta amazzonica. È la nostra ultima notte in Amazzonia.